La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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mercoledì 30 maggio 2012

"Il dirigente mi ha rimproverato perché do troppe note." 310°


Mauro mi scrive:
"Gentile Prof.ssa Milani io insegno arte e immagine nelle medie e noto che i ragazzi nelle mie ore,forse anche grazie al fatto che la materia è più pratica che teorica, sono più rumorosi, più spesso fuori posto con me che non con altri colleghi.
Facendo un’ autoanalisi riconosco di non essere il tipo di prof. che entrando in aula fulmina tutti i ragazzi con uno sguardo e incutendo loro timore rispetto, mostrando grande autorevolezza ecc.
Io le regole le spiego sin dall'inizio,ma ahimè a fine anno ancora molti le trasgrediscono. Non mi tirano dietro pezzi di carta, ma qualche tempo fa nella scuola dove lavoravo prima c'era un ragazzo straniero che più volte mi ha mandato a quel paese.....la volta più eclatante è stata quando ho rifiutato di mandarlo in bagno(ci era già stato), ma lui fregandosene ci è andato e...non solo, al ritorno, quando ha visto che scrivevo la nota sul registro di classe mi ha dato del "cogl...one".
Bene collega Milani, io le chiedo cosa ne pensa e le chiedo un parere al di là del libro: sa che il dirigente di quella scuola mi ha chiamato a colloquio sgridandomi per il fatto che davo troppe note a quel ragazzo (poverino),rimproverandomi di avere una situazione "conflittuale"con questo alunno. Io invece ho detto al dirigente che offendere (poi così gratuitamente davanti ad altri) è un reato e che per 1200 euro non mi lascio offendere così, che lui si sbagliava perché solo in quella classe, a quell'alunno difficile avevo dato delle note (e non solo io ). Le chiedo questo parere poiché mi sembra assurdo che un dirigente, anzichè andare a riprendere l'alunno faccia una scena del genere all'insegnante. Io non sarò così autorevole con i ragazzi, ma sono in grado di capire che certi atteggiamenti maleducati non devono passare a scuola se no è finita.Io do sempre il meglio di me nel mio lavoro..purtroppo a volte devo avere a che fare con dirigenti poco professionali che non tutelano affatto gli insegnanti..anzi li umiliano.
Tra parentesi questo dirigente non era amato da nessuno di noi,s e non dalla sua assistente e braccio destro (un motivo ci doveva pur essere no)?che tristezza!


Caro Mauro,
non so che cosa tu intenda con “al di là del libro”. Ti rispondo, ovviamente, esprimendo concetti che ho già espresso nel libro (lo hai letto?).
Questo concetto che è il dirigente che deve tutelare gli insegnanti ritorna spesso, ma credo che molte volte sia una pretesa sbagliata. Il dirigente deve, per legge, tutelare la tua salute e proteggerti da ingerenze esterne, come, per esempio i genitori che vengono a scuola ad offenderti. Ma gestire i ragazzi è compito tuo. Se il ragazzo ti manca di rispetto, soprattutto se platealmente, come nel caso che descrivi, è il consiglio di classe, per sospensioni inferiori ai quindici giorni, che deve decidere quale sanzione comminare. Il dirigente, questo sì, deve rispettare la decisione del consiglio di classe.
Caro Mauro, se il ragazzo, questo ragazzo difficile, ti offende, significa che il rapporto è davvero conflittuale. Tu dovresti in qualche modo riuscire a non avere questo rapporto con lui. Sei tu, insegnante, quello che deve riuscire a trovare la strada giusta. Non l’alunno, che, se è maleducato, e offende, deve ricevere un provvedimento disciplinare, ma deve essere un’azione correttiva, per il suo bene, non una vendetta, una punizione “per fargliela pagare”. Hai ragione quando dici che “certi atteggiamenti maleducati non devono passare a scuola se no è finita”. Ma contemporaneamente al provvedimento disciplinare, ci deve essere la volontà di insegnargli il rispetto. Mentre spesso accade che l’insegnante si offende, se la lega al dito, e cerca di non avere nulla a che fare con il ragazzo maleducato.
Un ragazzo difficile è un ragazzo che ha bisogno di aiuto, e tu, come insegnante, dovresti darglielo, superando la comprensibile rabbia iniziale. Tu sei l’insegnante. Lui è l’alunno: tu sei lo specialista dell’educazione, lui è quello che l’educazione non ce l’ha. Le note non servono. Serve il dialogo. Quando scrivi una nota deve essere una cosa grave (e questa lo era), ma poi alla nota deve seguire un provvedimento. La cosa migliore, comunque, è trovare il modo di non farsi offendere dai ragazzi. 
Sono sicura che dai davvero sempre il meglio di te nel tuo lavoro… Ma a volte “il meglio” non è abbastanza, con i casi difficili. Posso dirti che se un ragazzo mi mandasse a quel paese, io darei la colpa a me stessa, per non essere riuscita a trovare la strada giusta con quel ragazzo. Lo farei sospendere dal consiglio di classe, sì. Ma darei la colpa a me stessa. 
Non era quello che volevi sentirti dire, lo so. Ma credo che ti sia più utile questa mia riflessione.
Fammi sapere.

