La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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mercoledì 30 giugno 2010

La solitudine di chi fa troppo bene il suo dovere. 44°

Ricevo questa lettera da Andrea, da una città del nord dell’Africa. Rendo irriconoscibili i dati (che ci sono tutti) perché preferisco essere libera di esprimermi.
“Cara Professoressa Milani, mi chiamo Andrea xxxxx e sono un giovane docente, abilitato col massimo dei voti in tre classi di concorso (italiano, latino e greco), inserito nelle graduatorie permanenti e in servizio presso l'Istituto Italiano "xxxx " di Xxxx dall'a.s. 2007/2008, titolare di una cattedra di lettere alla scuola media. Le scrivo per proporle il mio singolare caso. La scuola è una paritaria che riceve un fondo dal Ministero degli Affari Esteri che si aggira tra gli 80 e i 50 mila euro l'anno. Le assunzioni sono a chiamata diretta del dirigente.
In questi tre anni ho lavorato con passione e ottenendo risultati ottimi, in termini di preparazione degli allievi e di livello delle attività svolte coi ragazzi. Nel corso dei tre anni a scuola si è venuto a creare un clima di pesantezza, dovuto alla poca disponibilità del dirigente a dialogare col corpo docente. In sostanza i collegi docenti e i consigli di classe si sono via via trasformati in monologhi del dirigente e in veri e propri suoi sfoghi personali, che nei migliori dei casi avevano ad oggetto antipatie manifeste nei confronti di alcuni alunni e dei loro rispettivi genitori. Il collegio e i consigli hanno cominciato ad adattarsi a svolgere la sola funzione di verbalizzazione e approvazione di ciò che il dirigente di volta in volta voleva. Ma in maniera più sottile è cominciata a cambiare la mentalità di molti docenti, che hanno preferito allinearsi allo stile palesemente 'aziendalistico' del dirigente, evitando di mettere in discussione alcunché, anche nei casi di più palese irregolarità rispetto alla normativa italiana, e assecondandone le aspettative con la prestazione a titolo praticamente gratuito di molte funzioni docente.
In virtù di queste considerazioni, il mio comportamento in qualità di docente è stato sempre ispirato al rispetto della normativa vigente e alla libera espressione di critica attraverso i mezzi consentiti da un linguaggio educato e nelle sedi naturalmente preposte, cioè gli organi collegiali. Pubblicamente ho sempre esposto i miei pareri, argomentandoli in modo per quanto possibile chiaro, mettendo a nudo opinioni sincere e utili ad un arricchimento collettivo.
Durante il primo anno tutto bene, anzi, l'impressione era quella di ricevere apprezzamento per la preparazione, la professionalità e anche la schiettezza con le quali svolgevo il mio lavoro. Poi, col passare del tempo, comincio a rendermi conto di un certo fastidio da parte del dirigente nell'ammettere suoi errori di gestione, fatti notare in buona fede e nell'interesse generale della scuola. E comincio a rendermi conto di un certo isolamento, in termini di atteggiamento durante i consigli e i collegi, da parte del resto del corpo docente. Così si arriva a quest'anno, in cui comincio a ricevere alcune velate critiche da parte di colleghi su una mia presunta troppa 'bontà' nei confronti degli alunni, che naturalmente stravedono per me e seguono le mie lezioni con un interesse che i colleghi non riscontrano durante le loro lezioni. Altre critiche riguardano la mia attenzione nei confronti degli elementi più 'deboli', di alunni che 'non si meritano niente' perchè chiacchieroni o poco disciplinati.
Ma tra critiche velate e mai espresse pubblicamente e i costanti apprezzamenti da parte di genitori e alcuni colleghi continuo a svolgere il mio lavoro con la stessa passione e lo stesso interesse. Fino a che si giunge al 28 giugno. Finiti gli esami, resta da consegnare il 'pacco' al dirigente e da affiggere i risultati. Su 14 alunni, tutti licenziati, chi con sei, chi con sette, chi con otto, molti nove e un dieci. Insomma, tutto bene. Passo dalla segreteria per salutare e prendere le consegne per l'anno prossimo (normalmente viene consegnata una nomina di riconferma firmata dal dirigente). La segretaria mi prega di andare nella stanza del dirigente. Il preside, dopo essersi informato sullo svolgimento dell'esame e complimentandosi per il lavoro svolto, quasi non riuscendo a guardarmi negli occhi pronuncia le testuali parole: "l'anno prossimo tu non sarai con noi". Alla mia stupita, ma non troppo, richiesta di spiegazioni, il meglio che riesce a trovare è: "il tuo comportamento non è in linea con quello degli altri docenti".
Chiudo qui questa mail, chiedendole un parere e un qualche riscontro.
Grazie.”

Carissimo Andrea, se hai letto la nota 32°, “Il prezzo della libertà”, avrai già un’idea di come la penso. Una mia collega, poco tempo fa, in risposta alle mie lamentele sulla vigliaccheria degli insegnanti, che si adeguano alla legge del più forte (il dirigente scorretto) e si lavano le mani come Ponzio Pilato, voltandosi dall’altra parte quando il sopruso si fa evidente, ha dichiarato: “Cara Isabella, ho fatto l’insegnante perché volevo stare tranquilla, non per salire sulle barricate”.
Ecco, caro Andrea, questa è la sostanza: probabilmente molti la pensano così. La scuola italiana va male prima di tutto perché è spessissimo gestita male da dirigenti inadeguati, quando non ottusi, impreparati e vendicativi. La percentuale di dirigenti in gamba è davvero bassa. Non me ne vogliano i bravi dirigenti che mi leggono: è la verità e lo sanno anche loro. Di dirigenti come quello che hai incontrato tu ne incontrerai altri, temo. E incontrerai molti altri colleghi che invece di schierarsi dalla tua parte, di difenderti, per evitare di esporsi, di avere delle ritorsioni o semplicemente di perdere certi piccoli favori, cominceranno a guardarti male e a convincersi che la colpa è tua, in fondo, perché sei un rompiscatole. E se farai notare gli errori, come hai fatto tu, diranno che sei un attaccabrighe, che il dirigente è quello che è, ma anche tu, insomma, potresti evitare di puntualizzare, di protestare; potresti lasciar perdere un pochino; potresti dargliela vinta, se ci tiene tanto. Come se la vittima e il violentatore fossero messi sullo stesso piano e, quando la vittima denuncia il violentatore, tutti dicessero: "siete uguali, lui vuole violentarti e tu vuoi ribellarti. Fate muro contro muro!"
E vedrai, con stupore e disgusto, che se un giorno il dirigente ordinerà di pulire gli armadi, o di lavare il pavimento, o di scrostare il water, loro, i cari colleghi, protesteranno a bassissima voce fra di loro e, dopo i primi cinque minuti di “ma ti pare? Ma noi professori abbiamo studiato tanto per pulire il gabinetto? Ma è assurdo!”, diranno, a voce più alta: “dai, dov’è la scopa? Dove sono i detersivi e le spugne? Su, puliamo, tanto il preside lo vuole, non c’è niente da fare. Se cominciamo subito andiamo a casa prima”. Oppure, se cercherai di aiutare i ragazzi più difficili e i più deboli e non i più ricchi e i più viziati, diranno che non capisci che sono solo dei mezzi delinquenti che non meritano niente. E tu, caro Andrea, che credi nella Scuola, nella giustizia, nella logica, nella cultura, nell’onestà, nella dignità, nella buonafede, nella correttezza, nel bene dei ragazzi, protesterai, farai vedere l’errore, e, protestando, ti attirerai le critiche dei vigliacchi e l’odio dei dirigenti scorretti. Se, per assurdo, il dirigente fosse un perfetto idiota, che si mette a sostenere che il sole gira intorno alla terra, piano piano quasi tutti comincerebbero a credergli o, almeno, a trovare più conveniente non contraddirlo.
E se farai troppo bene il tuo lavoro, se i ragazzi ti ameranno e ti rispetteranno, se sarano interessati e attenti alle tue lezioni e non a quelle dei tuoi colleghi, darai tanta noia: cercheranno di giustificare la loro incapacità, altrimenti evidente, sostenendo che sei troppo buono, o troppo severo, che fai paura, che chiacchieri invece di spiegare. E se cercherai di insegnare qualcosa della vita ai ragazzi maleducati e senza valori, allora darai fastidio ai genitori di quei ragazzi, che andranno a protestare dal dirigente, perché, di nuovo, avrai messo in evidenza errori che nessuno vuole vedere.
Carissimo Andrea, nella scuola italiana, se sei bravo, se cercherai di fare il tuo lavoro avrai dei problemi e nessun premio. E proverai, in certi momenti, una profonda solitudine. È triste e molto faticoso. Ma non mollare.

martedì 29 giugno 2010

Questa è bella 43°

Ieri, parlando con dei conoscenti della disastrosa mancanza di risorse della Scuola italiana, e della situazione di emergenza nella quale lavorano sempre di più gli insegnanti, mi sono sentita dire, tra le altre stupidaggini: “Ma dai, lavorate pochissimo e avete un mucchio di privilegi. Per esempio mangiate gratis alla mensa”.
Ho inspirato profondamente, come se avessi voluto succhiare l'aria che c'era venti o trenta metri più in là, cercando di mettere in pratica con urgenza le istruzioni per il rilassamento che ho letto l’estate scorsa, perché altrimenti credo che mi sarei messa a cercare freneticamente una ciabatta per sferrare una ciabattata su quelle bocche ignoranti.
“E lo chiamate ‘mangiare’, quello dell’assistenza mensa? Prima di tutto è mangiare di una mensa invece che quello di casa. E su questo non sto a disquisire. Ma avete provato ad assistere al pranzo in mensa di centocinquanta ragazzi? Immaginate uno sciame di locuste che sbattono incessantemente le ali. Ogni tanto una risata sopra le altre, uno sbattere di piatti, una sedia caduta per lo scatto di un ragazzo al quale è stata schizzata l’acqua della bottiglietta; un litigio generato da molliche di pane lanciate da un altro tavolo; un altro litigio più in là perché uno si è alzato a prendere una seconda porzione di pizza e al ritorno ha trovato un altro seduto al suo posto. E tu, lì, che ti alzzi ogni volta e mangi cose fredde e ormai diventate indigeste, masticandole insieme alla bile prodotta in eccesso quando vedi buttare il pane nel bicchiere, senti chiedere solo il primo perché il secondo e la verdura, oltretutto già pagati, “non li voglio perché mi fanno schifo”, oppure vedi lasciare lì mele e arance, o giocare con le banane sbattendole sul tavolo finché non si rompono; o quando, a te che consigli di mangiare tutto, senti risponderti “tanto alle cinque, quando arrivo a casa mia madre mi fa gli spaghetti”. È un privilegio questo mangiare gratis? Questa è bella. Tanto varrebbe buttarci gli avanzi in terra alla fine del pranzo.

