La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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venerdì 30 marzo 2012

Ma l’amore criminale è amore? 295°

Ogni tanto i giornali e la televisione si mettono a disquisire allarmati sulle donne assassinate dagli uomini. Leggo che ne viene ammazzata una ogni due giorni. Non da uomini qualsiasi, di solito, ma dai loro uomini. In quel caso lo chiamano “Amore criminale”. Ma l’amore criminale è amore? Questa espressione non suona un po’ come una giustificazione, una nobilitazione dell’assassinio?

Gli uomini che uccidono le donne sono quelli che non accettano che la donna li rifiuti, che si ribelli, che voglia lasciarli. Non importa se la donna ha o non ha un altro uomo. Esiste la possibilità che venga usata da un altro e questo basta.

L’uomo impazzisce di gelosia, o di rabbia e non riesce a tollerare l’idea di una vita con la vergogna di essere stato rifiutato. Un vero uomo “non deve chiedere mai”; se è virile la donna lo deve volere, deve essere felice di stare con lui, con un vero maschio. Un vero uomo ha tutte le donne che vuole senza dare in cambio che il suo essere maschio. Che motivo assurdo può avere una donna di rifiutare un uomo vero? Oltretutto lui la mantiene, le dà da mangiare, la veste e a volte le fa anche dei regali. E se la sposa? Ah, allora sì che deve essere felice! Lui fa vedere a tutti che quella è la sua donna, la madre dei suoi figli. Figli dalla paternità certa. Perché se così non fosse, significherebbe che lei ha preferito un altro, uno che lei ha preferito come maschio. Gli altri uomini lo saprebbero tutti, al bar, al lavoro, in piazza. Bisogna che un uomo picchi la sua donna, se ha dei grilli per la testa, se fa la stupida con un altro, se guarda un altro. Deve sentire il polso del vero uomo. Deve capire chi comanda. Si sa che una donna, più la picchi e più ti ama. Un po’ le piace essere picchiata. Vuol dire che il suo uomo le vuole bene. La picchia, perché ci tiene, a lei. Sicuramente farà vedere i segni alle amiche. Come lui da ragazzo faceva vedere i succhioni sul collo.

E a volte bisogna darle una lezione violentandola, facendole vedere chi sta sopra e chi sta sotto. In fondo le piace. Alle donne piace essere sottomesse. Alle donne piace essere toccate dagli uomini. Che non vengano a dire che a loro non piace. Fingono di arrabbiarsi, ma sono contente. Una bella pacca sul culo piace a tutte. Quindi non c’è niente di male, se dai una toccata. Ma non alla moglie di un altro. Perché se quella si fa toccare è una puttana e deve essere punita. Perché una donna è del suo uomo. Non c’è altro da aggiungere.

L’uomo è uomo e ne ha approfittato, ma lo ha fatto perché la donna è una puttana.

E va ammazzata di botte.

O va ammazzata.

Non sono "uomini che odiano le donne". Sono uomini educati a considerare la donna come un essere inferiore, di loro proprietà.

Altri post

Mi picchia ma lo amo ancora tanto

Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone.


martedì 27 marzo 2012

“Questa volta mio figlio ha ragione ma è stato punito lui”. 294°

Un lettore, che chiamerò Giuliano, mi scrive:

“Salve le voglio raccontare una storia capitata più volte a mio figlio che è sicuramente asino a scuola e anche confusionario agli occhi di tutta la classe ma che però vorrei chiederle consiglio di come comportarmi se dovesse ricapitare cosa dire o fare per non peggiorare le cose , ecco la storia sempre la stessa tre volte un compagno di mio figlio bravissimo a scuola canta bene gioca benissimo a pallone non disturba mai nessuno santo insomma agli'occhi di tutti.allora una volta gli toglie la sedia da sotto il sedere a mio figlio e cade tutti ridono e ovviamente il prof non c'è ma mio figlio si alza e gli da uno spintone e l'altro piange il prof quando arriva che succede punisce ovviamente mio figlio, due mio figlio vicino di banco sempre dello stesso ragazzo fa cadere una penna quando la raccoglie sbatte il banco e fa sbagliare il compagno che lo insulta con nomi orribili mio figlio che fa gli sputa e chi viene punito una settimana da solo a far ricreazione' il mio , non che dico è male che il mio sia stato punito ma come parlare ai prof. che sarebbe a mio avviso giusto punire anche chi istiga, sbaglio a dire così ma ho paura che poi pensino che voglia insegnargli.questa volta però mio figlio ha ragione grazie a presto”

Gentile Giuliano, non posso valutare quello che lei mi racconta, perché non ho tutti gli elementi, ma posso fare qualche osservazione, anche di carattere generale: suo figlio è "sicuramente asino a scuola e anche confusionario agli occhi di tutta la classe". Questo fa pensare che disturbi spesso la lezione.

Il ragazzo "bravissimo a scuola" gli ha tolto la sedia da sotto il sedere. Suo figlio cade e tutti ridono. Lei è sicuro che suo figlio non lo abbia fatto altre volte agli altri? forse il prof lo ha visto fare scherzi di questo genere lui stesso. Come risposta, lui "si alza e gli dà una spinta". A lei sembra una reazione logica. Invece suo figlio avrebbe dovuto non dare spinte e, all'arrivo del professore, denunciare l'accaduto. Non si danno spinte, mai: può essere molto pericoloso, e gli insegnanti fanno di tutto per scoraggiare comportamenti pericolosi.

Suo figlio fa cadere una penna e rialzandosi dà un colpo al banco: lei sembra giudicare questo un caso, una cosa che può capitare a tutti, ma io posso dirle che normalmente questo accade solo ai ragazzi che si muovono senza alcuna attenzione, e, visto che suo figlio è un ragazzo vivace, l'insegnante ha pensato, forse, che avrebbe dovuto muoversi con più cautela. In classe, quelli ai quali cade sempre la penna, poi il diario, poi tutti i libri, poi l’astuccio (con conseguente disturbo alla lezione) sono quasi eslusivamente i ragazzi che si annoiano, che non stanno attenti, che si muovono con poca attenzione agli altri. Ai ragazzi che hanno un comportamento corretto e attento capita molto raramente.

Il compagno gli rivolge “nomi orribili”(ma quanto orribili potranno essere?) e suo figlio gli sputa. Ma come si può accettare che un ragazzo sputi ad un altro? Lo sputo è un gesto di grandissimo disprezzo, ed è molto volgare. Lei non fa riferimento alla gravità dello sputo, ma vede solo il fatto che il compagno ha reagito maleducatamente con “nomi orribili” e l’ingiustizia dell’insegnante che toglie l’intervallo al suo e non punisce l’altro.

