La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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mercoledì 29 dicembre 2010

Muore un disabile nel carcere di Sanremo. 142°

Leggo che è morto un disabile nel carcere di Sanremo. Età mentale 3 anni. Peso: 1 quintale e 86 chili. Leggo ancora: 27 anni, avrebbe terminato di scontare la pena il 31 dicembre del 2011, e, soprattutto: era invalido al 100%, affetto da ritardo mentale, epilettico, semiparalizzato, incapace di parlare correttamente. Arrestato a 19 anni, per il furto di 3 palloni di cuoio in una palestra. Poi piccoli furti, ecc.

500 i disabili gravi nelle carceri italiane. 171 i detenuti morti nel 2010, di cui 65 per suicidio.

Nelle carceri italiane si danno i numeri: 500, 186, 27, 31, 20, 11, 19, 3, 171, 65. Ultimamente ci si suicida a tutto spiano, nelle carceri. Bisognerebbe dedicare un po' più di tempo a riflettere su queste notizie. Interrogarci. Indignarci.
Ma, insomma, che cosa ci faceva rinchiuso in una cella un ragazzo affetto da ritardo mentale, semiparalizzato, incapace di muovere le mani, di parlare correttamente, e di controllare gli stimoli fisiologici? Era colpevole, qualunque cosa avesse fatto?

Un bimbo di tre anni che ruba tre palloni viene rinchiuso in una cella insieme agli adulti. Ma che bella forza! Ha rubato? Va sbattuto in galera! Bisogna essere severissimi con i delinquenti, si sa. Implacabili, ma solo con i poveracci.

Leggo, infatti, anche di gente che ruba milioni, intrattiene rapporti d'affari con mafiosi, organizza grosse truffe, corrompe, e rimane fuori, sorridente e beffardo, perché paga squadre di avvocati che lo tirano fuori.

È il mondo alla rovescia. Almeno secondo la logica della giustizia. In questo nostro mondo italiano - alla rovescia, appunto- il colpevole è fuori, spesso addirittura riverito, e il non colpevole (in questo caso, sicuramente, perché di età mentale di tre anni) è sbattuto in prigione. E ci muore, a ventisette anni.

Povero Fernando, così grasso, così bambino e così sfortunato. Ha tolto il disturbo. Domani nessuno se lo ricorderà più. "Che cosa è successo?", qualcuno dirà. Per parafrasare Pirandello. "Niente, nella cella 45 è morto un tale."

domenica 26 dicembre 2010

"Manda sms di auguri proprio a tutti." 141°

Manda sms di auguri a tutti. 100 sms, 400 sms, 1000 sms. Quale carta attivo? Ecco il dilemma prenatalizio.
Mi dispiace se siete fra quelli che hanno attivato una carta auguri e in questi giorni hanno bombardato di sms amici, parenti e (visto che sono già stati pagati), anche conoscenti, ma ve lo devo dire: a che cosa possono servire degli auguri generici inviati a tutti contemporaneamente o quasi, che dicono pressappoco “Auguri a te e famiglia. Baci"? O quelle catene di spiritosaggini o preghiere - dipende dal tipo di persona- che girano vorticosamente da un cellulare ad un altro, fino ad arrivare di nuovo a chi le ha spedite? E il ricevere un messaggio, anche così evidentemente impersonale, ci costringe a rispondere con un altrettanto impersonale sms che però, a noi che non abbiamo attivato carte auguri, costano cari. Voi direte: “cari? Esagerata!”. Cari sì, se considerate l’inutilità. Carissimi, anzi. Se dovessi pagare anche solo 1 centesimo per sentire (costretta) la voce – poniamo- di Emilio Fede, per dire un nome a caso, io lo troverei carissimo.
E, comunque, non crediate che siano gratis neanche quelli offerti dalle carte auguri o carte vacanze o carte amici o simili: c’è un giro d’affari enorme sugli sms. Creano catene e creano dipendenza. Soprattutto nei ragazzi. Se uno ha pagato 6 euro per attivare una carta auguri, non è che gli sms diventano gratis: si pagano. Per la precisione, tu li hai già pagati prima di mandarli. Solo che ti fanno credere che, visto che puoi mandarne centinaia, sono gratis. Ma la domanda è: li mandi, quei 100, 400 o 1000 sms? Li manderesti davvero? Hai davvero la necessità di mandare tutti quei messaggi?
Apprezzo molto gli auguri, ma vorrei che fossero personali e, soprattutto, sentiti. Poi possono essere anche semplici "Buon anno, Isabella". Ma ci vorrei almeno il mio nome, a testimonianza del fatto che, mentre li mandavi, pensavi proprio a me, che mi auguravi davvero un buon anno con quello che sai che desidero.

