La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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lunedì 27 gennaio 2014

Ripropongo: Eccoci arrivati di nuovo al giorno della Memoria.

27 gennaio. “Giorno della Memoria”. Abbiamo dovuto istituire un giorno apposta, per ricordarci di non dimenticare.
Noi insegnanti di Storia lo spieghiamo ogni anno, che cosa è stata la Shoah. I ragazzi devono sapere, perché il ricordo collettivo svanisce, se non lo si richiama alla mente. È nostro dovere, farlo.


Continua qui.

venerdì 17 gennaio 2014

Non c'è proprio verso di far capire alla gente quante ore lavoriamo! Seconda Parte. 435° post.

Vorrei analizzare le parole che la signora, onorevole, Ilaria Capua ha pronunciato il 10 gennaio 2014.
"Il corpo docente è profondamente sottoutilizzato": "profondamente", dice. Non "un po'". Molto. E spiega perché.
"I professori lavorano 18 ore a settimana e hanno un giorno libero": sì, è proprio convinta che lavoriamo soltanto ed esclusivamente 18 ore. In altre parole: 18:6 sarebbero 3 ore al giorno. Ma siccome abbiamo un giorno libero (Tra l'altro, il giorno libero qual è? Il sabato? o un altro giorno, invece del sabato?) sono 18:5 = 3,6 ore al giorno. Niente altro.
“Questo oggigiorno non lo può fare nessun lavoratore”: neanche i parlamentari?
“Occorre utilizzare gli insegnanti facendoli lavorare qualche ora in più a settimana”. Quante? 24 ore? E come? Ci fornisce lei la grande idea: “per contribuire al recupero degli allievi più fragili”. Ma “fragili” in che senso? Dobbiamo parlare con loro? Dobbiamo proporre esercizi, ripasso? In pratica dobbiamo fornire noi - gratis- il recupero che lo Stato dovrebbe organizzare per i ragazzi?
“Per organizzare dei centri estivi, per andare incontro alle famiglie e ai bisogni della società odierna”: quindi dobbiamo "venire incontro" alle famiglie facendo da baby sitter ai figli, “tenendoli” mentre loro sono al lavoro, perché questo è il bisogno della società odierna, che è “diversa da quella di 20/30/40 anni fa, quando la scuola è stata arricchita di un corpo insegnante così numeroso.”
Che le scuole siano diverse da quelle di 20/30/40 anni fa, sinceramente, io non lo vedo tanto. Mi sembra praticamente tutto lasciato uguale: banchi, cattedre, lavagne, spazi e strutture.
“Un corpo insegnante così numeroso”??? Ma se ci affanniamo a dire che siamo troppo pochi!
“I docenti dicono di essere pagati poco, ma secondo me non sono poi pagati così tanto poco”: cioè siamo pagati anche troppo per quello che facciamo.
La frasi peggiori sono: “Penso che nessun lavoratore abbia così tanti privilegi.” E “questo oggigiorno non lo può fare nessun lavoratore.” Gli insegnanti vengono additati al pubblico ludibrio perché sono una risorsa “sprecata e sottoutilizzata” perché lavorano poco e sono pagati anche troppo per quello che fanno (tra l’altro, che brutta parola questo verbo “utilizzare” che usa per gli insegnanti, come se fossero degli oggetti). E tutto questo “ai danni di tutto il Paese”. Un chiaro invito per gli italiani a scagliarsi contro gli insegnanti. Pazzesco.
Dobbiamo fare qualcosa. Non si può più aspettare. Ma che cosa?
Non so se lo sciopero come forma di protesta possa servire. Personalmente lo faccio sempre, quando lo giudico giusto, ma non credo che il nostro sciopero faccia paura a qualcuno.
Blocco degli scrutini? Blocco delle gite? Blocco delle adozioni? Mah! Non ho mai visto grossi risultati.
Credo che quello che dobbiamo fare si possa sintetizzare in pochi punti:
- Non dare mai più spiegazioni, quando veniamo accusati di lavorare poco: basta con l’elenco di tutto quello che facciamo (“dobbiamo correggere i compiti, fare riunioni, preparare le lezioni”, ecc.). Gli altri lavoratori ci dicono che cosa fanno loro per guadagnare lo stipendio?
 - Quando qualcuno ci dice che lavoriamo 18 ore, dobbiamo rispondere “ma che cosa dici? Lavoriamo 40 ore alla settimana. Minimo”. E niente altro.
- Se ci dicono che abbiamo tre mesi di ferie estive rispondiamo “Ma che cosa dici? Informati! Abbiamo 36 giorni.” E niente altro.
Ma soprattutto, da oggi in poi, cominciamo a non essere più disponibili per nessuno. Perché, cari colleghi, quello che stupidamente continuiamo a fare, è essere “quelli che hanno tutti i pomeriggi liberi” e che quindi accompagnano la nonna, vanno a pagare l’assicurazione, vanno dal meccanico, tengono i nipotini e fanno tutto quello che serve perché gli altri lavorano, mentre noi siamo liberi. Ma quando gli altri tornano a casa, noi, facciamo quello che non abbiamo potuto fare perché siamo stati occupati a fare favori o ad occuparci di commissioni varie, spesso per gli altri. E lo facciamo  di sera, di sabato, di domenica, nei giorni di festa, e a ore assurde: prepariamo i compiti in classe, cerchiamo dei problemi più facili o più difficili per certi alunni, ci informiamo sulle leggi, predisponiamo delle griglie, compiliamo delle schede, cerchiamo articoli interessanti da leggere in classe, scriviamo delle relazioni, dei piani di lavoro, inventiamo delle mappe concettuali, e tante altre amene attività. A volte fino a tarda notte. 
Da domani – io ho già cominciato- dite a tutti e ad ogni occasione “Non posso perché devo lavorare”, “Non posso, devo correggere i compiti”, “Non posso, devo fare una relazione”, “Non ci sono: ho una riunione”, “Sono occupata: devo preparare delle lezioni”, “Non posso, devo fare le medie”, “Sono occupata, devo vedere un film per la scuola”, “Non posso venire: devo compilare il registro elettronico”, “Sono impegnata: devo leggere la diagnosi di un alunno portatore di handicap e studiare che cosa posso fare per lui”. E così via. Registrate una frase così anche sulla segreteria telefonica.
Questo è quello che dobbiamo fare da oggi in poi. Tutti. Uniti.
Il corpo docente non è “profondamente sottoutilizzato”.

