La professoressa Isabella Milani è online

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"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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martedì 25 novembre 2014

25 novembre: la donna, l'uomo padrone e la violenza. Seconda Parte. 491° post

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Si pensa soprattutto alle donne uccise e a quelle picchiate. Ma ci sono anche tutte quelle donne che non vengono picchiate e non vengono uccise, ma che vivono nella paura che “lui” si arrabbi e che le aggredisca con gli insulti e con le minacce. “Lui”, se si arrabbia, le annienta psicologicamente, facendole sentire inadeguate, “sbagliate”, incapaci. Le donne vittime di un uomo padrone sono condannate a una vita infelice. A meno che non imparino a ribellarsi. Ma per ribellarsi hanno bisogno di due cose: 1. Diventare consapevoli del fatto che non è vero che hanno loro la colpa delle urla e delle minacce del marito; 2. Essere aiutate.
Però è molto difficile che queste due cose si realizzino perché anni di “non sei capace di fare nulla!”, “sei una cretina!”, “non sai neanche educare i figli”, “ormai sei diventata grassa”, “e vestiti bene! guarda come sono le altre donne!”, “sei solo una spendacciona!”, “io mi sacrifico e guarda tu come mi ripaghi!” sviluppano nella donna forti sensi di colpa e rendono impossibile ribellarsi alla situazione. Bisogna che qualcuno la aiuti, anche se la donna di un uomo padrone di solito non frequenta amiche, perché lui non glielo permette.
Ma che cosa si può fare, allora?
Possiamo fare qualcosa tutte noi: aiutiamo le nostre amiche a rendersi conto del fatto che valgono, che non devono pensare che “meritano” le urla. Facciamo sentire che non sono sole. Convinciamole ad andare da uno psicologo. O da un avvocato.

Ma quello che possiamo fare davvero è prevenire queste situazioni.
La lotta alla violenza sulla donna comincia nelle case e nelle scuole, quando i bambini sono piccoli.
Voi, genitori di bambini piccoli, e noi, insegnanti di bambini e ragazzi, dobbiamo cogliere ogni occasione per spiegare che non si deve picchiare nessuno e che quelli che lo fanno verranno disapprovati da tutti. Mettiamolo noi, questo senso di colpa, perché non è vero che i sensi di colpa non devono esistere. Esiste un senso di colpa “giusto”, che è quello che ci dice che stiamo sbagliando e che il nostro comportamento non è accettato dalla società. Un tempo i bambini venivano educati a forza di sensi di colpa ed erano condannati a una vita di ansia. Ci si è ribellati a questo e la conseguenza è, oggi, la quasi assenza di sensi di colpa dei bambini e dei ragazzi. Tutti noi – genitori e insegnanti- abbiamo esperienza di bambini e ragazzi che trovano “normali” comportamenti per i quali dovrebbero provare vergogna (“che cosa ho fatto? Stavamo scherzando...”)
Ecco: rendiamoci conto del fatto che ci sono comportamenti che sono sbagliati, inaccettabili per un vivere civile. Bisogna insegnare ai bambini che ci sono delle regole di comportamento, nella società, e che la violazione di queste regole li deve fare sentire in colpa. Non si prende in giro, non si umilia, non offende, non si picchia, non si odia, non ci approfitta di chi è più debole, non si ride delle disgrazie altrui, non si lascia solo chi ha bisogno di aiuto, non si evitano le responsabilità, non si mente, non si imbroglia, e via dicendo.
Contemporaneamente, quando educhiamo, dobbiamo essere consapevoli del fatto che non possiamo educare (come facevano un tempo le madri e le nonne) a forza di sensi di colpa, perché ci sono dei sensi di colpa “cattivi”, che possono essere creati da errori educativi e che vanno assolutamente combattuti: se non ubbidisci la mamma piange, se ti comporti male non ti voglio più bene, se ti lasci picchiare sei un buono a nulla, se continui a comportarti male a scuola mi farai morire di crepacuore, se non hai la ragazza non sei un vero uomo, se hai delle esperienze sessuali sei immorale, se sei omosessuale sei un pervertito, sei malato, fai schifo.
Alla mia generazione sono stati instillati molti sensi di colpa cattivi, soprattutto per quanto riguarda la sfera sessuale. Ma ci ripetevano anche “La donna non si picchia neanche con un fiore”, “guai a picchiare uno con gli occhiali!”, “se picchi una donna sei un violento e un vigliacco”, “se porti via anche solo una penna che non è tua sei un ladro!”. E ci ripetevano anche moltissimi “Devi!”.