mercoledì 22 dicembre 2010

Vorrei essere altrove. 140°


Visto il tempo brutto, la pioggia che a tratti diventa neve, il freddo che ti morde la faccia, ho deciso di andare altrove. Mi accompagnate?
Sediamoci su un divano, o anche qui, alla scrivania. Ecco, viaggiate con me.
Come sempre, vado al mare. C’è un viottolo che porta dalla casa al mare in cinquecento e quattordici passi. È piena estate, e la temperatura è quella che desidero, esattamente un paio di gradi prima del caldo. L’aria porta già quella miscela di profumi che adoro, di mare, di rosmarino, di mirto, di macchia mediterranea, anche prima di arrivare a vedere la spiaggia.
Il vantaggio di viaggiare con la mente consiste anche nel fatto che non percorro tutti i cinquecento e quattordici passi, perché dopo circa una trentina sono già di fronte al mare. Devo confessare che, anche se sono una persona socievole, in questi luoghi della mente non voglio nessuno. La spiaggia deve essere completamente deserta.
Chiudo gli occhi e inspiro: l’acqua di mare ha un profumo come di pesce fresco – o è il pesce fresco che profuma di mare pulito, probabilmente.
Ascolto il rumore delle onde che si infrangono sulla riva. L’acqua è azzurro verde, bianca di spuma vicino a riva. Mi chino a toccare l’acqua che arriva sulla battigia, ai miei piedi. È fredda. Cammino sulla spiaggia e sono contenta della solitudine, che mi dà un senso di tranquillità e benessere.
Ogni tanto mi fermo a guardare l’orizzonte. Passo del tempo così, ferma a guardare lontano.
Un altro vantaggio dei viaggi con la mente è il fatto che la situazione cambia come vuoi tu.
Ora sono le quattro del pomeriggio. Il mare è mosso e il rumore del mare è forte.
Mi sdraio sulla sabbia calda e mi piace sentire il calore sulla pelle. Il vento ogni tanto mi rinfresca.
Un momento dopo è il tramonto. Il mare si è calmato, e ora è quasi una tavola. Il sole sta calando e lascia una striscia luminosa sull’acqua. Guardo gli arbusti lungo il viottolo: ora sono più verdi.
Ascolto il rumore lieve dell’acqua, entro nell’acqua e cammino lungo la striscia luminosa del sole che tramonta. L’acqua è tiepida, ma l’aria è fresca. Il sole comincia a scomparire; il cielo, chiaro all’orizzonte, in alto diventa sempre più scuro, e le colline in lontananza diventano sempre più delle sagome scure.

Insegnanti che non sanno tenere la classe. 139°


Per chi non lo sapesse ancora, io sono Beatrice, la tirocinante assegnata alla professoressa Milani.

È tanto che non scrivo perché la professoressa ormai è diventata esperta e non ha più bisogno di aiuto. Ma volevo salutarvi e augurarvi buone feste, e colgo l’occasione per scrivere qualcheosservazione per i tirocinanti come me.

Prima di tutto, vorrei dire che è una fortuna avere la possibilità di assistere alle lezioni di più di un professore, perché ti permette di vedere come una stessa classe, una normalissima classe, non una classe difficile, si trasforma completamente a seconda di chi ha davanti. Dovreste vedere: è incredibile. Se non lo vedessi con i miei occhi non ci crederei.

Entra un certo insegnante e vanno tutti a posto, stanno zitti e attenti, o quasi, aprono il libro, scrivono. Entra un altro e scoppia il finimondo.

Per esempio, durante le lezioni della professoressa Martini, poveretta: la stessa alunna che normalmente se ne sta al suo posto si alza, va alla finestra, prende un pettine dall’astuccio e si pettina, specchiandosi al vetro. Un’altra tira fuori l’ipod e si mette le cuffiette; uno prende la sedia, la porta al quarto banco, si accomoda davanti ad un compagno, tira fuori le carte e si mette a giocare, dando tranquillamente le spalle all’insegnante in cattedra. La professoressa si mette ad urlare, con l’aria disgustata e arrabbiata di chi odia gli alunni, continuando a minacciare di interrogarli, di mettere note sul registro, di dare compiti supplementari, di mettere brutti voti. E chiede, anche, perché non l’ascoltano. Il tutto fra il perfetto disinteresse generale. Io l’ho osservata, cercando di capire da cosa nasce tutto questo insuccesso. Poverina, mi fa pena. Si vede che vorrebbe che l’ascoltassero e - lei per prima- si stupisce degli esiti fallimentari dei suoi goffi tentativi di richiamare la loro attenzione.

La lezione continua – se di lezione si può parlare – senza che niente di quello che esce dalla bocca della professoressa arrivi alle orecchie dei ragazzi, se non in modo confuso, indistinto, esostanzialmente inutile. E mentre una delle alunne urla “basta!!!” con tutta la forza dei polmoni, apre la porta e si affaccia la professoressa Milani: all’istante, tutti si bloccano per un attimo nella posizione che avevano in quel momento, come pompeiani sorpresi dall’eruzione del Vesuvio, e poi, subito dopo, si rianimano e tornano in fretta al loro posto. La professoressa Milani li guarda soltanto, con uno sguardo particolare. Vorrei imparare a fare quello sguardo.

Ho capito una cosa: ci sono insegnanti che proprio non ci sanno fare. Non vorrò mai essere come quella professoressa incapace di tenere la classe. Dev’essere terribile.

BEATRICE.

