La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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mercoledì 28 gennaio 2015

“Prima supplenza: la Scuola è molto diversa da come la ricordavo”. Seconda Parte. 503° post

Caro Franco, capisco quello che provi. Capisco la fatica di insegnare “quando si entra in classe senza avere a disposizione il 110% delle proprie energie psicofisiche” (figurati la fatica di chi insegna da molti anni!).
Tutti notiamo quello che hai notato tu: “i ragazzi, casinisti come allora, non rispettano più i professori come ai miei tempi.  Non solo chiacchierano e si distraggono, ma non si fanno alcun problema a rivolgersi in maniera insolente ai propri docenti, […] hanno un livello di preparazione notevolmente più basso di trent'anni fa. Arrivano dalle elementari ignorando molte nozioni disciplinari di base che avrebbero invece dovuto conoscere, non sanno stare in classe, alzare la mano, parlare uno alla volta, scrivere i compiti sul diario, studiare su un libro, fare un riassunto, scrivere un tema o un semplice pensierino”.
Sono dati di fatto. Il problema è che poi tu, come moltissimi fanno, ti lasci tentare dall’individuare come cause di tutti i mali della Scuola atteggiamenti e scelte didattiche che in realtà sono giusti:
 “[…]. I ragazzi devono essere motivati, coinvolti, divertiti più che invogliati allo studio. […] Questo è l’andazzo, che coinvolge anche i presidi: la scuola deve essere appetitosa per l’utenza, quindi presentare una amplissima offerta didattica e non, divertire e non punire, svagare più che insegnare, essere luccicante e piena di mostrini più che essere autorevole, solida e SERIA.
Del resto la collega che mi aveva preceduto aveva un metodo coerente con questa impostazione: nessuno studio teorico o esperienza informatica (pur previsti dalle Indicazioni Nazionali), ma solo disegni, disegni facili, valutati con grande generosità, svolti nelle due ore settimanali in classe al ritmo della musica ascoltata dai ragazzi nelle loro cuffiette.”
Caro Franco, il discorso è molto più complesso. Mi sembra che tu lo abbia semplificato un po’ troppo. So che hai letto e apprezzato il mio libro e perciò ti invito a rileggerlo: vedrai che anch’io dico che la Scuola deve divertire e non punire. Non necessariamente divertire e non sempre punire. La punizione è l’ultima risorsa, e, in realtà, serve a poco, per i motivi che ho già spiegato più volte. La Scuola deve essere interessante, deve essere accogliente e, quando possibile, divertente. I ragazzi devono, sì, imparare a faticare, anche molto, ma devono studiare perché lo vogliono e perché capiscono che serve, e non perché sono obbligati con un clima del terrore. È vero che “i ragazzi devono essere motivati, coinvolti, divertiti”. E questo non esclude che possano essere “invogliati allo studio”. Anzi, il piacere di stare a scuola è la premessa dell’amore per lo studio. Una scuola che sa anche divertire non è meno “autorevole, solida e seria”. E una scuola noiosa e pesante non è sicuramente autorevole, solida e seria.
Dissento fortemente da chi scrive libri e divulga l’idea che anche la Scuola dell’obbligo debba essere selettiva, e che non si debbano aiutare tutti, ma soltanto i ragazzi “meritevoli”. Credo che per migliorare la società sia essenziale che tutti abbiano almeno una preparazione di base. Come si può pensare di vivere in un mondo come quello attuale (soprattutto dal punto di vista lavorativo) senza almeno tentare di dare a tutti un’istruzione, almeno di base? Ma dato che l’istruzione obbligatoria non è supportata da adeguate risorse e da un cambiamento radicale del sistema scolastico, ne consegue che gli insegnanti sono obbligati ad abbassare le richieste, per esempio proponendo “disegni facili, valutati con grande generosità”. E se le esperienze informatiche sono scarse di solito è perché le aule di informatica sono poche e spesso non funzionanti. Le LIM dovrebbero essere disponibili in ogni classe e invece non ci sono. E in quanto alla “musica ascoltata dai ragazzi nelle loro cuffiette”, ti appare come se fosse una mancanza di interesse.  Ma disegnare in silenzio ascoltando musica è una cosa che moltissime persone fanno. Perché impedirlo?
La disattenzione, la mancanza di volontà, la maleducazione, la tendenza a far tutto frettolosamente e superficialmente, l’insofferenza verso la fatica e verso le regole non dipendono dagli insegnanti permissivi, Franco. Dipendono dalla società nella quale i ragazzi vivono e da tutta la tempesta di maleducazione, di insensibilità, di esempi diseducativi che si riversa su di loro ogni giorno. L’ho scritto molte volte, nel blog e nel libro, e perciò non voglio ripetermi.
Per cambiare la Scuola bisognerebbe che cambiasse prima di tutto la mentalità della società. Ma in questa società, ai politici e i grandi imprenditori fa comodo che i ragazzi siano impreparati, superficiali e, soprattutto, spendaccioni. Ecco perché nessun governo investe davvero nella Scuola pubblica quello che sarebbe necessario. Tutti lo annunciano ma nessuno lo fa. Almeno finora.
Per costruire una buona Scuola non dobbiamo guardare al passato, ma al futuro: la Scuola va cambiata radicalmente, per farla diventare una Scuola che suscita nei ragazzi la voglia di imparare. Una Scuola seria, anche quando diverte. La Scuola di oggi è ancora molto simile – nella sostanza- a quella del passato, ma tutto il mondo intorno è cambiato: che senso ha? Abbiamo (giustamente) voluto una Scuola di massa, ma abbiamo mantenuto la struttura della scuola di élite, dove chi è svantaggiato viene bocciato, o punito, o mandato avanti anche se impreparato, invece che recuperato. “Recuperare” è un verbo centrale. Significa cercare di portare un ragazzino che è partito svantaggiato (anche la mancanza di interesse per la Scuola è uno svantaggio che nasce quasi sempre da un ambiente culturalmente non stimolante) al livello della maggioranza. Se non lo facciamo lo scartiamo. Questa è una società che scarta quello che non è perfetto. Pensare che chi non si rende conto dell’importanza dello studio, o chi non riesce a capire quello che gli insegnanti spiegano sia da “scartare” o da “mandare avanti così com’è” è sbagliato e ingiusto. Rinunciare ad aiutare un ragazzino a mettersi sulla strada giusta, a imparare quello che non è riuscito a imparare significa abbandonarlo al suo destino, senza offrirgli una vera occasione di riscatto.
Anche se il mondo è cambiato, le materie e modi di insegnarle sono rimasti sostanzialmente gli stessi.  Ogni anno al Ministero danno una lucidata alle apparenze con qualche parolone nuovo, ma in sostanza non cambiano nulla (e riducono le risorse). Si dovrebbe, invece, rivedere tutto: orari, materie, programmi, edifici, aule, banchi e sedie, lavagne, metodi, formazione e reclutamento degli insegnanti e, soprattutto, risorse assegnate alla Scuola.
Le risorse ci sono (almeno a vedere gli stipendi d’oro della politica e degli alti dirigenti pubblici).
È la volontà, quella che manca.


