La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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lunedì 27 giugno 2011

Bocciatura: istruzioni per l'uso. 222°

Barbara mi scrive:

“Gentile Professoressa,
Le scrivo per chiedere una opinione.Secondo la Sua esperienza é vero che dietro una bocciatura si cela spesso un disagio?
Mia figlia è stata bocciata in 2a superiore, non è stata certo una sorpresa, sono delusa ma vorrei che questa esperienza fosse per lei un modo di crescere e maturare.
La scuola scrive tutto quello che non ha funzionato: distratta, assente, passiva, scarso impegno ecc ecc.
Devo dire che ci si è messa d'impegno per farsi bocciare. Io non sono uno di quei genitori che danno torto ai professori e difendono a spada tratta i figli, anzi . Eppure cosa non ha funzionato?
Secondo Lei qual 'è il modo migliore per affrontare il post -bocciatura ? E i genitori (ma anche i docenti ) che domande dovrebbero porsi ?
Non dovrebbe esistere una sorta di vademecum del tipo “bocciatura istruzioni per l'uso”?
A presto
Barbara”

Cara Barbara, mi chiedi che cosa si nasconde dietro una bocciatura. Rispondo: dipende. Volendo generalizzare (anche se la generalizzazione porta sempre a conclusioni discutibili, sono costretta dal fatto che questo è un blog e bisogna scrivere poco) direi che ci sono due tipi di bocciatura: il ragazzo viene bocciato per obiettive difficoltà, oppure perché non riesce a trovare la motivazione a studiare, a comportarsi in modo corretto, anche se, magari, è potenzialmente intelligente.
Primo caso: non riesce ad ottenere risultati sufficienti per difficoltà obiettive e personali. Quali sono queste difficoltà? Per esempio può avere difficoltà nello studio, perché ha un tipo di intelligenza diversa da quella che serve per le materie scolastiche, e quindi studia, ma non capisce. Oppure può avere problemi familiari (continue liti in famiglia, padre violento, madre alcolizzata, genitori che lo obbligano a fare da baby sitter a fratellini, ecc.); o personali (problemi di salute, oppure psicologici o psichiatrici lievi, che, dal ministero, non vengono considerati sufficienti per assegnare un insegnante di sostegno (accade sempre più spesso).
Secondo caso: non studia. Perché? Non trova un motivo valido per affrontare le difficoltà (e la fatica) dello studio. Se non ha il tipo di intelligenza giusto per la scuola che frequenta (a volte perché è stato obbligato a scegliere quel corso di studi, o lo ha scelto senza aver ben ponderato la scelta) studiare è molto frustrante, e non ha voglia di affrontare la frustrazione della sconfitta. Cioè non studia perché non capisce.
Se a casa i genitori non sono presenti, è facile che si perda fra le mille distrazioni che lo circondano (amici, facebook, internet, giochi).
Se i genitori non hanno studiato, spesso non si rendono conto delle difficoltà dello studio e gli chiedono o di essere aiutati nel lavoro o, al contrario, che ottenga buoni risultati, superiori a quelli che può dare. E lui rinuncia a studiare.
Se i genitori hanno studiato e ottenevano ottimi risultati, non studia perché si sente comunque inferiore e non alla loro altezza. E rinuncia a studiare.
Se i genitori denigrano scuola e professori, anche lui lo fa, e non capisce perché dovrebbe fare quello che dicono. E infatti non lo fa.
Se frequenta amici che non studiano e considerano “secchione” chi perde tempo a studiare, si vergogna di stare sui libri. E preferisce non studiare che essere criticato dagli amici.
E così via.
Dunque, come affrontare la bocciatura del figlio? Dipende da che genitore sei. È importante domandarsi se non si sta chiedendo al ragazzo quello che non può dare; cercare di valutare bene i suoi limiti; farsi un esame di coscienza, per controllare di non aver in qualche modo ostacolato lo studio del figlio; controllare le sue amicizie, come trascorre il tempo quando è solo; parlare con lui e valutare insieme come affrontare il prossimo anno; mettersi nei suoi panni e chiedersi se siete genitori troppo “bravi” perché lui possa non sentirsi inferiore; aiutarlo, aiutarlo e aiutarlo in tutti i modi.
E se qualcuno mi chiede: devo aiutarlo anche se non ha studiato e “si è fatto bocciare” o devo punirlo? Rispondo “dovete aiutarlo”. Non è vero che si è fatto bocciare. Nessuno vuole essere bocciato. Non è riuscito a farsi promuovere. Non ha saputo farsi promuovere. Di chi è la colpa? Non importa: aiutatelo e basta. Le punizioni a che cosa servono? A nulla. O a fargli odiare la scuola.
Aiutatelo a trovare una motivazione. Per farlo, dovete essere convinti di quello che dite. Gli insegnanti che riescono a trasmettere la volontà di studiare sono quelli che sono convinti che i ragazzi possono farcela (se non ci si mette di mezzo la famiglia o la mancanza di risorse). Lo stesso vale per i genitori.
Spero che queste riflessioni possano servirti, Barbara. Fammi sapere.

venerdì 24 giugno 2011

Giovani, non diventate insegnanti! 221°

Lancio un appello accorato ai giovani: non mettetevi in mente di diventare insegnanti!
Scartate subito l’idea. Via! Cancellata! Per carità! Non ne vale la pena: vi aspetta molta fatica, parecchio stress, nessuna gratificazione sociale, uno stipendio scarso e, quel che è peggio, giudicato “anche troppo” e “rubato” dai più, da quelli che non sanno in che cosa consiste passare le notti sui libri, laurearsi, mettersi in coda per entrare nella Scuola, sognare di sedersi in cattedra per insegnare a bambini e ragazzi, piangere ad ogni sorpresa dei ministri della Pubblica Istruzione che allontana la fine del precariato; significa, dopo anni di precariato finalmente essere ammessi nell’Olimpo dei professori e scoprire che è un lavoro difficilissimo, da affrontare in mezzo alle difficoltà. Per che cosa? Per essere considerati degli sfigati mangiapaneatradimento, gente frustrata sempre sull’orlo di una crisi di nervi (e poi, perché, visto che non fatica?), incompetenti, fannulloni, persone vendicative che sfogano sui bambini e i ragazzi i loro problemi. In una parolaccia: dei poveri stronzi.
Ma, soprattutto, se farete gli insegnanti, sarete persone che, dato che non fanno praticamente nulla, possono benissimo andare in pensione a sessantacinque anni, e poi a settanta.
Voi, cari giovani che ancora state pensando alla facoltà universitaria da scegliere, ci andrete a settanta di sicuro. E non vi hanno neanche assicurato che una pensione ce l’avrete! Anzi, vi siete già abituati a dire, sconsolati, “A noi la pensione non la daranno mai!”. Ma, in realtà, data la vostra giovane età, non vi rendete conto di quanto terribile sia questa frase, se non riuscirete a mettervi da parte dei soldi (e come ci riuscirete con uno stipendio da insegnanti?).
Hanno fatto sapere, comunque, che, se l’avrete, sarà piccola piccola, e dovete pensarci per tempo, perché, altrimenti, come farete, quando arriverà la vecchiaia? Magari non avrete neppure potuto avere dei figli, perché non avrete potuto permettervelo, disoccupati come eravate per tanti anni. Loro vi avvertono e vi offrono anche polizze assicurative (delle loro compagnie di assicurazione, magari).
“Loro” chi? Quelli che si siedono in Parlamento, nel nostro Parlamento italiano. Loro, anche solo per essersi seduti sulla poltrona giusta per qualche giorno, da quando smettono di sedersi là e fino a quando non chiudono gli occhi stanchi, hanno diritto a un vitalizio mensile (pare equivalente a circa tre vostri stipendi.). Senza contare quello che hanno messo da parte prima: l’indennità parlamentare, le diarie, il rimborso spese di trasporto e di viaggio, di tutte le spese che possano essere ricondotte al loro “lavoro” di parlamentari, biglietti per entrare dappertutto e per mangiare dappertutto , e non aggiungo altro. “Loro” sono quelli che danno dei fannulloni agli insegnanti e insegnano agli italiani come devono trattarci.
Perciò, cari giovani, a voi che state pensando di diventare insegnanti, dico “non lo fate, per carità!”. Cambiate subito idea: questo non è il momento di scegliere questo lavoro faticosissimo e per nulla considerato. E a voi che insegnate da poco, precari: cercate di cambiare lavoro, finché siete in tempo! Sì, lo so, adorate insegnare e non si trova lavoro. Ma bisogna guardare in faccia la realtà. L’Italia non è lo Stato dove si possa pensare di fare l’insegnante senza essere maltrattati. Lo vedete anche voi che non fanno che tagliare le risorse per la Scuola: non assumono, non sostituiscono chi va in pensione, non aggiustano le scuole, contraggono sempre di più il numero di insegnanti di sostegno, le ore, le classi, le materie.
Che ci vadano loro ad insegnare, insieme a tutti quelli che considerano l’insegnamento un lavoro di tutto riposo!
Voi dovete scegliere un lavoro che si possa fare anche a settant’anni. Che vi permetta di lavorare subito e di mettere da parte i soldi per la vecchiaia. Queste sono cose che solo chi ha già vissuto può capire. Fidatevi! Studiate tanto, tantissimo; fate tutti i sacrifici necessari, ma fate in modo che ne valga la pena.
Oppure, datevi alla politica e fate i parlamentari.