lunedì 20 dicembre 2010

Regali di Natale. 138°

Lo dico subito, a scanso di equivoci: io adoro i regali. Farli e riceverli. Sì, lo so che il significato religioso del Natale non esiste quasi più, che “Ama il prossimo tuo” diventa “fregatene del prossimo tuo e soprattutto sperpera senza pensare ai poveri o tutt’al più manda un sms da due euro a Telethon per sentirti a posto con la coscienza.”
Lo so che significa bagordi eno-gastronomici con conseguenti turbolenze intestinali.
Ma non mi toccate i regali. Però, sia chiaro, quelli che significano “ho usato un po’ del mio poco tempo per cercarti un bel regalo”. Sarebbe ancora più bello se fosse qualcosa costruito con le mani. Mi piace il tempo che mi è stato dedicato, il pensiero che qualcuno ha avuto per me. Non per niente esiste l’espressione “fare un pensierino”.
Eppure per molti i regali sono un’operazione economica, un obbligo di cui farebbero volentieri a meno, un fastidio. E per questo spesso ne delegano l’acquisto ad altri.
Quando vai in un grande magazzino nel periodo natalizio e vedi una tizia che gira smarrita fra gli scaffali guardandosi intorno come se si trovasse in paesino sperduto della Cina senza conoscere una parola di cinese, capisci che sta cercando un regalo e non sa dove sbattere la testa. Ho usato il femminile perché il novantanove per cento delle mogli viene incaricata di pensare a tutti i regali, compreso il loro e quelli per i colleghi di lavoro che loro neanche conoscono.
A volte la tizia che gira smarrita sei tu. Non conosci i colleghi di tuo marito, destinatari dei regali, e quindi nemmeno i loro gusti. Hai in mente solo due cose: comperare qualcosa assolutamente e il più presto possibile per toglierti il pensiero, e rimanere nel budget.
Se vedi una novità e per un attimo ti balena l’idea che possa essere il regalo giusto, lo guardi, lo rigiri tra le mani e poi lo posi. Fai dieci passi, ti fermi, ti rendi conto che se lo lasci lì poi ti pentirai e, se tornerai il giorno dopo non lo troverai più perché sarà esaurito, e allora torni indietro, lo arraffi e lo metti nel carrello. Fai la stessa cosa per quattro o cinque volte e ti avvii alla cassa.
Quando torni a casa ti accorgi che hai comperato i regali proprio per i quattro o cinque ai quali avevi già pensato nei giorni precedenti.
Bisogna fare attenzione soprattutto nei grandi magazzini o nei mega supermercati. Fra uno scaffale e l’altro ci sono i promoter dei vari prodotti che ti aspettano come avvoltoi per spruzzarti profumi, preparare caffè, presentare giochi da salotto, offrire cioccolatini, dadi da brodo e limoncello. Le luci, i colori, i cartelli con la scritta “offerta”, “regalo di natale”, “sconto”, le musiche ad alto volume e l’assenza di personale a cui chiedere informazioni ti confondono, anche mentalmente, e si finisce per comperare un sacco di oggetti inutili.
È su questo che fanno affidamento, quando creano tutta quella confusione.
Fortunatamente, fra poco la festa sarà finita e noi, finalmente, andremo in pace.

domenica 19 dicembre 2010

Tanti auguri. 137°

Tanti auguri alle persone che amo e a quelle che mi amano.

Tanti auguri alle amiche che mi sono vicine quando ne ho bisogno.

Tanti auguri anche ai miei amici di facebook, perché anche se non ci conosciamo tutti passiamo insieme molto tempo.

Tanti auguri a chi legge quello che scrivo, perché mi dedica del tempo.

Tanti auguri agli insegnanti che fanno con passione il loro lavoro e agli alunni, che hanno tutta la vita davanti.

Ma soprattutto, in questi giorni di festa, tanti auguri a chi non ha un lavoro, e dovrà dire ai suoi bambini che Babbo Natale si è dimenticato di passare.

A chi non solo non ha nulla da festeggiare, ma non ha nulla da mangiare.

A chi vive per la strada, ha la bronchite, ha la febbre, non ha neanche una coperta, e a volte muore di freddo, solo, sdraiato su una panchina.

Tanti auguri alle piccole fiammiferaie, agli incompresi, alle traviate, ai fantozzi, ai don chisciotte, agli zio tom, ai rosso malpelo, agli oliver twist, ai david copperfield, alle cenerentole.

Tanti auguri ai bambini che soffrono senza neanche avere la colpa di aver deciso qualcosa di sbagliato.

Agli extracomunitari che guardano la nebbia, i tetti e i cespugli ghiacciati, che sentono la freddezza ostile della gente e pensano con nostalgia alla loro poverissima patria lontana.

Alle donne che sentono con terrore la porta di casa che si apre e pregano che il marito non abbia qualche rabbia da sfogare su di loro.

Ai ragazzi e alle ragazze che hanno appena capito di essere gay e sentono l’angoscia di chi sa che verrà perseguitato anche senza aver fatto nulla.

Auguri alle madri dei tossicodipendenti, che sul far dell’alba stanno ancora aspettando il figlio e non sanno se tornerà o se sarà ritrovato senza vita in un bagno pubblico.

Auguri agli anziani che non hanno nessuno, che passeranno le feste da soli, così come passano tutti gli altri giorni.

Tanti auguri a Sakineh Mohammadi Ashtiani e a tutte le donne del mondo che possono essere condannate alla lapidazione.

Tanti auguri a tutti i perseguitati.

A Liu Xiaobao e a tutti quelli che combattono per i diritti umani.

A Roberto Saviano e a chi davvero combatte le mafie.

A Aung San Suu Kyi e agli uomini e alle donne che combattono per le loro idee.

A Milena Gabanelli e a tutti i giornalisti che rischiano molto in nome della verità.

Tanti auguri.

