La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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mercoledì 29 settembre 2010

Come si entra in classe. Seconda parte. 100°

Ho già detto della grande importanza dell’ingresso in classe, sottolineando il concetto che, poiché gli alunni vi vedono come vi vedete voi, è molto importante, prima di entrare in classe, lavorare sulla vostra autostima e chiarirvi qual è il vostro ruolo.
I ragazzi di solito sono bravi ragazzi. Anche quelli vivaci o vivacissimi. Presi singolarmente. Ma sono un gruppo classe e si sa che l’essere umano, in gruppo, cambia. E chi non ha, da solo, il coraggio di trasgredire, riesce a farlo quando si sente “coperto” dal gruppo. Crede perfino di risultare invisibile. E lo diventa, se l’insegnante non acquisisce la capacità di osservare e di notare (cosa che non si può fare nella confusione).
Ritorniamo allora all’interrogativo di partenza – come dovrebbe entrare in classe, un insegnante? – Ribadisco il concetto che deve essere evidente a tutti gli alunni il fatto che l’insegnante non è una persona alla quale si possa mancare di rispetto.
Perciò, se quando entrate stanno chiacchierando, correndo, saltando e ridendo e anche quando vi vedono non si scompongono e continuano come se voi non foste neanche entrati, come se foste trasparenti, ecco, vi hanno già mancato di rispetto. Se voi entrate comunque, poi, questo confermerà l’impressione che si sono fatti di voi: possono continuare a fare il loro comodo, perché voi lo permettete (e lo permetterete). Allora, per esempio, non entrate. Fate solo due passi e fermatevi a guardarli, senza dire niente. Guardateli, con espressione seria, senza dire neanche una parola. Come se steste valutando fino a che punto arrivano prima di intervenire. Vi accorgerete del fatto che, se lo avete fatto bene, molti, se non tutti, non riuscendo a capire dove andrete a parare, si preoccupano e vanno a posto. Rimarranno in piedi, male che vada, solo i ragazzi più difficili, che potrete così individuare subito. Non vi deve sfuggire nulla, nessun movimento. È essenziale tenere tutto sotto controllo e fare in modo che vedano che siete molto attenti.
Se non bastano le occhiate, potrete chiedere spiegazioni sul loro comportamento. Chiedete “Come mai c’è questa confusione pazzesca?”, anche quando c’è pochissima confusione. L’esperienza mi ha insegnato che questo è un forte deterrente all’aumento della confusione. Le regole devono essere molto chiare. All’inizio date molta importanza e non tollerate neanche il più piccolo comportamento che non segua le regole. La tolleranza, nel rapporto iniziale con gli alunni, viene interpretata come debolezza e permissivismo. Al contrario, il fatto di mostrare stupore e disapprovazione per una piccola mancanza porta i ragazzi a pensare: “Se una sciocchezza come questa è così importante, mi conviene evitare comportamenti più scorretti”.
Ecco, bisogna avere in mente che il comportamento corretto deve essere preteso. Perciò, solo quando tutti gli alunni sono al loro posto, entrate.
E ora che siete entrati, se entrate così, se riuscite ad ottenere silenzio e attenzione siete a buon punto. La vostra entrata dovrà avere un effetto come quello che cerco io: “entra la professoressa Milani in persona” e non “entra una povera scema incapace di farsi ascoltare”.
Autorevolezza, non autoritarismo. Rispetto, non paura.

lunedì 27 settembre 2010

Morti due cinesi in un incendio. Chi se ne importa? Prima parte. 99°

Due operai cinesi, marito e moglie, muoiono nell’incendio di una azienda che produceva pellami e tessuti per divani. Avevano una quarantina d’anni e tutta una vita da vivere. Avrebbero potuto continuare per chissà quanti anni a servire quegli italiani che li avevano accolti così bene nel loro Paese. Invece sono morti. Completamente carbonizzati.
Non si conosce il loro nome, e non si sa niente di loro. Forse non erano neanche cinesi. Forse non erano neanche marito e moglie. O forse si amavano e condividevano dei sogni. Chi se ne importa? Non sapevamo niente di loro prima, non sappiamo niente neppure adesso. Fra un attimo voltiamo la pagina e scompaiono dalla nostra vita.
Lavoravano per noi, quei cinesi, però. E lavorano per noi tanti altri. Sì, l’azienda è cinese, ma quei divani tanto convenienti finiscono nelle nostre case italiane. L’abbiamo visto, in televisione, qualche servizio sul lavoro da schiavi di cinesi e altri stranieri. Sappiamo bene che certi oggetti costano tanto poco perché sono prodotti da schiavi. Ma è un problema nostro? Basta non pensarci. "Tiremm innanz", come si dice da quelle parti.
Come sarà scoppiato l’incendio? Stavano lavorando di notte? Dormivano dove lavoravano? Come al solito, del resto. Non avevano neanche un' assicurazione. Non c’erano sistemi di sicurezza. D’altra parte per gli italiani è un lusso, la sicurezza. Figuriamoci se ci interessa dei cinesi.
Non lo sapremo mai, che cosa è successo. Le indagini probabilmente saranno dichiarate concluse prima di iniziare. I soliti cinesi imprudenti che muoiono sul posto di lavoro.
Ecco, possiamo voltare pagina e non pensarci più.