venerdì 25 maggio 2012

Grazie a tutti!

Blog d'argento

Grazie ai vostri voti. Continuate a votare il blog!

SONO OCCUPATISSIMA!

Cari lettori, è tempo di prescrutini, di interrogazioni, di correzione degli ultimi compiti in classe e perciò anch'io, come tutti gli insegnanti, sono occupatissima! Tenetene conto se non vi rispondo subito o se non scrivo spesso!
Grazie!
Colgo l'occasione per augurare "buon ultimo periodo di scuola infuocato" a tutti gli insegnanti e a tutti gli alunni :-)

mercoledì 23 maggio 2012

NOVANTASEIMILA (96.000) visite al Blog!

Aggiornamento periodico, ormai diventato tradizionale:

NOVANTASEIMILA (96.000) visite al Blog!
Ormai si arriva a 100.000 :-)
grazie!

sabato 19 maggio 2012

Insegneremo ai ragazzi a non aver paura di voi. 309°



Noi insegnanti viviamo tutti i giorni, per almeno diciotto ore alla settimana, a contatto con i ragazzi. Decine, centinaia di ragazzi si muovono intorno a noi, con il loro vociare, le loro risate, i loro problemi. Nel tempo, i ragazzi entrano nel nostro DNA, fanno parte di noi, volenti o nolenti. Quando sentiamo la parola "ragazzi" ci sentiamo parte in causa.
Ci amano, ci odiano, ci ignorano, ci rispettano, ci mancano di rispetto. Ma stanno con noi, per qualche anno della loro vita. E noi stiamo con loro. In dieci anni di insegnamento conosciamo personalmente centinaia di adolescenti. In vent’anni sono migliaia.
Migliaia di vite che incrociano le nostre. Loro danno qualcosa a noi, e noi - lo speriamo - qualcosa a loro.
I ragazzi ci fanno arrabbiare, ci fanno ridere, divertire, faticare. I ragazzi ci fanno stancare molto. E alla fine non ne possiamo più di passare la vita sempre con adolescenti, perché noi invecchiamo e loro rimangono sempre adolescenti, di undici, dodici, quindici anni.
Ma non ci toccate i ragazzi. Non osate fare loro del male. Mai.
Perché noi misuriamo ogni giorno tutta la loro fragilità. La fragilità dei timidi, quella dei complessati, dei deboli. Misuriamo la loro paura. Quella delle vittime dei bulli. Ma anche quella, terribile, dei bulli.
E sappiamo che dietro ogni ragazzo difficile c’è una vita difficile. Vediamo le loro gioie, ma anche le loro sofferenze. Li vediamo piangere per un mal di testa. Abbracciarsi e prendersi a botte. Sappiamo che dentro ogni ragazza truccatissima vive ancora una bambina che gioca con le bambole; dentro ogni ragazzone di un metro e ottanta  c’è un bambino che gioca con le macchinine.
Voi, assassini, vigliacchi che ve la prendete con i ragazzi, bestie feroci indegne di essere chiamate “persone”, mettete giù le mani dai ragazzi.
E sappiate che noi insegnanti metteremo ancora più impegno da domani, per insegnare ai nostri alunni, ai bambini e ai ragazzi, che cos’è la libertà.
Insegneremo loro a non aver paura di voi. State in guardia, assassini.