giovedì 16 dicembre 2010

Condannate ad essere magre. 136°

“La Fata Confetto? Deve aver mangiato qualche confetto di troppo.” Che cosa dire di un critico del New York Times che commenta così qualche chilo di troppo (chili, peraltro, che vede solo chi fa parte di quell'ambiente  di una ballerina di danza classica impegnata ne “Lo schiaccianoci”? E che cosa aggiungere sapendo che la ballerina in passato ha affrontato e superato problemi di disordine alimentare? La ballerina non ha gradito, ma ha detto che capisce che il corpo nella danza è una forma d’arte.
Ecco. Questo è il mondo in cui viviamo. Un critico commenta un balletto con una battuta di pessimo gusto, che mi sembra, non so perché, anche un po’ maschilista. Per lui, il corpo della donna, evidentemente, viene prima del corpo della ballerina (e non mi meraviglierebbe se di un’altra che danzasse meno bene del solito dicesse che “forse aveva le mestruazioni”) e la ballerina si secca, ma giustifica la critica, “perché il corpo nella danza è una forma d’arte”?
Io non giustifico per niente e per nessun motivo. Ma che cosa c’entra? O ha danzato bene o non ha danzato bene.
Il fatto è che chi siede sui troni della moda, dello sport e dello spettacolo ha uno strapotere assurdo. E c’è un giro d’affari che, promettendo fama e ricchezza, attira in quei mondi tante ragazze e tanti ragazzi, e non si interessa minimamente del fatto che spesso finiscano stritolati. Ragazzi che si illudono di essere attori principali, ma non sono che comparse nelle mani di persone senza scrupoli. Anoressia, tossicodipendenza, alcolismo, suicidi sono i frutti di un mondo che esige che i corpi si trasformino fino a raggiungere i limiti estremi per esibirli come fenomeni da baraccone.
Per essere fenomeni non basta lavorare e faticare tanto. Meglio le sostanze chimiche o la fame patologica, soluzioni più veloci ed efficaci. Non importa a quale prezzo.
E perciò non c’è molta differenza fra la donna cannone, la donna barbuta, l’uomo più piccolo del mondo e le modelle più magre o gli sportivi più veloci, più forti, più muscolosi, più resistenti. Non importa se per ottenere questi fenomeni bisogna che non mangino, che si riempiano di anabolizzanti, che si droghino. E se non ci riescono possono anche morire.
Chissà quanto ha studiato, Jenifer Ringer, la ballerina, per sentirsi dire: “La Fata Confetto? Deve aver mangiato qualche confetto di troppo.”

domenica 12 dicembre 2010

La solitudine dei vecchi. 135°

Non chiamerò “anziani” i vecchi. La società chiama “anziano” un uomo, non ricco, che non ha più futuro, se vuole dimostrare rispetto. Altrimenti lo chiama “vecchio”. Se è ricco lo chiama “dottore”, “ingegnere”, “avvocato”. Oppure “presidente” (sono un po’ tutti “presidente” di qualcosa, i ricchi) o “cavaliere”.
Chiamarli “anziani” è un finto rispetto, e il mio rispetto è vero. Perciò dico che c’è un intero popolo di vecchi in Italia. Moltissimi vivono soli in piccoli appartamenti. Se hanno freddo cercano di non uscire, si scaldano con la borsa dell’acqua calda e passano ore davanti al televisore, che trasmette solo programmi per giovani che il più delle volte sono incomprensibili, per loro.
Mangiano male: mangiano troppo o troppo poco, perché la maggior parte del tempo sono soli e nessuno li controlla. La società di oggi non è fatta per i vecchi, da nessun punto di vista.
I figli, se li hanno, lavorano tutto il giorno. Le case e le vite sono organizzate freneticamente e c’è un via vai di gente che entra ed esce a tutte le ore. I figli vanno al lavoro e i nipoti vanno in palestra, a scuola, all’università, a danza, a calcio, a tennis. Non c’è posto per i nonni: devono – e di solito vogliono- stare a casa loro, dove hanno le loro cose, dove trovano un po' di lentezza.
I vecchi danno fastidio, in questo tipo di società, dove tutto deve correre.
Sì, stiamo cercando di farli vivere il più a lungo possibile – e toccherà anche a noi campare magari cent’anni – ma è poi una cosa così bella? Mi sembra che tutto si risolva, per la maggioranza, in una dilatazione degli acciacchi e della solitudine. Li facciamo vivere tanto, ma per farli star male.
Guardatevi intorno e vi accorgerete che non c’è quasi più niente del mondo di quando i vecchi erano giovani. E non è previsto quasi niente per loro nelle città. Se ci sono i giardini pubblici, sono per tutti tranne che per loro. Non c’è niente, per loro, perché non comprano quasi niente e non sono più consumatori interessanti.
D’estate è il loro momento in televisione: “Caldo record. Allarme anziani”. Tutto qui. C’è chi suggerisce agli anziani di rinfrescarssi nelle chiese e nei supermercati. Imperdonabile mancanza di rispetto.
Un ottantenne che cosa fa in casa? Studia? Legge? Scrive? Sì, se è Rita Levi Montalcini. Prepara pranzi? Per chi? Guarda la televisione. Allora, guardate la televisione con i loro occhi: se aveste ottant’anni non capireste né le battute, né gli ammiccamenti dei conduttori, né le pubblicità assurde, né le notizie del telegionale. O meglio, capireste solo le notizie di cronaca nera, di cui c’è grande abbondanza, e ne rimarreste turbati e impauriti.
Se intorno a voi, da qualche parte, o nella vostra vita, c’è una vecchietta che vive sola, pensate che per lei il tempo non passa mai, che si sveglia presto al mattino e non ha nessuno con cui parlare per tutto il giorno, non ha niente da sperare per il futuro, è facile preda di sconosciuti truffatori, ha tanti acciacchi anche se è sostanzialmente sana, è spaventata se si accorge di dimenticare le cose, viene trattata come se fosse una bambina scema dai negozianti, viene sgridata se ripete le cose, se non fa la fila nei negozi, perché non ha più la pazienza di aspettare, se si sporca, se non sa più lavarsi bene, se apre la porta agli sconosciuti perché ha dimenticato che non si deve fare.
Nei giorni di festa i vecchi sono molto più soli. Magari una telefonata, una visita, dieci minuti della nostra indaffarata vita potremmo trovarli. Chissà.
Chiediamo loro qualcosa del loro passato, quando avevano qualcosa da dire, da insegnare, da desiderare. Vedrete come cambia il loro sguardo. E anche il vostro.

