La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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mercoledì 29 dicembre 2010

Muore un disabile nel carcere di Sanremo. 142°

Leggo che è morto un disabile nel carcere di Sanremo. Età mentale 3 anni. Peso: 1 quintale e 86 chili. Leggo ancora: 27 anni, avrebbe terminato di scontare la pena il 31 dicembre del 2011, e, soprattutto: era invalido al 100%, affetto da ritardo mentale, epilettico, semiparalizzato, incapace di parlare correttamente. Arrestato a 19 anni, per il furto di 3 palloni di cuoio in una palestra. Poi piccoli furti, ecc.

500 i disabili gravi nelle carceri italiane. 171 i detenuti morti nel 2010, di cui 65 per suicidio.

Nelle carceri italiane si danno i numeri: 500, 186, 27, 31, 20, 11, 19, 3, 171, 65. Ultimamente ci si suicida a tutto spiano, nelle carceri. Bisognerebbe dedicare un po' più di tempo a riflettere su queste notizie. Interrogarci. Indignarci.
Ma, insomma, che cosa ci faceva rinchiuso in una cella un ragazzo affetto da ritardo mentale, semiparalizzato, incapace di muovere le mani, di parlare correttamente, e di controllare gli stimoli fisiologici? Era colpevole, qualunque cosa avesse fatto?

Un bimbo di tre anni che ruba tre palloni viene rinchiuso in una cella insieme agli adulti. Ma che bella forza! Ha rubato? Va sbattuto in galera! Bisogna essere severissimi con i delinquenti, si sa. Implacabili, ma solo con i poveracci.

Leggo, infatti, anche di gente che ruba milioni, intrattiene rapporti d'affari con mafiosi, organizza grosse truffe, corrompe, e rimane fuori, sorridente e beffardo, perché paga squadre di avvocati che lo tirano fuori.

È il mondo alla rovescia. Almeno secondo la logica della giustizia. In questo nostro mondo italiano - alla rovescia, appunto- il colpevole è fuori, spesso addirittura riverito, e il non colpevole (in questo caso, sicuramente, perché di età mentale di tre anni) è sbattuto in prigione. E ci muore, a ventisette anni.

Povero Fernando, così grasso, così bambino e così sfortunato. Ha tolto il disturbo. Domani nessuno se lo ricorderà più. "Che cosa è successo?", qualcuno dirà. Per parafrasare Pirandello. "Niente, nella cella 45 è morto un tale."

domenica 26 dicembre 2010

"Manda sms di auguri proprio a tutti." 141°

Manda sms di auguri a tutti. 100 sms, 400 sms, 1000 sms. Quale carta attivo? Ecco il dilemma prenatalizio.
Mi dispiace se siete fra quelli che hanno attivato una carta auguri e in questi giorni hanno bombardato di sms amici, parenti e (visto che sono già stati pagati), anche conoscenti, ma ve lo devo dire: a che cosa possono servire degli auguri generici inviati a tutti contemporaneamente o quasi, che dicono pressappoco “Auguri a te e famiglia. Baci"? O quelle catene di spiritosaggini o preghiere - dipende dal tipo di persona- che girano vorticosamente da un cellulare ad un altro, fino ad arrivare di nuovo a chi le ha spedite? E il ricevere un messaggio, anche così evidentemente impersonale, ci costringe a rispondere con un altrettanto impersonale sms che però, a noi che non abbiamo attivato carte auguri, costano cari. Voi direte: “cari? Esagerata!”. Cari sì, se considerate l’inutilità. Carissimi, anzi. Se dovessi pagare anche solo 1 centesimo per sentire (costretta) la voce – poniamo- di Emilio Fede, per dire un nome a caso, io lo troverei carissimo.
E, comunque, non crediate che siano gratis neanche quelli offerti dalle carte auguri o carte vacanze o carte amici o simili: c’è un giro d’affari enorme sugli sms. Creano catene e creano dipendenza. Soprattutto nei ragazzi. Se uno ha pagato 6 euro per attivare una carta auguri, non è che gli sms diventano gratis: si pagano. Per la precisione, tu li hai già pagati prima di mandarli. Solo che ti fanno credere che, visto che puoi mandarne centinaia, sono gratis. Ma la domanda è: li mandi, quei 100, 400 o 1000 sms? Li manderesti davvero? Hai davvero la necessità di mandare tutti quei messaggi?
Apprezzo molto gli auguri, ma vorrei che fossero personali e, soprattutto, sentiti. Poi possono essere anche semplici "Buon anno, Isabella". Ma ci vorrei almeno il mio nome, a testimonianza del fatto che, mentre li mandavi, pensavi proprio a me, che mi auguravi davvero un buon anno con quello che sai che desidero.