Direi che è il momento di darci da fare davvero a educare i figli e gli alunni alla non violenza. Perché, anche se si può credere che nelle case e nelle cose questo venga già fatto, se analizzate bene non lo facciamo con impegno, perché consideriamo ovvi certi concetti. Il rispetto e la non violenza non sono innati: bisogna insegnarli. Credo che sia più vicino allo stato di natura prendere quello che si vuole con la forza e con la furbizia.
I comportamenti antisociali si modificano solo con l’educazione. La violenza contro le donne si combatte a casa e a scuola.

Prima Parte

sabato 22 novembre 2014

25 novembre: la donna, l'uomo padrone e la violenza. Prima Parte. 490° post

Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Bene! Fa piacere che se ne parli. Che se ne scriva. Che se ne discuta e che si producano documentari, film, servizi giornalistici, studi, ricerche, tavole rotonde. E anch'io ne sto scrivendo. Ma sono scettica riguardo al fatto che le cose cambieranno. Le cose non cambieranno finché non cambierà la mentalità, sia degli uomini che delle donne.
Da che mondo è mondo, l’uomo ha fatto violenza sulla donna. La donna, oggi come sempre, viene picchiata, mutilata, violentata psicologicamente, terrorizzata, stuprata, uccisa. E questo capita alle donne deboli, ma anche a quelle forti. Può capitare a tutte: alla fruttivendola e alla dirigente d’azienda. Perché se una donna incontra un uomo violento, che la considera inferiore, la donna non ha armi per opporsi alle sue urla, alla stretta delle sue mani sui polsi, ai suoi schiaffi, ai suoi pugni. E il terrore la blocca anche quando lui non c’è, perché l’attesa dell’uragano è terribile quanto l’uragano stesso. Una donna vittima di violenza fisica è sempre vittima anche di violenza psicologica. E quando l’uomo non c’è, la donna aspetta il suo ritorno e ha paura, perché non sa se quello sarà il giorno fortunato, in cui tutto filerà liscio, o se sarà quello in cui lui rientrerà ubriaco, o arrabbiato e ricomincerà a picchiarla. E anche se non sempre nella realtà accade, per lei accade sempre nella sua immaginazione. È la paura anticipatoria che sfinisce e porta a rinunciare a qualsiasi tentativo di reagire e alla sottomissione totale.
Non voglio parlare delle donne picchiate, però, e neanche di quelle uccise. Voglio parlare delle donne sottomesse, quelle che vivono magari vicinissime a noi. Perché è solo una donna sottomessa quella che permetterà a un uomo di spingersi fino alla violenza fisica e all'omicidio.
Ci sono moltissime donne, intorno a noi, che conducono una vita apparentemente normale, che ridono e scherzano, ma che in realtà sono infelici, intrappolate in rapporti con uomini che non le picchiano, ma ci vanno sempre vicino. Per ogni donna uccisa, picchiata, stuprata, ce ne sono moltissime che sono vittime di uomini padroni che le fanno vivere nella violenza psicologica.
L’uomo padrone si sente proprietario assoluto della sua donna. L’uomo padrone è possessivo. La comanda a bacchetta, pretende da lei obbedienza cieca, la umilia se cerca di “alzare la testa” e la usa come punching ball per sfogare le sue frustrazioni. Vuole che la donna sia sempre a sua disposizione; la isola, per poterla dominare meglio. Le impedisce di avere una vita sociale, di parlare con le amiche, di uscire, di frequentare i parenti, per non rischiare che qualcuno le apra gli occhi, che la renda consapevole di quello che le accade e del fatto che esiste la possibilità di ribellarsi.
L’uomo padrone riempie la donna di sensi di colpa, accusandola per ogni sua debolezza e rimproverandole aspramente ogni suo errore, facendole credere che se lui si arrabbia è perché lei se lo merita, perché non è una brava moglie, non è una brava madre, non è capace di fare nulla. L’uomo padrone tradisce la donna e la convince che è giusto, perché lei non è neanche una brava amante. E piano piano questo lavaggio del cervello unito alla paura la convince di non valere nulla, e annienta la sua autostima e ogni sua possibilità di reagire.
Un tempo il marito padrone non voleva che la moglie andasse a lavorare, e pretendeva che si dedicasse completamente ai figli e che gli facesse trovare sempre il pranzo pronto in tavola quando tornava dal lavoro.
Adesso il marito padrone pretende che la donna vada a lavorare, e anche che si dedichi completamente ai figli, che lavi, che stiri, e che gli faccia trovare sempre il pranzo pronto in tavola quando torna dal lavoro. Altrimenti? Altrimenti non la picchia, ma le fa capire chiaramente che si sta trattenendo per non metterle le mani addosso, ma che potrebbe farlo, in futuro.  Urla, la guarda con rabbia, spacca gli oggetti, dà un pugno contro il muro, alza minacciosamente le braccia, stringe i pugni, gesticola avvicinando le mani al viso della donna, la insulta, la minaccia. E questo annienta qualunque donna. La fruttivendola come la dirigente d’azienda. E le condanna a una vita infelice. 
A meno che...