P.S. Preciso, per quelli che non hanno afferrato la vena polemica di questo post: io penso che "insegnare" sia uno dei verbi più nobili di tutto il vocabolari. Credo che essere insegnanti sarebbe magnifico, se la Scuola e gli insegnanti non venissero così bistrattati dalla società e dai governi.

giovedì 23 giugno 2011

La prova costume. 220°

L’incubo della “prova costume” per le donne italiane è arrivato anche quest’anno. Puntualissimo. Cominciano a bombardarci con questa “prova costume” quando abbiamo ancora il cappotto. Pubblicità di palestre che puntano il dito proprio in direzione della tua pancia e dicono “Ma che cosa aspetti? L’estate si avvicina! È già tardi per prepararti alla prova costume!”. Articoli su tutte le riviste, zeppi di consigli su come buttare giù quei chili di troppo che ci appesantiscono, che deborderanno dal due pezzi, che ci faranno sembrare l’omino della Michelin, facendoci ridere dietro da tutta la spiaggia.
Il grasso che abbiamo nascosto sotto il tappeto del maglione per tutto l’inverno adesso esploderà fuori dal top e dalle magliette senza maniche, e ci farà additare da tutti i passanti. Le madri mostreranno alle bambine i nostri rotoli di ciccia e diranno “Vedi come diventi se mangi tante schifezze?”. Il sovrappeso mostrerà a tutti la nostra colpevole incapacità di trattenerci davanti alla torta al cioccolato. Ci sentiremo delle fallite.
Il messaggio è inequivocabile: “Se non dimagrisci fai schifo, sei una perdente, sei sformata, non piaci a nessuno, devi vergognarti. Sì, anche tu che hai cinquant’anni o più. Non c’entra la menopausa e nemmeno il metabolismo. Devi dimagrire assolutamente.”
Una donna che oggi ha la 48 o la 50 di taglia, un tempo era “formosa”. Oggi è “sformata”. Un tempo “scoppiava di salute”, adesso “è sovrappeso”. Un tempo “era una bella sposa”, adesso “è grassa”. Prima era “procace”, ora è solo “cicciona”.
È buffo il fatto che ci sono donne che si sottopongono a diete ferree, fanno la fame, soffrono e trasformano un viso disteso in un viso scavato ed emaciato, pieno delle tipiche rughe della pelle non più giovanissima che si disidrata e perde elasticità, e hanno il coraggio di trovarsi finalmente belle, perché magre.
Mi chiedo: ma chi ci obbliga? Perché dobbiamo sentirci in colpa se mettiamo su dei chili, anche se stiamo meglio? Chi ha stabilito che le ossa sono meglio della carne?
Da troppo tempo qualcuno ha deciso che la donna magra è intelligente, efficiente, competente, mentre la donna grassa è bisognosa di affetto, in cerca di marito, poco intelligente, e poco efficiente. La donna magra è seria e la donna grassa ride sempre.
Ma chi lo ha stabilito?
Non si sente parlare del fatto che il sovrappeso può provocare danni alla salute (non lo fanno troppo perché dovrebbero anche smetterla di bombardare grandi e piccini con il suggerimento di ingurgitare spuntini in ogni momento). No, si parla di “prova costume”. E lo si dice alle donne. Gli uomini possono portare a spasso tranquillamente e virilmente la loro bella pancetta. Ma la donna deve essere magra. Deve fare la “prova costume”, e se per disgrazia la prova rivela dei chili in più, deve correre ai ripari frequentando palestre e beauty farm, spalmandosi costose creme dimagranti su cosce e glutei abbondanti, facendo diete del fantino, dell’aviatore, delle uova sode, dell’ananas, del pompelmo.
E per le donne che si sono svegliate tardi, ci sono le diete last minute.

E poi ci stupiamo se le ragazze grasse tanto spesso sono infelici.

domenica 19 giugno 2011

Penso a quanto è grande il mondo. 219°

A volte penso a quanto è grande il mondo. È smisurato.
E mi accorgo di quanto sono assurde e sproporzionate le nostre beghe quotidiane.
Chi ha viaggiato tanto, davvero, ha un tesoro inestimabile nella memoria, un contenitore dal quale può tirare fuori di tutto. E quello che possiamo richiamare alla mente riusciamo in qualche modo riviverlo. Una vita vissuta solo nel “qui e ora” non è ricca. È limitata. La vita dovrebbe essere vissuta “qui, ora, nel passato, nel futuro, e in ogni parte del mondo”.
Non c’è paragone.
Chi ha viaggiato molto ha gli occhi pieni di luoghi e di persone.
La mente ha i confini che le diamo. Chi vive fra quattro mura e quattro strade costruisce intorno a sé confini angusti. Chi viaggia allarga i confini e la sua mente è molto più aperta. In tutto.
Non tutti possiamo concederci dei viaggi, però. Ma tutti possiamo viaggiare con la mente, nel tempo e nello spazio. Riflettendo, ricordando. Leggendo, osservando immagini.
Mentre noi siamo qui, adesso, seduti ad una scrivania, davanti a un computer o seduti in poltrona, in questo preciso momento, laggiù, dietro l’angolo, o a migliaia di chilometri di distanza, ci sono mille vite, mille luoghi, che esistono indipendentemente da noi, da quello che desideriamo e vogliamo, da quello che ci succede o che non ci succede.
Oceani, distese di sabbia, montagne innevate, solitudini immense, bagliori di lava incandescente. Foreste, praterie, campi di grano. Ci sono orridi profondi, crepacci nei ghiacciai, profondità marine, cime di montagne altissime, acquitrini e paludi. Serpenti acquattati fra le dune, rane negli stagni, orsi fra le nevi, delfini e squali sotto il pelo dell’acqua, lama sulle Ande, gazzelle nella savana, pipistrelli nelle grotte.
Luoghi e animali che forse non vedremo mai. E nuvole e vento, silenzi e grida, profumi e odori, luci abbaglianti e ombre e buio assoluto.
Mari in tempesta, laghi ghiacciati. Uomini, donne, vecchi e bambini che vivono vite diverse in mondi diversi con gioie e dolori diversi. Come noi. E noi siamo per loro il mondo diverso, estraneo e lontano. E anche noi esistiamo indipendentemente da loro.
Mondi a perdita d’occhio.
E noi, qui, che ci disperiamo perché non sappiamo come ripristinare l’iPhone.