martedì 27 gennaio 2015

Ripropongo: Ogni sterminio è una vergogna per tutta l’Umanità.

Nel Giorno della Memoria si deve assolutamente ricordare.
Per non dimenticare mai quello che è stato. Per ricordare la morte di chi è stato derubato della vita, della dignità, degli affetti, dei ricordi. È essenziale, perché altrimenti la Storia non ci avrà insegnato nulla.
Come insegnante ho il dovere di passare ai miei alunni questo testimone terribile, e di anno in anno, nella Giornata della Memoria più che in tutti gli altri giorni, dimentico tutto quello che c’è sui libri di scuola, la grammatica, la letteratura, la geografia, e li faccio viaggiare indietro nel Tempo, nella Storia, per ricordare loro la tragedia che si è consumata, e per metterli in guardia, perché tutto può ancora accadere e perché in altre parti del mondo sta già accadendo. Di nuovo, e senza che noi facciamo nulla per impedirlo.

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lunedì 26 gennaio 2015

“Prima supplenza: la Scuola è molto diversa da come la ricordavo”. Prima Parte. 502° post


Franco mi scrive:
“Gentile professoressa Milani, si ricorda di me? Sono quel Franco che le scrisse fresco vincitore di concorso, neoassunto con zero ore di insegnamento alle spalle e di conseguenza abbastanza terrorizzato dall'impatto con l’insegnamento e con le proprie nove classi.
Desidero scriverle nuovamente per fare un punto dopo tre mesi di insegnamento, coincidenti con le vacanze natalizie e la fine del trimestre. Il terrore di insegnare è svanito sin dal primo giorno, man mano che passavano le ore di quel lunghissimo lunedì 15 settembre; quella che non è svanita affatto è la fatica di insegnare, fatica notevole specie quando si entra in classe senza avere a disposizione il 110% delle proprie energie psicofisiche.
Desidero scriverle soprattutto della Scuola, intesa come istituzione. Come lei forse ricorderà insegno tecnologia alle medie, che io lasciai 30 anni fa; mi aspettavo di trovare una Scuola corrispondente al racconto che se ne fa nei telegiornali e nei media in generale, cioè strutture antiquate, dotazioni insufficienti, professori anziani e demotivati… tutto vero, almeno in parte, ma non è questo l’aspetto che mi ha colpito di più.
Sin dai primi giorni mi sono reso conto che la scuola del 2014 è profondamente diversa da quella del 1984: innanzitutto i ragazzi, casinisti come allora, non rispettano più i professori come ai miei tempi.  Non solo chiacchierano e si distraggono, ma non si fanno alcun problema a rivolgersi in maniera insolente ai propri docenti, a fare rivendicazioni a nome della classe, a pretendere agevolazioni e trattamenti di favore. Poi, cosa ancora peggiore, hanno un livello di preparazione notevolmente più basso di trent'anni fa. Arrivano dalle elementari ignorando molte nozioni disciplinari di base che avrebbero invece dovuto conoscere, non sanno stare in classe, alzare la mano, parlare uno alla volta, scrivere i compiti sul diario, studiare su un libro, fare un riassunto, scrivere un tema o un semplice pensierino: non sanno nemmeno accettare un sei o un sette, mal abituati dai dieci delle elementari. Continuano le medie per inerzia e non recuperano le “competenze” e le “conoscenze” carenti: la maggior parte di loro mantiene un italiano scadente, limitato nei vocaboli e nei migliori dei casi colloquiale, con errori di sintassi, di ortografia, grammaticali, di logica e così via. Si figuri che, dopo due mesi di lezioni sui materiali, uno di loro ha scelto come materiale a piacere in una verifica scritta l’orso polare… E in una terza, pochi giorni or sono, solo un alunno su 25 sapeva indicare correttamente, seppur colloquialmente, il significato della parola “conformismo”.
Ma non è neanche l’ignoranza o l’indisciplina degli alunni l’aspetto peggiore della scuola media del 2014. Già nella seconda settimana, a fine settembre, mi è capitato di entrare in aula e trovarla vuota: i ragazzi, a mia insaputa, erano andati a un “campo scuola sportivo”, una settimana presso un centro sportivo in una non indimenticabile località del sud Italia. E per tutto il trimestre, malgrado l’accelerazione dei tempi che esso comporta rispetto al classico quadrimestre, mi sono trovato classi in uscita per teatri, chiese, mostre, convegni, pellegrinaggi, attività di giardinaggio, open-day di altre scuole e chi più ne ha più ne metta. Potendo farlo avevo infatti scelto, come sede dell’anno di straordinariato, una scuola “di buona fama”: e “buona fama”, come ho imparato a mie spese, significa una scuola che offre di tutto e di più tra le attività cosiddette “extra-curricolari”. Niente di male portare i ragazzi fuori quando l’avanzamento delle normali attività didattiche è a posto, le competenze sono raggiunte, il livello della classe è buono. Ma oggi la gita, anzi l’uscita didattica, è diventata un diritto dei ragazzi, qualunque sia la loro preparazione e qualunque sia lo stato di avanzamento del “programma” (parola innominabile) che il professore ha deciso di svolgere.
L’importanza data a gite, attività teatrali, concorsi, gare matematiche, pesche di solidarietà e via danzando va di pari passo all'irrilevanza che stanno via via assumendo l’insegnamento e l’apprendimento. I ragazzi devono essere motivati, coinvolti, divertiti più che invogliati allo studio: in poche parole vanno intrattenuti per le sei ore, e poco importa di quanto riescano a imparare. Avendo due ore a settimane per classe, spesso in un solo giorno, mi è capitato di perdere fino a 6-7 ore di insegnamento sulle 26 totali previste nel primo trimestre, cioè quasi 1/4. Ho gentilmente fatto qualche rimostranza in merito al dirigente scolastico, che mi ha risposto con una domanda: ma per tuo figlio preferiresti che perdesse una uscita didattica o due ore di tecnologia? Questo è l’andazzo, che coinvolge anche i presidi: la scuola deve essere appetitosa per l’utenza, quindi presentare una amplissima offerta didattica e non, divertire e non punire, svagare più che insegnare, essere luccicante e piena di mostrini più che essere autorevole, solida e SERIA. Del resto la collega che mi aveva preceduto aveva un metodo coerente con questa impostazione: nessuno studio teorico o esperienza informatica (pur previsti dalle Indicazioni Nazionali), ma solo disegni, disegni facili, valutati con grande generosità, svolti nelle due ore settimanali in classe al ritmo della musica ascoltata dai ragazzi nelle loro cuffiette. Il mio tentativo di essere serio, di portare i miei alunni a un livello accettabile alle superiori, malgrado tutta la mia inesperienza e le mie difficoltà, appare anche a me stesso patetico, tanto più se rapportato alla scarsa rilevanza che viene attribuita alla materia che insegno.