mercoledì 19 novembre 2014

“Ho una classe difficile e non so come fare”. Seconda Parte. 489° post



Rispondo alla lettera del post 488°  **


Cara Mariangela, mi sembra che tu abbia capito come devi fare. Quello che ti manca è capire che ci vuole tempo e pazienza. Molto tempo e molta pazienza. Con gli alunni veramente difficili di solito ci vogliono anni e, soprattutto, spesso non si riesce a gestirli perché non è soltanto una questione di educazione: hanno atteggiamenti che derivano da problemi psicologici, quando non psichiatrici, e se un alunno è psicotico, per esempio, (certificato o, più spesso, non certificato) non puoi farcela. A volte ti riesce e a volte no, dipende dalla giornata e dal momento. Magari a casa, al mattino, ha avuto uno scontro con la mamma e arriva a scuola già destabilizzato.  Devi imparare a distinguere fra un maleducato e uno che ha problemi di autocontrollo, di gestione della rabbia, e di disturbi patologici, che lui stesso non riesce a gestire e per i quali occorrerebbe un supporto psicologico o psichiatrico.
Con un ragazzo semplicemente maleducato, cioè male educato, esigi che impari presto a comportarsi civilmente. Gli spieghi quello che è giusto fare, qual è il comportamento corretto e perché (se è stato male educato non lo sa) e poi esigi che si adegui.
Ma se sai che un ragazzo ha alle spalle una vita difficile, non è questo il modo giusto per ottenere qualcosa.
Se un ragazzo che ha un passato di abusi, di violenza e di abbandono, comincia a urlare in classe o nel corridoio della scuola; se scappa dalla classe; se picchia senza motivo; se ostenta menefreghismo e aggressività – per esempio urlandoti frasi come “mettimi la nota, chissenefrega!” non è certo guardandolo male o mettendogli una nota sul registro che potrai fargli cambiare atteggiamento.  Se reagisce con rabbia e aggressività per qualsiasi parola che a lui sembra – a torto – offensiva, è perché probabilmente viene trattato così a casa o per la strada. Se un ragazzo ha un comportamento assurdo e reazioni sproporzionate è perché qualcuno – fuori dalla scuola- tiene con lui un comportamento assurdo e ha reazioni sproporzionate. Se un ragazzo, quando perde le staffe, urla frasi che ti ricordano le frasi di una adulto violento, pensa che ci sono buone probabilità che stia ripetendo le frasi che urlano a lui, e che stia restituendo il male che gli viene fatto.
La difficoltà consiste nel saper distinguere un comportamento per il quale occorre rimproverare, comunicare disapprovazione con lo sguardo, o anche lanciare un urlo come quello che fai tu quando dici “Ma la pianti?!!”, da un comportamento che esprime grande sofferenza, dolore, ribellione verso la vita. In quel caso, l’unica speranza è quella di dare al ragazzo molta dolcezza, disponibilità, pazienza. Bisogna fargli capire, con l’esempio, che esistono adulti equilibrati, affettuosi, gentili, calmi, disponibili. È molto difficile conquistare la fiducia di chi è stato scottato. Ma ci si può riuscire.
Questo significa – come qualcuno starà semplicisticamente pensando mentre legge – che sono una sostenitrice del “buonismo”? (tra l’altro, che parola antipatica!). Assolutamente no. Bisogna essere fermissimi. Ma parlargli fuori dalla classe, spiegargli che cosa vogliamo da lui, comunicargli – anche dicendoglielo esplicitamente – che ci interessa, che teniamo a lui e vogliamo che sia felice. Dobbiamo spiegargli molto bene che il suo comportamento non lo renderà felice, e, anzi, gli procurerà un sacco di guai, nella Scuola e nella vita. Per capirci, bisogna parlargli con il tono pacato e dolce che si usa con un mastino che temiamo possa aggredirci e al quale ripetiamo “Buono…”, perché intuiamo che un atteggiamento aggressivo avrà una risposta ancora più aggressiva. Quando quell’alunno non sta alle regole bisogna rimproverarlo, ma senza mai fargli perdere la faccia, altrimenti bisognerà ricominciare tutto da capo.
I ragazzi difficili richiedono il massimo da noi, specialmente perché assorbono molte delle nostre energie dal punto di vista emotivo e perché ci rendono difficilissima la lezione. E perché con loro, più che con gli altri, non possiamo permetterci di sbagliare.
Un consiglio che ti do senz’altro, perché è determinante, è quello di parlare ai suoi compagni di classe quando lui non c’è. Devono capire che se non gli metti una nota sul registro o sul diario, se decidi di mandarlo a fare le fotocopie o se gli permetti di andare ai servizi più spesso di quanto fai con loro, è perché è un ragazzo che ha difficoltà a comportarsi correttamente e tu lo stai aiutando. Spiega bene che anche loro devono avere pazienza. Chiedi se secondo loro è giusto aiutare chi ha più difficoltà o chi si comporta già bene. Chiedi se trovano giusto aiutarlo o se invece pensano che – semplicemente - si debba lasciarlo perdere, sospendendolo o bocciandolo. È molto importate che si convincano della necessità di aiutarlo. E comunque spiega loro che tu non permetterai che loro rovinino il lavoro che stai facendo per aiutarlo. Non permetterai che loro ridano e neanche che sorridano quando lui fa delle battute fuori luogo, o maleducate, perché ogni volta che lo fanno, lo incoraggiano a continuare a comportarsi male. E precisa bene che se lo faranno tu li giudicherai, per questo, come persone poco mature. Perché la maturità non significa fumare o bere, ma anche rendersi conto dei problemi e cercare di risolverli. Infine fai capire che il comportamento del loro compagno influisce anche sulla loro vita, perché se loro ridono, tutta la classe perde tempo e nessuno impara. Se non si impara, poi non si va avanti con il programma, non si riceve una buona preparazione e in futuro sarà più difficile trovare lavoro. Quindi si tratta di un problema di tutti, e tutti – insegnanti e alunni – devono aiutarlo.