lunedì 28 giugno 2010

Nei miei vent’anni di insegnamento ne ho viste di tutti i colori. 42°

Beatrice mi ha parlato delle osservazioni che lei ha avuto modo di fare durante questo suo primo anno di tirocinio e mi ha chiesto se quello che lei nota è davvero strano o se le sue impressioni sono errate. Vorrei rendervi partecipi di quello che ho risposto.
In realtà nei miei vent’anni di insegnamento ne ho viste di tutti i colori.
Un giorno ho urlato “Smettetela immediatamente!” ad un gruppo di ragazzini che durante l’intervallo facevano la lotta per gioco sul pavimento del corridoio, e, quando sono riuscita a farmi largo fra gli astanti che applaudivano supereccitati, ho constatato con raccapriccio che uno dei due combattenti era un divertitissimo e ruzzante collega di matematica, neanche tanto di primo pelo.
Ne ho conosciuto uno che diceva che non voleva insegnare agli extracomunitari e che quindi li metteva tutti in fondo alla classe. Aggiungeva anche che secondo la sua personale opinione lo Stato italiano avrebbe dovuto metterli tutti, extracomunitari e nomadi, in una specie di campo di addestramento, con personale di tipo militare che li inquadrasse ben bene in modo che poi avremmo potuto sperare di tirarne fuori qualcuno quasi onesto. E a me, che inorridita gli dicevo che stava parlando di un ghetto, e che non avrebbe dovuto essere un insegnante, mi rispondeva che “ghetto” non era che una parola. Naturalmente per lui l’olocausto era tutta un’invenzione e perciò si rifiutava di celebrare il Giorno della memoria.
C’era un collega, quando insegnavo in un paese, che se accompagnava a casa una collega donna, la faceva sedere dietro e, se quella, caparbia, si sedeva davanti, pretendeva che si abbassasse mentre attraversava il centro perché altrimenti nel paese avrebbero mormorato.
Una bidella spariva e la trovavi nascosta nell’aula di scienze, intenta a stirarsi i capelli con la piastra.
Il professore di religione, un sacerdote, aveva l’abitudine di sbattere sulla testa di ragazzi e ragazze un grosso mazzo di chiavi. Ed era stato visto da una collega dare calci ad un portatore di handicap accucciato in terra per ripararsi. E quando gli ho chiesto, in consiglio di classe, se era impazzito, mi ha risposto che era solo uno scherzo. Uno scherzo da prete, evidentemente.
Una volta una collega, poverina, nel bel mezzo di una lezione, ha cominciato ad urlare “Inginocchiatevi! C’è la Madonna!” Un’altra raccontava ai ragazzi che lei, la madonna, la vedeva ogni giorno.
Una leggeva le carte, pronosticando per qualche alunna addirittura una morte imminente; un’altra andava dicendo che non si doveva mangiava carne, perché si poteva morire; una si metteva a piangere quando in classe i ragazzi non l’ascoltavano.
E, se ci pensassi un po’, mi verrebbero in mente altri colleghi. E uno potrebbe credere che i dirigenti non sapessero nulla di questi comportamenti strani, e, in qualche caso, al limite della pazzia.
Lo sapevano. Lo sanno. E che cosa fanno? Nulla. O perché non possono fare nulla, o perché non vogliono.
E poi - ho detto a Beatrice - ci sono tutti gli altri: gli insegnanti – una marea - che, nel loro piccolo fanno del loro meglio, con la preparazione che hanno ricevuto e con i pochissimi mezzi a loro disposizione, in questa Italia in cui la Scuola è considerata meno di niente. E c'è anche uno zoccolo duro formato da quel fior fiore di insegnanti combattenti, irriducibili, che, nonostante tutto, lavorano al di là delle loro forze, senza essere ricompensati né dal denaro né dalle lodi, chiamando a casa i ragazzi difficili, trasformandosi, all’occorrenza, in supporti psicologici per i ragazzi, in consulenti matrimoniali per i genitori, in spalle per piangere, in punging ball sui quali scaricare frustrazioni, delusioni e ignoranza. Ma le ho detto che di loro le parlerò in un’altra occasione. L’importante è che sappia che esistono, anche se si notano meno degli altri.

domenica 27 giugno 2010

Ma che cosa piace alle ragazze? 41°

Mi scrive Simone, un ragazzo di diciassette anni. “Gentile professoressa Milani, ci sono ragazzi della mia età che hanno avuto tante ragazze, mentre io, mi vergogno un po’ a dirlo, non ho ancora avuto esperienze vere. Perché? Perché io, che sono un bravo ragazzo, non piaccio a nessuna e ho solo tante amiche? Perché le ragazze preferiscono i bulletti, i cretini, quelli che le trattano male? Ma che cosa piace alle ragazze? Io non riesco a capirle“
Carissimo Simone,
guardati bene intorno. Sei proprio sicuro che fra le tue amiche non ci sia nessuna che nasconde un cuore che batte per te? Sei sicuro che quelle che ti parlano, ti guardano, ridono tanto alle tue battute non siano innnamorate di te? Questo per dire che probabilmente non è vero che non piaci a nessuna. Rimane il fatto che, anche se tu piaci a loro, magari loro non piacciono a te in un modo da farti desiderare che diventino la tua ragazza.
Mi chiedi che cosa piace alle ragazze. Rispondo: dipende. Dipende a quali ragazze. Ogni tipo di ragazza desidera, ammira e cerca un certo tipo di ragazzo. Se tu sei un tipo tutto sport dovrai aspettare che passi sul tuo cammino il tipo che ammira lo sportivo; se sei tutto libri e musica classica dovrai aspettare la ragazza tutta cultura. Ma guarda che potrebbe anche accadere che la ragazza tutta cultura sia attratta dal suo contrario, tutto sport. Dunque, caro Simone, non c’è una risposta sola e semplice. Devi avere pazienza. Ma posso dirti due o tre cose che ho capito nella vita: 1. L’aspetto fisico conta molto di meno di quello che credi: guardati intorno e vedrai ragazze bellissime con ragazzi brutti e viceversa. La simpatia, quel certo modo di parlare, di camminare, di ridere, di guardare possono essere molto più potenti di un bel viso o di un bel corpo. Il bell’aspetto serve solo all’inizio, forse, per essere notati, ma poi, se non è accompagnato dalla bellezza della persona, non basta. 2. Le persone comuni, “normali”, con una cultura normale, con un’intelligenza normale, sono enormemente più numerose di quelle particolari, speciali, più intelligenti, più colte, con un carattere più strano. Dunque, Simone, se tu sei un ragazzo “normale”, comune, cercherai una ragazza come te, normale. E avrai molte probabilità di trovarla. Se invece sei un ragazzo speciale, faticherai a trovare una ragazza con la quale trovarti in sintonia. 3. Mi pare che a molte ragazze piaccia, comunque, il cucciolone che si lasci coccolare e che, all’occorrenza, sappia difenderle diventando un doberman.
Per concludere, carissimo Simone, non c’è proprio nulla di cui vergognarsi! Abbi un po’ di pazienza e un giorno o l’altro, quando meno te lo aspetti, incontrerai la ragazza che ti sta cercando.

LETTERE ALLA PROFESSORESSA 40°

La professoressa Milani mi ha incaricato di studiare il blog per vedere se potevo inserire una sezione per le lettere, perché ci sono lettere che possono essere benissimo pubblicate con nome e cognome, direttamente. Non ho trovato altra soluzione che inserire questo post, dove potete scrivere la vostra lettera sotto forma di commento. La professoressa Milani vi risponderà qui.
Rimane la possibilità di scrivere alla professoressa via mail al suo indirizzo, nel caso ci sia un problema di privacy o di semplice pudore, naturalmente.
Proviamo!

Beatrice

sabato 26 giugno 2010

Ci sono cose che non si fanno! 39°

Ho visto una donna seduta sullo scalino alto della vetrina di una gastronomia in centro. Una donna sudamericana che stava telefonando e prendeva degli appunti. Forse era stanca e si era seduta nell’unico posto a disposizione. O forse non riusciva a prendere appunti e ha trovato un posticino che le permettesse di tenere un blocchetto in grembo. Ma ci sono cose che non si fanno. Non ci si siede sugli scalini di un negozio. Siamo in Italia, che diamine, non nel vostro paese! Se tutti si siedono davanti alle vetrine i negozianti come fanno!?
Ma qui il problema è che non sono solo i negozionanti quelli indispettiti: è la gente che passa che la guarda e la disapprova. Ma, benedetti italiani, quella donna seduta dignitosamente sullo scalino della vetrina, a ben guardare, che male fa? Allora penso: gli stranieri vengono guardati con sospetto. Perché? Non li capiamo. Non accettiamo che possano fare qui quello che sono abituati a fare là. No, qui tu non ti siedi sugli scalini.
Se non li disprezziamo, li ignoriamo. In Italia, oggi, viviamo fingendo che gli stranieri, extracomunitari e comunitari, non esistano: passiamo per la strada vicino a famiglie di arabi e non li guardiamo neppure; ci incontriamo nei negozi, nei supermercati, negli uffici ed evitiamo anche di guardarli, per paura di chissà che cosa. Forse se li ignoriamo scompariranno, prima o poi? Se ne andranno, toglieranno il disturbo? È come se vivessimo esistenze parallele: stesso marciapiedi, ma due binari diversi, che si incontrano solo agli scambi, per ragioni che non dipendono quasi mai dalla nostra volontà. Allora capita che ci si accorga che, a ben guardare, sono come noi, ma con storie e abitudini diverse. E, conoscendo la loro diversità, quello che fanno e perché lo fanno, possiamo scoprire che ci si può andare d’accordo. Ma capita di sentire qualcuno che dice “E perché non lo fanno loro?” oppure “Loro lo farebbero, se andassimo là?”. E io rispondo: “Ma non siamo noi quelli aperti, colti, intelligenti, giusti e onesti? Se pensiamo che loro hanno dei pregiudizi e noi no, non siamo noi quelli che devono capire?”.
L’articolo 3 della nostra Costituzione afferma: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.[…]”
Ma a chi si riferisce quando dice "di razza, di lingua, di religione diverse"? Agli italiani o agli stranieri?
E allora?