Mi scuso per essermi dilungato, ma era un racconto che mi sentivo di dover fare, ben più importante delle mie difficoltà nell'insegnamento, delle mie ore spese a preparare lezioni e a correggere compiti e disegni, dei resoconti di surreali consigli di classe e così via.”

domenica 25 gennaio 2015

“Prima supplenza: ho poca esperienza, e mi sento un po' demoralizzata”. 501°post

Gentilissima professoressa Milani,
mi chiamo Elena e finalmente, con mia grande contentezza ed emozione, il mese scorso sono stata chiamata per la mia prima supplenza alle scuole medie!!!
Sono laureata in Lettere ma non ho la specializzazione. Ho 28 anni ma ne dimostro molti meno...tanto che ai colloqui una mamma mi ha detto (in modo gentile, non come critica) che sembro una ragazzina e che mi aveva scambiata per un'alunna!
E' da un mese che insegno italiano, storia e geografia in due prime medie.
Durante i primi giorni di scuola i bambini di entrambe le classi (che sapevano che ero una supplente per qualche mese perché gli altri professori lo avevano detto loro) non seguivano moltissimo e facevano domande come 'Ma i voti che mette lei fanno media?  Ma lei parla con la nostra professoressa?'
Poi però la situazione è cambiata. Ho iniziato ad interrogare e a continuare il programma (fortunatamente ho avuto modo di parlare con la professoressa di ruolo che mi presentato un quadro generale della classe e che mi ha indirizzata sugli argomenti da spiegare).
In una classe tutto sta andando benissimo. Dopo il 'disorientamento' iniziale i bambini hanno iniziato a seguirmi, a studiare, a farmi domande durante le spiegazioni. Mi sto affezionando a loro e sento che anche la classe si sta trovando bene.
C'è anche da precisare che questa classe è molto diligente. Ci sono molti bambini studiosi e pochissimi casi difficili (me lo hanno confermato anche gli altri professori).
Invece nell'altra prima che ho non va per nulla bene.
I bambini studiano poco ed alcuni rispondono anche in faccia. La lezione va avanti con fatica, con continue interruzioni (perché devo rimproverare i bambini che fan chiasso o disturbano i compagni). Durante alcune ore i bambini seguono di più ma altre volte la situazione degenera parecchio.
Ne ho parlato con i mie colleghi che sono stati tutti gentilissimi e disponibili con me. Mi hanno detto che è una classe difficile (abbiamo contato dieci casi tra bes e problemi familiari vari) e che devo essere molto severa, mettere note individuali sul registro e dare punizioni.
Sto seguendo i loro consigli: sto dando compiti di punizione, note sul registro, annotazioni sul diario per chi non fa i compiti o per chi non rispetta le regole, lanciando per esempio carte tra i banchi. Utilizzo anche altri espedienti come non entrare in classe se non c'è silenzio, non proseguire la spiegazione se non c'è silenzio, dare compiti in classe a chi parla e qualche volta anche gridare (questo ogni tanto mantiene il silenzio). Preciso che quando parlo di silenzio non pretendo che siano muti ma che non si distraggano in continuazione e che non parlino tutti insieme senza alzare la mano. In classe i bambini litigano spesso tra di loro. In particolare c'è un bambino che insulta sempre i compagni ma niente riesce a placarlo. Ho anche parlato con i genitori ai colloqui ma non sembrano seguirlo molto. Molti bambini polemizzano per tutto, non accettano le annotazioni sul diario, le trovano ingiuste e a volte scoppiano in lacrime dicendo che sono severa (cosa che per natura e carattere in realtà non sono proprio). So che è una classe difficile ma sono convinta che con me sono 'più terribili' che con gli altri insegnanti. Infatti già quando in classe c'è il professore di sostegno va molto meglio. In classe non c'è un clima sereno.
Ho poca esperienza, e mi sento un po' demoralizzata, mi spiace che si sia creata questa situazione e vorrei tanto migliorarla. Temo che la mia 'inesperienza' sia passata inosservata nella classe con poche problematiche e sia emersa pienamente nella seconda.
Ho letto molti dei suoi consigli sul suo sito, ho letto quello che lei pensa sulle note (ho utilizzato anche altri espedienti non solo note) ma non riesco a trovare una soluzione per creare un clima sereno in questa classe e vorrei tanto diventare anch'io brava come i mie colleghi.
Grazie, buona giornata. Elena”

