La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

La mia foto
La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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lunedì 26 settembre 2011

PER CHI HA ORDINATO IL LIBRO CARTACEO aggiornamento

Cari lettori che avete comperato il libro, vorrei sapere se lo avete ricevuto. Ho spedito una copia del libro, personalmente, da un ufficio postale il giorno 8 settembre con posta prioritaria e non è ancora arrivato a destinazione. Mi chiedo che cosa succede con le spedizioni che fa LULU in questo periodo. Non capivo il perché delle precisazioni al momento della scelta del metodo di spedizione, che informavano che se si sceglievano le poste italiane non era garantita la consegna e i tempi potevano essere anche di 21 giorni. Ora che ho provato a spedire un libro io stessa, con le mie mani, ho capito, e sono arrabbiatissima con le poste italiane.
Dunque vorrei chiedervi qual è la situazione. Scrivetemi al mio indirizzo professoressamilani@alice.it. Grazie!
Ecco le opzioni di spedizione di LULU (a parte che si può fare il download e arriva subito):

Posta ordinaria La consegna non è garantita, e non potremo localizzare o sostituire l'ordine. 7-21 giorni lavorativi*
Posta prioritaria La consegna non è garantita, e non potremo localizzare o sostituire l'ordine.5-9 giorni lavorativi*
Express 3-5 giorni lavorativi*

Nel frattempo LULU mi ha risposto:
"Riguardo alla spedizione, se l'acquirente sceglie l'opzione di fare spedire l'ordine tramite posta ordinaria, ci possono volere fino a 21 giorni lavorativi per fare la consegna.
Questi purtroppo sono i tempi delle poste italiane, non di Lulu. Comunque, nel caso che ci voglia piu' di un mese per la consegna (2 settimane per la posta prioritaria), o nel caso che il pacco si perda, noi facciamo volontieri un riordine tramite spedizione rintracciabile a spese nostre."

ULTIMISSIME: i libri stanno arrivando.
Novità: adesso c'è la versione eBook invece di quella scaricabile semplicemente.

“Se tu sei racchia e fai schifo, te ne devi stare a casa”. 239°

Faccio spesso riferimento al fatto che la società educa male e poi si stupisce se i ragazzi si comportano male.

Qualcuno può dire che è un discorso molto generico, che si dà la colpa alla “società” tanto per dare la colpa a qualcuno e assolvere i ragazzi maleducati ( a parte che, già la parola “maleducati” significa qualcosa di preciso). Allora rispondo: la “società” che educa malissimo ha identità ben precise, dei nomi e dei cognomi che è bene cominciare a fare. Nomi propri di persona e nomi comuni di categoria. Intanto dico tre nomi propri: Terry De Nicolò, escort di professione (se essere escort è un lavoro e non un divertimento come sembra), Gianluigi Paragone, conduttore di “L’ultima parola”, su Rai2, e Pasquale D’alessandro, il direttore di Rai2 che ha permesso l’intervista.

C’è stato un tempo in cui una intervista come questa non sarebbe stata mai mandata in onda e, se, in diretta, qualcuno avesse fatto affermazioni anche lontanamente simili a queste, avrebbero interrotto bruscamente il programma, inorriditi. Invece adesso una escort può tranquillamente (ed è pagata per farle) fare affermazioni che giustificano come ovvie e giuste la scorrettezza, la disonestà, e la prostituzione. I ragazzi vedono l’intervista, constatano che l’intervistatore non disapprova minimamente e impara che se quella tizia viene intervistata in televisione significa che dice delle cose giuste. Ecco quello che i ragazzi hanno sentito in televisione o in rete:

- Chi disapprova i comportamenti illeciti, disonesti lo fa sicuramente per invidia, perché non potrà mai vivere neppure un giorno “da leone”. Messaggio: chi segue l’idea di onestà è solo invidioso del successo altrui; chi lavora e fa sacrifici è una pecora, con tutto il carico di negatività che comporta la parola “pecora”.

- Tutte le donne sarebbero pronte a correre da chi le paga per la loro bellezza. Messaggio: quindi è giusto prostituirsi.

- Se tu sei una bella donna e ti vuoi vendere tu devi poterlo fare, perché la bellezza– come dice Sgarbi – ha un valore. Sottinteso: la prostituzione è un diritto. E – in fondo - lo dice anche Sgarbi. (Anche se forse – lo spero – Sgarbi si riferiva ad altri concetti di bellezza).

- Se tu sei racchia e fai schifo, te ne devi stare a casa, perché la bellezza è un valore che non tutti hanno e viene pagato. Duplice messaggio: è giusto, quindi, emarginare una donna che non è bella , cioè è “racchia”, e “la bellezza è uno dei valori importanti della vita”.

- La bellezza è un valore… come la bravura di un medico. Sottinteso: La bellezza vale quanto la laurea. Anzi, di più.

- Pensi che il ruolo della donna viene minimizzato? “E vabbè, allora stai a casa, ma non mi rompere i coglioni”. Finissima, non c’è dubbio. Bella e finissima. E il messaggio che invia è : sostenere che la donna abbia un ruolo che deve essere rispettato è soltanto un “rompere i coglioni”.

- E riguardo alla donna, usata un po’ come una tangente – la “donna tangente”, insomma- dice che la definizione è sbagliata perché questo sistema esiste da che mondo è mondo, da tantissimi anni, “addirittura dalla Prima Repubblica” (io credevo che esistesse da molto più tempo!). Messaggi: la prostituzione è giusta perché c’è “da che mondo è mondo”, e questa è una garanzia del fatto che è giusta; è normalissimo usare la donna come tangente, invece delle mazzette. Una donna è un oggetto che si può regalare.

- L’imprenditore onesto esiste solo se accetta di rimanere nel piccolo, perché “quando sei onesto non fai un gran bel business, rimani nel piccolo”. Ovviamente ne consegue il messaggio che è più furbo chi decide di ingrandirsi disonestamente. Ed anche questo: solo chi è disonesto può arricchirsi. Sottintesa conseguenza: chi è ricchissimo è anche sicuramente disonesto, ma è giusto così.

- È la legge del mercato. “Se vuoi aumentare i numeri devi rischiare” e precisa che cosa devi rischiare. “devi rischiare il tuo culo”. “Più in alto vuoi andare e più devi passare sui cadaveri. È così, ed è giusto che sia così. Ma qui non viene capito”. La signorina escort appare agli occhi dei ragazzi quasi come una economista - economista molto fine - alla quale chiedono un parere professionale autorevole.

E c’è la spiegazione etica e sociale del perché non viene capito il parere appena espresso: “perché c’è un’idea cattolica, c’è un’idea morale. Ed è quello che mi fa incazzare: l’idea moralista della sinistra, che tutti devono guadagnare duemila euro al mese, che tutti devono avere diritto…No, no, no! Qui è la legge di chi è più forte, di chi è leone. Se tu sei pecora rimani a casa con duemila euro al mese. Se tu invece vuoi ventimila euro al mese ti devi mettere sul campo e devi vendere tua madre.” I messaggi per i ragazzi sono molti: la moralità non esiste. Esiste il moralismo. Ci si deve “incazzare” perché esistono queste assurde idee – e in particolare queste idee sono di sinistra - secondo le quali tutti devono lavorare, avere uno stipendio e avere dei diritti. È sbagliato. Non esistono diritti e, se esistono, devono essere concessi solo ai più forti, ai “leoni”, perché l’unica vera legge, l’unica idea giusta è quella secondo la quale “vale la legge del più forte”. E se davvero vuoi ottenere qualcosa nella vita tutto è lecito, anche vendere tua madre o passare sui cadaveri. È ovvio che il rispetto per i genitori è secondario al tuo desiderio di successo. E la concorrenza sleale è giusta.

