La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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domenica 30 aprile 2017

“Diseducativo” in che senso? 622° post

Se vogliamo riflettere sull’educazione, dobbiamo capire bene che cosa significa “educare”, ma anche essere consapevoli del fatto che si può educare, non educare e anche diseducare.
Il mio nuovo libro “Maleducati o educati male?” è tutto dedicato a questo.

Ho scritto molte volte - nei libri, negli articoli e nel blog - che la società è diseducativa, che dobbiamo prendere coscienza di questo fatto e ribellarci.
Ma come ribellarci? Vorrei fare qui degli esempi. 
Comincio dalla televisione. In estrema sintesi: posso educare, con un documentario sugli altri popoli; posso non educare, con una rubrica di cucina, o diseducare, con un programma che trasmette concetti diseducativi. Faccio un esempio preciso: il programma “Lo scherzo perfetto”, andato in onda su una tv commerciale.
Se noi genitori, insegnanti e adulti in generale ci rendessimo conto di quanti messaggi diseducativi inviamo ai bambini e ai ragazzi, e decidessimo di evitare o di non assecondare questi messaggi saremmo a buon punto nel percorso di miglioramento della società.  La puntata che uso come esempio mostra una ragazza che, come “provino”, propone uno scherzo che consiste nell’andare in un bar e fare una breve lap dance di fronte a un “pubblico” di uomini, per la maggior parte pensionati. Grazie a questo siparietto, viene ammessa alla puntata.
Il suo scherzo, in sintesi, è questo: la ragazza fa uno scherzo alla sua migliore amica, facendosi trovare nella camera di un albergo, a letto con il suo ragazzo. L’amica si infuria e si dispera e tutto finisce nella solita risata che significa “ma sì, era solo uno scherzo e in nome di uno scherzo tutto è accettabile”.
Ecco qui lo scherzo

Andate al minuto 0.44 circa.
Vi chiedo di osservare questo “scherzo” con gli occhi di un ragazzino chiedendovi quali “messaggi” comunica e – soprattutto – se lo scherzo può essere definito “divertente”. Vi servono circa 9 minuti a disposizione, per guardarlo.
Soprattutto, vorrei sottolineare il fatto che video come questi prima di tutto diseducano gli adulti e, anche di riflesso, i figli che li vedono ridere e, di conseguenza, approvare.
Che cosa insegna a chi lo guarda?
1.  Messaggi sottinteso del provino della lap dance davanti agli avventori di un bar: la donna che espone il suo corpo seminudo come un oggetto, (davanti al quale si dà per scontato che ogni uomo sbaverà e sarà felice) è simpatica e anche generosa; che un uomo, soprattutto se anziano, di fronte a una donna così, si ecciterà, contentissimo del corpo che gli viene offerto da guardare. Tutto il resto (il rispetto per quelle persone, per se stessa, e ogni altra considerazione morale) non conta.
2.  Lo scherzo vero e proprio consiste, in sostanza, nel far provare alla vittima una disperazione il più possibile forte, nel fare in modo, attraverso un’aggiunta di provocazioni, di farla arrabbiare “incazzare”, si dice nel video) che si lasci andare a comportamenti che ledono la sua dignità (“dà di matto”, di dice nel video) e – in sostanza- nel farle vivere alcuni minuti di grande dolore, per essere stata tradita contemporaneamente dall’uomo che ama e dalla migliore amica.
Messaggi sottintesi:
le parolacce in televisione sono normali, mostrare agli sconosciuti il corpo seminudo, muovendosi in modo provocante è normale; mostrare il seno scoperto in televisione (cioè a tutti e di tutte le età) è sexy e aggiunge un po’ di pepe alla trasmissione; inscenare un tradimento per ridere delle reazioni della vittima (amica e compagna) è normale e divertente (“ci abbiamo lavorato un mese”); assistere alla disperazione dell’amica/compagna senza fare nulla, pregustando – anzi - grasse risate è accettabilissimo; fare tutto questo per un quarto d’ora di notorietà è giustificato; farlo per denaro è comprensibile; mostrare in televisione scene di degrado come il prendersi per i capelli rotolandosi per terra è normale, aspettarsi che la vittima si faccia una bella risata alla fine è normale.

