La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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giovedì 31 marzo 2011

“Può un insegnante mandare fuori dalla classe un alunno?”. Prima Parte. 179°

Gianluca mi scrive:
“Gentile professoressa, sono genitore di un ragazzo che frequenta la seconda media. Premetto che mio figlio e' un ragazzo tranquillo e a modo e nel primo quadrimestre ha avuto 10 in condotta. Oggi e' tornato da scuola e ha riferito di essere stato cacciato fuori dall'aula dal prof di educazione fisica. Volevo sapere se e' legale cacciare durante la lezione un alunno. Cordiali saluti e grazie.”

La risposta è “decisamente no”.

Un tempo era pratica comune, oggi ci sono ancora insegnanti che lo fanno, specialmente alle superiori. Ma fanno male.
Ci sono due motivi: uno legale e l’altro didattico/educativo.
Il primo: all’insegnante viene affidato un bambino (o ragazzino, o ragazzo, cambia poco). L’insegnante ha il dovere di prendersi cura della sua educazione, della sua preparazione e della sua sicurezza.
Se mando fuori un alunno dalla classe, durante tutto il periodo della forzata assenza dalla classe non gli insegno niente (e ledo il suo diritto di imparare) e, soprattutto, non posso sorvegliarlo.
In altre parole. Quando è fuori dalla classe, chi vigila su di lui? Nessuno. La vigilanza di un alunno non può certo essere affidata dal docente a chi passa per i corridoi. L’obbligo di vigilanza è fra i principali doveri del docente, che non deve mai lasciare soli gli alunni, per non incorrere nella “culpa in vigilando”. Se un alunno si fa male, il docente che avrebbe dovuto vigilare ha responsabilità penali, civili, amministrativo-patrimoniali e disciplinari, e deve dimostrare che aveva messo in atto tutto quello che era necessario per evitare l’incidente, ma che non aveva potuto impedirlo.
Se deve assentarsi (per validi motivi, come quello di andare in bagno) ha l'obbligo di affidare la classe a un collaboratore scolastico o ad un collega.
Nel caso in cui un alunno si facesse male, o scappasse dalla scuola, nel periodo in cui si trova fuori dalla classe perché “buttato fuori”, certo il docente non potrebbe affermare di aver fatto tutto il possibile per la sicurezza del ragazzo. Anzi.
Dal punto di vista educativo, poi, l’insegnante che “butta fuori” l’alunno dichiara la sua incapacità di gestirlo, e gli insegna che i problemi non si risolvono, ma si evitano e che chi disturba non deve essere educato, ma emarginato. L’alunno “buttato fuori”, inoltre, soprattutto uno che ha dieci in condotta, si sente sicuramente umiliato e può anche essere deriso dai compagni che passano. Mi sembra assolutamente da evitare.
Se fossi in te, Gianluca, chiederei a mio figlio che cosa ha fatto per essere allontanato dalla palestra (qualcosa, comunque, avrà fatto) e poi andrei dal docente a dirgli che se tuo figlio si comporta tanto male da essere mandato via, preferisci che ti mandi a chiamare e non che lo “butti fuori”, perché ci tieni a saperlo sempre al sicuro, e ti sembra che in corridoio non lo sia.
Spero di esserti stata utile. Fammi sapere!

Seconda Parte qui.

martedì 29 marzo 2011

“Ho un bambino buono e sensibile, ma quasi ingestibile”. Seconda parte. 178°

Grazia mi risponde:
"Gentilissima professoressa,
Marco è già stato visto da un neuropsichiatra infantile sia in prima infanzia che all'età di 7 anni circa e in tutti e due i casi (professionisti diversi) hanno constatato che non è iperattivo ma semplicemente vivace e ribelle e che ha bisogno di regole ma niente più, e all'età dei 18 mesi quando è stato visto per la prima volta, la dottoressa mi ha detto che noi genitori avremo bisogno di lei per crescerlo più avanti adesso non mi chieda il motivo perchè io in quel momento e a quel tempo ho pensato che era una pazza. Ora però, ogni tanto mi viene in mente che forse ci aveva visto giusto. Comunque noi abbiamo delle difficoltà a gestire il comportamento di Marco ma non più di tanto e anzi rispetto all'altro mio figlio (esattamente l'opposto) riusciamo a ottenere molto di più e davvero è un bambino che nonostante la sua vivacità ci ripaga. Il problema è a scuola (solo alle elementari l'ho dovuto cambiare tre volte) e adesso è alle medie e alla fine della seconda mi sa che dovrò cambiarlo di nuovo. Problemi a scuola perchè?: primo perchè fatalmente si trova in delle classi formate da 90% di maschi con problemi davvero gravi di gestione della classe stessa e poi perchè sembra che la maggior parte dei professori a parte qualcuno veramente ne faccia di ogni erba un fascio ( di quello che combina lui). Comunque io spero che maturi e che impari a comportarsi e a rispettare le regole e se dovrà scontrarsi quest'anno con la bocciatura io anche se contrarissima (e non solo per mio figlio) spero solo che lo scuota e che lo faccia prendere coscienza del suo comportamento irresponsabile.
Ringraziandola per il consiglio che ho apprezzato molto e cordialmente la saluto.
Grazia"


Cara Grazia,

se uno specialista ha detto che non era iperattivo, è già qualcosa, ma non basta.
Abbiamo degli alunni iperattivi non certificati. Spesso c'è il problema che, secondo chi li sottopone a visita, bambini con problemi di apprendimento vengono definiti solo "vivaci", e viceversa. Non sempre la diagnosi è giusta. Ma quello che interessa, qui, è capire il perché del suo comportamento. Forse tu patisci un po' l'idea che possa essere fatta una diagnosi di qualunque tipo che lo faccia apparire diverso dagli altri. Ma credo che alla fine sia più semplice da aiutare se si accetta che ha qualche problema. Il che non significa che non sia un ragazzino meraviglioso. Posso dirti che ne ho uno in prima che è come il tuo. L'unica differenza è che non sfida i professori. Credimi, Grazia, lo adoro. Ma lo rimprovero, lo tengo sotto torchio continuamente. La diagnosi non ce l'ha perché i suoi non lo portano dallo specialista, ma a me non importa. Vedo che i problemi li ha. Voleva sempre essere al centro dell'attenzione: parlava, si girava, frugava rumorosamente nell'astuccio, chiedeva di uscire, metteva un braccio intorno alla spalla del compagno che stava scrivendo, inciampava teatralmente, poneva continuamente domande su qualunque cosa, ecc. Non potevamo parlare più di due minuti senza doverci interrompere. Era uno stress pazzesco, te lo assicuro. La frustrazione di non riuscire a fare lezione era molto forte. Ti assicuro che, anche se io sono una che non si arrende facilmente, verso dicembre ho pensato che dovevo arrendermi e che l'unica possibilità che avevamo di fare lezione (anche gli altri hanno il diritto di imparare) era quella di sospenderlo. Per me è stata una brutta giornata. Mi sono sentita come ci si sente dopo un fallimento, anche se la ragione mi diceva che era stata una scelta obbligata.
Questo voler essere al centro dell'attenzione, Grazia, è un segnale di difficoltà, e indica che il ragazzo ha qualcosa che lo spinge a comportarsi così. Noi a scuola, abbiamo trovato una strada che si è rivelata valida: abbiamo usato dei fondi della scuola per assumere un assistente (non è un insegnante, è un educatore) che viene in classe due volte alla settimana e si mette vicino a lui, bisbigliandogli "non frugare nell'astuccio, aspetta il tuo turno per parlare", ecc. Il ragazzino è migliorato davvero molto, anche se stiamo ancora lavorandoci. A volte ha dei cedimenti, ma la strada è buona. Ieri l'ho chiamato fuori e gli ho detto: "Ascolta, volevo dirti che sei stato bravo perché sei migliorato molto, riesci a star fermo molte volte, non interrompi la lezione continuamente. Certo, devi imparare a farlo sempre, mentre qualche volta ci cadi di nuovo, ma sei sulla strada giusta. Adesso, però, devi migliorare ancora: devi studiare a casa."
Purtroppo non sempre la cosa funziona: sarebbe bastato che l'educatore non fosse bravo come questo (cosa possibilissima) o che un paio di insegnanti lo avessero rimproverato malamente (credimi, non è facile resistere alle provocazioni continue) e non so come sarebbe andata a finire. Io ho molte ore, ma non posso fare miracoli.
Ti suggerisco di non cambiarlo di scuola un'altra volta. Ripetere l'anno, se fosse questa la conclusione, non è la fine del mondo, anche se capisco che non sia neanche una bellezza. Se ti è possibile, cerca di trovare un educatore bravo (uomo) e chiedigli di seguirlo a casa. Cerca di parlare a Marco e di fargli sentire che hai fiducia in lui. Spiegagli che gli insegnanti NON POSSONO vedere quanto è bravo e gentile se sono impegnate a rimproverarlo, ma che se da domani comincia a comportarsi bene, PIANO PIANO se ne accorgeranno tutti. Digli che qualsiasi cosa accada voi gli volete tantissimo bene. (Non è automatico, per loro!). Soltanto, precisa che ti dispiace che gli altri non possano vedere quanto è dolce e intelligente.
Cara Grazia, spero di averti aiutato un po', da lontano, e con i pochi dati che ho a disposizione.
Non è facile per me, quando un alunno si comporta così, accettare di non riuscire ad aiutarlo come vorrei; capisco quanto sia difficile per una mamma. Forza! Riuscirai ad aiutarlo e tutto si aggiusterà, vedrai.
Forse ci vuole soltanto più tempo.
Fammi sapere.