- “La sinistra ha rotto i coglioni con la storia che lui paga. Lui non paga un cazzo, è la gente che si fionda da tutte le parti.” Messaggi conseguenti: la sinistra rompe i coglioni perché pretende di criticare ingiustamente il “lui” di cui si parla, persona correttissima; non esiste la colpa dell’uomo che usa e paga le donne. La colpa, se esiste colpa, è delle donne che si fiondano nel suo letto.

- E sul fatto che ricevessero un rimborso spese, precisa che è ovvio, perché “mica si può andare con la pezza da cento euro…Minimo un abito di Prada, abiti da due, cinquemila euro” vai lì davanti all’imperatore….che cazzo fai? Vai con il filettino di Dodo?…Vai con delle cose importanti e lui apprezza perché è un esteta….”. Messaggio 1: questo “lui” di cui si parla non è un vecchio vizioso e libidinoso, come dicono, ma un imperatore, un esteta: potente e amante del bello. Un mito da ammirare e da prendere come modello di successo, non una persona da disapprovare e da condannare. Messaggio 2: un abito da cento euro è una “pezza” di cui vergognarsi. Messaggio 3: è giusto che un uomo giudichi e apprezzi della donna anche gli abiti, che devono essere adeguati come “importanza”, all’importanza dell’uomo. Minimo un abito di Prada, abiti da due, cinquemila euro. Quindi: è giusto indossare un abito che costa quanto due, tre, quattro dei nostri stipendi mensili.

Ecco: dal punto di vista educativo, sui ragazzi ha più impatto una intervista come questa, che trenta ore di spiegazioni dell’insegnante a scuola.

Per favore, non diciamo più che la Scuola non funziona, e nemmeno che i ragazzi sono scansafatiche, scorretti e bamboccioni. Diciamo che la Scuola è immersa in una società malata, e che i ragazzi sono maleducati. Ma nel senso proprio di “male educati”.

venerdì 23 settembre 2011

“Gli alunni mi prendono in giro e non capisco perché”. 238°

Eva mi scrive:

“Gentile professoressa, sono insegnante da 10 anni... metà ho lavorato sul sostegno, metà sulla materia (Lettere), sempre su incarichi annuali, e poche volte purtroppo non ho dovuto combattere con gli alunni. In qualche caso il "combattimento" ha dato buoni frutti, ma la maggioranza delle volte purtroppo è sembrato solo peggiorare le cose.

Ecco il copione che si presenta di solito: i primi giorni sembra che vada tutto bene... poi, non so cosa io dica o cosa io faccia (a me sembra di comportarmi in modo normalissimo) che lancia alla mente dei ragazzi il messaggio: "Insultabile!" All'inizio è qualche risatina dietro le spalle, qualche battutina in classe a cui cerco di rispondere amichevolmente ma facendo capire che non è il contesto giusto. Presto si scatena il caos. Arrabbiarmi non serve. Cercare di stare calma non serve. Cercare di capirli e di farmi spiegare le loro ragioni non serve. Ridono solo ancora più forte. Una volta è capitato che mi circondassero per strada lanciandomi dietro invettive... Ogni volta che ricomincia l'anno scolastico spero di essere maturata abbastanza e che stavolta andrà diversamente, e ogni volta devo amaramente ricredermi. Ho versato lacrime al ritorno a casa, a volte non sono riuscita a trattenerle neanche in classe...

Convocare il consiglio di classe? L'ho fatto qualche volta. Niente da fare. Essere più riservata e severa? Niente da fare. Chiedere aiuto al preside? La risposta di solito è "Bisogna essere autorevoli e non autoritari e non venga a piangere da me, un insegnante deve saper tenere la classe".

Sì, sono minuta. Sì, sono riservata. Sì, ho la voce da papera. Sì, vedo insegnanti in gambissima ogni giorno con le mie stesse caratteristiche e cerco di imitarli, ma chissà perché le stesse parole, gli stessi atteggiamenti, con me hanno il significato opposto. E ogni giorno vado a scuola col terrore che le cose peggiorino e faccio lezione chiedendomi sempre se la mia reazione è stata quella giusta o se non ho commesso l'ennesimo errore...

Vorrei soltanto poter fare il mio mestiere senza essere maltrattata, è chiedere tanto? Se solo sapessi cosa, ai loro occhi, mi marca come zimbello.

Mi vesto in modo troppo giovanile? No. Cerco di chiacchierare con loro in modo amichevole? Sì. Cerco anche di essere disponibile verso i loro problemi. Questo mi etichetta come "debole"?

Comincio a perdere la fiducia in questi ragazzi e a credere di vivere in un mondo di bulli che traggono divertimento dalla sofferenza altrui. E non voglio che succeda. (Sono stata "bullata" da ragazzina e pensavo proprio, crescendo, di poter aiutare altri a uscire da questo problema... ma a quanto pare non ne sono ancora uscita io...

Due esempi che riguardano la mia classe attuale (una quinta superiore, tutta maschile: può capire quindi la mia apprensione!)

L'altro giorno durante una lezione di storia intervengo e dico ai ragazzi "Se vi può interessare, questi erano i tempi e i luoghi in cui erano ambientate le storie di Zorro"... Cosa ho detto di strano? Nulla, secondo me. Il giorno dopo, entrando in aula trovo un ragazzo di un'altra classe che mi chiede informazioni al riguardo con un sorriso un po' vistoso, perché, dice, "alla mia sorellina piace tanto Zorro". Gli do le informazioni che ha chiesto con gentilezza. Appena mi giro lo sento fare una risatina chioccia alle mie spalle imitandomi. Mi giro cercando di restare calma e chiedo "Cosa c'è?" Uno della classe mi risponde "Niente, sta facendo lo stupido". "Ah sì?" e non aggiungo altro, continuando a fare la faccia severa (almeno credo: spero basti, anche se comincio ad avere la solita paura strisciante). Siamo nel cambio dell'ora, quindi faccio come se ignorassi il ragazzo e quando mi apostrofa di nuovo gli dico un paio di volte di tornare nella sua aula prima che arrivi il professore: "Arrivederci". Lui tenta un'altra battutina. "Ma non mi dire. Arrivederci". Penso quasi di essermi comportata bene. Ma quando infine lui esce (e internamente io sospiro di sollievo), prima che la porta si chiuda mi strilla "Zorro!" con la vocetta chioccia di prima. Perché? Cosa ho detto? Cosa ho fatto? Mi piacerebbe credere a un episodio isolato ma la mia esperienza precedente mi contraddice... infatti il giorno dopo ancora (oggi), dopo le lezioni, sento di nuovo lo stesso ragazzo strillare da fuori la porta dell'aula chiamandomi per nome mentre passa... appunto, con la solita vocetta chioccia.

Ovviamente che posso fare? Rassegnarmi ad essere insultata da lui tutto l'anno e ignorarlo, perché se reagissi sarebbe per lui fonte di enorme divertimento, e comunque negherebbe di aver detto e fatto quel che ha detto e fatto, e i suoi amici starebbero tutti in circolo e si godrebbero la scena...

Almeno, mi consolo, non è stato uno dei miei ragazzi a farlo. Ma ecco una cosa capitata oggi che mi inquieta.

Non c'era l'insegnante dell'ora e sono stata lasciata sola coi ragazzi. Si sono comportati anche bene (sono bravi dopotutto... sono quasi tutti maggiorenni...), sono stati abbastanza silenziosi... magari potesse rimanere sempre così. A un certo punto si sono radunati tutti a vedere video comici attorno al telefonino, ma visto che era un momento di rilassatezza e stavano tranquilli non ho detto nulla.