venerdì 25 giugno 2010

La peggiore delle bestie. 38°

Oggi ho fatto un’altra passeggiatina. Altra osservazione e altra conclusione.
A volte guardo gli sconosciuti che passano, a volte i particolari dell’ambiente. Oggi ho visto una cacca in terra. Di cane. Direi cagnolino piccolo, con culettino piccolo, visto che era sottile sul centimetro e mezzo di diametro e sarà stata lunga neanche venti centimetri, arrotolata, con un ingombro a misura di mandarino. Niente di eccezionale, insomma. Eccezionale era il cartello che qualche intransigente inquilino del palazzo ha scritto e attaccato con adesivo giallo, proprio sopra la cacchina. “Tu che hai fatto fare questo al tuo cane sei la peggiore delle bestie”. Ho riletto più volte il cartello e guardato la cacchina: sarò sembrata una scema, ma speravo di aver capito male. Tanto insulto per una cacchina? Se passava un elefante o anche solo un cavallo affetto da incontinenza fecale che cosa avrebbero scritto? Conclusione. Mi chiedo: ma alla gente, sta dando di volta il cervello?

giovedì 24 giugno 2010

Passeggiando per la città. 37°

Tra un esame e l’altro mi dedico, tra l’altro, a passeggiare per la città. Avendo un po’ di tempo a disposizione passeggio con calma, guardandomi in giro come una turista. Osservo e traggo le mie conclusioni. L’osservazione principale di oggi è stata la lettura della seguente frase scritta con tinta rossa a caratteri di trenta centimetri sul muro di un palazzo del Settecento: “HAI APERTO IL LUCCHETTO DEL MIO CUORE SENZA LA CHIAVE: TI AMO”. Ho tratto le mie conclusioni: un perfetto imbecille. Prima di tutto: ma che cosa significa? È sottinteso il fatto che la sconosciuta Tizia capace di aprire il lucchetto senza chiave avrà l’amore dello scrivente in premio per la sua abilità di scassinatrice? L’imbecille che se ne è partito da casa munito di pennello e tinta rossa (spero lavabile) si sarà scritto a casa la frase per poi ricopiarla in bella sul muro, o avrà improvvisato lì per lì? Il muro lo avrà scelto a caso o quello è un luogo speciale? Gli sarà sfrecciata nel vuoto della scatola cranica l’idea che a noi non ce ne importa niente né del suo cuore, né del suo lucchetto, né del suo amore per la scassinatrice? Gli sarà sfrecciata almeno per un attimo l’idea che il muro non è suo e che qualcuno dovrà spendere tempo e denaro per cancellare la sua stupida frase? O invece si sarà sentito un ganzo e avrà sperato di finire in uno dei libri di Moccia? O in uno dei film tratti dai libri di Moccia? O su una rivista di servizi stupidi di giornalisti incauti, come quello che è andato a cercare dopo vent’anni l’autore della frase d’amore scritta su un cartello stradale, trasformando così un imbrattatore in un romantico eroe?

martedì 22 giugno 2010

Tempo di esami orali 36°

E’ la prima volta che assisto agli esami orali. Non mi è dato parlare: posso solo assistere, osservare e, se lo desidero, prendere appunti. Prima di tutto mi interessava vedere se sono una cosa seria. Lo sono? No. Già agli scritti avevo notato che gli insegnanti fanno di tutto per aiutare i ragazzi a superare l’esame. Ma che cosa è giusto? Chiedere davvero a tutti quello che sarebbe giusto che conoscessero? Ignorare tutte le difficoltà, tutti i problemi personali e familiari e bocciare tutti quelli che non arrivano a certi standard? O edulcorare le prove fino a renderle fattibilissime anche dal peggior alunno? E poi arrotondare il voto, sempre verso l’alto? E nel dare il voto, che cosa sarebbe giusto fare? Alzare i voti perché “se a quello abbiamo dato 6 a quell’altro dobbiamo dare 7”? Oppure dare ad ognuno il voto che merita? Cioè dare “pane al pane e vino al vino”?
Durante gli orali noto che le domande sono molto facili. Il tempo a disposizione è poco. Gli errori perdonati sono molti. Perché? Me lo chiedo perché sono qui per imparare. Credo di capire che la Scuola come è oggi – così poco organizzata e organizzabile, dove tutto viene affidato alla buona volontà o alla capacità del singolo - con che coraggio può essere selettiva? Gli insegnanti lo sanno, evidentemente. Si comportano come se pensassero questo.
Ho preso qualche appunto. Il ragazzo si siede. “Firma qui”. “Hai studiato?” “Da che cosa vuoi cominciare?” “Hai preparato una ricerca?” “Ah, non lo ricordi?” “Va bene, allora passiamo ad altro." “Neppure questo? Ma lo abbiamo detto tante volte…” “Va bene, basta così. Passa ad un’altra materia”. “Pensaci bene.”.
Un’insegnante tutta concentrata e professionale si dà da fare per dare un tono di serietà all’esame. Due ascoltano. Due, un po’ più in là, parlano delle vacanze. O di calcio. O dell’appartamentino che hanno affittato al mare. “Guarda che sta parlando con te.” "Ah, sì" Si distolgono dalle chiacchiere e fanno qualche domanda. “Per me va bene” e tornano al ristorante e alle vacanze. Uno sbadiglia rumorosamente. Uno legge il giornale. Due intervengono con domande che vogliono essere l’ultima occasione per spiegare una cosa non capita. Una si arrabbia perché c’è il chiacchiericcio dei colleghi che disturba. Borbotta “Ma guarda se bisogna parlare di calcio…”. “Vai pure”. L’esame è finito, vai in pace. Giudizi. Devono essere sempre gli stessi perché i professori li scrivono quasi meccanicamente. Non dicono nulla di esplicito, ma mi sembra che si comportino come se eseguissero degli ordini interiori che sottintendono “dai, scriviamo le solite sciocchezze, visto che siamo obbligati a farlo. Sappiamo che non corrispondono quasi per niente alla realtà, che sarebbe molto peggiore, ma dobbiamo farlo e lo facciamo”. Avanti un altro.

Beatrice

lunedì 21 giugno 2010

Che cosa significa essere tirocinanti. 35°

Sono qui perché voglio fare l’insegnante. Prima di diventarlo devo vivere nella Scuola questi due anni come tirocinante. Funziona così: dopo la laurea vieni assegnata ad una scuola e affidata ad un insegnante, segui le sue lezioni, qualche volta ti assegna il compito di fare lezione al posto suo (in sua presenza, perché per legge non puoi assumerti la responsabilità dei ragazzi), di correggere i compiti, di preparare le relazioni. A volte vieni mandata ad assistere alle lezioni di altri docenti, in modo che tu possa vedere altri modi di insegnare la tua materia o, se il docente insegna un’altra materia, in modo da permetterti di osservare un diverso rapporto docente/alunni.
La professoressa Milani a volte si mette in un banco in fondo alla classe e assiste alla lezione che mi incarica di fare: può essere per esempio una lezione sul pronome o una sulla prima guerra mondiale. Mi ha insegnato che non basta conoscere l’argomento: bisogna saperlo insegnare. Questo comporta saper rendere interessante la lezione, chiaro l’argomento e, soprattutto, saper usare un linguaggio molto semplice. Se ho davanti un ragazzino di undici anni e parlo come se avessi una classe di diciasettenni riceverò un’insufficienza. Naturalmente la professoressa deve darmi un voto per ogni prova, perché alla fine dell’anno mi verranno assegnati quattro voti finali, tutti della stessa importanza: preparazione sulla materia insegnata, capacità di tenere la disciplina, capacità di relazionarsi con gli alunni, flessibilità e creatività nell’insegnamento. Non crediate che sia come l’anno di prova, quando passavano tutti. Adesso bisogna avere almeno la sufficienza in tutti e quattro gli aspetti osservati. I voti del primo e del secondo anno verranno alla fine sommati e, in base al voto finale che risulta, si viene assunti più o meno velocemente. So di persone che sono state bocciate per una sola insufficienza. D’altra parte, se un candidato all’insegnamento non è sufficientemente capace di tenere la disciplina, o non è sufficientemente preparato nella materia che dovrà insegnare, per esempio, è giusto che diventi insegnante?
Beatrice

Dobbiamo fare qualcosa. O no? 34°

Come genitori e come insegnanti, dobbiamo fare qualcosa. O no?
Finché non percepiamo l’esistenza di un vero problema, non faremo nulla per cambiare. L’impegno al cambiamento è frutto della volontà di cambiare. Chi smette di fumare lo sa. Finché non sei tu che decidi di smettere, tutte le raccomandazioni, tutte le letture sui tumori provocati dal fumo, le minacce, le prediche, sono perfettamente inutili. Devi avere un motivo per farlo. Devi volerlo fare. Devi avere delle motivazioni che ti permettano di sopportare la fatica di smettere. Vale in tantissime occasioni. Non trovate la forza di cambiare se, prima di tutto, non vi convincete che il problema esiste e che ci sono dei motivi per affrontare le difficoltà.
Allora: abbiamo un problema? La Scuola va bene? La società nella quale viviamo va bene? I nostri bambini e i nostri ragazzi hanno con noi un rapporto che ci soddisfa? Hanno un comportamento che ci sembra adeguato alla nostra idea di “comportamento corretto”? Prevediamo per i nostri ragazzi una vita sostanzialmente serena? Siamo soddisfatti di come vanno le cose con (e per) i nostri ragazzi?
Se la risposta è “no”, abbiamo un problema. Dobbiamo deciderlo noi, dentro di noi, quali sono i termini del problema, cos'è questo “qualcosa” che non va sul quale vogliamo investire tempo ed energie.

domenica 20 giugno 2010

Quello che abbiamo perduto. 33°

Noi insegnanti e noi genitori dobbiamo renderci conto del fatto che abbiamo lasciato che si perdessero aspetti importantissimi della vita.
La lentezza, la solitudine, il silenzio, il tempo interiore sono valori che abbiamo perduto e che dovremmo cercare di ritrovare, per trasmetterli ai ragazzi . Ma non possiamo riuscirci “parlandone”: dobbiamo in qualche modo creare situazioni che li portino a vivere quei valori.
Sono stata tempo fa nella Casa de Pilato, a Siviglia. La differenza fra guardare e assaporare il luogo è enorme. Provo a descrivervi che cosa intendo. C’è un giardino ricco di piante, nella casa di Pilato, a Siviglia, che ha alberi di agrumi, piante aromatiche, fiori che spuntano fra le erbe; cespugli, piante grasse e di agave, pareti di buganvillea, vasche piene d’acqua, ombra, sole.
Ma guardare non basta. Bisogna usare tutti i sensi. Soprattutto l’olfatto e l’udito. Ecco allora un tubare di tortore. Canti diversi di uccellini di cui non conosco il nome. Lo scorrere dell’acqua di una fontana. Odore di foglie di fico. Profumo di piante selvatiche. Viaggiare di auto in lontananza. Persone che si chiamano. Una folata di vento. Acqua che scorre. Odore di terra bagnata. Sentire con i sensi e viaggiare con l’immaginazione. Pensare a chi abitò in quella casa cinquecento anni prima. A chi si è seduto sullo stesso muretto. Alla donna che ha sorriso guardando il suo giardino. Al bambino che ha immerso la sua manina nell’acqua della vasca. Al sole, al vento, alle gioie e ai dolori che sono stati vissuti fra quelle piante, in quelle stanze. Non so se sono riuscita a trasmettervi quello che ho provato. Però credo che insegnare questo sia combattere contro la fretta, contro la superficialità, contro l’insensibilità che deriva dal non avere tempo per pensare e per sentire.

sabato 19 giugno 2010

Il prezzo della libertà. 32°

Lorenza mi scrive: “…la mia preside mi rende la vita impossibile negandomi tutto quello che chiedo, controllandomi e facendomi controllare a vista, cercando di impedirmi di parlare e scrivendomi contestazioni per ogni nonnulla, che mi costringono a lavorare malissimo. E questo perché cerco di far valere i miei diritti e, in questo modo, le impedisco di spadroneggiare liberamente. Che cosa posso fare? Posso farle una denuncia per mobbing?”.