domenica 26 settembre 2010

Gli alunni vi vedono come vi vedete voi. 98°

Paolo, a proposito delle strategie di insegnamento, in particolare dell’atteggiamento che si deve avere entrando in una classe, mi chiede:
“Okay: ora voglio le strategie! :-)
Mi rendo conto che non è possibile redigere un Baedeker sull'argomento (vista la pletora di variabili che entrano in campo)... ma qualche 'hint', suggerimeto. 'aiutino' o utile indirizzamento sarebbe davvero gradito!!”

Caro Paolo, ti interesserà sapere che sto scrivendo un libro tutto pieno di consigli per giovani insegnanti. Aspetta e sarai accontentato, dunque!
Nell’attesa, ecco un concetto importante: gli alunni vi vedono come vi vedete voi. Quindi, prima di chiedervi come vi vedono gli alunni, dovete chiedervi come vedete voi stessi. Noi comunichiamo loro la nostra idea di noi stessi. Se ci vediamo come insegnanti che non hanno le idee chiare, loro ci vedranno confusi; se ci vediamo come insegnanti che forse non riusciranno ad interessarli, loro ci percepiranno come noiosi. Se ci vediamo come persone che temono di essere prese in giro, che non hanno la capacità di reagire, state sicuri che ci prenderanno in giro. E non ci seguiranno. Non si segue una guida che appare timorosa di perdersi per la città.
Se la fama che abbiamo è “con quell’insegnante si può fare confusione quanto si vuole perché tanto non ci succede nulla; quell’insegnante è ridicolo, o è noioso; è ingiusto”, non abbiamo il prestigio necessario a farci ascoltare. Non abbiamo autorevolezza. Infatti uso qui queste espressioni, ma lo sappiamo tutti che, in realtà ho tradotto i loro “è uno stronzo”, “è un rompicoglioni”; “fa venire due palle così”, ben poco rispettosi.
Nel rapporto alunno/insegnante un altro elemento chiave, infatti, correlato all’autorevolezza, è il rispetto.
Il rispetto è un atteggiamento di stima verso una persona che è, o viene ritenuta, superiore o particolarmente degna, ed è anche un sentimento di riguardo e di attenzione, che ci trattiene dall’offenderla, dal trattarla bruscamente o in modo inadeguato.
È evidente il fatto che se noi abbiamo una bassa stima di noi stessi e di quello che vogliamo insegnare, se per primi non riconosciamo il nostro ruolo di insegnanti, difficilmente riusciremo a conquistare il rispetto e la stima degli alunni.
Dunque: prima di entrare in classe dobbiamo lavorare sulla nostra autostima e chiarirci qual è il nostro ruolo; convincerci che siamo in gamba e che saremo capaci di conquistare la fiducia e la stima degli alunni.