Però... alla fine dell'ora li sento che leggono ad alta voce gli "annunci personali del giornale" e ridono. Forse dovevo far finta di niente, ma a quel punto ho pensato di non potere e ho detto: "Ragazzi, se dovete fare queste cose almeno abbassate la voce..." Non solo l'hanno alzata, ma hanno cominciato a far finta di aver trovato una che corrisponde alla mia descrizione tra le "inserzioniste". Non sorrido, commento "come no" (temo che qualsiasi altra reazione scatenerebbe l'ilarità) e mi metto a prepararmi. Mi dicono allora "Per lei c'è questo: Marco, 40 anni..." Cerco di minimizzare: "No, grazie, non m'interessa, ho un marito che va benissimo". "Ma ci si può sempre fare gli amanti!" "No, grazie, sto bene così". "Ah, ha già gli amanti? Va bene allora!" Non rispondo, e la cosa finisce lì perché suona la campana...

Un semplice scherzo che non avrà conseguenze, SPERO. Ma le mie colleghe mi hanno già terrorizzata dicendo che "basta far prendere tanto di confidenza" e i ragazzi ti molestano, e raccontandomi storie di altre che hanno subito orribili esperienze (poco diverse da quelle subite da me in passato, purtroppo...)

Spero che lei potrà darmi una parola di conforto. Mi scusi per la lunghezza...”

Cara Eva, cerco di aiutarti più che posso, facendoti notare alcune frasi che hai scritto. Sono costretta ad essere molto schietta, ma credo che serva questo, per farti capire bene. I giri di parole spesso confondono e lasciano il tempo che trovano. Devi arrabbiarti, leggendo questa risposta. Devi convincerti del fatto che gli alunni non devono permettersi di mancarti di rispetto.

Scrivi:

“…qualche battutina in classe a cui cerco di rispondere amichevolmente ma facendo capire che non è il contesto giusto.”: Eva, ti hanno mancato di rispetto e tu fai capire che non è il contesto giusto? Quindi c’è un contesto giusto? E, soprattutto, lo fai “amichevolmente”?

L’insegnante, anche se avesse la loro stessa età, ha un ruolo ben preciso, che è quello di insegnare. Non può essere amica né amichevole. Deve essere “l’insegnante”. Nel momento in cui ti percepiscono “una di loro” hai perso il tuo ruolo. Come ho già detto, il rapporto fra docente e alunno è asimmetrico: tu sei più su, sei quella che dà, e loro quelli che ricevono. Se scendi giù non riesci più a salire.

“Ho versato lacrime al ritorno a casa, a volte non sono riuscita a trattenerle neanche in classe...”: Eva, mai e poi mai mostrarsi deboli: noi siamo insegnanti, persone sulle quali loro devono fare affidamento, educatori, guide. Come si può rispettare una guida che, mettendosi a piangere, dimostra di aver perso compleamente l’orientamento? Piangi pure, se ti serve, ma a casa.

“Cercare di capirli e di farmi spiegare le loro ragioni non serve.”: certo che non serve! Le ragioni di che cosa? Della loro scorrettezza, della loro maleducazione, presunzione, mancanza di sensibilità, immaturità? Vorresti che ti spiegassero perché ti sbeffeggiano? Chiedere spiegazioni li autorizza – o li invita addirittura- a continuare. E a ridere di te e a considerarti patetica quando ti arrabbi.
“Convocare il consiglio di classe? … Chiedere aiuto al preside?”: mai chiedere aiuto a colleghi e, soprattutto, al dirigente. Ha ragione la tua preside: “non venga a piangere da me, un insegnante deve saper tenere la classe”. Non lo fare più: la voce si sparge, e arriva anche ai ragazzi.

“..chissà perché le stesse parole, gli stessi atteggiamenti, con me hanno il significato opposto”: accade perché ormai hai perso la faccia. Imparare ad essere autorevoli è un processo lungo, ma ci si può riuscire.

“Cerco di chiacchierare con loro in modo amichevole? Sì… Questo mi etichetta come "debole"?”: no, Eva, ti etichetta come “questa tenta di essere nostra amica, ma non ha la nostra età: che insegnante è?”.

“..visto che era un momento di rilassatezza e stavano tranquilli non ho detto nulla…”: come? I ragazzi si radunano in classe a guardare video comici o annunci matrimoniali e tu, contenta che, distratti dal telefonino, non avevano tempo di prenderti in giro, ti sei guardata bene dal dire qualcosa? Hai insegnato loro che possono fare quello che vogliono. Mi risulta che il cellulare non si possa usare, che in classe si dovrebbe fare lezione. Come me è così. Con te, invece, si può. Ti offrono il numero di un amante adatto a te – gravissima mancanza di rispetto - e tu cerchi di minimizzare e stai al gioco? Ecco un altro comportamento che trasmette l’idea “con quella si fa quello che si vuole”.

"Ragazzi, se dovete fare queste cose almeno abbassate la voce...": come sarebbe a dire “se dovete fare queste cose”? Eva, tu sei l’insegnante, che deve dire loro come devono comportarsi e se devono o non devono fare una certa cosa.

“E ogni giorno vado a scuola col terrore”, “Se solo sapessi cosa, ai loro occhi, mi marca come zimbello.”: cara Eva, ho cercato di spiegartelo. Tu temi di essere uno zimbello, vai a scuola con il terrore di trovarti in difficoltà, e loro se ne accorgono e ti trattano come uno zimbello. È una forma di bullismo: sono i deboli che vengono presi di mira dai bulli.

Non hai abbastanza autostima e questo viene percepito anche dai ragazzi. Lavora su te stessa per diventare più forte e sentirti degna di rispetto: solo allora – vedrai – ti rispetteranno. Forza, Eva!

Fammi sapere.

mercoledì 21 settembre 2011

Dubbi e frustrazioni degli insegnanti. 237°

Marcello mi scrive:

“Carissima Prof. Milani,

sono entrato in ruolo quest'anno da concorso e dopo 14 anni di lavoro nel privato ho deciso di cambiare vita. Questo è un treno che passa una sola volta e non ho voluto perdermi l'occasione di capire se questo lavoro facesse per me.

Da bambino (forse come molti) immaginavo spesso di essere un insegnante così ho lasciato il mio posto a tempo indeterminato, con uno stipendio molto più alto di quello attuale, in cambio di un pò di tempo libero, che un giorno spero di avere. Essendo alle prime armi adesso impegno tutta la mia giornata a studiare, leggere programmare... forse anche troppo, ma è il mio modo per non sentirmi "impreparato" o inadeguato. Ebbene si, sono uno a cui piace avere il controllo delle cose.

Molti mi dicono che secondo loro sono portato per l'insegnamento ma a dire il vero, dopo i primi giorni di scuola ho messo in dubbio la mia scelta! La scuola nella quale insegno non è una scuola facile, non è lontana da dove vivo e conosco esattamente in quale pasticcio sono finito ...per di più è una sede dislocata lontano dalla sede centrale e non ci sono altri insegnanti di matematica con cui confrontarmi!

Certi giorni torno a casa con un gran mal di testa e grande frustrazione. Insegno matematica alle medie e la materia non aiuta molto.

Spesso torno a casa e mi sembra di aver urlato come un ossesso anche se poi dei ragazzi l'altro giorno mi hanno confessato che non urlo come "quella che c'era prima" eppure a me sembra di urlare e sbattere troppo spesso le mani sulla cattedra per chiedere silenzio e attenzione. Torno a casa e penso a tutte le cavolate che ho fatto e detto...e mi sembra di aver sbagliato tanto.

Sto provando a utilizzare diverse "tattiche" per tenere ed interessare la classe e la cosa che ho capito è che le variabili in gioco sono davvero tante: tutte le classi sono diverse e ogni giorno è un giorno diverso. Probabilmente devo solo affinare e aumentare il numero di strategie/strumenti per tenere buona una classe.