Ecco il mio suggerimento: concentri l'attenzione sul comportamento di suo figlio, perché qui mi sembra che si tratti di un ragazzo difficile. Posso dirle che se fosse capitato a me un ragazzo che sputa ad un altro io avrei rimproverato il ragazzo che ha reagito, e gli avrei scritto sul diario "ha insultato un compagno", e per il ragazzo che sputa avrei proposto tre giorni di sospensione, e non avrei tolto l’intervallo (perché, a parte che sarebbe stato un provvedimento disciplinare troppo leggero, non sono d’accordo con chi lo toglie, perché credo che l’intervallo sia una necessità).

Nella Scuola è importante che i genitori lascino fare agli insegnanti e intervengano solo in casi gravi. Sono gli insegnanti quelli che devono giudicare chi punire, perché, e quando. Ma prima di tutto, i genitori devono intervenire a casa con i loro figli per educarli al rispetto e all'impegno.

Spero di esserle stata utile. Mi faccia sapere.

sabato 24 marzo 2012

“Quando i genitori diventano aggressivi”. 293°

Nuccia mi scrive:

“Cara professoressa Milani, vorrei chiederle un consiglio per una cosa che mi è successa e che mi ha mortificato, un po’ anche spaventata. Soprattutto perché non riesco a digerirla. E voglio dirle che non sono una novellina perché insegno da quasi vent’anni.

Una settimana fa è venuto a parlare con me il padre di un ragazzino di prima. Il ragazzino è molto timido, taciturno; tende a stare nel suo mondo, a volte sorride e non si sa a chi e perché. Insomma è un po’ strano, ma a scuola se la cava abbastanza bene. Il padre, invece, elegante e con l’atteggiamento del direttore di qualche azienda, è completamente diverso. Appena si è seduto ha cominciano a fissarmi infuriato come se mi volesse uccidere e ha cominciato, in modo molto aggressivo a versarmi addosso un mucchio di accuse, senza darmi il tempo di replicare. In sostanza, mi ha detto:

- Ho trovato gravissimo che lei lo abbia interrogato insieme ad altri due ripetenti. Lei non può accostare mio figlio a ragazzi ripetenti.

- Lei ha interrogato mio figlio perché non aveva fatto il compito, mentre il compito lo aveva fatto.

- Non doveva chiamare proprio lui, perché anche altri non lo avevano fatto.

- Lei e gli insegnanti di questa classe non siete organizzati: c’è chi dà tanto compito e chi non dà niente.

- La madre di mio figlio è maestra e ha insegnato lei a mio figlio a studiare in un certo modo e ora lei si permette di dire a mio figlio che deve studiare in un altro modo

- Lei ha dato 5 a mio figlio: voglio sapere se dà 5 o 4 anche a quelli che sanno meno di lui

- Lei ha chiesto ai suoi colleghi come va il ragazzo con loro e non aveva il diritto di farlo perché adesso lo avete già bollato

- Trovo assurdo che in classe ci siano tanti alunni in difficoltà.

- Trovo inconcepibile che mi riceva qui, in questo tavolinetto in corridoio

- Andrò a parlare con la dirigente.

Tutto questo puntando il dito con grande rabbia. Non ho potuto neanche replicare, se non per dire “stia calmo, mi lasci spiegare”.

Poi è andato dalla dirigente che gli ha garantito che la seconda la farà in un’altra sezione, senza neanche chiamarmi per chiedermi spiegazioni. Sono arrabbiata e mi sento in colpa per non essere riuscita a rispondere. Che cosa ne pensa?

Tanti saluti e grazie del tempo che vorrà dedicarmi”. Nuccia.

Cara Nuccia,

evidentemente è un uomo abituato a comandare tutti a bacchetta (e non vorrei essere nei panni né dei suoi sottoposti, né di sua moglie (la maestra), né delle maestre o maestri che hanno insegnato al bambino, né, soprattutto, di suo figlio. Avrà detto “Ah, sì? Ora la metto a posto io la professoressa! Come si permette?”

Intanto è convinto del fatto che ci sia un modo di insegnare giusto e uno sbagliato (e che lui sappia qual è quello giusto): non è vero, perché lo scopo finale (che è quello di rendere i ragazzi preparati, capaci di comportarsi correttamente, di conoscere i propri pregi e i propri difetti, per potersi poi orientare nella realtà, scegliendo la strada migliore) si può raggiungere in modi diversi. Dunque, quel genitore dovrebbe sapere che c’è chi ritiene giusto e utile dare dei compiti a casa e chi invece pensa che sia meglio farli lavorare in classe. Non è una questione di organizzazione, ma di libertà di insegnamento. In questa ottica si capisce che l’insegnante deve essere libero di interrogare chi vuole, quando vuole, dando il voto che ritiene giusto: personalmente interrogo chi non studia con una frequenza almeno tripla rispetto agli altri. E non mi sento di fare un’ingiustizia, ma una azione di recupero.

Quel padre dovrebbe sapere che la madre, anche se maestra, non è l’insegnante di suo figlio. E il pretendere di insegnare al figlio come si studia non è un’ingerenza della professoressa nel lavoro della madre, ma il contrario.

Il padre aggressivo dovrebbe sapere che gli insegnanti si scambiano spesso opinioni sui vari ragazzi, perché l’insegnamento è anche un lavoro di equipe, e ognuno di noi deve rendere conto di quello che fa agli altri perché il volto viene dato collegialmente, soprattutto quello di condotta. Quindi è un nostro dovere, quello di chiedere agli altri docenti come va un ragazzo.

“Trovo assurdo che in classe ci siano tanti alunni in difficoltà”: su questo gli do in parte, ragione. Nelle classi ci dovrebbero essere pochi alunni, soprattutto se ci sono alunni in difficoltà. E solo così poi ci si potrebbe chiedere se è stato fatto abbastanza. Ma forse quel padre avrebbe voluto che la classe di suo figlio, quel figlio che non può essere accostato ad alunni ripetenti durante una interrogazione, fosse epurata dagli alunni difficili, ripetenti o portatori di handicap.
Quando dice “Trovo inconcepibile che mi riceva qui, in questo tavolinetto in corridoio, mi trova d’accordo: ci vorrebbero maggiori spazi e risorse per offrire ai genitori un luogo accogliente per parlare in tranquillità. Ma non è colpa nostra, se non ci sono.

