La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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venerdì 30 luglio 2010

Le piccole cose. 66°

Non ho mai più di cinque piante. Le compero piccolissime, così le vedo crescere: una stella di natale, due azalee e due gerani. Uno dei due gerani avrà, credo, dieci anni. Mi si è ammalato e ho speso tanto in prodotti per curarlo che il negoziante stesso mi ha detto “Mi scusi se glielo dico, signora, ma con neanche tre euro lei può ricomperare un geranio grosso e tutto fiorito”. “Lo so, ma non voglio quei grossi gerani supernutriti, quasi dopati. Voglio questo, che per anni mi ha fatto fiori bellissimi tutto l’anno. Ora che si ammala lo butto via?”. Ecco, ce l’ho ancora, quel geranio, tanto vecchietto che sembra un bonsai. È un po’ spelacchiato e a volte mi viene in mente che vorrebbe l’eutanasia. Ma poi si sforza e mi butta fuori un fiore e allora rimando. E, dato che una delle azalee è passata a miglior vita, si è liberato il fazzoletto di terra del vaso e subito ne ha approfittato un ciuffetto di trifoglio, verde sopra e viola sotto le foglie. Non ci crederete: quel ciuffetto mi piace come una pianta. Non lo avevo neanche notato, ma un mattino presto sono andata di là a prendere qualcosa e sono stata attratta da un movimentino delicato: era una foglia del trifoglio che si apriva. Ho provato stupore e contentezza. Non ho mai abitato in campagna e quindi per me, vedere un trifoglio che si apre è una cosa bellissima. Come lo sarebbe vedere un fiore sbocciare. Non mi toglie i problemi, questo no, ma mi fa sorridere, mi aiuta a dare un tocco gentile alla vita o almeno alla giornata.
Descrivo questi particolari, perché sono convinta del fatto che sia arrivato il momento di rivolgere di nuovo l'attenzione alle piccole cose. E di insegnare ai nostri figli a farlo.

giovedì 29 luglio 2010

Momenti. 65°

Tanti anni fa, più di venti, andavo per mare con dei miei amici. Dopo una giornata in barca, al tramonto, si tornava in porto. Il mare era calmo. Sul far della sera, quando si tornava da una giornata in barca, di solito si taceva. Ci si rinchiudeva un po’ in se stessi, forse per l’intensità della giornata. Ma l’atmosfera era straordinaria per il fresco della sera sulla pelle abbronzata, per lo scroscio dell’acqua contro la barca, per il vento sul viso, per il profumo del mare e, soprattutto, per il cielo. Avete presente il momento in cui cala il sole e le colline, le montagne, gli alberi diventano sempre più scuri, fino a diventare forme nere? In mare questo è ancora più suggestivo, perché contrasta con la luce del sole al tramonto, che si riflette sull’acqua. Ecco, riesco ancora ad assaporare quella sensazione che ora, dopo tanti anni, posso senz’altro definire “indimenticabile” senza sentirmi retorica.

mercoledì 28 luglio 2010

Sentire la vita. 64°

La prossima volta che andate al mare e vedete un gabbiano, seguitelo con lo sguardo, guardatelo andare su, tornare giù, lasciarsi portare dal vento, planare, adagiarsi sull'acqua  Non limitatevi a “vederlo” senza “guardarlo”. E non lo guardate, diciamo così, dal di fuori, come ormai siamo tutti abituati a fare, come se fosse un’immagine bidimensionale, come se fosse proiettata su uno schermo. Provate a sentirvi “dentro” il gabbiano, cercate di immaginare il suo punto di vista, di provare l’ebbrezza del volo. E lo stesso fate quando vedete un’aquila. Poi fatelo con una gallina, con un merlo, con un cavallo al galoppo, con una formica che spinge un seme. Ci vuole solo un minuto, al massimo. Sentitevi galli, sentitevi topo, scarafaggio o cavallo. E poi sentitevi mendicante. Se vi capita di assistere a una gara di ballo non guardate dal di fuori, come si guarda un quadro. Guardate “dal di dentro”: soffermatevi sulle persone che ballano, immaginate di essere dentro di loro, di pensare quello che pensano, di provare quello che provano. Osservate un’anziana signora al bordo della pista che guarda ballare. Guardatela, focalizzate su di lei la vostra attenzione, come se aveste uno zoom; cercate di immaginare quello che pensa, cercate di sentirvi “nei suoi panni”. Sentitevi anche extracomunitario o pizzaiolo o politico. Potete sentirvi anche nuvola.Vi sembra una cosa assurda? Provate. Scoprirete che si capisce tutto di più. Si pensa meglio. E se scrivete, si scrive meglio.
Se vi trovate di fronte ad un campo, magari verso sera, dedicate un paio di minuti ad osservare. Non c’è nessuno, la brezza muove l’erba alta. Non limitatevi a guardarlo dal di fuori: sentitevi in mezzo al campo, con i piedi umidi di erba bagnata, sentite i profumi della vegetazione, assaporate la sensazione che dà l’essere immersi nella natura.
La prossima volta che vi capiterà di veder nevicare, di notte, aprite la finestra e guardate verso il cielo la neve che scende lenta: accorgetevi del silenzio irreale, guardate il cielo buio oltre la neve, immaginate i campi bianchi, gli alberi carichi di neve, il viaggio che i fiocchi fanno per arrivare fino a terra. Cogliete l’odore freddo dell’aria dentro le narici. Chiudete gli occhi e sentite in voi la sensazione che vi procura.