giovedì 23 settembre 2010

Se ripenso ai miei professori. 97°

Se ripenso ai miei professori, accanto a un gruppo di anime semplici di cui non ricordo neppure il nome e a qualche insegnante bravo che ricordo benissimo e con affetto, ci trovo un bel gruppo di strani e di straniti, incompetenti, frustrati, nevrastenici, vendicativi, mezzi matti. Di solito, per convenienza, li cancelliamo dalla memoria il più rapidamente possibile. Ma io, che sono insegnante, li voglio ricordare. Ne descrivo qualcuno, usando nomi di fantasia, ovviamente. Userò, come cognome, le cose che ho intorno a me.
La prima che mi viene in mente è della scuola media, la professoressa Tastiera. Sembrava, per l’espressione, una scimmia nuda. Ai nostri occhi vecchia, ma non so se poi era così vecchia. Pelle di velluto bianco, occhietti piccoli dietro gli occhiali tondi, aveva l’abitudine di sfregarsi velocemente le mani quando parlava, a tratti alzando anche gli occhi al cielo. A volte si incantava e lasciava uscire la punta della lingua dall’angolo a sinistra della bocca, come in uno sforzo contemplativo, sempre puntando gli occhi al cielo. Al di là di quello che diceva – non di questo si parla adesso – viveva sempre un po’ fra le nuvole, e di questo risentiva molto la sua immagine: sciattissima, girava con calze sfilate, macchie sulle gonne, stola di pelliccia spelacchiata e cappellini di stoffa tipo rivestimento da divano. Era ricoperta di una puzza come di topo morto buttato nell’immondizia e poi ripreso e messo sui suoi vestiti. E a volte si addormentava in cattedra. Uno spettacolo triste.
Al liceo la scelta è ampia: il professor Matita, di latino, calvo e rugoso, si spostava quasi senza nuovere le gambe, come un omino a pile con le rotelle sotto i piedi. Sorrideva a bocca chiusa, immerso nei fatti suoi o in chissà quali pensieri, ma in realtà era solo un atteggiamento che teneva perché in realtà non aveva voglia di parlare con la gente, colleghi o studenti che fossero: dettava pagine e pagine di suoi appunti, e noi dovevano saperli ripetere perfettamente a memoria. L’esatto opposto di come bisognerebbe studiare. Lo stesso sistema della memoria usava il professor Occhiali, di filosofia, solo che lui voleva a memoria addirittura il libro. E più a memoria lo sapevi e più alto diventava il voto. Il contrario esatto di quello che si dovrebbe fare.
La professoressa Pinzatrice, di italiano, era talmente vipera che, se si metteva in mente che eri uno che doveva essere bocciato, si dedicava anima e corpo a dimostrare con prove di ogni tipo che non sapevi e non capivi nulla. Tutte le occasioni erano buone per ribadire il concetto. Ti schiacciava piatto in terra come fanno gli elefanti che non smettono di calpestare la loro vittima finché non smette di muoversi.
Un’altra professoressa di italiano, la professoressa Lampada, aveva un’andatura come di bambola rotta e una vocina sottile che pareva uscire dalla gola di una zanzara. Per ogni nonnulla si metteva a piangere lacrime vere. Pateticissima, faceva tanta pena. L’esatto contrario di come si dovrebbe essere.
Il professore di matematica, professor Mittente, spiegava venti pagine in quindici minuti e questo avrebbe dovuto suggerirgli la manica larga nei voti. Invece dava "uno" e "due" a tutto spiano, o ti faceva indovinare che voto avevi preso e se tu dicevi “sei” lui rispondeva “no, quattro”. Quando tu dicevi “No, non ho quattro”, lui metteva un “quattro” sul registro e poi diceva: “Ora ce l’hai”. Frustrato? Pazzo?
Il problema, grave, da sempre, è questo: per essere un bravo insegnante ed essere bravo davvero, bisognerebbe selezionare i docenti e scegliere i laureati migliori. Ma quelli – mi pare ovvio - quando vedono quanto si guadagna, cercano un posto di lavoro adeguato alle loro capacità e appena possono se ne vanno. La scuola si riempie di tanta gente che insegna per ripiego.