Infine: “Andrò a parlare con la dirigente.”: minaccia risibile. Il dirigente fa quasi sempre quello che vogliono i genitori urlanti, specialmente se sono ricchi e di una qualche potenza, cioè quelli che possono servire, o dare lustro alla scuola con la loro presenza (nella nostra scuola c’è il figlio del primario di Chirurgia, la figlia del notaio Tal de’ Tali, il figlio del sindaco, ecc.) o procurare grane. Trovo assurdo permettere a un genitore di far cambiare sezione con queste motivazioni, ma accade. Non ti arrabbiare per questo. Parlane al dirigente, o a tutti in collegio docenti.

Per quanto riguarda la frase “Ho trovato gravissimo che lei lo abbia interrogato insieme ad altri due ripetenti. Lei non può accostare mio figlio a ragazzi ripetenti.”, credo che sia un’affermazione gravissima. Lui avrebbe voluto che tu emarginassi i ripetenti (e sicuramente anche i ragazzi con dei problemi) e li tenessi distanti dai ragazzi “normali”, “di buona famiglia”. Questo ti dice tutto di questo padre modello. Il suo sistema educativo si capisce molto bene. Dovresti essere grata a quel padre che ti ha fatto capire perché il bambino è così timido e strano.

Gli ha insegnato che si può risolvere con l’aggressività qualsiasi seccatura, che l’insegnante è ingiusta e incapace, che se qualcuno osa pensare con la sua testa ci si deve vendicare, che ci sono compagni ai quali non deve stare neanche vicino perché sono inferiori (e quindi che lui è superiore perché figlio di un grande padre).

Cara Nuccia, quello che ti è capitato può capitare a tutti noi. Che cosa fare? Se il genitore è arrabbiato per i soliti problemi “Lei ha detto, lei ha fatto, lei ha chiesto”, è tuo dovere cercare di spiegargli le cose in modo che capisca che non deve temere che suo figlio sia maltrattato. (Se maltrattassi davvero il figlio ha ragione e ti devi scusare).

Se il genitore, come in questo caso, è aggressivo e temi per la tua incolumità fisica, devi (immediatamente, appena te ne accorgi) dire “Mi scusi un attimo”, poi vai a cercare un collega qualunque (in una classe, in sala professori o, meglio ancora, rivolgerti al dirigente) e chiedere al genitore di continuare a parlare in presenza di un collega o del dirigente.

Non ti sentire in colpa, Nuccia, per non essere riuscita a rispondere. Quando si viene aggrediti in un modo che non ci si aspetta, accade a tutti di rimanere senza parole.

Continua per la tua strada e non ci pensare più. La prossima volta, se succedesse, sarai preparata.

giovedì 22 marzo 2012

È primavera (ma non ce ne accorgiamo più). 292°

Indipendentemente dallo spread, è primavera. Indipendentemente dall’articolo 18, dalle liberalizzazioni, dall’ennesima svolta nelle indagini del delitto di via Poma, dalla morte di personaggi famosi e di persone comuni, è primavera.
“Primavera” significa “prima volta”. La prima volta della natura, la sua prima rinascita. La vita rinasce, nonostante tutto. Nonostante tutto il male che riusciamo a fare alla Natura noi Uomini ingrati.
Nel mondo contadino era importante, la primavera. Oggi anche il mondo contadino si crea artificialmente la sua primavera, e così, è primavera, ma non ce ne accorgiamo più, immersi come siamo nel cemento e nelle preoccupazioni.
Ma io voglio ricordarmelo, che è primavera. Di nuovo. E guardo il mondo a primavera, con gli occhi della mente. E vi porto con me.
Dall’alto di una collina, giù per un prato, incontro il verde chiaro dell’erba fresca, e un albero fiorito, un pruno, un amolo bianco rosato. Più lontano i boschi sono verdi. Salgo in montagna. Gli anemoni di montagna ci sono già, bianchi e gialli. Sono spuntati fra l’erba come sempre, ignari di quello che ci tormenta quaggiù. E il muschio, nascosto nell’ombra umida, si fa più verde, e l’edera comincia a riempirsi di foglie.
Il rosa ciclamino dei ciclamini che spuntano fra l’erba ancora secca è una piacevole sorpresa. Il profumo è intenso. E le violette, piccole e preziose, profumate di quell’odorino strano, un misto di caramella alla violetta e di terra bagnata, che adoro, sono un po' dappertutto.
C’è un ruscello che scorre. Cerco i ranuncoli. Eccoli lì, ci sono. Sono gli stessi, semplici e belli per quel giallo lucido che forma dei tappeti, di quando ero piccola e andavo a coglierli con le mie amiche.
Torno giù. Nel cortile stanno sbocciando i fiori bianchi del mandorlo, e la forsizia riempie di giallo il giardino, aiutata dalla mimosa, un po’ più in là, del giardino dei miei vicini.
Si stanno risvegliando i susini e gli albicocchi, e l’aria comincia a farsi profumata di erbe e di fiori.
So che gli uccelli stanno facendo il nido, le tartarughe stanno svegliandosi dal letargo, e comincia per tutti la stagione degli amori.
È primavera. Avrà pure un significato tutto questo fiorire di vita, questo rinascere che vince ogni bruttura e ogni mala azione dell’Uomo.
Speriamo che sia di buon auspicio. Buona primavera!