Eppure scrivendo mi chiedo, cose è meglio una classe "buona e silenziosa" oppure una classe che risponde agli stimoli e impara? Credo la seconda anche se è più faticosa!

Come vede ho molti dubbi, uno di questi è sull'essere rigido e far dare spesso compiti in classe difficili (a sorpresa) per incutere timore di brutti voti, solo che ho sempre il timore che certe scelte possano tornarmi indietro come un boomerang. Pensa che sia opportuno essere rigido e inflessibile nella fase iniziale dell'anno per evitare che i ragazzi si rilassino troppo? So che con il tempo impareranno ad apprezazrmi ma adesso è bene incutere un pò di timore?

Non ho ancora letto il suo libro che ho acquistato ed attendo con ansia, sono sicuro mi sarà utile... volevo anche ringraziarla perchè il fatto di aver scritto un libro dimostra che esistano strategie, strumenti, tecniche per diventare un buon insegnante e che in qualche modo si possono tramandare e farle proprie.

Le farò sapere non appena avrò ricevuto e letto il libro. Saluti”


Caro Marcello,

spero che troverai alcune delle risposte ai tuoi dubbi nel libro che ho scritto. Diciamo pure che l’ho scritto per questo. Ma voglio dirti che fra gli aspetti più stressanti del nostro lavoro ci sono i dubbi continui e le frustrazioni. Ce li abbiamo tutti e continuiamo ad averli anche dopo anni. All’inizio, è ovvio, sono di più, ed è molto importante fare quello che capisco stai già facendo: porsi delle domande, avere dei dubbi, cercare strategie. Hai detto bene: “tutte le classi sono diverse e ogni giorno è un giorno diverso. Probabilmente devo solo affinare e aumentare il numero di strategie/strumenti per tenere buona una classe.”

Vedrai che questo ti porterà ad essere un buon insegnante.

È molto importante, infatti, che tu sappia che sono proprio gli insegnanti che più si impegnano quelli che hanno più dubbi e provano la frustrazione di non riuscire a fare quello che vorrebbero. Si pongono domande su come essere più bravi, si pongono degli obiettivi per fare bene il loro lavoro e, quando si accorgono che situazioni interne o esterne alla classe diventano ostacoli al loro raggiungimento, provano una grande frustrazione. Brecht diceva “Sono coloro che non riflettono a non dubitare mai!”. Ho scritto tutti i consigli che leggi sul blog e sul libro perché nella mia carriera ho molto dubitato.

L’importante, però, caro Marcello, è non demoralizzarsi e resistere a tutte le difficoltà.

Non so che lavoro facevi, ma l’insegnamento, se fatto con impegno e passione, può essere anche fonte di soddisfazioni profonde.

Nel blog e nel libro ho dato parecchi consigli su come si entra in classe: quando li leggerai vedrai che all’inizio è essenziale essere gentile, serio, inflessibile sui comportamenti scorretti e che, finché non diventerai autorevole, potrai essere un po’ autoritario. Ma non usare “i compiti in classe difficili (a sorpresa) per incutere timore di brutti voti”: ti farai soltanto considerare un cattivo insegnante che non si interessa delle loro paure. Fai quello che consideri giusto e corretto: mi sembra che in cuor tuo tu sappia già che questo non è giusto. Si può essere autorevoli e comprensivi allo stesso tempo. Ma non si può essere autorevoli e “amiconi” allo stesso tempo. Un insegnante è un insegnante e non un amico: quando sei comprensivo spiega loro che è una concessione, e non un loro diritto o una tua debolezza.

Mi chiedi se “è meglio una classe "buona e silenziosa" oppure una classe che risponde agli stimoli e impara”. Ti rispondo: una classe abbastanza buona e silenziosa, che risponde agli stimoli e impara”.

Spero di averti aiutato. Fammi sapere, allora!

lunedì 19 settembre 2011

Ultime notizie sul libro. Ci sono riuscita!

Cari lettori del blog interessati al mio libro: a grande richiesta :-) ho reso disponibile il libro anche in versione scaricabile.
Purtroppo in questa versione non compare la copertina di Moise, perché è in quadricromia, ma dovrete accontentarvi! Potete vederla, però, nell'anteprima del libro.
Mi raccomando: pubblicizzatelo!!
Grazie!

domenica 18 settembre 2011

"Disabili a scuola e disabile a casa: ho paura di non reggere". 236°

Silvia mi scrive:

"Buonasera prof. Milani, ho scoperto il suo blog da qualche giorno e le scrivo…

Mi chiamo Silvia e sono un’insegnante di 40 anni di ruolo da due sul sostegno alle scuole medie inferiori. La mia materia è Lettere ed è ciò che ho sempre insegnato, con l’eccezione di un anno, negli otto di precariato. Quell’anno di sostegno mi ha fatto capire che decisamente preferisco fare Lettere, ma un anno mi sfugge il ruolo nella materia perché mi supera una riservista, un anno i posti vanno a soprannumerari… e così accetto il ruolo sul sostegno. Sono sposata, mio marito ha un lavoro precario e abbiamo due bimbe, non posso certo permettermi di rifiutare…

Svolgo il mio lavoro con professionalità, coscienziosità e senso del dovere, ma io mi spengo. Sarà che ho avuto alunni con ritardo mentale grave con i quali ho portato avanti il programma della scuola dell’infanzia e sono perciò stata avulsa dal resto della classe, ma mi sono sempre sentita una figura a sé stante. Non più il racconto agli alunni del libro che stavo leggendo, non più i commenti su fatti di cronaca e politici che si agganciavano al programma, non più il rapporto con gli alunni che ti considerano una figura di riferimento, non più l’organizzazione della vita scolastica…

Insegnare sostegno è diventato per me ora oltremodo difficile perché mio padre è DIVENTATO un disabile. Sinora non ero consapevole del fatto che disabili non solo si nasce, ma lo si può diventare. Un uomo di non ancora 70 anni che viene colpito da un ictus e diventa l’ombra di sé stesso. Nei suoi periodi migliori è in carrozzina e parla, nei peggiori, uno è appena passato, è ricoverato in ospedale e i medici mi dicono: “Signora, si prepari al peggio…”. E’ assistito da una badante, io sono orfana di madre e mia sorella vive all’estero da anni…

Io non stacco mai, a scuola disabili, a casa mio padre. Ho paura di non reggere e mi dico che la mia salute viene prima del mio lavoro e che, se non dovessi farcela, andrò dallo psichiatra e mi metterò in malattia…

Sono convinta che se insegnassi Lettere sarei più impegnata mentalmente e in quanto a carico di lavoro da svolgere a casa e starei meglio… ma così non è.

La ringrazio per l’attenzione."

Cara Silvia, ci sono dei momenti nella vita in cui si entra in un tunnel dove, se ti giri vedi muro e buio. Se questo è per te uno di quei momenti devi ripeterti che ora è toccato a te, entrare nel tunnel, ma prima o poi il tunnel finirà, e rivedrai la luce. Resisti!

Capisco quello che provi e che cosa significa essere obbligati dalle contingenze della vita a scegliere una strada che non ti piace invece di quella che vorresti. È capitato anche a me. Per questo ti suggerisco di concentrarti su quello che la vita ti ha obbligato a scegliere, accettandolo, senza più pensare ai “se” e ai “ma”, che non servono a nulla. Anzi, servono soltanto a sentire la vita che fai come un sopruso, un’ingiustizia. Dedicati a studiare il caso del ragazzino che ti è stato affidato, e cerca di sperimentare qualcosa ogni giorno. Ci sono tanti libri e siti internet sull’autismo. Cerca di diventare un’esperta e applica quello che scopri. Considerala una sfida. Vedrai che ritroverai la voglia di insegnare.