Che cosa pensa un bambino o un adolescente che vede i genitori sghignazzare divertiti? Ve lo dico io: che scherzare sul dolore degli altri è accettabile e alla fine molto divertente.
Ci si meraviglia se i ragazzi compiono atti di bullismo “per scherzo”? Si chiede agli insegnanti perché non hanno controllato?
E ci si meraviglia se si leggono queste notizie?
 “Scherzo finisce in tragedia: la fidanzatina finge di suicidarsi e lui 11enne, si uccide”
“Gragnano, scherzo finisce in tragedia: professore cade dalla finestra”
“Padova, 16enne uccide il padre con un colpo di fucile: ‘Non volevo, era uno scherzo’”
“Scherzo finito male, amputa un dito al compagno di classe”
Torino, violenza con attrezzo sportivo: grave un 15enne. “Scherzo finito male”


Bisogna smettere di guardare le trasmissioni diseducative, e insegnare ai bambini e ai ragazzi che ogni situazione ha un limite che non si deve oltrepassare; che lo scherzo è bello quando nessuno si fa male, nessuno soffre e alla fine tutti si fanno una risata; che ridere del dolore degli altri è gravissimo e che dire “era uno scherzo” non ti scusa in nessun modo.

venerdì 21 aprile 2017

LA PRIMA RECENSIONE a "MALEDUCATI o EDUCATI MALE?"!!! Finalmente! 620° post



Credo che chi scrive un libro aspetti con ansia le recensioni, perché noi scriviamo per il lettore e vogliamo sapere se quello che volevamo dire è stato compreso e apprezzato.



Ecco la prima recensione di un lettore, Andrea, che ringrazio qui, perché non posso farlo in altro modo. Se me la fossi scritta da sola non sarebbe venuta così bene! 

Come ho già molte volte detto, voi che leggete siete la mia unica pubblicità. Per questo vi chiedo di scrivere una recensione.

Eccola:


il 20 aprile 2017
"Un gran bel libro di pedagogia e psicologia scritto da una persona che si sente essere competente e appassionata al suo lavoro di insegnante e di mamma. L'esperienza diretta che l'autrice ha vissuto a livello personale e professionale risuona in ogni parola. Non si tratta dell'ennesimo esperto che dall'alto esprime teorie non sempre decifrabili e poco applicabili, ma di una persona che ha fatto tesoro della sua preziosa esperienza decidendo di condividerla e dare così un importante contributo alla questione educativa. L'analisi dell'attuale situazione della scuola e del problema di sfiducia che mina continuamente la collaborazione tra insegnanti e genitori è ricca di spunti interessanti e consigli pratici su come fronteggiare e superare questo conflitto degenerativo che mette contro coloro che in realtà dovrebbero allinearsi e rivendicare maggiori risorse da parte di una Stato assente. Nel dare indicazioni c'è sempre il rispetto di chi sa bene quello che dice senza che vi sia un giudizio o una presunzione. Un invito agli insegnanti e soprattutto ai genitori a rivedere il "come" si gestisce la relazione e l'alleanza educativa perché quando si assiste a modalità disfunzionali si producono veri e propri danni che interferiscono con una sana crescita individuale. Un libro utile per pensare, per confrontarsi e per riaprire un dialogo costruttivo tra agenzie educative totalmente alla deriva che stanno crescendo generazioni sempre più disorientate e deboli. Infine un libro che si arricchisce di riferimenti teorici e pratici inerenti la Psicologia Positiva, disciplina a me cara, che può avere ricadute significative nell'ambito educativo. Si parla infatti di ottimismo, autostima, sogni, speranza e tutto ciò che mira alla promozione del benessere, all'autorealizzazione e al raggiungimento di obiettivi. Questo l'educazione dovrebbe fare in famiglia e a scuola. Insomma un libro da leggere e da diffondere. Grazie all'autrice!"


La frase che mi piace moltissimo è questa:
"
Nel dare indicazioni c'è sempre il rispetto di chi sa bene quello che dice senza che vi sia un giudizio o una presunzione." perché la maggiore difficoltà, quando si scrive un libro che alla fine è principalmente di consigli, è quella di non apparire una maestrina dalla penna rossa che dà giudizi dall'alto.
Bene. Sono riuscita nell'intento :-)





mercoledì 19 aprile 2017

ECCO IL LOOK 2017 DI ISABELLA MILANI!

Cari lettori, vi presento il mio nuovo look!
Sono sempre la stessa, naturalmente, ma un po' rinnovata!