martedì 20 marzo 2012

Insegnare ad essere onesti: si può? 291°

Si può insegnare ad essere onesti? Pensiamoci.
“Onesto”, secondo il dizionario, ha il seguente significato: “ Riferito a persona, che si attiene a principi di integrità morale, di giustizia, di rettitudine: un politico onesto; coscienzioso nello svolgimento di un lavoro, scrupoloso e non troppo costoso: un falegname onesto.”
“Disonesto”, invece, è chi “compie azioni illecite o immorali per interesse: un uomo disonesto”.
Secondo me dovrebbero togliere l’esempio “politico onesto”. Oddio, qualcuno c’è senz’altro, ma prendere proprio il politico come esempio di onestà mi sembra una presa per i fondelli.
Se penso alle espressioni “un politico onesto”, “un commerciante onesto”, “un funzionario onesto”, rimango perplessa, perché ho ancora negli occhi e nelle orecchie tutto quello che sento in televisione e leggo sui giornali. La gente che ruba, che imbroglia, che frega sembra essere molta di più di quella onesta. Lo stesso capita senz'altro ai ragazzi che leggono.
Unire “coscienzioso nello svolgimento di un lavoro” e “scrupoloso” con “non troppo costoso” appare poi una contraddizione in termini.
Diciamo pure che anche l’espressione “integrità morale” risulta piuttosto oscura. Ma che cos’è l’integrità morale? “Rimanere fedele a dei princìpi oppure a delle norme di condotta in ogni tempo. Questo vuol dire non fare mai dei compromessi per ricevere un trattamento migliore”.
Fa ridere. Quanti e quali esempi abbiamo davanti agli occhi, di “integrità morale”?
Dobbiamo insegnare ai nostri figli e ai nostri alunni ad essere moralmente integri? E come facciamo? Quali esempi possiamo fornire? È, oltretutto, conveniente o si rischia di farne dei disadattati destinati a essere derisi, a soccombere in una lotta impari contro gli imbroglioni, i disonesti o anche, semplicemente, i diversamente onesti?
E la giustizia? Come possiamo insegnare ad essere giusti se tutta la società viene accusata di essere ingiusta?
I professori vengono additati dai genitori come “ingiusti”: con che coraggio e autorevolezza possono insegnare ad essere giusti?
La rettitudine è “la virtù di chi non si discosta dalla retta via”, quella dell’onestà. Ma la società è abituata allo slalom fra una onestà e l’altra: quello che è onesto per me non lo è per te e viceversa. La nostra è un’epoca in cui tutto è relativo. L’onestà? È relativa. Dipende dalle circostanze, nell'epoca della flessibilità.
Genitori e insegnanti (troppi) mostrano ai ragazzi che le leggi a volte sono stupide e quindi bisogna aggirarle, adattandole ai nostri bisogni: "non si può duplicare il CD? Ma costa troppo ed è giusto farlo! Che abbassino i prezzi!" Lo avete mai sentito dire?
Il regolamento della scuola stabilisce che non si può uscire in cortile durante l’intervallo? “Va bene, ma è caldo, c’è una bella giornata, andate pure…”. Non si può usare la macchina del caffè dopo l’intervallo? “Il professore mi ha dato il permesso di prendere il caffè fuori orario”.
I ragazzi ascoltano e imparano.
Oggi rubare pare sia diventata pratica comune, e i media pubblicizzano i furti e gli imbrogli a gran voce. Si ruba con disinvoltura: rubare è diventato sempre più facile. Il ladro non è più soltanto quello che si mette una calzamaglia e un passamontagna e di persona a scassinare le porte e le casseforti. Adesso di ruba su internet e via internet. Ladri tecnologici.
Provate a cercare su internet “come rubare”, “come scassinare”, “come falsificare una firma”, “come scaricare illegalmente film e musica”, “come piratare”, “come rubare una macchina”, “come rubare un’auto dotata di antifurto”, ecc. e scoprirete ogni tipo di tutorial, perfettamente visibile a tutti, come se si insegnasse a fare le ciambelle con il buco.
Questo è quello che vedono i nostri ragazzi. E poi vengono informati del fatto che c’è chi falsifica i documenti per non pagare le tasse, che quel politico ha rubato, che quell’altro ha comperato il silenzio di tanti per continuare a rubare indisturbato, che un medico ha falsificato i certificati, un professore universitario ha venduto delle lauree, uno sportivo ha truccato le partite. Altro che onestà e integrità morale!
Perché i ragazzi dovrebbero pensare che rubare è tanto brutto?
Non diamo sempre la colpa a loro.
Si può insegnare ad essere onesti? È molto molto difficile. Oggi.

lunedì 19 marzo 2012

Quando i ragazzi chiedono aiuto. Terza parte. 290°

Camilla mi scrive:
“Ciao molto piacere, sono una ragazza di 14 anni.
Sono sempre stata una ragazza molto sveglia e intelligente, solo che a scuola spesso non mi applico per la mancata voglia. Quest'anno è il primo anno di superiori..avevo iniziato con ragioneria ma c'erano quelle due o tre materie dove ci voleva un po' più d'impegno e quindi ho deciso di lasciare tutto e andare al liceo linguistico! Penso di aver fatto un grandissimo sbaglio, ho preso una scelta troppo affrettata, ho lasciato tutto, avevo una classe stupenda che mi manca ogni giorno di più: mi svegliavo la mattina e non vedevo l'ora di andare a scuola (mai successa una cosa del genere); ora mi ritrovo in una classe dove la gente mi odia perchè fumo e quindi ho solo quelle 2 persone in croce con cui ho un minimo di confidenza, questo un po' mi dispiace, la gente sa solo giudicare, ma io comunque sia non mi abbasso ai loro livelli e di certi non mi metto a prenderli per il culo come fanno loro con me perchè io sinceramente mi ritengo superiore a loro dal momento che si comportano così ;)
E tutti i giorni mi faccio la domanda: perchè ho cambiato scuola?
Sono stata stupida perchè lo so che io se voglio posso avere degli ottimi risultati, solo che non avevo voglia eppure io non ho bisogno di passare giornate a studiare per mettermi in testa qualcosa..anzi mi basta pochissimo..sono stata stupida
E la cosa più triste è il fatto che sta scuola non mi piace nemmeno, si mi piacciono le lingue! ma mi piace sentirle parlare da un madrelingua con l'accento corretto, non studiacchiarle così a scuola e arrivare in quinta liceo con una preparazione delle lingue insufficiente per poter conversare con un tedesco, un francese, uno spagnolo, se vuoi davvero imparare una lingua la cosa migliore da fare sarebbe: fare le valigie prendere un aereo e andare e andare in Spagna se vuoi imparare lo spagnolo, in Francia se vuoi imparare il francese ecc ecc
Non so cosa fare... ho bisogno di un consiglio..di un conforto.. che mi spinga a studiare, a trovare la voglia di studiare!