Cara Elena, sei molto giovane, sei alla tua prima supplenza e, ovviamente, non hai esperienza. Dalla tua lettera emerge il fatto che tu pensi, per questo, che sia quasi giustificata una certa mancanza di attenzione o di rispetto da parte dei ragazzi.
Il primo consiglio che ti do è quello di toglierti dalla mente quest’idea. Non devi sentirti quasi come se tu dovessi scusarti perché sei giovane. La mancanza di esperienza può farti fare degli errori che, quando avrai più anni di insegnamento, imparerai a evitare, ma non giustifica da parte degli alunni scarsa attenzione o mancanza di rispetto. Come ho già detto altre volte, non è l’età più matura quella che ti garantisce il rispetto degli alunni. Quello che hai scritto tu potrebbe benissimo essere stato scritto da una insegnante cinquantenne.
Alle domande 'Ma i voti che mette lei fanno media?  Ma lei parla con la nostra professoressa?' avresti dovuto rispondere “Ma si capisce!” e tagliare corto.
Alla mamma che ti ha detto che le sembravi una ragazzina e che ti aveva scambiata per un'alunna che cosa hai risposto? Se ci pensi bene, non avrebbe dovuto dirtelo. Non perché ci sia qualcosa di male, ma perché l’osservazione è inopportuna, come tutte le osservazioni riguardanti l’aspetto fisico in un ambiente di lavoro. Dato che tu hai ventotto anni, non era - in fondo in fondo- un complimento. Ti verrebbe in mente di dire a un medico che ti sta visitando che ti sembra un ragazzino e che lo hai scambiato per uno studente? Io penso di no, perché avresti pensato che stava facendo il suo lavoro e avrebbe potuto scambiare quella osservazione per mancanza di fiducia.
Il sistema dei compiti di punizione, delle note sul registro, e delle annotazioni sul diario non risolve nulla. Chi non fa i compiti non farà neppure quelli di punizione, chi si comporta male ha spesso una famiglia che non guarda neanche il diario e se lo fa se la prende con te perché hai dato la nota. I genitori del bambino che insulta i compagni, infatti, non ti sono sembrati molto collaborativi, durante i colloqui, vero? Anche perché probabilmente a casa usano anche loro il sistema degli insulti per farsi capire.
“Ho poca esperienza, e mi sento un po' demoralizzata, mi spiace che si sia creata questa situazione e vorrei tanto migliorarla”, scrivi. Ed è per aiutare chi incontra delle difficoltà e non sa come gestirle che ho scritto il libro e scrivo il blog. Ma vorrei ribadire il concetto che i problemi li incontriamo tutti, che tutti abbiamo classi e alunni difficili. Compresa me. Solo che con impegno e fatica si impara a risolvere i problemi. La capacità di gestire le classi, di creare un clima sereno, di fare in modo che i bambini non litighino, che non piangano per un brutto voto, che imparino a rispettarsi si acquisisce con l’esperienza e con lo studio. Il mio libro è un corso che aiuta ad affrontare le difficoltà, a capire quali errori non si devono fare e a trovare strategie utili ad affrontare le classi. Il resto lo devi fare tu, giorno dopo giorno. Non pensare più al fatto che sei giovane. Diventa più sicura di te. Impara a comunicare agli altri – alunni e genitori- che sai quello che fai e che meriti rispetto perché sei una buona insegnante. Come? Prima di tutto devi esserne convinta tu. Convinciti di essere una brava insegnante e cerca di migliorare giorno per giorno, e per tutta la carriera. Accetta i tuoi errori, perché sono il modo naturale per migliorare. Non ti demoralizzare, quindi, se non riesci subito ad ottenere l’attenzione e il rispetto di tutti i ragazzi: è normale. Sentiti soddisfatta di ogni tuo piccolo successo in classe. Ma non dare mai per scontato di sapere già tutto, perché quello è il sistema migliore per trasformarti in una cattiva insegnante. Anch'io, che scrivo per dare consigli, studio, rifletto, leggo, cerco sempre di imparare qualcosa di nuovo. Fammi sapere, Elena!


martedì 13 gennaio 2015

"Perché assumono degli insegnanti incompetenti?" 500° post

Caterina mi scrive:
“Salve, sono arrivata al suo blog tramite una domanda che mi sono iniziata a fare dall'inizio del mio primo anno alle superiori.
La mia domanda è 'Perché assumono degli insegnanti incompetenti?' detta da me magari questa cosa sembra poco seria, ma vorrei davvero parlarle del mio problema.
Frequento un liceo linguistico dove sono andata con l'intento di conoscere le lingue, le lingue mi hanno sempre affascinata già dalle elementari, ma alle medie come professore in inglese avevo una persona che non si presentava mai in classe e quando c'era ci segnava degli esercizi (senza spiegarci nulla) e nel frattempo lui giocava al computer o anche meglio leggeva il giornale. Mi sono sempre un pò ribellata a lui che ci reputava una massa di ignoranti, iniziai ad imparare da sola l'inglese così da risultare sempre pronta ad una sua interrogazione. Nonostante questo, nonostante le mie scarse basi in inglese ho scelto il liceo linguistico per migliorare e continuare con le lingue.  Agli open-day della scuola ci avevano detto di star tranquilli, tutte le lingue sarebbero ricominciate da zero, ma non è stato così, in inglese abbiamo iniziato subito dai verbi. 
Sono rimasta delusa quando mi si è presentata in classe un'insegnate uguale a quella delle medie ossia, non è mai in classe e varie volte l'abbiamo beccata al computer e non in classe, quando invece si presenta è ancora peggio, non sa spiegare e ha una pronuncia peggio di quella di mio nonno. Questo mi ha portato a prendere vari 4/5 alle sue verifiche, proprio perchè non avendo delle ottime basi, con una professoressa così sto peggiorando.  Non sono l'unica a trovarsi male con questa professoressa, ma bensì tutte le classi che hanno lei come insegnante di inglese. Non sappiamo cosa fare, ed essendo al primo anno siamo anche un pò spaventati. Abbiamo riferito tutto ciò alla nostra coordinatrice di classe che ci ha detto di parlarne con il preside, ma appunto siamo spaventati che lei possa scoprirlo e in qualche modo punirci tutti dandoci un debito. Abbiamo anche tentato varie volte di parlarne con la professoressa stessa, che nonostante le prove che avevamo ha smentito tutto. Questa cosa sta provocando in me parecchio disagio tanto che quando c'è lei non vorrei andare a scuola, o ci vado con paura, temo di sbagliare una sua domanda e prendere un altro brutto voto e avere il debito. 
Stando in un liceo linguistico vorrei quindi un'ottima preparazione in tutte le materie ma specialmente nelle lingue, ma questo non mi è possibile perchè mi hanno assegnato questa professoressa davvero incompetente. Sono qui quindi a chiederle qualche consiglio su cosa fare. Come possiamo farcela cambiare? Insomma come possiamo risolvere tutto questo? Spero davvero in una sua risposta.  Di sicuro Non sono disposta a pagare una persona esterna che mi insegni l'inglese. Distinti saluti. Caterina.”