lunedì 28 marzo 2011

Una lezione della professoressa Milani. 177°

Oggi scrivo io, perché voglio raccontare ai tirocinanti e ai precari che leggono, quello che ho visto stamattina. Sono gli ultimi mesi del mio tirocinio e perciò approfitto di ogni occasione che mi capita per imparare qualcosa.
La professoressa Milani stava facendo lezione come sempre: parlava, chiedeva, ascoltava, rispondeva. Ad un certo punto si è aperta la porta e si è vista la bidella che discuteva con due ragazzi di una classe seconda.
“Voi dovete entrare qui, perché vi hanno assegnato a questa classe”, diceva facendo il gesto di chi dice “accomodatevi”. Si sente rispondere qualcosa che non si capisce.
“No, dovete entrare qui. Dove siete stati fino ad ora?”
Guardo l’ora: era iniziata da trenta minuti.
A questo punto la professoressa Milani, che si trovava in piedi accanto alla finestra, di dirige verso la porta:
“Che cosa succede?”.
“La loro classe è andata in gita e loro sono stati assegnati a questa classe. Nelle ore precedenti erano qui, infatti”.
Uno dei due, un biondino che conosciamo tutti perché è uno dei più terribili della scuola, plurisospeso, sfrontato e straffottente, dice:
“Io voglio andare in quella classe”.
“E invece vieni in questa”, ha tagliato corto la professoressa Milani. “Anzi, dove siete stati fino a questo momento?”.
“Ci siamo sbagliati”, risponde senza spiegare altro.
“Bene, ora che avete ritrovato la strada, entrate”. Sono entrati e sono andati a sedersi in due banchi liberi vicino alla finestra.
“Tizio e Caio – la professoressa si è raccomandata di non scrivere nomi – assegnati a questa classe si sono presentati alle 10 e 30.” Ha detto a voce alta quello che stava scrivendo sul registro.
Il biondino si è guardato intorno e poi ha mosso le labbra come per dire la parola “puttana”. Dalla bocca dell’incauto strafottente non è uscito nessun suono, ma ho visto benissimo che ha detto quella parola. E lo ha visto anche la professoressa Milani. Potete immaginare quello che ho pensato! Mi sono detta: adesso chissà che cosa succede! Che cosa gli dirà? Urlerà? Scriverà una nota sul registro? Lo farà sospendere? E mi sono messa lì, tutta tesa ad aspettare l’apocalisse. Ma dalla bocca della professoressa Milani non è uscita neanche una parola. Lo ha guardato nel silenzio della classe, gli ha sorriso con tutti i denti, ma con l’aria di chi sottintende “sei finito!” e poi ha mosso anche lei le labbra, ma non per dire una sola parola, ma un’intera frase. Appena terminata la lunga frase senza suono, ha sorrriso di nuovo e poi si è messa in attesa, come per dire: “Tocca a te”.
Lui, il biondino, è rimasto evidentemente sorpreso, e ha fissato le labbra per captare qualche parola, ma si è visto bene che non ci è riuscito. Non si è, però, lasciato intimidire e di nuovo ha detto una parola, meno scandita, sempre senza suono.
Di nuovo, lei ha sorriso e, poi, in un silenzio come quello di “Mezzogiorno di fuoco”, la professoressa ha mosso le labbra, più a lungo di prima. Questa volta ci ha aggiunto anche qualche espressione del viso e qualche leggero movimento della testa. Poi un largo sorriso come per dire “Non ce la fai”.
Non sapevo che cosa pensare e come si sarebbe concluso questo duello.
Mi aspettavo di sentire in sottofondo una musica di Ennio Morricone, ma ci fu solo silenzio.
A dire il vero la professoressa sembrava divertita. Io non tanto, perché ero preoccupata. Sapevo che quel biondino era tremendo, e mi sembrava molto rischiosa la situazione.
Per la terza volta il biondino ha detto una parola, e per la terza volta lei ha risposto come prima. Sempre sorridente. Ha concluso addirittura con una gesto della mano che significava. “Dai, avanti, tocca a te”.
Invece lui ha sorriso senza pronunciare parole mute. Probabilmente non sapeva che pesci prendere, non gli era mai capitato. La professoressa lo ha guardato dicendo con lo sguardo “Hai visto?”.
Il suo compagno gli ha detto “Dai, rispondi”.
“Scusa, tu che cosa c’entri? Che cosa ti interessa? È una cosa fra me e lui, perciò stai zitto”. Poi si è rivolta al biondino:
“Allora, hai capito? Hai imparato qualcosa?” Lui, molto stranamente, ha risposto con un sorriso. E sempre sorridendo, la professoressa Milani ha continuato:
“Devi aver imparato una cosa: quello che hai fatto tu lo so fare anch’io. E poi, sappi che io ho capito quello che tu hai detto.”
“Perché, sa leggere le labbra?”
“Certo. E tu hai capito quello che ho detto io?”.
“No”, ha risposto.
“Allora, oggi ti ho dato una lezione, che devi ricordare: non solo quello che hai fatto tu lo so fare anch’io, ma lo so fare meglio, perché io ho capito quello che hai detto tu, e tu non hai capito quello che ho detto io.”
Poi ha continuato la lezione e il biondino non ha detto più niente.
Fuori dalla classe, ho sentito che la professoressa gli ha detto:
“Come mai ti sei comportato così? Io non ti ho mai mancato di rispetto. Tu lo hai fatto. Ho capito quello che hai detto e avrei potuto prendere dei provvedimenti, ma non ho voluto farlo. Sei stato molto scorretto e ingiusto, con me. Non lo fare mai più.”
Lui ha sussurrato “Scusi”. E lei ha sorriso.
Poi le ho chiesto perché non aveva scritto una nota sul registro. Lei mi ha risposto:
“E che cosa ci scrivevo? “Tizio ha mosso le labbra e mi sembra che mi abbia detto ‘puttana’, ma non posso dimostrarlo?”.
E poi è andata nell’altra classe.
La professoressa Milani ha sostenuto e vinto un duello.
Questo è tutto.
Beatrice.

“Ho un bambino buono e sensibile, ma quasi ingestibile”. Prima parte. 176°

Grazia, una mamma, mi scrive:

“Gentile professoressa, io sono la mamma di un bimbo di 12 anni che purtroppo in classe sfida i professori, si mette a cantare, si alza e fa quello che gli passa per la testa e questo per essere al centro dell'attenzione, anche dei compagni e far ridere cioè essere comunque il protagonista sia in negativo che in positivo. Le segnalo a grandi linee il problema che mi ritrovo a dover affrontare con mio figlio che e' un bambino buono e molto sensibile ma con una vivacità quasi ingestibile e un genetico rifiuto delle regole. Mi aiuti la prego perché mi trovo in una situazione dove castighi, premi, fare i duri o essere comprensivi non funziona più; lui ha sempre delle scuse pronte (bugie) per continuare imperterrito a fare quello che vuole.

Anche in questo caso non è l'unico e il contesto della classe è molto negativo già l'anno scorso non era il massimo e quest'anno il problema è davvero precipitato in generale e soprattutto con mio figlio che se fino a dicembre di quest'anno il comportamento era sempre come ho segnalato sopra, almeno come rendimento scolastico era abbastanza buono, adesso e' precipitato drasticamente, e i professori da un 7 in condotta adesso mi hanno messo davanti anche una serie di insufficenze che probabilmente se non succede un miracolo lo porteranno alla bocciatura.

Mio figlio fa la seconda media ma ha 12 anni (ha cominciato la scuola un anno prima), inserito in questa classe molto negativa; ma, nonostante ce ne siano di peggiori o uguali sia nel comportamento ma tantissimi messi molto male da sempre e non solo da adesso anche nello studio, e' pero' visto (parere ormai diventato comune per tutti gli insegnanti come fosse l'unico che impedisce di far lezione) come immaturo, per i suoi interventi e addirittura dicono che non e' autonomo ( mentre fino a dicembre aveva dei bei risultati scolastici , non e' che viaggiasse sull'onda del sei tirato) Insomma a parere mio, come mamma, i professori sono altamente prevenuti nei suoi confronti.

Mi chiedevo come fa in una scuola privata una classe intera, e mio figlio in special modo, a sprofondare in un disastro ormai, a detta dei professori, ingestibile???

Non e' che qualcosa potrebbero fare anche questi benedetti professori e che le colpe non sono solo ed esclusivamente sempre dei ragazzi e dei loro genitori????”