domenica 19 settembre 2010

Primi giorni di scuola. 96°

C’è qualcosa di insolito nell’aria quest’anno. Nei corridoi, stranamente, gli insegnanti si spostano senza sorridere. Ogni tanto si guardano e comunicano senza parole, solo con leggeri movimenti di labbra e occhi, un senso di preoccupazione e di impotenza, mista a disgusto che significa – credo – “siamo alla pazzia. Ma come faremo quest’anno? Abbiamo toccato il fondo o scenderemo anche sotto terra?”. Vedo che si avviano verso le loro classi e scompaiono, chiudendosi la porta alle spalle. Anche la professoressa Milani in questi giorni mi sembra preoccupata e disgustata, quando è fuori dall’aula. In realtà nessuno parla. Non so perché. Forse non vogliono impressionare noi giovani. Io e gli altri tirocinanti, però, cerchiamo di capire.
Abbiamo capito che la preside Lidia Nicolazzi sta facendo di tutto per far quadrare il bilancio (si parla di “nozze coi fichi secchi”), di risparmiare su tutto il risparmiabile. E questo sarebbe bello, se non fosse che pare che il risparmio venga studiato a tavolino facendolo ricadere sulle spalle di alunni e docenti. Alla faccia della normativa e della qualità della scuola.
Anche la vicepreside Anna Genoveffa Ambrosini Baccicalupi, su ordine della preside, pare che stia tentando tutti i sistemi per risparmiare. Il suo sistema è molto semplice, quasi primitivo: consiste principalmente nel trovare idee e trucchetti sempre nuovi per far fare ai docenti supplenze gratis, alla faccia della normativa.
I modi trovati dalla segretaria pare che siano i seguenti: per evitare l’acquisto dei rotoli di carta asciugatutto per la toilette dei professori è stato installato un asciugatore ad aria. Gli insegnanti, soprattutto le donne, temono che venga deciso il risparmio della carta igienica e ne venga installato uno accanto al water. Si parla anche di utilizzare i registri dei professori e di classe bianchettando quelli dell’anno precedente, ma mi sembra inverosimile, non fosse altro perché erano già sfasciati.
Pare che, per evitare l’acquisto del gesso per la lavagna, abbiano sperimentato la soluzione di sostituirlo con una spugnetta bagnata: l’insegnante avrebbe potuto inumidire l’indice e scrivere con l’acqua gli esercizi. Ma la parte superiore si cancellava prima della fine dell’esercizio e l’idea è stata abbandonata.
Abbiamo saputo che nelle alte sfere circola l’idea di tornare al ciclostile e alla carta carbone, perché le fotocopie risultano un lusso. Ma non so se hanno deciso qualcosa in tal senso.
I computer verranno utilizzati con un sistema tipo targhe alterne: un mese la sezione A, uno la B, uno la C, ecc.
Il Comune, che ha sempre risparmiato su banchi, sedie, tinteggiatura, armadi, continuerà a farlo, aggiungendo un bel risparmio extra con lo spegnimento dei termosifoni un’ora prima dell’uscita (si conta sul fatto che un minimo di tepore dovrebbe rimanere) e tenendo rigorosamente spenti i termosifoni quando gli alunni non ci sono. E’ giunta voce che verrà suggerito di ritornare al buon vecchio sistema anteguerra del “battete le mani, bambini, che vi riscaldate”. Non si sa quanto ci sia di vero.
Questo fuori dalle aule. Dentro alle aule ci sono ben altri problemi per i professori. Ma credo che, tutto sommato, l'aula sia l’unico posto dove stanno un pochino meglio.
Beatrice.

sabato 18 settembre 2010

Ci sono cose alle quali non so dare risposta. 94°

Ci sono cose alle quali non so dare risposta, anche se ci penso da tutta la vita.
Adesso ve ne dico una.
Ho letto in questi giorni due storie.
Una ragazza di ventitreé anni, Ashley Anne Kirilow, ha confidato a tutti di avere un tumore maligno, e di essere in fase terminale. Ma non era vero. E lo ha fatto credere, non solo agli estranei, ma anche ai parenti e agli amici. Da loro ha ricevuto pietà e migliaia di dollari per le cure. Per essere credibile si è sottoposta a una dieta ferrea, si è rasata capelli e sopracciglia e poi ha diffuso su facebook la sua immagine suscitando la pena di moltissima gente, e causando dolore alle persone che l’amavano. È stata scoperta, e sarà sottoposta ad un processo per truffa e al disprezzo a vita di chi l’aveva aiutata.
Bethany Storro, ventotto anni, aveva raccontato di essere stata sfigurata con dell’acido da una donna, per strada. Il suo volto bruciato aveva suscitato grande commozione. Alla donna che l’aveva sfigurata era stata data la caccia per settimane, finché Bethany non aveva confessato di essersi sfigurata da sola, senza spiegare i motivi del suo gesto. Per lei niente processo e niente biasimo, perché è stata considerata mentamente disturbata.
Mi domando: ma queste due donne sono diverse? sono pazze o normali? Colpevoli o innocenti? C’è sostanziale differenza fra l’una e l’altra, o l’unica differenza consiste nel fatto che la prima ha guadagnato dei soldi dal suo gesto, truffando migliaia di persone, e la seconda no? L’aspetto più grave della vicenda di Ashley Anne è la truffa o è il modificare il suo corpo per sembrare una malata terminale? E l’aspetto più grave della storia di Bethany qual è? Tutte e due hanno danneggiato il loro corpo e la loro vita. Perché per la prima c’è solo biasimo e per la seconda solo pena? Basta, come discriminante, il fatto che Ashley Anneha tratto profitto? Basta, per definirla "sana di mente"?
La domanda che mi faccio da tutta la vita e che non trova risposta è questa: dove finisce l’innocenza e dove inizia la colpevolezza di una persona? Dove finisce la normalità e dove inizia la pazzia? Quando una persona compie un gesto grave e sappiamo che è stato dettato da un problema mentale, ha senso darle una punizione?
A me Ashley Anna sembra solo apparentemente un’imbrogliona. Mi sembra molto di più una pazza. E se così fosse, perché viene trattata come truffatrice e non viene invece curata?
E Bethany, che ha comunque truffato la polizia, come dobbiamo considerarla?

