La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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venerdì 31 ottobre 2014

"Il coraggio di cambiare (per insegnanti).“485° post.

Se la Scuola va male (perché, da molti punti di vista, va indubbiamente male), di chi è la colpa?
Il problema è molto complesso e ci sono colpe un po' per tutti.
Dobbiamo metterci in discussione, come genitori e come insegnanti. Dobbiamo provare a cambiare le cose. Ho scritto dei genitori. Adesso tocca agli insegnanti. Degli insegnanti scrivo di meno, perché tutto il blog è pieno di consigli e riflessioni su come gli insegnanti devono cambiare. Anche in questo caso non posso offrire la soluzione di tutti i problemi. È ovvio.
Ma faccio qualche riflessione e do qualche consiglio.

Veniamo buttati tra i flutti di un mare che a volte è forza 7 e andiamo sott'acqua e risaliamo in superficie continuamente. Secondo me alla fine ci lasciamo sopraffare. Siamo demoralizzati. Cerchiamo di sopravvivere a un lavoro faticoso e frustrante. E molti di noi perdono la voglia di nuotare e si lasciano affondare, diventando noiosi, noiosissimi. Facciamo il minimo indispensabile per evitare le grane che nel nostro lavoro sono all’ordine del giorno. E alla fine vince il “chi me lo fa fare?”.
Mi rivolgo ai bravi insegnanti, perché la (molto piccola) percentuale di fannulloni o di impreparati è irrilevante ai fini del cambiamento della Scuola. Noi siamo molti di più.
Mi rivolgo a quelli che vedono benissimo le cose che non vanno, ma non fanno nulla perché hanno paura delle grane che potrebbero avere. A quelli che pensano che i problemi siano troppi e che non si possa più porci rimedio; a quelli che hanno gettato la spugna, a quelli che si sono lasciati sopraffare dal mare in tempesta.  A loro dico: dovete reagire! dovete resistere! dovete avere il coraggio di cambiare! L’insegnamento non è un lavoro che si può fare a metà. O siete insegnanti o siete impiegati della Scuola.
Osservate anche voi la realtà, come devono fare i genitori. Guardatevi intorno e constatate quanta maleducazione, quanta volgarità, quanta mancanza di sensibilità e di solidarietà ci circondano. E parlo prima di tutto degli adulti. Lo dite anche voi, vero, quando siete a casa o fra gli amici più stretti? E allora perché non decidete di parlare, una buona volta! E diciamolo, che i ragazzi devono imparare l’educazione! Facciamolo capire ai genitori. Anche se questo ci potrà costare la lettera di protesta che il genitore scriverà al dirigente contro di voi. E diciamolo, che i genitori abdicano al loro ruolo, E se i bambini e i ragazzi mangiano scorrettamente, ditelo, anche se la mamma si offenderà. Se è assurdo che un bambino di dieci anni stia alzato a guardare la televisione fino alle undici di sera, ditelo. Mi raccomando, ditelo perbenino, con tatto, ma ditelo!
Combattete! Se buttano via i soldi per cose inutili, ditelo! Se è sbagliato dare a un ragazzino di 12 anni un iPhone da sei o settecento euro, ditelo. E ditelo anche ai ragazzi. Ma senza colpevolizzare loro, che sono i meno colpevoli. Spiegate come la società li vuole: spendaccioni e svogliati. E spiegate che cosa fa per ottenere che loro desiderino quel certo cellulare più di ogni altra cosa. Ma per saperlo fare, per essere convincenti, dovete prepararvi, studiare l’argomento.
Dedicate del tempo a far capire ai vostri alunni che devono rendersi conto che se desiderano un oggetto è perché ci sono fior di specialisti che studiano per indirizzare i loro desideri, per farli spendere. E convinceteli del fatto che sono loro che devono prendere le redini della loro vita e costruire il loro futuro, pensando con la loro testa. Spiegate che senza fatica non si ottiene niente di prezioso, che se non saranno preparati, se non avranno studiato rimarranno fermi al palo, dietro a quelli che studiavano, mentre loro pensavano a divertirsi.