mercoledì 15 giugno 2011

Beatrice non è l’Italia peggiore. 218°

Beatrice, la tirocinante che avete conosciuto nel mio blog, ha concluso il tirocinio. L’abbiamo salutata con una festicciola di pochi intimi e le abbiamo augurato ogni bene.
Fra i beni più importanti c’è il lavoro. È quello il bene che le preme di più in questo momento. Beatrice vorrebbe sposarsi, ma non può. Anche il suo fidanzato è precario. Vorrebbe avere un figlio, ma non può. Che futuro possono dargli? Quanto a lungo possono fare affidamento sui genitori? Beatrice vorrebbe progettare un futuro, ma non può. Non finché non avrà un lavoro.
Beatrice è una ragazza piena di entusiasmo, di volontà di capire, di imparare e di essere una brava insegnante. Le abbiamo detto che sicuramente presto toccherà anche a lei la sua cattedra, ma sapevamo di mentire.
Beatrice è come i tantissimi precari italiani che sperano in una cattedra, che si sono illusi di insegnare, che avevano fatto i loro conti e si erano detti che c’erano tanti insegnanti che stavano per andare in pensione, perché – lo hanno scritto per anni – l’Italia ha un “parco docenti” di gente diversamente giovane.
Invece no. Sorpresa: non ci vanno più in pensione, quegli insegnanti. Ora, a cinquantasette anni sono diventati giovani, possono starci ancora un bel po’, a scuola. Fino ai sessantasette anni. Se va bene. Orde di ultrasessantenni riempiranno le aule: insegnanti di italiano addormentati in cattedra dalla stanchezza, professoresse di educazione fisica che dimostreranno gli esercizi da fare con i video che troveranno in internet (se ci saranno ancora i PC funzionanti nelle scuole) o attraverso le foto di quando erano più giovani. Insegnanti di inglese che parleranno l’inglese di Shakespeare perché da anni non avranno più le possibilità (né economiche, né fisiche) di viaggiare. E la loro sorpresa di giovani precari si unisce a quella degli insegnanti che, stanchi, credevano di andare in pensione prima dei sessant’anni. E invece no: legati a forza alle cattedre a patire non il lavoro, ma i disagi che ci sono nelle scuole.
Beatrice è una precaria. Mi ha confidato che quando escono le nuove leggi sulla scuola piange. C’è da piangere, infatti.
Cerco di evitare di scagliarmi apertamente contro i politici. Ne avrei tante da dire, sui politici, ma non lo faccio qui, perché non è questo lo scopo principale del mio blog. Ma faccio un’eccezione per il ministro Brunetta.
I precari hanno chiesto educatamente di parlare al ministro Brunetta (no, ministro, non è vero che le hanno urlato “buffone”, quello è stato dopo che lei li ha offesi). I precari cercano sempre qualche pezzo grosso che li ascolti. E anche se è un pezzo molto piccolo, soprattutto dal punto di vista del rispetto verso gli altri, cercano di farsi ascoltare, nella speranza di avere la possibilità di sensibilizzare i politici ai loro problemi.
Il ministro, quando ha saputo che la ragazza che voleva fargli una domanda era una precaria, le ha maleducatamente voltato le spalle, senza neanche rispondere. Però, poi si è girato e ha dichiarato “Siete la peggiore Italia”.
L’Italia peggiore? Giovani che chiedono di lavorare, in una Repubblica fondata sul lavoro? Giovani che urlano la loro disperazione per farsi ascoltare sono l’Italia peggiore? E che cosa dovremmo dire di chi insulta, offende un intero popolo? E di quelli che siedono in parlamento e giocano al videopoker, ai videogiochi, quelli che fanno solitari sull’iPod, quelli che leggono il giornale, che lasciano il posto vuoto perché, invece di andare in Parlamento, dove sono stati mandati da noi creduloni per fare i nostri interessi, sono altrove, a fare i loro interessi? Quelli che siedono in Parlamento e vengono pagati, ma non lavorano. Dormono, sghignazzano, intrallazzano. Ma non lavorano. Perché se lavorassero, forse l’Italia andrebbe meglio e i giovani, i precari, avrebbero un lavoro e non sarebbero costretti ad elemosinarlo rivolgendosi a quelli che dovrebbero avere grande statura politica, e non mi pare che ce l’abbiano. L’Italia peggiore sono loro? e l’Italia migliore è quella del bunga bunga, quella delle escort e delle veline in parlamento, quella di chi diffonde la cultura del “è più bella che intelligente”, che suggerisce alle giovani precarie di trovarsi un marito ricco, o ai giovani laureati che vogliono un lavoro di andare a scaricare la frutta ai mercati generali, perché è la soluzione migliore? È un’Italia di cui andare fieri quella che sfugge alla Giustizia, quella che si arricchisce alle spalle dei poveracci, che spende i nostri soldi, che viaggia sulle auto blu, che inventa leggi ad personam?
È quella l’Italia migliore? E Beatrice è l’Italia peggiore?
No, Beatrice. la disoccupazione non è una vostra colpa. È una loro colpa. Vai per la tua strada. Non rinunciare ai tuoi sogni.
Speriamo che gli italiani vedano, finalmente, qual è l’Italia peggiore.
Buona fortuna, a te e a tutti i precari.

lunedì 13 giugno 2011

Bocciature e suicidi. 217° post

Non sono ancora ancora state consegnate le pagelle, che già c’è un suicida.
Un sedicenne. E un’altra studentessa è stata salvata per un pelo.
Ho già scritto del suicidio degli adolescenti. Aggiungo qualche riflessione.
Il suicidio è l’azione più assurda che possa esserci nella vita di una persona, perché è il rifiuto di quello che di più prezioso esiste per un essere vivente: la vita. E senza fare riferimenti, neanche lontani, a motivi religiosi.
Se il nostro corpo è programmato per fare di tutto per sopravvivere, come è possibile che permetta al cervello di decidere di autosopprimersi?
Evidentemente c’è qualcosa di molto più forte, qualcosa che vince ogni naturale istinto di sopravvivenza.
Solo chi prende in considerazione il suicidio dal di fuori si accorge di quanto è assurdo togliersi volontariamente dal mondo. A meno che non appaia evidente il fatto che la sofferenza del vivere sia molto superiore a quella del morire. Come quando si parla di eutanasia.
Il suicidio è un gesto di disperazione. Ma che cosa può farci sentire questa disperazione come qualcosa di irrimediabile?
Un ragazzo non sa ancora nulla della vita. La sua vita è così breve che il futuro gli sembra sconfinato. Le difficoltà da affrontare, il dolore, la paura, la vergogna, la solitudine gli sembrano senza speranza. Un suicida, adolescente o adulto, non sa trovare una via d’uscita, ed è convinto che non ci sia, che nessuno possa aiutarlo. È disperato perché non trova nulla per cui vivere, affrontare le difficoltà, la vergogna. Si sente solo e isolato, perché pensa che tutti gli altri siano migliori, e più fortunati di lui.
Il ragazzo che ha saputo che sarebbe stato bocciato si è sentito in trappola e ha voluto liberarsi.
Ma perché? Che cosa lo ha fatto sentire in trappola, senza via di scampo, disperato?
Non è stata la bocciatura, a spingerlo a suicidarsi. È stata l’importanza che lui ha dato a quella bocciatura. I ragazzi che vengono respinti, di solito, non si interessano assolutamente della eventuale, più o meno certa, bocciatura. Anzi. Siamo noi che continuiamo a minacciarli con il patetico (e sbagliato) “Se non studi ti bocciamo”, nella speranza che nasca, fra i cumuli del suo menefreghismo scolastico, un pizzico di voglia di studiare (che si solito non nasce).
È terribile pensare ai momenti precedenti il suicidio. Immaginare la paura, il dolore, la disperazione. Paragoniamo questa disperazione al problema e ci rendiamo conto, con disperazione, del fatto che una bocciatura non conta nulla, ma il suicida non lo ha capito.
La sproporzione fra una bocciatura e il suicidio, fra il problema e il rimedio è enorme.
Noi genitori e insegnanti dobbiamo interrogarci su questo problema.
Noi insegnanti dobbiamo preparare i ragazzi ad una eventuale bocciatura. Dobbiamo presentare l’eventualità come una soluzione che li aiuterà. È importante che il ragazzo sappia che se verrà bocciato ci dispiace. Se dobbiamo dirgli che continuando a non studiare verrà bocciato, dobbiamo fargli capire che non vogliamo che accada perché ci dispiace perderlo in quella classe. Dobbiamo insegnargli a riconoscere e ad accettare i suoi limiti.
Soprattutto, dobbiamo smettere con le minacce “ti boccio” (sottinteso: “così impari a dar noia”). Non tanto per quello che verrà respinto, al quale spesso non importa nulla, quanto per quello che soffre in silenzio perché non ce la fa. Alla scuola media chi non ce la fa viene aiutato e spesso promosso, ma alle superiori questo non avviene (ed è comprensibile che non avvenga).
Noi, come insegnanti, possiamo contribuire a rendere la bocciatura una tragedia, certo.
Ma il problema grosso nasce in famiglia. Certi genitori, inconsapevolmente, alimentano giorno dopo giorno i concetti “la bocciatura è una cosa terribile”, “se vieni bocciato sei rovinato”, “se ti bocciano è meglio che tu non torni a casa”, “se ti fai bocciare ci dai (ingiustamente, a noi che facciamo tutto per te) un dolore enorme”, “la bocciatura è la prova che non vali niente”, “se vieni bocciato vai a lavorare”, “solo uno scemo si fa bocciare”, “studia! Noi facciamo tutto per te. Non ci deludere”, “nella nostra famiglia nessuno è stato mai bocciato: non vorrai essere tu il primo, no?”, “se ti fai bocciare dopo tutte le lezioni private che ti abbiamo pagato, vuol proprio dire che non capisci niente”, “io e tua mamma siamo in crisi: se ti fai bocciare ci separiamo di certo perché lei dirà che è colpa mia”, e così via. Tutte cose che ho sentito dire nella mia carriera. E a queste, il ragazzo ci aggiunge una sua terribile quanto sbagliata conclusione: “se vengo bocciato i miei genitori non mi vorranno più bene. Non posso deluderli”. Ho letto che molto spesso i ragazzi che si suicidano lasciano un biglietto con scritto “Scusate se vi ho deluso”, o “Lo faccio perché non voglio più dar noia a nessuno”.