Cara Grazia, capisco quello che provi. Tu vedi tuo figlio, che sai essere “un bambino buono e molto sensibile”, che a scuola si comporta in modo tale da ricevere rimproveri continui per il comportamento e, adesso, anche per i risultati. Vorresti tanto aiutarlo, ma non sai come fare. Ti capisco.

Scrivi che forse “le colpe non sono solo e sempre dei ragazzi e dei loro genitori”. È vero. Ma non serve a nulla cercare delle colpe. Ci sono dei problemi e si devono cercare delle soluzioni.

Non sono una specialista. Sono soltanto un'insegnante. Non so se posso aiutarti, ma provo: analizziamo insieme il problema.

Tuo figlio, che chiamerò Marco, è quello che possiamo definire un alunno “difficile”. Buono e sensibile, ma difficile da gestire. In classe non è solo e quindi gli insegnanti non possono gestirlo individualmente. Non possono permettergli di fare quello che vuole fare, come alzarsi, interrompere la lezione, cantare, ecc. Se lo facessero, gli altri interpreterebbero questo come un permesso per tutti di comportarsi allo stesso modo. Non hanno (soprattutto oggi) praticamente nessuna risorsa esterna (come le compresenze, che permetterebbero di studiare delle strategie individualizzate). In una scuola privata, poi, ne hanno ancora meno, perché eventuale personale di appoggio dovrebbe essere pagato dai proprietari, e non so se siano tanto propensi a farlo.

L’insegnante spesso non è stato preparato per affrontare casi particolarmente difficili, e anche se lo fosse stato, non avrebbe molte possibilità di intervenire, perché obbligato a fare una lezione che, sostanzialmente, deve tener conto di almeno venticinque ragazzi diversi contemporaneamente.

In altri post ho scritto che quando un ragazzo si comporta male a scuola ha sempre dei problemi. Non ci sono ragazzi cattivi, ma ragazzi in difficoltà. Il problema è che anche gli insegnanti sono in difficoltà a gestire quegli alunni. Nel caso di Marco, mi sembra che possa rientrare nella descrizione di un ragazzo con deficit di attenzione, iperattivo. Ma solo uno specialista può fare una diagnosi.

Se non lo hai già fatto, ti suggerisco di farlo vedere ad uno specialista. È importante capire le radici del suo comportamento, altrimenti si rischia di accusarlo di qualcosa che lui, in realtà, non può gestire.

I comportamenti che descrivi sembrano quelli di chi è affetto da "Sindrome da deficit di attenzione e iperattività” (ADHD). Parolone lungo che un tempo corrispondeva a “maleducato”, “vivacissimo”, “svogliato”. Personalmente, trovo preferibile che il comportamento di tuo figlio abbia un nome preciso, anche se lungo. Si tratta di bambini di intelligenza normale o anche superiore, con un problema di comportamento che li rende, come dici tu, “quasi ingestibili”. Ti può aiutare molto, secondo me, la consapevolezza che non si comporta “male” perché “ha sempre delle scuse pronte (bugie) per continuare imperterrito a fare quello che vuole”, ma perché non riesce a comportarsi diversamente. Uno specialista potrà aiutarlo, e aiutarti. Marco, in ogni caso, ha bisogno di aiuto e di comprensione, non solo di semplici rimproveri.

In base alla mia esperienza, ti dirò che con un ragazzino iperattivo (indipendentemente dalla diagnosi) devi essere molto chiara e ferma sulle regole che gli chiedi di rispettare (poche, le più importanti); cerca di non confonderlo con richieste troppo numerose o contraddittorie; se ha difficoltà a concentrarsi e il suo tempo di attenzione è molto ridotto, non pretendere tempi di attenzione lunghi; cerca di non rimproverarlo continuamente; aiutalo dandogli conferma del fatto che è sulla strada giusta, quando rispetta una regola o porta a termine bene un compito; tieni presente che se è stanco, se si trova in una ambiente rumoroso o disordinato o se si annoia, si comporta peggio: fai in modo, se puoi, di evitargli queste situazioni; evita di portarlo nei negozi, dal parrucchiere, nelle sale d’aspetto, perché sai che non riesce a stare fermo. Cerca di farlo partecipare ad attività da svolgere con calma e serenità. Lodalo quando riesce a vincere la sua eccessiva irrequietezza. Soprattutto, capisci che tuo figlio è un ragazzo intelligente, sensibile, dolce, ma è difficile per chi non lo conosce bene accorgersene mentre urla, gira per la classe, spinge, interrompe, canta. Spesso riesce a far perdere a te le staffe, figurati agli altri.

Detto questo, una volta che uno specialista avrà fatto una diagnosi, portala ai docenti e chiedi quali possibilità hanno di aiutarlo, perché a volte non ci si riesce, neanche con tutta la buona volontà.

Se nonostante la diagnosi ci sono insegnanti che continuano a dire che è svogliato, maleducato o altro, proteggilo, insistendo perché prendano tutti atto delle difficoltà di tuo figlio, ma non pretendere che facciano miracoli, come se in classe ci fosse solo lui.

Cara Grazia, spero di averti aiutato un po’. Fammi sapere.

sabato 26 marzo 2011

Genitori troppo invadenti. Seconda parte.175°

Un genitore dovrebbe partire dal presupposto che l’insegnante sta facendo il suo lavoro e, dato che ha studiato per farlo, è ragionevole pensare che sa quello che sta facendo; non dovrebbe giudicare le sue scelte didattiche senza conoscere i motivi che lo portano a scegliere quel modo di insegnare, come se esistesse solo un modo; non esiste solo un modo di insegnare (magari quello che ha seguito vent’anni prima l’insegnante del genitore); non esiste “un programma giusto”, uguale per tutti; non esiste una certa velocità giusta nel fare le cose; non si può paragonare quello che fa un insegnante in una classe con quello che fa l’altro nell’altra classe. Dire “come mai nell’altra sezione sono più avanti” è una cosa assurda. Nell’altra sezione l’insegnante ha altri alunni, sta seguendo un altro percorso e sta facendo, conseguentemente, un altro programma. Un bravo insegnante adatta il programma, il ritmo delle spiegazioni, il modo di spiegare, alla classe che ha. Ogni anno in modo diverso e non sempre allo stesso modo. Un genitore dovrebbe partire dal presupposto che, se un insegnante dà un certo numero di esercizi, sa che è una quantità giusta. Non è nell’interesse dell’insegnante dare troppi compiti, perché se non riescono a farli sorgono soltanto problemi. Non è nell’interesse dell’alunno, però, che l’insegnante dia pochissimi compiti, perché significherebbe che non si esercita abbastanza. Sono esercizi e servono per esercitarsi. Un genitore non dovrebbe intervenire con consigli agli insegnanti, neanche se è insegnante anche lui. Figuriamoci se fa tutt’altro lavoro. Non dovrebbe, fuori dalla scuola, parlare con gli altri genitori giudicando negativamente il modo di interrogare, di parlare, di dare i compiti, degli insegnanti. Soprattutto non dovrebbe mai farlo di fronte ai figli. Mai dovrebbe sminuire, ridicolizzare, criticare pesantemente l’operato dell’insegnante. E vorrei che fosse chiarissima una cosa: non per proteggere l’insegnante, dico questo, ma per proteggere il ragazzo. Il genitore non deve “dare ragione” al ragazzo senza sapere realmente come sono andate le cose, credendo ciecamente alla versione del ragazzo. La deve ascoltare attentamente, pensando che i bambini e i ragazzi, per giustificarsi, spesso mentono. Anche quelli che a casa non mentono mai. A scuola pensano che, farlo, faccia parte del gioco. Spesso mentono per paura della reazione dei genitori. È un problema fra genitori e figlio e l’insegnante non c’entra nulla. Bisogna ascoltarlo aspettando a dare giudizi. Il ragazzo non deve pensare che l’insegnante, quello che gli sta insegnando, che lo sta facendo faticare per imparare, quello che lo rimprovera e valuta quello che fa, sia un incapace, una persona ingiusta, uno che “ce l’ha con lui”, uno che “rompe le scatole” o peggio, un cretino, insomma. Perché se ciò accade, l’alunno si trova nella spiacevolissima situazione di essere chiamato a faticare, secondo lui, ingiustamente, per cui si rifiuterà di farlo, prenderà delle insufficienze e così via, in un circolo vizioso senza soluzione. Uno dei problemi davvero più gravi della Scuola di oggi è il fatto che a casa spesso il bambino (poi ragazzo) riceve dai suoi genitori, quelli che per lui sono “il mio babbo e la mia mamma” un certo insegnamento e poi, arrivati a scuola, ricevono tutt’altro insegnamento, da quella che per lui è “la mia maestra”. E quando il bambino va a casa e dice che la maestra ha detto che non si deve mangiare tutti giorni fritto e niente verdura, alcuni (più di qualcuno) genitori sono “costretti” a dichiarare, senza mezzi termini “la maestra è una cretina”. È difficile mettersi in discussione o accettare di ammettere che tu hai sbagliato e la maestra ha ragione. Ma i risultati sono molto negativi.
In certi casi potrebbe davvero aver torto l’insegnante. Allora che cosa dovrebbe fare un genitore che, anche senza essere prevenuto, anche dopo che ha evitato di giudicare frettolosamente l’operato del docente ha l’impressione che dia veramente troppi compiti, che non faccia il suo dovere? Non deve dirlo al figlio. Deve dirlo all’insegnante; deve andare a parlargli ed esprimere a lui le sue – motivate - perplessità. E solo dopo che ha parlato con l’insegnante, se ancora non è soddisfatto, deve rivolgersi al dirigente. Invece si verifica che ci sono genitori che saltano del tutto il colloquio con l’insegnante. Giudicano e condannano negli stessi cinque minuti, tanto da considerare perfettamente inutile il colloquio. Si presentano al colloquio prevenuti e, tanto per far vedere chi sono, minacciano il docente con la ridicola minaccia “Va bene, allora andrò dal dirigente”. Non si dovrebbe aver così poca fiducia negli insegnanti, ai quali si affidano i figli per ore, tutti i giorni. Bisogna sapere che ci sono cose che l’insegnante non deve fare: non deve umiliare, non deve dire “sei uno scemo, sei un deficiente”, non deve dare schiaffi, schiaffetti o simili, non deve fare discriminazioni, non deve mandare fuori dalla porta l’alunno che si comporta male; non deve allontanarsi dalla classe e lasciare soli i ragazzi; non deve ricevere telefonate e mettersi a parlare al cellulare durante la lezione – magari di questioni di lavoro (il secondo lavoro), e cose simili. Fatti gravi, per i quali il genitore può pretendere spiegazioni, senza paura che l’insegnante “la faccia pagare” al figlio. Perché se lo facesse, la faccenda diventerebbe ancora più grave. Può pretendere dal dirigente che verifichi se è vero che ha detto “sei un gay” al figlio; se è vero che gli ha dato uno schiaffo. Può sporgere denuncia, se risulta che il fatto è avvenuto. Anzi, deve sporgere denuncia. Ma non può pretendere di “chiedere conto” all’insegnante sulle sue scelte didattiche. Non può dire “l’insegnante ha dato a mio figlio Mario un voto più basso che a Luigi. Ce l’ha con lui, ecco perché gli dà voti bassi. Perché Mario aveva saputo tutto.” Come può un genitore, da casa, giudicare che “Mario aveva saputo tutto, la sapeva più di Luigi”? Di solito viene detto “Gliel’ho sentita io a casa, la lezione e la sapeva benissimo”. Questo parte dal presupposto che il genitore abbia le stesse competenze dell’insegnante, che sappia come interrogare, che l’interrogazione consista soltanto nel ripetere quello che c’è sul libro. Ma non è così. Perciò può solo chiedere all’insegnante, quando va a colloquio, se gli spiega perché sceglie di lavorare così. Deve essere un interesse culturale, non un’accusa.
Oppure può avere fiducia ed aspettare.
I genitori troppo invadenti possono fare dei danni.
(continuazione del post)

