La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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lunedì 28 febbraio 2011

La scuola deve insegnare a pensare. 162°

La Scuola non deve inculcare proprio nulla. Ma neanche la famiglia deve inculcare nulla.

“Inculcare” significa “calcare dentro con il piede”, “introdurre a forza”. Non mi pare che sia auspicabile un’educazione basata sull’introduzione forzata di idee e principi.

Che vengano dalla Scuola o dalla famiglia, principi trasmessi così non hanno valore. Sostenere che non deve essere la scuola pubblica ad inculcare, ma la famiglia, è un po’ come se si dicesse “i professori della scuola pubblica schiaffeggiano i nostri figli. Vogliamo essere noi a schiaffeggiarli”. Una pazzia.

La Scuola deve, prima di tutto, insegnare a pensare. Con la propria testa, ovviamente. E per farlo bisogna imparare a leggere, a scrivere, ad amare la vita e il mondo. Il mondo è enorme. La vita ha infinite sfaccettature. Bisogna imparare a decifrare il mondo e la vita. Se si impara a percepire il bello e il giusto, il brutto e lo sbagliato emergono da soli, di conseguenza. Non c’è bisogno di indicare che cosa è bene e che cosa è male. Basta insegnare a vedere, a capire e a riflettere. È per questo che chi è in malafede non vuole assolutamente che si insegni a pensare ai ragazzi. Se imparano a pensare non si può più far credere loro che il sopruso, la disonestà, la malafede, la patacca, l’egoismo, siano il bene e il bello.

Noi insegnanti di scuola pubblica dobbiamo assolutamente insegnare a pensare. I principi non si possono inculcare, altrimenti non sono principi, ma semplici informazioni. Riempire le teste di informazioni non serve a niente. Anzi. Serve solo a chi vuole manipolare le menti e le vite secondo il proprio tornaconto. Dare le informazioni senza insegnare ad usarle equivale a fornire gli ingredienti senza insegnare a cucinarli. Se non ti danno gli strumenti per usare quello che possiedi sei nelle loro mani. Dipendi da loro.

Dobbiamo insegnare ai nostri figli e ai nostri alunni a pensare con la loro testa.

Impareranno a difendersi dai disonesti, dagli sfruttatori, e sapranno godere delle bellezze della vita. Gratis.

Solo chi non ha interessi personali da salvaguardare può insegnare a pensare. I professori di scuola pubblica non hanno interessi economici da salvaguardare, questo è certo. Ecco perché fanno paura.

sabato 26 febbraio 2011

La professoressa ha l'influenza!

La professoressa mi incarica di dirvi che non ha potuto scrivere perché ha l'influenza.
Vi manda tanti saluti!
Beatrice