Insegnate loro ad accettare la fatica e ad avere fiducia nella vita. Non vi stancate di parlare loro dell’importanza della lettura e dello studio. Non date per scontato che è una causa persa. Non è vero. Se sarete convinti sarete convincenti e riuscirete a cambiare qualcosa. Un po’ per uno, insieme ai genitori, possiamo farcela. La colpa di quello che non va non è nostra. E non è neanche dei genitori, che sono – anche loro come i figli- vittime di una società consumistica di cui ho già molte volte parlato.
Ma non possiamo più permettere che le cose continuino così.
E quando a scuola c’è qualcosa che non va, protestate. Se un collega non fa nulla, diteglielo. Se una collega dice “deficienti” ai bambini, ditele che deve smetterla. Quei bambini sono anche vostri alunni e avete il dovere di aiutarli.
Se i bidelli maltrattano gli alunni, non tacete. Parlate, invece! Se il dirigente è interessato solo a cautelarsi, a discapito di insegnanti e alunni, parlate. Abbiate in coraggio di cambiare le cose. Scrivete, convincete gli altri a parlare, a scrivere, a denunciare. Se i Governo vara leggi per la Scuola che vi sembrano sbagliate, protestate!
Quello che fanno di male i vostri colleghi o dirigenti non sono affari loro. Sono affari di tutti, anche vostri. E dei vostri alunni.
“Se qualcuno ti impedisce di lavorare bene, rovina anche il tuo lavoro. Digli di smettere!”, per parafrasare la frase sul problema del fumo passivo.
E se i ragazzi non vi ascoltano, se vi trovano noiosi, se sono distratti da altri interessi, da futili cose, reagite! Voi siete gli insegnanti! Dovete insegnare. Dovete trovare il modo di insegnare! Aggiornatevi sempre! Studiate! Cercate. Non potete continuare a insegnare ogni anno la stessa cosa. È noioso, per voi e per loro. Se avete studiato all’università, da molti anni, ricordatevi che il mondo va avanti – oggi in modo velocissimo – e che le cose cambiano continuamente. Se avevate studiato che in Etiopia le bambine non andavano a scuola, per esempio, sappiate che già “nel 2000 le studentesse erano il 41% delle bambine in età scolare e nel 2013 sono addirittura salite all’83%.”* Non si può continuare per anni con lo stesso discorso. Vale per tutte le materie.
Studiate nuove strategie. C’è sicuramente un modo per fare breccia nel loro disinteresse, anche se sono i ragazzi più difficili, più menefreghisti, più annoiati d’Italia. Consideratela una sfida. Non dovete ascoltare chi vi dice “io me ne frego e se non vogliono imparare che si arrangino!”. Questo significa non essere bravi insegnanti. O, meglio, non essere insegnanti, ma impiegati nella Scuola.




*Edoardo Vigna su “Sette” del Corriere della Sera




domenica 26 ottobre 2014

"Il coraggio di cambiare (per genitori). Quarta parte.“484° post.

Continuazione del post n° 483 “Il coraggio di cambiare (per genitori). Terza parte. “
 