Chi ha un blog può vedere che cosa cercano i visitatori che si fermano a leggere: vedo che ci sono persone che arrivano al mio, cercando, per esempio, “mi voglio suicidare”.
Spero che qualche ragazzo che pensa al suicidio legga e capisca che ci sono mille modi per superare le difficoltà; c’è sempre qualcuno disposto ad aiutarci, se ci guardiamo bene intorno.
Suicidarsi è una cosa sproporzionata: una bocciatura non significa che la vita è finita, ma soltanto che la carriera scolastica subisce un rallentamento. Capita spesso che l’alunno respinto migliori e continui la sua vita benissimo.
I genitori si interessano della bocciatura solo superficialmente. Preferirebbero mandare a quel paese tutta la Scuola, tutti gli insegnanti, tutti i parenti, i colleghi, gli amici, pur di averti con loro. La vita del figlio, per loro, è davvero importantissima. Qualunque cosa dicano. Spesso i genitori sbagliano credendo di aiutare i figli.
Una bocciatura è un fatto temporaneo. La morte è definitiva.

QUESTA sera alle 22 esatte, brindisi!

Festeggio perché l'acqua deve essere un bene di tutti e perché non posso pensare che qualcuno si arricchisca sulla mia sete.
Festeggio perché l'essere umano deve trovare il modo di reperire energia senza ricorrere al nucleare, e se non ci riesce significa che bisogna felicemente decrescere.
Festeggio, soprattutto, perché "la Legge è uguale per tutti" non può essere ridotto solo ad un cartello privo di significato sopra la testa dei giudici nelle aule giudiziarie.
Tutto questo non può essere questione di partiti politici, ma di onestà e di buonsenso.
Festeggio perché c'è la speranza che l'Italia si stia destando, finalmente.
Stasera, alle 22 in punto: anche con acqua, ma brindiamo.

sabato 11 giugno 2011

QUESTA sera alle 22 esatte, brindisi propiziatorio!

Questa sera, alle ore 22 esatte, io berrò un bicchiere di vino propiziatorio. Ovunque vi troviate, se lo desiderate e se potete, fatelo anche voi: alzate anche voi un calice e brindate insieme a me!
Ci si può sentire vicini anche essendo lontani :-)
Potete invitare anche altri. Se il brindisi è PROPIZIATORIO, più siamo e meglio è :-)

venerdì 10 giugno 2011

La società crea disagio e il disagio si riflette sulla Scuola. 216°

Una delle maggiori difficoltà della Scuola, e della conseguente incapacità di migliorarla, consiste nel fatto che si vede che le cose non vanno, ma ci si limita a dirlo, senza cercare come siamo arrivati a questo punto e quali sono le possibili soluzioni.
La società nella quale viviamo crea disagio e il disagio si riflette sulla Scuola.
La Scuola non prepara alla vita e al mondo del lavoro. I ragazzi non sanno affrontare le difficoltà della vita.
Chi si accinge a trovare strategie per cambiare la situazione, deve cercare le cause del malessere, dell’insuccesso, della dispersione. Se non si trovano le cause non si può cambiare la situazione.
E deve prendere seriamente in considerazione tutti questi elementi:
1. I ragazzi (e i bambini): il loro disagio, come vivono, come si comportano e perché .
2. Il mondo in cui i ragazzi vivono: quali modelli vengono loro proposti dalla società e dalla famiglia e quali sono le cause principali che hanno determinato il background sociale e culturale che ha creato un sistema scolastico che produce dispersione, insuccesso scolastico, incompetenza, disagio sociale, rabbia, frustrazione.
3. Le responsabilità della situazione della Scuola: responsabilità morali e responsabilità politiche. Perché anche se non è importante attribuire delle colpe, per esempio ai vari ministri della Pubblica Istruzione, è cruciale riflettere sulle colpe stesse e cercare soluzioni per riparare ai danni ormai già provocati.
4. La Scuola come istituzione: com'è organizzata a tutti i livelli, le risorse necessarie, l’articolazione dell’anno scolastico, l’orario, il tempo scuola, gli esami, il reclutamento e la carriera degli insegnanti, l’insufficiente formazione di tutto il personale, dirigenti compresi.
5. I problemi che influenzano negativamente la vita scolastica e impediscono alla Scuola italiana di essere una scuola di qualità: la carenza di risorse destinate alla scuola, gli sprechi, il numero di alunni per classe (troppi!), il numero di docenti utilizzati, la dimensione delle scuole, l’inadeguata preparazione manageriale dei dirigenti scolastici, i rapporti insufficienti fra i vari ordini di scuola, tutti problemi relativi ai libri di testo (costo eccessivo, peso eccessivo, numero di pagine eccessivo, cambiamenti troppo frequenti, ecc), rapporto spesso assente fra scuola e famiglia, ecc..
6. La preparazione che la scuola deve dare in relazione ai bisogni: l’individuazione dei contenuti e dei metodi che dovrebbero essere trasmessi per preparare i ragazzi al mondo del lavoro, con l’indicazione di una impostazione metodologica che permetta di insegnare delle competenze e dei metodi, che siano alla base della capacità di autoaggiornamento permanente, indispensabile per adeguare il sapere ai bisogni del mondo lavorativo del futuro, continuamente in cambiamento.
Solo considerando tutto e lavorando tutti si può cambiare la situazione della Scuola pubblica.
Fingere di fare non basta.

“I ragazzi di oggi sono maleducati e non hanno più valori” 215°

Si leggono spesso sui giornali e sul social network frasi e notizie come queste:

"I ragazzi di oggi pretendono tutto e subito. Sono maleducati, viziati, superficiali. Non hanno più rispetto per niente e per nessuno. Sono bulli. Non sanno sopportare neanche il più piccolo stress. All'occorrenza si ubriacano e si fanno una canna. E quando sono ubriachi o fatti vanno in macchina ad alta velocità e provocano incidenti mortali." 


Articoli di cronaca, internet, pagine di facebook, talk show, inchieste giornalistiche affermano e approfondiscono questi concetti. Da anni.

"Basta minimizzare: non è bullismo. Quei ragazzi sono cattivi e violenti".
“’Prof, ti punto la pistola alla tempia’. Video-storie di ordinario bullismo. Non solo il pestaggio del ragazzo disabile nella scuola di Torino. Internet pullula di video in cui gli studenti italiani si danno al teppismo in classe. Vandalismi, angherie, docenti impotenti. Tutto rigorosamente filmato.”

I ragazzi e i giovani di oggi - pare - sono molto ignoranti: non leggono, e, se lo fanno, non capiscono quello che leggono; non conoscono l’ortografia e la matematica, ma hanno molte lacune anche nel resto.":

“Nel 2009 il 13,2 per cento dei 15-29enni (oltre 1,2 milioni) dichiara di non aver letto neanche un libro in un anno o di non aver mai utilizzato il personal computer (Pc). […]Secondo l’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment), promossa dall’Ocse, il punteggio medio degli studenti italiani 15enni nelle competenze in lettura è inferiore di 23 punti alla media internazionale (469 contro 492). […]Anche per le competenze in matematica e scienze i punteggi degli studenti italiani risultano sempre inferiori ai valori medi Ocse.” (Dal Rapporto Annuale dell'Istat sulla situazione del paese, 26 maggio 2010, pag. 19.)"

E, secondo certe statistiche, sono degli scansafatiche, perché non hanno voglia né di lavorare né di studiare:

“Nel 2009, oltre due milioni di giovani (il 21,2 per cento dei 15-29enni) risultano fuori dal circuito formazione-lavoro, cioè non lavorano e non frequentano alcun corso di studi (Not in education, employment or training, Neet).[…] L’Italia si distingue negativamente nel contesto europeo per la quota di early school leavers (giovani di 18-24 anni che hanno abbandonato gli studi senza aver conseguito un diploma di scuola superiore), pari al 19,2 per cento nel 2009, oltre quattro punti percentuali in più della media Ue e nove punti al di sopra del valore fissato dalla strategia di Lisbona.”.( Dal Rapporto Annuale dell'Istat sulla situazione del paese, 26 maggio 2010, p. 18.)"