Il corpo docente è profondamente arrabbiato. 

Prima Parte.

mercoledì 15 gennaio 2014

Non c'è proprio verso di far capire alla gente quante ore lavoriamo! Prima Parte. 434° post.

“Il corpo docente è profondamente sottoutilizzato. Perché i professori lavorano 18 ore a settimana e hanno un giorno libero: questo oggigiorno non lo può fare nessun lavoratore. Occorre utilizzare gli insegnanti facendoli lavorare qualche ora in più a settimana: per contribuire al recupero degli allievi più fragili, per organizzare dei centri estivi, per andare incontro alle famiglie e ai bisogni della società odierna, diversa da quella di 20/30/40 anni fa, quando la scuola è stata arricchita di un corpo insegnante così numeroso. Penso che nessun lavoratore abbia così tanti privilegi.  I docenti dicono di essere pagati poco, ma secondo me non sono poi pagati così tanto poco, Se ci fossero le iniziative a cui ho accennato, sarebbe un uso di una grandissima risorsa, altrimenti sprecata e sottoutilizzata, ai danni di tutto il Paese" Lo ha detto la signora Ilaria Capua, onorevole della Repubblica italiana il 10 gennaio 2014.

C'è da impazzire. Non c'è proprio verso di far capire alla gente in che cosa consiste il nostro lavoro. Basterebbe leggere questo blog per rendersi conto di tutto il lavoro che c'è dietro una cattedra. Basterebbe leggere gli studi sul burnout per capire che l'insegnamento è stressante e usurante. Basterebbe visitare le scuole per rendersi conto dell'ambiente nel quale lavoriamo. Basterebbe camminare fra i banchi per capire l'espressione "classi pollaio". Bisognerebbe provare a insegnare, prima di parlare.
Invece, niente. “Penso che nessun lavoratore abbia così tanti privilegi.”, dice la signora Ilaria Capua.
Tutti parlano e sparlano. Finché persone come Brunetta o la Gelmini dicono che non siamo pagati poco e che siamo fannulloni, passi. Ci sta. Finché lo dicono persone ignoranti e frustrate, che sfogano contro gli insegnanti di oggi l'odio represso ai tempi in cui sono stati bocciati o rimandati, passi. Ci sta. Ma quando si mette a dirlo una persona, una studiosa alla quale è stato affidato il compito di occuparsi anche della Scuola, come vicepresidente della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera, vengono i brividi. Viene voglia di gettare la spugna. O di piangere. O di urlare. O anche di mandare tutti a quel paese. Invece non dobbiamo farlo. E non dobbiamo giustificarci come se fossimo dei mangiapane a tradimento. Guai a metterci a dare spiegazioni: non possono capire. Smettiamola! Giustificarci significa convincere il nostro denigratore che probabilmente quello che dice è vero. Metterci a fare i conti di tutte le ore che passiamo su libri, quaderni, compiti in classe e computer ci fa apparire patetici. E colpevoli. È un po’ come se una amica mi accusasse di averle rubato il borsellino. Potrei avere due reazioni: mettermi a spiegare che non l’ho rubato, che non ero lì, che con me c’erano due amiche che hanno visto che non mi sono avvicinata alla sua borsa. Oppure, potrei, furibonda per essere stata accusata ingiustamente, rimanere muta, andarmene, e non rivolgerle più la parola. Credo che nel primo caso mi crederebbe colpevole.
Quello che dobbiamo fare è reagire. Reagire malissimo ogni volta che qualcuno – amico, parente, conoscente, sconosciuto – dice che lavoriamo 18 ore.
Bisogna reagire malissimo anche quando c’è un collega che non fa il suo lavoro. Non sono “affari suoi”. Sono affari nostri, perché è proprio lui quello che va dicendo in giro che per quello che fa lo pagano poco. È lui che, comportandosi da fannullone, fa denigrare tutta la categoria. È lui quello che con il suo comportamento fa credere che lavoriamo solo 18 ore.
Bisogna reagire malissimo quando ci dicono che siamo privilegiati. Perché non siamo privilegiati. Se abbiamo un lavoro ce lo siamo guadagnato perché siamo entrati o  per concorso o per graduatoria. Noi non entriamo per conoscenze. Non possiamo entrare nella Scuola perché nostra madre è ministro. Forse all'Università sì, non so.
Bisogna cominciare a combattere perché venga chiarito il fatto che “orario di cattedra” non significa “orario di lavoro”. Dobbiamo pretendere, prima una ristrutturazione degli edifici scolastici che li metta in sicurezza, poi una ristrutturazione che preveda uno spazio adeguatamente attrezzato per ogni insegnante, in modo da studiare, aggiornarci, correggere, riunirci a scuola e non a casa. Io voglio anche pensare a scuola, guardare film e video da proporre agli alunni. Voglio leggere a scuola, ascoltare musica. Perché il lavoro dell’insegnante non sono solo le lezioni, le riunioni e la correzione dei compiti. Il lavoro dell’insegnante è anche quell'interesse per i ragazzi che si porta dietro anche a casa. È lo studio, la riflessione, lo scambio di esperienze e di idee. Perché per essere autorevoli bisogna essere preparati, attenti, sensibili.
Tutti ci rimproverano del fatto che parliamo sempre di scuola e di ragazzi. “Basta, parlare di scuola!”, ci dicono. Ci incontriamo e parliamo di scuola. Sul treno parliamo dei ragazzi. Al supermercato parliamo di scuola. E parliamo di scuola con gli amici, con i parenti e perfino con i vicini di casa. Perché la Scuola è la nostra vita. Talmente tanto che finiamo, a volte, per esserne inghiottiti e bruciati. E quando parliamo di scuola, noi, stiamo lavorando. A tutte le ore.