mercoledì 22 dicembre 2010

Vorrei essere altrove. 140°


Visto il tempo brutto, la pioggia che a tratti diventa neve, il freddo che ti morde la faccia, ho deciso di andare altrove. Mi accompagnate?
Sediamoci su un divano, o anche qui, alla scrivania. Ecco, viaggiate con me.
Come sempre, vado al mare. C’è un viottolo che porta dalla casa al mare in cinquecento e quattordici passi. È piena estate, e la temperatura è quella che desidero, esattamente un paio di gradi prima del caldo. L’aria porta già quella miscela di profumi che adoro, di mare, di rosmarino, di mirto, di macchia mediterranea, anche prima di arrivare a vedere la spiaggia.
Il vantaggio di viaggiare con la mente consiste anche nel fatto che non percorro tutti i cinquecento e quattordici passi, perché dopo circa una trentina sono già di fronte al mare. Devo confessare che, anche se sono una persona socievole, in questi luoghi della mente non voglio nessuno. La spiaggia deve essere completamente deserta.
Chiudo gli occhi e inspiro: l’acqua di mare ha un profumo come di pesce fresco – o è il pesce fresco che profuma di mare pulito, probabilmente.
Ascolto il rumore delle onde che si infrangono sulla riva. L’acqua è azzurro verde, bianca di spuma vicino a riva. Mi chino a toccare l’acqua che arriva sulla battigia, ai miei piedi. È fredda. Cammino sulla spiaggia e sono contenta della solitudine, che mi dà un senso di tranquillità e benessere.
Ogni tanto mi fermo a guardare l’orizzonte. Passo del tempo così, ferma a guardare lontano.
Un altro vantaggio dei viaggi con la mente è il fatto che la situazione cambia come vuoi tu.
Ora sono le quattro del pomeriggio. Il mare è mosso e il rumore del mare è forte.
Mi sdraio sulla sabbia calda e mi piace sentire il calore sulla pelle. Il vento ogni tanto mi rinfresca.
Un momento dopo è il tramonto. Il mare si è calmato, e ora è quasi una tavola. Il sole sta calando e lascia una striscia luminosa sull’acqua. Guardo gli arbusti lungo il viottolo: ora sono più verdi.
Ascolto il rumore lieve dell’acqua, entro nell’acqua e cammino lungo la striscia luminosa del sole che tramonta. L’acqua è tiepida, ma l’aria è fresca. Il sole comincia a scomparire; il cielo, chiaro all’orizzonte, in alto diventa sempre più scuro, e le colline in lontananza diventano sempre più delle sagome scure.

Insegnanti che non sanno tenere la classe. 139°


Per chi non lo sapesse ancora, io sono Beatrice, la tirocinante assegnata alla professoressa Milani.

È tanto che non scrivo perché la professoressa ormai è diventata esperta e non ha più bisogno di aiuto. Ma volevo salutarvi e augurarvi buone feste, e colgo l’occasione per scrivere qualcheosservazione per i tirocinanti come me.

Prima di tutto, vorrei dire che è una fortuna avere la possibilità di assistere alle lezioni di più di un professore, perché ti permette di vedere come una stessa classe, una normalissima classe, non una classe difficile, si trasforma completamente a seconda di chi ha davanti. Dovreste vedere: è incredibile. Se non lo vedessi con i miei occhi non ci crederei.