giovedì 17 febbraio 2011

Ho una brutta sensazione. 161°

Purtroppo è da un po’ di tempo che ho una brutta sensazione. Quella di essere intrappolata in una enorme fregatura.
Se avete voglia di seguirmi nel ragionamento, continuate a leggere.
Parto da una domanda: ma siamo tutti uguali o no? Mi spiego meglio: siamo tutti uguali e dobbiamo in qualche modo avere gli stessi diritti, o siamo diversi, abbiamo valore diverso, qualcuno è superiore agli altri e quindi dobbiamo avere diritti diversi?
In una democrazia viene istintivo dire che siamo tutti uguali. Ma non diciamolo, riflettiamoci un po’ sopra, prima di decidere.
Non so se siamo tutti uguali.
Per saperlo dovremmo avere chiaro che cosa significa “essere uguali”. Se significa avere la stessa intelligenza, la stessa sensibilità, la stessa creatività, onestà, capacità, voglia di lavorare, di impegnarsi per gli altri, allora no, non siamo tutti uguali. Ci mancherebbe. Ci sono orde di incapaci, di disonesti, di persone che non hanno voglia di lavorare, che pensano solo a loro stessi. Non siamo tutti come loro.
Dovremmo avere chiaro anche che cosa intendiamo con “diritto”: i diritti umani, civili, politici, sono quelli che, in una comunità, spettano ad ogni individuo. Sono diritti inviolabili, inalienabili legati alla sopravvivenza e alla dignità umana: il diritto di mangiare abbastanza almeno per sopravvivere, di vivere in un luogo coperto e dignitoso, di ripararsi dal freddo; il diritto alla salute e all’istruzione, alla libertà di parola e di pensiero; il diritto di essere trattato con rispetto, di conservare la propria dignità.
Ma viene da chiedere : ma i diritti spettano a tutti, indipendentemente dalle qualità morali o intellettuali?
Ecco, più precisamente, questa è la domanda: anche i disonesti, gli sfruttatori, i delinquenti, gli sciocchi e gli stupidi devono avere dei diritti?
Oppure dovrebbero essere riservati maggiori diritti alle persone più meritevoli, perché più intelligenti, più colte o più oneste?
Credo che ci siano dei diritti che devono spettare a tutti, anche ai delinquenti, agli ignoranti, agli incapaci.
Di fronte a questi diritti, alle necessità più elementari, dobbiamo essere tutti uguali.
Quelli che si guadagnano con le proprie capacità non sono diritti, ma benefici extra. È giusto che chi ha più capacità, più intelligenza, più coraggio possa avere benefici maggiori.
E siamo giunti al problema: nella nostra società non solo non avviene quasi mai che una persona di valore – morale e intellettuale – venga premiata, ma capita che benefici molto maggiori vengano riservati ai delinquenti e ai disonesti.
Secondo la mentalità feudale e medievale – scusate se semplifico molto per mettere in evidenza il concetto - i nobili e gli appartenenti al clero valevano molto di più delle persone del terzo stato. Medici, commercianti, artigiani, contadini letterati non avevano effettivo potere socio- politico. Nobili e clero si erano appropriati del concetto setsso di valore, decidendo che il valore era quello legato alla nobiltà e allo stato di “religioso”. Semplificando ancora, il concetto era questo: noi valiamo di più perché facciamo parte della nobiltà e del clero, e voi dovete servirci, riverirci e lavorare per noi perché siete inferiori. E il concetto era accettato da tutti come ovvio e perfino giusto.
Il potere ha permesso loro di mantenere le cose come stavano per molti anni, per secoli, finché una mentalità diversa si è fatta strada, ha cambiato il concetto di “valore” e ha introdotto il concetto che siamo uguali.
Non mi voglio dilungare.
È sotto gli occhi di tutti (quelli che vogliono vedere, si capisce) il fatto che oggi la società italiana è costituita da una minoranza di ricchi, di ricchi sfondati e di potenti, e da una maggioranza di borghesi, spesso piccoli piccoli, di poveri e di poveracci. Non sono questi ultimi quelli che hanno il potere politico ed economico. Sono i ricchi e potenti. Ed ecco quello che mi crea ansia e inquietudine: noto che urlano che cambieranno le cose, che daranno più risorse alla scuola e alla sanità, che risolveranno il problema della disoccupazione, che organizzeranno strutture per bambini, ragazzi, poveri, anziani. Dichiarano che abbasseranno le tasse, che aiuteranno i giovani, che elimineranno gli sprechi, controlleranno l’inquinamento, combatteranno le mafie e la malavita.
Invece non fanno nulla. Lasciano le cose come stanno e, se possibile, le peggiorano. Fanno in modo che i ricchi diventino più ricchi e i poveri più poveri. Tagliano su tutto quello che usiamo noi (tutto ciò che è pubblico), su quello che mangiamo di più (pane, pasta), e favoriscono tutto quello che usano loro (tutto il privato) e quello che possiedono loro (yacht, ville, aerei, ecc.). Perché se la sanità e l’istruzione finiscono in vacca, a loro non importa assolutamente nulla, perché non frequentano ospedali pubblici o scuole pubbliche.
I potenti pretendono che noi lavoriamo per il loro benessere, per poter continuare a fare feste e viaggi, mentre noi tiriamo la cinghia.
Piano piano ci convincono che, poiché loro sono superiori e noi inferiori, abbiamo il dovere di ammirarli, di servirli e riverirli.
Quindi siamo tornati al Medioevo. E senza che la gente se ne renda conto.
Non è una enorme assurda fregatura?

lunedì 14 febbraio 2011

“Amare” significa anche dire “mi dispiace”. 160°

Ci hanno propinato talmente tanto e in tutte le salse la frase “amare significa non dover mai dire mi dispiace” che abbiamo finito per crederla una verità inconfutabile.

Nel giorno di San Valentino ho deciso di confutarla.

Affermo quindi senza paura che “amare” significa anche dire “mi dispiace”. E tutte le volte che serve, ci aggiungo.