Cara Lorenza, mi chiedi che cosa puoi fare? Niente, mia cara. O chiedi il trasferimento e te ne vai tu, o resisti resisti resisti e aspetti che se ne vada lei, se è in età da pensione.
La denuncia per mobbing è una questione di lana caprina, un modo per fare guadagnare gli avvocati. Come dimostri che lei ti perseguita? Nella Scuola italiana si incontrano dirigenti che dovrebbero essere allontanati a suon di scapaccioni e invece rimangono lì, abbarbicati saldamente alle loro scrivanie. Nella mia carriera sono venuta a conoscenza di alcuni tipi di dirigente: il contadino scarpe grosse e cervello neanche tanto fino; il preside cacciatore che il primo giorno di scuola andava a caccia invece di accogliere gli alunni; l’anziana signorina che non aveva nulla da fare e pretendeva che gli insegnanti andassero continuamente a scuola a farle compagnia mentre faceva quel nulla; l’inetto, il pusillanime, il vendicativo; quello che aveva paura anche della sua ombra e impediva qualunque attività che potesse anche solo lontanamente creargli delle grane; quello sempre al limite della legalità perché sosteneva che “tutto quello che non è vietato è fattibile”; l’incompetente che non conosceva le leggi e le creava al bisogno e secondo le sue necessità, spacciandole per vere. Mai saputo di qualcuno che sia stato punito o almeno rimproverato. Né mai sentito di premi ai dirigenti che lavorano con competenza e professionalità. Qualcuno di questi lo conosco, di altri si favoleggia.
Dunque, cara Lorenza, armati di tanta pazienza e cerca di diventare anche tu almeno un pochino come quella marea di insegnanti che incontra sulla sua strada dirigenti inadeguati e sceglie, per il quieto vivere, di chinare la testa, tacere ed eseguire senza fiatare. Se non ci riesci, guardati allo specchio con rispetto e pensa che le persecuzioni, nel mondo del lavoro, sono il prezzo della libertà di parola.


mercoledì 16 giugno 2010

Questione di vita o di morte 31°

Escono i quadri. Molti leggono “ammesso” e pochi “non ammesso” alla classe successiva. Promossi o bocciati, insomma. Ma - si sa - ogni cosa deve essere chiamata in un altro modo per essere più interessante.
Reazioni? Cellulare subito in mano per avvertire “Sì! Mi hanno promosso!” “Che botta di culo”, “Ti credo! È il quarto anno che sono qui!”. Urla, battute, abbracci, salti. Ma anche suicidi.
Negli anni mi è capitato troppe volte di leggere di ragazzi che si buttavano dalla finestra perché erano stati bocciati. Alla scuola media, ma soprattutto alla scuola superiore. O anche all’esame della patente. O perché avevano “distrutto l’auto del padre”. Quando gli insegnanti decidono di bocciare un ragazzo la possibilità che faccia il famoso “insano gesto” esiste. Remota, ma esiste. Allora che cosa si fa? Si promuovono tutti? Il suicidio è un gesto insano. Non sano. Una pazzia. E allora bisogna capire il perché di questa pazzia. Chiedersi se si può prevedere. Come insegnante ci ho pensato tante volte, quando leggevo di qualche “gesto insano”. Mi sono posta delle domande e mi sono risposta che se è un gesto insano non si può fare nulla. Certo, se il ragazzo è gravemente depresso bisogna stare molto attenti, chiedere un supporto psicologico o psichiatrico, parlare con i genitori. Ma se, come accade, si tratta di uno studente tanto normale che tutti si dicono, poi, assolutamente sorpresi, bisogna rendersi conto del fatto che la bocciatura non c’entra niente. Il suicidio è una fuga da qualcosa (o da qualcuno) che non si sa affrontare ed è, molto spesso, una punizione anche per le persone che vengono ritenute responsabili del dolore provato. Di solito sono i genitori, quelle persone. Quelli che fanno loro credere che la promozione sia una questione di vita o di morte. No, gli insegnanti non sono mai così importanti per i ragazzi.
I ragazzi di oggi sono così terribilmente fragili. Moltissimi non sanno affrontare la minima difficoltà. Noi adulti li abbiamo resi così fragili. Ora dobbiamo maneggiarli con cura come si fa con un cristallo sottilissimo e fragilissimo. Potrebbero rompersi per sempre.

martedì 15 giugno 2010

Tempo di esami 30°

Sono iniziati gli esami. Mi hanno fatto assistere alla prova scritta di italiano. Per me è la prima volta e ho tutto da osservare e da imparare. Ho notato che i ragazzi sono stranamente attenti. Ci sono insegnanti che prendono il tutto molto molto sul serio e altri che non se ne importano niente. Non che facciano qualcosa di particolare: traspare. Pensandoci: sono uomini. Mi sono fatta l’idea che per molti uomini l’insegnamento deve essere qualcosa di frustrante. Non so se è una mia impressione. Devono far vedere che se ne fregano della scuola. Sembra che vogliano trasmettere l’idea :”sono qui, per un capriccio del destino, ma il mio posto non è qui, perché sono superiore a tutto questo”. Durante gli esami c’è chi chiacchiera (uomini e donne), chi si dedica a sbarrare il registro personale, a controllare le firme e le annotazioni necessarie; c’è chi legge il giornale. Tutti si annoiano abbastanza. Ma è successa una cosa che ha dell'incredibile: uno degli insegnanti, un supplente annuale, ha sghignazzato e raccontato barzellette per quasi tutte e due le prime due ore, tanto che ad un certo punto la professoressa Milani è andata a chiamare il presidente perché lo richiamasse ad un minimo di serietà. Ma la cosa più assurda è che quando l'ultimo alunno di quella classe ha consegnato la sua prova, lui, il supplente annuale, ha preso la sua valigetta, il suo Giornale e la sua bottiglietta d'acqua e se ne è andato, come se null'altro lo riguardasse. Si è dimenticato di correggere i compiti, insomma. Ma, mi chiedo, questo supplente un giorno diventerà professore di ruolo?

Beatrice

L'altro professore di ginnastica. 29°

L’altro professore di educazione fisica (o meglio, di educazione motoria, che è lo stesso che un tempo insegnava semplicemente ginnastica) si chiama Franceschini. Il nome non lo so perché qui a scuola ci si chiama parecchio per cognome e si finisce per dimenticare anche i nomi propri.
Anche questo è un uomo abbastanza alto. Fa la sua strettissima ora di lezione e poi scompare, o in una stanza della palestra, o a fumare (in qualche angolo o fuori dalla scuola) o, appena possibile, via, il più lontano dalla scuola. Oddio, forse è comprensibile, visto che anche lui possiede una palestra. Anche lui come l’Altissimo. Mi chiedo se non sarebbe meglio fare una scelta: o insegnante o proprietario di palestra. Non lo so. Dovrei chiederlo agli insegnanti di educazione fisica/motoria che la palestra non ce l’hanno. Quando, raramente, il professor Franceschini decide di abbassarsi a fare assistenza durante l’intervallo, evidentemente si annoia parecchio, perché mi è capitato di vederlo dare dei coppini ai ragazzi. Così, senza motivo. Passa e dà un coppino. Per chi fosse fuori dal giro, spiegherò che il “coppino” (anch’io l’ho imparato qui a scuola) consiste nel dare, di sorpresa, un colpo secco sulla nuca con il palmo della mano chiuso un po’ a coppa. Il ragazzo si gira di scatto, pronto a reagire, ma quando vede che l’autore del coppino è il professore di ginnastica, si blocca, limitandosi a massaggiarsi la nuca perché sente dolore. E lui, forse sentendosi parecchio spiritoso, sorride e continua a camminare. Ora, io, semplice tirocinante, mi chiedo: se i professori vedono un ragazzo che dà un coppino ad un compagno lo rimproverano e, se la cosa si ripete, gli mettono una nota disciplinare sul registro. Ma allora, non capisco: perché il professore dà i coppini?

Beatrice

Quando sono entrata nella Scuola 28°

Quando sono entrata nella Scuola per il mio primo anno di tirocinio mi è sembrato tutto bellissimo. Finalmente ero dalla parte di là, dalla parte dei professori, di quelli che sanno, che comandano. Anch’io avrei avuto il potere di avere un registro e di dare un voto. Avrei corretto i compiti in classe e scosso la testa quando trovavo un errore. Avrei conosciuto gente competente e giusta.
Pensavo agli insegnanti come se fossero tutti uguali. Sì, lo so, è una visione infantile e ingenua. Ma per voler fare l’insegnante bisogna credere che l’insegnante sia una persona speciale. Perché, altrimenti, neppure tu puoi trovare un motivo valido per accettare di fare questo lavoro. Ma gli insegnanti sono normalissime persone. Ha ragione la professoressa Milani quando dice che sono dei poveracci. Se li si osserva dal di fuori, se si coglie una frase qua e una là, ci si accorge di questa loro inequivocabile normalità.
Prendiamo i due professori di educazione fisica di questa scuola. Ce ne sono due di sesso maschile e sono tutti e due strani. Il professor Vitali è davvero strano. Altissimo, cammina con l'incedere di chi si crede bello come un dio greco; parla tuonando come chi si crede il dio della guerra; minaccia come chi si crede Zeus che lancia i fulmini. Ogni tanto dispensa sorrisi e qualche volta pacche sulle spalle, magnanimamente. Ma se qualcuno, collega o alunno, osa contraddirlo quando, tuonando, esprime le sue idee , apriti cielo. E’ normale?