giovedì 9 gennaio 2014

SUPERATE LE 400.000 (quattrocentomila) visite al blog!

Grazie ai tanti che mi seguono! 
Mi fa piacere che quello che scrivo serva a qualcuno!

“Bambino violento a scuola. Nessuno fa niente.” Di chi è la colpa?. 433° post

Stefy mi scrive:

"Buongiorno prof., sono una mamma di un bimbo di 6 anni. Purtroppo sono qui a raccontarle, mio malgrado, di una situazione di pesante violenza che si perpetua nella classe di mio figlio. In questa classe c'è un bambino che dall'inizio dell'anno commette atti di violenza, usa linguaggio e atteggiamenti inappropriati. Se mi permette vorrei essere molto dettagliata cercando di scrivere in modo " distaccato", per quanto lo si possa essere, in modo da farle pervenire il quadro quanto più obiettivo possibile.
Da quando è iniziata la scuola, ogni santo giorno uno o più bimbi tornano a casa chi con lividi, chi pugni nella pancia o calci in faccia, chi magari se l'era cavata solo con uno sputo in faccia, chi con libri o quaderni rotti, chi con morsi, e chi, come a mio figlio ha pisciato addosso! ecc. Ogni mattina quindi le mamme dei "colpiti" si fermavano a parlare con la mamma o la nonna dell'accaduto sentendosi dire che loro non insegnano questi comportamenti al bimbo, che volevano un confronto tra le parti, bimbi di 6 anni, e che una volta confermata dal loro bimbo l'episodio, più di chiedere scusa che possono fare? anzi era anche colpa delle maestre che non controllavano e che per es. mandano due bimbi in bagno nello stesso momento causando loro l'incidente diciamo dell’aver sbagliato mira. Così abbiamo rivolto le lamentele alle maestre che prendevano atto della situazione e promettevano più attenzione.
Dopo due settimane dall'inizio dell'anno scolastico, abbiamo richiesto una riunione per fare il punto della situazione, venendo apostrofate con "ecco tutti gli anni ci deve sempre essere l'additato di turno", ovviamente riunione "negata", nel senso che fu non mai inoltrata richiesta alla Dirigente.
Gli episodi non solo non sono diminuiti, ma hanno avuto un ulteriore sviluppo. Questo bimbo, tra l'altro anche fisicamente imponente, ha iniziato a picchiare le maestre, dare loro della "puttana", e uscire dalla classe quando ne aveva voglia, ovviamente senza trascurare le sue attenzioni agli altri bimbi.
Intanto noi mamme ci siamo informate, chi già lo conosceva ha avuto conferme, anche in paese. Bene, il bimbo vive con madre e nonna, il padre se ne è andato ed è stato cresciuto tra botte e parolacce. Ma proprio botte a volte pure vantandosene ad esempio al parco con altre mamme che di fronte alle marachelle dei loro bimbi non usavano le mani (ci è stato pure riferito che un bimbo fu ricoverato all'ospedale perché menato dal suddetto con un bastone).
Questo bambino ha pure un fratello ora ventenne cresciuto allo stesso modo, ricevendo un carico maggiore di botte ed insulti degni dei migliori ghetti dopo che si dichiarò gay e la madre gli disse pure che non doveva andarsene di casa fintanto che a lei servivano i soldi del suo stipendio.
Ogni giorno avevamo conferme dei maltrattamenti fisici e verbali al bambino ed ogni giorno i nostri figli tornavano a casa con qualche problema. Mentre ingenuamente aspettavamo un incontro con l'istituzione scuola, ci siamo accorte che nel tempo i nostri figli cambiavano, mostrando segni di forte stress, ad es. chi non vuole andare più a scuola e piange finché è costretto ad entrare, chi di notte nel sonno urla, chi ha ricominciato a farsi la pipì addosso, chi alle richieste della mamma come ed es. di lavarsi le mani, inizia ad urlare e piange, scagliando il telecomando contro la tv, rompendola.
Noi, chiedendo ai bimbi, abbiamo saputo che spesso la maestra, esasperata, urla ma urla proprio tanto, lo manda in altre classi, dove ovviamente lui non si fa scrupoli a picchiare ed insultare nuove maestre e nuovi bimbi, creando disordine. Il culmine lo si è raggiunto una mattina in cui lui ha distrutto ogni cosa gli fosse a tiro, urlando le peggio cose e picchiando la maestra che cercava di fermarlo, così lei esasperata lo ha messo di forza fuori dalla classe e si è chiusa dentro con gli altri bimbi spaventati che hanno pure chiesto di chiamare i carabinieri.
Viviamo nell'ansia di ricevere una telefonata dalla scuola, in cui ci viene comunicato il peggio.
Così dopo rispettosa attesa abbiamo preteso una riunione, a cui ci siamo sentite rispondere dalla responsabile della scuola che allora proprio doveva far richiesta, facendoci capire che fino a quel momento non si era mosso nulla.
La maestra principale ci ha detto di volere pure lei una riunione perché non ce la fa più e quella di inglese è terrorizzata perché è la vittima preferita dal bimbo.
Nel contempo a scuola i nostri bimbi venivano caldamente invitati dalla maestra a non raccontare più a casa quello che accadeva durante la mattina.