Entra un certo insegnante e vanno tutti a posto, stanno zitti e attenti, o quasi, aprono il libro, scrivono. Entra un altro e scoppia il finimondo.

Per esempio, durante le lezioni della professoressa Martini, poveretta: la stessa alunna che normalmente se ne sta al suo posto si alza, va alla finestra, prende un pettine dall’astuccio e si pettina, specchiandosi al vetro. Un’altra tira fuori l’ipod e si mette le cuffiette; uno prende la sedia, la porta al quarto banco, si accomoda davanti ad un compagno, tira fuori le carte e si mette a giocare, dando tranquillamente le spalle all’insegnante in cattedra. La professoressa si mette ad urlare, con l’aria disgustata e arrabbiata di chi odia gli alunni, continuando a minacciare di interrogarli, di mettere note sul registro, di dare compiti supplementari, di mettere brutti voti. E chiede, anche, perché non l’ascoltano. Il tutto fra il perfetto disinteresse generale. Io l’ho osservata, cercando di capire da cosa nasce tutto questo insuccesso. Poverina, mi fa pena. Si vede che vorrebbe che l’ascoltassero e - lei per prima- si stupisce degli esiti fallimentari dei suoi goffi tentativi di richiamare la loro attenzione.

La lezione continua – se di lezione si può parlare – senza che niente di quello che esce dalla bocca della professoressa arrivi alle orecchie dei ragazzi, se non in modo confuso, indistinto, esostanzialmente inutile. E mentre una delle alunne urla “basta!!!” con tutta la forza dei polmoni, apre la porta e si affaccia la professoressa Milani: all’istante, tutti si bloccano per un attimo nella posizione che avevano in quel momento, come pompeiani sorpresi dall’eruzione del Vesuvio, e poi, subito dopo, si rianimano e tornano in fretta al loro posto. La professoressa Milani li guarda soltanto, con uno sguardo particolare. Vorrei imparare a fare quello sguardo.

Ho capito una cosa: ci sono insegnanti che proprio non ci sanno fare. Non vorrò mai essere come quella professoressa incapace di tenere la classe. Dev’essere terribile.

BEATRICE.

lunedì 20 dicembre 2010

Regali di Natale. 138°

Lo dico subito, a scanso di equivoci: io adoro i regali. Farli e riceverli. Sì, lo so che il significato religioso del Natale non esiste quasi più, che “Ama il prossimo tuo” diventa “fregatene del prossimo tuo e soprattutto sperpera senza pensare ai poveri o tutt’al più manda un sms da due euro a Telethon per sentirti a posto con la coscienza.”
Lo so che significa bagordi eno-gastronomici con conseguenti turbolenze intestinali.
Ma non mi toccate i regali. Però, sia chiaro, quelli che significano “ho usato un po’ del mio poco tempo per cercarti un bel regalo”. Sarebbe ancora più bello se fosse qualcosa costruito con le mani. Mi piace il tempo che mi è stato dedicato, il pensiero che qualcuno ha avuto per me. Non per niente esiste l’espressione “fare un pensierino”.
Eppure per molti i regali sono un’operazione economica, un obbligo di cui farebbero volentieri a meno, un fastidio. E per questo spesso ne delegano l’acquisto ad altri.
Quando vai in un grande magazzino nel periodo natalizio e vedi una tizia che gira smarrita fra gli scaffali guardandosi intorno come se si trovasse in paesino sperduto della Cina senza conoscere una parola di cinese, capisci che sta cercando un regalo e non sa dove sbattere la testa. Ho usato il femminile perché il novantanove per cento delle mogli viene incaricata di pensare a tutti i regali, compreso il loro e quelli per i colleghi di lavoro che loro neanche conoscono.
A volte la tizia che gira smarrita sei tu. Non conosci i colleghi di tuo marito, destinatari dei regali, e quindi nemmeno i loro gusti. Hai in mente solo due cose: comperare qualcosa assolutamente e il più presto possibile per toglierti il pensiero, e rimanere nel budget.
Se vedi una novità e per un attimo ti balena l’idea che possa essere il regalo giusto, lo guardi, lo rigiri tra le mani e poi lo posi. Fai dieci passi, ti fermi, ti rendi conto che se lo lasci lì poi ti pentirai e, se tornerai il giorno dopo non lo troverai più perché sarà esaurito, e allora torni indietro, lo arraffi e lo metti nel carrello. Fai la stessa cosa per quattro o cinque volte e ti avvii alla cassa.
Quando torni a casa ti accorgi che hai comperato i regali proprio per i quattro o cinque ai quali avevi già pensato nei giorni precedenti.
Bisogna fare attenzione soprattutto nei grandi magazzini o nei mega supermercati. Fra uno scaffale e l’altro ci sono i promoter dei vari prodotti che ti aspettano come avvoltoi per spruzzarti profumi, preparare caffè, presentare giochi da salotto, offrire cioccolatini, dadi da brodo e limoncello. Le luci, i colori, i cartelli con la scritta “offerta”, “regalo di natale”, “sconto”, le musiche ad alto volume e l’assenza di personale a cui chiedere informazioni ti confondono, anche mentalmente, e si finisce per comperare un sacco di oggetti inutili.
È su questo che fanno affidamento, quando creano tutta quella confusione.
Fortunatamente, fra poco la festa sarà finita e noi, finalmente, andremo in pace.