Perché uno non dovrebbe mai dover dire “mi dispiace”, sentiamo? Potrebbe accadere se i due fossero santi, forse. O mummie. O persone che non si incontrano mai. Come può accadere, altrimenti, che due persone che dividono la vita non abbiano proprio niente niente da rimprovarsi? O che, avendolo, siano capaci in ogni circostanza di tacere e di evitare di lanciare scarpe o improperi tali da costringere poi ad un “mi dispiace” riparatore?

Ci sono tante coppie che basano la convivenza sulla buona educazione e che, fra un “grazie”, un “prego, cara”, un “saresti così gentile”, “ma certo, con piacere!” passano la vita ignorandosi nella sostanza, quando non cornificandosi educatamente.

Ce ne sono tante altre che si insultano (e non si dicono neanche “mi dispiace” quando è tutto finito), ma che nella sostanza si amano e non potrebbero fare a meno l’uno dell’altra.

Amare non significa “non dover mai dire mi dispiace”.

Amare è desiderare di stare con una persona per sempre, per tutta la via. E anche oltre.

Amare significa sentire l’altro come parte di te. Voler condividere con quella persona tutti i momenti importanti della tua vita. E della sua.

Quando ami senti di non essere solo a vivere la vita. Dividi con l’altro le fatiche e le gioie. Ti rifugi fra le sue braccia, gli offri le tue. Dividi l’intimità e il corpo nelle notti d’amore. Condividi i pensieri, le speranze, i sogni e le paure.

Quando ami, i tuoi occhi sanno leggere al di là dei suoi, fino al profondo dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. I tuoi occhi sanno comunicare senza parole, e i suoi sanno comprendere il messaggio. Le tue mani accarezzano le sue in un modo tutto speciale.

L’amore è una coperta per scaldarti, una vela per solcare tutti i mari, un porto dove rifugiarti. Quando ami sai capire, perdonare, dimenticare.

Amare non significa non dover mai dire mi dispiace. Due persone che si amano possono anche sbagliare. È umano, sbagliare. Se sei stanco, arrabbiato, malato, triste, può capitare di mandare l’altro a quel paese, e pronunciare frasi sgradevoli. Con la persona che ami devi essere te stesso. E se il “te stesso” ha voglia di urlare un po’ per sfogarsi, ogni tanto credo che sia lecito. Purché la possibilità sia reciproca, naturalmente.

Se sbagli, e involontariamente ferisci o deludi la persona che ami, devi proprio dire “mi dispiace”.

A volte “mi dispiace” equivale a “ti amo”.

“Amare” significa anche dire “mi dispiace”.

venerdì 11 febbraio 2011

"Me ne lavo le mani". 159°

Se è vero che Ponzio Pilato è esistito e ha detto “Me ne lavo le mani” bisogna proprio dire che ha fatto scuola.

I genitori di una bambina di quattro anni non hanno i soldi per la mensa e alcune maestre offrono il loro buono pasto alla bimba.

Un sindaco (leghista) ha detto che “è inammissibile” cedere il proprio buono pasto. Se la maestra non mangia non mangia nessuno al suo posto, in altre parole. Pur di seguire le regole è meglio buttare il pasto, che regalarlo. Devo supporre che se si aggiungesse l’informazione che i genitori africani della bimba hanno altri quattro figli, di età compresa tra uno e otto anni, non servirebbe a niente, anzi, forse il sindaco direbbe “dovevano stare più attenti a non mettere al mondo cinque figli”.

Non si dice se il sindaco parlava a livello istituzionale e, magari, privatamente, ha regalato lui i buoni alla bambina. Ma credo che se fosse accaduto sarebbe stato detto a gran voce in tutti i telegiornali. In conclusione: dove mangia la bambina? Non lo so. Me ne lavo le mani.

Quattro bambini rom sono morti bruciati perché il tipo di riscaldamento che avevano a disposizione era una latta/braciere che, si sa, ogni tanto causa incendi che si propagano in un attimo ai giacigli , agli stracci, alla plastica delle roulottes e a chi c’è dentro. Spesso sono bambini. Bambini come i nostri, anche se rom.