venerdì 10 dicembre 2010

“Il lavoro nobilita l’uomo”. 134°

Non so chi ha detto per primo che il lavoro nobilita. Vorrei sapere chi è stato e che cosa intendeva.
Prima di tutto: bisogna vedere di che lavoro si tratta.
Subito dopo: che cosa si intende con “nobilita”.
Parto da qualche esempio di lavoro, chiedendomi, tanto per cominciare, se devo intendere “mestiere” o anche “professione”. Nel linguaggio comune, quando si dice “lavora” di solito si intende uno che fa un mestiere, qualcosa di manuale. Degli altri si dice più elegantemente “esercita la professione”. Già questa distinzione dovrebbe mettere sul chi va là. Comunque andiamo avanti con il ragionamento.
Ecco dei lavoratori(non importa se non li leggete tutti: è solo per dare un’idea):
bracciante agricolo, calzolaio, cameriere, camionista, carbonaio, carpentiere, carrozziere, cavatore, cenciaiolo, centralinista, colf, commessa (conciatore, decoratore, ebanista, elettrauto, elettricista, fabbro, fonditore, fornaio, garzone, giardiniere, giostraio, infermiere, intarsiatore, lattoniere, lavandaia, lavapiatti, macellaio, magazziniere, maggiordomo, maniscalco, manovale, materassaio, minatore, mondina, mozzo, mugnaio, muratore, necroforo, netturbino, operaio, panettiere, pescatore, pescivendolo, piastrellista, pornostar, portinaio, postino, rottamaio, scalpellino, spogliarellista, stagnino, stalliere, tassista, telefonista, verniciatore, vetraio, zampognaro)
“Nobilitare” lo copio da un dizionario “ Elevare spiritualmente o moralmente qlcu. o qlco., conferendogli dignità, prestigio”. Per quanto io mi sforzi non riesco ad abbinare al lavoro la condizione di “nobiltà”. A “nobiltà” ci abbino di più l’immagine di uno che non fa nulla.
Se penso ai lavoratori vedo gente onesta che fatica, che suda, che si arrabbia, che viene umiliata e, a volte, che umilia. Vedo gente preoccupata e a volte disperata perché perde il lavoro. Non perché perde la nobiltà, ma perché perde la pagnotta, la sicurezza di una vita almeno dignitosa.
“Nobilita”: nel senso che rende l’uomo degno di rispetto, paragonato a chi non lavora?
Mi andrebbe bene se il non lavorare fosse sempre una scelta e significasse vivere volontariamente alle spalle degli altri.
Mi andrebbe bene se non vedessi quanta gente non lavora (e chiama “lavoro” il comandare agli altri di lavorare), vive sfruttando il lavoro altrui ed è servita e riverita. Certo, investono tanto denaro. Certo, hanno tante responsabilità. Ma conosco parecchi ai quali garberebbe avere quel tipo di problema invece di avere il problema di arrivare in fondo al mese, tirando la cinghia.
Il discorso è complesso e si può solo sfiorare.
Diamo sempre per scontato e per ovvio quello che, a ben guardare, non lo è mica tanto. I ricchi e i poveri ci sono sempre stati. Nel medioevo c’erano i nobili e quelli che lavoravano per mantenerli. Non siamo più nel medioevo, ma c’è poi tanta differenza? Ci rendiamo conto dell’abisso di qualità della vita che esiste nel nostro tipo di società? Va bene le differenze, vanno bene i diversi talenti, va bene tutto, ma quando è troppo è troppo. Uno muore di fame e fruga nei cassonetti e una altro si beve una bottiglia di vino da mille euro. A me non va giù.
“Il lavoro nobilita l’uomo”: secondo me è una frase messa in giro da chi vuole sfruttare gli altri, e mentre li sfrutta, li convince del fatto che, però, si stanno nobilitando. Anche se spalano il letame dei cavalli del padrone della villa.
Per la maggior parte della gente, oggi come ieri, il lavoro non solo non nobilita, ma non gratifica, e, anzi, stressa, stanca, frustra.
Sarebbe bello poter lavorare nelle migliori condizioni, trovando gratificazioni e soddisfazioni. E senza essere sfruttati.
Sarebbe bello che lavorassero tutti, che quando uno è stanco si potesse riposare, quando è malato potesse davvero stare a casa, senza essere chiamato assenteista e fannullone.
Magari da quelli che lavorano molto meno.
È la cultura che nobilita l'uomo. L'onestà, la gentilezza, il rispetto, la solidarietà nobilitano l'uomo. Il lavoro viene di conseguenza. Vorrei lanciare almeno cinque frasi nuove: la cultura nobilita l'uomo, l'onestà nobilita l'uomo, la gentilezza nobilita l'uomo, il rispetto nobilita l'uomo, la solidarietà nobilita l'uomo.
Se si diffondessero forse la gente comincerebbe a pretendere un mondo diverso.