Soprattutto, i ragazzi di oggi, non hanno più valori. Non sono capaci di affrontare le difficoltà, neanche quando diventano giovani adulti. Non sanno vivere:

“Ragazza si getta dalla finestra, è salva. Un amico sedicenne si era tolto la vita”.
“San Donà. A 17 anni annuncia suicidio su Facebook, il corpo ritrovato nel Piave.”
” Pagella deludente, undicenne si suicida a Vasto”
“Ammacca l'auto di papà e si uccide. Il secondo caso in una settimana. Frosinone, giù dal tetto di casa per paura della reazione del genitore”.
“Padova, si spara in testa col fucile per aver ammaccato l'auto del padre”.
“Reggio Emilia, foto hard su internet. Una liceale di 16 anni tenta il suicidio. L'ex fidanzato ha diffuso le immagini scattate nei bagni di una discoteca. La ragazza ricoverata in ospedale. I compagni di scuola sapevano”.
“Milano, sgridato dalla madre si butta giù da un grattacielo. Il ragazzo, 16 anni, si è lasciato cadere nel vuoto dal ventisettesimo piano di un palazzo in centro. […] Tre giorni fa una ragazza, alla vigilia del compleanno (avrebbe compiuto 15 anni il giorno dopo) si è uccisa buttandosi dall'ottavo piano della finestra di casa sua a Segrate. Spiegò in tre lettere e in alcuni sms mandati ai compagni di scuola che era "annoiata della vita".”
“Si uccide davanti al prof e ai compagni. Suicidio-shock in un liceo del frusinate”
“Modena. […]"Hanno ripreso e messo in rete la morte di una coetanea" di Luigi Spezi.
MODENA -Foto alla compagna di scuola appena uccisa da un autobus. E battute di derisione, come "dai, vai a vederla anche tu, ha la testa staccata". […]L'incidente è avvenuto il 31 ottobre, verso le 13 e trenta, quando l'autostazione è invasa da migliaia di adolescenti delle superiori che tornano nei paesi della provincia modenese. "Alcuni ragazzi a vedere quella scena sono svenuti o hanno pianto. Altri hanno riso davanti a quel cadavere scomposto. E c'erano parecchi studenti con zainetto in spalla che hanno fotografato e filmato i pezzi del cervello della loro compagna sparsi a terra. Una cosa scandalosa, incredibile. Mi chiedo cosa stia capitando ai nostri ragazzi, ormai molti di loro sono impermeabili a qualsiasi messaggio educativo". […]

Che cosa sta capitando ai nostri ragazzi? Molti di loro sono impermeabili a qualsiasi messaggio educativo?
Chiediamocelo: è vero, tutto questo? che cosa succede? sono nati male? di chi è la colpa? E' colpa loro o siamo noi quelli che li hanno resi così? E se siamo noi quelli che hanno creato un mondo e una società dove vince la mancanza di impegno, è giusto chiedere che vengano puniti?
E soprattutto: sono proprio così, come li si vuole descrivere? O vengono descritti così, ma sono molto meglio? Esistono ancora i "bravi ragazzi"? E' giusto trattare i ragazzi come se fossero tutti maleducati?
C’è di che stare svegli a pensare per notti intere.

mercoledì 8 giugno 2011

Referendum: perché vado a votare il 12 e il 13 giugno. 214°

A quelli che il 12 e il 13 giugno pensano di fare una cosa intelligente non andando a votare, desidero spiegare perché io invece ci vado, eccome.

Vado a votare perché non esiste nessun motivo per cui rinuncerei a questo mio diritto.
Credo fermamente che il voto sia un dovere, oltre che un diritto: chi snobba il diritto di voto non ha studiato sufficientemente la storia per capire quale conquista sia stata e quanto sia importante. Non si rende conto neppure del fatto che è l’unica possibilità che abbiamo di contare qualcosa. Tutti gli altri giorni non contiamo niente, e ognuno lo può constatare ogni giorno.
Se un giorno ci verrà tolto il suffragio universale, forse ce ne renderemo conto. E guardate che quando si entra nell’ordine di idee di modificare la Costituzione a piacimento, senza che il popolo italiano- di fatto- si ribelli, non vedo perché non possa capitare che venga riservato il diritto di voto solo ad alcuni. Che non saremo certo noi, state pure tranquilli.
Un elettore è libero di votare chi vuole. Ma fregarsene non mi sembra un atteggiamento di educazione civica. Né una dimostrazione di furbizia: di fatto si lasciano i nostri interessi in mano ad altri. Ed è ovvio che chi ha in mano i nostri interessi ci suggerisce di andare a fare una gita, invece che al seggio.
In occasione di un referendum, poi, chi non si dà la pena neanche di andare a votare, o non ci va per impedire il raggiungimento del quorum, (impedendo a chi la pensa diversamente di esprimersi), non sa che cos’è l’educazione civica.
Vado a votare assolutamente perché in televisione non passano quasi mai spot per spiegare le ragioni del referendum, come si può votare e perché. E questo mi puzza di bruciato.
Vado a votare perché nei telegiornali di Stato continuano, di proposito, a sbagliare le date del referendum: e questo dimostra una evidente malafede.
Vado a votare perché non voglio assolutamente bere acqua di proprietà privata, e non voglio pagare sempre di più anche l’acqua, che è di tutti. Anche mia. Altrimenti, mi aspetto che qualcuno troverà normale anche una tassa sul respiro.
Vado a votare perché mi interessa molto di più la mia salute che gli affari che fanno i ricchi con il nucleare.
Vado a votare perché non voglio assolutamente che esista una legge che impedisce a qualcuno di essere diverso dagli altri davanti alla Legge.
Il fatto che uno sia un presidente del consiglio dovrebbe comportare che davanti alla Legge ci va di corsa, prima di tutti gli altri. E non che trova ogni scusa per sfuggire alla Legge. Per la mia visione della vita e della politica non c'è nessun impedimento che possa essere giudicato "legittimo" quando si tratta di stabilire l'onestà o la disonestà di una persona, Figuriamoci se si tratta del presidente del consiglio.
E dovrebbe comportare che, se ci sono delle ombre – chiamiamole così- sulla sua vita, pubblica o privata che sia, dovrebbe dimettersi. E se poi è colpevole, dovrebbe essere punito come tutti noi. (E forse perfino di più.)
Non vedo l’ora che sia il 12 giugno, per andare a votare. Quattro inequivocabili "sì".