Capisco anche che cosa significa affrontare il dolore che nasce dal vedere che una persona che ami non è più quella che era; sentire che non puoi più essere una figlia, ma devi diventare tu un genitore, perché è tuo padre che adesso ha bisogno di te. Sentire che qualcosa di quello che era non esiste più. È già un lutto.

Ma non devi vedere tuo padre come un disabile, ma come un padre che adesso ha bisogno di te. La badante si occupa del disabile, tu occupati solo di tuo padre. Non ti lasciare annientare dal dolore e dai rimpianti. Cerca di trovare qualche spazio per te, per tuo marito e, soprattutto per le tue bambine.
Per farlo, devi accettare il fatto che è giusto che a volte tu sia obbligata a lasciare la cura di tuo padre alla badante. E senza sentirti in colpa: hai dei doveri anche verso te stessa, tuo marito e le tue bambine. Organizzandoti riuscirai a non sentirti più in trappola.

Cara Silvia, vedrai che, attraversato il tunnel, ci sarà per forza la luce. Resisti, allora!

Spero di averti aiutato almeno un po’.

Fammi sapere.


venerdì 16 settembre 2011

“Si può imparare ad essere autorevoli con gli alunni?” . 235°

Annarita mi scrive:
“Gent.ma professoressa Milani,
innanzitutto vorrei farle i complimenti per il suo bellissimo blog.
Le scrivo per chiederle cortesemente una sua opinione in riferimento ad una domanda che mi pongo ormai da diverso tempo e per la quale i fatti mi portano purtroppo a formulare una risposta negativa.
E' possibile che un'insegnante che trova frustrante il suo lavoro poiché nonostante tanto impegno non riesce a a gestire la classe e a farsi rispettare dagli alunni, possa cambiare e diventare una brava insegnante autorevole?
Ho 45 anni e insegno nella scuola sec. di 1° grado, sono laureata in Biologia, non mi sono mai sentita portata per l'insegnamento e avrei voluto svolgere un altro lavoro più consono alla mia formazione universitaria.
Purtroppo le difficoltà nel trovare un lavoro stabile mi hanno spinta a partecipare al concorso a cattedre e, avendolo superato, sono di ruolo ormai da diversi anni.
Dovrei essere contenta poichè ho un lavoro fisso, al contrario di tantissime persone disoccupate.
Invece non sono contenta, anzi sono disperata perché avrei preferito non superare il concorso e non svolgere questo lavoro che sta rendendo la mia vita un inferno.
Mi impegno tantissimo per organizzare lezioni valide, gli alunni stessi mi dicono che spiego in modo chiaro e comprensibile, ma il grande problema è la disciplina!
Non riesco proprio ad avere polso e a farmi rispettare, sembra quasi che gran parte degli alunni mi considerino una pseudo-insegnante e tutti i miei sforzi non portano a niente, soprattutto il mio lavoro non é efficace.
I pomeriggi sono talmente stremata da perdere completamente la voglia di organizzarmi per l'indomani, con l'umore sotto i piedi e per dieci mesi vengo, giorno dopo giorno, assorbita da un buco nero, per poi risuscitare solo nei mesi di luglio e agosto.
Nonostante acquisti e legga libri di psicologia scolastica e manuali sulla gestione della classe, non cambia niente.
A questo punto penso che dipenda soprattutto dalla personalità e dal carattere di una persona che probabilmente non si possano modificare.
Ho deciso di acquistare il suo libro, poiché sono sicura di trovare consigli utilissimi, ma vorrei tanto cambiare lavoro perché non voglio vivere
svolgendo una professione che è per me una tortura e un'umiliazione continua.
Purtroppo mi rendo conto che la realizzazione di questo mio desiderio, che equivarrà ad una rinascita, sarà molto molto improbabile.
Secondo lei, potrei ancora riuscire a diventare una brava insegnante oppure è meglio che mi impegni seriamente a cambiare lavoro?
La ringrazio per l'attenzione e per i consigli che mi vorrà dare.
Un caro saluto, una prof infelice!”


Cara Silvia,
dici “Nonostante acquisti e legga libri di psicologia scolastica e manuali sulla
gestione della classe, non cambia niente.”: ma hai letto il mio? :-) Scherzi a parte, mi chiedi “E' possibile che un'insegnante che ..non riesce a a gestire la classe e a farsi rispettare dagli alunni, possa cambiare e diventare una brava insegnante autorevole?”

Cara Silvia, se pensassi che non è possibile non avrei certo scritto un libro di consigli che, principalmente, servono ad aiutare a gestire le classi, soprattutto quelle difficili.
Se leggi sul blog le lettere che mi scrivono gli insegnanti, ti accorgerai che non sei sola. A qualcuno ho risposto che a volte è meglio fare di tutto per cambiare lavoro. A te non lo dico perché sei di ruolo e puoi farcela. È vero che il carattere conta molto, ma si può in parte modificare (anche a 45 anni) e ci si può aiutare con la preparazione. Bisogna essere molto interessanti (dal punto di vista dei ragazzi, è ovvio) per interessarli. E' utilissimo conoscere le strategie per motivare, per coinvolgere, per essere creativi, ecc.
L’autorevolezza deve essere prima di tutto dentro di te. Tu ti devi sentire autorevole per essere vista come autorevole. Devi sentire quanto puoi aiutarli. Soltanto così riuscirai a cambiare.
Non ti scoraggiare: insegnare a volte è frustrante, l’ho detto molte volte. Ma può anche essere meraviglioso. E se hai fiducia in te, lo sarà.
Leggi attentamente il libro, medita su tutto quello che c’è scritto e fammi sapere se ti aiuta. La prossima volta mi piacerebbe che tu ti firmassi “Una prof. rinata” :-)

In bocca al lupo!


“Con gli alunni è meglio essere gentili o far paura?” 234°

Stella mi scrive:
“Gentile prof.ssa Milani, ho appena finito di leggere il suo libro e volevo ringraziarla per gli ottimi consigli e le strategie che descrive. Sicuramente mi sarà utile, considerando che ho quasi sempre dovuto affrontare vari problemi di disciplina nelle classi che ho avuto. Mi rendo conto che parte di essi derivavano anche da miei atteggiamenti sbagliati.
Una sola cosa mi ha stupito nel suo libro e cioè il fatto che lei sottolinei molto di dover essere il più possibile gentili e cortesi con gli alunni per ottenere il loro rispetto. Io sono una persona molto educata e gentile per carattere ma questa caratteristica non mi ha mai aiutato con gli alunni, anzi. Mi viene spontaneo rivolgermi a loro con cortesia ed educazione ma mi sono spesso chiesta se ciò non fosse il modo sbagliato di rivolgermi a loro. E' da pochissimi anni che insegno ma mi ha sempre colpito il fatto che i colleghi che più riuscivano a mantenere la disciplina in classe fossero completamente l'opposto dell'insegnante cortese. Ho notato molto spesso questi professori trattare male gli alunni, essere sempre pronti a rimarcare le loro mancanze con tono aggressivo e pieno di disprezzo, dando ordini senza un minimo "per piacere"...solo ordini e magari anche qualche velato insulto. Mi ero convinta che fosse l'unico modo per ottenere un minimo di disciplina in classe. All'inizio mi sembrava assurdo il loro modo di trattare i ragazzi ma quando facevo il confronto col silenzio che regnava nelle loro ore e il chiasso e confusione nelle mie mi sorgeva il dubbio che fossi io in errore. Forse i ragazzi scambiano l'educazione e la gentilezza per debolezza? Forse è perchè mi vedono giovane? Il mio carattere tendente al timido purtroppo spesso salta fuori ma mi chiedo quale sia la parte giusta da recitare a scuola se non altro per sopravvivere senza sgolarmi e farmi venire le lacrime agli occhi nelle classi più tremende. Ora sono ancora a casa in attesa di chiamate da scuole ma spero che quest'anno possa fare tesoro dei suoi consigli e soprattutto riuscire a metterli in atto sul serio nonostante i miei limiti caratteriali.
Mi scusi per la lunga mail, volevo solo condividere con lei le mie riflessioni.