lunedì 13 settembre 2010

No, in pensione non ci vado. 93°

Voi che non avete il lavoro immaginate un’insegnante modello signora che al bar ordina un tè twinings, che indossa una serie di cerchi d’oro che tintinnano sulla cattedra, un giro di perle vere, un solitario, una sciarpa di cachemere e una borsa di Louis Vuitton. Una che la sera gioca a bridge o si incontra con altre signore per decidere come ammazzare il tempo facendo una raccolta fondi per una qualche associazione del terzo mondo. Una che non sa mai dov’è e che cosa ci fa lì, che non ha più voglia di insegnare, che giudica i ragazzi dividendoli fra “rompiscatole” e “figlio del notaio”, che manda la bidella a prendere un caffè e poi lo beve davanti agli alunni (mentre loro non possono mangiare né bere durante la lezione). Una che insegna francese, ma lo pronuncia come una vacca spagnola. Una vestita da boutique dalla testa ai piedi, tutti i giorni, come io mi vesto ai matrimoni (e neanche).
Una che oggi, all’uscita di scuola, stretta in un graziosissimo abitino bianco a rose rosse, stile americana anni Cinquanta, capelli rossi, viso rugoso di chi ha preso tanto sole, ma truccato, sento che dice ad una collega: “Sì, io potrei andare in pensione, ma non ci vado. Capisci? Ormai mia figlia si è sposata, mio figlio lavora negli Stati Uniti, mio marito non c’è mai…Che cosa ci faccio a casa? Ti pare?”. E intanto la guardava con il sorriso di chi sa quello che si deve fare e trova ovvio essere approvata. L’altra ha annuito, ma non so che cosa pensava dentro di sé.
Però so benissimo che cosa ho pensato io, imbufalita fino al parossismo, mentre passavo oltre: “Ma non ti vergogni, viziatissima donna? Ma ti pare il momento di uscire con queste frasi quando ci sono migliaia di insegnanti che non aspettano altro che qualcuno vada in pensione per avere un lavoro? Ma non guardi la televisione? Non leggi i giornali? Ma togliti dai piedi e lascia il posto a qualcun altro che vuole insegnare davvero!”
Non le ho detto niente perché so che sarei stata troppo… dura – diciamo così. Ma lo farò, appena me ne capiterà l’occasione.
E rifletto: ci sono insegnanti che adorano insegnare, danno tutto alla scuola e vorrebbero stare ancora una anno o due perché sentono di avere ancora tanto da dare. A loro, forse, si potrebbe dare l’opportunità di restare, per quell'anno o due.
Ma questa gente che non va in pensione perché a casa si annoia, dovrebbe essere…Basta, non so neanche concludere la frase. O non voglio.

venerdì 10 settembre 2010

Come si entra in classe. Prima parte. 92°

Alcuni insegnanti giovani mi hanno chiesto che cosa vuol dire "sbagliare l’approccio iniziale con la classe significa sbagliare tutto". Vorrei rispondere, e rivolgermi ai giovani, soprattutto a quelli che entrano in una classe come insegnanti per la prima volta.
Come entrare in classe? Come rivolgersi alla classe? Che cosa dire? E, soprattutto, che cosa non dire? È essenziale che essi si pongano queste domande, prima di entrare in classe, se vogliono insegnare ai ragazzi dagli undici anni in su.
Hanno studiato le materie che insegnano; hanno letto libri, seguito lezioni. Possono essere preparatissimi, ma se non riescono a farsi ascoltare, tutta la loro preparazione è inutile. Devono mirare ad essere “bravi insegnanti”, non bravi letterati, bravi informatici, bravi matematici, bravi esperti d’arte. E per essere “bravi insegnanti” devono conoscere la materia che insegnano, certo, ma anche avere “autorevolezza”.
L’autorità è la facoltà di esercitare legittimamente un potere o una funzione, ma significa anche “avere influenza, prestigio, credito, stima”.
Quando un docente entra in classe per la prima volta, come docente, ha la facoltà di esercitare la funzione di insegnante, questo è vero. Ma, per “tenere la classe” e per farsi ascoltare, non basta l’autorità: deve godere della stima degli alunni, cioè avere autorevolezza. Il che equivale a dire che, per quanto preparato possa essere, se non non è stimato e autorevole, non riuscirà ad insegnare davvero quasi nulla.
Allora, come si conquista l’autorevolezza, il rispetto degli alunni?
Il discorso è lungo. Per ora dirò questo: l’entrata in classe -soprattutto la prima volta- è determinante. Bisogna entrare dando l’impressione di essere la persona che loro si aspettano come insegnante; una persona che sa il fatto suo, preparata, che potrà aiutarli, che li capisce, che sarà giusta; un adulto maturo, insomma, che si sente forte abbastanza da guidarli, nello studio e nella vita. Certo, avere un carattere forte è importante, ma ci si può lavorare un po’, sul carattere. E dove non si arriva con il carattere si può arrivare con la tecnica, con le strategie.