Il sindaco ha chiesto che venissero stanziati altri fondi per risolvere il problema dei campi abusivi. Il ministro (leghista) dice che non capisce, che non sa, perché ha già stanziato dei soldi. Anche troppi. Ma nei campi abusivi si vive in modo disumano. Ogni anno ci sono bambini che muoiono bruciati. Sostanza del dialogo: “Non abbiamo soldi e se li avessimo cercheremmo di risolvere ben altri e più importanti problemi”. “Ma, allora? Che cosa devono fare quei rom, quei bambini?” “Non lo so. Non pagano neanche le tasse. Non è compito mio. Che vadano altrove. Non possono stare nei campi abusivi.” (Me ne lavo le mani.)

“Ma sono bambini!” “Lo so, ma non ci possiamo fare niente! Siamo in crisi. Non possiamo permettercelo. Abbiamo già i nostri poveri! Non pagano neanche le tasse. La mamma li ha lasciati soli per andare a cercare qualcosa da mangiare? Non doveva. Adesso urla? Finge. Gli zingari fingono sempre. Non rispetto il lutto cittadino per gente che lascia soli i bambini. Invito il sindaco a farsi un giro di notte per le stradine del centro. Ci sono tantissimi anziani, barboni e disperati che dormono in strada. Perchè non chiede i 30 milioni per dare a loro una casa?”

Dobbiamo lavarcene le mani, insomma.

Ma c’è qualcosa di terribile dietro queste affermazioni.

La disperazione non ha età né colore della pelle. Un disperato è solo un disperato. Di fronte alla disperazione non possiamo lavarcene le mani in nome di conti della lavandaia, interessi economici. Bisogna fare qualcosa. Prenderci carico subito del problema. Poi si vedrà come risolverlo. Poi si fareanno tutti i ragionamenti necessari.

Non sempre due più due fa quattro. A volte deve fare cinque. Senza altra giustificazione se non l'obbligo morale di salvaguardare i più deboli. Prima di tutto i bambini. Anche i bambini stranieri. Anche quelli rom. Tutti. Un bambino è solo un bambino.

In questa nostra Italia, quando i potenti hanno in mano le sorti dei deboli, quando i loro interessi economici vengono molto prima delle vite e delle dignità, “I care” è diventato “Me ne lavo le mani”. O peggio.

lunedì 7 febbraio 2011

Viaggio con la mente. 158°

A volte viaggio. Senza usare le gambe. Senza mezzi di trasporto. Senza LSD o altro. Solo con la mente.

Bastano pochi minuti. Vado dove voglio andare in quel momento. Non è fantasia. È pensiero libero.

Mi piace farmi accompagnare dalla musica.

Vi porto con me, se volete.

I luoghi dove vado sono quasi sempre solitari, lontani da tutto. Evado, insomma.

Una pianura a perdita d’occhio. Grigia, marrone, bordeaux. La vedo dall’alto. Mi piace vedere le cose dall’alto e poi scendere. Una strada lunghissima. Silenzio.

Mi incammino lungo la strada verso l’orizzonte. Il cielo è bianco e giallo.

Ora sono in groppa ad un cammello. Come immagino che sia stare in groppa ad un cammello. Sento l’odore di cammello ed è uguale all’odore del cavallo. Il cammello va. Camminiamo senza fretta verso l’orizzonte.

Intorno, sempre grigio marrone e bordeaux. Sembra un paesaggio spento, ma non lo è. È molto bello, invece.

Vento leggero sul viso. Tranquillità. Silenzio. Lontano, laggiù, mi piace vedere una figura che mi aspetta. Scelgo di vedere mia madre che non ho più. Mi sorride. Mi piace proprio stare un po’ con lei, qui nei miei luoghi della mente. Mi dà la mano per aiutarmi a scendere dal cammello. Mi sorride e io le sorrido. Non ci sono parole che escono dalla bocca. Ma sguardi che trasmettono pensieri.

Le racconto tutto di me e della mia vita, con quello sguardo. E lei si compiace per quello che di bello mi è accaduto. Stiamo insieme, sedute ad un tavolo, con gli occhi all’orizzonte. Beviamo un tè, anche se non lo abbiamo mai bevuto, insieme, quando era in vita. Sempre sorridenti.

La musica mi dice che è sera e devo tornare indietro. La saluto senza parole e la abbraccio. Salgo di nuovo sul cammello, aiutata da mia madre, e vado. Il viaggio di ritorno dura un attimo.