6. Non parlate mai male degli insegnanti davanti ai vostri figli. Per nessun motivo. Neanche se vi sembrano i peggiori insegnanti del mondo. “Ma veramente ti ha dato 10 esercizi? Ma è matto?”, “Ma cosa vuole quella lì da te?”, “La nota non te la firmo perché non è giusta”, “Che cosa gliene frega a lei di quello che tu mangi a casa?”, “Ce l’ha con te?” “Digli che sono affari tuoi!”, “Vieni qui che te la spiego io, perché quella non sa neanche spiegare”, “Ma che cosa sono tutte queste note? Quella lì ora mi sta proprio rompendo le palle” “Lascia perdere. Domani ci vado io a sentire e la metto a posto una volta per tutte.” “Ti ha dato 5? Ma se te l’ho sentita io e la sai benissimo!”. Frasi come queste sono assolutamente controproducenti, dannosissime, per il rapporto fra alunno e insegnante. E anche per quello fra genitore e insegnante.
7. Abituate i vostri figli (bambini o ragazzi che siano) ad andare a letto presto. Se dormono poco, a scuola dormicchiano o si comportano male. Dire “io glielo dico, ma loro non mi ascoltano” non è una giustificazione. Se non riuscite voi a farvi ascoltare, perché dovrebbero riuscirci gli insegnanti?
8. Abituateli a preparare i libri la sera prima. Se non hanno tutti i libri e i quaderni non possono lavorare e non hanno il compito svolto.
9. Abituateli a fare colazione a casa. La colazione deve essere sana: venti centimetri di pizza comperata all’alimentari all’ultimo momento non sono una buona colazione. Li abitua a spendere di più e spesso li fa entrare a scuola in ritardo.
10. Se dimenticano un libro a casa, non glielo portate. Devono imparare a pensare da soli al materiale da portare. E devono subire l conseguenze dei loro errori.
11. Collaborate con gli insegnanti: se rimproverano vostro figlio, rimproveratelo anche voi. Non cercate di giustificarlo per giustificare voi stessi. A volte, per esempio quando non firmate una comunicazione, il rimprovero è per voi, prima che per lui. Siate sinceri con voi stessi: è giusto, e per questo dovete accettarlo.
Altre volte il rimprovero è per lui. Non tentate di risparmiarglielo. Non lo aiutate. E, soprattutto, non lo consolate con frasi come “Ma non ti preoccupare. Non importa se il maestro ti ha rimproverato. Sei bravissimo!” I bambini e i ragazzi non sono fragili come credete. Ma lo diventeranno, se eviterete loro ogni problema.
12. Non fate mai i compiti a vostro figlio, neanche se è piccolo. I compiti sono suoi e li deve fare lui, da solo. Se glieli fate voi non lo aiutate a crescere.
13. La lezione la deve spiegare l’insegnante. Voi non siete insegnanti e non dovete sostituirvi a lui.
14. Se l’insegnante dà tre esercizi e a voi sembrano pochi, non aggiungetene altri due. Non siete voi gli insegnanti.
15. Se l’insegnante dà otto esercizi e a voi sembrano tanti, non fate commenti. Se vostro figlio, pur impegnandosi, non riesce a finirli, lasciatelo andare a scuola con il compito incompleto. Se il bambino è piccolo dite alla maestra “ha provato a farlo, ma non ci è riuscito”. Se il bambino non impara, l’insegnante se ne deve accorgere, per programmare le sue lezioni.
16. Se vostro figlio non ha capito come si fa un esercizio, non lo aiutate spiegandogli voi come si fa. L’insegnante deve accorgersi del fatto che non ha capito, altrimenti va avanti. E’ tollerato solo un aiutino, da parte vostra.
17. Se vostra figlia litiga con una compagna non vi intromettete e, soprattutto, non cercate di manovrare le cose a favore di vostra figlia. Niente “E lei che cosa ha detto? E tu che cosa hai risposto? E perché non ti ha invitato?”, ecc. Devono imparare a gestire i problemi da sole.
18. Se un bambino prende le matite di vostro figlio non piombate subito dalla maestra per protestare. La maestra ha ben altro da fare che tenere il conto delle matite di ciascuno. Siete voi che dovete insegnare a vostro figlio che può prestare le sue cose, ma che deve controllare che non gliele prendano. E dovete insegnargli che se qualcuno gli fa del male deve dirlo subito all’insegnante. E se vostro figlio dice alla maestra che un compagno gli ha rubato una penna non vi aspettate che chiami i carabinieri o si improvvisi detective o giudice. Lasciate fare a lei.
19. Se vostro figlio si stanca presto di fare i compiti e di studiare, controllate che non abbia problemi di salute o di vista. Se tutto va bene, non vi impietosite. Faticare gli insegna ad affrontare le fatiche della vita.
20. Non portate voi il suo zaino, se non ha problemi fisici particolari. Un po’ di fatica fisica gli fa bene.
21. Insegnategli che deve rispettare le regole e deve tenere sempre un comportamento corretto. Fategli notare spesso che anche voi rispettate le regole. Bisogna dare il buon esempio.
22. Non mandate a scuola vostro figlio come se andasse a una sfilata di moda. E non gli date l’ultimo modello di iPhone. Così facendo gli insegnate a considerare importanti gli oggetti costosi. E gli insegnate che l’apparenza è più importante della sostanza.
23. Cari genitori, dovete avere la voglia e il coraggio di cambiare. Se la società consumistica vuole educare i nostri figli a diventare persone incapaci di affrontare le difficoltà della vita, noi possiamo opporci. Prima di tutto come genitori. I genitori sono quelli che possono fare di più.
Subito dopo vengono gli insegnanti. E non viceversa.