lunedì 6 dicembre 2010

L’essere umano è dentro di noi. 133°

Se dico “Isabella Milani” a chi penso? Penso a me stessa. Lo stesso vale per ognuno di voi. Sembra una cosa scontata, ma non lo è. Provate a pensarci, se non lo avete già fatto.
Se volessi raggiungere l’essenza di me stessa, di Isabella Milani, dove dovrei cercarla? Il nucleo, il nocciolo duro, chiamatelo come volete. Qual è? Quello che penso? Quello che sento e provo? Il mio corpo? L’insieme di corpo e mente?
Io mi ci perdo, in questo discorso. Ma non mi interessa Isabella Milani. Voglio capire l’essere umano. Tutti gli essere umani. Trovare la loro essenza.
Rifletto sul fatto che io ho un viso, dei capelli, degli occhi, un corpo, un neo, una piccola cicatrice su una mano. Ma non sono io, quel corpo. Sono dentro a quel corpo. Non sono i miei vestiti. Li indosso soltanto. Ho una casa, ma non sono io, quella casa. Ci abito soltanto, magari temporaneamente. Ho una macchina. La uso.
Ci ho pensato: io sono quello che penso. Quello che provo. I miei ricordi, le speranze e le paure. L’amicizia che offro agli altri, i consigli che do e quelli che chiedo. Le risate, le delusioni, la rabbia che provo quando mi sento impotente. L’entusiasmo. Io sono tutto quello che mi hanno insegnato, quello che so fare e quello che vorrei saper fare. Le cose che scrivo. Sono le mie debolezze, le mie idee, il mio coraggio, la mia perseveranza, la mia ostinazione, la mia gentilezza e la mia pignoleria.
Allora, se questo è vero, penso che l’essere più vero sia quello che è dentro di noi. Tutto il resto è un involucro. Come il pacchetto più o meno infiocchettato che contiene l’oggetto. La carta da regalo rossa e il fiocco dorato fanno una bella impressione, ma il regalo è dentro.Può essere bello o brutto.
Un uomo o una donna sono quello che sono, indipendentemente dal loro corpo, dai loro abiti, dalle case in cui vivono, dalle macchine che guidano.
Allora un uomo può essere straordinario anche se è ospitato da un corpo imperfetto, o malato; e non importa se il colore della sua pelle è chiara o scura, se è nato qui invece di là, se è povero o ricco; se vive in una villa o in una baracca; se guida un’automobile di lusso o cammina scalzo. Perché lui, l’essere umano vero, non è niente di tutto ciò che è fuori. Lui è quello dentro.
Questo vuol dire, per esempio, che un imbecille è un imbecille, anche se si trova dentro un corpo curato, se possiede mezzo mondo, se è potente.
Ecco, questo pensiero mi fa piacere. Allora tutto torna.

venerdì 3 dicembre 2010

Standing ovation. 132°

Sarebbe interessante capire il perché di tutte le standing ovation che ci propina ogni giorno la televisione. O alle persone del pubblico piace proprio standingovationare o ci vengono costrette. Opto per la seconda ipotesi.
Dico la verità: non lo sopporto più.
Ci si alza in piedi in religiosa standing ovation per bambini di dieci anni che cantano, come per il più grande tenore del mondo. Standing ovation per il concorrente che lascia la casa del Grande Fratello di turno, come per chi prende il nobel per la medicina (o per quello niente?); standing ovation per la notizia in diretta della morte di un grande regista, ma anche per la buona prova di uno sconosciuto concorrente di un X factor.
La standing ovation dovrebbe essere un’attestazione di stima straordinaria che si riserva a prestazioni eccezionali o a persone di grandissimo spessore artistico o morale. È diventata un’inflazionata pagliacciata che non ha più alcun valore. Quando un grande artista farà qualcosa di livello eccelso ci toccherà inventare qualcos’altro, per esempio stare tutti muti, perché è impensabile riservargli lo stesso applauso che abbiamo rivolto a un bimbetto che canta bene.
Questa società televisiva riesce a rovinare tutto quello che ha a che vedere con la cultura. Si è appropriata della standing ovation e l’ha resa inutile.
Si è appropriata dell’applauso e lo usa in ogni dove: chiunque faccia uno starnuto un po’ più rumoroso viene applaudito. Sono rimasta sbalordita in chiesa nell’assistere a Comunioni e Cresime salutate da festanti applausi. Non riesco ad abituarmi all’assurdità degli applausi del pubblico che saluta il feretro che passa, come se fosse la fine di uno spettacolo e non la fine di una vita.
Non ci si può stupire del fatto che qualche volta gli alunni accennino a farmi un applauso quando dico qualcosa che a loro piace particolarmente.

martedì 30 novembre 2010

Il privilegio e l’onere dell’insegnamento 131°

Il nostro è un lavoro faticoso. Mi creda sulla parola chi non è insegnante. La responsabilità che sente un professore che vuole essere serio è grande: non dobbiamo insegnare solo una materia. Dobbiamo dare degli strumenti per la vita. Se sbagliamo, l’errore può avere conseguenze anche gravi.
Però abbiamo un privilegio che è il rovescio della medaglia: quando riusciamo a dare qualcosa di buono ai nostri alunni è qualcosa di importante.
Una bella fetta di ciò che noi siamo ci viene dato dai genitori, è vero. Un’altra fetta ci viene dalle opportunità o dagli ostacoli che la vita ci mette di fronte. Ma c'è una fetta che ci viene data dagli insegnanti. I maestri, i professori che incontriamo sulla nostra strada.
Ogni volta che rivedo un uomo che è stato mio alunno, mi viene da guardarlo come se quello che è diventato fosse anche merito mio. Mi sento fiera di lui e di me. So che una parte della sua vita è coincisa con la mia, e nessuno potrà negare questa verità. Nessuno potrà negare che qualcosa devo pure avergli lasciato. E questo vale anche nel caso in cui la sua vita abbia preso una brutta piega. Nessuno può negare che c’è la possibilità che, se io avessi fatto per lui qualcosa di diverso, forse la sua vita sarebbe stata migliore. Mi sento in colpa, penso che forse avrei potuto fare meglio, fare di più.
Ma, se siamo stati una bravi insegnanti, e se abbiamo fortuna, capita molto di rado.
Questo è il privilegio che abbiamo. Non certo le ferie lunghe o l’orario breve.
Abbiamo il privilegio di contribuire a costruire delle vite.
E abbiamo l’onere di sentire che potremmo rovinarle.
Non è poco.