Cara Caterina, mi dispiace, ma non so risponderti. O meglio: non ho una soluzione per te. Posso risponderti che è vero che capita che vengano assunti anche gli insegnanti incompetenti o fannulloni. Non avrebbero dovuto arrivare a insegnare, ma ci sono arrivati. E ora che ci sono, nessuno può mandarli via. È vero che sono pochi. Ma è anche vero che, se te ne capita uno, la materia che quell'insegnante incompetente dovrebbe insegnarti non la impari.

Se ci si pensa bene, sembra impossibile che lo Stato non abbia posto rimedio a queste situazioni. Caterina si è iscritta a un liceo linguistico per imparare soprattutto le lingue. Perché, se le capita un insegnante incompetente, deve uscire da quella Scuola senza sapere – per esempio-  l’inglese? Maria si è iscritta al Liceo Classico: perché, se la professoressa di latino non ha mai insegnato come avrebbe dovuto, Maria non fa bene la prova di latino ed esce dalla Maturità penalizzata? Stefano si è iscritto ad Architettura: perché, se il professore non insegna a progettare Stefano uscirà impreparato?
“Agli open-day della scuola ci avevano detto di star tranquilli, tutte le lingue sarebbero ricominciate da zero, ma non è stato così, in inglese abbiamo iniziato subito dai verbi. “: osservazione che non posso che condividere. Perché tante bugie all’open school di ogni ordine di scuola?
“…alle medie come professore in inglese avevo una persona che non si presentava mai in classe e quando c'era ci segnava degli esercizi (senza spiegarci nulla) e nel frattempo lui giocava al computer o anche meglio leggeva il giornale.”: sappiamo tutti che un insegnante così può capitare. E se capita, perché stiamo tutti zitti? E perché quel professore non dovrebbe andare a casa e lasciare il posto a uno dei tanti bravi e volenterosi giovani insegnanti che non aspettano che di entrare in classe? E – soprattutto – come mai uno così è entrato nella Scuola?

A chi diamo la colpa di tutto questo? Agli studenti? Ai professori? Io la do allo Stato. Perché ha assunto e assume anche le persone non preparate? Una risposta a Caterina dobbiamo pur darla! Guardate che è una domanda interessante. I professori impreparati o fannulloni sono pochi. Ma ci sono. Ed è per loro che la paghiamo tutti. "Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce", disse un leggendario filosofo cinese 400 anni prima di Cristo. Un insegnante indegno del suo ruolo fa molto più rumore di tanti altri che fanno al meglio il loro dovere. Perché lo hanno assunto? Sembra che allo Stato importi poco della qualità della Scuola pubblica. L’Università dovrebbe garantire una preparazione che permetta di insegnare agli altri. Allora domando ai miei colleghi: quanto bisogna essere preparati nella materia che si dovrà insegnare? Da 1 a 10. Basta un 6? Io dico di no. Per insegnare qualcosa bisogna saperla bene, altrimenti si tentenna, si dubita, qualche volta si sbaglia, si spiega in modo pasticciato. Bisognerebbe che chi vuole diventare insegnante avesse una media alta. Ma bisognerebbe anche che i voti alti che vengono dati all'università corrispondessero davvero a una buona preparazione. Domando: è sempre così?
Allora: lo Stato immette nelle Scuole anche ( e sottolineo “anche”, a scanso di equivoci) degli insegnanti incompetenti. E poi dice che gli insegnanti non preparano bene, che la Scuola italiana è indietro rispetto agli altri Paesi, che ci sono insegnanti impreparati, o fannulloni, ecc.  Io dico che se accade è perché il sistema di reclutamento è sbagliato. Ed è sbagliato anche il fatto che, una volta assunto, un insegnante diventi inamovibile, anche se non insegna nulla, se non conosce bene la materia e non fa nulla in classe. Si parla di “merito” come se l’introduzione del concetto di “merito” risolvesse tutto. Gli insegnanti sono favorevolissimi al merito. Ma solo quando ci sarà qualcuno in grado di valutare. Chi dovrebbe valutarli? Un gruppo di colleghi? E a che titolo? E, se l’insegnante da valutare non risultasse idoneo, dovrebbero essere loro quelli che premono il bottone “rifiutato”? Il dirigente? Magari proprio quello che non sa gestire la scuola? Qualcuno dell’università, allora? Magari proprio quello che all'Università non insegna quello che dovrebbe?