Un’altra riflessione da fare: molto spesso capita che ci siano colleghi che pensano solo a zittire, e a punire i ragazzi difficili, convinti che “anche gli altri alunni hanno diritto di seguire correttamente la lezione!” e pensano che l’unica soluzione sia quella di sospenderlo per farlo stare a casa il più possibile, “fuori dalle scatole”. O trovano come soluzione quella di mandarlo fuori dalla classe, come ha fatto la tua collega. “Nel primo mese e mezzo di lezione è andato abbastanza bene, abbiamo cominciato a lavorare, collaboravano tutti, anche quelli più difficili”, dici. Il motivo per cui i tuoi ragazzi difficili, dopo il primo periodo “hanno buttato la maschera” consiste nel fatto che all’inizio noi insegnanti stiamo tutti attenti a studiare i ragazzi. Poi la rabbia ha il sopravvento e qualcuno comincia ad aggredire il “disturbatore di turno”, provocando le sue reazioni e buttandogli giù la maschera. E un alunno già molte volte ferito reagisce subito, difendendosi con le unghie e con i denti a quella che considera un’aggressione. E, come ho molte volte già detto, una volta che viene fatta perdere la faccia a un alunno difficile, tutto diventa enormemente più difficile. Per tutti, anche per te che sei stata attenta, perché non si fida più di nessuno.
È indispensabile, quindi, convincere i colleghi, oltre che i compagni di classe che l’idea che sia giusto “sacrificarne uno per salvare gli altri” non deve valere. I ragazzi difficili sono persone, zavorra da sganciare per viaggiare più snelli.