Sono stata bene. Senza usare le gambe. Senza mezzi di trasporto. Senza LSD o altro. Solo con la mente.

domenica 6 febbraio 2011

Il suicidio di un adolescente. 157°

Il suicidio di per sé è molto difficile da accettare. Ma il suicidio di un adolescente è insostenibile. Chiunque abbia in qualche modo incrociato la sua vita con un suicida sa quanto può essere terribile il senso di impotenza che ti attanaglia. “Perché”, “se” e “forse” , si pensa. Non “perché lo ha fatto?”, ma “perché non ho capito? Perché non mi ha chiesto niente? Perché nessuno si è accorto di niente? Se mi avesse detto qualcosa, se avessi anche solo immaginato, forse..”
Il suicidio è il più terribile dei fallimenti e provoca il più lacerante dei dolori. Chi si uccide se ne va e ti lascia solo con i tuoi interrogativi senza risposta. È il rifiuto della vita e di tutto il mondo, compreso te che resti.
Non voglio parlare dei genitori. Un genitore muore insieme al suicida. Un figlio che si uccide si porta via anche i genitori.
Non voglio parlare degli insegnanti, del dolore e della paura che provano quando leggono di un adolescente che si suicida. Paura che possa capitare loro un alunno che si toglie la vita. Dolore perché il suicidio è la negazione della vita, di quella vita che loro, a scuola, dovrebbero insegnare ad affrontare. E dolore e paura perché un ragazzo che hanno avuto in classe per anni che si suicida dimostra che il loro lavoro non è servito a salvarlo da se stesso e che forse, se avessero spiegato questo, se avessero detto quello, avrebbe potuto salvarsi.
Voglio parlare della vita e dei ragazzi che non sanno viverla.
La cosa più importante della vita è proprio la vita stessa. Tutto quello che facciamo, pensiamo, desideriamo avviene nella vita. Senza vita non c’è più niente. La vita sa essere bella ma anche terribile. Quando si dice di un ragazzo che muore che “aveva tutta la vita davanti” si dice che non aveva vissuto e non potrà più farlo.
Un adolescente è come un bruco che deve diventare farfalla. Noi, che dovremmo fargli vedere la farfalla che c’è in lui, a volte non ci riusciamo. Noi, insegnanti e genitori, che sappiamo per esperienza che diventerà farfalla, a volte non sappiamo ascoltare e riconoscere tutto il dolore, tutta la disperazione che un ragazzo prova nel vedersi e credersi bruco per sempre. “Per sempre” è un tempo eterno da accettare per chi sta male. Il ragazzo che si suicida è incapace di capire che il dolore è temporaneo, che ogni brutta figura che può capitargli di fare viene presto dimenticata , che non succede nulla se non hai la ragazza, perché prima o poi la incontrerai, che puoi vivere la tua vita anche se hai scoperto di essere omosessuale, che questo momento definito “l’età più bella” è in realtà, per molti, un’età terribile, ma passerà.
Noi adulti abbiamo il dovere di prevenire questa disperazione senza uscita che può portare al suicidio. I ragazzi e le ragazze che non accettano se stessi, la loro vita, e la frustrazione che deriva dal constatare che non è serena come vorrebbero, possono desiderare una fuga definitiva, un’uscita dal mondo che li salvi, che cancelli in un attimo tutte le loro sofferenze. Non vogliono più soffrire, perché non trovano un motivo per farlo, perché sono convinti che non ci sia nessuna soluzione. Sentono che il dolore non potrà che aumentare, perché non saranno mai belli, magri, come la società li vuole. Non avranno successo, non saranno amati. Resteranno per sempre bruchi, mentre gli altri sono già farfalle.
Dominika aveva diciassette anni. Era un’adolescente. Alle ore 9 di un mattino di scuola ha preso una corda dalla palestra, l’ha appesa in bagno e se ne è andata via per sempre.
Dominika si guardava allo specchio e si vedeva grassa. Troppo grassa. Non era come credeva che la società la volesse. Ha tentato tante volte con le diete di cancellare i chili di troppo che - forse solo lei- vedeva sul suo corpo. Il ragazzo che amava le ha preferito un’altra. Una cosa normale. Giusta. L’amore non può essere un obbligo. Ma per lei sarà stata la prova tangibile del fatto che quel suo corpo non andava proprio bene. Chissà quanto avrà sofferto. Quanto avrà pianto. Sola con se stessa e con il suo essere bruco per sempre. Se si fosse confidata. Se avesse chiesto a noi, a tutti noi, anche sconosciuti. Se avesse saputo aspettare. Se lo avesse scritto in un tema. Se avesse avvertito le amiche. Se avesse chiesto aiuto all’insegnante della prima ora. Se in palestra non ci fosse stata una corda. Se lo avesse scritto su facebook, forse uno di noi lo avrebbe letto, forse l’avremmo saputa aiutare, l’avremmo salvata da se stessa e dalla sua disperazione di bruco per sempre. Perché lo ha fatto a scuola? Perché lo ha fatto oggi? Perché non ha chiesto aiuto ai genitori? Se, se, se. Forse, forse, forse. Perché, perché, perché.
Cara Dominika, hai fatto male ad andartene così. Bastava solo aspettare e avresti vissuto chissà quanti anni. Avevi tutta la vita davanti.
"Paradiso sto arrivando", ha scritto. Spero che, almeno, esista davvero un paradiso.