Prima parte e seguenti

venerdì 24 ottobre 2014

Il coraggio di cambiare (per genitori).Terza parte. 483° post

Il rapporto fra insegnanti e genitori è spesso difficile, o perché è totalmente assente o perché è conflittuale. Perché è conflittuale? Se lo chiedo ai genitori, loro attribuiscono la colpa agli insegnanti, che ce l’hanno con i figli, che non sono preparati, che non hanno voglia di fare nulla. Ma non lo chiedo ai genitori. Lo chiedo alla mia esperienza. Ogni genitore, durante gli anni scolastici dei figli, ha rapporti con pochi docenti e ha perciò una casistica molto limitata. Noi abbiamo esperienza di rapporti (o di assenza di rapporti) con migliaia di genitori.
Faccio una premessa: ci sono insegnanti che hanno responsabilità dei cattivi rapporti con i genitori. Ma, secondo la mia esperienza, la maggior parte delle volte i conflitti sono provocati dai genitori e non dagli insegnanti. Cercherò di spiegare perché, in modo che chi decide di darmi un po’ di fiducia, se si riconosce in quello che scrivo dei genitori, possa mettere in discussione il suo approccio con gli insegnanti. Leggete senza stare sulle difensive.
Non mi rivolgo quindi a tutti i genitori, ma quelli che con il loro comportamento rendono conflittuale (e molto dannoso per i bambini e per i ragazzi) il rapporto con i docenti.
1. Voi siete genitori, non gli insegnanti di vostro figlio. Capire questo è la regola numero 1 per un buon rapporto con gli insegnanti.
2. Quando lasciate a scuola vostro figlio, lo affidate agli insegnanti. “Affidare” significa “lasciare con fiducia”, quindi dovette “lasciare con fiducia” agli insegnanti il vostro bambino o il vostro ragazzo. È necessario che abbiate fiducia negli insegnanti perché quello che vedete alla tv, i video dei carabinieri in cui ci sono maestre che picchiano i bambini, i fatti di cronaca che descrivono professori pedofili, sono casi davvero eccezionali. Dovete pensare che normalmente nelle scuole gli insegnanti non picchiano, non insultano, non strattonano. Sappiate che a noi capitano, invece, non pochi casi di bambini che vengono picchiati, strattonati, maltrattati, insultati, a casa, dai genitori. Quindi gli insegnanti stanno molto attenti a non trattare male i ragazzi e vigilano perché nessuno, né colleghi né compagni, li tratti male a scuola. Pensare “con i tempi che corrono, è meglio controllare” è sbagliato. Questo significherebbe partire dal presupposto che della Scuola e degli insegnanti non bisogna fidarsi.
3. Voi non potete comandare a Scuola. Noi non comandiamo a casa vostra e voi non comandate a scuola: non potete decidere in quale banco vostro figlio deve stare; non potete decidere come deve scrivere sul diario; come deve scrivere sul quaderno; quante pagine deve studiare; a che ora deve entrare in classe.
Non potete neanche giustificarlo se non studia: quando scrivete una giustificazione (“mio figlio non ha studiato perché è andato dal dentista”, “mia figlia non ha fatto il compito perché non stava bene”) non lo state giustificando, ma state chiedendo all'insegnante di giustificarlo. L’insegnante può anche non accettare la vostra richiesta, perché per esempio sa che avrebbe dovuto fare quel compito giorni prima, visto che il dentista gli aveva dato l’appuntamento da venti giorni; o può accettare la vostra richiesta, protestando con il ragazzo, perché sa che è una giustificazione ripetuta molte volte.
E se avete dei bambini, non potete gestire voi l’organizzazione interna alla classe, perché voi ne avete uno, e la maestra ne ha ventotto.
Non potete decidere neanche che vostro figlio deve scrivere con la bella penna fatta a forma di fiore che gli avete regalato, perché, mentre per voi è una questione di colore o di design, la maestra sta insegnando a impugnare la penna e può giudicare che quel grosso fiore non è adatto o che è fonte di ritardo nello scrivere o di distrazione.
Non potete decidere di far usare a vostro figlio il bianchetto invece della gomma. Non potete decidere la quantità di compiti e di lezioni. Non potete decidere quali argomenti deve svolgere il maestro o il professore. Non potete decidere se il modo di spiegare dell’insegnante è giusto o sbagliato.
4. Se c’è qualcosa che non capite, potete (anzi, dovete) chiedere spiegazioni all'insegnante. Ma senza partire dal presupposto che voi sappiate meglio dell’insegnante come si insegna e come ci si comporta con i ragazzi. Non è il vostro lavoro. E anche se siete insegnanti, quando andate a parlare con gli insegnanti di vostro figlio, siete solo dei genitori.
Potete chiedere spiegazioni, ma non con il tono di chi sta tendendo una trappola per farlo cadere in fallo e poterlo così “mettere a posto”. Alla base di tutte le incomprensioni, c’è, da parte dei genitori, la sfiducia. E da parte degli insegnanti c’è, di conseguenza, il pregiudizio “i genitori mi chiedono spiegazioni perché mi vogliono attaccare”.
5. Non fate ai vostri figli l’interrogatorio quando tornano a casa: “Che cos'ha fatto la maestra?”, “Che cosa ha detto quando tu hai detto che lui ha detto che lei ha fatto?”, “Perché la maestra ti ha detto questo?”, “Come mai il professore ti ha interrogato? Non ti aveva già interrogato? Ci sei solo tu o ce l’ha con te?”,  “Come mai ti ha dato 5 se la sapevi? L’ho visto anch’io che la sai”. Frasi come queste dimostrano a vostro figlio che non vi fidate degli insegnanti (e, di conseguenza, non si fideranno neanche loro).


Continua…Quarta Parte

Prima parte e seguenti.