martedì 27 luglio 2010

I gay non possono essere sempre allegri. 63°

Da quando, quando avevo vent'anni , un mio amico si è suicidato perché non ha voluto accettare di essere omosessuale, rifletto su questo argomento. E, come insegnante, cerco di insegnare ai miei alunni ad accettare tutte le diversità. Perché so che potrebbero scoprire di essere omosessuali. O potrebbero esserlo i loro fratelli, i loro amici, i loro figli. E voglio che siano preparati ad affrontare se stessi e il mondo degli stupidi e degli ignoranti.
Lo spunto per questa riflessione, oggi, me l’ha dato l’aver assistito ad un gesto di tenerezza in pubblico fra due gay. Dovrebbe essere un gesto normale, ma non lo è.
La stupidità, l’ignoranza e la violenza che si scatenano in presenza di situazioni che non si capiscono è spaventosa. C’è una massa pericolosissima di ignoranti che ignorano soprattutto di essere ignoranti. E, perciò, parlano, sputano sentenze (e votano) senza avere la minima idea di quello che fanno e del perché lo fanno.
Parlano, sputano sentenze (e votano) non solo senza documentarsi (perché non si rendono conto di non sapere e quindi non viene loro neppure in mente di farlo), ma anche senza pensare. Vomitano pensieri e parole.
Gli omosessuali sono persone che sono attratte sessualmente e si innamorano di persone dello stesso sesso. Ricordo che, parlando di questo argomento durante una delle mie lezioni di educazione sessuale, ho chiesto ai ragazzi che cosa pensavano degli omosessuali. Un ragazzo, che ostentava la sicurezza di chi si sente di essere tollerante, mi ha risposto. “Per me possono fare quello che vogliono: contenti loro…”. Un altro, con la sicurezza di chi sente di essere nel giusto e di saperlo dire sinceramente, ha risposto: “A me fanno schifo. Dovrebbero curarsi invece di fare quelle cose”.
Ecco. Questa è la realtà, in pochissime parole. Nei confronti degli omosessuali ci sono persone che li ignorano e li tollerano, o li guardano con sospetto e pena, come se il loro comportamento “strano” fosse il frutto di una malattia contagiosa e perciò standone a debita distanza; persone che li disprezzano e li guardano con disapprovazione e a volte con odio come se il loro modo di essere fosse una libera scelta, dettata dalla depravazione. Queste idee sono frutto di ignoranza profonda. Alla base di ogni violenza c’è spesso l’ignoranza. Nella nostra società gli episodi di omofobia aumentano sempre di più, perché l’ignoranza, già molto forte, si è diffusa grazie ai mezzi di comunicazione.
Le persone che accettano la loro diversità come un fatto normale, che li frequentano e li scelgono come amici sono ancora una minoranza.
La condizione di omosessuale, che dovrebbe essere semplicemente, appunto, una condizione, diventa un problema. Un ragazzo che si rende conto di essere omosessuale non può essere tanto allegro, anche se lo chiameranno “gay”. Non in un mondo come questo. Quel mio amico che si è suicidato a vent'anni non ha saputo affrontare la cattiveria, la stupidità e l’ignoranza del mondo. Ma sono cambiate molto da allora le cose?

domenica 25 luglio 2010

Che cosa dobbiamo insegnare. Quarta e ultima parte. 61°

Ho scritto “quarta e ultima parte” non certo perché il discorso si esaurisce in poche righe, ma perché per oggi lo limito ad un concetto che considero basilare: l’insegnamento migliore che possiamo dare ai giovani è il concetto che il mondo e la vita sono così grandi che non possiamo sperare di vivere nel migliore dei modi senza conoscere il maggior numero di cose possibile.
Le difficoltà che i giovani di oggi hanno nel trovare la giusta via è la prova del fatto che non ci sono per loro abbastanza punti di riferimento per distinguere che cosa è giusto e che cosa è sbagliato. Spesso i genitori rinunciano a dare indicazioni di vita, perché la società li fa sentire inadeguati a questo compito, e i mezzi di comunicazione diventano per loro i veri e unici punti di riferimento.
Non ci sono più indicazioni per orientarsi nella vita: dobbiamo riprenderci il diritto (e sentire il dovere) di insegnare ai nostri figli quali sono i punti di riferimento da seguire.