Il mio consulente d'immagine è Paolo Moisello (Moise).



mercoledì 12 aprile 2017

ECCO LA MIA INTERVISTA su RADIO CUSANO CAMPUS su "Maleducati o educati male?" 618° post

OGGI sono stata intervistata da RADIO CUSANO CAMPUS!

Ascoltate l'intervista che Annalisa Colavito mi ha fatti sull'educazione dei figli e sul mio libro "Maleducati o educati male?", in uscita domani 13 aprile.


Se non avete potuto sentirmi non vi preoccupate: potrete ascoltare la trasmissione in podcast!
QUI


martedì 11 aprile 2017

“Anche gli alunni bravi hanno dei problemi” Seconda Parte. 617 post

Gli alunni che prendono ottimi voti a scuola possono avere dei problemi. Se non ammettessimo questo significherebbe una cosa gravissima, e cioè che per noi i voti sono espressione del valore di una persona. E questo è proprio quello che non deve accadere. I voti non contano nulla, nella vita, perché i voti li darà la vita stessa.
Il discorso è molto lungo e complesso, ma provo a sintetizzarlo.
Lascio da parte per ora i problemi che gli alunni “bravi” possono avere e ai quali ho fatto cenno nel mio precedente post (problemi familiari, di salute, ansie, timidezza, ecc.), perché rappresentano un altro discorso.
Forse l’espressione “bravo” dovrebbe smettere di essere usata in tutte le aule e in tutti gli ordini di scuola. Almeno finché la mentalità non sarà cambiata. O, ancora meglio, finché non si troverà un modo diverso di valutare gli alunni. Dovrebbe essere sostituita da qualcosa come “prende buoni voti”. Giovanni, che studia, che sta attento in classe, “che prende buoni voti”, potrebbe anche essere un pessimo amico, un egoista, uno “che fa la spia”, uno “che suggerisce le risposte sbagliate”, o “che fa discriminazioni”. Andrea, che non studia, che non sta attento, “che prende brutti voti”, potrebbe essere un buon amico, uno che aiuta i compagni in difficoltà, uno che è amico di tutti.
Come persona, preferisco senz’altro Andrea.  Giovanni prende buoni voti, ma non sono contenta di lui neanche come alunno, perché per me il voto non rappresenta null’altro che un obbligo burocratico, e giudico gli alunni prima di tutto come le persone che diventeranno: sapranno aiutare chi è in difficoltà? sapranno vivere correttamente in società? saranno onesti? sapranno rinunciare a qualcosa per non schiacciare gli altri? sapranno provare empatia? sapranno essere buoni amici, buoni compagni, buoni genitori? sapranno distinguere quello che vale da quello che non vale? saranno “brave persone”?
Tutto il problema sta qui: i nostri figli e i nostri alunni non devono diventare solo bravi medici, bravi avvocati, bravi architetti, bravi ingegneri, per essere stimati. Possono essere anche “soltanto” bravi insegnanti, bravi infermieri, bravi commercianti, bravi vigili urbani. E – soprattutto- devono diventare “brave persone”.
Un alunno bravissimo a scuola che diventa un “ottimo medico”, perché sa curarti, ma per esempio senza la minima capacità di mettersi nei panni del malato, di provare empatia, insomma; un medico che pretende parcelle esagerate anche da chi non può pagare, altrimenti non ti visita e non ti cura, può essere definito “una brava persona”? Secondo me, no.
Ricordo che un bidello di una scuola dove ho insegnato mi raccontò che aveva detto allo specialista che lo aveva operato e che lo curava (privatamente), che non poteva pagare ogni quindici giorni la parcella (che era un terzo del suo stipendio). Lo specialista rispose “ma per la salute si deve fare ogni sacrificio!”. Era un bravo medico? Per me, no.