Nessuno è mai stato capace di farlo, lo chiedo a lei perchè è una professoressa e penso e spero che possa aiutarmi...grazie mille. Camilla”
Cara Camilla,
se hai letto il post 287° ti sarai accorta di non essere sola. Ci sono molti studenti come te, che non riescono a trovare la voglia di studiare.
Allora, ti aiuto a capire. Qualsiasi cosa tu debba fare nella vita, per farla volentieri devono esserci due condizioni: conoscere la causa e conoscere lo scopo.
1. la causa: sapere perché la stai facendo, cioè avere ben chiari i motivi per cui hai deciso di farla (quindi se non hai deciso tu, per esempio, non riesci a farla)
2. lo scopo: avere (e conoscere qual è) un obiettivo più o meno lontano per raggiungere il quale valga la pena di faticare.
L’interesse non ci può essere se non decidi tu di fare una cosa. E non ci può essere se ciò che devi fare non ti piace. Non sempre i genitori hanno la preparazione per guidare i figli a capire e a scegliere qual è la loro strada. A volte impongono loro delle scelte - in buonafede-; altre volte lasciano fare senza ragionare insieme a loro. E non sempre gli insegnanti riescono ad insegnare agli alunni come capire se stessi e trovare un scopo per studiare.
Quindi, cara Camilla, vuoi sapere perché hai cambiato scuola? Perché speravi di trovare all’esterno un motivo per studiare. Dici che hai sbagliato. Non hai sbagliato a scegliere la scuola; hai sbagliato ad illuderti di trovare la voglia di impegnarti cambiando scuola, ma non atteggiamento. Neppure prima di scegliere questa strada ti sei chiesta qual era la causa e qual era lo scopo. Quindi sei daccapo. Adesso non studi e dai la colpa alla nuova scuola, ma non è lì che devi cercare i motivi della tua situazione, ma in te stessa. Cerca di capire chi sei e che cosa vuoi davvero. Non è colpa tua, Camilla. Non lo sai ancora fare, ma se sei una ragazza molto sveglia ed intelligente, riflettendo a quello che ti consiglio, vedrai che troverai come fare per trovare i motivi per studiare.
Non puoi pensare di avere successo se non ti impegni. Leggi il post 287°, dove ho spiegato a Clara, che "gli stimoli, a 17 anni, te li devi dare tu. Tu devi trovare la forza per faticare, per accettare la noia, la stanchezza, la frustrazione che a volte porta lo studio. Studiare è fatica: che cosa ti fa pensare che si possa imparare la geografia viaggiando? Hai un’idea di quanto ti ci vorrebbe per toccare con mano, vivere cinque pagine di geografia? Di scienze? Di storia dell’arte? Quanto ti ci vorrebbe per imparare una lingua dal nulla, direttamente nel Paese dove si parla? Come faresti? Quando? Con quali mezzi?
La cultura si fa prima sui libri, sui banchi, sulle sedie. La insegnano i maestri e i professori, che fanno questo, di lavoro. C’è chi lo fa meglio e chi lo fa peggio. Come per tutti i mestieri e le professioni."
Infine, dici che nella nuova scuola sei emarginata perché fumi e ti comporti un po’ al di fuori delle righe:non lo fare. Anche per fare questo hai bisogno di conoscere le cause e lo scopo. Smetti di fumare e cerca di integrarti, non di autoescluderti. Non devi sentirti né inferiore né superiore. Devi cercare di capire gli altri e di farti capire. Integrarti ti farà bene alla salute e all'umore, vedrai!
Spero di aver risposto alle tue domande, anche se in ritardo. In bocca al lupo!
Fammi sapere!

mercoledì 14 marzo 2012

“Ho 23 bambini. Non posso stare dietro a vostro figlio”. 289°

Antonella e Pietro mi scrivono:

“Gentilissima Professoressa Milani,

siamo genitori adottivi di 2 bambini provenienti dall'estero di 8 e 6 anni e che abitano con noi da circa 1 anno e mezzo. Premetto che non hanno più alcun problema di lingua e socializzazione con altri bambini. La bambina di 8 anni è molto brava a scuola e non crea alcun problema, mentre il bambino di 6 anni, che frequenta la 1^ elementare, quasi giornalmente sul quaderno riporta una nota della maestra con la scritta " LAVORO INCOMPLETO. ...MALE !, NON HA LAVORATO......MALE!". Voglio precisare che la maestra si limita a scrivere le note sul quaderno ma non ha mai chiamato noi genitori per riferire il comportamento e il profitto del bambino, siamo sempre stati noi genitori che abbiamo contattato la maestra per avere informazioni e la stessa si limita a dire che il bambino non segue la lezione, non sta fermo, pensa a giocare, non copia dalla lavagna, pertanto, lei dice, che avendo 23 bambini non può stare dietro a nostro figlio e quindi deve andare avanti nelle lezioni (detto su due piedi, senza fermari, camminando e molto infastidita) Per cercare di eliminare gli inconvenienti e per aiutare il bambino abbiamo provveduto a mandarlo al doposcuola per essere seguito più da vicino ed effettivamente la maestra del doposcuola ha detto che il bambino ha le capacità intellettive ma deve essere continuamente seguito e stimolato, cosa che fa quest'ultima.

Chiediamo un consiglio a lei Professoressa Milani, di come intervenire nei confronti del bambino, come dovrebbe intervenire la scuola ed il personale docente, se cambiare la maestra che a quanto sembra non l''ha preso a simpatia, o richiedere l'insegnante di sostegno.

La ringraziamo. Cordiali saluti. Antonella e Pietro F.”

Gentili Genitori,

non credo proprio che la maestra di vostro figlio legga il mio blog, perché appare evidente che va per la sua strada senza porsi alcun problema, senza mettersi in discussione, probabilmente sicura che il suo lavoro consista nel portare avanti un programma, anche lasciando indietro chi non ce la fa. Credo che legga piuttosto qualche libro uscito tempo fa che sosteneva l’importanza di mandare i ragazzi difficili a fare l’idraulico o il playboy, perché disturbano i “bravi”.

Sono pienamente consapevole del fatto che a scuola abbiamo troppi alunni, troppe difficoltà e pochissimo aiuto. Ma non può pagarla il bambino. Altrimenti, visto che le risorse della sanità sono state molto ridotte, il medico potrebbe dire: “È vecchio, non vale la pena curarlo. È gravemente malato, ho tanti altri pazienti, non posso curare il suo bambino.”

Se lo leggesse, (e sarebbe bello che si riconoscesse) le chiederei se ritiene che valga la pena di aiutare il bambino; se dicesse di no, le risponderei che può essere denunciata per discriminazione; se dicesse di sì, le chiederei come pensa che possa aiutare un bambino di prima elementare scrivendogli “MALE!” sul quaderno; le chiederei se ha mai sentito parlare di bambini con disturbi dell’apprendimento o del comportamento, o con bisogni educativi speciali; se rispondesse di no, le direi di andare a studiare; se rispondesse di sì, le direi che evidentemente il bambino ha qualche bisogno diverso da quello degli altri e quindi sarebbe bene che si rendesse conto del fatto che lei è la maestra e ha il dovere di aiutarlo, di incoraggiarlo, e non di umiliarlo e demotivarlo.

Invece, se fossi in voi, le chiederei se vuole che togliate il bambino dalla sua classe e dalla scuola. Senza altre parole. “Buongiorno, siamo venuti a chiederle se dedidera che togliamo il bambino dalla sua classe e dalla scuola.”. Uno dei due ci vada con una sorella o un fratello., come testimone. Se ha il coraggio di dire di sì (ma non ce l’ha) la denunciate. Se dice di no, le dite: “Allora le chiedo di impegnarsi un po’ anche per mio figlio, perché a noi non interessa se lei ha tanti alunni. Mio figlio è uno dei tanti alunni della classe, e se ha maggiori difficoltà ha bisogno di maggiore aiuto.”.