domenica 19 dicembre 2010

Tanti auguri. 137°

Tanti auguri alle persone che amo e a quelle che mi amano.

Tanti auguri alle amiche che mi sono vicine quando ne ho bisogno.

Tanti auguri anche ai miei amici di facebook, perché anche se non ci conosciamo tutti passiamo insieme molto tempo.

Tanti auguri a chi legge quello che scrivo, perché mi dedica del tempo.

Tanti auguri agli insegnanti che fanno con passione il loro lavoro e agli alunni, che hanno tutta la vita davanti.

Ma soprattutto, in questi giorni di festa, tanti auguri a chi non ha un lavoro, e dovrà dire ai suoi bambini che Babbo Natale si è dimenticato di passare.

A chi non solo non ha nulla da festeggiare, ma non ha nulla da mangiare.

A chi vive per la strada, ha la bronchite, ha la febbre, non ha neanche una coperta, e a volte muore di freddo, solo, sdraiato su una panchina.

Tanti auguri alle piccole fiammiferaie, agli incompresi, alle traviate, ai fantozzi, ai don chisciotte, agli zio tom, ai rosso malpelo, agli oliver twist, ai david copperfield, alle cenerentole.

Tanti auguri ai bambini che soffrono senza neanche avere la colpa di aver deciso qualcosa di sbagliato.

Agli extracomunitari che guardano la nebbia, i tetti e i cespugli ghiacciati, che sentono la freddezza ostile della gente e pensano con nostalgia alla loro poverissima patria lontana.

Alle donne che sentono con terrore la porta di casa che si apre e pregano che il marito non abbia qualche rabbia da sfogare su di loro.

Ai ragazzi e alle ragazze che hanno appena capito di essere gay e sentono l’angoscia di chi sa che verrà perseguitato anche senza aver fatto nulla.

Auguri alle madri dei tossicodipendenti, che sul far dell’alba stanno ancora aspettando il figlio e non sanno se tornerà o se sarà ritrovato senza vita in un bagno pubblico.

Auguri agli anziani che non hanno nessuno, che passeranno le feste da soli, così come passano tutti gli altri giorni.

Tanti auguri a Sakineh Mohammadi Ashtiani e a tutte le donne del mondo che possono essere condannate alla lapidazione.

Tanti auguri a tutti i perseguitati.

A Liu Xiaobao e a tutti quelli che combattono per i diritti umani.

A Roberto Saviano e a chi davvero combatte le mafie.

A Aung San Suu Kyi e agli uomini e alle donne che combattono per le loro idee.

A Milena Gabanelli e a tutti i giornalisti che rischiano molto in nome della verità.