Finalmente la riunione in cui ci sono tutte le nostre maestre e genitori. Iniziamo ad esprimere in modo molto civile le nostre preoccupazione in merito e chiedendo con tutta la disponibilità possibile che ci venissero anche dati suggerimenti su come parlare ai nostri figli quando subivano violenze.
Non abbiamo fatto riferimento ad ogni episodio subito da ogni bambino, per non trasformare l'assemblea in un lungo elenco di episodi accusatori e poi perché le maestre  erano già al corrente e perché la mamma di questo bimbo si era già lamentata che lei non insegna queste cose, che si è pure sentita offesa quando noi le parlavamo di cosa succedeva perché abbiamo messo in dubbio il suo modo di educare il bimbo e che dall'asilo non era stato segnalato nulla; ah questa è una delle  scuse che adducono pure le maestre.
Durante la riunione ci sono stati confermati i casi di violenza subiti pure da loro e che è vero che dice loro parolacce, ma insomma, in fondo è solo un po’ più vivace di altri bimbi che non sono santi.  Le maestre agiscono ogni giorno un po’ improvvisando in base e quello che accade e hanno detto che è vero che urlano tanto perché è l'unico mezzo che hanno. Ci è stato detto che siamo molto ansiose e che i bimbi assorbono la nostra ansia, non ovviamente le parolacce dette alla maestra e le botte prese pure da loro, che pare evidentemente la normalità. Parlava solo la  responsabile di istituto, le altre parevano statue, ha caldamente invitato i genitori a sminuire gli episodi,  soffocare le ansie  ed i turbamenti dei bimbi che "dai, lo sappiamo, a volte esagerano" e che non va bene che sentano l'appoggio completo dei genitori su tutto; infatti un'altra mamma, anche lei educatore, ha raccontato che quando sua figlia le parla della scuola lei la ferma e le dice che non vuole sapere cosa ha fatto quel bimbo, ma cosa ha combinato lei, in fin dei conti se ti ha picchiata magari tu l’hai provocato. Questo intervento ha dato man forte alla maestra che alla nostra insistente richiesta di dirci cosa fare visto che a casa mostrano dei disagi, ci ha girato la palla, poiché a scuola i bimbi son tranquilli, loro non rilevano disagi e che se a casa ci son problemi, voi siete genitori e in qualche modo educatori, gestitevi il problema. Loro hanno pochi fondi per colpa dell’ex ministro Gelmini e che quindi, se vogliamo dar loro una mano, possiamo andare noi a scuola ad assistere alle lezioni, soprattutto quei giorni in cui la maestra è sola tutte le ore.
Abbiamo chiesto cosa pensano di fare in concreto perché sicuramente la situazione peggiorerà, ci hanno risposto che la mamma del bambino ha teso una mano, quindi vediamo di giorno in giorno come affrontare la cosa.
Alla domanda secca "ma se a qualcuno accade un episodio grave?", la risposta è stata "bè speriamo di no!"
Abbiamo chiesto alla direttrice se era al corrente e ci hanno risposto, quasi come se la domanda fosse inopportuna, che sapeva tutto.
Noi mamme crediamo che sia stata la più grossa presa in giro. La maestra secondo noi si nasconde dietro un dito e non capiamo perché non si voglia agire in alcun modo, quando tutti sappiamo che la rabbia del bimbo è causata da anni di maltrattamenti fisici e mentali, che bisogna intervenire sulla famiglia se si vuole recuperare il bimbo e rendere anche più sereni i nostri. Se si continua così alla fine saranno gli altri venti a chiedere l'intervento dello psicologo perché aumenteranno le loro ansie e le loro paure così che per salvarsi da non so cosa rischiano un’intera classe.
Riteniamo di cattivo gusto, inopportuno e assolutamente poco educativo dire ai bimbi di stare zitti e dire a noi di sminuire le loro ansie.
Siamo veramente amareggiate perché non capiamo il motivo per il quale non si voglia intervenire, abbiamo pure pensato che vogliano che siamo noi mamme a muoverci, così che la scuola non viene tirata in ballo.
Noi stiamo annotando scrupolosamente ogni episodio riportato quotidianamente dai bimbi, nonostante le loro resistenze a parlare, perché la maestra non vuole, senza dar troppo peso al loro disagio e senza commentare gli episodi di violenza. Una semplice cronaca di ciò che accade, magari un domani servirà.
Ci chiediamo quanto dobbiamo aspettare e se veramente la scuola non vuole intervenire cosa possiamo fare. Alcune di noi pensano di trasferire il figlio in un altro comune.
Le chiedo scusa se sono stata prolissa, ammetto che ho usato questo mezzo anche per fare ordine mentale e cercare di mettere tutto su un piano razionale, ma la preoccupazione resta e il cuore sobbalza ogni volta che il telefono suona.
Non oso immaginare cosa potrebbe succedere tra due o tre anni. Ma poi alla fine ciò che più ci preoccupa è cosa accadrà ai nostri figli domani.
Le chiedo col cuore in mano un aiuto, se c' è speranza di far tornare la serenità ai nostri figli, ma soprattutto dare serenità a quel bimbo che fin ora ha conosciuto solo odio, violenza a parolacce, una povera creatura che non ha chiesto di nascere per meritare ciò.
La ringrazio per l'attenzione accordatami, resto in attesa di suo riscontro. Stefy.”