Grazie ancora e buon pomeriggio!”
Cara Stella, il mio libro "consigli pratici per giovani insegnanti", per essere davvero utile, non va soltanto letto. Va letto e riletto, riflettendo su ogni singolo concetto, perché soltanto così ti crei un “bagaglio”, se non di esperienze – perché l’esperienza va fatta in prima persona – di campanelli di allarme che ti permettano di non fare tanti errori. In realtà, sono "consigli" da studiare :-)
Detto questo, aggiungo che, se leggi bene, raccomando di ostentare la gentilezza, di sottolinearla, di farla notare a tutti. Ricorda: non basta “essere”, bisogna anche “apparire”.

Sì, i ragazzi scambiano l’educazione e la gentilezza per debolezza se non c’è anche, da parte dell’insegnante, l’atteggiamento di sicurezza che ha una guida che sa quello che fa.
Non è vero che i professori più sgarbati e aggressivi sono i più rispettati: quello non è “rispetto”, è paura, ma spesso è anche odio.
Non dobbiamo mirare ad essere amati e neppure temuti. Dobbiamo cercare di essere stimati. E per essere stimati, per avere autorevolezza, bisogna essere molto gentili, ma anche essere “guide” che all’occorrenza impartiscono ordini e, nell’attesa di essere “autorevoli”, anche un po’ autoritari, quel tanto che basta per chiarire bene il fatto che noi siamo gli insegnanti e loro sono gli alunni.
Spero di averti aiutato! Fammi sapere! In bocca al lupo per il lavoro!

mercoledì 14 settembre 2011

“Umiliazione in classe”. 233°

Stefania mi scrive:
"Gentile professoressa,
mio figlio 15enne, è un ragazzo timido (me lo dicono anche i professori)...studia biologia, durante la lezione di informatica, un suo compagno di classe gli ha chiesto una cosa (credo riguardasse la lezione),il professore lo ha ripreso e anzichè fermarsi ad un rimprovero o magari una nota per la sua disattenzione, ha cominciato a dirgli che non è uno che può permettersi di non fare attenzione visto i suoi 4 ..tutto questo davanti ai suoi compagni di classe..mio figlio si è sentito in imbarazzo (il che vuol dire che non è uno spavaldo o che ci ride sopra)...ora io non so se parlarne al professore dicendo che non era necessario arrivasse a rivelare a tutta la classe i suoi voti..mio marito al contrario non vuole, dice che se lo faccio ,questo prof potrebbe prendere di mira mio figlio e “vendicarsi”. Quindi si è accesa una discussione tra me e mio marito sul da farsi. Io ci resto male perchè io da piccola ho subito molte umiliazioni con la maestra che avevo...e ancora oggi se ci penso mi resta il rancore e rabbia.....secondo lei cosa si potrebbe fare?....................la ringrazio se vorrà rispondermi. Cordiali saluti Stefania"
Cara Stefania,
non so se hai già letto i miei post. Se non lo hai fatto ti invito a leggerli, perché credo che potrebbero aiutarti a capire come funziona una lezione, e ad accettare di più le parole degli insegnanti, senza pensare che siano sempre frutto di incompetenza o mancanza di sensibilità e rispetto verso gli alunni. Spesso i genitori stanno male immaginando umiliazioni ai figli che non ci sono. Provo a spiegarti.
Da quello che mi dici, tuo figlio si è distratto (e non andiamo a vedere perché, dato che conta la sostanza, che è il fatto che durante la spiegazione non si deve rispondere a compagni che chiamano). Tu avresti voluto che il professore lo rimproverasse e gli mettesse una nota, ma non che facesse riferimento alle sue insufficienze, perché tuo figlio, timido, si è sentito in imbarazzo.
Cara Stefania, spero di non deluderti dicendoti che accade continuamente che l’insegnante faccia riferimento ai risultati degli alunni, e che lo faccia di fronte a tutti gli altri. Questo è normale, perché i voti non sono un segreto, in classe, e perché in classe si parla apertamente quasi come se si fosse in famiglia. Questo accade perché vediamo i ragazzi solo in classe, insieme agli altri. In quale altra occasione il professore avrebbe potuto sollecitarlo a stare più attento ricordandogli il fatto, per convincerlo dell’opportunità di farlo, che ha dei 4 che deve riparare?
Non credo che il professore, se tu andassi a parlargli, potrebbe “vendicarsi”. Ci mancherebbe altro! Sarebbe un pessimo insegnante! Ma penso che ti considerebbe una che interviene dove non dovrebbe.

Mi dispiace, Stefania, che tu abbia sofferto per delle umiliazioni, ma penso che spesso i rimproveri degli insegnanti vengono sentiti come umiliazioni, dai bambini e dai ragazzi, se in casa vengono sentiti così. I figli vedono quello che facciamo loro vedere. Se nostro figlio ci riferisce qualcosa che qualcuno gli ha detto, e noi ci mostriamo stupiti e offesi per lui, si sentirà in dovere di sentirsi offeso e umiliato anche lui. E questo si può trasmettere anche senza parole.
Ovviamente, altro discorso sarebbe se il professore lo avesse offeso con parole come “chiacchieri invece di stare attento, perché sei un deficiente!”. Ecco, questa sarebbe stata una grave offesa e avresti avuto non solo il diritto, ma anche il dovere, di protestare vivamente.

Credo che potresti andare dal professore soltanto per informarlo del fatto che tuo figlio si è vergognato. Ma, personalmente, lo ritengo poco utile. Probabilmente il professore non se lo ricorderà più neanche. Glielo dirai quando ti capiterà l’occasione, se lo vorrai ancora. Forse, nel frattempo, ti accorgerai che a tuo figlio è servito essere rimproverato così.
Spero di averti aiutato. Fammi sapere!

AVVISO PER CHI MI HA SCRITTO

AVVISO per chi mi ha scritto e non ha ancora ricevuto risposta: scusatemi. Sono rimasta un po' indietro con le risposte private! Un po' di pazienza....A presto!

P.S: Se avete scritto da più di 15 giorni allora c'è qualcosa che non va: scrivetemi di nuovo!

lunedì 12 settembre 2011

COME COMPERARE IL MIO LIBRO

Mi viene chiesto a volte come comperare il mio libro su LULU.

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Poi clicca su "AGGIUNGI AL CARRELLO".
Metti il numero di copie che desideri acquistare (per es. 1); ti viene il prezzo; poi, in basso a destra clicca su CASSA; ti si aprirà la pagina nella quale devi indicare il tipo di spedizione che preferisci (per es. "posta"); poi segui le istruzioni per la forma di pagamento. Non puoi pagare in contrassegno. Devi avere paypal, posta pay, o la carta di credito.
Dovrei riuscire fra poco a inserire il libro su Amazon. Vi informerò.

Spero di essere stata chiara. :-)

Fatemi sapere, mi raccomando!