lunedì 29 novembre 2010

Ripropongo il post 68°

Ripropongo il post n° 68, per chi ha iniziato a seguirmi dopo agosto. Di questi tempi,leggendo di pensioni sempre più lontane e di stipendi congelati, mi vengono in mente le stesse parole. Eccolo:

Gli anni della pensione .68° 2 agosto 2010
Da quando ho saputo che dovrò andare in pensione a sessantacinque anni mi girano i pensieri. E non solo quelli. Non solo si vuole obbligare un'insegnante a trascinarsi a scuola con i piedi doloranti per l'alluce valgo, con i problemi circolatori di quarant'anni di vita sedentaria, con le preoccupazioni (di cui parla anche la pubblicità) per le piccole perdite, per la dentiera che balla, perché senti i suoni ma non capisci le parole. Ma si parla anche di aumentare ulteriormente gli anni necessari ad andare in pensione. Follia pura. Ingiustizia pura. Vogliono mandarci in pensione, insegnanti e non, quando la nostra vita non ha più un vero e proprio futuro. Non voglio dire che a sessantasei anni sei finito, no. Ma certo non mi si può dire che dopo i sessantacinque viene il meglio.
Analizziamo la nostra vita di lavoratori. Chi ha studiato si è sacrificato sui libri , ha speso, è vissuto sulle spalle dei genitori, non ha guadagnato per anni. Chi non ha studiato ha cominciato presto a guadagnare, ma ha iniziato presto anche a capire quanto è faticoso procurarsi la pagnotta con il lavoro.
Loro, quelli che vogliono aumentare gli anni della pensione, quelli che portano se stessi come esempio di come si può lavorare anche oltre i settant’anni, che cosa hanno fatto? Se non erano già ricchi di famiglia lo sono diventati. Loro lavorano nei luoghi dove noi vorremmo tanto andare in vacanza anche solo per tre giorni. Si incontrano in alberghi a cinque stelle lusso, cenano in ristoranti che noi abbiamo visto solo dal di fuori; comperano regali per mogli e amanti in negozi davanti ai quali noi non ci fermiamo neanche, perché da dietro le vetrine ci guardano male come per dire “togliti, che cosa guardi? Sei ridicolo! tanto non puoi comperare niente e vestito così ci fai sfigurare”. Sono riveriti, fotografati, acclamati (e non si sa per che cosa). Vivono in ville nascoste da parchi e gli accompagnatori turistici ce le indicano con la mano dicendoci che quella è la villa del tal personaggio politico (così possiamo respirare un po’ dell’aria che respirano loro); o vivono in un appartamento in condomini super lusso (a qualcuno glielo hanno regalato a sua insaputa) dove la cuccia del cane è più costosa di casa nostra.
Mangiano bene, si vestono bene, trascorrono vacanze su mega yacht, sempre rigorosamente al fresco dell' aria condizionata. E se l’aria condizionata fa loro venire un torcicollo, vengono prontamente unti e massaggiati. Il loro importante corpo viene monitorato dai migliori specialisti e, in caso di malattia, se qui in Italia non c’è lo specialista più qualificato, viene trasferito all’estero in una clinica, ovviamente privata (a spese di chi?) dove viene rimesso a nuovo.
Questi signori mandano i figli nelle scuole private, non perché siano migliori, ma perché lì vengono fatti confluire i contributi statali e perché lì si trovano fra di loro, lontani dai nostri figli e dai figli degli extracomunitari, che un giorno saranno i loro servitori. Quando i loro figli saranno grandi, infatti, anche se saranno delle scarpe o delle trote come studenti, troveranno pronto per loro un lavoro prestigioso: quello di dirigenti. Dirigenti dei nostri figli. Andranno in pensione quando vorranno. E, se si saranno dedicati alla politica, se saranno parlamentari, anche dopo due legislature.
E dicono a noi che è giusto che andiamo in pensione a sessantacinque anni o più. Dicono che dobbiamo fare il sacrificio. Altrimenti siamo dei fannulloni.

domenica 28 novembre 2010

Post 115° con COMMENTI da IL FATTO QUOTIDIANO

Cari lettori, poiché in questi giorni si parla di eutanasia, ho deciso di inserire i commenti al post "Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115°", che hanno scritto sul sito gli utenti de IL FATTO QUOTIDIANO.

Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115°: "Qualche sera fa una cena con amici si è trasformata in una tavola rotonda tutt’altro che allegra sul tema dell’eutanasia. Capita, quando vie..."