Poi fotocopiate le pagine del quaderno e le allegate a una lettera con la quale informerete il dirigente del fatto che la maestra scrive sul diario voti che demotivano il bambino. Chiedete che venga protocollata e fatevi dare il numero di protocollo.

Spero che questo vi aiuti. E spero che lo leggano gli insegnanti che si comportano come quella maestra.




Quando i ragazzi chiedono aiuto. Seconda parte. 288°

I ragazzi chiedono sempre aiuto, quando si trovano in difficoltà, e hanno due modi per farlo.
Lo chiedono con le parole. O lo chiedono con gli sguardi, con il silenzio e con il comportamento. Ed è quasi sempre il secondo metodo, quello che scelgono. Perché quasi mai sono in grado di elaborare il loro disagio tanto da esprimerlo a parole.
Non sono difficili soltanto i ragazzi che si comportano male.
Sono molto difficili anche quelli che non sanno esprimere quello che provano e preferiscono tacere, ritirarsi nel loro guscio, rifiutare i contatti e i confronti.
I ragazzi – gli alunni – che si comportano male sono ragazzi in difficoltà: hanno probabilmente una vita difficile, sono stati cresciuti nell’abbandono; oppure sono stati oppressi troppo, o viziati troppo o lasciati troppo soli. Tutto quello che hanno vissuto è stato “troppo” per permettere loro di diventare ragazzi sereni.
Moltissimi ragazzi hanno dei problemi, soprattutto nell’età difficile dell’adolescenza. Piccoli problemi ed enormi problemi. E noi adulti siamo chiamati a decidere se rispondere alla loro richiesta di aiuto o no. Anche noi insegnanti.
Ci sono, per la mia esperienza, sostanzialmente due categorie di insegnanti: quelli che sentono di avere il dovere di intervenire in qualche modo nella vita dei ragazzi in difficoltà, anche al di là di ciò che accade a scuola; e quelli che ritengono che ci sia un limite invalicabile, oltre il quale non si deve andare perché si rischia di entrare in rotta di collisione con la famiglia.
Il primo tipo di insegnante pensa che, nella veste educatore, un insegnante deve insegnare la sua materia, ma dare anche delle indicazioni per vivere, per distinguere le correttezze dalle scorrettezze, per capire che cosa significa avere coraggio, essere onesti, rispettare. E sente il dovere di proteggere i ragazzi dai pericoli che possono affacciarsi alla loro vita, riservando ad interventi esterni – psicologo, psichiatra, carabinieri- i casi gravi e ingestibili. Con il supporto (e a supporto) della famiglia, se è possibile. O anche senza, se è necessario.
Il secondo gruppo ritiene che l’insegnante non deve cercare di intervenire a livello psicologico, non deve dare indicazioni di vita, non deve intervenire per proteggere dai pericoli o dalle situazioni difficili i ragazzi, ma limitarsi ad informare di eventuali problemi la famiglia, che su questi aspetti ha pieno diritto di avere carta bianca.
Io faccio parte della prima categoria.
Sono consapevole del fatto che il compito di educare sia (debba e dovrebbe essere) della famiglia. Ma ci sono casi in cui il ragazzo è in grave difficoltà, nonostante abbia una famiglia.
Non riesco ad immaginare di non aiutare un ragazzo in difficoltà, perché so che se si trova in difficoltà forse è proprio perché la famiglia, anche piena di buone intenzioni, non riesce a renderlo sereno o, addirittura, può essere l’origine dei suoi problemi.
So bene che i genitori di un alunno al quale di danno indicazioni su aspetti che dovrebbero essere compito della famiglia possono offendersi, perché si sentono rimproverati indirettamente anche loro dagli interventi dell’insegnante, che in qualche modo mette in evidenza una loro mancanza. Per esempio, se si cerca di far capire ad un alunno, con tutta la delicatezza del caso, che puzza tanto che nessuno riesce a stargli accanto, è ovvio che il genitore può seccarsi e offendersi, perché è come dire che manda a scuola il figlio senza controllarlo. (Che è quello che evidentemente accade.) Ma che cosa dovrebbe fare l’insegnante? Lasciarlo puzzare allegramente anche sapendo che si farà il vuoto di alunni intorno a lui? Perché è questo che accade: chi puzza viene emarginato. E, di nuovo, che cosa si dovrebbe fare? Lasciare che i compagni lo emarginino? Obbligarli a rimanere per cinque ore accanto a un compagno che puzza moltissimo? Oppure parlare al ragazzo e spiegare che l’acrilico bla bla, l’età adolescenziale bla bla, può capitare a tutti, bla bla…ecc.?
Se l’insegnante sa che il ragazzo proviene da una famiglia che ha conosciuto la prigione per spaccio di droga e vede che il ragazzo tiene un comportamento simile a quello dei genitori che cosa fa? Lascia perdere e lo lascia andare per la sua strada “perché tanto non ci si può fare nulla”, o “perché i genitori sono persone che fanno parte di un brutto giro e possono darti delle noie”? Oppure rischia e cerca di aiutarlo, anche sapendo che probabilmente non ce la farà?
I problemi per i quali i ragazzi chiedono aiuto, a parole o con il comportamento, sono tanti: vengono presi in giro, tormentati, picchiati dai compagni; oppure sono sempre soli, hanno dei problemi di salute, dei difetti fisici che non accettano; hanno genitori malati, o alcolisti, o assenti, o violenti; o vengono molestati da un familiare, assistono a liti e violenze.
Gli insegnanti del secondo gruppo criticano quelli del primo gruppo, perché partono da un’idea dell’insegnante decisamente diversa: noi siamo lì per insegnare l’italiano, la matematica, la storia, l’inglese. Il resto è compito della famiglia, degli psicologi, degli assistenti sociali e degli psichiatri. È giusto starne fuori. (Ed è sbagliato intervenire.)
Che è anche l’opinione di chi crede che l’insegnante insegni solo la sua materia. Sì, così sarebbe più semplice, meno faticoso e usurante, è vero. Certe situazioni sono davvero molto delicate. Toccandole si rischia molto: di sbagliare, di peggiorare la situazione, di ricevere proteste dai genitori, di essere coinvolti in situazioni difficili. Se non si toccano, si vive più tranquilli, certo.
Ma i ragazzi in difficoltà? Chi li aiuta, se la famiglia non lo fa o non riesce a farlo?