Beatrice

lunedì 14 giugno 2010

La scuola vista da una tirocinante. 27°

Ora che la scuola è finita mi sento di trarre delle conclusioni. Sono stata assegnata a questa scuola e, in particolare alla professoressa Milani. Quello che scriverò qui non è quello che scriverò sulla relazione che mi verrà richiesta. In quella dirò che tutto è andato bene, ma non è vero. Sono rimasta sbigottita. Nel bene e nel male. Ho visto cose straordinarie e cose assurde. Noi tirocinanti veniamo assegnati a una scuola alla fine del nostro percorso universitario perché possiamo renderci conto di come si insegna. A questo scopo venivano seguiti da un insegnante in particolare ma ci capita di andare ad assistere alle lezioni anche di altri insegnanti di ruolo. Altri li riconosciamo nell'ambiente scolastico, in sala professori, nei corridoi. In questo modo ho conosciuto molti professori della scuola italiana.
Il panorama umano è davvero vario. Un insegnante giovane che entra in una scuola si aspetta di trovare professori "veri". Preparati, equilibrati, pieni di entusiasmo, seri. Professori dai quali imparare insomma. Ma la realtà è triste. C'è qualcuno così, certo. Ma la realtà non corrisponde al sogno che un bravo tirocinante ha: il sogno di trovare una scuola che funzioni dove lavorano persone in gamba.
Ogni volta che potrò, vi descriverò quello che ho visto, vi racconterò quello che mi ha colpito e quello che la professoressa Milani mi ha raccontato.

Beatrice

domenica 13 giugno 2010

Un piccolo piacere. 26°

Ieri mi sono concessa un gelato per festeggiare la fine della scuola. Me ne stavo seduta bel bella su una panchina di fronte alla gelateria e mi gustavo il cono nocciola e il fior di latte guardandomi intorno, quando l’ho visto. Il sole batteva sull’angolo di una vetrina, attraverso uno spiraglio fra le colonne di un portico e produceva un bellissimo arcobaleno diritto sui sanpietrini dell’antica pavimentazione. Mi ha fatto compagnia per tutto il tempo in cui sono rimasta lì. Non sapevo che esistesse anche un arcobaleno terreno. Sembrerà sciocco, ma mi ha fatto piacere. Un piccolo piacere della vita.

Il verbo “dovere ”. Seconda parte (continuazione del post 24°) 25°

Agli insegnanti andrebbero date le risorse (tempo e denaro) per comprendere ciò che non ha funzionato e per trovare strategie e modi educativi davvero individualizzati. Nella Scuola italiana dobbiamo limitarci a parlare di "insegnamento individualizzato", ma rimane solo sulla carta, perché, cari genitori, non possiamo attuarlo. Oggi più che mai: ci riducono le ore, e nella scuola primaria (la scuola elementare) e nella secondaria di primo grado (la scuola media) non possiamo più lavorare in due nella stessa classe. Nella secondaria di secondo grado (scuola superiore) hanno ben poche risorse per i corsi di recupero. Ci si chiede, addirittura, di "scartare" chi non va, dando loro dei 5 e bocciandoli. Semplicemente. Ma non è troppo semplice?
Se potessimo studiare "la malattia" del ragazzo che sale sul banco, potremmo poi preparare una "medicina" apposta per lui. Ma non possiamo. Sarebbe come se ci venisse portata in ospedale una persona malata e noi gli dicessimo "guarisci!" e, se non guarisce, lo sopprimessimo.

A noi insegnanti non piace "scartare" e neppure "bocciare". Noi abbiamo davanti dei ragazzi, delle persone, non dei numeri sulla carta per poi fare delle statistiche del tipo "più bocciati nelle scuole" per lasciare intendere che "la Scuola italiana è diventata più severa" (sottinteso: "migliore"). Molti credono che per mettere sulla strada giusta un bambino o un ragazzo, basti "chiedere e pretendere", "spiegare", "dare un paio di ceffoni ben dati". No, non basta.
Una Scuola che si limita a scartare e a bocciare, senza fare nulla per recuperare, non è migliore. E' peggiore.

P.S. è l'ultimo post in cui uso le espressioni "scuola primaria", "scuola secondaria di primo grado" e "scuola secondaria di secondo grado": scusatemi ma non mi piacciono.

Il verbo “dovere”. Prima parte. 24°

Antonio mi scrive “perchè per la maggioranza dei giovani la frase più conosciuta è: "mi devono dare? I miei genitori mi DEVONO mantenere, mi DEVONO comperare il cellulare da 500 euro ecc. Lo Stato mi DEVE DARE.....i Professori mi DEVONO promuovere... ecc.?”
Caro Antonio, è molto semplice capire da dove nasce il problema. E’ un errore di prospettiva.
“Devono” è una voce del verbo “dovere”. I ragazzi, quindi, hanno ben chiaro il significato di “dovere”, solo che per loro, per moltissimi di loro, il senso del dovere non è l’obbligo a cui loro sono tenuti nei confronti di qualcosa o di qualcuno, ma, al contrario, l’obbligo che ritengono che questo qualcosa o qualcuno abbia nei loro confronti. Semplificando, gli altri hanno dei doveri nei loro confronti e non loro nei confronti degli altri.
Il problema è: come è accaduto (e continua ad accadere) questo?
Credo che un ragazzo che sale su un banco durante la lezione vada osservato bene. Se, per un momento, fai l’ipotesi che lui non sappia che non si sale sui banchi, all’istante il gesto ti appare molto meno grave. Se pensi che lui conosca la gravità del gesto, allora la situazione è ancora peggiore, perché il comportamento tradisce un grave disagio, la volontà di ferire, o di offendere, o di essere punito o di ribellarsi mancando di rispetto. Nel primo caso gli devi insegnare (tu genitore e tu insegnante) che NON si sale sui banchi. Nel secondo caso devi capire il suo disagio, la sua ribellione e poi aiutarlo.
A suon di punizioni o di schiaffi? Mah! Nell’immediato può darsi che un atteggiamento sanzionatorio serva per lo meno ad attirare l’attenzione del ragazzo. Ma non è la soluzione, che passa, invece, attraverso la comprensione di ciò che non ha funzionato e la conseguente scelta di un atteggiamento educativo diverso.
Se i ragazzi conoscono solo i loro diritti e quello che gli adulti (genitori, insegnanti, Stato, società) devono dare loro, di chi è la colpa? Certo non dei ragazzi. E’ nostra, perché siamo noi quelli che involontariamente (genitori e insegnanti) o volontariamente (chi ha l’interesse economico a renderli spendaccioni e nullafacenti) abbiamo loro insegnato questa idea di “dovere”.
(continua)

sabato 12 giugno 2010

“….sono sicura che ci godete a bocciare” 23°

Mi è arrivata una mail da una mamma, Elisabetta T., che non mi chiede nulla, ma si dice convinta che gli insegnanti boccino i ragazzi per vendetta: “…..sono sicura che ci godete a bocciare. Oppure non ve ne frega niente di quello che passano le famiglie o i ragazzi”.
Sono rimasta colpita nel leggere questa mail. Non perché non immmagini che cosa dicono i bocciati e le loro famiglie, ma perché il “ci godete” ha messo dentro anche me.
Cara Elisabetta, i professori italiani sono dei poveracci. Solo dei poveracci potrebbero accettare di lavorare nelle condizioni in cui lavorano. Niente – o quasi - di quello che vorremmo fare per il recupero dei ragazzi ci è permesso. Prima di tutto per mancanza di adeguate risorse.
Allora, cara Elisabetta, prima di bocciare un ragazzo, questi poveracci, soprattutto nella scuola dell’obbligo, ci pensano mille e più volte. Per bocciarlo, bisogna proprio che non abbia fatto mai niente di quello che sarebbe stato in grado di fare. Perché se non riesce a farlo, sapendo che la Scuola italiana non gli ha offerto quasi nulla per essere recuperato - come si dice - diventa il “poverino” da promuovere. Ore di scrutinio prima di decidere.
Non escludo che ci possa essere quel caso individuale che - come dici - “gode” nel bocciare, perché, da poveraccio, crede di vendicarsi. Ma la grande maggioranza, se decide di bocciare un alunno, poi sta male per giorni, perché non può verificare se ha fatto bene. E perché non devi dimenticare, Elisabetta, che noi, molto spesso, stiamo con quei ragazzi tantissime ore. A volte perfino più dei loro genitori. Come possono esserci indifferenti? Non puoi fare l’insegnante senza interessarti anche della vita dei ragazzi. Non ti viene in mente che forse è giusto che uno che non ha frequentato, che non ha mai studiato e che non sa nulla venga bocciato?
E se un ragazzo frequenta un liceo, o un istituto professionale, ritieni che gli si dovrebbe dare un diploma immeritato, permettendogli tranquillamente di diventare un medico ignorante o un meccanico incapace?

venerdì 11 giugno 2010

Ultimo giorno di scuola. 22°

Oggi è il mio primo ultimo giorno di scuola. Ai miei tempi l’ultimo giorno si faceva una festicciola con patatine, dolci fatti in casa dalla mamma e musica; e quando si usciva si usciva e basta.
Quello che ho visto oggi è stato per me una sorpresa.
La mattinata è trascorsa nel fermento generale: musica, spostamento di banchi, gridolini, ragazzi che entravano e uscivano correndo dalle aule. Ma venti secondi prima del suono finale, come in un capodanno particolarmente sentito, tutti e seicento i ragazzi hanno cominciato a scandire i secondi: 20, 19, 18, 17, 16, 15, 14, 13, 12, 11, 10, 9, 8 (e qui, all’unisono, hanno alzato la voce di due toni) 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, zerooooooooooo!!! Due o trecento ragazzi che fischiavano, altri che urlavano, chi baritono, chi tenore e chi soprano. Bottigliette d’acqua gassata scossa e poi schizzata come champagne dei poveri.
Ragazze che si abbracciavano a gruppi e che scendevano le scale a due a due, piangendo come chi partiva per l’America negli anni 50 e non sapeva se sarebbe tornato.
La professoressa Milani, che era accanto a me, vicino all’ascensore, mi ha guardato come si guarda uno a cui vuoi trasmettere qualcosa senza parlare e io ho capito questo: “Vedi, Beatrice, sì, è davvero assurdo. Non sembra solo a te, così assurdo. Sembra pazzesco e molto seccante a tutti noi. Ma da alcuni anni, piano piano, questa moda ha preso piede, copiata dal mondo dello spettacolo becero e noi non riusciamo più a fermarla. Non ti preoccupare. Lo sopportiamo. Anche perché, nel nostro profondo, urliamo anche noi.”