lunedì 6 giugno 2011

Qualcosa che i genitori devono sapere degli insegnanti. 213°

Nel rapporto fra i genitori e gli insegnanti c’è un enorme problema che spesso impedisce una buona comunicazione: la mancanza di informazioni vere su quello che significa gestire una classe.
I genitori non sanno tutto quello che un insegnante deve tenere presente quando parla ad una classe, composta da una media di 28 alunni, tutti diversi, per fisico, sesso, intelligenza, intuitività, carattere, problematiche personali e familiari, storia di vita, provenienza geografica (e a volte anche religione, lingua, abitudini), provenienza socioculturale, esperienze scolastiche, difficoltà, stato di salute, handicap.
Desidero fare alcuni esempi di quello di cui l’insegnante deve tener conto:
devo entrare in modo autorevole, non devo fare nulla che possa essere preso in giro, devo sorridere, devo parlare a voce alta, devo essere chiara, non devo perdere la calma, devo assicurarmi che tutti abbiano capito, devo tener presente che Marco e Giovanni hanno detto che hanno capito, ma forse non è vero; Stefania ci sente poco; Maria non ha i soldi per i libri e per i quaderni, quindi devo aiutarla senza che se ne accorga; Alessandro è orfano di padre e non devo assegnare un tema sul padre; i genitori di Alessio sono disoccupati: non può venire in gita; la madre di Laura ha un tumore, devo tenerne conto e capire che non sempre può studiare; il padre e la madre di Antonella si stanno separando e lei la sta prendendo male; Abder, Daki, Fathima, Jasser, Karim, Farida e Zahira sono mussulmani: non posso dare per scontato che siano cattolici, quando spiego; Simone fa ancora la pipì a letto, me lo devo ricordare; il padre di Ernesto picchia la moglie; Giuseppe ha un rene solo: devo farlo uscire per andare in bagno quando lo chiede; devo stare attenta al fatto che Maurizio viene preso in giro perché puzza; Rita, Biancamaria e Manrico sono molto timidi e fragili: con loro non devo alzare la voce; Domenico, Fausto e Mario sono abituati ad essere sgridati e se non alzo la voce quando si comportano male, credono che vada tutto bene; Simonetta è molto studiosa e fa sempre tutto il possibile: se capita che una volta dimentica di fare un compito devo comunque rimproverarla anche se so che non accadrà più, perché gli altri non possono capire e se non lo faccio sembra che io stia facendo delle preferenze; Renato è depresso, devo cercare di aiutarlo; Thomas non ha voglia di studiare perché non capisce: devo cercare di chiedergli qualcosa di semplice in modo che trovi un po’ di fiducia in se stesso e studi di più; Antonio è molto presuntuoso e si sente superiore agli altri: devo fargli capire che anche lui può sbagliare, e che comunque non tutti possono essere bravi a scuola come lui; Mariella non parla mai e quando lo fa bisbiglia: devo trovare il modo di farle trovare il coraggio di parlare di più e a voce più alta; Carlo interviene continuamente come se in classe ci fosse solo lui: devo cercare di fargli capire che deve rispettare il suo turno; Michela pensa solo a guardarsi allo specchio, ai vestiti, a interessarsi dei fatti degli altri: devo fare in modo che capisca che l’aspetto fisico non è tutto e che non è giusto interessarsi dei fatti degli altri e andarli a raccontare in giro; Jasser non si interessa di nessuno e pensa solo a se stesso: devo fare qualcosa perché capisca che deve interessarsi di più degli altri; Annamaria e Luciano sono vicini di banco e litigano sempre: potrei separarli, ma insegnerei loro ad evitare i problemi e perciò devo trovare qualche idea perché imparino a lavorare volentieri insieme; Giorgio migliora il suo comportamento se scherzo con lui e lo prendo un po’ in giro, perché gli piace stare al gioco; Martina è molto permalosa e con lei non posso scherzare e prenderla un po’ in giro perché peggiorerebbe.
E questo quando la classe non è difficile.
Avrete notato che ci sono problematiche opposte: l’insegnante, però, deve trovare come fare a parlare per tutti contemporaneamente, in modo che tutto vada per il meglio.
I genitori, l’ho già detto, credono, invece – se non tutti, molti – che l’insegnamento consista in questo: entrare e andarsi a sedere in cattedra; chiedere di aprire il libro; leggere, far leggere o spiegare l’argomento, così com’è; chiedere di mostrare i compiti; correggerli, possibilmente tutti, ad uno ad uno; interrogare, assegnare il compito e la lezione per la volta successiva e, con un tempismo perfetto, concludere il tutto al suono della campanella. Il giorno dopo, ricominciare da capo. Un po’ come succederebbe se davanti non avesse nessuno, per esempio in una lezione a distanza.
Aggiungo che, dai colloqui con i genitori, emergono spessissimo le seguenti convinzioni:
- l’insegnante se ne frega degli alunni;
- in classe c’è solo mio figlio;
- se l’insegnante vuole che mia figlia studi, deve controllare che abbia scritto i compiti sul diario;
- l’insegnante dà le insufficienze per vendetta;
- quando l’insegnante dà un’insufficienza o mette una nota sul diario è perché “ce l’ha con lui” (con la recente variante “perché mio figlio è straniero”);
- l’insegnante che scherza con un alunno lo sta prendendo in giro;
- l’insegnante che fa notare ad un alunno che ha sbagliato “lo vuole umiliare”;
- se l’insegnante interroga spesso un alunno è perché “ce l’ha con lui”;
- se un insegnante fa interrogare un ragazzo dai compagni “lo fa apposta per metterlo in difficoltà”;
- gli insegnanti ci godono a bocciare;
- l’insegnante che chiede al ragazzo “come mai ieri non sei venuto a scuola?” lede la sua privacy;
- l’insegnante che informa i genitori che per l’ennesima volta il ragazzo non ha studiato, “rompe sempre le scatole con tutte ‘ste note”;
- l’insegnante che dà un brutto voto alla ragazzina si inventa i voti “perché a casa la sapeva”;
e così via.
Vorrei riuscire a fare il conto del numero di parole che escono dalla bocca di un insegnante in una mattinata di scuola: so che è un numero altissimo. Vorrei porre l’attenzione sul fatto che tutte quelle parole sono pronunciate nel contesto pieno di elementi da tener presenti che ho descritto sopra.
Credo che sia possibile immaginare, a questo punto, che possa anche capitare di lasciarsi scappare una parola di troppo. Ma ritenere che in cattedra ci siano sempre degli incompetenti e dei malvagi, delle persone che fanno tutto a caso, mi sembra ingiusto.
Credere che si possa insegnare a ventotto alunni tutti diversi senza difficoltà, mi sembra ingenuo.
Infine: dare sempre per scontato che quando l’insegnante rimprovera e dà brutti voti sia sempre un incapace, mi sembra sciocco; e, soprattutto, credere di saperne più dell’insegnante, fino a dargli consigli sulla didattica, mi sembra davvero presuntuoso.
Sarebbe bene che l’insegnante facesse il suo lavoro di insegnante, che comporta anche lo spiegare ai genitori che cosa fa in classe.
Sarebbe bene che il genitore facesse il suo lavoro di genitore, e lasciasse lavorare gli insegnanti, dando loro un po’ di fiducia. Forse sono bravi insegnanti.