Tanti auguri.

giovedì 16 dicembre 2010

Condannate ad essere magre. 136°

“La Fata Confetto? Deve aver mangiato qualche confetto di troppo.” Che cosa dire di un critico del New York Times che commenta così qualche chilo di troppo (chili, peraltro, che vede solo chi fa parte di quell'ambiente  di una ballerina di danza classica impegnata ne “Lo schiaccianoci”? E che cosa aggiungere sapendo che la ballerina in passato ha affrontato e superato problemi di disordine alimentare? La ballerina non ha gradito, ma ha detto che capisce che il corpo nella danza è una forma d’arte.
Ecco. Questo è il mondo in cui viviamo. Un critico commenta un balletto con una battuta di pessimo gusto, che mi sembra, non so perché, anche un po’ maschilista. Per lui, il corpo della donna, evidentemente, viene prima del corpo della ballerina (e non mi meraviglierebbe se di un’altra che danzasse meno bene del solito dicesse che “forse aveva le mestruazioni”) e la ballerina si secca, ma giustifica la critica, “perché il corpo nella danza è una forma d’arte”?
Io non giustifico per niente e per nessun motivo. Ma che cosa c’entra? O ha danzato bene o non ha danzato bene.
Il fatto è che chi siede sui troni della moda, dello sport e dello spettacolo ha uno strapotere assurdo. E c’è un giro d’affari che, promettendo fama e ricchezza, attira in quei mondi tante ragazze e tanti ragazzi, e non si interessa minimamente del fatto che spesso finiscano stritolati. Ragazzi che si illudono di essere attori principali, ma non sono che comparse nelle mani di persone senza scrupoli. Anoressia, tossicodipendenza, alcolismo, suicidi sono i frutti di un mondo che esige che i corpi si trasformino fino a raggiungere i limiti estremi per esibirli come fenomeni da baraccone.
Per essere fenomeni non basta lavorare e faticare tanto. Meglio le sostanze chimiche o la fame patologica, soluzioni più veloci ed efficaci. Non importa a quale prezzo.
E perciò non c’è molta differenza fra la donna cannone, la donna barbuta, l’uomo più piccolo del mondo e le modelle più magre o gli sportivi più veloci, più forti, più muscolosi, più resistenti. Non importa se per ottenere questi fenomeni bisogna che non mangino, che si riempiano di anabolizzanti, che si droghino. E se non ci riescono possono anche morire.
Chissà quanto ha studiato, Jenifer Ringer, la ballerina, per sentirsi dire: “La Fata Confetto? Deve aver mangiato qualche confetto di troppo.”