Beatrice

giovedì 10 giugno 2010

Il gentil cesso 21°

Nelle scuole italiane la puzza c’è anche se non si vede.
A volte, quando entri in una classe, c’è una puzza di piedi che ti chiedi se le scarpe che indossano i ragazzi sono quelle del nonno, lasciate in eredità al babbo, e passate infine al ragazzo, senza essere mai state lavate. Un tanfo di camenbert stagionato, tirato fuori dal sacchetto dopo dieci giorni. Basta uno nella classe per appestare l'aria.
Saranno le tempeste ormonali - non lo so – ma non puzzano solo di piedi. Puzzano di pelle grassa e brufolosa e di capelli unti e bisunti. E anche qui mi chiedo: ma i genitori non le hanno, le narici? Non si accorgono che il figlioletto puzza di cane buttato nell'immondizia e poi ripreso?
E puzzano tanto anche alcune ragazze. Il gentil sesso qualche volta ricorda più un gentil cesso. Diventeranno veline puzzolenti? E il bello è che non si può neanche obiettare nulla. Una volta un collega ha detto ai ragazzi - in generale, beninteso - che puzzavano e che avrebbero dovuto lavarsi di più. Il giorno dopo sono piombate a scuola tre madri inferocite. Non dico che al mattino bisognebbe poter fare il presentat unghie, e redarguire le proprietarie o i proprietari di quelle listate a lutto, ma almeno dovrebbe essere permesso il lancio di qualche velato richiamo all’igiene e qualche bell’invito al bagno, almeno settimanale. Insomma, dobbiamo insegnare anche queste cose nella scuola italiana. E quando troviamo il tempo per farli studiare?

Il ritorno del culone. 20°

Con il ritorno del caldo tornano alla ribalta i culoni delle ragazze. Sono toscana e perciò mi piace dire “pane al pane “ e “culo al culo”. Se dicessi “sederoni” non sarebbe la stessa cosa, perché non sono “sederi”, sono “culoni”.
I “culoni” ci sono anche d’inverno, ma ora debordano senza pudore dai pantacollant a vita bassa.
Evidentemente il culone è tornato di moda, se se ne vedono tanti sulla strade intorno alle scuole e per i corridoi. Mentre vado a scuola noto infatti, non senza stupore, ragazze che a tre a tre, occupano il marciapiede, e procedono lentamente, a piedi piatti, rollando come tre caravelle. Stranamente tutte e tre portano pantaloni attillati a vita talmente bassa che la pancia bianchiccia come un finocchio lesso esce e si riversa stancamente sulla cintura. Le braccia, non potendo pendere perpendicolari al terreno, formano un angolo di trenta gradi.
La stessa scena la si può vedere nei corridoi della scuola, durante l’intervallo. Sembra di essere dentro a un quadro di Botero. Ed è curioso vedere un culone floscio come una polenta lenta in una ragazza di tredici o quattordici anni. Ma che cosa mangiano? Erano anni che non si vedevano questi fisici da lottatori di sumo. Ma che cosa mangiano? - ripeto.
Non vorrei che fosse un segno della povertà, che costringe le madri a riempire le adolescenti di economiche pastasciutte.

mercoledì 9 giugno 2010

E' quasi estate. 19°

Quasi estate. Giugno. Trenta gradi. Finestroni di metallo tipo bunker. Sole che batte sui vetri, poi sulle teste dei ragazzi. Sole che abbaglia gli occhi di tutti e crea una sonnolenza che si aggiunge al caldo, che si aggiunge alla stanchezza, che si aggiunge alla noia. Naturalmente, niente tende alle finestre. I genitori ci chiedono: “Ma non potete mettere delle tende?”. Oddio, ma era tanto semplice! Perché non ci abbiamo pensato prima!? Una cosa interessantissima è la lontananza assurda dei genitori dal mondo della scuola. Ogni genitore crede che tutto sia semplicemente una questione di pensarci e di fare. Il “dietro le quinte” scolastico è molto meno accessibile di quello del Parlamento.
Padri e madri non si rendono conto della realtà della Scuola italiana. Forse per questo bevono tutto quello che viene loro raccontato dai media, e cioè che ci sono tante risorse, che non ci sono tagli, che tutto va bene e che se non va bene la colpa è dei professori che non hanno voglia di lavorare.
Allora, voglio spiegare, per oggi, almeno il mistero delle tende. No, non possiamo mettere le tende alle finestre. Perché non ci sono i soldi per comperarle. E se ci fossero, non ci sarebbe chi le mette su. E se ci fosse chi le mette su, non ci sarebbe chi le mette giù. (Non è previsto in nessun mansionario e perciò non si può fare, perché se cadi – insegnante, collaboratore, dirigente o genitore che tu sia – l’assicurazione non paga.). Ma se ci fosse, non ci sarebbe chi le lava. Né ci sarebbero i soldi per mandarle in lavanderia. Insomma, non è così semplice. Fino ad oggi nessuno ha chiesto perché non mettiamo l'aria condizionata. Ma me lo aspetto.
Dunque: finestroni senza tende spalancate per il caldo. Vocìo continuo di ragazzi, urla di insegnanti esasperati, esasperazione di altri insegnanti che tentano di spiegare ma non ci riescono per il baccano che arriva da tante finestre aperte. Io sono una di questi ultimi. Allora chiudo le finestre, e finalmente c’è un po’ di pace. Ma pochi minuti dopo, quando i goccioloni di sudore imperlano visi, colli e capelli di tutti, sono costretta ad aprire di nuovo le finestre. E tutto ricomincia.
Sbaglio o c’è qualcuno che ha suggerito di iniziare la scuola il primo ottobre e terminarla alla fine di giugno? Presentatemi questo "qualcuno". Vorrei dirgli due paroline.

ma che cosa succede? 18°

Siamo agli sgoccioli. Questi ultimi giorni di scuola si presentano strani e interessanti. Strani perché incomprensibili e interessanti perché capisco che c'è qualcosa da imparare da quello che vedo. Soprattutto durante l'intervallo: ragazzi come impazziti si spostano con la grazia di elefanti che fuggono. Uno dà uno scappellotto ad un altro, un altro un pugno e, se chiedi che cosa è successo, scatta l'omertà istantanea e senza dubbi "Niente, è un mio amico". Due ragazze corrono come inseguendo, leggiadre, le farfalle. Passando, una ti dà una spallata. Facendoti male. Un'insegnante scruta fra le facce come cercando qualcuno. Un'altra fa lo stesso da un'altra parte. Un ragazzo dà un calcio a una ragazza "solo per chiamarla", come dirà quando verrà interpellato.
So che la professoressa Milani è molto molto seccata. Oggi l'ho solo intravista. Spero di vederla domani.

Beatrice

martedì 8 giugno 2010

I genitori alla fine dell’anno. 17°

Nell’ultimo mese di scuola i ricevimenti dei genitori sono finiti, per permettere agli insegnanti di riflettere, di osservare e di trarre conclusioni riguardo al voto da assegnare ad ogni alunno, senza essere influenzati da richieste o minacce più o meno velate. Ma c’è sempre, immancabilmente, qualche mamma che tenta il colpo negli ultimissimi dieci giorni. Ho già detto che i ragazzi sono il nostro pane, e quindi le mamme sono le panettiere alle quali dobbiamo la nostra possibilità di lavorare, ma, se bisogna proprio essere sinceri fino alla sfacciataggine, dirò che spesso rompono tantissimo gli zebedei, per dirla alla toscana. Solo quelle che vengono gli ultimi giorni, naturalmente. Solo quella che non avete mai visto a nessun incontro né individuale né collettivo. Quella alla quale avete mandato lettere a casa, alla quale avete tentato di telefonare quando il figlio vi ha dato il numero sbagliato, che ad ogni tentativo vi ha risposto “Il numero selezionato è inesistente". Quella che dice “Buongiorno professoressa Milani, mi dispiace disturbarla. So che mio figlio non ha mai fatto niente, ma vorrei informarla dei suoi grossi problemi" E giù a inventare: “mio marito è gravemente malato e mio figlio non lo sa.” Oppure: “Vorrei sapere se mio figlio sarà promosso e ritengo che vi sia utile sapere che è gravemente malato.” Con la variante “mio figlio è molto depresso”.
Quante volte avete fantasticato di rispondere: “Ma stai zitta bugiarda! Ma figurati se è malato! Vergognati! Parlare della salute pur di arrivare dove vuoi. Ma che cosa credi, che siamo tutti cretini? Tuo figlio non ha mai avuto niente, combinazione si ammala oggi? ”. Ma non possiamo parlare così, purtroppo. I genitori sono un popolo a parte, una specie protetta.