Seconda parte

giovedì 9 settembre 2010

Le classi prime. 91°

Domani vedrò per la prima volta la mia classe prima.
All’inizio dell’anno, è abitudine degli insegnanti scambiarsi opinioni sulle classi nuove: “Mi sembra una bella classetta”. La “bella classetta” è una classe nella quale si riesce a fare lezione senza avere grossi problemi a tenere la disciplina; nella quale ci sono diversi alunni che studiano, e stanno attenti. E se il numero di quegli alunni è alto diventa “una buona classe”. Ma queste “belle classette” capitano sempre più di rado. Bisogna essere preparati anche alle classi “difficili”. Il lavoro dell’insegnante consiste nell’insegnare a tutti. Per tutte le classi, però, è importante il primo approccio. Sbagliare l’approccio iniziale con la classe significa sbagliare tutto.
Raccomando agli insegnanti giovani di ricordare questo: la classe è il vostro interlocutore. È quella che dovete conquistare, prima ancora di conquistare i singoli alunni. Dovete affascinarla e soprattutto guadagnarvi la sua fiducia e il suo rispetto. Quella fiducia e quel rispetto che non dovete mai, per nessuno motivo, neanche una volta, perdere. La classe non è una somma di individui, è un corpo unico. È come un grappolo d’uva. Dovete considerare il grappolo intero, non i singoli acini, che non sono tutti uguali, non hanno la stessa perfezione di forma; alcuni sono ben maturi, altri sono ancora un po’ acerbi; altri ancora sono un po’ sciupati. Quello è il grappolo che vi è stato affidato. Dovete averne cura.
Come non ci sono due grappoli perfettamente uguali, non ci sono due classi perfettamente uguali. Non è scontato, perché se lo fosse, nessun insegnante pretenderebbe di insegnare sempre allo stesso modo. Allora diventa davvero importante capire com’è quella classe.
Buon lavoro!

lunedì 6 settembre 2010

Il primo amore non si scorda mai. 90°

Verso i quattordici anni ho conosciuto il mio primo amore. La prima volta che mi sfiorò la mano ci trovavamo – figuriamoci- ad uno spettacolo teatrale per le scuole. Io non allontanai la mano e, anzi, la tenni più ferma possibile, perché fosse chiaro che accettavo di essere la sua ragazza. Quando arrivai a casa, quel giorno, mi sembrava che tutti si sarebbero accorti di ciò che era accaduto, come se mi avesse lasciato un’impronta sulla pelle.
Mi ricordo la sensazione di dolce emozione che provavo quando, al mare, finito il bagno, gli pettinavo i capelli bagnati. Mi sentivo un po' mamma e molto sposa. Mi sembrava che l'avere il diritto di pettinargli i capelli fosse la prova che eravamo fidanzati.
Al mare, stavamo sdraiati vicini, al sole, direttamente sulla sabbia. Facevamo in acqua dei giochi a squadre, ma soprattutto a coppie. Essere in coppia a fare la lotta in acqua era un'altra prova di fidanzamento, ed aveva molto di timidamente sessuale. Andavano alle feste e ci tenevamo stretti, ci scrivevamo bigliettini, ci facevamo piccoli regali, ci bisbigliavamo parole d’amore. E ogni cosa era una scusa per toccarsi la mano, per abbracciarsi.
Abbiamo passato così tre anni di amore platonico, sorridendoci, guardandoci negli occhi e tenendoci per mano.
Poi ci siamo lasciati e, a parte qualche volta all’università, non l’ho mai più visto, per trent’anni, perché è andato a vivere lontano.
Ma in questi trent’anni io l’ho sempre ricordato come il mio primo amore. Il primo amore non si scorda mai, perché è con lui che hai scoperto che cosa significa amare. E in questi ultimi anni ho pensato diverse volte “Uno di questi giorni gli faccio la sorpresa di chiamarlo e lo saluto”. Ma non l’ho fatto. Me ne pento, perché ho saputo che tre giorni fa si è buttato giù dal quinto piano.
Ho provato un grande dolore perché per me non è morto un uomo della mia età: è morto un ragazzo di sedici anni. Il mio primo amore, che non c’è più.