Genitori troppo invadenti a scuola. Prima parte.174°

Stefania mi scrive:

“Salve, mi chiamo Stefania e faccio l'insegnante presso la scuola primaria. Vorrei precisare che ho 27 anni e lavoro da circa 7 anni, nel frattempo mi sono laureata in lettere e specializzata.

Fin da piccola ho sempre amato il mio lavoro, la mia è una famiglia di professori.

Ma già da ora sono stufa, non dei bimbi...ma dei GENITORI!!!!

Ti stancano, ti stressano, ti offendono. Insegno in due prime di una scuola molto "IN" e i genitori (dei professionisti) si credono di poter interferire nel nostro lavoro, anche se non sono dell'ambito, ledendo non solo la mia dignità e professionalità ma facendomi perdere la passione per il mio lavoro!!! Chiarisco che le offese sono rivolte anche a colleghe che hanno alle spalle anni e anni di lavoro.

NESSUNO CI AIUTA!!il Dirigente è una persona troppo buona e tanti di loro, pur di non far diminuire gli iscritti sono incapaci di difenderci nel modo adeguato.

Che faccio???io sono stata criticata da un papà solo perchè ho messo la nota sul quaderno al figlio che picchia tutti i giorni i compagni, il bimbo presenta difficoltà nelle relazioni, chissà perché???!!!lo stesso babbo che in passato ha denunciato altre insegnanti per altri figli.

Ho minacciato di andar via e non sono l'unica dal momento che i bimbi da settembre a ora hanno avuto diverse insegnanti.

Vorrei capire...CHI MI TUTELA???? CHI MI DIFENDE DALLE OFFESE DEI GENITORI??? Non parliamo di denunce per ingiuria...sono un’ umile precaria....non avrei il denaro.

Che fare??? Il Dirigente e le colleghe mi consigliano di subire e stare in silenzio, ma l'omertà non mi appartiene, anche se sono siciliana.

Mi scuso se le ho rubato molto tempo, ma sono distrutta. La ringrazio. Cordiali saluti”.

Cara Stefania, per carità! Assolutamente non ingoiare nulla! Tu, come docente, hai il dovere di gestire al meglio il rapporto con i genitori. Ma questo non significa che devi subire e tacere. Ci mancherebbe altro! E poi? Quanto potresti reggere? Aggiungo che il dirigente ha il dovere di intervenire, quando un genitore passa i limiti; se non lo fa, non lo chiamerei “brava persona”, ma “Ponzio Pilato”.

Desidero spiegarti che cosa penso dei genitori invadenti. Penso che possa aiutarti a sentirti forte quando ti attaccano. Se li capisci vedrai che saprai come rispondere.

Il genitore perfetto, dal punto di vista di un insegnante, è quello che fa il genitore.

Molto spesso, soprattutto gli insegnanti di italiano, ascoltano i genitori e danno loro consigli su come affrontare le difficoltà educative e li aiutano, magari parlando con l’alunno. A volte i genitori, comunicando all’insegnante le difficoltà del figlio, lo aiutano a migliorare il suo insegnamento. In questo modo il rapporto scuola famiglia è un rapporto positivo e proficuo.

Ma molto spesso i genitori, oggi, pretendono di insegnare ai docenti a fare i docenti. E in questo caso il rapporto scuola famiglia è negativo. Quei genitori sono invadenti e danneggiano la scuola.

Una grande quantità di genitori, quando viene a parlare con l’insegnante, si comporta come se in classe ci fosse solo suo figlio. E, anche se non lo dice, si secca se ha la sensazione che l’insegnante non lo apprezzi abbastanza o dedichi troppo tempo agli altri. Questo capita soprattutto con i genitori per i quali la Scuola è importante. E noi, davvero, cerchiamo di seguirli tutti, ma a volte siamo costretti a dedicare un po’ più di tempo a chi a casa non ha nessuno, perché recuperando quelli in difficoltà, in realtà aiutiamo tutta la classe e tutta la società. Spesso ci troviamo di fronte a genitori che non hanno la minima fiducia in noi, come categoria. Ci danno consigli e a volte pretendono di intervenire sulla disposizione degli alunni nei banchi, sugli argomenti, sui metodi e soprattutto sulla quantità di compiti a casa.

Ricordo di aver letto un’intervista a una docente, Paola Mastrocola, che stranamente invitava i genitori a “chieder conto” ai professori di quello che facevano o non facevano. Lo ricopio: “Se andiamo da un ortopedico chiediamo che terapie ci prescrive. Perché non chiediamo ad un insegnante come mai non fa mai leggere un libro o non fa mai fare un tema a nostro figlio? Bisogna indagare sui contenuti. Se un insegnante fa solo un canto del Paradiso io devo chiedergli conto. Certo, poi c'è il problema di spostare il ragazzo nella sezione dove li fanno tutti e venti, i canti...”. non condivido assolutamente questa idea.

Rispondo: possiamo semplicemente chiedere ad un insegnante perché non fa anche gli altri canti, e non “chiedergli conto”, partendo dal presupposto che “fare venti canti è meglio che farne uno”. Non mi pare la stessa cosa chiedere a un medico che terapie ci prescrive e “chiedere conto” all’insegnante del perché ci fa leggere solo un canto. La stessa cosa sarebbe se chiedessi all’ortopedico perché non segue la terapia che Luciano Onder ha segnalato durante una puntata di “Medicina Trentatré”. Se lo facciamo l’ortopedico ci butta fuori dallo studio. E lo fa con ragione.

Si deve avere fiducia negli insegnanti, non “chiedere conto”. Altrimenti qualcuno potrebbe anche “chiedere conto” del perché un’insegnante fa solo letteratura e del perché la fa declamando, con rapimento estatico, i versi, anziché insegnando a capirne sfumature formali e contenuti. Mi meraviglia davvero che sia un’insegnante a proporre questo “chiedere conto”. Far circolare quelle idee porta poi i genitori invadenti a sentirsi autorizzati ad invadere il campo dal quale dovrebbero stare fuori.