giovedì 23 ottobre 2014

Il coraggio di cambiare (per genitori). Seconda parte. 482° post

Se la Scuola va male, la famiglia può fare qualcosa? Credo di sì. La famiglia deve assolutamente fare qualcosa, se si rende conto che le cose vanno male, che i ragazzi si trovano male, che non sono preparati ad affrontare il lavoro e la vita. Ma che cosa può fare?
Se volete cambiare le cose, abbiate il coraggio di prendere delle decisioni. Parlatene, fra mamme (certo, anche con i padri) e decidete di cambiare le cose.
Dopo averci riflettuto per anni, osservando non solo gli alunni, ma i bambini e i ragazzi per strada e nei locali pubblici, mi sento di dare qualche consiglio in ordine sparso. È solo un inizio. Da qualcosa bisogna cominciare.
 - Insegnate ai vostri figli a usare parole e formule come "grazie", "prego", "scusa", "volentieri", "buongiorno!", "buon lavoro!", "per favore", "posso farlo?", "posso andare?", "si sieda pure lei", "hai bisogno di aiuto?", “ma certo”, "posso aiutarti?", "benvenuto", "lo faccio io", "buon lavoro!", "mi dispiace", "con piacere", "mi dispiace", sì, lo faccio subito", "non importa, non ti preoccupare", ecc. Servono molto: rendono la vita più piacevole. Pretendete che le imparino e che le usino.
- Non rispondete sgarbatamente ai vostri bambini, perché imparano da voi. Ho sentito madri e padri rivolgersi ai bambini con “non mi rompere i coglioni!”. Non ci si può rivolgere così a un bambino! E se lo fate, non siete moderni. Siete solo maleducati e sgarbati, e loro diventeranno come voi. Li manderete a scuola e loro lo diranno ai compagni e gli insegnanti. A quel punto, non vi stupite e non vi lamentate, se lo dicono anche a voi. E non li rimproverate, perché hanno imparato da voi.
- Finché i bambini sono piccoli non chiedete loro delle opinioni che non possono darvi a ragion veduta: è ridicolo. Chiedete quello che vogliono solo se si tratta di giocattoli, ma non fate domande come "quale gioco vuoi?". Come fa un bambino piccolo a conoscere l'esistenza (e il prezzo) dei giocattoli sul mercato? Date loro un'alternativa: "Ti piace questa macchinina rossa o questa verde?". E poi: non li riempite di giocattoli. Soprattutto, non li riempite di giocattoli costosi. Insegnate loro a giocare con palline, bottiglie di plastica, tappi, scatole di cartone.
- E questo discorso vale per tutto quello che li riguarda: divertimenti, luoghi di vacanza, sport, impegni. Anche in questi casi, osservandoli vi renderete conto di quali sono le scelte a lui più gradite e più utili. Che senso ha chiedere “dove vuoi andare in vacanza?" o anche "vuoi andare in vacanza a Rimini come l'anno scorso?"?  E se dice di no? Comanda lui? Fate quello che decide un bambino di dieci anni?
- È vero che i figli devono diventare autonomi, devono essere rispettati, devono avere una buona autostima, ma questo non significa che quello che dicono vale quanto quello che dite voi. Bisogna far loro capire che non siamo sullo stesso piano: le nostre sono opinioni; le loro  non sono "opinioni", ma frasi dettate dal desiderio del momento.
Ci sono moltissimi argomenti sui quali noi adulti siamo più preparati, abbiamo molta più esperienza e, alla fine, perciò, anche gli adolescenti devono ascoltarci perché possono imparare ancora molto.
- Decidete per i bambini quello che devono mangiare, in quale quantità e quando. Non possono sapere, a otto anni quello che fa bene e quello che non fa bene. Dovete saperlo voi. Ovviamente, seguite anche voi le regole della corretta alimentazione, perché dovete dare l'esempio. Se non le conoscete, informatevi.
Osservando vostro figlio, saprete da soli quali alimenti gli sono più graditi. Evitate di forzarlo a mangiare grandi quantità di cibi che non ama, ma fate in modo che li mangi, se gli fanno bene. E se non gradisce alimenti sani e preferisce proprio gli alimenti sconsigliati, trovate voi il modo di indirizzare il suo gusto. Bisogna dedicare tempo all'alimentazione.
Si vedono genitori che danno ai bambini di meno di due anni patatine e Coca-Cola. Addirittura trovano divertente spingerlo a inzuppare il ditino nello spumante  e ad assaggiarlo (“così festeggia anche lui”). Perché?
Basta con i genitori che danno pacchetti interi di caramelle nelle mani dei bambini! Basta con i piatti doppi di pastasciutta messi davanti ai ragazzi come piatto unico. È comodo, ma troppe caramelle fanno male e una dieta fatta solo di carboidrati non è sana.
I bambini sono delicati. Se li abituate a mangiare male continueranno a mangiare così per tutta la vita.
- Insegnate che si deve sempre tenere conto del fatto che non siamo soli, che nel palazzo vivono altre persone, al cinema ci sono altri spettatori, che per la strada ci sono altre persone. Insegnate il concetto, che era già degli antichi romani e che poi era stato ripreso da Martin Luther King: “La mia libertà finisce dove comincia la tua”. Insegnate che la loro libertà di divertirsi finisce quando limita la libertà degli altri. Insegnate a non disturbare, insomma. Non permettete loro di scorrazzare fra i tavoli del ristorante. Non li portate dove gli adulti passano la serata, per trovare un po’ di tranquillità. Rinunciate alla vostra tranquillità se questo significa impedire agli altri di stare tranquilli. Un ristorante non è un parco giochi.
- Insegnate ai vostri figli adolescenti che quando camminano sul marciapiedi e incontrano qualcuno devono mettersi sulla destra e lasciar passare, e non andare avanti a spallate, come se il marciapiedi fosse loro.
- Insegnate a non sprecare. Anche se siete ricchissimi. Lo spreco non è giusto da nessun punto di vista.
- Insegnate che le regole si devono rispettare. Pretendete che vostro figlio le rispetti. È faticoso, lo so. Ma bisogna resistere alla voglia di lasciar perdere e di dargliela vinta.