Cara Stefy,
ho scritto molti post su questo argomento, ma dato che continuo a ricevere lettere su questo problema, ribadisco alcuni concetti.
Se un bambino di sei anni dà pugni e calci, sputa, morde, rompe quaderni, fa la pipì addosso ai compagni, dà della “puttana” alla maestra mi sembra del tutto evidente il fatto che il bambino non ne ha colpa. Ha dei grossi problemi di socializzazione causati da un vissuto di violenza. E' un bambino "cresciuto a botte e parolacce": come può non avere comportamenti violenti? Non è certo con il semplice ragionamento che si possa pretendere che abbia la maturità di correggersi, e non è con le punizioni che si possa pensare di migliorare la situazione. Anzi.
E’ colpa della mamma e della nonna? Davvero qualcuno può pensare che mamma e nonna possano aver insegnato volutamente al bambino a essere un piccolo selvaggio? O che abbiano tranquillamente permesso al bambino di tirare calci e pugni e di spaccare tutto? Glielo hanno insegnato, involontariamente, con l’esempio, e a casa lo fermeranno con i calci e i pugni. Allora? Possiamo forse educare i genitori? Mi sembra improbabile.
La colpa è “delle maestre che non controllano e che per es. mandano due bimbi in bagno nello stesso momento”?
Noi insegnanti sappiamo benissimo che bisognerebbe che il bambino di sei anni fosse accompagnato in bagno. Ma non c’è più la possibilità di farlo, perché chi fa le eleggi ha deciso che le compresenze erano un inutile spreco di denaro. E allora la maestra manda due bambini per volta perché si controllino a vicenda, sperando che nessuno si faccia male, perché altrimenti daranno la colpa a lei. La domanda è: che cosa dovrebbe fare la maestra, sola in classe? Lasciare 25 bambini soli in classe per accompagnare il bimbo in bagno? Mandarlo da solo? Farlo accompagnare dal bidello che non c’è perché i tagli li hanno ridotti al massimo? (e se c’è non ci vuole andare perché esiste anche il rischio, per lui, di essere accusato di molestie?).
Allora: la colpa non è del bimbo, non è dei genitori, non è degli insegnanti, non è dei bidelli. Allora è del dirigente? E che cosa dovrebbe fare? Espellere il bambino? Impedirgli di entrare a scuola? Buttarlo fuori dalla classe? Picchiarlo? Offenderlo? Legarlo? Dovrebbe mettere un altro insegnante in classe per aiutarlo? E dove lo prende? Non può assumerlo. Lo Stato non lo manda.
Allora? Lasciamo le cose come stanno?
No. Dobbiamo combattere. Quel bambino ha bisogno di aiuto. E i suoi compagni hanno bisogno di essere protetti. Gli insegnanti hanno bisogno di aiuto per gestire quei bambini. I Dirigenti hanno bisogno di risorse. La colpa è dello Stato che lascia soli tutti. Diciamolo chiaramente.
Allo Stato sembra non interessare nulla di ciò che accade nelle scuole, dei problemi dei docenti, dei genitori e dei bambini. Invece lo Stato è l’unico che può e deve fare qualcosa. E i genitori, gli insegnanti e i dirigenti dovrebbero unire le forze. Finché i genitori si limiteranno ad andare nelle scuole ad inveire contro gli insegnanti, a pretendere che trovino loro delle soluzioni; finché si precipiteranno a protestare dai dirigenti, chiedendo genericamente “di fare qualcosa”, non si può risolvere nulla. Né i dirigenti né gli insegnanti possono fare nulla, in realtà. E finché gli insegnanti e i dirigenti, invece di protestare insieme ai genitori, cercheranno di salvare la faccia allo Stato, minimizzando i problemi, e nascondendo le manchevolezze dello Stato, non si risolverà nulla.
Dobbiamo informare i genitori di tutti i problemi che abbiamo, di tutto il lavoro che facciamo, mettere in evidenza quello che manca nelle scuole e chiederlo a gran voce ai Comuni e allo Stato, insieme ai genitori. Non dobbiamo stancarci di chiedere. Di pretendere. Bisogna chiedere e continuare a chiedere finché non si ottiene. Perché la Scuola è la base della società e dell’economia.
Cara Stefy, spero di averti aiutato. In bocca al lupo!”



domenica 5 gennaio 2014

Messaggio indirizzato alle persone che mi hanno scritto o che desiderano farlo.

Il 1 Dicembre avevo scritto:
"Cari lettori,  ho deciso che in questo periodo risponderò solo alle lettere che ho ricevuto da tempo e alle quali non sono ancora riuscita a rispondere. 
Da oggi, perciò, non mi chiedete consigli finché non avrò smaltito la posta arretrata. Ovviamente questo vale anche per facebook, dove avevo già pregato di non scrivermi . E a maggior ragione vale per i commenti, che servono per commentare, e non per chiedere consigli. 
Scrivetemi solo per raccontarmi qualcosa, se vi fa piacere. A me fa piacere leggere, per esempio, dei vostri progressi!
Vi farò sapere quando potrete scrivermi di nuovo. Grazie!"