(continua...)

sabato 10 marzo 2012

Quando i ragazzi chiedono aiuto. Prima parte. 287°

Clara mi scrive:
"Cara Prof. Milani,
beh, inizio con il ringraziarla per il tempo che mi sta dedicando, penso che 'grazie' sia una parola fantastica e che sia l'unica da poter attribuire al bel lavoro che sta per fare nell'ascoltarmi.
Quindi, iniziamo.
Allora, sono un pó di mesi che vedo tutto noioso e mi sento 'schiacciata' da quello che vedo e che sento, soprattutto a scuola.
Non mi sento stimolata e mi sento oppressa il motivo è che non mi spiego chi ha dato dei canoni e delle 'regole' all'apprendimento. Perchè non posso vivere le cose che devo imparare? Perchè non posso dar risposta alle mie curiosità senza sentirmi dire 'no, questo non è importante, non devi impararlo'?, Perchè devo star seduta 5 ore ad ascoltare adulti frustrati, stanchi, dove nei loro occhi si legge solo noia e malavoglia nel proprio lavoro?
È dalla seconda media che sento questo senso di oppressione, ma non ero mai riuscita a metabolizzare le parole per spiegare come mi sento e l'altro giorno dopo l'ennesima lite con mia madre è uscito tutto, parlavo e mi veniva da piangere, perchè mi sento tanto sbagliata, ad esempio anche ora sto piangendo.
Il punto è: Perchè a tutti va bene vivere come dei burattini, nascere, crescere, imparare quelle 4 nozioni e crearsi un cosiddetto bagaglio culturale formato dalle cose che impari a scuola o che imparerai all'università, quando a me questo non basta, io voglio uscire, voglio guardare un quadro, capire cosa sentiva cosa provava l'artista quando lo ha dipinto. Andare in un altro stato, imparare la lingua o perfezionarla se già la si conosce, toccare con mano la geografia e la cultura di esso. Ascoltare musica e leggere una poesia della stesse corrente e capire perchè hanno contribuito cosí tanto a quello che abbiamo oggi. Questo mi fa sentire sbagliata, essere diversa.
Ho quasi 17 anni, sono piccola, ancora una bambina, mi dicono gli adulti a cui confido queste cose, ma io non voglio arrivare a 45 anni con un aria rassegnata, il vuoto negli occhi e un infelicità che mi appesantisce sempre piú ogni giorno, come vedo i miei professori.
Quindi, la normalità mi annoia, e la scuola è normale, e ai miei occhi è una prigione, una prigione per la mente.
'Scuola palestra di vita', come posso allenarmi ad essere una donna che farà parte del domani, che darà un contributo alla società con il suo 'bagaglio culturale' quando il brivido piú intenso che mi danno è imparare i primi 12 articoli della costituzione a memoria?
Non trovo stimoli e mi sta causando parecchi problemi.
Spero abbia capito, perchè le cose che vorrei dirle sono talmente tante ahahah :D  Clara.”

Cara Clara,
credo che il motivo per cui tu, a 17 anni, ti senti schiacciata, annoiata, demotivata e confusa consiste nel fatto che la tua giovane età ti porta a pensare a te stessa come se tu fossi il centro del mondo e perché, di conseguenza, non accetti che il mondo non risponda alle tue esigenze. E' normale.
Con il tempo – diciamo qualche anno – ti accorgerai che fai parte di un insieme che segue le regole di una comunità enormemente complessa.
Se tu riuscirai a capire questo concetto, vedrai che starai meglio.
Rileggo le tue domande:
Perchè non posso vivere le cose che devo imparare?
chi ha dato dei canoni e delle 'regole' all'apprendimento?
Perchè non posso vivere le cose che devo imparare?
Perchè non posso dar risposta alle mie curiosità senza sentirmi dire 'no, questo non è importante, non devi impararlo'?
A tutte queste tue domande rispondo “Perché non sei sola. La Scuola non può essere modellata su una sola alunna (o su un solo tipo di alunno). Perché le tue esigenze non sono le stesse di tutti. Perché qualche altro ragazzo, con gli stessi tuoi diritti, ha esigenze opposte alle tue. Perché la Scuola deve rispondere a classi intere di individui diversi che prenderanno strade diverse e, di conseguenza, deve fornire un percorso che possa andare bene per tutti. E perché la Scuola non conosce in anticipo quale strada prenderà ogni ragazzo“.
E non è vero che “a tutti va bene vivere come dei burattini, nascere, crescere, imparare”. Ce ne sono tanti altri, come te. Cercali, e quando troverai altri come te, non ti sentirai più tanto “diversa” e infelice.
Cara Clara, non è detto che quello che si impara a scuola sia perfetto. Anzi. Ma certo non è fattibile neanche quello che vorresti tu: “voglio guardare un quadro, capire cosa sentiva cosa provava l'artista quando lo ha dipinto. Andare in un altro stato, imparare la lingua o perfezionarla se già la si conosce, toccare con mano la geografia e la cultura di esso. Ascoltare musica e leggere una poesia della stesse corrente e capire perchè hanno contribuito cosí tanto a quello che abbiamo oggi.”. Non hai chiesto poco! Tu vorresti avere una cultura! E come pensi di poter avere una cultura senza la Scuola? In un modo o nell’altro la Scuola ti darà, più o meno efficacemente, quello che cerchi. Ed è per questo che devi “stare seduta 5 ore ad ascoltare” gli insegnanti, che – tra l’altro - non sono tutti come li dipingi tu: “adulti frustrati, stanchi, dove nei loro occhi si legge solo noia e malavoglia nel proprio lavoro”, “con un’aria rassegnata, il vuoto negli occhi e un’infelicità”.
Ci sono anche insegnanti in gamba e pieni di vita e di entusiasmo, nonostante tutto.
Ma, cara Clara, gli stimoli, a 17 anni, te li devi dare tu. Tu devi trovare la forza per faticare, per accettare la noia, la stanchezza, la frustrazione che a volte porta lo studio. Studiare è fatica: che cosa ti fa pensare che si possa imparare la geografia viaggiando? Hai un’idea di quanto ti ci vorrebbe per toccare con mano, vivere cinque pagine di geografia? Di scienze? Di storia dell’arte? Quanto ti ci vorrebbe per imparare una lingua dal nulla, direttamente nel Paese dove si parla? Come faresti? Quando? Con quali mezzi?
La cultura si fa prima sui libri, sui banchi, sulle sedie. La insegnano i maestri e i professori, che fanno questo, di lavoro. C’è chi lo fa meglio e chi lo fa peggio. Come per tutti i mestieri e le professioni.
Poi, solo dopo aver imparato la teoria, si passa alla pratica dei viaggi, delle letture indipendenti, delle applicazioni personali, del lavoro, della vita.
Devi avere pazienza, Clara, e aspettare che arrivi la tua primavera.
Tu sei il fiore, e i genitori e gli insegnanti sono i giardinieri. Se il fiore è bello non importa che il giardiniere sia bravo. Prima o poi il fiore sboccerà, indipendentemente dalla bravura del giardiniere.
In bocca al lupo, Clara!

martedì 6 marzo 2012

GRAZIE a chi mi sta votando!