Continua …






lunedì 20 ottobre 2014

Il coraggio di cambiare (per i genitori). Prima Parte. 481° post

Se la Scuola va male (perché, da molti punti di vista, va indubbiamente male), di chi è la colpa?
Il problema è molto complesso e ci sono colpe un po' per tutti. La società intera, per come è impostata, per la grande importanza che  dà al denaro e a tutto quello che è velocemente monetizzabile, per lo scarso valore che attribuisce a tutto ciò che non lo è (quindi a tutta la cultura e alla Scuola) è la causa della grande maggioranza dei problemi della Scuola italiana.
Ma non posso certo mettermi in mente di trovare soluzioni ai mali della Scuola con un post e nemmeno con tutti i post che scrivo.
Però voglio provare a fare qualche osservazione e tentare qualche suggerimento pratico per i genitori e per gli insegnanti. Voglio fare un elenco di azioni e comportamenti che potrebbero essere utili, secondo me, per provare a cambiare le cose. Sono cose che possiamo fare o cose che dobbiamo evitare. Dobbiamo metterci in discussione, come genitori e come insegnanti. Dobbiamo provare a cambiare le cose. Comincerò dai genitori che hanno bambini piccoli e adolescenti. Per gli altri, ormai il latte è ormai versato.
Cari genitori, guardatevi intorno. Osservate tutti i bambini e i ragazzi che incontrate: per strada, fuori dalle scuole, ai giardini, al cinema. Come si comportano? Accorgetevi di quanti di loro ignorano totalmente gli altri e pensano solo a se stessi: urlano, corrono, scherzano senza preoccuparsi di controllare se il loro comportamento può disturbare qualcuno. E sono talmente abituati a fare quello che vogliono che, se qualcuno cerca di limitarli, o di rimproverarli, o di chiedere loro di fare qualcosa di diverso, reagiscono come se fosse stata fatta loro una grande ingiustizia e protestano, urlano, insultano. Ecco, credo che bisognerebbe riflettere su questo.
I bambini hanno sempre fatto i capricci, si sa. Ma qui non si tratta di capricci momentanei. Si tratta del fatto che il capriccio è alla base del comportamento di molti bambini e, di conseguenza di molti ragazzi. I bambini vengono abituati a pensare che il mondo è un lunapark, che loro sono ne sono i proprietari e che quindi devono stare sempre sulla giostra più bella. Niente più "l'erba voglio non cresce neanche nel giardino del re", frase con la quale i genitori ci rispondevano quando cominciavamo con un "Voglio". Pensateci. Pensiamoci tutti.
La frase che i bambini sentono di più durante la giornata è "che cosa vuoi?" con le varianti "vuoi questo?", "vuoi quello?",  "non lo vuoi?".  Fin da piccolissimi, pur essendo ancora totalmente dipendenti da noi, chiediamo il loro parere e li autorizziamo a prendere decisioni (che dovrebbero essere solo nostre). Non ci prendiamo la responsabilità di decidere, per esempio, che cosa è meglio che mangino, come è meglio che si vestano, a che ora è meglio che vadano a dormire, come possono giocare e come non possono. Il massimo che facciamo è comperare la loro ubbidienza con oggetti o strappi alle regole. "Se ti compero questo, mi prometti che stasera vai a letto presto?".  Non riusciamo più - come genitori- a essere autorevoli, perché non siamo convinti noi stessi di quello che è giusto e di quello che è sbagliato. Tentenniamo. Abbiamo paura di dover affrontare le ire dei bambini. Oppure non siamo in pace con la nostra coscienza, non siamo convinti di avere il diritto di rimproverare o di proibire perché sappiamo che anche noi a volte non rispettiamo le regole. Sappiamo che spesso siamo noi la causa del loro andare a letto tardi: quando andiamo a cena fuori con gli amici li portiamo con noi, costringendoli alle ore piccole; ceniamo e pranziamo ogni giorno alle ore più disparate (anche per giustificati motivi) e se ceniamo alle 20 e 30 ovviamente non possiamo mandarli a letto alle 21. Sappiamo che siamo noi che li piazziamo davanti a uno schermo fin da piccoli, perché ci torna comodo per stare un po' tranquilli noi: come facciamo poi a rimproverarli se stanno sempre davanti a uno schermo? Sappiamo che se la loro cameretta sembra una fiera del giocatolo la decisione (affrettata) è stata nostra, che non abbiamo saputo rinunciare a toglierci la soddisfazione di regalargli qualcosa per vederlo contento, o per tenerlo buono o per sentirci con la coscienza a posto se in qualche modo li abbiamo privati del nostro tempo.
Bambini e ragazzi devono avere delle regole e devono abituarsi fin da piccoli a seguirle. Perché molti non le seguono più? Forse perché non hanno capito quali sono le regole. 
E chi deve insegnare ai bambini e ai ragazzi le regole del vivere civile e i comportamenti che li porteranno a diventare adulti corretti, onesti, equilibrati, responsabili? Li deve insegnare la famiglia, prima di tutto. Non dovrebbe essere compito della Scuola insegnare, per esempio, che non si danno calci ai compagni, o che si salutano i conoscenti che si incontrano. La Scuola dovrebbe insegnare quello che non è compito della famiglia. Per esempio deve insegnare a studiare.
La famiglia può fare qualcosa? Credo di sì. La famiglia deve assolutamente fare qualcosa, se si rende conto che le cose vanno male, che i ragazzi si trovano male, che non sono preparati ad affrontare il lavoro e la vita. Ma che cosa può fare?