Tu, come insegnante, devi capire che il genitore invadente è una persona che ha paura. Volendo sintetizzare, dirò che ce ne sono di vari tipi, ma questi sono i principali: il genitore invadente perché è consapevole di non seguire il figlio e perciò cerca di incolpare te perché altrimenti teme di essere accusato di negligenza; il genitore invadente perché è apprensivo e ha paura che se abbassa la guardia e non difende il bambino tu lo schiaccerai; il genitore prevenuto, che è convinto che gli insegnanti sono incompetenti o delinquenti, (grazie a interviste come quella che ho citato, a programmi come quelli in cui insegnanti vengono chiamati a forum televisivi come imputati, e a notizie in cui insegnanti delinquenti vengono sbattuti in prima pagina).

Sapendo questo, quando parli con un genitore cerca di individuare a quale tipo appartiene, e tranquillizzalo appena inizia a parlare. Nel primo caso gli dici che capisci quanto è impegnato, ma che tu stai cercando di aiutare suo figlio; nel secondo caso gli dici che stai cercando di aiutarlo perché ti interessa che faccia meglio che può; nel terzo caso gli spieghi bene come lavori e gli dici che tu ci tieni a lavorare bene perché ti piace fare bene il tuo lavoro, anche se a volte è necessario qualche intervento severo, come una nota. Sempre devi mettere per prima cosa in evidenza i pregi del bambino o del ragazzo. Solo dopo parlerai dei problemi.

Ovviamente deve essere vero, il fatto che tu ti impegni, e il fatto che sai cercare nell’alunno non solo i difetti ma anche i pregi.

Vedrai, Stefania, che quando il genitore percepisce che ti interessi di suo figlio, quando riuscirai a tranquillizzarlo, la situazione migliorerà notevolmente.

Spero di averti aiutato! Fammi sapere.

(continua nel post)

mercoledì 23 marzo 2011

“Non mi interessa insegnare, ma non ho un altro lavoro”. 173°

Lucia mi scrive:

“Gent.ma professoressa, le scrivo perchè volevo chiederle dei consigli. Non sto vivendo un bel periodo, dopo anni di sacrifici all'università (prima con la laurea di primo livello e poi con la specialistica in Biologia) non riesco a trovare un lavoro. Mi sono laureata lo scorso anno in biologia, ho impiegato un paio di anni in più per terminare gli studi ma alla fine sono arrivata alla meta. Per fortuna avevo nel cassetto il diploma del "liceo socio-psicopedagogico" che per me è stato un colpo di fortuna! Grazie a questo diploma, a partire da Aprile dello scorso anno sono riuscita a fare delle supplenze saltuarie, adesso ho cominciato a fare delle esperienze più durature.

Per il momento mi trovo ad insegnare italiano in una terza elementare, è un'impresa ardua non soltanto perchè devo rispolverare le conoscenze della disciplina ma anche perchè la classe è molto vivace. La collega mi ha spiegato che l'insegnante precedente si è rifiutata di rimanere perchè non era in grado di gestire la classe, i bambini uscivano dalla classe per diverse ore senza che l'insegnante riuscisse a farli ritornare. La mia esperienza con questa classe è molto travagliata. Durante le prime 2 settimane di supplenza la classe ha assunto un comportamento irrispettoso, di sfida, di derisione e di sfiducia nei miei confronti . In classe non riuscivo a svolgere la lezione regolarmente perché per i bambini si trattava di un momento di svago; un momento in cui si poteva chiacchierare tranquillamente, ci si poteva sedere a terra o sul banco, si poteva ascoltare la musica con l’Ipod, giocare con delle carte…etc... Le mie sollecitazioni ad un comportamento decoroso ed al rispetto delle regole venivano considerate soltanto da 5 o al massimo 6 bambini. Durante l’intervallo, i bambini non presentavano un comportamento tranquillo e pacato ma stavano tutto il tempo a strillare a scappare dalla classe senza chiedere il permesso all’insegnante e nel momento in cui li rimproveravo non mi ascoltavano, al punto che per due volte è subentrata l’insegnante della classe adiacente per sollecitarli ad ascoltarmi. La stessa situazione si verificava quando i bambini stavano in fila. Le giornate seguenti, ho cercato di far ridimensionare la situazione facendo saltare l’intervallo lungo e loro a questo mio provvedimento volevano ribellarsi. In particolare un bambino (il più vivace) sollecitava i compagni a fare una “rivolta” contro la supplente. Il culmine della situazione è stato nel momento in cui ho scritto una nota sul diario al bambino più vivace perché non mi consentiva di svolgere la lezione (si alzava, diceva delle cose poco educate, disturbava i compagni). Il bambino non ha accettato la nota e prima dell’uscita, ha cominciato a dirmi che se non avessi cancellato la nota non mi avrebbe consentito di uscire dalla classe.

All'uscita delle 16:30 ha preso in ostaggio alcuni compagni, io ero carica emotivamente, mi veniva da piangere, mi sono recata verso i cancelli con la rimanente parte della classe per non far preoccupare i genitori. Subito, i genitori dei bambini che si rifiutavano di scendere, mi hanno chiesto dei loro figli ed io ho raccontato la situazione. Dopo un po’ i bambini sono arrivati e sono stati sgridati dai genitori; subito dopo i genitori sono andati dal Preside dicendo che non ero in grado di gestire la classe. Ho fatto questo grosso errore di lasciare i bambini in classe ma in quel momento cosa potevo fare? Avevo chiamato un collaboratore e mi ha detto che era impegnato, le colleghe erano andate tutte via...

Dopo questa serie di episodi, nelle ultime due settimane circa, la situazione è un po’ migliorata. Adesso le regole vengono (nella maggior parte dei casi) rispettate; anche se spesso ci si dimentica che occorre parlare aspettando che l’insegnante/compagno finisca un discorso. Spesso si distraggono durante la spiegazione e mi viene chiesto diverse volte come deve essere svolta un’attività che ho già spiegato. Inoltre un gruppo di bambini è litigioso; spesso ho assistito a litigi molto accesi in cui i bambini urlavano tra loro senza comprendersi. Il miglioramento è stato ottenuto principalmente grazie al continuo intervento della mia collega di classe, la quale li ha sempre sollecitati ad assumere nei miei confronti un buon comportamento.

Un altro mio problema è che annoio i bambini. Una collega mi ha detto che non metto entusiasmo durante la lezione, forse perchè non provo interesse per l'insegnamento...o per la disciplina. Però questo lavoro è l'unico che mi consente di vivere. Mi scuso per essermi dilungata molto ma è lei l'unica che può aiutarmi e consigliarmi.

Grazie in anticipo per avermi dedicato del tempo. Cari Saluti. Lucia.”


Cara Lucia, capisco benissimo la tua situazione. Insegnare è molto difficile, soprattutto se non si crede in quello che si fa. Il miglior aiuto che potrei darti sarebbe il suggerimento di smettere di fare una cosa che non ti piace fare. Ma dato che so quanto è difficile per i giovani trovare un lavoro, ti darò qualche altro consiglio, nell’attesa che tu ne trovi un altro.

Prima di tutto: calmati! Si percepisce l’affanno da come scrivi. Riprendi le redini della situazione, prima di tutto guardando dentro di te. Analizza obiettivamente il problema: non sai insegnare. In altre parole, non sai farti rispettare, non sai interessare i bambini. Va bene, non importa. Prendiamone atto. Però puoi imparare. Ora decidi come puoi risolvere il problema o almeno migliorare la situazione.

Spero di riuscire a sintetizzare e ad essere chiara.

Prima di tutto: studia. Non puoi pretendere di presentarti davanti ad un gruppo di bambini - venticinque? – “rispolverando le tue conoscenze”. Vai in una grande libreria e cerca nella sezione di didattica. Leggi qualche cosa, studia delle strategie. Consulta internet. Pensa a come insegnare divertendoli. Puoi trovare delle idee dappertutto. Devi, prima di ogni altra cosa, attirare la loro attenzione, poi devi conquistare la loro fiducia. È facile, ma solo una volta che hai studiato come fare. Ci puoi riuscire con i libri di altri insegnanti o pensandoci su. Guai se i bambini colgono da parte tua disinteresse, preoccupazione, risentimento. Ti restituiranno tutto con gli interessi. Guai se si accorgono che hai paura. Si divertiranno a terrorizzarti. Purtroppo questi errori li hai già fatti. Per quest’anno dovrai resistere e cercare di riparare quello che puoi, il prossimo anno inizierai con il piede giusto. Scusami se sono così franca, ma con i giri di parole non ti aiuto.

Allora: come avrai letto negli altri miei post dedicati a questi problemi, devi assolutamente chiarire a te stessa (e a loro) qual è il tuo ruolo, perché i bambini ti giudicano da come ti presenti ai loro occhi. Ti sei presentata come una che temeva di non farcela. Loro ti hanno trattato come una che non ce la fa. Tutto qui.