P.S. Più ci penso, però, e più mi sembra incredibile che ci sia oggi in Italia qualche associazione mafiosa o di altro genere che possa aver deciso un crimine così orrendo. La mafia non vuole apparire vigliacca. Vuole apparire forte. Ma chi uccide dei ragazzini non è forte.
Sarà stato un pazzo. Sarà stata una strage come il massacro della Columbine High school e le tante altre accadute nelle scuole americane. Sarà come la strage compiuta da Breivik in Norvegia.
Lo spero. Meglio sapere che è stato un pazzo furioso, che pensare che è stato un atto di terrorismo politico.
Il pazzo, se di pazzo si tratta, deve essere ricoverato e curato, dove non possa fare altri danni. Dove non possa più uccidere. 
Semmai, bisognerebbe chiederci come mai era fuori, libero di mettere in atto la sua pazzia.

I ragazzi non si toccano.

Non c'è nulla da dire. Per ora.

giovedì 10 maggio 2012

“A che cosa servono le prove INVALSI?”. 308°


Ho già spiegato qui, a grandi linee, quello che pensavo delle prove Invalsi.
Penso ancora le stesse cose. 
In più, adesso,penso che sia fiorito, grazie alle Prove Invalsi, un gran business di libri, libretti e istruzioni per l’uso, cartacee e online, come se fosse assodato il fatto che preparandosi per quel tipo di test si possa diventare davvero “più preparati”.
Ma chi lo ha detto, dico io? Chi sono gli esperti che preparano i test? Speravo che fossero solo insegnanti universitari, che studiano, ma che non sono mai entrati in una Scuola. Almeno avrebbero avuto la giustificazione del “non sanno quello che fanno”. Invece pare che siano insegnanti dei vari ordini di scuola. Pazzesco. Ancora peggio. Come mai insegnanti in servizio hanno fatto negli anni scorsi errori, fornito risposte discutibili, assegnato esercizi su argomenti di grammatica che non erano in programma? Come vengono scelti gli insegnanti che preparano le prove? E soprattutto: ma dove insegnano? in scuole private con dieci alunni per classe? Insegnano in scuole dove gli alunni non hanno problemi? Dove sono tutti in grado di eseguire pagine e pagine di test, di leggere testi, difficili e di vario genere, in pochi minuti, memorizzarli e rispondere a quesiti spesso ambigui senza avere il tempo di riflettere adeguatamente? Se un ragazzino non ha tempo di soppesare le possibilità e sbaglia (o tira a indovinare e risponde correttamente), che valore ha la sua risposta? Che cosa dimostra?Secondo me, assolutamente nulla. O quasi.
Avranno probabilmente risultati così così gli alunni degli insegnanti che insegnano a riflettere con calma (una sono io), senza badare al tempo che passa, dedicando anche due ore, se occorre, per riflettere a fondo su un concetto espresso in due righe, convinti del fatto che la qualità sia più importante della quantità. Che valore ha, dico io?
La classe (numerosa e piena di casi difficili che hanno genitori assenti, o peggio) assegnata agli insegnanti di matematica e italiano (che magari hanno ottenuto buoni risultati sputando sangue per lo sforzo) avrà pessimi risultati: secondo la logica delle Prove Invalsi questo dovrebbe significare che quegli insegnanti non sono preparati?
La classe (non numerosa e ricca di ragazzi dai “bisogni educativi regolari”, appoggiati da famiglie presenti) avrà buoni risultati: secondo la logica delle Prove Invalsi questo dovrebbe significare che quegli insegnanti sono più preparati?