giovedì 3 febbraio 2011

Quello che non serve si butta. 156°

Non solo “Quello che non funziona si butta” (post 83°), ma anche quello che non serve.

Lo hanno scoperto sulla loro pelle cento bellissimi Husky da slitta che, dato che non servivano più perché i turisti erano molto diminuiti, sono stati massacrati con una bella fucilata in mezzo agli occhi azzurri e finiti da un colpo di grazia vibrato con un coltello. Un proiettile per uno e nessun altro, per risparmiare anche su quelli. Ecco il perché della coltellata. Per pietà. Perché l’operaio “ha visto scene orribili”. Non faccio fatica a crederci, perché le scene sono orribili anche solo a pensarci. Il bianco e nero del manto macchiati del rosso del sangue non sono belli, da immaginare.

L’Husky ha la colpa di essere un cane bello, giocherellone, forte, resistente, dolce e docile. Un cane perfetto per scorrazzare i turisti di Vancouver, di corsa sulla slitta, fra le nevi . Ma ora i turisti, purtroppo per loro, sono pochi: a che cosa servono tutti quegli husky? A niente. Quello che non serve si butta, è semplicissimo.

La soluzione è stata quella di ammazzarli come cani.

mercoledì 2 febbraio 2011

Nostalgia di terre lontane. 155°

Molti danno per scontato che per gli stranieri la vita in Italia sia di gran lunga migliore di quella che conducevano nella loro terra e che ci debbano della riconoscenza perché permettiamo loro di vivere qui. Migliore? Ne dubito.

Stamani ho incrociato per strada, solo per un attimo, lo sguardo triste di una giovane donna nera e ho percepito la sua grande nostalgia.

Gli stranieri sono tristi lontani dalla loro terra, anche se è povera o poverissima. Anche se qui mangiano perché li facciamo lavorare (magari in nero).

Immaginate una spiaggia africana. Immaginate una giovane donna nera che cammina nel verde. Mare azzurro, cielo terso, sabbia. Abiti coloratissimi, rossi, gialli, azzurri, sulla pelle nera, vecchi sotto l’albero delle parole, musica, silenzi.

Una ragazza si sdraia sulla sabbia. Ride con i denti bianchissimi. Lava, cucina, accarezza una capretta, si lega in testa un fazzoletto bianco e verde a mo’ di turbante.

Portate in Italia quella ragazza, mettetele un cappotto nero, sostituite il sole e i colori della sua terra con la nebbia di Milano, datele da mangiare un panino di McDonald’s e poi pensate ancora che sicuramente qui in Italia ci sta bene.

Là, a casa sua, tanto lontano, si svegliava con il sole e finiva la giornata con le stelle. Là c'erano i suoi amici, la sua famiglia, i suoi figli.

Qui non c’è il rumore del vento, non ci sono colori; c’è freddo, ghiaccio, neve, confusione, traffico, malignità, cattiveria, disonestà, egoismo, bunga bunga. Soprattutto, c’è tanto freddo. Spesso anche nei cuori. Non ci sono sguardi per loro, per quegli stranieri che sono venuti qui chissà da dove e chissà per quali loschi affari. Stranieri che rubano il lavoro agli italiani. "Che se ne tornino a casa loro!". Lo farebbero subito, se potessero.

La gente passa e li ignora. Non importa a nessuno quello che pensa quella ragazza nera dallo sguardo triste, e quali erano i suoi sogni. Era povera, e questo deve bastare. È fortunata ad essere qui in questa nostra bella Italia piena di tesori artistici e di turisti. Le deve piacere, l’Italia.

Altrimenti, perché non se ne va?

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