Continua..

Seconda parte


domenica 19 ottobre 2014

Cari amici e lettori...

Cari amici e lettori, avete notato che scrivo meno, in questo periodo? 
Mi giustifico: in realtà rispondo a molte persone, ma in privato, perché si tratta di problemi urgenti che non posso pubblicare nel blog perché sono troppo riconoscibili. Allora: ora sospenderò un po' le risposte in privato e mi dedicherò un po' al blog. A presto!

martedì 7 ottobre 2014

su IL LIBRAIO


“Non ci sono soldi”. Di chi è la responsabilità se accade qualcosa in classe? 480° post

Ricevo molte lettere che hanno come argomento il problema della gestione di alunni difficili, che possono essere un pericolo per sé e per gli altri, e dell’atteggiamento che molti dirigenti hanno riguardo al problema. Mi si racconta di bambini o ragazzi con questi comportamenti: canta, fischia, lancia oggetti, ride sguaiatamente; entra in classe urlando; protesta, offende i compagni e l'insegnante; parla a voce alta, si alza, cammina per la classe, pretende di cambiare posto, prende in giro i compagni, risponde aggressivamente all'insegnante, si muove continuamente, lasciando cadere oggetti, allungando le mani e toccando il materiale del compagno di banco per creargli disturbo; interviene continuamente a sproposito; si rifiuta di consegnare il diario o di aprire il libro o di scrivere; chiede di uscire continuamente, ecc.
Tutti gli insegnanti hanno esperienza di casi come questi. E anche i genitori (mi scrivono anche loro perché i loro figli hanno in classe compagni problematici) hanno spesso avuto esperienza di classi con alunni che rendono la vita difficile ai loro figli.
Ecco, una per tutte, la lettera di Silvana:
“Gentile professoressa, le scrissi durante lo scorso anno scolastico a proposito di un mio alunno che manifestava tutti i sintomi di iperattività e le dissi che ero riuscita, con non poca fatica, a fare in modo che la madre richiedesse le visite utili ad assegnargli un supporto.
La visita è stata programmata per il mese di novembre, intanto noi come scuola, e la stessa madre, abbiamo richiesto l'intervento di un educatore in classe. Risposta del Comune: "Non ci sono soldi"... E non ce ne sono neanche per sostituire la Docente di Sostegno già presente in classe quando usufruisce del suo giorno libero. Mi ritrovo così con un bambino presumibilmente iperattivo da certificare e uno autistico certificato... da sola. Le chiedo: " Chi dei due ha la priorità?" e ancora " E gli altri 17?" ... Le pongo anche un'altra domanda :- Chi deve rincorrere ( perché di questo si tratta) l'alunno iperattivo nel corridoio e chi lo deve sollevare letteralmente di peso quando si "inchioda" al pavimento?- L'unica soluzione che abbiamo trovato è quella di creare qualche ora di compresenza, ma, davvero, per carenza di docenti di sostegno e di educatori, spesso sono sola ad affrontare situazioni che mi creano ansia, stress e dolori alla schiena non indifferenti... Anche perché il bambino iperattivo costituisce un reale pericolo per sé e gli altri e l'enorme pazienza e fiducia di cui godo da parte degli altri genitori... prima o poi avrà termine. Gradirei un suo consiglio. La saluto. Silvana”