Detto questo, manca l’ultima importantissima cosa da fare. Se abbiamo uno o più alunni veramente difficili dobbiamo fare di tutto perché vengano aiutati, perché, se sospettiamo che siano vittime di violenza, vengano presi in carico dagli assistenti sociali; perché il Comune, l’Asl e la scuola riservino per loro delle risorse per fornire un supporto agli insegnanti e a lui.



Non rispondo a commenti anonimi.

Messaggio per chi legge il blog e scrive dei commenti: come ho scritto tante volte, anche nella pagina iniziale, non pubblico e non rispondo a chi scrive un commento senza preoccuparsi di mettere una firma, che, come sappiamo, può essere anche un nome inventato. 
Non rispondo neanche a chi usa parolacce per spiegarsi meglio, a chi fa della polemica o a chi muove delle critiche senza rendersi conto che questo blog non è un forum di discussione.
Prego tutti di leggere quello che ho scritto nella prima pagina. Grazie.

“Ho una classe difficile e non so come fare”. Prima Parte. 488° post


Mariangela mi scrive:

“Buonasera Isabella, mi chiamo Mariangela e sono una docente di matematica in una scuola secondaria di primo grado. Quest'anno ho, tra le altre classi, una seconda che mi sta cominciando ad impensierire. Li ho conosciuti quest'anno.

È una classe difficile, con quattro alunni certificati, di cui tre per problematiche comportamentali. Su tre ore di insegnamento posso beneficiare solo di un'ora di compresenza con docente di sostegno che non può portare fuori in piccolo gruppo tutti e quattro gli alunni perché tra loro litigano. Nel primo mese e mezzo di lezione è andato abbastanza bene, abbiamo cominciato a lavorare, collaboravano tutti, anche quelli più difficili ai quali davo del lavoro da fare e cercavo di seguire come potevo. Da un paio di settimane le cose sono peggiorate...i due difficili, ma seriamente difficili con storie di abbandono e violenza alle spalle, cominciano a non seguire e a non volerne sapere. Uno si alza e butta la carta, spegne le luci. L’altro fa versi e lancia fazzolettini. Gli altri, invece di scoraggiarli li incoraggiano e si crea confusione. Con i due, uno in particolare, ho parlato approfittando un giorno che era fuori dalla porta, messo lì da una collega. Gli ho chiesto come mai fosse lì. È stato collaborativo, si è scusato per come si comporta a volte, ma non sembra aver recepito il messaggio. Io, d'altra parte, odio irrigidirmi, punire tutto quello che non va con note e punizioni, anche perché così mi faccio odiare. Quando c'è confusione mi fermo. Se uno si alza, dopo avergli detto che non può. Gli dico: ti aspetto...senza la tua attenzione non vado avanti. Vai a sederti. A volte lancio l'urlo: ma la pianti? Quando quello faceva i versi, dopo essermi interrotta nella lezione, il brusio è via via scomparso e ho detto: vai, adesso fai pure i versi, che così ti ascoltiamo tutti. Vai è il tuo momento di gloria. Lui li ha fatti...gli altri hanno riso. Poi l'ha smessa. Mi ha detto: prof, posso uscire un attimo, mi devo calmare. Insomma, non so se va bene così...La lezione si interrompe e si impoverisce per gli altri, che comunque ne approfittano. Vorrei irrigidirmi e punirli a volte, con delle note, parlo di questi due, ma sono ragazzi che possono anche diventare aggressivi tra loro e verbalmente con i docenti. E' già successo con altri colleghi in passato. Quindi, vorrei, piuttosto, portarli dalla mia parte. Farmi fare da assistente, dargli importanza ma non so come fare. Spero mi possa in qualche modo illuminare ed aiutare. Grazie per il suo blog ed i suoi consigli nel libro che ho letto durante l'estate su consiglio di una mia cara amica e collega. A presto, Mariangela” 

Leggete e pensateci un po' su. 