La Scuola è in punto di morte. 232°

Ecco, forse ci siamo. Abbiamo finalmente toccato il fondo, e la Scuola italiana è un malato terminale; è moribonda, e stiamo aspettando ormai che qualcuno le dia il colpo di grazia.
Avrei voluto evitare interventi politici, ma a volte è proprio impossibile. Senza contare il fatto che non parlare, a mio parere, ci rende complici.
Per decenni la Scuola è stata trattata da cenerentola della società; i professori erano considerati dei pezzenti, fessi che tanto lavoravano lo stesso; i maestri erano il “signor maestro” solo all’apparenza, perché le loro mogli, come quella del maestro di Vigevano, portavano i mutandoni del marito. Poi, più neanche quello, perché per pagarli ancora meno hanno fatto in modo da farli apparire agli occhi dei cittadini come dei fannulloni e degli incapaci.
Hanno reclutato come supplenti, e supplenti dei supplenti, tutti quelli che potevano dare un voto ad un certo partito politico, senza metterli mai a posto, per poterli ricattare per anni, con la promessa di un lavoro sicuro. Hanno immesso in ruolo allo stesso modo, quelli che potevano servire come elettori, senza preoccuparsi davvero di verificare la loro preparazione o di mettere in grado i docenti e i dirigenti di essere capaci insegnanti e presidi. Poi, hanno cominciato a dire (loro, proprio quelli che lo avevano fatto) che gli insegnanti erano troppi, che era finita l’era del bengodi, e che bisognava tagliare, perché tutti questi docenti erano troppi. E di nuovo hanno gridato al “fannullone”. E la gente ci ha creduto.
E via con i tagli, via con il non pagare i supplenti, via con il non sostituire i docenti che andavano in pensione. Dichiarando sempre “non ci sono stati tagli”. Sanno che basta ripetere ripetere ripetere una cosa per farla credere vera.
“Gli insegnanti sono incapaci, fannulloni, troppi, poco preparati (soprattutto quelli del Sud); ci sono troppi insegnanti per una stessa classe, troppe ore, troppi insegnanti di sostegno. Gli insegnanti sono incapaci, fannulloni, troppi, poco preparati (soprattutto quelli del Sud); ci sono troppi insegnanti per una stessa classe, troppe ore, troppi insegnanti di sostegno. Gli insegnanti sono incapaci, fannulloni, troppi, poco preparati (soprattutto quelli del Sud); ci sono troppi insegnanti per una stessa classe, troppe ore, troppi insegnanti di sostegno. “. Basta ripeterlo, e il gioco è fatto.
Ma non è affatto vero. La verità è che se prima c’erano troppi insegnanti e se andavano in pensione troppo presto la colpa è di chi aveva scambiato dei privilegi con dei voti; se hanno spinto perché i docenti andassero in pensione anticipata era perché a loro conveniva così: se hanno tenuto nel precariato tanti insegnanti è perché a loro conveniva così. Invece adesso danno la colpa a noi.
Vogliono rimettere le cose a posto mandandoci in pensione un bel po’ più in là; sostenendo che abbiano già goduto di privilegi (ma quali?), che è necessario perché la situazione mondiale è difficile. Scuola fatiscente e insegnanti vecchi (troppo, per un lavoro che ha bisogno di molte energie e capacità di aggiornarsi continuamente). E altri disoccupati e altri precari si accumuleranno, ad aspettare che si liberi qualche posto (che forse non assegneranno). È questa la Scuola senza tagli? Ma fatemi il piacere!
Adesso vogliono addossare tutte le colpe ai docenti, anche quelle che sono prima di tutto loro. E addossano ai docenti anche le colpe dei genitori, imbambolati dai media. E addossano anche le gravissime colpe dell’economia, che rende i ragazzi dipendenti da Ipod, Ipad, videofonini, ecc., e poi li chiama “bamboccioni”.
Le scuole, in realtà, non hanno abbastanza maestri, né professori, né bidelli, né segretari; non hanno elettricisti, né idraulici, né tecnici informatici, né imbianchini, né muratori che ristrutturino gli edifici, o li mantengano efficienti.
Nelle scuole c’è troppo caldo o troppo freddo, c’è troppa luce o poca luce, non ci sono tende, spesso non ci sono scale antincendio; ma non ci sono penne, libri, quaderni; non c’è carta, non ci sono sufficienti macchine fotocopiatrici, computer, lavagne multimediali, gessi, cancellini; le sedie sono rotte o molto danneggiate; i banchi sono fragili perché costano poco e si rompono subito; e sono troppo alti o troppo bassi.

Le aule sono troppo piccole e diventano presto superaffollate. Pericolosamente superaffollate. I bagni puzzano perché sono vecchi; le porte sono mezze rotte e non è vero che i ragazzi le rompono: si rompono con nulla.
Non ci sono abbastanza maestri per accompagnare i bambini in bagno: come si fa? Ci si va tutti insieme. La preparazione certo non ci guadagna.
Non c’è carta igienica: lo sanno tutti che si deve chiedere l’elemosina ai genitori.

Non ci sono aule, non c’è attrezzatura e non c’è personale per aiutare i ragazzi in difficoltà e i portatori di handicap/diversamente abili; il denaro assegnato alle scuole è diventato un ridicolo mucchietto di spiccioli con cui non si potrà fare nulla. Ma loro continuano a sparare fantasiose cifre, e la gente continua a credere che tutto ciò sia “necessario”.
Ma quale paese civile tratterebbe così male i suoi figli, lasciandoli in queste condizioni di degrado? Anche l'uomo più in salute, se lasciato nel degrado, nei disagi, e senza ossigeno, alla fine muore. E la Scuola è in punto di morte.
E poi dicono che la Scuola e gli insegnanti non funzionano.
È ormai arrivato il momento di urlare la nostra rabbia e il nostro dolore di docenti, di studenti e di genitori. Basta! Non prendeteci più in giro!

giovedì 8 settembre 2011

Buon anno scolastico. 231°

Buon anno scolastico ai bambini piccolissimi che varcheranno per la prima volta nella vita la porta di una scuola materna aspettandosi di trovare quello che i genitori hanno loro descritto: un parco giochi, un luogo pieno di amici e giocattoli, dove si imparano tante cose e ci si diverte. O una prigione lontana dalla mamma, nella quale sono stati costretti ad andare, perché a casa non possono stare perché mamma e papà lavorano.
Buon anno ai bambini della prima elementare, che passeranno dai giochi, dalle canzoncine e dalla nanna, a un luogo affollato dove dovranno imparare a stare seduti, a non addormentarsi sul banco, a chiedere il permesso per tutto; dove impareranno che ci sono bambini che li picchieranno senza un perché, e dove forse impareranno a sentirsi soli e spaventati in mezzo agli altri.
Buon anno ai bambini dislessici e disgrafici che forse verranno sgridati perché non leggono bene e non scrivono bene.
Buon anno ai ragazzi di prima media, che varcheranno la soglia di quella scuola tanto difficile agitata loro come spauracchio dalle maestre, dove i professori severissimi li puniranno se si comporterannno male.
Buon anno ai ragazzi della scuola media, che studieranno ancora per pochi anni e poi andranno a lavorare, con un po’ di cultura, se avranno trovato insegnanti che tengono a loro anche se “non sono portati per lo studio”; e a quelli che continueranno gli studi, magari fino alla laurea, e sogneranno chissà quali successi nel lavoro, ma sanno già che forse non lo avranno.
Buon anno ai ragazzi della “prima superiore”, come dicono loro. Che si sentono grandi, che chissà che lavoro faranno e se troveranno lavoro.
Buon anno ai ragazzi che concluderanno il corso di studi superiori e dovranno decidere della loro vita, e sceglieranno se cominciare a cercare un lavoro subito ed essere da subito catalogati come “in cerca di occupazione” e “disoccupati”, o cercarlo fra qualche anno, da laureati, per diventare “disoccupati”, “precari”, o sottoccupati”, per giunta offesi e chiamati “bamboccioni” o “fannulloni”.
Buon anno scolastico a tutti gli alunni delle scuole che stanno ripetendo l’anno, e che sperano, quest’anno, di essere promossi.
Buon anno ai genitori che soffrono insieme ai figli i loro disagi scolastici.
Buon anno agli insegnanti che pensano con sgomento che dovranno varcare la soglia di una classe difficile, e a quelli che ce la mettono tutta, e soffrono perché non possono fare quello che vorrebbero in questa povera Scuola.