Ora, vorrei fare qualche precisazione. Si trova qua e là per il web che qualcuno scrive frasi come questa:
“…dall'idea che mi sono fatto penso che gli addetti ai lavori temano le Invalsi soprattutto in quanto criterio di valutazione del loro operato e non come giusta e sacrosanta valutazione dello stato di preparazione degli alunni italiani.”
“Giusta e sacrosanta valutazione”. In che senso “giusta” e in che senso “sacrosanta”?
Nessuno di noi, in realtà, viene valutato dalle Prove Invalsi. Nonostante ciò, ci sono insegnanti che aiutano i ragazzi. Cosa illegale e, comunque molto scorretta. Non si sa perché lo fanno: non per loro, comunque. Lo fanno perché si sentono in colpa, perché temono di non aver fatto abbastanza. E sono spesso quelli che lavorano molto, in realtà. Solo che la società che denigra la categoria da anni ha abituato gli insegnanti a sentirsi sempre un po’ in colpa. Effettivamente, proprio per questo, molti insegnanti, anche preparatissimi, hanno paura di essere giudicati. Che cosa significa? C’è qualche categoria che non teme di essere valutata? Soprattutto quando non si capisce bene che cosa e da chi si verrà giudicati?
Sono favorevolissima a una valutazione degli insegnanti. Vorrei proprio che qualcuno valutasse il mio lavoro. Vorrei che valutasse il lavoro dei miei colleghi, di quelli che lavorano bene e di quelli che non lavorano. Vorrei che la valutazione fosse davvero corretta e che gli insegnanti incapaci e fannulloni fossero mandati a fare un lavoro dove non possano fare danni. Perché – ed è questo il bello e il brutto del nostro lavoro – un insegnante può influire molto nella vita dei suoi alunni, nel bene e nel male.
Sono favorevolissima, ma non con questo mezzo.

Le Prove Invalsi mi andrebbero bene se servissero ad individuare le scuole dove servono più risorse, scuole alle quali lo Stato, poi, concede classi di dieci alunni al massimo, più insegnanti di sostegno e più risorse in generale. E con “risorse”, non intendo computer, o lavagne LIM. Intendo che se voglio recuperare un ragazzo, dovrei, per esempio, avere la possibilità di portarlo a teatro, a vedere qualcosa che gli faccia capire che il mondo non è brutto come è brutta la sua realtà. Invece non possiamo neppure avere a disposizione il pulmino del Comune, né soldi per pagare il biglietto del teatro a chi non può permetterselo (che è molto spesso il ragazzo difficile).
Mi andrebbero bene se, in  qualche modo, non certo con questi test, riuscissero anche ad individuare gli insegnanti incompetenti, quelli incapaci di mettersi in discussione, di aggiornarsi, di capire e di soddisfare i bisogni educativi e didattici degli alunni, o quelli che che, nella forma e nel contenuto di ciò che dicono o che fanno in classe, sono diseducativi. Ma anche quelli che dovrebbero essere collocati a riposo, perché hanno sviluppato turbe psichiatriche  (sindrome del burnout), o che sono pieni di acciacchi dovuti alla giovane età dei sessant’anni.
Ma non è così. Ho l’impressione, per ora, che servano per punire i più deboli.