Che cosa dobbiamo insegnare. Terza parte. 60°

Guardiamo il cielo stellato. Che cosa vediamo?
Un cielo tutto nero con tantissime stelle. Le stelle hanno dei nomi, sono disposte in un certo modo e formano delle costellazioni. Se qualcuno ci insegna il nome di alcune stelle e delle costellazioni, poi, quando guardiamo il cielo, non vediamo più solo un cielo nero con tantissime stelle. Noi saremo in grado di “leggere” il cielo, lo “capiremo”, sapremo orientarci, perché vedremo Andromeda, Cassiopea, vedremo l’Orsa Maggiore, l’Orsa Minore, Orione. Ci sembrerà di conoscere il cielo.
Pensiamo a un bosco. Camminiamo e che cosa vediamo intorno a noi? Alberi, tutti uguali. Non ci dicono molto, non ci interessano molto. Invece immaginiamo che nostro padre ci abbia insegnato i nomi degli alberi e delle piante. Allora, quando camminiamo, non vediamo “alberi”, vediamo il tiglio selvatico, la roverella, il cerro, il castagno, il nocciolo, l’acero, il noce, il gelso, il salice. E poi l’erica, la ginestra, il ginepro, il cisto. Sapremo orientarci molto di più.
Oppure pensiamo a una folla. Non conosciamo nessuno. Ci guardiamo intorno: la maggioranza non ci suscita emozioni particolari e qualcuno, per il suo aspetto o il suo atteggiamento, ci mette a disagio. Chiunque può essere per noi un nemico, può imbrogliarci, indicarci di proposito strade sbagliate. Se invece, conosciamo la metà delle persone, se sono nostri amici, ovunque ci giriamo troviamo un volto noto e ci sentiamo al sicuro, siamo contenti di vedere Stefano, Eleonora, Mariangela, Claudio, Margherita.
(continua…)

Che cosa dobbiamo insegnare. Seconda parte. 59°

Sono sola e mi trovo in un’enorme piazza circolare, sconosciuta, senza neanche una persona, senza telefoni, dalla quale partono tante strade, a raggiera. Dove vado? Come mi sento?
Mi trovo in una foresta dove non sono mai stata, sola, senza possibilità di aiuto. Dove vado? Come mi comporto? Come mi sento?
Mi trovo in una stanza enorme, completamente al buio, senza alcuna possibilità di accendere la luce. Dove vado? Come mi sento?
Quando non si conosce il luogo e quindi non si sa dove andare, si sta male, si prova disagio e si ha paura. Si deve insegnare ai ragazzi un concetto essenziale: si ha paura di quello che non si conosce. Se non conosciamo l’ambiente dove ci troviamo, non solo proviamo disagio e paura, ma possiamo molto probabilmente sbagliare strada o cadere nelle trappole, trovarci in pericolo.
Se si conosce, si capisce meglio la realtà, ci si muove meglio, si ha meno paura. Se ho una piantina della città e so dove andare, se ho una bussola e so dove andare, se conosco la stanza buia e so dove si trovano gli ostacoli non ho più paura, non provo più disagio. Il mondo è come quella piazza, quella foresta, quella stanza buia. Più cose conosco e più capisco, più riesco a leggere l’ambiente, meglio mi oriento. Quando vado a una festa e non conosco nessuno. Come mi sento? Il disagio nasce dal fatto che ho paura di essere lasciata da parte, emarginata, di sentirmi sola in mezzo alla gente.


(continua...)

Che cosa dobbiamo insegnare. Prima parte. 58°

La vita è come un percorso che contiene trappole e trabocchetti. In un luogo possiamo camminare senza pericolo, in un altro c’è una trappola nascosta. Possiamo camminare a caso, senza sapere dove andare e magari cadere nella trappola mortale, o possiamo studiare il percorso, procurarci una piantina dove sono indicati i punti pericolosi e salvarci.
La vita è anche come un viaggio e noi abbiamo con noi una valigia. Quando ci mettiamo in viaggio non sappiamo esattamente quale percorso faremo. Potremo trovarci in mezzo ai ghiacci, in mezzo ai deserti o andare per mare o in grandi città. Potremo trovarci in difficoltà. La nostra valigia diventa importante. Può salvarci la vita, se ci avremo messo tante cose. Più cose avremo messo dentro e più cose avremo da tirare fuori quando sarà necessario. Nella valigia c’è quello che sappiamo: più cose sappiamo e più potremo tirarne fuori.
Più studiamo e più possiamo fare da soli, essere noi di aiuto agli altri. Però, e anche questo deve essere insegnato ai ragazzi, tutti siamo liberi; possiamo scegliere anche di non studiare. Liberi di decidere quello che vogliamo. Liberi di non studiare il percorso pericoloso; di non mettere quasi niente nella valigia che ci portiamo in viaggio. Ma bisogna essere consapevoli del fatto che, se non sappiamo niente, dipendiamo da tutti. E se sbaglieremo a prendere le decisioni, anche quelle che ci sono state indicate da altri, alla fine saremo noi a pagare.
Ecco. La cultura è questo: conoscere il più possibile, per sapere dove dobbiamo andare, per guardarci intorno e capire quello che succede, per non aver paura quando ci troviamo in un luogo, per non essere facile preda di chi vuole imbrogliarci, per prendere le decisioni per noi più giuste. E questo è quello che dobbiamo insegnare ai ragazzi.
(continua....)