Puoi provare, dopo aver letto bene i post precedenti – non sto a ripetere cose già dette – e dopo aver studiato strategie ed esperienze didattiche accattivanti, a dichiarare, con decisione e sicurezza: “Bambini, da oggi ho deciso che non potrete più comportarvi male. Voglio aiutarvi, quindi ecco le nuove regole. Prendete il quaderno e scrivetele. Se saprai essere decisa ti ascolteranno. Se qualcuno si rifiuta, chiedi di alzare la mano a chi vuole seguire le regole e chi non vuole seguire le regole. Precisa che chi seguirà le regole farà delle attività divertenti. Insomma, prova a casa; studia il tono di voce. Studia più che puoi. Così si diventa bravi insegnanti. Altrimenti non ci si riesce.

Ricorda: sono solo dei bambini. Non puoi aver paura di loro. Devi amarli e rispettarli. Solo così lo faranno anche loro.

Spero di averti aiutato. Intanto, non ti demoralizzare.

Fammi sapere!

martedì 22 marzo 2011

È di nuovo primavera. 172°

È di nuovo primavera.

L’aspettavo. Come l’ho aspettata ogni anno della mia vita. Mi sembra l’inizio di qualcosa di bello. Qualcosa che può fermare le guerre, riparare i danni di tsunami e terremoti, mondare tutto ciò che è marcio, ripulire lo sporco, far rinascere quello che è morto.

Non posso fare a meno di ripensare, in questo inizio di primavera, ai versi di Carducci, quelli che ha dedicato al suo bambino morto. L’albero di melograno continua a fiorire anche adesso che suo figlio non c’è più.

Ritorna la primavera, tutto rinasce, ma anche le persone che io amavo, che sono morte, non ritornano più. Come il bambino di Carducci.

Eppure penso alla primavera e a quello che significa. La vita rifiorisce. Nonostante tutto. Anche se da qualche parte è tutto morte, dolore e desolazione. Vicino a noi o lontano da noi.

La vita è più potente della morte, dopo tutto. C’è un senso più grande nella morte, ed è il ciclo della vita.

La primavera ne è la prova.

Avrei voglia di canzoni cantate in coro in mezzo alla campagna. Di passeggiate all’aria aperta, di violette profumate raccolte nelle piane, sotto gli ulivi. Distese di primule gialle. Profumo di fiori, erbe che nascono, venticello tiepido e leggero.

Vorrei dedicarmi ad osservare le gemme che si affacciano sui rami, e guardarle ogni giorno, finché tutto l’albero sarà fiorito. Avrei tanta voglia di un giardino con tulipani, primule, frittillarie, narcisi e giacinti, camelie, ortensie, rododendri, e piantine di nontiscordardime, cespugli di lobelia e distese di trifoglio.

A primavera mi piacerebbe odorare l’aria che profuma di erbe e fiori, riempirmi gli occhi di colori, e pensare che la vita è tutta in questo immancabile risveglio.

Ma la primavera è tutta nella mia mente, perché la vita che rinasce è altrove.

Io sono circondata da palazzi. Tutt’al più da qualche piantina nel vaso. Magari un vaso di plastica.

lunedì 21 marzo 2011

Sono contro la guerra. 171°

Non c’è nulla che possa convincermi della necessità della guerra. La guerra è una cosa stupida. È una scazzottata all'ennesima potenza, è violenza, è distruzione. Come si può considerare necessaria, giustificata?
Ci fischiano sulla testa i missili, gli aerei e le minacce. Siamo passati dal baciamano (non mi chiedete di non citarlo, perché è stato un gesto troppo ridicolo) a quella che vediamo già chiaramente come una guerra. La chiamano “missione di pace”. Ma quando mai si possono confondere bombe e missili con la pace? Ma suvvia! Non prendiamoci in giro.
È tutto così assurdo. Prima di tutto: come si fa a fare il baciamano a uno che poco dopo minaccia terribili vendette? Ha senso? Quali colpevoli giochi ci sono sotto?
Ci sono molte parti del mondo dove la gente si scanna e i Paesi potenti non li guardano nemmeno. Una bella alzata di spalle e via. Poi, improvvisamente, scoppia una ribellione in un certo Paese e, non si sa come, gli Stati potenti si inalberano e partono all’attacco contro il dittatore.
Personalmente non mi va bene nessuna guerra che comporti spargimenti di sangue o di radiazioni o di quello che volete. Non voglio più guerre. “Se uno attacca come si fa?”. “A volte è necessario” , dicono. Sono stupidaggini, dico io. Qualcuno dei tanti cervelloni pagati da noi per risolvere i problemi deve trovare un sistema che non comporti morte e distruzione. Non mi interessa sapere come. Non voglio neanche ascoltare chi mi spiega i perché e i per come. Non voglio sapere niente. Non voglio la guerra.
La guerra è la negazione della razionalità. Oppure è la prova della ferinità dell’essere umano. I politici e i militari vedono nella guerra un modo, drastico, certo, ma necessario, di risolvere i problemi.
Io vedo la guerra per quello che è: un modo barbaro per strappare qualcosa a qualcuno con scuse varie. In guerra non muoiono solo soldati; muoiono soldati ragazzi, soldati figli, soldati padri, soldati amici. E tanti civili. Vengono uccisi, muoiono fatti a pezzi o mandati a casa senza qualche pezzo, quando sopravvivono. Assurdo. Inaccettabile. La guerra non è un gioco di abilità che si svolge davanti a carte geografiche, a computer e a strumenti attraverso i quali si manovrano milioni di soldatini che, se i generali non hanno fatto bene i calcoli, cadono. In guerra chi cade non si rialza più, e non può più giocare la partita successiva, come succede invece nei videogiochi.
E non si muore come nei cartoni animati, semplicemente chiudendo gli occhi. Si muore fra le macerie, sotto terra, senza gambe o senza braccia, rimanendo magari sotto la pioggia, al freddo, senza potersi alzare. Invocando aiuto o chiamando la mamma. E i morti lasciano altre persone a soffrire.
Non voglio più guerre. Mi rifiuto di capire i perché di questa. Non voglio sapere nulla.
Sono contro la guerra. Decisamente.

mercoledì 16 marzo 2011

Fratelli d'Italia, l'Italia non s'è ancora desta. 170°

Fratelli d’Italia, oggi bisogna assolutamente festeggiare l’Unità d’Italia.

Oggi che non si capisce più che cosa sta succedendo, dove sono andati a finire la nostra intelligenza, la nostra creatività, il coraggio, il gusto artistico. Ma amiamo l’Italia. Nonostante tutto. Come si ama una persona cara che sappiamo essere sfortunata.

E perciò destiamoci, risvegliamoci dal torpore, gente. Riprendiamoci l’Italia.

Come se fossimo nel Risorgimento, combattiamo gli italiani che la calpestano per i loro sporchi affari, che la coprono di immondizia e di vergogna. I veri stranieri sono quegli italiani indegni. Ci comandano, tolgono dignità alla nostra vita. Ci tolgono l’istruzione, la sanità, la possibilità di lavorare. L’Italia è stata resa serva, ostello di dolore, nave senza cocchiere in gran tempesta, bordello. Soprattutto bordello.

Ma l’Italia, la nostra Italia, non merita di essere ridotta a zimbello delle altre nazioni.

Questa è la patria di Michelangelo, Leonardo, Caruso, Donatello, Machiavelli, Puccini, Rossini, Verdi, Vivaldi, Leopardi, Botticelli, Brunelleschi, Pirandello, Fellini, Marconi.

È diventata la patria delle puttanelle, dei magnaccia e degli imbroglioni.

Tutto il mondo ride di noi, e si domanda come possiamo sopportare tutto il degrado morale, la vergogna, il malaffare che ci circonda. Ma siamo talmente immersi dallo sporco che non riusciamo più a vedere il mondo pulito che c’è fuori.

Ma l’Italia è nostra: della gente perbene, di chi lavora, di chi fatica; di chi non ha il lavoro perché degli individui senza scrupoli si arricchiscono alle spalle dei più deboli, porci pasciuti che non pensano agli affamati.

L’Italia è dei lombardi, dei piemontesi, dei siciliani, dei toscani, dei calabresi, dei veneti, dei friulani, dei sardi. L’Italia è di tutti e allo stesso modo. Non ci sono italiani più italiani degli altri.

L’Italia è degli italiani onesti, degli italiani intelligenti. Ce lo siamo sempre detti, che noi italiani siamo così: che cosa è successo? Ce lo siamo dimenticati?

È arrivato il momento di risvegliarci. Riprendiamoci la nostra dignità.

Noi che amiamo l’Italia, nonostante tutto, buttiamo fuori gli imbroglioni. Ripuliamo l’Italia dallo schifo e dalla vergogna.

Festeggiamo l’Unità d’Italia.

W l’Italia.

La nostra bellissima Italia.