lunedì 7 giugno 2010

Tempo di voti e di scrutini. 16°

Se c’è una cosa che odio sono i voti e, ovviamente, gli scrutini. O gli “scrutigni”, con la “gn”, come mi è capitato di sentir dire a qualche collega.
Nella scuola, soprattutto in quella dell’obbligo, i voti servono a poco (o a niente).
Prendiamo i voti non numerici che c’erano. Quelli erano ancora più assurdi dei voti in cifre. ‘Insufficiente’(che copriva la gamma dall’1 al 5, 9): era l’unico che ti condannava. Si fa per dire perché diventava quasi sempre ‘suff.’.
Poi c’era ‘sufficiente’ che diventava ‘buono’ perché, “se abbiamo dato ‘sufficiente’ a Tizio, a Caio non possiamo dare lo stesso voto e quindi alziamo a ‘buono’”. E non è che ci si passava così facilmente. C’era il‘quasi sufficiente’, ‘quasi sufficiente –’, il ‘quasi sufficiente =’ e, salendo un po’, il ‘sufficiente –’, il ‘sufficiente =’ (e si arrivava anche ai tre meno) , per rimanere abbarbicati a quel ‘sufficiente’ che permetteva poi di promuovere senza problemi.
Il capolavoro dell’assurdo era il ‘distinto’. Distinto da che cosa? Nessuno l’ha mai capito davvero. Se ‘buono’ era più o meno 7, ‘distinto’ era un non ben precisato quasi 8, quasi 9. Era un “quasi”, niente di definito. Quello che diventava ‘Ottimo’ se a Sempronio avevamo dato ‘distinto’ e Mevio meritava un po’ di più.
Con le cifre non è cambiato molto, se non la possibilità di sbizzarrirsi. Da 1 a 10. Ma, in realtà 1 e 2 non si possono dare perché sono umilianti e perciò si comincia da 3. Anche se il ragazzo fa scena muta o consegna in bianco. E anche il 10 crea dei problemi di coscienza del tipo “ma posso dare 10? 10 è la perfezione. Non gli ho chiesto tutto…Mah! Facciamo 9, sarà meglio!”. La gamma è più vasta, ma il valore è discutibile perché per lo stesso compito Tizio dà 3, Caio 4, Sempronio 4½, Mevio 5, Filano 5½ e Calpurnio, il più buono, tocca la sufficienza con un bel 6-.
Oltre agli abbinamenti dei +, dei -, dei = , esiste , per i più indecisi, il “fra ”., detto anche “dal”: 5/6 che suona “fra il 5 e il 6” oppure “dal 5 al 6”. Il voto si colloca perciò in un luogo misterioso che può essere inteso (e intendetelo un po’ come volete) o vicino al 5 o vicino al 6. Per chi non ha ancora deciso è una soluzione fantastica, che serve a prendere tempo fino agli scrutini.
E’ ovvio che per il giorno degli scrutini un voto bisogna darlo. E, soprattutto, bisogna decidere se promuovere il ragazzo o no. Nella scuola dell’obbligo decide il Consiglio di classe. Se si dice che i ragazzi devono avere tutte sufficienze non c’è problema: si cambiano i voti e si trasformano in 6. Anche se sono 4? Anche. Quanti? Massimo per due materie. E se le materie insufficienti sono tre? Niente paura: c’è il ‘voto di consiglio’. E poi , anche se si facesse la media dei voti, verrebbe fuori, per esempio, questo: 4 di italiano, 5 di storia, 5 di geografia, 4 di inglese, 4 di spagnolo, 4 di matematica, 5 di scienze, 7 di tecnologia, 9 di musica, 9 artistica, 10 di ginnastica, 9 di condotta: media: più della sufficienza.
Scuola dell’obbligo. Tutte le materie sono identiche. Un bravo artista/ginnasta che si comporta bene dovrebbe conoscere l'ortografia, avere qualche nozione culturale, saper fare di conto o no? Evidentemente no.
Ma poi ci sono le motivazioni che spingono verso la promozione o verso la bocciatura. Importanti motivazioni: 1. promuoviamolo, non lo voglio più vedere, 2. se lo bocciamo poi va a finire in classe con Tizio ed è un disastro; 3. ma l'avete vista la mamma? con una mamma così che cosa poteva fare?; 4. è disturbato; 5. tanto non ne ha voglia, è inutile bocciarlo; 6.tanto non capisce, è inutile bocciarlo; 7. ha rotto le scatole tutto l’anno: una bocciatura gli serve di lezione; 8. mandiamolo avanti, il prossimo anno vediamo; 9. se bocciamo lui dobbiamo bocciare anche Tizio; 10. se promuoviamo lui allora promuoviamo anche Caio.
Io odio i voti e odio gli scrutini.

domenica 6 giugno 2010

Come mangiano le famiglie (e i ragazzi imparano). 15°

Il centro commerciale è veramente istruttivo. Per prima cosa entri e vai al supermercato. Frutta, verdura, carrelli pieni. Guardi i clienti fermi alle casse e guardi il loro carrello: “il carrello è lo specchio della persona”. No, non è una frase famosa; è una frase che ripeto sempre io.
Carrello 1. Donna sulla cinquantina. Genere francese iscritta alla palestra. Caschetto di capelli lisci, brizzolati. Polo grigioverde. Pantaloni bianchi. Braccia affusolate. Marito alto, capelli e barba brizzolati. Jeans, camicia azzurrina su un po’ di pancetta. Carrello: 4 buste di insalata pronta, quattro bottigliette di succo di frutta frullata; insalata belga, carote, finocchi, melanzane, germogli di soya, limoni, pomodorini, rucola, sedano, basilico, erba cipollina, sei uova allevate all’aperto, yogurt magro bianco e alla frutta; crackers non salati; fette biscottate, marmellata senza zucchero aggiunto, cereali muesli, latte scremato. Una baguette. Sei hamburger di chianina.
Carrello 2. Donna verso la fine della trentina: maglia bianca che fascia una sesta abbondante, gonna verde misura tendone da camion. Due enormi salami a fiaschetto come braccia e due prosciutti come gambe. Marito: genere camionista che fatica ad entrare nell’abitacolo; maglia a rigoni sollevata sulla pancia che lascia intravvedere una fettona di pancia pelosa con l’effetto di un canovaccio posato su un cocomero; calconcini corto a quadrettoni. Salami a fiaschetto e prosciutti dello stesso tipo della moglie. Ragazzino di circa dieci anni: il padre in formato junior. Bambino di circa due anni seduto sul seggiolino del carrello: il fratello in formato mignon. Carrello: una confezione di pecorino piccante, una di gruviera, un barattolo di strutto, uno di margarina; un pezzo di lonza di maiale di almeno otto etti; un panetto di burro da tre etti, un salame, una busta di latte intero; sei brik di latte al cioccolato; un barattolo di nutella gran formato da 750 grammi; una tavoletta di cioccolato farcito alle nocciole formato famiglia; un sacco di di patate, una noce di cocco, un bottiglione di vino bianco da cinque litri, tre bustone di patatine da mezzo chilo, pacchi vari di merendine, biscotti e pasticcini: baci di dama, bomboloni, biscotti al burro, al cocco, farciti al ciocconocciola. Marmellata di fichi. Sei bottiglie di acqua gassata, sei di aranciata, sei di cocacola. Tre filoni di pane al sesamo. Surgelati: sofficini al formaggio e al gusto di pizza; tre pizze quattro stagioni, sei coni al whisky, lasagne al forno, patate da friggere, cannelloni ripieni. Una bustona di caramelle viene aperta lì alla cassa e data già in mano ai bambini che non possono aspettare. E se non è la busta di caramelle è il pezzo di pizza o la tavoletta di cioccolato. Il marito si accarezza la pancia per un po’ e poi, come se avesse dimenticato di fare un acquisto importante, va verso gli scaffali. Torna con qualcosa in mano: una pianta grassa.
Quando invece ti capita che non comperi i surgelati e decidi di mangiare in uno dei fast food del centro, puoi guardare quello che mangiano i tuoi vicini di tavolo formato extra large. Famiglia italiana. Quella nota per la famosa "dieta mediterranea". Marito, moglie, figlio quattordicenne, nonna. Tutti molto oversize da overdose di cibo. Innanzitutto, se tu, con senso del dovere dietetico, prendi solo un “penne al pomodoro” , un'insalata mista e acqua, loro prendono rigorosamente il menù completo. Cocacola per tutti. Antipasto: riso freddo. Primo: lasagne per tutti. Secondo: due “gran frittura mista”, un “wurstel e patatine”, un “fettine fritte con fontina”; tutti con contorno di patatine; per finire: tiramisu per tutti e caffè. Il padre anche l’ammazzacaffé.
Tutto questo fa pensare. Fa pensare all'utilità (o meglio, all'inutilità) dell'educazione alimentare a scuola.

sabato 5 giugno 2010

Una mail un po’ provocatoria. 14°

Maria Pia B. è una mamma, e mi ha scritto una mail un po’ provocatoria, contro gli insegnanti come categoria. Tra l’altro mi dice “a voi insegnanti non ve ne frega proprio niente dei problemi personali degli alunni a meno che non creino problemi a voi.”
Cara Maria Pia B., noi passiamo la nostra vita con i ragazzi. I ragazzi sono il nostro pane. E a volte ce li mangeremmo, infatti. Ma non lo facciamo. Che cosa intendi con “non ve ne frega niente”? Se intendi che non ci interessa se a Lucia si è rotto il tacco della scarpa preferita o se Marco è disperato perché gli hanno rubato la moto; se intendi dire che non ci interessa se Stefania è stata lasciata dal ragazzo o se sta facendo la dieta e ha fame, hai ragione. Mentre tu hai a che fare con uno, o con due o con tre, cara Maria Pia, noi abbiamo davanti, tutti i giorni, una media di venticinque ragazzi. Non ce ne importa assolutamente niente di certe cose. Ci mancherebbe. Se così non fosse, entrando in una scuola dovresti trovare tutti piangenti come salici; vedresti professori che si trascinano su per le scale, sorreggendosi e consolandosi fra loro. E le aule risuonerebbero di singhiozzi.
Ma voglio dirti una cosa, Maria Pia.
Oggi sono andata al supermercato e ho incontrato un alunno che non vedevo da anni. No, non ricordo il nome, così su due piedi, ma ricordo quel biondino pallidissimo con i denti sporgenti che chiedeva sempre di andare in bagno.
Sai che cosa proviamo, noi insegnanti, quando dopo tanti anni rivediamo i ragazzi che abbiamo avuto davanti in classe, tutti i giorni, diventati uomini e donne che lavorano? E' qualcosa di strano, come se in qualche modo quell'uomo e quella donna fossero anche nostri. "Ciao! Come stai?" è la primissima domanda. E' questo quello che importa a noi: che quel giovane uomo stia bene. "Che cosa fai?" è la seconda domanda. Vogliamo sapere che cosa gli ha riservato la vita. Perché, quando li abbiamo davanti, i ragazzi, noi non sappiamo che strada prenderanno, se saranno fortunati, se saranno sani, se si sposeranno, se avranno dei figli e se la vita riserverà loro più gioie o più dolori. Non ce ne importa niente dei loro tacchi rotti o delle loro moto rubate. Speriamo solo che nel bagaglio che gli abbiamo dato ci sia proprio quello che serve per vivere. La nostra paura è di leggere il loro nome sulle pagine di cronaca, perché ha fatto qualcosa di sbagliato o ha incontrato la disgrazia o la morte. E in quel caso ci chiediamo se noi, che lo abbiamo avuto per anni sul nostro cammino, avremmo potuto fare qualcosa di meglio perché non accadesse.
Come quando, tempo fa, un mio alunno ha trovato la soluzione al tradimento di sua moglie impiccandosi ad un albero, in giardino, senza una parola.
Si è impiccato un uomo, ma per me si è impiccato un ragazzino.

"Oggi mi ha chiamato la vicepreside". 13°

Oggi mi ha chiamato in presidenza la vicepreside. In realtà non aveva niente di importante da dire. Quando la preside è assente lei va a sedersi sulla sedia della preside, in presidenza, e poi chiama qualcuno perché "deve parlargli". Naturalmente chiama soprattutto i tirocinanti, perché i professori la mandano a quel paese. Sono ancora nuova, non riesco ad abituarmi a queste cose che agli altri sembrano normali. Ho conosciuto pochi dirigenti per ora e ho visto dirigenti strani che si prendono un vice strano quanto loro. Mi chiedo come possa essere normale che nelle presidenze vadano a finire così spesso queste persone qui. Forse sono stata sfortunata ed esistono tanti altri che sono veri dirigenti manager che sanno gestire al meglio le scuole. Lo chiederò alla professoressa Milani.