Grazie a chi mi sta votando su NET-PARADE! Mi avete già fatto arrivare fra i primi 4 siti e blog della categoria SCUOLA. Mi fa piacere!
Continuate così! Potete votare ogni ora ahahah!!!

E il BLOG ha ricevuto questo riconoscimento!

Uno dei più belli
E anche questo!
Primo di categoria

domenica 4 marzo 2012

“Mi accorgo di trovare difficoltà nell’essere ascoltata e nel mantenere una certa disciplina” 286°

Marta mi scrive:

“Gentilissima Prof Milani, ho trovato per caso questo Suo sito che trovo molto interessante. Sono una giovane insegnante di scuola dell’infanzia e svolgo supplenze saltuarie da qualche anno, ma nonostante trovi questo lavoro piacevole, sia per il fatto di stare a contatto con i bambini, sia per le attività che vi si svolgono, incontro ancora difficoltà nel gestire la classe, specialmente se numerosa e se vi sono bambini irrequieti. Potrebbe Lei darmi qualche consiglio sul modo di presentarmi ai bambini per evitare che essi prendano sin dall’inizio il sopravvento? Cerco di tenerli impegnati con delle attività per le quali essi provano interesse ma mi accorgo di trovare invece difficoltà nell’essere ascoltata e nel mantenere una certa disciplina, ad esempio fatico molto nel farli riordinare o mettere in cerchio o in fila per due. Da ciò che legge capirà che non sono severa ma buona e timida. C’è qualcosa che posso fare per non scoraggiarmi e superare questa difficoltà?

Spero di ricevere un suo parere e magari un consiglio. Nell'attesa Le porgo cordiali saluti.

Marta”

Cara Marta, insegnare con efficacia a bambini piccolissimi, piccoli, grandicelli, a ragazzini, a ragazzi e a quasi maggiorenni comporta strategie diverse. È ovvio.

La costante, però, è, per tutte le situazioni, il fatto che bisogna interessarli e apparire ai loro occhi una persona da seguire. Se hai letto il blog o il libro, avrai trovato questo concetto ripetuto molte volte. È semplice, in realtà. Ma difficile da applicare. Bisogna studiare molto, chiedersi come stupirli, trovare idee. In pratica, devi trovare come insegnare quello che vuoi insegnare, usando qualcosa che a loro piace. Devi coinvolgerli.

Nel tuo caso, Marta, chiediti che cosa può piacere a bambini di quella età. Sono bambini che amano fare le cose insieme, per esempio. Amano giocare. Amano scoprire, immaginare, imparare. Si stupiscono per le magie? Usa le fiabe e le favole. Impara a fare qualche magia. Impara l'arte dei giocolieri.

Quindi, Marta, quello che insegni deve essere semplice, ma non banale. Devi far loro scoprire qualcosa attraverso il gioco, per esempio. “Facciamo finta, bambini, che siete tutti statue. Ecco, bravi. Adesso facciamo finta che siate cagnolini. Facciamo finta…Ditelo voi, bambini! Che cosa suggerite? Ecco, come dice Sara, facciamo finta che siate tutti cantanti. Ora facciamo finta che siate tutti bambini maleducati”. Ecco: questo è il concetto dove volevi arrivare. Tutto il resto serviva soltanto a far fare qualcosa tutti insieme. Che cosa devono fare per “far finta di essere maleducati”? E poi, che cosa devono fare per “far finta di essere educati”? Ed ecco che puoi spiegare senza che se ne accorgano. La scuola dovrebbe essere sempre così: un luogo dove si scopre e dove si prova piacere nel farlo.

Ci sono persone (troppe, anche fra gli insegnanti e, soprattutto fra le persone che non sono né insegnanti né genitori, ma vogliono esprimere giudizi) che sostengono con forza il concetto che per imparare bisogna faticare e anche annoiarsi; che l’insegnante non deve darsi la pena di interessarli, perché i bambini e i ragazzi hanno il dovere di studiare, “e studiare non è mai stato piacevole”. Queste persone non sanno neanche che cosa significa insegnare e neanche imparare. Non ti lasciare confondere. A scuola si deve faticare, è vero. Ma non solo e non sempre. In qualche momento ci si può anche annoiare. Ma normalmente ci si deve divertire ad imparare. Si deve provare quell’entusiasmo che permette di sopportare la fatica, quando è necessaria. E un insegnante si deve stancare, ma deve divertirsi ad insegnare. L’entusiasmo si trasmette.

È importante che tu cerchi di trovare qualcosa che sappiano fare tutti, perché – ricordalo sempre – un bambino che non sa fare un’attività si annoia, si sente escluso e si “comporta male”. Sempre più spesso, perché arriva un momento in cui rinuncia all’idea di fare parte del gruppo classe, non ascolta più neanche, non ci prova più. E passa il tempo a disturbare la lezione.

Anche se i tuoi alunni sono piccoli, ricorda che possono fare cose straordinarie. Credici e vedrai che riuscirai a guidarli.

Non insegno alla scuola dell’infanzia, Marta, ma so che il significato di “apprendimento” è uno: “L'apprendimento è l'acquisizione di conoscenze in vista di uno scopo”. Ecco il segreto: “in vista di uno scopo”. Cerca di rendere esplicito a te stessa lo scopo di quello che stai per proporre e poi trova un modo semplice per spiegarlo: “Bambini, oggi andiamo in giardino a vedere come stanno le piante. Chi vede delle foglie secche e marroni me lo viene a dire. Chi vede delle foglioline verdi me lo viene a dire. Se vedete una foglia marrore dovete alzare la mano dire ‘Marrone!’; se vedete una fogliolina verde alzate la mano e dite ‘Verde!’. Chi vede dei rametti senza foglie dice ‘Qui c’è un albero che dorme!’: Insomma, sta a te trovare le parole giuste.

Quello che manca molto spesso, a tutti i livelli, è la spiegazione del perché si sta svolgendo una certa attività o un certo lavoro.

Allora, prova e fammi sapere!

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