sabato 24 luglio 2010

La mamma è la mamma. 57°

Oggi, parlando con un'amica (che non è insegnante) mi sono ricordata di una scena alla quale ho assistito sul pulman che porta i ragazzi da scuola a casa, due o tre mesi fa e gliel'ho raccontata.
Sedicenne alla moda ad un compagno:
“Stamani quella stronza della T*** (il nome dell’insegnante) mi ha messo una nota perché sono arrivato in ritardo e vuole che la faccia firmare dai genitori. Volevo mandarla affanculo…”
“E perché non ce l’hai mandata?”
“Mah…Ho già tanti casini.”
“Ma dove sei andato? Ma come mai sei arrivato in ritardo? Il pulman era arrivato in orario...”
“Appunto, sono andato al bar.”
Trilla il cellulare. È la mamma. Il sedicenne le racconta della nota. Urla della mamma, indistinte, a parte un “Disgraziato!” nel momento in cui il sedicenne allontana il cellulare dall’orecchio.
Il sedicenne cerca qualche giustificazione. “Sto tornando a casa”. E mentre ripone il cellulare nel taschino della camicia dichiara: “E affanculo anche la mamma!”
Credo che dobbiamo prendere atto del fatto che qualche problema lo abbiamo. Come insegnanti e come genitori.

venerdì 23 luglio 2010

Non piaccio a nessuno. 56°

Antonio mi scrive una lettera accorata della quale trascrivo la prima parte, che dice già tutto: “Gentile prof. Milani, sono capitato per caso sul suo blog e approfitto del suo invito a scrivere perché non so proprio a chi dirlo. Ho sedici anni e sono disperato. Tutto mi va male, non piaccio a nessuno. Soprattutto non piaccio alle ragazze. Quando cammino per la strada mi sembra che tutti i ragazzi e le ragazze ridano di me e perciò cerco di evitare di farmi vedere troppo in giro. Non so che cosa fare”.

Carissimo Antonio, sai qual è il tuo problema? Hai paura. Quando si ha la tua età è facile pensare di non essere amati, di non piacere, in generale. Di non andare bene, insomma. Capita (ed è capitato) a tutti, credimi. Soprattutto non piaci a te stesso. A volte, questa paura di non andare bene così come si è, di non essere simpatici, o belli, o intelligenti, è talmente potente da rovinarci tutti gli anni dell'adolescenza. E anche più in là. Quando io avevo la tua età non uscivo di casa se avevo tanti brufoli. Mi sembrava che tutti mi fissassero (e per la verità qualcuno lo faceva davvero!). Se proprio dovevo uscire, per andare a scuola, per esempio, per la strada, cercavo di guardare in terra, sicura che se avessi alzato lo sguardo avrei visto occhi e indici puntati sulla mia fronte. Ma anche senza i brufoli, senza chili di troppo, senza gambe storte o altezza da tappo ci si può sentire da buttare. Allora ci dà noia tutto quello che ci fa scattare questa senzazione. Abbiamo paura che la nostra sensazione di inferiorità sia vista da tutti. Vieni a casa mia oggi? No, grazie, devo studiare.. (noooo!!! Per carità, poi ci trovo Mario che mi dice Ciao Brufolo!). Vieni alla festa? No, non mi ci mandano…(Nooo!!!! Figuriamoci se vado alla festa che non ho niente da mettermi!) Vieni in discoteca? No, no, non posso, vengono dei miei parenti (per carità, è meglio evitare di andare in discoteca, perché poi nessuno balla con me e faccio la figura dello sfigato).
Il problema, caro Antonio, è che l'adolescenza non è facile. Però, neppure la vita lo è. Forse l'adolescenza è il momento in cui tutto comincia a diventare un problema, in modo che i ragazzi possano allenarsi a vivere le difficoltà della vita. Resisti, Antonio, un giorno non lontano tutto ti sembrerà meno difficile.

Si sono invertite le parti. 55°

C'era un tempo in cui le persone colte parlavano e chi non aveva cultura si guardava bene dall'aprire la bocca per paura di fare brutta figura. Ora direi proprio che si sono invertite le parti. Meno le persone sanno e più danno via libera alle parole. Ma l'aspetto più interessante sta nel fatto che un'enormità di persone li ascolta con religiosa attenzione.
I giocatori di calcio, per esempio, vengono intervistati come se dalle loro parole dipendessero le sorti dell'umanità. Parlano di calcio (in un italiano sgrammaticato, salvo poche eccezioni) con la serità sofferta di chi condivide grandi preoccupazioni internazionali o di chi rivela al mondo importantissimi disegni strategici per la lotta alla fame nel mondo.
Fior di cretine vengono interpellate sui più gravi problemi. Semianalfabeti ci spiegano bene le varie questioni politiche. Pluribocciati ci illuminano su tutte le soluzioni possibili per migliorare la Scuola italiana. Pluriripetenti diventano consiglieri, o presidenti, o dirigenti. E, anche loro, ovviamente, parlano. E noi dobbiamo starli a sentire. O dovremmo.

Lilì. 54°

Capelli rosso carota, colorito roseo, occhi azzurri. Era sempre sorridente e le labbra sottilissime, il nasino piccolo e le lentiggini la facevano sembrare una francese. Si chiamava Lilì, con l’accento sull’ultima “i”, come Lili Marlene. Ho vissuto con lei anni bellissimi, durante la mia fanciullezza. Ci parlavamo sempre, e sempre eravamo in sintonia. Ridevamo, piangevamo insieme, abbracciate l’una all’altra, come due sorelle gemelle. Se avevo bisogno di lei non mancava di darmi il suo aiuto, paziente, comprensiva e fedele. Portava sempre una graziosissima gonnellina giallo chiaro con le bretelline e una camicetta bianca con degli sbuffi sulle maniche. Certo, era un po’ rigida nei movimenti, quando mi offriva le braccia per accogliermi festosa, ma sentivo il calore dell’abbraccio e questo mi bastava.
Lilì era la mia bambola preferita. Mio padre me l’aveva portata a casa, avvolta in una carta da regalo lucida, iridescente, azzurra, con un enorme fiocco dorato. Più di trentacinque anni fa. Non vi stupite se vi dico che ce l’ho ancora. Gli amici così non si possono regalare.