Vorrei raccontare qualcosa di me.
Ho due sorelle e questo, già all’inizio, mi ha portato a capire che non ero sola, che non erano importanti solo le mie esigenze, che quello che c’era in casa dovevo dividerlo, che dovevamo aiutarci, che non dovevamo litigare e che – se capitava- dovevamo saper “fare la pace”.
Sono stata educata a cercare di raggiungere gli obiettivi che mi ponevo, ma tenendo conto della sensibilità degli altri, e – soprattutto- stando sempre attenta a non calpestare nessuno percorrendo la strada che mi portava dove volevo.
Sono stata abituata a pensare che i soldi non sono tutto, che ci sono dei valori che fanno di noi delle “brave persone” e che certi comportamenti fanno di noi delle “persone cattive”, che una persona ricca o importante o famosa non vale di più di una persona qualunque, magari anche povera.
I miei genitori mi hanno trasmesso il concetto che studiare è importantissimo, che la scuola è essenziale e che era ed è mio dovere fare sempre del mio meglio. Ma quando prendevo un bel voto mi veniva detto “Benissimo! Ma ricordati sempre che lo fai per te”. Mi hanno insegnato che è meglio un 6 guadagnato onestamente e con le mie forze che un 9 “regalato” o attenuto con l’inganno; e che non dovevo vantarmi dei miei bei voti con chi non riusciva a ottenerli, perché se io ci riuscivo era perché avevo più capacità di capire quello che leggevo e studiare, perché avevo più libri a casa e perché vivevo in una famiglia che mi aveva insegnato il valore della cultura.
Sono stata educata a pensare che chi è più fortunato e chi ha più possibilità - da tutti i punti di vista- ha il dovere di aiutare chi ha bisogno di aiuto, sia che si tratti di comperare qualcosa che di dire una parola buona, che di spiegare una lezione o un esercizio; che le cose non si fanno “per denaro”, ma perché è giusto farle, che non si deve dare aiuto in cambio di qualcosa. Mi hanno insegnato a essere generosa. Sono stata aiutata dai miei compagni di scuola quando non capivo qualcosa di matematica, e io ho aiutato loro se riuscivo meglio di loro in italiano, in latino. Ci siamo passati gli appunti, ci siamo interrogati a vicenda per prepararci.
Sono stata educata a considerare essenziale l’onestà e i miei genitori me lo hanno insegnato con l’esempio, oltre che con le parole. Non mi sarebbe mai venuto in mente di chiedere una giustificazione falsa, perché non solo non me l’avrebbero fatta, ma avrei ricevuto un severo rimprovero anche solo per averlo pensato.
Se state leggendo il mio blog, i miei articoli, i miei libri è perché sono stata educata così, con l’esempio: a condividere quello che ho, anche senza avere un tornaconto economico. Perché – l’ho già detto- tenere un blog, rispondere a moltissime lettere e scrivere dei libri come i miei è molto molto più faticoso di quello che possiate immaginare, e credo che la maggioranza non accetterebbe di lavorare così tanto per così poco. Ma sono stata abituata a pensare che si possono fare le cose anche per il piacere di farle e perché è giusto. E quando vi chiedo di scrivere una recensione, di condividere i miei post o di pubblicizzare i miei libri non lo faccio perché devo guadagnarci qualcosa, ma perché spero che quello che scrivo possa essere di aiuto al maggior numero di persone possibile.