Tanti auguri, Italia. Tanti auguri, Italiani

martedì 15 marzo 2011

La meritocrazia e i bravi maestri. 169°

Oggi che si parla sempre più insistentemente di “meritocrazia” nella Scuola (quando ne ha parlato un altro ministro è stato calciato via), bisognerebbe fare qualche riflessione su che cosa significa “bravo insegnante”.
Ecco, il problema è che se ci sono settori dove è semplice riconoscere un lavoratore che può essere definito “bravo”, la Scuola non è fra questi.
Come esempio, cito i tre maestri tanto enfaticamente dipinti da Paola Mastrocola nel suo libro “La scuola raccontata al mio cane”, perché sono per me, con tutto il rispetto, esempi di insegnanti molto discutibili, più che di Maestri.
“Il primo maestro [...]Entrava in classe, faceva l’appello, compilava il registro, tutto normale e poi…spiegava! Si metteva seduto sulla cattedra, mai sulla sedia. Non aveva il testo davanti, ma lo declamava per aria, guardando in alto o fuori dalla finestra, mai noi; noi non esistevamo per lui; secondo me non esisteva niente, per lui, al di fuori dei versi che declamava [...]Noi lo guardavamo rapiti. O almeno io. Gli altri non so, non li vedevo. Poi l’ora finiva e lui si staccava dalla cattedra, raccoglieva le sue cose e usciva dall’aula. Basta. Finito. [...]
Il secondo maestro era una donna [...]Vestiva molto elegante con dei tailleur di lana e dei grandi foulard. Si sedeva a un metro dalla cattedra, come se la cattedra non fosse cosa che la riguardasse. [...] Non ricordo che abbia mai fatto lezione: lei entrava, si sedeva, accavallava le gambe e parlava. Ci parlava di libri, di poeti, di Parigi [...]
Il terzo maestro era un uomo sempre vestito di blu. [...] Amava soprattutto Dante[...] Ci ha trasmesso che la vita era quello: studiare le proprie passioni, nient’altro. Vivere di quelle passioni. Non ricordo che svolgesse alcun programma. Né che interrogasse. [...]”
Però! Comodo. Ho conosciuto anch’io qualche insegnante così. Erano colleghi, e ho sempre pensato che fosse troppo comodo, entrare in classe e parlarsi un po’ addosso così. Certo, piacerebbe a tutti, ma se si è attenti agli alunni non si può fare. Pensare che la vita sia quello “studiare le proprie passioni, nient’altro. Vivere di quelle passioni”, mi sembra un po’ riduttivo e anche piuttosto egoistico. Soprattutto per un insegnante.
Trovo determinante chiarire quale idea di Scuola abbiamo in mente; stabilire prima di entrare in classe se i problemi della Scuola, per esempio il bullismo, si combattano a suon di endecasillabi, di calligrafia, di sonetti e di allegorie, di ossimori, oppure di progetti, di attenzione all’alunno, di adeguamento ai bisogni dei ragazzi. Da una parte, dice sempre lei, «La scuola fa lezione, boccia, chiede, segue programmi, fa letteratura, chiede il tema, fornisce contenuti, fa vita e opere, impone libri da leggere »; dall’altra, «La scuola si adegua, fa brainstorming e uscite didattiche; recupera; offre; segue percorsi; fa comunicazione; chiede l'articolo di giornale; fornisce metodi; fa analisi del testo; lascia scegliere libri». Ma io aggiungo che questo secondo tipo di scuola non esiste, in realtà: la Scuola, almeno quella che conosco io, fa anche lezione, boccia, segue programmi, fa letteratura, chiede anche il tema e fornisce contenuti.
Nella Scuola, come nella società, ci sono problemi enormi: pensare di superarli mandando a lavorare i ragazzi in difficoltà, destinandoli a diventare i servetti dei più bravi, ritornando alle poesie a memoria (che peraltro non sono mai state abbandonate) e alla calligrafia, personalmente mi suona fortemente ridicolo.

domenica 13 marzo 2011

Il terremoto e il dolore che non vediamo. 168°

Il dolore che non vediamo è il dolore degli altri.
Un terremoto sconquassa terre e vite lontane. Ci colpisce, rimaniamo fortemente scossi per il tutto il tempo in cui vediamo le immagini terribili. Dieci minuti? Venti? Ogni tanto, durante il giorno, ci pensiamo e commentiamo con qualcuno quanto è terribile quello che sta succedendo. Regaliamo qualche spicciolo - non tutti, tra l’altro – e poi riprendiamo la nostra vita.
Il dolore degli altri, in realtà, ci sfiora appena. Di fronte a notizie e ad immagini come quelle che vediamo (da molto lontano) attraverso i mezzi di comunicazione, di fronte a centinaia di migliaia di morti e feriti, a interi paesi e villaggi spazzati via dallo tsunami, a vite distrutte, a donne che urlano per la morte dei figli, se quello che vediamo ci colpisse davvero profondamente, bisognerebbe portare il lutto, piangere, disperarsi, smettere di mangiare, non andare al cinema e non festeggiare l’anniversario di matrimonio o il compleanno. Dovremmo rinunciare almeno al superfluo e mandare tutto l’aiuto che possiamo. Invece continuiamo la nostra vita come al solito. Diciamo che non mandiamo niente perché chissà dove vanno a finire i nostri soldi. Oppure ci sentiamo buoni perché componiamo un paio di volte il numero verde dedicato agli aiuti alle vittime del terremoto o dello tsunami.
Ho letto - non ricordo chi l'ha detto – che l’essere umano soffre di più se gli viene pestato un callo che se riceve la notizia della morte di mille bambini sconosciuti.
Non vediamo il dolore se non quando ci tocca da vicino. È così. Non è un rimprovero, il mio, né a me stessa né agli altri. Soltanto, vorrei rifletterci su perché smettiamo di fingere di essere generosi per aver donato due euro.
Forse è meglio così. Se soffrissimo per tutto il male che ci circonda non vivremmo più. Sarebbe terribile. L’uomo ha imparato a proteggersi dall’overdose di dolore.
Ma nella vita quotidiana bisognerebbe cercare di vedere anche il dolore degli altri. Almeno di quelli che ci passano accanto, che incrociano la nostra vita.
Oggi è venuta a scuola la mamma di una mia alunna. Una donna di una quarantina d’anni, senza marito (spesso noi insegnanti non sappiamo se è perché è vedova, abbandonata, tradita, ragazza madre). Con occhi stanchi mi dice che non sa che cosa fare con quella figlia così piena di problemi, così depressa. Cerco di tranquillizzarla, ma non posso più di tanto, perché la ragazza ha già accumulato un mare di assenze, e oggi c’è una legge che, oltre un certo numero, ci obbligherà a bocciarla.
Alla fine solleva la maglia per lasciarmi vedere uno stomaco ricucito e rattoppato con una grande garza dalla quale esce un tubicino e un sacchetto.
“Guardi come devo andare a lavorare, io”, mi dice.
Sono, così, obbligata a ricordare che esiste anche il dolore degli altri, e non soltanto il mio.
Capita spesso, nel nostro lavoro, di entrare in contatto con famiglie disastrate, con storie di degrado, con bambini malati, con genitori alcolizzati, con ragazzini soli come cani abbandonati.
Siamo obbligati, allora, a soffrire anche per il dolore degli altri.

sabato 12 marzo 2011

Stupidità, ignoranza, volgarità, egoismo e disonestà. 167°

Sono davvero stanca della stupidità, dell’ignoranza, della volgarità, dell’egoismo e della disonestà, che sono i cinque pilastri su cui si regge la società italiana.

Ho nostalgia dell’intelligenza, della cultura, dell’educazione, della solidarietà e dell’onestà.

Ma come abbiamo potuto accettare di essere sbattuti così in basso, fino addirittura a diventare complici contenti di questo scadimento nella barbarie?

Se siamo persone oneste, non possiamo più leggere giornali e vedere telegiornali e programmi televisivi senza che un pugno nello stomaco ci tolga il respiro.

Siamo invasi da bugiardi e disonesti e manipolati da persone senza scrupoli, assistiamo a spettacoli osceni, al trionfo del volgare e dello stupido. E non possiamo fare nulla, se non cercare di convincerci che non sta accadendo nulla.

Ho nostalgia delle persone semplici, dei lavoratori onesti, delle canzoni cantate in coro nei pomeriggi d’estate, dei divertimenti quasi ingenui, dei baci rubati sotto i lampioni lontani da occhi indiscreti.

Dove sono i caffè dove i giovani studenti discutevano di arte e di politica? Dove sono finite le passioni, gli ideali per i quali battersi, i princìpi da seguire?

Dov’è l’eleganza da ammirare, l’intelligenza considerata un valore, l’onestà da esibire. E il pudore, la correttezza, la gentilezza, la sincerità, dove sono finiti? Dove sono la fatica, la perseveranza, il sacrificio che portano ad ottenere ciò che si sogna? Perché è diffusa l’idea che solo gli sciocchi fatichino?

Sono davvero stanca di stupidi e ignoranti ammirati, di disonesti di successo, di sbruffoni, maleducati, disonesti che vengono additati come modelli da seguire, di egoisti che si fanno passare per altruisti, del sesso ostentato che ci viene sbandierato ovunque..