giovedì 22 luglio 2010

Non ci sono più le quattro stagioni? 53°

Oggi, mentre passavo in macchina fra i campi gialli di stoppie di grano mi chiedevo perché così tante maestre e maestri non insegnano più ai bambini che a maggio fioriscono le rose, a giugno matura il grano o a primavera sbocciano primule e violette, e così via.
Credo che varrebbe la pena riflettere su questo interrogativo. Mi sembra che da troppi anni la scuola, soprattutto quella elementare, tenda ad orientarsi più sugli aspetti negativi che su quelli positivi della vita. Invece di parlare ai bambini di spighe dorate al sole, di grappoli d’uva, di ciliegie rosse, si parla di emergenza rifiuti, di inquinamento, di traffico. Ma quale visione diamo del mondo ai bambini e ai ragazzi? Siamo stati presi nell'ingranaggio del disgusto. È vero che bisogna che bambini e ragazzi siano consapevoli dei problemi, ma non sarebbe meglio che prima fossero consapevoli di quello che di positivo offre loro la vita? Dov’è il bagaglio di cose buone al quale attingere nei momenti difficili, per trovare la forza di superare le difficoltà? Dove sono i colori della vita da tirare fuori quando vediamo tutto nero?

mercoledì 21 luglio 2010

Mare. 52°

Se vi trovate in un posto di mare e avete la possibilità e la voglia di alzarvi presto e di raggiungere una spiaggia alle otto del mattino siete persone di un certo tipo. Amate il mare, il silenzio, la meditazione, la vita sana, le piccole cose. Un insetto che corre sulla sabbia, un sasso con striature rosse e gialle, i pesci sul fondo dell’acqua, a quell’ora ancora trasparente, il rumore delle onde che si sciolgono sulla battigia, le impronte dei gabbiani, le ombre lunghe. Niente schiamazzi, niente bambini che giocano a calcio sulla battigia e che ogni tanto ti raggiungono con una pallonata, niente odore di latte solare al cocco, niente accampamenti di famiglie e distese di materassini.
A quell’ora le tre o quattro persone che passeggiano sulla riva, incrociandosi, si salutano come si fa sui sentieri di montagna. Per un momento ci si guarda, ci si sorride e si ha come la sensazione di scambiarsi un’occhiata di intesa come per dire “siamo fortunati ad essere qui, adesso”.
Per me è una cosa meravigliosa e cerco di imprimermi nella mente questa luce, questo rumore di onde che si infrangono, questa atmosfera, per richiamarla alla mente nelle buie serate invernali, al ritorno da frustranti collegi docenti o da faticose giornate di lavoro.

martedì 20 luglio 2010

Viaggi low cost. 50°

Il turismo di massa e i viaggi low cost hanno portato con sé il trionfo del dozzinale e spesso anche del cattivo gusto. Prendiamo una nave traghetto, di quelle che fanno la spola fra Genova, Civitavecchia, Livorno, Sicilia, Sardegna, per esempio.
La sigla della compagnia a volte è scritta con il pennarello sulle tute degli sgarbati giovani che ci indicano con gesti imperiosi e seccati da che parte dirigerci con l’auto stracarica di noi turisti low cost.
Entri in cabina e non c’è la carta igienica; gli asciugamani mancano all’appello, le bottigliette di shampoo (cosa che non mi era mai capitato di vedere) sono scadute da due anni. Le coperte sono piene di capelli e il piatto doccia conserva il ricordo degli ospiti appena sbarcati grazie ai peli “pubblici” – come ho sentito una volta definirli- rimasti ai bordi.
L’aria condizionata (che poi, a onor del vero, è semplice aria forzata) non funziona. Il pavimento è lucido di strisciate di grasso, indice di una passata di straccio frettolosissima.
Vai al Caffè (dal tipico nome da crociera alla maniera di Love boat) e ti guardi intorno.
Quello che salta agli occhi è l’abbigliamento della gente. Un tempo non esageratamente lontano i turisti stranieri si distinguevano da noi italiani perché erano mal vestiti. Scarpe orrende, calzoncini corti, colori sgargianti, abbinamenti assurdi. Ora non c’è più differenza. Anzi. Le borsate di stracci che la gente compera sulle bancarelle dei cinesi qui si ritrovano tutte insieme. Quando dico "la gente" intendo anche molti di noi insegnanti, dallo stipendio precario o fragile, che non possiamo permetterci di sciupare i vestiti belli quando andiamo in vacanza. E quello che a casa ci sembrava “beh, per quindici euro non c’è male, tanto lo uso solo per questo viaggio” ora ci sembra orrendo. Qui ci si rende conto anche di quanto è importante conoscere le lingue e di quanto è imbarazzante immaginare quello che pensano gli stranieri quando leggono sulle nostre magliette di italiani la scritta “de puta madre”, che a noi sembra chissà quale simpatica frase in spagnolo e che loro interpretano (ritenendolo forse un interessante caso di autocritica) come “figlio di puttana”. E chissà se quando gli stranieri leggono un minaccioso “fuck you!!!” sulle magliette italiane si pongono delle domande sulla nostra integrità mentale o sul perché li mandiamo a fottersi.
E i vestiti di tessuti ultra sintetici, di bassissima qualità incontrano qui il mio completo blu, con canotta con perline e con pantaloni al ginocchio, che non metterei mai, per nessuna ragione in città. Al collo porto una collanina da 7 euro e 50 comperata per l’occasione, insieme a un braccialettino argentato che dopo tre giorni ha già perduto il colore.
Ogni tanto passa una signora di mezza età, vestita con un abitino di seta bianca e un giro di perle vere. Elegante, spaesata e, a questo punto, fuori posto.