Il problema della responsabilità non è un problema da poco. Se accade qualcosa in classe, cioè se qualcuno si fa male, la colpa è dell’insegnante che si trova in classe in quel momento, che dovrà dimostrare di non aver potuto prevedere l’evento e di non aver potuto fare nulla per impedirlo.
Nella Scuola di oggi la situazione è davvero molto pericolosa: classi pollaio, molti bambini problematici che non possono essere aiutati per mancanza di personale; poche ore di sostegno o – se non ci sono certificazioni – nessuna ora di sostegno; poche possibilità di supplire gli insegnanti assenti, soprattutto quelli di sostegno; conseguente cattiva (e illegittima) abitudine di “usare” gli insegnanti di sostegno come tappabuchi; l’abitudine di ricorrere al frazionamento delle classi in cui non si riesce a sostituire l’insegnante assente, distribuendo gli alunni a gruppetti in altre classi, con conseguente violazione delle norme di sicurezza e disturbo del regolare svolgimento delle lezioni.
Quando – nel blog e nel libro - parlo di “classi difficili” intendo classi in cui ci sono alunni che hanno problemi di comportamento che derivano principalmente da un loro vissuto di disagio, di degrado, di violenza. Con loro si possono attivare strategie e si può riuscire – tutti insieme- a gestirli e ad aiutarli, se i problemi non diventano patologici o vicini alla patologia. Noi abbiamo il dovere di essere capaci di gestire le situazioni conflittuali e gli alunni problematici. Se è possibile a qualcuno gestire la classe in modo che nessuno corra dei rischi, allora significa che si può fare e dobbiamo essere capaci di farlo. Se non ci riesce, la colpa diventa nostra.
Ma se un insegnante ha uno o più alunni con disturbi del comportamento come la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, o con disturbi psichiatrici come la psicosi, il rischio di incidenti diventa molto alto e l’insegnante deve assolutamente essere aiutato, perché da solo non può farcela.
Di solito, quando gli insegnanti di un Consiglio di classe hanno difficoltà a portare avanti le lezioni e gli alunni non riescono a seguire a causa di continue interruzioni, e quando durante la lezione si verificano situazioni potenzialmente pericolose, si rivolgono al Dirigente per chiedere di trovare delle risorse – umane ed economiche – per cercare di risolvere il problema e per aiutare il ragazzo e la classe.
Ed ecco che i dirigenti – a loro volta responsabili di molte scuole – allargano le braccia e si dichiarano impotenti perché “non ci sono soldi”; il Comune o l’Asl rispondono che “non ci sono soldi” e l’alunno, le classi e gli insegnanti vengono lasciati soli. Oppure i docenti vengono accusati di non essere capaci di trovare delle strategie per gestire le classi.
Che cosa fare? Non bisogna accettare questo “non ci sono soldi”, e, tantomeno questo “non siete capaci di gestire la classe, ed è compito vostro trovare le strategie adatte”. I soldi devono essere trovati, e il dirigente deve capire che gli insegnanti –nelle situazioni in cui si trovano a volte- non possono fare miracoli, né avere il dono dell’ubiquità. Bisogna combattere, per ottenere che Dirigente, Comune e Asl si assumano le loro responsabilità. Bisogna scrivere lettere con le quali si informa della potenziale pericolosità di un certo alunno, e di situazioni di rischio per insegnanti e docenti. Bisogna farle protocollare. Bisogna non stancarsi di chiedere. E bisogna anche tutelarsi, perché se accade un incidente nella classe pollaio, dove ai tanti alunni si sono aggiunti tre o quattro alunni di altre classi; se un alunno violento picchia un compagno e lo ferisce – magari gravemente- la colpa è dell’insegnante. E se avevate soltanto detto che l’alunno poteva diventare pericoloso (come dice un antichissimo proverbio, “verba volant, scripta manent”, cioè le parole volano, gli scritti rimangono” ricordatelo!), se avevate protestato a voce perché nella classe non c’era lo spazio minimo stabilito dalla legge; se avevate informato solo a voce che l’alunno aveva già mostrato la volontà di picchiare, tutti se ne dimenticheranno e la colpa sarà data a voi che eravate in cattedra in quel momento.
Ed è davvero interessante sapere che cosa succederebbe nel caso descritto da Silvana. Secondo me l’insegnante verrebbe accusato di non aver segnalato la potenziale pericolosità della situazione (lo ripeto: verba volant!). Allora, Silvana, metti per iscritto il quesito al dirigente, facendo presente che la soluzione “chiami il bidello a sorvegliare la classe e vada dietro all'alunno che scappa” spesso non è praticabile perché anche i bidelli sono pochi e spesso impegnati altrove.
Fate tutto quello che potete per gestire la situazione e per aiutare gli alunni in difficoltà, e poi, se non ci riuscite, scrivete. Scrivete tutti, e segnalate al dirigente (per iscritto) i casi in cui la situazione può degenerare. Tutelatevi. Durante i consigli di classe in cui è presente il dirigente, descrivete la situazione nei dettagli e mettete tutto a verbale, compreso il fatto che avete chiesto al dirigente come può essere gestita la situazione. Molto spesso gli insegnanti e i genitori hanno paura di scontrarsi con il dirigente e chi propone di presentare le richieste in forma scritta non trova collaborazione. Molti insegnanti si sentono in colpa anche quando hanno ragione e hanno paura di conseguenze, se protestano, perché non conoscono le leggi. Se quei colleghi e quei genitori preferiscono sperare che non accada nulla e toccare ferro, scrivete da soli la lettera. E – lo ripeto – fatela protocollare.

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