giovedì 3 maggio 2012

“Come devo educare mio figlio?”. Prima parte. 306°

Mi viene chiesto spesso “Come devo educare mio figlio?”.
Mi chiedono consigli, le giovani mamme, pensando che io, come insegnante che vive da molti anni a contatto con i ragazzi, conosca qualche segreto.  Rispondo a tutti con questo post.
Prima di tutto: educare come insegnante è molto diverso dall’educare come genitore. Anch’io, effettivamente, prima di provare, ero convinta che l’esperienza che mi ero fatta a scuola mi avrebbe aiutato molto nell’educazione del mio bambino. Quando ho cominciato a trovare delle difficoltà ho pensato che il mio lavoro mi avrebbe di sicuro aiutato al momento dell’adolescenza. Ah, allora sì, che sarebbe andato tutto a gonfie vele: ottengo tanti bei risultati con i miei alunni, figuriamoci con mio figlio! Invece, se possibile, è stato peggio. Lo dico per gli insegnanti che leggono: credo che non ci sia niente di peggio che essere figli di un insegnante. Figuriamoci se i genitori sono entrambi insegnanti. L’insegnante-genitore tratta il figlio un po’ come un alunno, e suscita in lui la sensazione di essere sempre interrogato. Non fa bene, questo, al bambino o all’adolescente. L’ansia di prestazione lo rende ansioso. O ribelle. L’insegnante tende a non tollerare in suo figlio quello che non tollera (o non dovrebbe tollerare) a scuola, come insegnante. E così, i figli degli altri, almeno a casa, sono liberi di essere se stessi (anche troppo); il nostro è sempre sotto pressione. Educatissimo, magari bravo a scuola, ma pieno di ansie.
Educare un figlio è un compito davvero difficile. Lo so, che “Le mamme non sbagliano mai”, che “I no aiutano a crescere”, e che “I bambini hanno bisogno di regole”. Ma è difficile in ogni caso. Anche leggendo, anche avendo studiato. Anzi, a volte è più facile per chi non ha studiato e si comporta con spontaneità, che per chi cerca di applicare le regole della psicologia.
Detto questo, però, posso dare dei consigli, che sono il frutto delle mie osservazioni, delle mie riflessioni, delle mie letture, dei miei successi e, soprattutto, dei miei errori. Ovviamente, sono soltanto riflessioni, le mie, e certo non posso, né so, esaurire l’argomento in un blog. Comunque, comincio, perché credo che possano offrire un utile punto di partenza: c'è quello che ho capito che sta alla base dell'educazione, c'è quello che ho capito di aver sbagliato e  quello che ho capito di aver saputo fare.

Prima di tutto, il bambino, quando nasce, non sa nulla.
Tutto quello che diventa è il frutto di quello che vede, di quello che prova e di quello che il suo corpo gli permette di diventare. La personalità che emergerà è il frutto di tanti fattori diversi. Sì, ha il suo carattere, ma il carattere è solo un elemento della sua persona. Questo significa - e vale anche per tutti gli alunni- che ha una logica ben precisa l’affermazione “il bambino che si comporta male non ha colpa di quello che fa”.
(Allora, mi si dirà, nessuno ha colpa di nulla. Rispondo: infatti rifletto su questa idea da tutta la vita. E non sono ancora arrivata a una conclusione. Ma qui il discorso è troppo lungo.)
Ogni bambino è un caso a sé. È una personcina, non è un blocco di creta da plasmare. È un essere  che ha delle caratteristiche fisiche e psichiche tutte sue. È come un dolce già iniziato che ci viene dato: noi, e l’ambiente, mettendoci certi ingredienti invece di altri, possiamo farlo diventare una torta margherita, o una sacher, o un panettone, e possiamo farcirla, decorarla, schiacciarla, scioglierla, lasciarla cadere. E possiamo renderla bella e buona. O rovinarla.
Ogni bambino ha delle esigenze. Come una pianta. Una camelia non può essere messa in pieno sole. Per vivere e fiorire ha bisogno di ombra luminosa. Bisogna rispettare  le esigenze della pianta, non le nostre. Così è per il bambino: rispettate il suo bisogno di tranquillità, di regolarità, di aria aperta, di gioco. Non portatelo al mare al vento e al sole delle tre perché vi piace abbronzarvi. Starebbe male e imparerebbe a piangere e a urlare per difendersi. Non lo sballottate da casa, a casa di una vostra mica, e poi al supermercato, in pizzeria in mezzo al chiasso, e poi a casa, ormai di notte. Non dategli da mangiare quello che è comodo a voi, ma quello che piace e fa bene a lui. Non fategli seguire i vostri ritmi di adulti: seguite voi i suoi, per quanto vi è possibile.
Esistono delle fasi della crescita che sono sostanzialmente uguali per tutti: non è un dispetto del nostro bambino quello di lasciare cadere dall’altro del seggiolone tutti gli oggetti che gli si danno, per fermarsi a guardarli.  Lo fanno tutti. Sta soltanto sperimentando. Non è disubbidiente se dice sempre “no!”: lo fanno tutti, in un certo periodo! Se, piccolino, ci dà un calcio, non si rende conto di quello che significa il calcio: ha soltanto scoperto l’effetto che produce. E lo fanno tutti. Se piange quando è solo nel lettino, non è “furbo" e non "vuole solo farsi prendere in braccio!”. Sta comunicando il suo disagio e sa che la mamma può aiutarlo. Non bisogna “lasciarlo piangere, vedrai che prima o poi si stanca”. Bisogna consolarlo.
Quindi informatevi di quali sono le fasi della crescita e tenete presente tutto. Conoscere è capire.