Beatrice

giovedì 3 giugno 2010

Ho fatto un sogno. 12°

Sono di fretta, ma scrivo qualche riga veloce perché stanotte ho fatto un sogno. Stranissimo.
C’era l’intervallo, annunciato da un fortissimo "gong” invece che dalla solita campanella. Non era ancora finito il suono del gong che una carica di bisonti si è riversata nel corridoio e in un attimo tutti gli alunni erano fuori dalle classi, urlanti e sghignazzanti. Io guardavo tutto come dall’alto. Alcuni insegnanti inferociti schioccavano frustate sul pavimento fra il disinteresse generale.
Altri insegnanti, travolti, giacevano esanimi ai lati del corridoio.
Poi non c’era più l’intervallo e mi sono ritrovata in classe. E non c’erano i miei alunni, ma degli adulti che nel sogno sapevo essere i loro genitori. Stavo spiegando qualcosa quando uno si alza e dice: “"Mamma mia! ma chi è questa?". E un altro si alza e dice: "Domani mi faccio cambiare classe." E altre frasi che non ricordo. In realtà a me non me ne importava niente, neanche del fuoco di sguardi che mi puntavano addosso. E infatti ho detto solo "Seduti, cretini!".
C’era dietro di me un ventilatore. Non so come, c’era anche un grosso pomodoro. L’ho preso, mi sono girata con calma e l’ho lanciato contro il ventilatore, che, immediatamente lo ha restituito equamente, un pezzetto su ogni faccia di genitore. Solo che non era più pomodoro: era letame.
E qui mi sono svegliata. Che cosa vorrà dire?

La mia collega di inglese. 11°

La mia collega di inglese invece è giovane.
“Hi, boys and girls!”, gorgheggia entrando in classe.
Maria Giovanna Teri è una di quelle donne che, quando le vedi, pensi all’istante che l’uomo sia superiore alla donna, così, anche prima di averla sentita parlare. Perennemente abbronzata come se, invece dell’insegnante, facesse la bagnina a tempo pieno ad Acapulco, cammina molleggiando, con un’espressione costantemente stupita, che però è immotivata, indizio soltanto di un recente lifting della fronte, per la verità eseguito senza grande maestria. Come del resto rivela, ad un osservatore attento, anche l’occhio spalancato, troppo tondo.
Nessuno sa dove abita, né se è sposata, fidanzata o single, per cui, dietro le quinte, dai ragazzi e da noi è ormai chiamata “Miss-Teri”. E' un soprannome che è venuto spontaneo a tutti.
“Che bel vestito stamattina , professoressa Teri”, si arruffianano i ragazzi per farsi vedere dagli altri.
“Thank you, dear”, sorride lei, a bocca chiusa, come fa sempre per via dell’altro lifting.
E la lezione inizia, continua e si conclude fra l’indifferenza generale.
Niente. Volevo soltanto dire che a volte non è neanche questione di età, nella scuola.

mercoledì 2 giugno 2010

Se sessantacinque anni vi sembran pochi. 10°

Vi vorrei parlare della mia collega, la prof. Berselli. La descrizione della sua ora di lezione del post precedente vi può far pensare che la professoressa non valga una cicca, come insegnante.
No, non è così. Il fatto è che da quando è entrata in vigore quella legge assurda che obbliga gli insegnanti a rimanere in cattedra fino a sessantacinque anni queste scene si vedono spesso.
Non è che i ragazzi vogliano male alla Berselli, no. E’ che quando se la trovavano davanti, così fuori moda, con quei vestiti comperati in Francia vent’anni prima, con quel suo profumo di violetta sempre uguale a se stesso, con quegli occhietti tremendamente miopi e quell’odore di colluttorio che le esce dalla bocca per mescolarsi senza senso a quello della violetta, non riescono a trattenersi. Sì, abbiamo provato a parlarne con loro, e loro sembravano aver capito, avevano fatto i buoni propositi di risparmiarla, non fosse stato altro che per il fatto che soffriva di asma, o perché aveva passato i sessanta, ma non ha funzionato.
Così, quando attacca a declamare versi classici nel suo tremolante francese, per un momento, tutti si distolgono dai loro affari, come in attesa, aspettando il momento in cui il fastidioso brusio delle sue parole si spegne. So che qualcuno prova addirittura a farla smettere tirando una gomma, una lattina, qualunque cosa, e, anche se fino ad oggi nessuno l’ha colpita, non si sa se per mancanza di mira o di coraggio, potrebbe sempre succedere. Lei, miope e un po’ dura d’orecchi, non se ne accorge. Almeno questo.
Ne ha sessantaquattro, di anni. Non bastano ancora. Se non cambia niente, le manca ancora un anno per andarsene via, lontano dalle umiliazioni.
Ma non è assurdo tutto questo?

martedì 1 giugno 2010

La storia del borsellino rubato. 9°

Cari amici, eccomi a voi. So che Beatrice vi riferisce tutto quello che c'è da sapere e spero che stiate tutti bene. Chi mi ha scritto in questi giorni mi dovrà proprio scusare, ma il fatto che sia tempo di scrutini ed esami rende la nostra vita una vera seccatura.
Sapete già la storia del borsellino: una spina nel fianco, una pena, un cruccio, un tarlo che mi rodeva, un rovello. Non ho fatto che chiedermi: ma come è potuto accadere? Chi ha avuto l'ardire, la sfrontatezza, il malgarbo, la tracotanza, l'irriverenza di entrare di soppiatto nella sala professori, andare al cassetto n° 1, aprire il borsellino nero e svuotarlo di tutti gli spiccioli? Il cassetto n° 1! e' una mancanza di rispetto che non riesco a tollerare! Chi può essere stato? Me lo sono chiesto e richiesto, ma non mi è venuto in mente nessuno.
Allora sono andata in classe, perché per me non poteva che essere uno di loro. Purtroppo. Perché, se avevo ragione, significava che avevo allevato una serpe in seno!
Ho dato una bussata veloce e sono entrata di scatto perché in queste situazioni mi sembra importante l’effetto sorpresa.
Il classe c’era la Berselli, che mi ha guardato con gli occhi sbarrati come se avesse visto una bottiglia d'olio cadere sul pavimento lucido della cucina.
La scena che mi si è presentata rasentava l’assurdo: uno era appeso all’attaccapanni e si dondolava imitando forse una scimmia; un altro è stato colto nel preciso momento in cui, in piedi su un banco, passava sull’altro. Una ragazza, seduta sul davanzale della finestra, si limava le unghie, mentre la sua compagna si era portata la piastra stiracapelli e si stava stirando i riccioli. Un gruppetto a sinistra giocava a qualcosa che non ho fatto in tempo a individuare; qualcuno, a destra, girellava senza meta per l’aula. Una ragazza era tesa nello sforzo di trascinare la sedia sulla quale la sua compagna, sghignazzando, salutava il pubblico. Intorno alla cattedra uno sparuto gruppetto di irriducibili faceva capannello per tentare di sentire la lezione di francese che la Berselli, per dovere, teneva nonostante tutto.
Al mio ingresso nell’aula il gruppo classe è rimasto immobile come in un’istantanea.
L’ondata di gelo ha avvolto perfino la Berselli, che non aveva fatto niente, ma che si spaventa per ogni nonnulla.
“Scusa, Liana”, ho detto, e subito i ragazzi si sono rianimati e sono tornati rapidamente al loro posto. “Ho bisogno di dire due parole ai ragazzi, se non ti dispiace”. “No, no, fai pure” bisbigliò la professoressa Berselli con la gola secca.
“Esigo di sapere chi ha rubato i soldi dal mio cassetto!”, ho detto senza spiegare altro, sicura che lo sapevano già tutti. “So che è stato uno di voi!”, ho detto come se ne fossi davvero sicura. Ho lanciato in aria l’accusa, che è andata in alto e poi è scesa in picchiata, frantumandosi in tanti pezzi ed andando a cadere, perciò, anche sul vero colpevole.
Ho cominciato dal primo banco e ho chiesto: “sei stato tu, Mosti? Sei stato tu?...Sei stato tu, Costa? sei stato tu, Mosti? Sei stato tu, Patrizi? Sei stato tu, Mosti? Sei stato tu, Nitti? Sei stata tu, Mosti?, e così via.” Secondo me era stato Mosti.
Guardavo a sinistra con gli occhi e a destra con la coda dell’occhio, ben sapendo che si sarebbero traditi. Infatti è stato così: quando ho lanciato per la seconda volta l’accusa, tutti, impercettibilmente, hanno rivolto gli occhi verso Nitti.
“Nitti! seguimi!”, ho ordinato senza dire altro. E l’ho portato in sala professori, l’ho fatto sedere, mi sono messa di fronte a lui e ho aspettato.Speravo che avesse una spiegazione miracolosamente valida.
“Mi dispiace”, ha detto dopo un po’, senza guardarmi.
“Anche a me”, ho risposto. “Ma ti rendi conto? Ti ho sempre aiutato, ho creduto in te tutte le volte che ti sei trovato in difficoltà con gli altri. Io vorrrei sapere solo questo: ma come hai fatto a farmi questo? Sappiamo tutti e due che quello che hai rubato è una manciatina di spiccioli. Non può essere stato per i soldi. Allora lo hai fatto per me? Perché? Ho meritato questa mancanza di rispetto?”.
“Non lo so perché ho preso quei soldi..”
“No! Non li hai “presi”. Li hai rubati. Chiama le cose con il loro nome.” Ho alzato la voce: lo sanno che non mi piace l'ipocrisia.
“Va bene, li ho rubati. Non so che cosa mi ha preso. Lo so che lei mi aiuta sempre. Ho visto la sala professori vuota, sono entrato, mi è venuta l’idea di guardare nel cassetto 1. Lei dice sempre ai bidelli ‘Mettilo nel cassetto 1. Prendilo dal cassetto 1'…Mi dispiace, non lo so”.
Ho visto che era mortificato davvero. Mi è bastato.
“Hai fatto molto male. Pensaci prima di fare un’azione. Un gesto sbagliato, o stupido, possono rovinare per sempre un rapporto di lavoro, di fiducia, un’amicizia. Naturalmente ti verrà assegnato un provvedimento disciplinare, per quello che hai fatto. E fortunatamente questa è la scuola e non la vita. Le conseguenze, nella vita, sarebbero state peggiori. Ora vai, torna in classe”.
Mi chiedo se ho sbagliato qualcosa con lui.

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