La paura di entrare in classe. 230°

"Gentile professoressa Milani,

sono un'insegnante di scuola media. Ho avuto la fortuna di lavorare per due anni in una scuola fantastica, formata da classi piccole e da alunni disciplinati. Riuscivo a portare avanti il programma senza fatica e ad inventare attività divertenti e stimolanti. A volte ho completato il mio orario in scuole piuttosto difficili. In particolare l'anno scorso mi hanno assegnato una terza molto complicata. Tornavo a casa frustrata perché non riuscivo ad ottenere il silenzio. Fare lezione era impossibile. La collaborazione delle famiglie è servita a poco e anche i colleghi non mi sono stati molto d'aiuto, nemmeno loro sapevano bene come gestire la situazione. Durante le mie ore era il caos, ed io che sono una persona precisa, che ho bisogno di ordine e di attenzione ero totalmente avvilita e scoraggiata. Ben presto ho gettato la spugna. Mi sono detta che avevano vinto loro e che poi agli esami mi sarei vendicata con scritti difficili ed orali in cui non avrei perdonato la minima esitazione. Alla fine non me la sono sentita di scendere ad un livello così basso..

Quest'anno mi ritrovo a vivere una nuova avventura: una cattedra intera in un'unica scuola. Peccato però che ho sbagliato la scuola. Dai primi incontri con i colleghi è apparso evidente che le terze sono abbastanza ingestibili, e ne ho tre! Ci sono diversi alunni con il sostegno, anche 4 per classe e il numero degli studenti non scende sotto i 25, per non parlare dei gruppetti all'interno che sono stati definiti “vivaci”. Di fronte ad un quadro così desolante, mi sento persa. Non voglio rivivere quello che ho vissuto l'anno scorso con quella brutta terza. In tutta sincerità, due mesi di vacanza non mi hanno ridato le energie perse.

Sto pensando seriamente di licenziarmi o di cambiare lavoro, anche se poi mi chiedo cos'altro potrei fare, so solo insegnare. Ma ha ragione lei a consigliare di non fare questa professione. È un brutto mestiere perché la possibilità di dare il meglio di sé non dipende solo dalla propria volontà, ma anche e soprattutto da una serie di variabili estranee al docente. Io so di saper fare al meglio il mio lavoro in piccole classi rispettose e penso che questa dovrebbe essere la condizione basilare per ogni insegnante. Non so insegnare in una classe di 25, 26 allievi rumorosi e maleducati al quale non importa nulla di me e della mia materia. Riuscire a coinvolgere persone così è impossibile. Non è questione di essere autorevoli perché questi ragazzi non riconoscono l'autorevolezza. Ho letto i suoi consigli, ma ho la sensazione che con me non avranno successo. Sono una giovane insegnante e dall'aspetto troppo buono per incutere paura. Il fatto di partire così sconfortata mi deprime ancora di più. Ho la sensazione che questa volta non riuscirò a portare a termine l'anno scolastico e ciò mi fa sentire una fallita e mi rattrista enormemente."

Cara Martina, su con la vita. Ti rispondo subito, perché devi cambiare atteggiamento subito. Hai letto i miei consigli: cerca di applicarli fin dal primo momento. E, visto che ho fatto di tutto per terminare il libro di "Consigli per giovani insegnanti" prima dell'inizio della scuola, acquistalo e leggilo dall'inizio. Applica tutti i suggerimenti. Non aver paura: sono solo ragazzi, e tu devi aiutarli a diventare migliori.

Non è vero che se appari troppo buona non vieni rispettata. E non è vero che ci sono ragazzi che non riconoscono l'autorevolezza: finché non hai imparato ad averla, non puoi constatarlo. Ricorda che, come ho scritto, loro ti vedono come ti vedi tu. E tu ti vedi una perdente. La paura di entrare in classe ti impedisce di insegnare in modo efficace. Dai, su, forza. Un po' di ottimismo e un po' di entusiasmo! L’insegnamento, in realtà, è un lavoro bellissimo, se riesci a farlo.

Sai fare l'insegnante? Dimostralo a te stessa. Tu guardi i ragazzi con diffidenza e terrore: guardali con altri occhi. Vedili per quello che sono: ragazzi, spesso con problemi molto più grandi dei tuoi.

Ti faccio tanti auguri. Fammi sapere.

per i giovani insegnanti


Prima di andare a scuola rileggete:

giovedì 1 settembre 2011

È il 1° settembre e tutto va a gonfie vele nella Scuola! 229°

Desidero fare gli auguri di buon anno a tutti gli insegnanti delle scuole italiane, compresa me. Ne avremo bisogno. L’anno si presenta tremendo. Ci sono parecchi supplenti che sono stati assegnati a più scuole in paesi diversi. Anche cinque scuole. Ma i giovani insegnanti sono costretti ad accettare qualunque supplenza pur di lavorare. E questo significa chilometri e chilometri, tempo perso per gli spostamenti, benzina che nessuno ti rimborsa, curve, nebbia, ghiaccio, neve, e, soprattutto, orari che devi assolutamente rispettare.
Ci sono altri lavori che prevedono spostamenti, lo so, ma se alcuni sono difficili come e più dell’insegnamento, tanti altri hanno rimborso spese, e stipendi ben più alti o considerazione sociale molto maggiore. E non voglio parlare dei parlamentari.
Abbiamo difficoltà a compilare l’orario perché tutte le sezioni e tutte le scuole collegate dalla presenza di uno stesso insegnante devono mettersi d’accordo. Credetemi, è molto difficile.
Siamo stati avvertiti che il budget a disposizione della scuola per programmare tutte le attività è ridotto al lumicino.
Ma noi abbiamo ancora nelle nostre povere orecchie sbigottite le parole entusiastiche del ministro della Pubblica Istruzione che parlava di “grande lavoro svolto”, “di avvio di anno scolastico regolare”, sciorinava cifre, decantava successi, sottolineava aumenti, risparmi, semplici ed efficaci razionalizzazioni, qualità, digitalizzazione, agevolazioni, e ribadiva il fatto che non c’erano stati tagli, non ci sono poi chissà quante classi sovraffollate, che nessuno era stato penalizzato, precisando che gli insegnanti di sostegno erano di più, che i docenti immessi in ruolo erano tantissimi, che i bambini frequentanti il tempo pieno sono molti di più, che quello che si dice non è vero, perché la Scuola passa da un successo all’altro dopo che sono state applicate le strategie pensate dall’onorevole alla sua sinistra, che, a sua volta, decantava le lodi del ministro per i successi ottenuti, che aveva confermato che “la Scuola è la più grande impresa sociale del Paese”, in un crescendo di complimenti reciproci.
Le parole più usate sono state “aumento”, “numero destinato a crescere”, “meglio”, “merito”.
Divertenti le frasi riferite al tema delle pensioni: “la coperta è corta”, “i sacrifici vengono chiesti a tutti”, “non devono essere penalizzati i giovani, e proprio perché siamo in un momento in cui la mobilità è scarsa e la disoccupazione giovanile è alta, è giusto che anche chi avuto qualcosa in più pensi al futuro dei giovani…”.
E chi sarebbero questi che hanno avuto qualcosa in più? E perché devono essere loro a pensare ai giovani? Non dovrebbero pensarci i politici? E chi sono questi “tutti” ai quali vengono chiesti i sacrifici?
In sostanza, secondo il ministro, nonostante la crisi, la Scuola italiana va alla grande.
E noi qui che vediamo il retro bruciacchiato della frittata e dobbiamo mangiarcela.

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