Continua...

mercoledì 12 novembre 2014

L'alluvione di Carrara non è destino. 487° post

Ma che cosa sta succedendo in Italia? Parlo delle alluvioni. Quella di Carrara, per esempio. Un'alluvione è un fatto ineluttabile? Che cos'è? Sfortuna? Destino? La Natura che si ribella? È il clima che è cambiato? È un’alluvione assassina?
Se un’alluvione è un fatto ineluttabile allora non ci resta che pregare se siamo credenti in un Dio, o fare gli scongiuri se non lo siamo.
Ma non credo che sia un fatto ineluttabile. A Carrara ci sono state quattro alluvioni in undici anni. Significa che c’è stata gente che ha perso tutto e ha ricostruito. Ma, dopo nove anni, ha perso di nuovo tutto, e ha ricostruito; dopo due settimane ha perso di nuovo tutto, e ha di nuovo ricostruito. E ora, dopo due anni, ha perso di nuovo tutto. C’è di che fiaccare anche un leone. Invece questo popolo di gente forte, fiera, irriducibile, resiliente è partito subito all’attacco del disastro e sta ripulendo tutto, buttando via, salvando il salvabile. Come hanno fatto i genovesi, i chiavaresi, i modenesi, gli aquilani e tutti gli altri. È i momenti come questi che si vede di che pasta sono fatte le persone. Chi non è stato colpito dall’alluvione si è precipitato ad Avenza e a Marina di Carrara ad aiutare gli amici, i parenti, ma anche gli sconosciuti. Ragazzi meravigliosi sono accorsi in aiuto hanno spalato, spostato, lavato per dieci ore al giorno senza perdere il sorriso. Tutti si stanno aiutando fra loro. E si riprenderanno, anche se Carrara è una città già sofferente, perché la sua economia è basata sul marmo e il marmo, a Carrara, non è di tutti, come sarebbe giusto perché le montagne dovrebbero essere di tutti. Il marmo è di pochi, ricchissimi, che non lo mollano per nessun motivo. Perché hanno il potere dei soldi, che vince tutti i poteri, e nessuno può farcela contro il potere dei soldi. E se è vero che una parte della colpa dell’alluvione è dei detriti, dei massi e degli scarti di lavorazione del marmo che vengono lasciati ai lati delle cave, rotolano a valle e finiscono nel letto del Carrione, allora la colpa non è solo della natura e del clima, ma è anche di quei ricchissimi proprietari di cave, e del Comune di Carrara che per decenni ha permesso che le cose continuassero così.
Il Carrione, che è un torrente, per qualche motivo ogni tanto esce dal suo letto e provoca disastri. Un torrente è un torrente si sa. Ma arrivare ad allagare la città! È colpa sua? Se quando piove tanto si rompe un argine perché è stato costruito male, la colpa è del Carrione o sarà di qualcun altro?  E se sì, di chi? Di chi ha costruito l’argine? Di chi ha scelto la ditta? Di chi non ha fatto i dovuti controlli? Di chi non ha dato retta alle segnalazioni di infiltrazioni e di allagamenti della strada formalmente inviate a tutti quelli che sono preposti a occuparsi della sicurezza dei cittadini? La gente di Carrara vuole, questa volta, trovare i colpevoli e fare in modo che non ci sia più fango da spalare. Forse questa volta ce la farà. E forse il suo esempio sarà seguito da altre città, da altri italiani.
Un’alluvione, un terremoto, significano dolore, paura, rovina. La tua casa, tutte le tue cose, le foto di quando eri piccola, la tua poltrona così comoda, i libri e i quaderni di tuo figlio, che ora ti tocca comprare di nuovo, con quello che costano, il divano appena comperato, i dentini del tuo bambino, che avevi conservato perché volevi farli vedere ai tuoi nipotini, la tua automobile ancora da pagare, i giocattoli del tuo bambino, il vaso che ti aveva regalato la zia Luisa per il matrimonio, il tuo cellulare, il tuo cane che non è riuscito a salvarsi non ci sono più. E non c’è più il tuo negozio, che ora forse si stava riprendendo, che ora c’era il Natale e la gente poteva comperare di più e forse ce la facevi anche quest’anno a non chiudere. E non c’è più il tuo lavoro, perché non c’è più il negozio, non c’è più l’ufficio, le strade sono chiuse, la gente non ha più un soldo.
Gli Italiani non ne possono più di rimboccarsi le maniche per ricostruire dopo alluvioni, frane e terremoti. I carraresi, i genovesi, i chiavaresi, i modenesi, gli aquilani e tutti gli altri. Perché tutte le volte si parla di responsabilità e si spera che qualcuno paghi per aver sbagliato, perché non accada più. Ma non succede mai. Perché in questo Paese chi ha il potere si unisce a chi ha i soldi e aggiusta tutto con gli insabbiamenti e gli avvocati. E per quanto noi – la gente comune – possiamo mettere uno, due, tre, cinque avvocati, loro ne metteranno cinquanta, cento, duecento. E per un giornalista che difenderà i deboli, ce ne saranno tanti altri che difenderanno i ricchi, i potenti, i politici. E vinceranno.