Ecco, credo di aver risposto a tutti e potete scrivermi di nuovo. 
Raccomando a tutti, però, di evitare di chiedere consigli su problemi sui quali ho già dato risposta molte volte. Controllate attraverso la stringa di ricerca in alto a sinistra nel blog, inserendo una o più parole chiave; leggete e solo dopo scrivete. Grazie!
Chi mi ha scritto prima del 1 dicembre e non ha ricevuto risposta per favore mi scriva di nuovo, se lo desidera. Evidentemente non ho trovato la mail.
Se mi avete scritto dopo il 1 dicembre invece sappiate che ho già messo in una cartella le vostre mail.
Grazie a tutti!

venerdì 3 gennaio 2014

“Ma quante ore lavoriamo?”. 432° post


Martina mi scrive:

“Gentile Professoressa Milani, tempo di vacanze e di riposo, tempo che posso finalmente dedicare a scrivere questa lettera alla quale penso da un po’.
Sono un’insegnante precaria di italiano alle medie, sebbene abilitata e fortunatamente sempre occupata.
Quest’anno sono anche molto contenta delle classi in cui insegno, mi reco a scuola felice e impaziente di entrare in classe per iniziare la giornata con i miei ragazzi.
Credo che parte del merito di un clima così positivo si debba sicuramente ai ragazzi e alle loro famiglie ma forse una parte si deve anche al continuo sforzo di cercare di proporre i “soliti” argomenti con attività nuove, che coinvolgano direttamente i ragazzi attraverso un approccio che sia prima pratico e poi teorico.
Per far questo, come suggerito nel suo libro, cerco di aggiornarmi, passo molto tempo anche su internet alla ricerca di idee e suggerimenti nei tanti, molto spesso ben fatti, blog dei colleghi.
Il problema è che questo genera delle tensioni nella mia famiglia. Ho un bimbo piccolo, che richiede e al quale amo dare attenzioni e tempo e così spesso mi ritrovo a lavorare di sera. A quel punto mio marito, che è libero professionista, comincia però a lamentarsi del fatto che non rimane tempo per noi e a chiedermi quante ore al giorno dedico a preparare le lezioni e come mai non riesco a concludere il mio lavoro nelle ore in cui nostro figlio è all'asilo nido. Da lì il suo conto è molto rapido e afferma che per quello che mi pagano, lavoro troppo, che il mio “stipendio orario” è risibile.
Io cerco di spiegargli che questo tipo di ragionamento, assolutamente corretto per la sua professione, non posso applicarlo al mio lavoro…. Eppure una parte di ragione gliela riconosco, alla fine con un mutuo da pagare, un figlio da mantenere e un altro bimbo all'orizzonte quando si tratta di decidere chi dei due lavora il sabato pomeriggio o la domenica e chi resta con il bambino, succede sempre che lui lavora e io gioco con mio figlio perché questo è ciò che di fatto ci permette di arrivare a fine mese. Questa situazione ha l’innegabile vantaggio per me di poter dedicare più tempo a mio figlio ma poi mi costringe a ritmi assolutamente frenetici durante la settimana o a discussioni sul numero di ore serali utilizzate per lavorare e, a volte, per quanto mi dispiaccia, a scegliere di non fare qualche attività con i ragazzi a scuola perché non ho il tempo per prepararla.
Le sto raccontando questo come riflessione sul fatto che uno stipendio, almeno un po’ più alto, risolverebbe, almeno in parte, questa situazione in cui il nostro lavoro, per una certa parte del tempo, diventa volontariato e come tale necessita di una disponibilità che in una famiglia non sempre è facile ritagliare.
So che la percezione della società è molto diversa, mio padre stesso, che non conosce molto del mio lavoro, afferma che “ti pagano anche troppo”, nella convinzione che il mio lavoro coincida solo con le 18 ore passate a scuola. E da qui nasce il mio sogno, che so che potrebbe rivelarsi anche molto impopolare: io sarei felicissima se ci fosse richiesto di fermarci a scuola il pomeriggio per preparare le lezioni, in tal modo sarebbe più facile costruire dei progetti comuni con i colleghi o comunque “fare squadra”, il nostro lavoro sarebbe più riconosciuto e avremmo spazi e strumenti assicurati per le nostre necessità.
La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste…Martina”