lunedì 19 luglio 2010

Mamme datate 49°

Mi pare di vedere un grande numero di donne giovani e giovanissime che aspettano un bambino e di famiglie con più di due bambini piccoli. Se la mia impressione è vera significa che nonostante la crisi i giovani non si perdono d’animo, perché pensano che sia più importante mettere al mondo un figlio che comperare un gommone a motore o andare in vacanza. Ricordo un lungo periodo durante il quale, alla domanda di qualche zia indiscreta “Figli ancora niente?”, gli sposi rispondevano con il classico “Non ancora. Per ora vogliamo stare un po’ liberi e divertirci.” Qualcuno non poteva mettere al mondo un figlio perché doveva finire gli studi o non aveva il lavoro. E così nelle corsie dei reparti di maternità si portavano mazzi di fiori e felicitazioni a neo mamme che all’accettazione erano state definite “primipara attempata”. E queste “mamme datate”, allora “primipara attempata” e oggi più che cinquantenni, sono ora un po’ soprappeso, hanno gambe con capillari e varici evidenti, i capelli brizzolati, gli occhi circondati da qualche ruga di troppo, da borse e da occhiali multifocali. Accanto a loro figli ragazzini. Figli che sono rimasti figli unici, perché non c’è stato più tempo per il secondo.
Forse qualcuna di queste mamme che potevano scegliere si è pentita di non aver avuto il bambino prima di diventare “primipara attempata”. Il gommone a motore è stato venduto tanto tempo fa e dei viaggi è rimasto solo il ricordo sbiadito e qualche diapositiva che non si guarda più. E il lavoro, in fin dei conti, non è poi così appagante.

lunedì 5 luglio 2010

Non sono tutti come li dipingono 48°

Oggi leggevo l’ennesimo articolo che definiva “bamboccioni” i giovani e “senza valori” i ragazzi. Come se fossero tutti uguali e tutti così.
Se fossi nei ragazzi e nei giovani mi offenderei a morte. I bamboccioni, se lo sono, sono obbligati a esserlo perché la società, oltre a riempirli di idee stupide, non ha saputo offrir loro quella repubblica basata sul lavoro che aveva promesso. I ragazzi, in realtà, studiano, leggono, scrivono, fanno teatro. Non sono tutti senza valori. Questo disfattismo generale nei confronti dei ragazzi è una colpa grave di cui gli adulti dovrebbero rendersi conto. Se potessimo sorvolare le strade e ogni tanto scendere giù ed entrare nelle case e nelle aule scolastiche si scoprirebbe una moltitudine di bambini e di ragazzi fantastici, che nonostante questo mondo, non si sa come, sono riusciti a diventare persone dolcissime o intelligenti, o poco intelligenti, ma sensibili e affettuose: sono ragazzi che si dedicano alla musica, che cantano, suonano il pianoforte, la chitarra, la batteria, ballano. Fanno sacrifici. Fanno volontariato. Fanno sport, non si abbattono, resistono. Sono ragazze e ragazzi che non vogliono diventare veline o tronisti, che ammirano scrittori, filosofi, Falcone, Borsellino. No, i ragazzi non sono tutti bamboccioni. Smettiamo di offenderli.