domenica 5 giugno 2011

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Seconda parte 212.°

Solo chi insegna sa che cosa significa perdere il controllo della classe. Chi non si è mai seduto in cattedra crede che basti entrare, sedersi, spiegare, interrogare, assegnare i compiti, uscire e ricominciare tutto il giorno dopo. No, non è così. L'insegnamento comincia solo dopo che sei riuscito ad avere l'attenzione degli alunni. Se non ci riesci, puoi essere l'insegnante più preparato del mondo, ma non potrai trasmettere quasi nulla.
Perdere il controllo della classe è un’esperienza molto dura da affrontare. Che si tratti di bambini piccoli, di ragazzini o di ragazzi, ogni volta che non si riesce a gestire la disciplina si deve affrontare situazione molto stressante. Basta immaginare che cosa possa significare trovarsi di fronte a qualcuno che può sbeffeggiarci, insultarci, deriderci, ignorarci, in classe; qualcun altro – i colleghi – che possono guardarci con pietà mista a disapprovazione, in sala professori, e – cosa ben più grave - qualcuno che ci fissa con tristezza, amarezza e scoraggiamento, a casa, quando ci guardiamo allo specchio.
È naturale che in quelle situazioni un’insegnante possa demoralizzarsi e chiedersi se ha sbagliato lavoro.
A questa insegnante, e a tutti gli altri, dico: non ti abbattere. Reagisci. Non lasciare passare nessuna mancanza di rispetto, neanche se piccolissima. Rifletti sul fatto che è capitato a tutti, e può capitare anche dopo anni di insegnamento. È il lavoro che è difficile; è molto più difficile di quello che sembra dal di fuori. È normale che tu trovi delle difficoltà.
I consigli che leggi qui servono a darti delle indicazioni, dei suggerimenti che ti spingano a riflettere sui tuoi errori o sui possibili errori. Nell’insegnamento non si può sbagliare senza conseguenze. Sedere in cattedra è come fare un concerto: se sbagli fin dalle prime note,verrai giudicato un pianista di poco valore e ti fischieranno; se sbagli, ma il pubblico ti conosce già, probabilmente ti perdonerà. Ma sempre c’è un prezzo da pagare, per gli errori.
Dunque è importante conoscere i principali errori che si possono fare. E per questo ti rimando ai consigli su come si entra in classe, e su quali atteggiamemti devi tenere.
Mi sembra però importante che tu capisca che puoi imparare ad insegnare ponendoti ogni giorno l’obiettivo di capire che cosa è meglio fare in ogni situazione. Devi conoscere la psicologia degli alunni che hai. Pensare ai casi difficili che hai, cercare di capire perché quel certo bambino si comporta così. Devi convincerti del fatto che è tuo dovere aiutarlo. Un alunno che si comporta male non è un nemico da combattere, ma un uccellino sperduto o ferito da soccorrere.
L’esperienza degli altri è preziosa solo se sai adattarla in modo diverso ad ogni situazione. Ti serve perché ti fa suonare un campanello d’allarme quando sta per verificarsi una situazione difficile. Ma tu devi decidere a casa che cosa puoi fare in quel caso. Non c’è tempo da perdere: se un alunno ti fa uno sberleffo, tu devi già sapere che cosa farai. Non puoi fare la faccia stupita o scandalizzata di chi non se lo aspettava. Oppure arrabbiarti e urlare. Devi reagire senza perdere mai il controllo.
Faccio un esempio: il bambino (o il ragazzino, o il ragazzo) porta a scuola un palloncino.E tu che cosa fai? Vuoi farlo ragionare sul fatto che non si deve portare? Ma lui lo sa benissimo! Lo sta facendo apposta! Sa che se riesce a farti perdere il controllo apparirà potente (più di te) agli occhi dei compagni. Allora, prendi il palloncino e, con il sorriso sulle labbra fallo scoppiare con la punta di una matita. Poi dici “opsss! È scoppiato”. E vai avanti così. Deve vedere che non ti ha fatto arrabbiare. non ti preoccupare per il palloncino: non è un oggetto a lui caro. È importante che gli altri vedano che il compagno, con i palloncini, non riesce a destabilizzarti, e che, anzi, ti diverti a scoppiarglieli. Quando hai finito digli “Mi dispiace, te li ho rovinati…Domani te li ricompero. Ma solo domani. La prossima volta non te li comperò più”. Mostra sicurezza (anche se hai paura).
Il bambino si toglie le scarpe e le usa come porta penne? Non continuare la lezione. Rivolgiti agli altri alunni e di' loro “Ohhhh, guardate, bambini..Luigino non ha un porta penne. Qualcuno può prestargliene uno? Perché la scarpa poi fa puzzare le penne” Qui, per la mia esperienza, i bambini rideranno. Di lui, non di te. Con te, non, con lui, e di te. Guardalo come per dire “Ti ho fregato. Non mi fai paura”. Ma non dire altro.
Canta? Ferma la lezione e chiedigli di cantare. Canta di nuovo? Sta eseguendo il tuo ordine. Non canta? Era quello che volevi.
Scarabocchia la lavagna? Tu “bello! Che cos’è?” Qualsiasi cosa risponda, tu ribatti: “Ah sì? Mi sembrava un rospo”. Gli altri rideranno. Poi aggiungi: “Dai,fanne un altro.” E ritorniamo alla situazione di prima.
Tu devi fare arrabbiare lui e non viceversa. Devi vincere tu. Ma non per vendicarti, ma per avere la sua stima e quella della classe. Un provocatore ammira chi vince, non chi perde. Devi sentire dentro di te che, anche se stai facendo di tutto per metterlo in difficoltà, stai facendolo per aiutarlo, per fargli capire che non può comportarsi così.Non c'è speranza per un insegnante che prova sentimenti negativi nei confronti degli alunni, perché se ne accorgono e gliela fanno pagare. Quelli che suggerisco non sono sentimenti negativi, ma strategie.
Quando sei a casa, immagina tutto quello che potrebbe succedere e decidi che cosa faresti, tu, se ti capitasse quella situazione. Allenati, insomma. Divertiti, anche. Nessuno ascolta qualcuno che appare come una perdente.Allenati ad apparire (anche prima di essere) chi vince.
Dice “maestra buuu”? Tu chiedi “Che cosa dici? Buuu? Che cosa vuol dire buuuu?”. Lui perde le staffe ancora di più e ti insulta (ricorda, devi pensare a tutte le evenienze)? E tu ti rabbui e dici, preoccupata. “Oh, poverino, ha perso le staffe. Che cosa ti succede? Perché dici così?”.
Sempre calmissima.
E dentro di te devi sentire che lo stai facendo per aiutarlo. E tutti lo devono sentire, che vuoi aiutarlo anche se lo sgridi. Il rispetto te lo devi guadagnare. Devi conquistare la loro fiducia, e puoi farlo solo se riesci ad apparire una guida sicura di quello che fa.
Un altro concetto essenziale è questo: devi essere preparata a colpire la loro fantasia, a suscitare il loro interesse: devi stupirli, coinvolgerli, affascinarli. Come? Studiando. Provando, leggendo. Riflettendo. I ragazzi, e ancora di più i bambini, devono vedere in te una persona che sa quello che fa, che conosce tante cose interessanti, che merita di essere ascoltata. E fra queste non c’è un dibattito sulla raccolta differenziata. Quello si può fare quando li avrai conquistati.
Tu meriti di essere ascoltata? Hai un ricco bagaglio di attività che possano renderti interessante e divertente ai loro occhi?
Impara ad usare la voce in modo espressivo; perfeziona la tua capacità di leggere; impara a recitare. Cerca di entusiarmarti, perché l’entusiasmo si trasmette, come si trasmette la noia o la paura.
Per insegnare ci vuole coraggio. L’ho già detto!
Coraggio! Fammi sapere.

mercoledì 1 giugno 2011

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Prima parte 211.°

Alessandra mi scrive una lunga lettera, che riporto integralmente, perché è utile leggerla per intero:

“Gentilissima Professoressa Milani,
sono una giovane supplente di 24 anni di scuola primaria.
Seguo sempre con molto interesse il suo blog e i suoi consigli sull'insegnamento e l'ammiro per come riesce a relazionarsi agli alunni e a gestire le classi.
Le scrivo proprio per ricevere dei consigli sui miei problemi di gestione di una classe seconda della scuola primaria.
Sono iscritta all'università, all'ultimo anno di Scienze della Formazione primaria per diventare insegnante e da qualche mese ho iniziato le mie prime supplenze in un istituto comprensivo che raccoglie quattro scuole della zona in cui abito.
Sono state esperienze brevi, in genere di 3/4 giorni, al massino una settimana,.
per sostituire le maestre assenti. Da Aprile ho girato in ben 11 classi delle quattro diverse scuole e mi sono scontrate con realtà molto eterogenee: classi in cui si riusciva a lavorare con facilità e gli alunni mi seguivano e nasceva un buon rapporto, classi più "difficili" con qualche alunno particolarmente vivace che avevo difficoltà a gestire dal punto di vista della disciplina e della condotta.
Ora mi trovo per tre settimane, fino alla fine dell'anno scolastico, in una classe seconda e sono più che mai avvilita e scoraggiata: è una classe molto vivace con 5 bambini che non riesco assolutamente a gestire e rendono molto difficoltoso il mio lavoro.
Tra questi sette alunni un bambino, fin da quando sono arrivata una settimana fa, non fa altro che opporsi alle mie proposte sulle attività da svolgere in classe, spesso si rifiuta di lavorare, si alza durante le lezioni, pasticcia la lavagna, canta, una volta addirittura si è tolto le scarpe e le ha usate come porta-biro, un'altra volta si è permesso di cantarmi "Maestra buuu".
Anche un altro spesso e volentieri si rifiuta di lavorare e si alza di continuo e devo più volte riprenderlo e invitarlo a tornare al suo posto. Inoltre non sa relazionarsi con i compagni, alza spesso le mani verso di loro e idem un altro bambino di quei cinque citati: picchia tutti e a nulla valgono in entrambi i casi i miei richiami contro tali atteggiamenti, dopo poco ricominciano a litigare e a picchiare i compagni.
Anche gli altri due dei cinque alunni "terribili" spesso si alzano durante le lezioni, prendono in giro gli altri, parlano ad alta voce e disturbano tutti, pasticciano la lavagna, si permettono di toccare il mio materiale senza consenso.
Inoltre è una classe molto competitiva: i bambini non si rispettano, litigano, si prendono in giro, quando cerco di intavolare una discussione che coinvolge il gruppo non sono interessati a ciò che dicono i compagni e si distraggono oppure intervengono a sproposito.
Spesso mentre parlo mi interrompono con interventi non pertinenti, alcuni parlano senza alzare la mano e senza rispettare i turni sovrastando il compagno che stava parlando.
I primi giorni ho cercato di mantenere la calma e di non arrabbiarmi, cercando di discutere con loro serenamente sui comportamenti non adeguati. I bambini mi promettevano che si sarebbero comportati "bene" ma poi imancabilmente dopo poco la situazione degenerava di nuovo.
Un giorno le cose sono precipitate del tutto: uno dei cinque bambini che non riesco a gestire ha portato in classe dei palloncini e ha iniziato a giocarci durante la lezione di italiano, l'ho invitato più volte con calma e tranquillità a metterli via, non ha rispettato la mia richiesta e li ha dati ad altri due dei cinque "famosi" bambini.
Dopo che ho sequestrato qualche palloncino, uno dei soliti bambini "terribili" ha iniziato a prendermi in giro sfidandomi apertamente, soffiandomi contro i palloncini, facendomi la linguaccia e un altro bambino dei cinque si è tolto le scarpe e le ha usate come portapenne come ho già descritto sopra. Non riuscivamo più a lavorare perchè ho passato tutte le due ore della lezione a riprendere e a richiamare tali alunni. Alla fine esasperata ho mandato uno di questi bambini nell'altra sezione dove c'era la loro maestra di matematica poichè non ci consentiva di lavorare e la classe si lamentava e mi diceva di mandarlo via.
L'insegnante di matematica è intervenuta per sgridarli e per riprenderli e le ho lasciato tre dei cinque alunni per recarmi con il resto della classe in palestra per svolgere la lezione di educazione motoria.
Dopo quegli episodi ho deciso di cambiare atteggiamento: ho iniziato ad urlare, ad arrabbiarmi, a dare punizioni tipo saltare la lezione di educazione motoria, e ad un alunno ho scritto una nota poichè continuava a disturbare mentre spiegavo e a nulla servivavano i miei richiami.
La situazione sembrava essere migliorata: con il "pugno duro" tutti mi seguivano di più e lavoravano meglio.
Ma il tutto è durato due giorni poi la situazione è degenerata di nuovo: non prendono più in considerazione nemmeno le mie urla, alcuni dei cinque continuano a sfidarmi, e la cosa che mi ferisce profondamente è che gli altri bambini dicono che solo quando ci sono io succedono queste scene, con le altre maestre le cose vanno meglio.
A volte quando riprendo uno di questi cinque bambini per il suo comportamento la classe continua imperterrita a chiacchierare oppure anche mentre spiego, come se i miei interventi non avessero alcuna efficacia.
Sono veramente delusa e amareggiata, mi sento un fallimento completo e mi dispiace tantissimo. Ero andata lì piena di belle speranze, felice di stare con i bambini, desiderosa di aiutarli,di accompagnarli, animata da tanta buona volontà ed è veramente frustrante vedere che i bambini non mi ascoltano, non mi seguono, non hanno alcun rispetto di me. Torno a casa dopo quattro o sei ore in quella classe senza voce e più che mai avvilita, mi viene da piangere. Perchè io credo davvero nella missione dell'insegnamento, amo questo lavoro e stare con i bambini, poterli aiutare ed essere una guida ed un punto di riferimento per loro, mi sto impegnando molto negli studi all'università ma ora sono davvero scoraggiata e demoralizzata per la situazione che si è creata, penso che tutte le altre maestre sono più brave di me e mi sento anche molto in imbarazzo nei confronti delle colleghe perchè non so gestire i bambini e temo che sparlino alle mie spalle.per la situazione che si è creata in quella classe. Tali colleghe sono per la maggior parte anziane e con lunga esperienza. Inoltre temo che dopo tale esperienza non mi richiameranno più in quell'istituto comprensivo a fare supplenze. Insomma, mi sento un fallimento completo!
Conosco l'insegnante che sto sostituendo poichè lavorava già in questa scuola primaria quando ero io stessa
un'alunna: è la classica maestra molto rigida, severa, austera, che urla sempre, con una voce dal timbro maschile.
Ricordo che da bambina mi incuteva molto timore.
Io invece mi sono presentata alla classe con un approccio più "amichevole", inoltre sono giovane e inesperta e i bambini secondo me se ne approfittano, non ho alcuna autorevolezza.
Alcuni per spiegarmi il comportamento dei loro compagni più indisciplinati mi hanno detto che sono troppo buona e gentile e cercano di "difendermi" quando i soliti si comportano male dicendo loro che non è giusto, che devono comportarsi come quando c'è l'altra maestra.
Non so davvero più cosa fare per cambiare la situazione. Le chiedo pertanto qualche consiglio perchè sono veramente demoralizzata
e triste e mi sento un fallimento e mi dispiace tanto nei confronti dei bambini.
Mi scuso se mi sono dilungata.
Cordialmente, Alessandra.”


Cara Alessandra,
Se hai già letto quello che scrivo sul blog sai già quando sia importante il primo approccio. Nel momento in cui ti presenti agli alunni, metti le basi del rapporto: se ti presenti in modo sbagliato paghi le conseguenze degli errori che fai.
Per gli alunni l’insegnante deve essere speciale. Questo è vero per tutti gli alunni, e lo è ancora di più per i bambini. Con i ragazzi più grandi puoi far leva (senza contarci troppo) sulla loro capacità di capire e di riflettere. Con i bambini no. Devi colpirli e devi sembrare una persona speciale al primo impatto, senza spiegazioni.
Spero che non ti dispiaccia se ti faccio notare gli errori che mi sembra che tu abbia fatto. Ma è necessario, perché è la comprensione degli errori che ci fa migliorare.
Tu scrivi:
“un bambino, fin da quando sono arrivata una settimana fa, non fa altro che opporsi alle mie proposte sulle attività da svolgere in classe, spesso si rifiuta di lavorare, si alza durante le lezioni, pasticcia la lavagna, canta, una volta addirittura si è tolto le scarpe e le ha usate come porta-biro, un'altra volta si è permesso di cantarmi "Maestra buuu"”: Primo errore. Non avresti dovuto fare lezione finché non eri riuscita a toglieri il bastone del comando che si era arbitrariamente preso.
“sì, ma il programma, la lezione…”, tu dirai. Ma quale lezione? È una lezione quella che fai in quelle condizioni, in mezzo a palloncini che volano, scarpe che girano per la classe, bambini che girano, cori di "Maestra buuu ? No, non è una lezione, è una baraonda, un manicomio. O riesci a far lezione in modo proficuo o rinunci a farla e dedichi tutto il tuo tempo a farli smettere.
Scrivi poi:
“Anche gli altri due dei cinque alunni "terribili" spesso si alzano durante le lezioni, prendono in giro gli altri, parlano ad alta voce e disturbano tutti, pasticciano la lavagna, si permettono di toccare il mio materiale senza consenso.”
Alzarsi? Prendere in giro? Parlare ad alta voce? Pasticciare? Toccare il tuo materiale? Devi pensare. “Ma come si permettono?”
Mettiamola così: se un bambino lanciasse un coltello ad un altro, continueresti a far lezione? Credo di no. Il concetto è lo stesso: tutto dipende dal fatto che io trovo i comportamenti che hai descritto gravi come il lancio di un coltello. Tutti e due sono gesti che non posso tollerare.
Dici:
“cerco di intavolare una discussione”; “cercando di discutere con loro serenamente sui comportamenti non adeguati”; “l'ho invitato più volte con calma e tranquillità a metterli via, non ha rispettato la mia richiesta”
Cara Alessandra, tu sei la maestra, non devi intavolare discussioni serene se si comportano male, devi rimproverare. E severamente, anche. Non devi mostrare calma e tranquillità, se si comportano male, ma fermi rimproveri; non devi fare “richieste”, ma devi dare “comandi”, “indicazioni”, “ordini”. Tu sei la maestra che li guida, che sa quello che si deve fare. Loro sono i bambini che non sanno niente della vita e stanno imparando. Da te, che sei la maestra.
Infine:
“Alla fine esasperata ho mandato uno di questi bambini nell'altra sezione dove c'era la loro maestra di matematica poichè non ci consentiva di lavorare e la classe si lamentava e mi diceva di mandarlo via.”. “L'insegnante di matematica è intervenuta per sgridarli e per riprenderli e le ho lasciato tre dei cinque alunni”
Alessandra, non devi mandare un bambino ad un’altra maestra: di fronte alle colleghe e di fronte ai bambini ammetti la tua incapacità di gestire la situazione. Non è l’altra maestra che deve rimproverarli: devi farlo tu..
Tu sapevi, poi, che 'insegnante che stai sostituendo “è la classica maestra molto rigida, severa, austera, che urla sempre”. E tu, sapendo questo, ti presenti ai bambini “con un approccio più amichevole”? Era ovvio che avrebbero scambiato il tono amichevole con la debolezza.
Dici: “ho deciso di cambiare atteggiamento: ho iniziato ad urlare, ad arrabbiarmi, a dare punizioni..”
Alessandra, mai, per nessun motivo, devi perdere la calma. Non devi mai urlare. Se alzi la voce – cosa a volte più che necessaria- non devi mai apparire come una che ha perso la calma. La calma è la virtù dei forti (e le urla sono il segnale della debolezza e della paura).
Ti può essere di aiuto, per cominciare, riflettere su questi errori.

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