Ma questa volta Carrara sembra intenzionata a non mollare. E ai carraresi forse si uniranno i genovesi, i chiavaresi, i modenesi, gli aquilani e tutti gli altri. Speriamo. Quando la gente capirà che l'unione fa la forza, forse le cose cambieranno.

giovedì 6 novembre 2014

Articolo : " L’Italia in fuga dai banchi di scuola" di Manuela Messina per La Stampa. 486° post

Sono stata intervistata da Manuela Messina per La Stampa. 





“NON SOLO L’OMOSESSUALITÀ, ANCHE IL DIVORZIO PUÒ ESSERE TABÙ”
Isabella Milani, questo è lo pseudonimo che ha scelto per rimanere anonima, è una professoressa italiana, che ha aperto un blog sulla scuola e ha scritto un libro dal nome “L’arte di insegnare, consigli pratici”. In assenza di dibattito sul modo di trattare nelle scuole temi considerati “tabu”, ha deciso di informarsi, di studiare, per combattere, dall’interno, la paura e il senso di smarrimento dei ragazzi provocati dall’intolleranza e dall’indifferenza. Gli insegnanti che non parlano di certi argomenti, «per evitare le reazioni dei genitori», sono la maggioranza. La paura di subire attacchi e di essere accusati di deviare la morale di giovani menti è troppo forte, nonostante dall’altra parte ci siano ragazzini chiusi nel disagio, soli di fronte al mondo, le cui storie a volte finiscono nelle cronache nazionali quando arrivano, disperati, a compiere gesti estremi. Un silenzio ingiustificabile, perché i ragazzi, spiega Milani, «ci sono tutti nelle scuole», anche quelli che provengono da famiglie in cui certi gesti sono considerati immorali, per motivi religiosi o culturali. «Anche il divorzio e l’aborto possono essere argomenti scomodi».  
Gli insegnanti parlano di sessualità e omosessualità?  
La maggior parte no. Chi lo fa, ne parla in modo esclusivamente scientifico, senza sbilanciarsi troppo. Molti docenti hanno paura delle conseguenze, e perciò rinunciano sapendo che se i genitori reagissero lo Stato non li proteggerebbe. Pensiamo al caso della lettura di “Sei come sei” di Melania Mazzucco. Il fatto che gli insegnanti siano stati denunciati per divulgazione di materiale osceno deve fare riflettere.  
Sono messi in condizione di parlarne?
Uno dei motivi per i quali gli insegnanti non parlano di omosessualità è il fatto che non sono preparati per farlo. Lo fanno gli insegnanti di scienze, che però non toccano tutti gli aspetti legati alla sfera sessuale, come le paure e i problemi. Gli insegnati che fanno lezioni sulla sessualità sono quelli che hanno studiato da soli l'argomento.
Crede che sia giusto contrastare le idee che vengono da culture o da convinzioni diverse?  
Le famiglie rivendicano il diritto di educare i figli come credono. E per questo che protestano, a volte in modo acceso. Anche io mi chiedo sempre: abbiamo il diritto noi insegnanti di fare cambiare le idee ai ragazzi? Dobbiamo tenere conto dell’impatto che ha in certe famiglie straniere l’occidentalizzazione dei loro figli. Bisognerebbe che si aprisse un dibattito.  
Da cosa deriva il disagio di insegnanti e ragazzi?  
La scuola è un’istituzione che deve istruire, ma anche educare. Ci troviamo continuamente a dovere correggere comportamenti razzisti, omofobici, violenti. I ragazzi hanno grandi potenzialità, ma non riusciamo a farle emergere. E non possiamo aiutare chi vive dei disagi o ha delle difficoltà.  
Quali potrebbero essere delle soluzioni al problema?  
Semplice: più risorse e più personale. Per aiutare gli alunni in difficoltà bisognerebbe che ogni scuola avesse a disposizione, regolarmente e non saltuariamente, la consulenza di specialisti, soprattutto psicologi e logopedisti. L’omofobia si combatte nella società, non solo nelle scuole. Per cambiare la mentalità omofobica non bastano delle lezioni sulla diversità, ammesso che gli insegnanti abbiano il coraggio di proporle.  

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