domenica 12 dicembre 2010

La solitudine dei vecchi. 135°

Non chiamerò “anziani” i vecchi. La società chiama “anziano” un uomo, non ricco, che non ha più futuro, se vuole dimostrare rispetto. Altrimenti lo chiama “vecchio”. Se è ricco lo chiama “dottore”, “ingegnere”, “avvocato”. Oppure “presidente” (sono un po’ tutti “presidente” di qualcosa, i ricchi) o “cavaliere”.
Chiamarli “anziani” è un finto rispetto, e il mio rispetto è vero. Perciò dico che c’è un intero popolo di vecchi in Italia. Moltissimi vivono soli in piccoli appartamenti. Se hanno freddo cercano di non uscire, si scaldano con la borsa dell’acqua calda e passano ore davanti al televisore, che trasmette solo programmi per giovani che il più delle volte sono incomprensibili, per loro.
Mangiano male: mangiano troppo o troppo poco, perché la maggior parte del tempo sono soli e nessuno li controlla. La società di oggi non è fatta per i vecchi, da nessun punto di vista.
I figli, se li hanno, lavorano tutto il giorno. Le case e le vite sono organizzate freneticamente e c’è un via vai di gente che entra ed esce a tutte le ore. I figli vanno al lavoro e i nipoti vanno in palestra, a scuola, all’università, a danza, a calcio, a tennis. Non c’è posto per i nonni: devono – e di solito vogliono- stare a casa loro, dove hanno le loro cose, dove trovano un po' di lentezza.
I vecchi danno fastidio, in questo tipo di società, dove tutto deve correre.
Sì, stiamo cercando di farli vivere il più a lungo possibile – e toccherà anche a noi campare magari cent’anni – ma è poi una cosa così bella? Mi sembra che tutto si risolva, per la maggioranza, in una dilatazione degli acciacchi e della solitudine. Li facciamo vivere tanto, ma per farli star male.
Guardatevi intorno e vi accorgerete che non c’è quasi più niente del mondo di quando i vecchi erano giovani. E non è previsto quasi niente per loro nelle città. Se ci sono i giardini pubblici, sono per tutti tranne che per loro. Non c’è niente, per loro, perché non comprano quasi niente e non sono più consumatori interessanti.
D’estate è il loro momento in televisione: “Caldo record. Allarme anziani”. Tutto qui. C’è chi suggerisce agli anziani di rinfrescarssi nelle chiese e nei supermercati. Imperdonabile mancanza di rispetto.
Un ottantenne che cosa fa in casa? Studia? Legge? Scrive? Sì, se è Rita Levi Montalcini. Prepara pranzi? Per chi? Guarda la televisione. Allora, guardate la televisione con i loro occhi: se aveste ottant’anni non capireste né le battute, né gli ammiccamenti dei conduttori, né le pubblicità assurde, né le notizie del telegionale. O meglio, capireste solo le notizie di cronaca nera, di cui c’è grande abbondanza, e ne rimarreste turbati e impauriti.
Se intorno a voi, da qualche parte, o nella vostra vita, c’è una vecchietta che vive sola, pensate che per lei il tempo non passa mai, che si sveglia presto al mattino e non ha nessuno con cui parlare per tutto il giorno, non ha niente da sperare per il futuro, è facile preda di sconosciuti truffatori, ha tanti acciacchi anche se è sostanzialmente sana, è spaventata se si accorge di dimenticare le cose, viene trattata come se fosse una bambina scema dai negozianti, viene sgridata se ripete le cose, se non fa la fila nei negozi, perché non ha più la pazienza di aspettare, se si sporca, se non sa più lavarsi bene, se apre la porta agli sconosciuti perché ha dimenticato che non si deve fare.
Nei giorni di festa i vecchi sono molto più soli. Magari una telefonata, una visita, dieci minuti della nostra indaffarata vita potremmo trovarli. Chissà.
Chiediamo loro qualcosa del loro passato, quando avevano qualcosa da dire, da insegnare, da desiderare. Vedrete come cambia il loro sguardo. E anche il vostro.