domenica 4 luglio 2010

Ci sono alunni che ti rimangono dentro. 47°

Ci sono degli alunni che ti rimangono dentro. I più simpatici, i più difficili, i più intelligenti. Ma anche i più sfortunati. E ogni tanto, per qualche associazione di idee, uno di loro salta fuori dalla polvere della tua memoria. Anche in un giorno d'estate e dopo tanto tempo. Oggi è stato il turno di Marco, nome inventato, naturalmente, ma persona vera.
Marco era un ragazzo di dodici anni, portatore di un handicap che consisteva in una psicosi provocata dal non essere riuscito a sopportare il peso di troppo dolore. Sua madre era una donna giovane, malata di una malattia terribile che le aveva portato via la ragione e i ricordi, che un giorno non era più stata capace di cullarlo e di rimboccargli le coperte, e poi neppure di riconoscerlo né di chiamarlo per nome; suo padre non aveva trovato la forza di non sprofondare nel baratro della depressione e aveva rifiutato un rapporto continuo con lui, incapace di accettare perfino se stesso.
Questo ragazzino gentile, educato, che nessuna famiglia voleva in affidamento perché quando aveva paura urlava come un animale ferito, aveva scritto alcune piccole poesie, poche parole, lasciando intravedere una delicatezza di cui qualsiasi madre avrebbe potuto essere fiera. Ecco, oggi, mettendo a posto i miei fogli, come sempre faccio alla fine dell’anno scolastico, ho ritrovato quel fogli e vi copio qui le sue parole senza nessuna correzione, per dimostrare che non tutto quello che si vede di fuori è ciò che veramente essi hanno nel cuore. Vi troverete un mondo pieno di fiducia, una visione delicata e positiva della vita, che noi, “sani”, abbiamo perduto.
POESIA SULL'ESTATE. Che bello vivere/ in un giorno d'estate,/ andare al mare,/ mangiarsi un gelato,/ cogliere i fiori./ Una bella stagione./ I bambini che giocano/ in un verde prato,/ con tanti colori/ in un giorno di festa./ Ragazzi che ridono,/persone che leggono,/ uomini e donne che si sposano:/ un gruppo di gente./ Addio estate,/ ci vedremo il prossimo anno,/ viene il freddo/ e gli uccelli vanno al riparo/ per tutto l'inverno./ Arriva la primavera,/ le rondini volano,/ escono gli uccelli./Un sole splendente./
TRENO CHE PASSAVI. Treno che passavi/ per paesi e città,/che parti da Genova e arrivi a casa, portami con te/ a vedere il mondo, che gira tutto intorno./ Parti e ti fermi/ per tutto il tempo/ senza stancarti mai/ vai per il mondo.
RICORDO. Mi ricordo quando ero bambino,/ quando giocavo,/ quando dormivo, quando mangiavo,/ ero un bell'ometto,/ leggevo libri,/ guardavo la tv,/ mi mettevo a ridere,/ mia mamma mi aiutava,/ mi faceva il bagno,/ mi vestiva,/ ed ero buono./ Speriamo che la vita,/ sia proprio bella.
18/5/. Il mio ricordo più bello è quando mia mamma mi vestiva, mi lavava, mi svegliava, mi dava da mangiare...Mi ricordo quando ero bambino e giocavo con i pupazzi. Mia mamma mi coccolava e mi cantava la ninna nanna per farmi addormentare. Ricordo che quando avevo sette anni andavamo spesso al fiume io mia mamma e mio padre e facevamo spesso il bagno e ricordo che mi mettevano il salvagente perché non sapevo nuotare...Io ero molto contento, perché mi piaceva uscire di casa, andare a messa, pensare alla scuola e stare vicino ai miei genitori...Mia mamma non mi ha mai sgridato, perché ero un bravo bambino che si comportava bene...Due anni fa, mia mamma che era all'ospedale, veniva a trovarmi con una volontaria...parlavamo di come andava la scuola. Mi portava dei giochi, io imitavo la voce degli animali e mia mamma rideva...Ora sono molto preoccupato, perché mia mamma è all'ospedale e non posso andarla a trovare...Spero che tu possa guarire, così possiamo andare al fiume o al mare, insieme a mio padre.”
Ecco, è tutto. Le parole di Marco sono un invito a riflettere, e a non riservare al disabile soltanto, qualche volta e se abbiamo tempo, un sorriso pietoso, una battuta paterna. Senza aiuti reali. E standone lontani, come se la sfortuna ci si attaccasse addosso se ci avviciniamo troppo.
Non è che una triste verità il fatto che la maggior parte della gente, pur senza fare del male ai portatori di handicap, trascorre la vita ignorandoli, emarginandoli e considerandoli involucri vuoti di ogni possibilità di offrirci qualcosa che noi non abbiamo.
Si parla di tutto, nella nostra società, ma le piccole storie delle persone sole non assurgono quasi mai agli onori della cronaca. Se non quando hanno conclusioni tragiche.
Solo chi vive vicino ai portatori di handicap sa che cosa voglio dire. Sa che per la maggior parte della gente il disabile è affare esclusivo della sua famiglia e di chi è chiamato ad occuparsene per lavoro. Sa che cosa significano per lui gli sguardi che li evitano, i posti lasciati vuoti accanto a loro sulle panchine e sugli autobus, le scalinate nei cinema e la paura della folla, i muri troppo alti, le porte troppo strette, i marciapiedi smisuratamente alti, i buchi, i sassi, le macchine parcheggiate fuori posto che intralciano il passo già faticoso, che impediscono il passaggio delle carrozzelle. Meglio sarebbe per loro stare sempre in casa, forse. Come finisce per fare qualcuno.

sabato 3 luglio 2010

Beatrice vi saluta 46°

Cari amici della professoressa Milani, l’anno scolastico è finito ieri con il Collegio docenti e perciò me ne torno al paesello fino al 1 settembre.
In questi ultimi giorni ci sono stati i festeggiamenti per i cinque pensionati (quattro insegnanti e una bidella). A me pare che dovrebbe essere una festa un po’ mesta per quelli che dopo tanti anni lasciano il lavoro. Invece era mesta per quelli che rimanevano. Mi è sembrato di vedere l’atmosfera dei film in cui c’è uno che esce di prigione e tutti lo salutano con la mano allungata fuori dalle sbarre. “A’ Cosimo! Ciao! Vience a trova’! 'Un te dimentica’ dde noi! Ciao bbello! Salutame tu madre, santa donna. Beato te che vai a sta’ mejo”.
I pensionati hanno sprecato qualche lacrima a bordo palpebra e qualcuno anche un labbro tremante. Ma subito dopo avevano l’aria di chi ha trovato posto sulla scialuppa di salvataggio e guarda con tristezza chi, rimasto sulla nave che affonda, farà una brutta fine.
La professoressa Milani dice che un giorno capirò tutto questo. Le credo.
Qui, fino al mio ritorno, starà con voi solo la professoressa Milani. Ma non stupitevi se a volte non scrive. Mi ha detto che adora, ogni tanto, partire per qualche posticino che ancora non ha visto.