Purtroppo, cara Caterina, non ho molti consigli da darti. Cerca di studiare da sola. Mi dispiace dirtelo, ma allo stato attuale delle cose nessuno può fare nulla. 

domenica 4 gennaio 2015

“Correggete la società. Per favore.” Seconda parte. 499° post

Il 28 dicembre 2014, Leelah Alcorn, una ragazza dell’Ohio, si è suicidata, gettandosi sotto un camion. O meglio, si è suicidato Joshua, un ragazzo dentro il quale viveva Leelah, una ragazza che avrebbe voluto essere come le altre. Ma non le è stato permesso.
Leelah si è suicidata perché i genitori le impedivano di iniziare la transizione verso l’altro sesso, perché era contrario al loro credo religioso. Ma il rifiuto di accettare come “normale” l’esistenza in natura, non solo di persone che provano attrazione sessuale per persone dello stesso sesso – gli omosessuali-, ma anche di persone che non si identificano con il sesso di nascita – i transgender, nasce anche senza resistenze di tipo religioso. 
È cosa nota il fatto che la grande maggioranza della gente accetta solo quello che è “normale”, cioè che rappresenta ciò che è più diffuso, che non è eccezionale, che è aderente alla norma, alla consuetudine. Finché le cose sono “normali” si sta più tranquilli. Ogni cosa diversa crea una specie di allarme, che solo le persone intelligenti riescono a gestire. Perfino la diversità delle persone geniali o molto creative può creare disapprovazione e disagio. Crea disagio chi è malato, chi ha menomazioni fisiche o mentali, chi è diverso da qualunque punto di vista.
La religione, per esempio quella cattolica, ha i suoi motivi per non accettare chi è diverso o vuole fare le cose diversamente. Per esempio non può accettare che Dio faccia degli “errori”, per esempio creando un uomo nel corpo di una donna. E non può accettare chi vuole comportarsi diversamente da quello che dicono le Sacre Scritture. Ne sa qualcosa Galileo Galilei.
Ma a me interessa parlare di noi, della gente comune e di come si comporta con chi è diverso.
Nasce un bambino e tutti sono felici. Ha il pisellino e perciò è un bel maschietto! Il padre già immagina che gli insegnerà ad andare in bicicletta, a giocare a calcio, e quando sarà più grande, gli dirà tutto su come si conquistano le ragazze. La madre lo allatta, lo cura, lo veste di azzurro perché il rosa è "da femmine". Lo accompagna ai giardini e lo guarda giocare con il pallone. “Non piangere! Gli uomini non piangono!”, gli dice mentre gli asciuga le lacrime dopo una caduta. “Che bell’ometto!” esclamano le amiche e i parenti.
Ma dopo pochi anni – quattro o cinque- il bambino comincia a voler giocare con le bambine e come le bambine: vuole avere le ali per svolazzare, vuole pettinare le bambole anche quando, dopo la scuola materna, nessuno gliele dà più per giocare; non vuole essere il principe, ma la principessa, vuole essere l’infermiera invece dell’infermiere, vuole giocare a partorire. La mamma le vede tutte queste cosette, ma non vuole neanche parlarne. Se le tiene ermeticamente dentro, sperando che scompaiano come un sogno al mattino. Perché sono convinta che ogni mamma veda bene come sono i suoi figli, anche se finge di non vedere. E lo vedono anche gli insegnanti. Ma non sanno che cosa dire e che cosa fare, perché è molto difficile parlare con un genitore che finge di non capire e dirgli che suo figlio, il suo “ometto” in realtà – dentro - è una “femminuccia”.
È capitato anche a me di trovarmi a gestire la preoccupazione di scoprire fra i miei alunni ragazzi omossessuali e transgender. È stato sempre molto difficile, perché sapevo che cosa li aspettava, in questa società, e perché in realtà non siamo preparati, né come genitori né come docenti, ad affrontare situazioni che abbiano tanti punti sensibili. Soprattutto nel caso di un transgender.
Allora mi sono preparata da sola: ho letto molto e ho molto pensato. Se non lo avete ancora fatto, vi invito a studiare l’argomento “sessualità”. Studiate la differenza fra “transgender”, “transessuale”, “omosessuale”. Studiate perché una persona è  “transgender”, “transessuale”, “omosessuale”. Leggete tanto, da tutti i punti di vista. Non lasciatevi fuorviare e bloccare dalla paura, dai preconcetti e dall’ignoranza dell’argomento. Decidete voi che cosa pensare. Sono sicura che deciderete tutti che non aiutare un alunno che si scopre transgender, è una vera crudeltà, oltre che un’assurdità.
Dovete prepararvi bene, perché non potete fare errori. E dovete essere pronti ad affrontare la disapprovazione di chi considera “tabù” l’argomento “sesso” e, ancora di più, l’argomento transgender. E sono ancora tanti. Dovete essere pronti ad affrontare chi rifiuta il transgender, come fa con l’omosessuale, per motivi religiosi. 
Molti insegnanti credono che sia giusto lasciar perdere, perché “è un argomento delicato”, “non possiamo entrare così nel personale”; “ha i suoi genitori: ci devono pensare loro”. Assurdo. Se ci pensassero già loro, se il ragazzo – o la ragazza - fosse seguito, aiutato ad affrontare quella situazione particolare, se fosse accettato per quello che è, non ci sarebbe bisogno dell'aiuto di noi insegnanti, se non per educare i compagni alla diversità e al rispetto. Ma se i genitori non ci pensano? Se proprio loro deridono o addirittura puniscono il figlio che pretende che per lui si usino pronomi al femminile, che parla di sé al femminile, che vuole vestire abiti da ragazza?
Noi insegnanti abbiamo il dovere di aiutare i ragazzi in difficoltà, di qualunque difficoltà si tratti. E in questo caso che cosa possiamo fare per aiutare un alunno che non si identifica con il suo sesso di nascita?
Prima di tutto dobbiamo osservare il suo rapporto con i compagni e controllare che non sia oggetto di derisione. Poi dobbiamo trovare il modo di parlare con lui, in privato.
Mi è capitato di avere un alunno transgender solo una volta, nella mia carriera.
Un ragazzo che sembrava una ragazza: il modo di vestire, il modo di pettinare i capelli – lunghi- faceva sì che tutti lo scambiassero per una ragazza.
Quando ebbi la conferma – in seconda-  che scriveva di se stesso al femminile, lo chiamai in disparte, fuori dalla classe, per esaminare con lui il suo tema, come qualche volta faccio. Gli chiesi - in sostanza - perché parlava di se stesso come di una “persona sempre fuori posto” che “non vale niente”, e aggiunsi “Vedo che scrivi ‘Sono una ragazza’. Mi puoi spiegare perché?” Mi parlò della sua storia. Mi spiegò che si sentiva una ragazza, che non sapeva perché era così, ma lo era fin da quando aveva cinque anni; mi disse che sua madre non voleva capirlo e continuava a rimproverarlo quando parlava al femminile; mi raccontò che la madre si inteneriva se vedeva un omosessuale, però non accettava che suo figlio potesse essere diverso. Aveva provato a spiegarglielo, ma lei aveva detto che lei aveva avuto un figlio maschio e così doveva rimanere.
Da allora gli ho parlato. Più di una volta. Ho cercato di fargli capire che doveva essere com’era, e che non doveva cercare mai di essere diverso. Ho cercato di fargli capire che per una madre è molto difficile da accettare e che doveva darle tempo. Mi ha risposto che anche per lui era molto difficile. 
“Lo capisco.- risposi -  E posso dirti che è difficile anche per me, perché so che vorrei aiutarti ad affrontare questa situazione, ma non posso farlo. Deve essere uno psicologo ad aiutarti. Ti consiglio di chiedere a tua madre di portarti dallo psicologo. Lei crederà che vuoi cambiare, ma non devi cambiare. Devi solo capire esattamente come sei e come puoi gestire le situazioni che ti si presenteranno. Devi capire che non c’è niente di male in te, che non sei “sbagliato” come scrivi nei temi. E non sei “sempre fuori posto”. Tu vali perché sei una persona matura per la tua età. E il valore non c’entra nulla con il sesso di una persona. Questo è quello che posso fare per te: farti sapere che io ci sono, che puoi parlare con me, se lo desideri. Io sarò più tranquilla quando saprò che sei andato dallo psicologo. Se potessi mi rivolgerei a te al femminile, ma non posso farlo, in classe, senza coinvolgere anche i tuoi compagni, cosa che non mi sembra opportuna in questo momento.”
Solo alla fine della Terza Media sono riuscita a parlare con la madre. Le ho detto che sapevo che era difficile per lei, ma lo era anche di più per suo figlio, che aveva bisogno di essere accettato, prima di tutto dai suoi genitori. Le ho suggerito di portarlo dallo psicologo, perché era importante che anche lei parlasse con uno psicologo, per farsi aiutare ad affrontare la situazione, per capire che in fondo, quel figlio era una persona in gamba, una persona intelligente e sensibile. E che in fondo non era successo niente di grave. Il problema, alla fine, erano solo gli altri.
Sono passati alcuni anni. Non so se sono andati dallo psicologo. Spero di sì. Spero che abbiano trovato una strada poco in salita. Purtroppo non ho fiducia nelle persone, da questo punto di vista. Spero che tutti si decidano a riflettere e a capire, per evitare tanta sofferenza, tanto dolore e anche tanti suicidi.
È ora di cambiare davvero.
I genitori che leggono questo post ci pensino: quante volte ridono davanti ai figli perché una ragazza “sembra un maschio”? quante volte mettono in evidenza, parlando di qualcuno, il fatto che è omosessuale; e quante volte ammiccano, o bisbigliano “quello lì…mi sa che è un po’….”; quante volte raccontano barzellette che hanno per soggetto un omosessuale? Il transgender non è necessariamente un omosessuale (bisogna studiare un po’ per saperlo), ma il concetto è lo stesso. E quante volte sono gli insegnanti stessi ad avere difficoltà ad accettare la “diversità” degli alunni?