Cara Martina, solo chi vive nella Scuola sa che chi fa bene il suo lavoro è impegnato per moltissime ore. Il riconoscimento sociale di queste ore “sommerse” è assente perché purtroppo questo è un lavoro che si potrebbe fare (male) anche limitandolo strettamente alle ore in classe e alle riunioni, lasciando tutto il resto al caso, all’improvvisazione e alla ripetizione degli stessi identici argomenti per ogni classe e per ogni anno. E proprio chi non lavora racconta in giro che fa poco e che quindi lo stipendio è anche troppo. Fra la campana che dice “sono stanco morto” e quella che dice “per quello che facciamo ci danno anche troppo” la gente crede alla seconda.
Fare quello che consiglio comporta un impegno costante: per mettersi in discussione (ci vuole tempo anche per decidere quello che non va), per aggiornarsi, per leggere e studiare i libri che possono renderci più interessanti, più efficaci, e che possono rendere più accattivanti le nostre lezioni; ci vuole tempo per navigare fra i blog alla ricerca di idee e per studiare gli esercizi da proporre agli alunni.
Chi ha bambini piccoli ha il grosso problema di avere agli occhi degli altri “tutto il pomeriggio libero” e di doversi giustificare per il tempo dedicato al lavoro.
Cara Martina, spesso le colleghe che hanno bambini piccoli se ne stanno a scuola a correggere i compiti e a studiare. Dicono a casa che sono impegnate, e coinvolgono i nonni o la babysitter per tenere i bambini. Solo così chi sta a casa crede che insegnare comporti del lavoro oltre alle diciotto ore. Credo che l’idea funzioni.
Prova! Non è una bugia! Per il resto, bisogna che tu trovi dei compromessi: parla a tuo marito e spiegagli che sei obbligata a prepararti per riuscire a gestire e a interessare gli alunni. Cerca di organizzarti il lavoro domestico, per esempio preparando prima dei piatti che poi puoi congelare e tirare fuori all’occorrenza. Non è il massimo ma si può fare. Così potresti riservare del tempo ai bambini e a tuo marito. Seleziona bene le attività da svolgere a scuola e accetta il fatto che non puoi dedicare tutto il tuo tempo libero agli alunni: scegli le attività più importanti e rinuncia alle altre. Privilegia le attività che insegnano un metodo, in modo che i ragazzi possano fare altre attività seguendo un certo modello.
Per quanto riguarda il lavoro pomeridiano, non sei la sola che troverebbe più logico fare 36 ore. Recentemente, per esempio, mi ha scritto un lettore del blog:
“Nutro una profonda ammirazione e un attento rispetto per il lavoro degli insegnanti. Nondimeno, da genitore di tre figlioli (in ogni ordine e grado), vivo tutto il disagio della scuola nel nostro Paese, a cominciare dal rapporto tra prof e genitori. Nei fatidici "colloqui" e "ricevimenti", credo che la scuola dia il peggio di sè  (dalle file alle sette del mattino per segnarsi nella lista di attesa, ai giorni di ferie al lavoro per parlare con uno o due insegnanti).
Perché allora non impiegare i prof nelle stesse 36 ore settimanali di tutti gli altri impiegati pubblici (fermo restando le 18 ore di lezione frontali in aula), da svolgere sempre negli Istituti, ma utilizzando le altre 18 per tutte le altre attività (colloqui con i genitori, correzione compiti, approfondimento, preparazione dei materiali e sussidi didattici, aggiornamento, formazione, ecc.)? Chissà, forse riusciremmo anche a rendere più vive ed animate le nostre scuole, su orari più ampi, a tutto vantaggio delle comunità locali, scolastiche e non.”
Rispondo a te e a lui.
36 ore? Noi lo diciamo spesso: dateci uno spazio attrezzato e fateci lavorare 36 ore alla settimana. Sì, piacerebbe a molti entrare e uscire senza aver nulla da fare alla fine delle otto ore: ognuno dovrebbe avere il suo piccolo ufficio con scrivania, lampada da tavolo, computer, libri ecc., e potremmo finalmente smettere di consumare il nostro PC, la nostra stampante, ecc. Ma nelle scuole non c'è nulla che permetta di lavorare così: non ci sono soldi, non ci sono spazi, non c’è un PC per ogni insegnante; le stampanti e le fotocopiatrici sono poche e spesso fuori uso. Noi a casa usiamo il nostro computer e i nostri libri. Certo non possono chiederci di portarlo a scuola e lasciarlo lì senza controllo (personalmente, poi, scrivo sempre su un computer fisso con uno schermo molto grande, e uso il portatile solo eccezionalmente perché per me è troppo piccolo). Nelle scuole, inoltre, ci sarebbe bisogno di un riscaldamento adeguato o di aria condizionata, perché non viene garantita una temperatura ottimale: o è troppo caldo o è troppo freddo. Attualmente, quindi, non c'è nessuna possibilità di fare 36 ore.
Ma ci piacerebbe. Parte delle ore potremmo farle anche fuori, ovviamente, per parlare con gli assessori, con gli assistenti sociali, con gli psicologi; potremmo fare riunioni fra di noi, ecc.
A questo punto però le 18 ore in classe sarebbero troppe. Quando usciamo da scuola siamo molto stanchi. Le ore in classe – soprattutto in una classe difficile - sono paragonabili ai lavori che prevedono un rapporto con il pubblico (un pubblico esigente) in cui il flusso di gente è costante e non c’è nessun tempo morto. Un po’ come se in un negozio fosse sempre Natale e ci fosse un via vai continuo di gente da servire. Oggi possiamo farlo perché poi andiamo a casa e ci riposiamo la voce, le orecchie, e soprattutto il cervello.
Perché noi non siamo "come tutti gli altri impiegati". Non facciamo un lavoro di ufficio. Non riempiamo dei moduli, non passiamo delle carte, non prepariamo dei preventivi, non eseguiamo gli ordini di qualcuno. E, soprattutto, non siamo baby sitter che devono tenere occupati bambini e ragazzi perché i genitori non sanno dove metterli. Il nostro è uno dei lavori che prevedono che aiutiamo altre persone: gli alunni e i genitori. Educhiamo, insegniamo, prepariamo per la vita. Siamo dei professionisti laureati. Siamo come i medici, come gli avvocati. È un lavoro stressante e usurante. Perciò anche lo stipendio dovrebbe essere adeguato.
Ma potremo mai ottenere questo? Ne dubito.
Buon lavoro, Martina!