Educate i vostri figli e i vostri alunni all’onestà e al rispetto degli altri; a essere brave persone prima che bravi studenti; a pensare che i voti non valutano la persona. E vedrete dei buoni risultati nel futuro.

Per tutto il resto, rimando al mio nuovo libro, “Maleducati o educati male?”, al quale ho lavorato per undici anni. E anche al mio primo libro “L’arte di insegnare”, che ha già aiutato molte persone. E vi chiedo di pubblicizzare sia il post, che gli articoli, che i libri, soprattutto il nuovo nato J. Così, solo per farmi contenta.


lunedì 10 aprile 2017

“Anche gli alunni bravi hanno dei problemi” Prima Parte. 616° post

Sonia mi scrive:

“Buongiorno Professoressa, sono Sonia, leggo sempre con interesse il suo libro ed il suo blog, oggi però vorrei per favore, un consiglio, su un problema che, a quanto mi ricordi, non è stato mai trattato.
Sono supplente annuale in un Liceo Classico ed ho una quarta ginnasio (per coincidenza esclusivamente femminile), in cui, nel primo quadrimestre, la maggioranza aveva la media del 7, parecchie anche dell'8, nessuna ha insufficienze, naturalmente la situazione consegue al fatto che le ragazze in classe seguono e non disturbano, mentre a casa studiano.
Dove si trova il problema allora? A mio parere nell'eccessiva importanza attribuita al primeggiare ed ai voti in quanto tali, a discapito di altri valori.
Faccio esempi concreti: sia io che i miei colleghi abbiamo notato che, prima di un'interrogazione (sono tutte programmate), le ragazze si assentavano, portavano poi la giustificazione firmata, con la scritta "indisposizione" (poco credibile, visto che, quello stesso giorno, alle 18, le abbiamo incontrate, a teatro, o in biblioteca, non a perder tempo, ma comunque non erano malate.)
A giudicare dalla loro preparazione all' interrogazione, quell' assenza non sarebbe servita ad evitare un 4, per noi colleghi umanamente più comprensibile, ma a far sì che un 8 non diventi, per caso 7, con la complicità delle famiglie...
Secondo esempio: sia io che i miei colleghi interroghiamo più di una persona, se Tizio e Caio sono interrogati insieme e Tizio non sa una cosa o la sbaglia domandiamo a Caio, se Caio sa naturalmente va a suo favore: in questa classe è capitato (sentito anche con le mie orecchie e con una collega in un'altra materia, che Tizia esitasse a dare una risposta, Caia le suggerisse una risposta sbagliata, Tizia naturalmente sbagliasse, ma poi Caia, una volta passatale ufficialmente la parola, non solo sapesse la risposta giusta, ma la esponesse perfino con grande dovizia di particolari, sembrava poi parlare con una luce negli occhi e un fare che diceva: "Sono molto meglio di lei". Essendosi ripetuto due volte e con le stesse persone io e la collega abbiamo sospettato il "dolo", cioè che suggeriscano le risposte sbagliate volutamente.
Terzo episodio: altre due compagne, io: "hai fatto i compiti Tizia?" Tizia ride e mi risponde:" Io sì, solo Caia non li ha fatti, doveva studiare meglio un'altra materia, per questo entrerà alla seconda ora, me l'ha detto lei; ovviamente poi Caia è effettivamente  arrivata alla seconda ora, con quella giustificazione genitoriale sempre valida  “motivi di famiglia”, e 9 puntuale nell'altra materia, ma che sia stata proprio Tizia a dire a me, che sto dall'altra parte della barricata, la verità, per poter "brillare", sinceramente mi sconforta più dei compiti che Caia non ha fatto...
Il Consiglio di classe si è riunito ed avverte che anche in questa classe “buona”, educativamente parlando, qualcosa va corretto e ritiene che sia dovere degli adulti intervenire, almeno facendo passare il messaggio che l'onestà, la solidarietà, ecc. sono importanti almeno tanto quanto le declinazioni, Dante o la scomposizione di un polinomio, se non di più.
Nessuno però ha saputo concretamente suggerire metodi per aiutare anche una classe come questa, apparentemente "senza macchia"; si legge molto di più sulle classi indisciplinate.
Scrivendole anche a nome dei miei colleghi, le chiediamo, per cortesia, se ci potrebbe indicare dei modi concreti o per iniziare un discorso o delle strategie di intervento, anche in questo contesto.
Grazie. Distinti saluti. Sonia”

Cara Sonia, avevo voglia di rispondere a te e ai tuoi colleghi perché effettivamente se ne  parla poco.
Voi avete potuto parlarne perché non avete in classe problemi di disciplina (nel senso classico del termine). Ma posso dirti che in molte scuole e in quasi tutti i consigli di classe si finisce per sempre per dedicare quasi tutto il tempo a disposizione per discutere dei problemi di disciplina (che sono urgenti), delle sospensioni, degli alunni che non studiano, ecc. E rimane poco (o nessun) tempo per parlare degli alunni “bravi”.
Invece bisogna trovarlo. Anche gli alunni bravi hanno dei problemi: timidezza, paure, ansie e, come in questo caso, mancanza di valori veri. E spesso sono problemi che nascono in famiglia e sono le famiglie a dover essere coinvolte.
I problemi che hai evidenziato, Sonia, sono chiari:
·        “...portavano poi la giustificazione firmata, con la scritta ‘indisposizione’ " = ci sono genitori diseducanti;
·        “...ma a far sì che un 8 non diventi, per caso 7”  = certi genitori sono esigenti, iperprotettivi e competitiv, e gli insegnanti non dedicano abbastanza tempo a chiarire il senso della parola “voto” agli alunni e ai genitori; e a volte sono loro stessi quelli che sollecitano il raggiungimento di voti più alti;
·        “...abbiamo sospettato il "dolo", cioè che suggeriscano le risposte sbagliate volutamente” = i genitori prima, ma anche gli insegnanti, poi, non hanno insegnato adeguatamente i concetti di “correttezza”, “onestà”, di sincerità.
·        "hai fatto i compiti Tizia?" Tizia ride e mi risponde:" Io sì, solo Caia non li ha fatti, doveva studiare meglio un'altra materia, per questo entrerà alla seconda ora, me l'ha detto lei” = Questo è “fare la spia”! E non solo in modo del tutto gratuito, ma – molto peggio- per screditare la compagna ai vostri occhi.