venerdì 10 dicembre 2010

“Il lavoro nobilita l’uomo”. 134°

Non so chi ha detto per primo che il lavoro nobilita. Vorrei sapere chi è stato e che cosa intendeva.
Prima di tutto: bisogna vedere di che lavoro si tratta.
Subito dopo: che cosa si intende con “nobilita”.
Parto da qualche esempio di lavoro, chiedendomi, tanto per cominciare, se devo intendere “mestiere” o anche “professione”. Nel linguaggio comune, quando si dice “lavora” di solito si intende uno che fa un mestiere, qualcosa di manuale. Degli altri si dice più elegantemente “esercita la professione”. Già questa distinzione dovrebbe mettere sul chi va là. Comunque andiamo avanti con il ragionamento.
Ecco dei lavoratori(non importa se non li leggete tutti: è solo per dare un’idea):
bracciante agricolo, calzolaio, cameriere, camionista, carbonaio, carpentiere, carrozziere, cavatore, cenciaiolo, centralinista, colf, commessa (conciatore, decoratore, ebanista, elettrauto, elettricista, fabbro, fonditore, fornaio, garzone, giardiniere, giostraio, infermiere, intarsiatore, lattoniere, lavandaia, lavapiatti, macellaio, magazziniere, maggiordomo, maniscalco, manovale, materassaio, minatore, mondina, mozzo, mugnaio, muratore, necroforo, netturbino, operaio, panettiere, pescatore, pescivendolo, piastrellista, pornostar, portinaio, postino, rottamaio, scalpellino, spogliarellista, stagnino, stalliere, tassista, telefonista, verniciatore, vetraio, zampognaro)
“Nobilitare” lo copio da un dizionario “ Elevare spiritualmente o moralmente qlcu. o qlco., conferendogli dignità, prestigio”. Per quanto io mi sforzi non riesco ad abbinare al lavoro la condizione di “nobiltà”. A “nobiltà” ci abbino di più l’immagine di uno che non fa nulla.
Se penso ai lavoratori vedo gente onesta che fatica, che suda, che si arrabbia, che viene umiliata e, a volte, che umilia. Vedo gente preoccupata e a volte disperata perché perde il lavoro. Non perché perde la nobiltà, ma perché perde la pagnotta, la sicurezza di una vita almeno dignitosa.
“Nobilita”: nel senso che rende l’uomo degno di rispetto, paragonato a chi non lavora?
Mi andrebbe bene se il non lavorare fosse sempre una scelta e significasse vivere volontariamente alle spalle degli altri.
Mi andrebbe bene se non vedessi quanta gente non lavora (e chiama “lavoro” il comandare agli altri di lavorare), vive sfruttando il lavoro altrui ed è servita e riverita. Certo, investono tanto denaro. Certo, hanno tante responsabilità. Ma conosco parecchi ai quali garberebbe avere quel tipo di problema invece di avere il problema di arrivare in fondo al mese, tirando la cinghia.
Il discorso è complesso e si può solo sfiorare.
Diamo sempre per scontato e per ovvio quello che, a ben guardare, non lo è mica tanto. I ricchi e i poveri ci sono sempre stati. Nel medioevo c’erano i nobili e quelli che lavoravano per mantenerli. Non siamo più nel medioevo, ma c’è poi tanta differenza? Ci rendiamo conto dell’abisso di qualità della vita che esiste nel nostro tipo di società? Va bene le differenze, vanno bene i diversi talenti, va bene tutto, ma quando è troppo è troppo. Uno muore di fame e fruga nei cassonetti e una altro si beve una bottiglia di vino da mille euro. A me non va giù.
“Il lavoro nobilita l’uomo”: secondo me è una frase messa in giro da chi vuole sfruttare gli altri, e mentre li sfrutta, li convince del fatto che, però, si stanno nobilitando. Anche se spalano il letame dei cavalli del padrone della villa.
Per la maggior parte della gente, oggi come ieri, il lavoro non solo non nobilita, ma non gratifica, e, anzi, stressa, stanca, frustra.
Sarebbe bello poter lavorare nelle migliori condizioni, trovando gratificazioni e soddisfazioni. E senza essere sfruttati.
Sarebbe bello che lavorassero tutti, che quando uno è stanco si potesse riposare, quando è malato potesse davvero stare a casa, senza essere chiamato assenteista e fannullone.
Magari da quelli che lavorano molto meno.
È la cultura che nobilita l'uomo. L'onestà, la gentilezza, il rispetto, la solidarietà nobilitano l'uomo. Il lavoro viene di conseguenza. Vorrei lanciare almeno cinque frasi nuove: la cultura nobilita l'uomo, l'onestà nobilita l'uomo, la gentilezza nobilita l'uomo, il rispetto nobilita l'uomo, la solidarietà nobilita l'uomo.
Se si diffondessero forse la gente comincerebbe a pretendere un mondo diverso.