giovedì 2 gennaio 2014

Cari Colleghi, BUON ANNO! 431° post

Cari Colleghi, desidero augurare in particolare a tutti voi un Buon Anno! 
L'inizio dell'anno è il momento dei buoni propositi: approfittatene!
1. Prima di tornare a scuola, chiaritevi che cosa volete cambiare in classe e fatelo. Dite ai ragazzi che "l'inizio dell'anno è il momento dei buoni propositi" e che quindi da quel momento cambieranno alcune cose. Naturalmente, quello che dite che farete, poi dovrete farlo davvero.
2. Se siete stanchi anche dopo questi giorni di vacanza, decidete che dovete trovare il modo di riposarvi davvero e, soprattutto, di stancarvi meno: una visita medica, compiti in classe più brevi, una organizzazione del lavoro migliore, qualche strategia nuova che vi faccia faticare meno e vi permetta di essere più riposati e quindi più efficienti.
3. Se siete depressi fate qualcosa subito: parlatene con il vostro medico e imparate a sfogarvi con gli amici. Se faticate a trascinare voi stessi, figuriamoci se potete  riuscire a trascinare i ragazzi!
4. Se la vostra autostima è bassa decidete che è giunta l'ora di migliorarla: parlatene con uno psicologo, leggete dei libri sull'autostima e lavorate molto fino a diventare più sicuri di voi stessi. Una buona autostima è indispensabile per avere autorevolezza in classe.
5.Preparate un piano di lavoro di quello che vi resta da fare: scrivete una scaletta e ripromettetevi di seguirla.
6. Qualunque materia insegniate, ripromettetevi di leggere (e fatelo!) dei libri sulla comunicazione, sulla memoria, sulla gestione dei rapporti con gli altri, ecc. (se avete il mio libro, ricordate che in fondo c'è un'appendice con molti titoli interessanti).
7. Scegliete una delle cose che sapete fare meglio e trovate il modo di parlarne ai vostri alunni. Parlando di qualcosa di cui vi considerate esperti (purché si possa parlarne in classe!) avrete l'atteggiamento di una persona sicura e preparata.
8. Qualunque materia insegniate, fate un elenco di tutto quello che vi sembra importante nella vita e nella Scuola, e insegnate ai vostri alunni a fare un loro personale elenco.
9. Riflettete su quello che insegnate e chiedetevi se c'è qualcosa che potreste eliminare. Poi fatelo senza rimorso.
10. Mettete in discussione tutto quello che fate durante la vostra giornata- tipo e scegliete qualcosa da cambiare e qualcosa da eliminare senza sostituire altro.

Vi auguro molta energia, molta calma, molto entusiasmo, moltissima pazienza; vi auguro che lo Stato si dia da fare per la Scuola (come dovrebbe fare). 

Grazie per il vostro affetto.

mercoledì 1 gennaio 2014

Buon 2014 a tutti! 430° post

"DIALOGO DI UN VENDITORE D'ALMANACCHI E DI UN PASSEGGERE
Venditore. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi. Bisognano, signore, almanacchi?
Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Sì signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
(........)
Passeggere. (....) il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male.
E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene;
se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce;
non la vita passata, ma la futura.
Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero? "

Lo scrisse Leopardi. Vale sempre.
Diciamo che il 2011 sembrava brutto, ma poi è arrivato il 2012, che è sembrato peggiore. Abbiamo creduto di aver toccato il fondo, ma poi è arrivato il 2013 e abbiamo capito che si può andare anche più giù del fondo.
Oggi inizia il 2014 e non so che cosa augurare, sinceramente. Però provo:
1. PIÙ LAVORO:   per i giovani e per i non giovani che lo hanno perso. Ma anche per chi ha un posto di lavoro da incubo e vorrebbe cambiare.
2. POSSIBILITÀ DI ANDARE IN PENSIONE PER CHI NON CE LA FA PIÙ: per gli insegnanti e per tutti gli altri. Uno Stato che costringe ai lavori forzati chi ha lavorato tutta la vita e non ce la fa più non è uno Stato degno di rispetto. Ed è uno Stato che se ne frega dei giovani che aspettano che si liberino dei posti di lavoro.
3. POLITICI DA RISPETTARE: politici capaci di guadagnare il nostro rispetto, degni di essere chiamati “onorevoli”. Se ne vedono ormai ben pochi.
4. IL RITORNO DEI VALORI VERI. Quelli che sembrano quasi scomparsi. Tre fra tutti: l’onestà, la libertà e il rispetto. Credo che gli altri siano tutti conseguenza di questi tre.
5. LA LIBERTÀ DI SCEGLIERE E QUELLA DI DECIDERE. La libertà di scegliere e quella di decidere non ci sono  quando c’è qualcuno che fa leggi che non tengono conto di tutti: le leggi che non permettono di porre fine alla propria vita quando non si può più parlare di vita, per esempio; quelle che non permettono di usare la parola “famiglia” riferita a persone dello stesso sesso che si amano, per esempio.
La libertà di scegliere e quella di decidere non ci sono quando c’è qualcuno che ci sfrutta; non c’è quando non c’è lavoro e quando non ci sono soldi; non ci sono per chi viene lasciato nell'ignoranza.
6.  LA SALUTE, perché se non c’è la salute tutto il resto non conta. Lo si capisce solo ad una certa età, o quando le malattie gravi entrano nelle nostre vite.
7. IL RISPETTO PER LE DONNE. Sarebbe bello che non ci fossero più donne sfruttate, donne maltrattate, donne violentate  e donne uccise.
8. IL RISPETTO PER CHI È DIVERSO. Sarebbe bello che nessuno notasse più le differenze, se non per apprezzarle, e che non ci fossero più omosessuali o stranieri maltrattati o uccisi.
9. L’ONESTÀ. Da parte dei commercianti e dei politici, soprattutto, perché senza onestà non c'è neanche dignità.
10. LA POSSIBILITÀ DI REALIZZARE I SOGNI. Auguro a tutti voi di realizzare il vostro sogno più vero, quello talmente grande e importante che non lo dite neanche agli amici.
Buon 2014!

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