La cultura è morente, insieme all’educazione, alla gentilezza, all’intelligenza, all’onestà.

È ora di darsi davvero da fare. È ora di ribellarci.

lunedì 7 marzo 2011

8 marzo: è di nuovo la Festa della donna. 166°

8 marzo: è di nuovo la Festa della donna.
A molte donne - una di queste sono io- la festa della donna non dice nulla. Anzi, proprio non piace. Mi piacerebbe solo se leggessi che le donne, dall’8 marzo e per sempre, verranno rispettate, che non si sbandiererà più il loro corpo, che non si assumeranno per festini a luci rosse e bunga bunga, che non si manderanno in regalo agli amici come se fossero scatole di sigari o casse di vino.
Festeggerò quando non si assumeranno tettone assurde per presentare programmi demenziali, che non si riempiranno di culi e sculettamenti i programmi televisivi, e che, oltretutto, non si riderà delle suddette tettone e sculettanti veline, dopo averle messe sulla passerella a mostrare la passerella.
Festeggerò la festa della donna quando le donne non verranno picchiate, sfruttate, violentate. Non verranno tenute lontane (anche se oggi non ci riescono più tanto facilmente) dai posti di potere.
La festa della donna è la festa dei fiorai, dei ristoranti e delle pizzerie, delle discoteche, delle pasticcerie, delle gioiellerie.
Non è la festa delle ragazze violentate da branchi di bestie, picchiate da padri ubriaconi, da mariti gelosi; non è la festa di giovani palpeggiate da datori di lavoro, da uomini che le definiscono “puttane” o “frigide” se non ci stanno.
E che magari ricevono da quegli stessi uomini dei mazzi di mimosa.
Tantomeno è la festa delle donne infibulate, stuprate, frustate, lapidate, uccise perché hanno osato fare ad un uomo “un torto” come l’adulterio, anche senza essere consenzienti.
Se vogliamo festeggiare l’8 marzo e la festa della donna facciamolo fra di noi, fra noi donne. Non facciamoci festeggiare dai cafoni, dai violenti, che lo fanno solo per quel giorno, per farci stare zitte.
Accettiamo un fiore solo da uomini che ci rispettano in ogni giorno dell’anno.
E, soprattutto, urliamo la nostra rabbia se qualcuna di noi viene calpestata nella sua dignità, e pretendiamo di essere rispettate, sempre.
Se non ora, quando?

domenica 6 marzo 2011

È carnevale: siamo seri! 165°

L’espressione "è carnevale" mi suona assurda, di questi tempi.

“È carnevale": in che senso?

Già presso gli antichi greci e romani c’erano feste che avevano il significato di "lasciamoci andare per una volta! buttiamo all'aria le regole, dedichiamoci alla confusione, allo scherzo e perfino ai bagordi".

Nel mondo cattolico, dopo il carnevale si entrava in quaresima e si toglieva la carne.

Ma la carne oggi si mangia sempre, quaresima o non quaresima.

C'è anche chi ama la "carne fresca", e non mi pare che ci sia un momento dell'anno in cui se ne astiene.

"A carnevale ogni scherzo vale", si dice: anche questo mi pare che si faccia tutto l'anno. Ogni giorno ci svegliamo, leggiamo il quotidiano e ci sono sempre quattro o cinque notizie che ci fanno urlare "Ma è uno scherzo!". Rimaniamo spesso a bocca aperta (e non ne siamo affatto divertiti) per queste azioni che ci sembrano scherzi, ma purtroppo non lo sono.

“Semel in anno licet insanire”, diceva Seneca. Ma “una volta all'anno è lecito impazzire”, può andar bene in una società in cui durante l'anno si è seri.

Ma - siamo seri - l’ Italia di oggi sembra l’interno di un manicomio.

Credo, quindi, che sia giunto il momento di modificare l'idea del carnevale. Faremo così: ogni giorno dell'anno ognuno girerà in maschera (le maschere da persona onesta, da persona che pensa al bene degli altri, da persona che ha una moralità, saranno le più indossate); ogni giorno farà pazzie, farà feste e si presenterà, per scherzo, nudo agli ospiti, cantando canzoni sconce e regalando collanine; dirà cose assurde - probabilmente per scherzare - e poi dirà che è stato frainteso. Ogni giorno fregherà, imbroglierà, andrà a puttane, farà “bunga bunga”, inventerà leggi che scherzosamente arricchiranno i ricchi e impoveriranno i poveri, dichiarerà che farà una certa cosa e invece ne farà un’altra; le persone oneste saranno considerate fesse, gli imbroglioni verranno premiati; le persone superficiali saranno mandate in alto e quelle profonde verranno buttate a fondo, gli incapaci verranno osannati e gli intelligenti verranno allontanati ed emarginati; gli ignoranti troveranno lavoro, e i cervelloni andranno a distribuire volantini perché saranno disoccupati. I funerali saranno trasformati in spettacoli dove si urla e si applaude, e gli spettacoli saranno trasformati i piazze dove le persone più sfortunate verranno invitate a piangere a parlare delle loro disgrazie.

Ogni giorno tutti rideranno del tragico e piangeranno del ridicolo.

Cose, del resto, che in Italia si fanno già da troppi anni.

E in un giorno dell'anno, che chiameremo sempre “carnevale” (intendendo che si leva la carne, fresca o stagionata, che sia), finalmente, sarà lecito essere seri.

venerdì 4 marzo 2011

Essere senza scrupoli. 164°

La mancanza di scrupoli, a ben guardare, sta alla base di ogni cattiva azione.

Un delitto compiuto senza averne consapevolezza, in fondo, non so neppure se si possa definire un “delitto”.

Uno scrupolo è generato da un dubbio, dal timore di fare un errore. Spesso è proprio lo scrupolo che ci frena.

Gli scrupoli non sono mai troppi, in una società come la nostra.

A forza di “non farti troppi scrupoli” abbiamo imparato egregiamente ad evitarli tutti. Essere senza scrupoli, oggi, è considerato “saper vivere e sapersi fare strada”. È un bene, insomma.

Il macellaio non si fa scrupoli e pesa un po’ alla carlona; il pescivendolo incarta all’anziana cliente un’orata dall’occhio opaco e incavato; i genitori non si fanno scrupoli a sbolognare il bambino ai nonni con ogni scusa; l’automobilista pigro non si fa scrupoli a piazzare l’auto nel parcheggio per disabili; il ladro non si fa scrupoli a rubare la pensione al vecchietto; il truffatore riduce sul lastrico il poveraccio, il politico non si fa scrupoli a fare i suoi interessi, ignorando quelli dei cittadini, le aziende non si fanno scrupoli a vendere prodotti scadenti, o nocivi, o perfettamente inutili; le multinazionali non si fanno scrupoli a far lavorare i bambini, i clienti a caccia di buoni affari non si fanno scrupoli a comperare prodotti frutto di lavoro minorile; gli industriali non si fanno scrupoli ad inquinare; i pubblicitari creano messaggi ingannevoli, le televisioni mandano in onda, senza scupoli, programmi spazzatura, stupidi, violenti, anche durante le fasce che dovrebbero essere protette.

Dietro ogni torto, violenza, imbroglio, danno psicologico, c’è sempre qualcuno che non si è fatto scrupoli.


martedì 1 marzo 2011

Quando il dolore afferra proprio te. 163°

Ci sono momenti della vita in cui il dolore afferra proprio te.
Un dolore tagliente come un rasoio, freddo come un candelotto di ghiaccio, lacerante come il morso di una tigre.
Tocca a te passare attraverso la tempesta, adesso, non hai scampo.
Allora vorresti chiudere fuori tutto il mondo e stare abbracciato ai tuoi cari, in silenzio. Vorresti addormentarti profondamente per non soffrire.
Provi un dolore così quando muore una persona che ami. Una madre, un padre, una sorella, per esempio.
Non è vero che la morte non è niente. La morte è moltissimo, perché ti cambia. Molto più di qualsiasi gioia.
Quella persona così importante per te ti lascia sola, nonostante il tuo dolore.
Se ne è andata chissà dove e non potrai mai più vederla. Mai più, in nessun luogo. Mai più, per nessun motivo. Puoi andare a cercarla in fondo al buio di tutti i mari, puoi camminare senza sosta e cercarla fra la folla di tutti i paesi del mondo, percorrere tutti i deserti e tutte le città, ma non c’è più.
Non può sentirti se le parli.
Questa perdita ti sembra incredibile, ma il mondo continua ad esistere indifferente e sempre uguale, anche se per te cessa di essere quello di prima, perché quella persona tanto importante non è più qui.
Quando il dolore tocca proprio te devi resistere e aspettare che se ne vada. Accadrà quando imparerai a vivere la vita senza di lei. Prima o poi ci riuscirai, e al dolore si sostituirà una profonda tristezza e poi tanta nostalgia.
E allora riuscirai a sorridere, ricordando i momenti passati insieme. È già accaduto altre volte.

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