venerdì 3 settembre 2010

Sono brutto. 89°

Piero mi scrive:
"Buongiorno, professoressa,
volevo dirle che ieri dopo cena ho chiesto, in disparte, a mia sorella cosa avevo di brutto nella faccia.
Gliel’ho chiesto perché l’altro giorno una mia compagna mi ha detto che mi
dovrei fare una plastica facciale. Questa persona quando mi ha detto questo,
sono certo che non scherzava. Mia sorella dice che non sono brutto, ma forse lo dice perché mi vuole bene.
Adesso mi chiedo: quanto incide questo " mi vuole bene", sul giudizio espresso da mia sorella?
Se mia sorella non mi volesse bene, mi direbbe che sono brutto?
Questo, purtroppo me lo sto domandando. Lo so che non dovrei più pensare a questo mio problema.
Ma non riesco. Questo perché anche oggi a scuola è successa una cosa. Infatti, oggi due mie compagne stavano osservando un poster di alcuni ragazzi. Io mi sono avvicinato a loro.
E una mia compagna mi ha detto:<< Vedi Piero questo poster? Questi ragazzi rappresentano ciò che tu non potrai mai essere, cioè bello>>.
Lo so che la bellezza è soggettiva, ma ogni volta che sento delle cose simili, non riesco a contrastare questi pensieri.
Che cosa posso fare per non avere più questi pensieri?
Arrivederci e grazie in anticipo. Piero"

Caro Piero,
vediamo se posso aiutarti a capire. Vorrei che tu riflettessi sui seguenti concetti:
1. e' vero che non sei bello come quello del manifesto; 2. chi se ne importa se non sei bello come quello del manifesto; 3. loro non sono belle come quelle dei calendari o dei manifesti; 4. chi se ne importa se non sono belle come quelle dei calendari; 5. delle persone che fanno e, soprattutto che comunicano, riflessioni come quelle che hanno fatto a te (:” Vedi , Piero, questo poster? Questi ragazzi rappresentano ciò che tu non potrai mai essere, cioè bello” e “devi farti la plastica facciale” ) sono assolutamente immature, insensibili e, probabilmente hanno problemi personali che impediscono loro di riflettere serenamente: non devi tenere in alcun conto quello che ti dicono; 6. non devi mai lasciare condizionare la tua vita, le tue scelte, il tuo umore, la tua felicità dai discorsi, dalle opinioni, dalle frasi, dalle azioni delle persone che dimostrano di non avere intelligenza, o sensibilità, o bontà d'animo, perché nella vita quotidiana incontrerai sempre persone negative e devi imparare a difenderti (cosa che mi pare che tu non sappia assolutamente fare); 7. devi decidere una volta per tutte se per te è più importante l'aspetto fisico, la bellezza esteriore, o il modo di essere, la bellezza interiore; 8. devi capire che se tu ritieni più importante l'aspetto fisico, allora ti deve interessare come sei e come appari alle persone che ti guardano e che ritengono più importante la bellezza esteriore; 9. ma se tu ritieni più importante l'aspetto interiore, allora ti deve interessare come sei dentro e come appari alle persone che la pensano come te; 10. concludo: devi chiarire che cosa ritieni importante tu e poi andare avanti per quella strada. Senza "ma se lei..ma se lui...ma se io invece...ma gli altri...ma mia sorella...ma lei...se…ma….".
Lo so, non è facile, ma devi impegnarti su questa strada. Fammi sapere!