lunedì 6 dicembre 2010

L’essere umano è dentro di noi. 133°

Se dico “Isabella Milani” a chi penso? Penso a me stessa. Lo stesso vale per ognuno di voi. Sembra una cosa scontata, ma non lo è. Provate a pensarci, se non lo avete già fatto.
Se volessi raggiungere l’essenza di me stessa, di Isabella Milani, dove dovrei cercarla? Il nucleo, il nocciolo duro, chiamatelo come volete. Qual è? Quello che penso? Quello che sento e provo? Il mio corpo? L’insieme di corpo e mente?
Io mi ci perdo, in questo discorso. Ma non mi interessa Isabella Milani. Voglio capire l’essere umano. Tutti gli essere umani. Trovare la loro essenza.
Rifletto sul fatto che io ho un viso, dei capelli, degli occhi, un corpo, un neo, una piccola cicatrice su una mano. Ma non sono io, quel corpo. Sono dentro a quel corpo. Non sono i miei vestiti. Li indosso soltanto. Ho una casa, ma non sono io, quella casa. Ci abito soltanto, magari temporaneamente. Ho una macchina. La uso.
Ci ho pensato: io sono quello che penso. Quello che provo. I miei ricordi, le speranze e le paure. L’amicizia che offro agli altri, i consigli che do e quelli che chiedo. Le risate, le delusioni, la rabbia che provo quando mi sento impotente. L’entusiasmo. Io sono tutto quello che mi hanno insegnato, quello che so fare e quello che vorrei saper fare. Le cose che scrivo. Sono le mie debolezze, le mie idee, il mio coraggio, la mia perseveranza, la mia ostinazione, la mia gentilezza e la mia pignoleria.
Allora, se questo è vero, penso che l’essere più vero sia quello che è dentro di noi. Tutto il resto è un involucro. Come il pacchetto più o meno infiocchettato che contiene l’oggetto. La carta da regalo rossa e il fiocco dorato fanno una bella impressione, ma il regalo è dentro.Può essere bello o brutto.
Un uomo o una donna sono quello che sono, indipendentemente dal loro corpo, dai loro abiti, dalle case in cui vivono, dalle macchine che guidano.
Allora un uomo può essere straordinario anche se è ospitato da un corpo imperfetto, o malato; e non importa se il colore della sua pelle è chiara o scura, se è nato qui invece di là, se è povero o ricco; se vive in una villa o in una baracca; se guida un’automobile di lusso o cammina scalzo. Perché lui, l’essere umano vero, non è niente di tutto ciò che è fuori. Lui è quello dentro.
Questo vuol dire, per esempio, che un imbecille è un imbecille, anche se si trova dentro un corpo curato, se possiede mezzo mondo, se è potente.
Ecco, questo pensiero mi fa piacere. Allora tutto torna.

venerdì 3 dicembre 2010

Standing ovation. 132°

Sarebbe interessante capire il perché di tutte le standing ovation che ci propina ogni giorno la televisione. O alle persone del pubblico piace proprio standingovationare o ci vengono costrette. Opto per la seconda ipotesi.
Dico la verità: non lo sopporto più.
Ci si alza in piedi in religiosa standing ovation per bambini di dieci anni che cantano, come per il più grande tenore del mondo. Standing ovation per il concorrente che lascia la casa del Grande Fratello di turno, come per chi prende il nobel per la medicina (o per quello niente?); standing ovation per la notizia in diretta della morte di un grande regista, ma anche per la buona prova di uno sconosciuto concorrente di un X factor.
La standing ovation dovrebbe essere un’attestazione di stima straordinaria che si riserva a prestazioni eccezionali o a persone di grandissimo spessore artistico o morale. È diventata un’inflazionata pagliacciata che non ha più alcun valore. Quando un grande artista farà qualcosa di livello eccelso ci toccherà inventare qualcos’altro, per esempio stare tutti muti, perché è impensabile riservargli lo stesso applauso che abbiamo rivolto a un bimbetto che canta bene.
Questa società televisiva riesce a rovinare tutto quello che ha a che vedere con la cultura. Si è appropriata della standing ovation e l’ha resa inutile.
Si è appropriata dell’applauso e lo usa in ogni dove: chiunque faccia uno starnuto un po’ più rumoroso viene applaudito. Sono rimasta sbalordita in chiesa nell’assistere a Comunioni e Cresime salutate da festanti applausi. Non riesco ad abituarmi all’assurdità degli applausi del pubblico che saluta il feretro che passa, come se fosse la fine di uno spettacolo e non la fine di una vita.
Non ci si può stupire del fatto che qualche volta gli alunni accennino a farmi un applauso quando dico qualcosa che a loro piace particolarmente.

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