Peccato che Leelah Alcorn abbia sprecato così la sua vita. Avrebbe potuto aspettare un po’. Avrebbe potuto diventare una donna in gamba. Chissà, forse i genitori alla fine si sarebbero resi conto che nessun Dio può davvero chiedere ai genitori di rendere infelici i figli. Si sarebbero resi conto che quando vuoi bene a un figlio lo devi accettare per quello che è, e devi fregartene di quello che può dire la gente. O forse, se Leelah avesse aspettato, la gente avrebbe studiato e riflettuto un po’ di più e avrebbe capito che è l’ignoranza quella che crea l’emarginazione.
O forse no.


“Correggete la società. Per favore.” Prima parte. 498° post


Ogni anno, il primo gennaio, faccio le stesse cose: indosso qualcosa di nuovo perché porta fortuna, mangio lenticchie perché portano soldi, apro l’armadio e decido di regalare o buttare qualcosa.
Ogni anno mi rimprovero perché continuo a usare canovacci e asciugamani vecchi e lascio nei cassetti quelli nuovi, molto più belli. Allora forzo la mia natura di formica che fa le scorte e comincio a usare due asciugamani e due canovacci nuovi.
Poi, seguendo il motto "Anno nuovo, vita nuova!", faccio i buoni propositi per l’anno nuovo: il primissimo è “mettermi a dieta” e credo che questo – un po’ per tutti -  sia il proposito numero uno dopo le abbuffate dei giorni precedenti. Poi mi riprometto di fare qualcosa di speciale, qualcosa che renda il prossimo anno un anno migliore del precedente: trovare più tempo per leggere di più, per camminare di più, per stare con le mie amiche; e soprattutto, per scrivere. E mi riprometto di cambiare qualcosa della mia vita. Credo che la cosa più importante da fare, ogni anno, sia quella di cambiare. Se si cambia sempre qualcosa nella propria vita, non si invecchia mai e non ci si annoia mai. È così che ho fatto tanti cambiamenti, anche a scuola. Oggi vorrei farvi un esempio di qualcosa che si può e si deve cambiare.
Leggete questa notizia, se non lo avete ancora fatto. Sono le parole che Leelah Alcorn, una ragazza dell’Ohio, ha lasciato prima di suicidarsi. O meglio, Joshua, un ragazzo dentro il quale viveva Leelah, una ragazza che avrebbe voluto essere come le altre. Ma non le è stato permesso.