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martedì 1 maggio 2012

Primo maggio triste. 305°

Quando l’anno scorso, ho scritto “Beato chi può festeggiare il Primo Maggio", non credevo che quest’anno il Primo Maggio sarebbe stato ancora più triste.

Il Primo Maggio è la festa dei lavoratori. E chi non lavora?

Mi domando come vivono il Primo Maggio quelli che non lavorano e sono disperati perché non sanno come affrontare il futuro. Senza lavoro, che cosa si può fare? Non si sa neppure con quali soldi si comprerà il pane o il dentifricio.
La società taglia fuori chi non lavora: per una persona normale (cioè che ritiene giusto guadagnarsi la pagnotta) non trovare lavoro è fonte di grande frustrazione. Gli amici che lavorano hanno problemi che loro non hanno: orari, datore di lavoro del quale lamentarsi, tasse da pagare, grane, poco tempo, stanchezza, discussioni, ingiustizie. Quando gli amici che lavorano ne parlano fra loro, il disoccupato è tagliato fuori.
Chi sta in alto sa che ci penseranno i genitori a mantenere i giovani disoccupati: meglio non mandare in pensione loro. Ci si risparmia. Non importa se ce la fanno a malapena a tirare avanti.

Per chi perde il lavoro la situazione è terribile. Il senso di precarietà è assoluto. Se perdi il lavoro come farai a pagare le rate del mutuo? E con quali soldi comprerai il cibo da mettere in tavola tutti i santi giorni, almeno due volte al giorno?

E le tasse scolastiche dei tuoi figli? Il contributo per la scuola, i libri, i quaderni e tutto il materiale? Dovrai andare a scuola a dire che non hai soldi per pagare. Ovviamente, niente gita, per i tuoi figli.
I vestiti, le scarpe che proprio adesso si sono rotte? e le medicine che la mutua non passa? Se il frigo si rompe, con che soldi lo comprerai? Come pagherai le bollette, i debiti che stupidamente ormai hai fatto per comperare la macchina nuova? E adesso? Come potrai mantenere la macchina? E quando  tuo figlio, ormai abituato ad avere tutto, ti chiederà il computer che cosa gli dirai?

Il condominio, l’affitto, i lavori che hanno fatto al tetto. Con che soldi li pagherai? Ti butteranno fuori di casa. Dove andrai?

L’Italia non è il Paese delle opportunità. Tutt’altro. Se, disperato, tu decidessi di mettere un banchetto fuori da una scuola, da una fabbrica, per vendere dei panini e delle bibite, potresti? Guai! Ci vogliono i permessi, devi pagarci le tasse, devi avere il permesso dell’Ufficio Igiene e chissà che cos’altro….Saresti un vucumprà.

Se vuoi andare in giro e darti da fare per guadagnare qualcosa, offrire le tue braccia forti a uno che sta trasportando degli scatoloni, potresti? Guai! Non può farti lavorare! Sarebbe lavoro nero! È vietatissimo! Non sei assicurato!
Se uno, una persona sola, o un padre di famiglia, si trova improvvisamente senza lavoro, in che cosa può sperare? Il lavoro non lo trova e non ci sono mezzi leciti per trovare dei soldi arrangiandosi a fare lavoretti. 

Non c’è niente di semplice, in Italia. Tutto è burocrazia, tutto viene reso difficile. A meno di non avere soldi per "saltare la fila".
Mille permessi, mille assicurazioni, mille direttive per la sicurezza sul lavoro. E intanto, con tutte quelle regole per la sicurezza, la gente continua a morire sul lavoro. E adesso anche per il non lavoro.

Chi si suicida perché perde la sua piccola azienza, o perché perde la casa, o il lavoro, non si può approvare, ma si può capire.

Primo maggio: festa dei lavoratori. Festa triste e del tutto fuori luogo in questo periodo.

Piuttosto: a quando la festa dei NON lavoratori?


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