giovedì 2 settembre 2010

Il primo collegio dei docenti. 88°

L’1 settembre c’è stato il primo collegio dei docenti. Per chi non lo sapesse, il collegio è la riunione – ce ne sono diverse in un anno scolastico - di tutti i docenti della Scuola, durante la quale si prendono – o si dovrebbero prendere – delle decisioni. Dico “si dovrebbero prendere” perché molto spesso il dirigente pretende di decidere tutto, anche quello che spetterebbe ai docenti. E i docenti, per paura delle immancabili ritorsioni, lasciano fare perché si appellano al sesto emendamento che dice “lascia perdere, è una questione di principio e le questioni di principio le sostengono solo i rompiscatole”.
Il primo collegio è quello in cui i “vecchi” si rivedono, si abbracciano e si baciano, più o meno sinceramente, e i nuovi arrivati, spaesati e timidi, si presentano. Qualcuno di loro è preceduto da notizie confidenziali del tipo “è bravo”, “non sa tenere la classe”, “è una che si dà da fare”, “sta sempre assente”, ecc.
Ieri la, preside, la signorina Lidia Nicolazzi e la vicepreside, la dott. prof. Anna Genoveffa Ambrosini Baccicalupi , troneggiavano sul tavolo di fronte a tutti gli insegnanti. L’appello è un momento fisso. Alcuni sono assenti. E non sempre per malattia, a meno che non si voglia chiamare malattia un viaggetto alle Canarie concesso dalla preside in cambio di appoggio nei momenti difficili.
La signorina Lidia Nicolazzi gorgheggiava le solite scemenze sui doveri, su come si insegna, sul regolamento, sulla mancanza di risorse, chiamata da lei, secondo quello che le conviene, un momento “ottimizzazione della spesa”, e un altro ,“non ci sono soldi”.
La piccola scrivana trascriveva tutto religiosamente come se si trovasse sul Sinai a ricevere le Tavole della Legge, facendo anche “sì” con la testa come i cagnolini che un tempo si mettevano sul ripiano del lunotto posteriore delle auto degli anni Settanta.
Chi sbadiglia, chi ascolta, chi ride, chi protesta ma viene subito fatto tacere. La noia è tangibile. A volte ci si guarda sbigottiti e impotenti. Perché? Perché ci sono scuole nelle quali il dirigente imposta le cose in modo che invece di fare ci si limiti a fingere di fare. Malloppi di carta per “apparire”. Sarebbe meglio che ci fosse poca carta e molto “essere”. È difficile lavorare in questi ambienti. La burocrazia dovrebbe essere tenuta fuori dalla Scuole e non esserne il regno.
Ci sono altre scuole dove invece fin dal primo collegio docenti si lavora e ci si butta a capofitto nelle programmazioni (vere). Beati loro.

mercoledì 1 settembre 2010

Sono ritornata! 87°

Eccomi di nuovo qui, di ritorno dal paesello.
Chi frequenta il blog o è diventato amico di facebook della professoressa durante l’estate non mi conosce e perciò è giusto che io dica due parole su di me.
Mi chiamo Beatrice e sono una tirocinante, affidata dall’anno scorso alla professoressa Milani. In un certo senso, sono anche la sua assistente, e lo faccio volontariamente, perché da lei imparo un sacco, e mi fa piacere trovare qualche modo per ricambiarla.
Quando entriamo nella Scuola per la prima volta, noi giovani aspiranti insegnanti, ci troviamo spaesati, abbiamo paura di sbagliare e di essere rimproverati e perciò cerchiamo di intuire quello che dobbiamo fare sbirciando nei registri dei colleghi che scrivono in sala professori. Se mi è permesso esprimere un giudizio, mi sembra davvero una pretesa assurda quella di buttarci in una classe con un registro in mano senza dirci né quello che dobbiamo scrivere, né come, né quando. All’università non ce lo hanno detto. Quando eravamo studenti, i professori non ci facevano certo vedere i registri! Dunque, anche le cose più semplici, come compilare il registro di classe, segnando le assenze, le giustificazioni, i permessi, apponendo le firme, indicando gli argomenti, trascrivendo le comunicazioni, diventano un problema. Non parliamo dei voti, della compilazione dei registri personali, della programmazione del lavoro annuale, delle relazioni, dei progetti. Non è dignitoso chiedere istruzioni ai ragazzi, e ci vergogniamo di disturbare i colleghi più anziani con domande che suonano stupidissime. Raramente si trova un collega a cui viene in mente che abbiamo bisogno di aiuto. Secondo me ogni scuola dovrebbe essere obbligata a spiegare per bene tutto ai nuovi arrivati. Dunque mi pare che questa sperimentazione del tirocinio sia una buona idea. Ogni docente segue un tirocinante, che può assistere alle lezioni e, ogni tanto, fare una lezione seguendo le istruzioni del docente senior, che dedica al tirocinante anche spiegazioni fuori classe. Purtroppo pare che questa bella cosa, se e quando diventerà una prassi per il reclutamento degli insegnanti, sarà una pagliacciata (così l’hanno definita in molti) solo sulla carta. Fittizia. Come - guardandole forse da inesperta - mi sembrano fittizie molte cose della Scuola.

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