Allora: il problema è serio. Queste ragazze, comportandosi così, dimostrano di non avere minimamente idea della differenza fra ciò che è corretto e ciò che non lo è. E lo prova il fatto che lo dicono apertamente perché non temono il vostro giudizio: evidentemente percepiscono (o credono di percepire) che in fondo è quello che volete voi insegnanti e anche i genitori, Quindi direi che qualcosa non ha funzionato nella loro educazione. 
Che cosa si può fare, dite? Se fosse capitato a me – già alla scuola media- avrei apertamente e platealmente mostrato tutta la mia disapprovazione. Avrei chiesto spiegazioni la primissima volta che questo accadeva, mettendo in evidenza nel modo più esplicito possibile che quei comportamenti erano scorretti, che erano improntati alla falsità e alla menzogna, e messo in evidenza che chi si comporta così non è degno di essere considerato un amico, ma neppure un alunno da rispettare. Al primo accenno di questo atteggiamento avrei smesso di fare lezione, di interrogare o di spiegare e avrei dedicato tutto il resto del tempo a parlare di come ci si comporta se si vuole essere chiamate persone leali e corrette. Che cosa importa che un alunno prenda 9 di latino se poi diventa disonesto? Non si può né minimizzare né transigere quando si vede un nostro alunno che fa deliberatamente del male a un altro. Significa che non ha capito nulla né di quali sono i valori importanti nella vita né del fatto che essere persone e alunni in gamba non significa ottenere dei bei voti a qualunque prezzo, anche sacrificando la nostra onestà.
Hai ragione, Sonia, “l'onestà, la solidarietà, ecc. sono importanti almeno tanto quanto le declinazioni, Dante o la scomposizione di un polinomio, se non di più.”. Ma direi che lo sono di più. Parlatene con gli alunni. Non è tempo perso: è tempo recuperato. Ed è importante che anche i genitori siano coinvolti in questo problema: si deve spiegare loro esplicitamente che la giustificazioni deve essere riservata solo a problemi seri e reali, e che scrivere il falso (perché di un falso si tratta) non è corretto nei confronti degli insegnanti e non è educativo per gli alunni. Rimanere a casa per studiare non è un “problema serio e reale”. Scrivere che la figlia è rimasta a casa “per problemi di salute” è una bugia, molto diseducativa. 
Personalmente, ne parlerei con i colleghi e poi inviterei i genitori a una o più riunioni per esporre questi problemi, spiegando che la loro collaborazione è indispensabile. È importante che capiscano molto bene che la corsa al voto alto non è l’obiettivo della Scuola italiana. E non deve essere un obiettivo nell'educazione. Insegnare ai figli ad essere arrivisti significa educarli alla mentalità consumistica e priva di valori che ci ha portato ai problemi che abbiamo oggi. Tollerare (o - peggio- accettare e approvare o addirittura sollecitare) che i figli ottengano dei risultati scolastici anche a prezzo di coportamenti scorretti è molto grave. E ribaditelo anche a voi stessi, perché a volte anche gli insegnanti contribuiscono a dare troppa importanza al voto e a suscitare grande competitività. Il nostro obiettivo, come insegnanti e come genitori, deve essere quello di formare persone capaci di rispettare gli altri, di provare empatia, di praticare la solidarietà e – solo dopo- di avere una buona preparazione per entrare nel mondo del lavoro con delle buone competenze. 

Un genitore e un insegnante dovrebbero sentire come una sconfitta la constatazione che i loro ragazzi – figli o alunni che siano- non sono diventati brave persone. Indipendentemente dai voti che prendono. Perché una ragazza che fa sbagliare di proposito una compagna o che “fa la spia”, non è corretta. E la sua non è una ragazzata da minimizzare.

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