“Se state leggendo questo messaggio, vuol dire che mi sono suicidata e ovviamente non ho cancellato questo post dalla lista di quelli programmati.
Per favore, non siate tristi. E’ meglio così. La vita che avrei avuto non vale la pena di essere vissuta… perché sono transgender. Potrei scendere nei particolari per spiegare perché mi sento così, ma questo messaggio sarà già abbastanza lungo senza che lo faccia. In parole povere, mi sento come una ragazza intrappolata nel corpo di un ragazzo e mi sono sentita in questo modo dall’età di quattro anni. Non sapevo che ci fosse una parola per questo modo di sentire, né che fosse possibile per un ragazzo diventare ragazza, perciò non l’ho detto a nessuno e ho continuato a fare le cose tradizionalmente “da maschio” per cercare di essere accettata.
Quando avevo 14 anni, ho imparato che cosa significa “transgender” e ho pianto di felicità. Dopo 10 anni di confusione, avevo finalmente capito chi sono. L’ho detto subito a mia madre ma lei ha reagito in modo estremamente negativo, dicendomi che stavo attraversando una fase e che non sarei mai stato una ragazza, perché Dio non fa errori ed ero io che sbagliavo. Se state leggendo questo messaggio, genitori, per favore non parlate così ai vostri figli. Anche se siete cristiani o siete contrari ai transgender, non dite mai una cosa del genere a qualcuno, specialmente a vostro figlio. Non avrà alcun risultato se non quello di far si’ che odi se stesso. E’ quello che è successo a me.
Mia madre ha iniziato a portarmi da un terapista, ma solo da terapisti cristiani (pieni di pregiudizi) perciò non ho mai ricevuto la terapia che mi serviva: per la depressione. Invece, mi è toccato ascoltare altri cristiani che mi dicevano che sono egoista e che sbaglio e che dovrei chiedere aiuto a Dio.
Quando avevo 16 anni mi sono resa conto che i miei genitori non avrebbero mai capito e che avrei dovuto aspettare di avere 18 anni per poter iniziare un trattamento di transizione, e questo mi ha completamente spezzato il cuore. Più aspetti, più difficile è la transizione. Mi sono sentita senza speranza: sarei stata un uomo vestito da donna per il resto della mia vita. Nel giorno del mio sedicesimo compleanno, quando i miei genitori non mi davano ancora il loro consenso, ho pianto e piano e alla fine ho preso sonno.
Ho assunto una sorta di atteggiamento di sfida nei confronti dei miei genitori e ho detto a tutti a scuola che sono gay, pensando che in questo modo sarebbe stato meno scioccante più avanti rivelare che sono trans. Anche se la reazione dei miei amici è stata positiva, i miei genitori erano arrabbiati. Si sentivano come se stessi minando la loro immagine, per loro ero fonte di imbarazzo. Volevano che fossi il loro perfetto ragazzino cristiano, e questo non era ovviamente quello che volevo io.
Perciò mi hanno fatto lasciare la scuola pubblica, mi hanno tolto il computer portatile e il telefono e mi hanno proibito di usare i social media, isolandomi completamente dai miei amici. Questo è stato probabilmente il periodo più infelice della mia vita, il periodo di più profonda depressione e sono sorpresa di non essermi uccisa allora. Sono stata in completa solitudine per cinque mesi. Nessun amico, nessun supporto, nessun amore. Solo la delusione dei miei genitori e la crudeltà della solitudine.
Alla fine dell’anno scolastico, i miei genitori finalmente hanno cambiato idea e mi hanno restituito il telefono e il permesso di usare i social media. Ero eccitata, finalmente avevo di nuovo i miei amici. E anche loro erano estremamente eccitati di potermi vedere e di poter parlare con me, ma solo all'inizio. Mi sono resa conto alla fine che anche a loro non interessava granché di me e non mi sono mai sentita così sola. Gli unici amici che pensavo di avere erano contenti di vedermi solo quando succedeva cinque volte la settimana.
Dopo un’estate praticamente senza amici, più il peso di dover pensare all'università, dover risparmiare per poter andare a stare via da casa, continuare ad avere buoni voti, andare in chiesa ogni settimana e sentirmi una merda perché tutti erano contrari a tutto ciò per cui vivevo, ho deciso di averne abbastanza. Non riuscirò mai ad avere una vera transizione, nemmeno quando andrò via da casa. Non sarò mai felice del modo in cui appaio. Non avrò mai abbastanza amici. Non avrò mai abbastanza amore. Non troverò mai un uomo che mi ami. Non sarò mai felice. La scelta è tra vivere il resto della mia vita come un uomo solo che vorrebbe essere una donna, oppure vivere come una donna ancora più sola che odia se stessa.  Non posso vincere. Non c’è via d’uscita. Sono già abbastanza triste e non ho bisogno che la mia vita peggiori ancora. La gente dice che col tempo la situazione migliora, ma non è vero nel mio caso. Diventa peggio. Ogni giorno è peggio.
Questa è la situazione, ed è per questo che voglio uccidermi. Mi spiace se secondo voi non è una buona ragione, ma lo è per me. Per quanto riguarda il mio testamento: voglio che il 100% delle cose che mi appartengono vengano vendute e i soldi (insieme ai soldi che ho lasciato in banca) vengano donati ai movimenti per i diritti civili e ai gruppi di sostegno per i trans, non mi importa a quale gruppo in particolare. Potrò riposare in pace solo se un giorno i transgender non verranno trattati nel modo in cui sono stata trattata io, ma da esseri umani, con sentimenti validi e diritti umani. Le questioni di genere devono essere insegnate a scuola, prima possibile. La mia morte deve significare qualcosa. La mia morte deve essere contata nel numero dei transgender che si sono uccisi quest’anno. Voglio che qualcuno si renda conto di quel numero e dica che è una fottuta ingiustizia e sistemi le cose. Correggete la società. Per favore.
Addio, (Leelah) Josh Alcorn”



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