giovedì 1 luglio 2010

Le vacanze dei professori. 45°

Una delle cose che sogno da tantissimo tempo è obbligare a fare il nostro lavoro (per almeno un mese, ma sono sicura che basterebbe molto meno) tutti quelli che sostengono che le vacanze dei professori sono troppe. Innanzitutto diciamo che sono due mesi e non tre. Di fatto, perché di diritto sono trentasei giorni. Aggiungiamoci Natale e Pasqua. Diciamo anche che chi lavora poco non sarà tanto stanco. Ma quanti sono quelli che lavorano poco? Pochissimi: in un modo o nell’altro, chi più chi meno, tutti vengono coinvolti emotivamente e fisicamente dal rapporto con alunni, genitori, colleghi, dirigente, bidelli.
L’aspetto più usurante è il fatto che gli insegnanti entrano in contatto con realtà molto dolorose e non possono lasciarsi scivolare via il dolore. Il dolore dei ragazzi se lo portano addosso.
Oggi ci sono ancora bambini e ragazzini che lavorano, specialmente in campagna. Di solito lavorano con i genitori. E ci sono ragazzi che aiutano le madri badanti e i padri muratori extracomunitari. Quando i nostri figli tornano a casa stanchi, pranzano e poi vanno nella loro camera o in salotto “a rilassarsi”; quei bambini e ragazzi lavorano: lavorano i campi, portano a pascolare le caprette, puliscono la stalla, aiutano il padre contadino a raccogliere la frutta, a venderla, a caricarla sul camioncino; o fanno le pulizie con la mamma rumena; portano i secchi al padre albanese. Non hanno tempo per giocare alla playstation. Né per divertirsi. Alla sera non guardano la televisione, non stanno su facebook, perché, stanchi, si addormentano. Se si mettono a svolgere i compiti, il padre dice loro “Smettila di perdere tempo su quella roba. Vieni a darmi una mano!”. Agli insegnanti capitano anche ragazzi così, in classe. E cercano di aiutarli. Parlano con i genitori e spiegano loro che i ragazzi non devono lavorare e tutto il resto. Sperano di farli riflettere sul fatto che i bambini e i ragazzi hanno bisogno di giocare e, soprattutto, di tempo per studiare. La maggioranza delle volte, però, non riescono a convincerli.
Essi vedono molto spesso, nella loro vita di insegnanti, delle situazioni che li coinvolgono e portano loro via molte energie, anche dal punto di vista emotivo. Il lavoro degli insegnanti è un lavoro che si può fare bene solo volendolo fare con impegno. Se guardano al di là di certi comportamenti che ad un occhio poco attento sembrano assurdi, vedono ragazzi disperati che vengono a scuola perché a scuola trovano qualcuno che si interessa di loro, magari sgridandoli, perché hanno urlato o hanno picchiato un compagno; trovano amici con i quali rompere una solitudine profonda; ragazzi che a casa non hanno nessuno, sono abbandonati a loro stessi, senza una parola di conforto. Tutto quello che per tanti figli è normale, per loro è un lusso: un piatto caldo preparato da qualcuno, la presenza di un adulto di famiglia con cui parlare, una maglietta pulita e stirata, qualcuno che tocchi loro la fronte per vedere se hanno la febbre. Gli insegnanti vedono ragazzi allo sbando che escono per la strada perché lì trovano qualcuno che insegna loro qualcosa. E il problema è che gli insegnamenti della strada quasi mai sono quelli che servono alla convivenza civile. Gli insegnanti devono cercare di lenire le loro sofferenze e il loro disagio.
E gli insegnanti che lavorano sodo devono affrontare anche tutta la burocrazia, l’ingiustizia che vedono, i soprusi di certi dirigenti, gli errori dei ministri, le corbellerie dei consulenti dei ministri, la mancanza di risorse, il silenzio dei media su tutto quello che di negativo viene vomitato sulla scuola pubblica, la rabbia e la frustrazione per non poter fare nulla per fermare tutto quello che sta accadendo e per ribellarsi ai bavagli che vengono loro messi ogni giorno.
Ecco perché, quegli insegnanti, d’estate, non vedono l’ora di stare lontani dalla scuola, dalle classi, dai ragazzi, da certi dirigenti. Devono lasciar decantare la rabbia, dimenticare la frustrazione, tirare a lucido il cervello, riflettere, ritemprarsi, rinnovare le energie, reinventarsi l’entusiasmo indispensabile per poterlo trasmettere ai ragazzi. È meglio lasciare che gli insegnanti si riprendano durante l’estate, perché un insegnante stanco non può trascinare gli alunni nella strada in salita dello studio. E sarebbe meglio che tutti capissero anche che non si possono obbligare a stare in cattedra fino a sessantacinque anni.

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