Le mie amiche. 130°

Le mie amiche, vecchie e nuove.
Per noi donne le amiche sono più importanti che per gli uomini, credo. Ci sono cose che ad un uomo non si possono dire, anche se sono attenti e sensibili. Gli uomini sono più pratici, non amano tanti giri di pensiero. Vanno al sodo. Ma a volte, nella nostra vita di donne, di ragazze, di giovani, di madri, di mogli, di nonne, non tutto può andare subito al sodo.
Le amiche sono quelle con le quali dividiamo il peso della vita.
Sono come sorelle. E a volte sono sorelle.
Le mie amiche, prima di tutto, sono quelle che sono nate nell’adolescenza e sono ancora nella mia vita. Quelle insieme alle quali sono diventata grande, quelle che hanno condiviso paure e incertezze.
Le mie amiche non hanno bisogno che ci frequentiamo, se la vita ce lo impedisce perché viviamo lontane.
Quando vado da loro per un problema, anche dopo anni, mi fanno accomodare, mi preparano un caffè e mi ascoltano, senza preamboli, con tutta l’attenzione del mondo, come se ci fossimo viste il giorno prima.
Le mie amiche sono quelle che quando mi incontrano si illuminano e sorridono, contente di vedermi.
Condividono le mie gioie, i miei problemi, le mie preoccupazioni.
Mi telefonano se non mi sentono per un tempo superiore al normale.
Compaiono sempre nel momento del bisogno, anche se non le chiamo.
Mi dedicano del tempo, senza farmelo pesare, nonostante ne abbiano pochissimo.
Tengono in gran conto i miei consigli, anche quando decidono di non seguirli.
Le mie amiche sono quelle alle quali desidero raccontare subito, senza aspettare, le novità più belle e quelle più brutte.
Ci scambiamo un’occhiata e ci capiamo.
Mi accettano come sono, con tutti i miei difetti.
Mi fanno sentire che non mi giudicano, se sbaglio.
Raccontano a tutti i miei successi e a nessuno i miei insuccessi.
Le mie amiche sono fiere di me per quello che so fare. Ma non si vergognano per le mie difficoltà.
Le mie amiche sono quelle che imparano sempre qualcosa da me, e mi insegnano sempre qualcosa.
Le mie amiche litigano con me, se è necessario, perché non lasciano in sospeso nulla. Mi dicono le cose in faccia e non dietro le spalle.
Mi ascoltano con pazienza quando sono arrabbiata e mi devo sfogare.
Ridono insieme a me quando racconto qualcosa che mi ha fatto ridere.
Le mie amiche sono quelle che hanno incrociato la mia vita già da adulte e hanno saputo vedere in me la stessa scala di valori.
Grazie a tutte le mie amiche.

sabato 27 novembre 2010

Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone. 129°

Non è una novità. Uomini che picchiano le donne. Mariti e fidanzati che picchiano le loro donne. Che le violentano. Che le puniscono. Credo che sia così dall’età della pietra.
Le schiaffeggiano, le riempiono di calci e pugni, fanno loro gli occhi neri, le trascinano per i capelli, le tengono prigioniere, le stuprano, le lasciano senza mangiare, spaccano loro le gambe, le braccia, le costole, lo sterno. Le sfregiano. Le perseguitano.
Perché tacciono, queste donne? Perché continuano ad urlare di dolore e di paura, a vivere nel terrore e nell’orrore?
Un tempo non potevano ribellarsi perché se erano fidanzate non era data loro la facoltà di lasciare l’uomo che ormai le aveva scelte. Non avrebbero più trovato un altro, perché erano “già usate”. Se erano sposate – peggio - sarebbero state puttane che lasciavano il marito, e, soprattutto, i figli. Non avrebbero avuto possibilità di mangiare perché non lavoravano, e la loro famiglia non le avrebbe più riprese in casa perché “una donna ha il dovere di stare sempre con il marito”. Poi c’era l’abbandono del tetto coniugale. C’era il “delitto d’onore” a ricordar loro che se le cose finivano male l’uomo aveva la sua bella giustificazione pronta, sociale e legale.
Ma oggi? Perché neppure oggi è tanto facile ribellarsi e liberarsi.
Oggi ci sono notizie di persecuzioni nei confronti di donne da parte di mariti, fidanzati, che non sanno accettare un rifiuto o un abbandono. Diventano furibondi come animali feriti, con ferite nell’orgoglio che sono peggiori di quelle che si potrebbero loro procurare nelle carni. Ci piace usare il termine “stalking”. Ma se usiamo una parola inglese la sostanza non cambia. Anzi, forse contribuisce ad ingentilire il gesto alle orecchie italiane e non so se è proprio un bene. Lo stalking a volte finisce in omicidio.
L’uomo, impazzito di gelosia, furibondo per l’affronto di essere stato respinto, affonda il coltello nel corpo della donna e la cancella dal mondo. No, non può esistere una donna che lo ha respinto, che gli ha preferito un altro. O sua o di nessuno. Deve cancellarla dalla faccia della Terra. Affondare sessantasei pugnalate nel corpo di una ragazza significa riempire un corpo femminile di ferite in ogni parte. Non significa soltanto “uccidere”. Significa continuare a colpire con rabbia furibonda per più di un interminabile minuto. Significa continuare a ricevere addosso il sangue che schizza, sulle mani, sul viso, senza riuscire a fermarsi. Come può esistere una violenza così?
Della violenza sulle donne è intrisa ogni parte del mondo. Anche l’Italia. Non consola il fatto che ci siano perfino violenze peggiori. E non diciamo che qui ci sono le leggi. Sappiamo tutti che se uno va a denunciare il marito che la picchia e lui dice che non è vero, la cosa finisce lì. Se esagera, allora arrivano dei provvedimenti restrittivi, l’ordine di non avvicinarsi alla donna, di non vivere nella stessa città. Ma a volte non basta. Finisce che l’ammazza e noi diciamo “Ma perché non lo ha denunciato?”. Il Bruno Vespa di turno ci fa un talk show, si gioca al piccolo investigatore e poi tutto finisce lì.
Gli uomini – certi uomini – non picchiano solo le fidanzate, le mogli, ma anche le figlie. Figlie che considerano “proprietà privata”, “loro donne”. Il padre deve comandare, essere rispettato. Altri uomini non possono mettere gli occhi su quella ragazza che “deve fare quello che dice il padre”. Non deve vestirsi e truccarsi come una puttana.
Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone. Donne da educare perché diventino come le vuole l’uomo. Donne da far prostituire, obbligate ad “essere carine”, con il cliente, obbligate ad abortire, a fare sesso a comando.
Donne da picchiare. Non per niente un tempo si diceva “una donna non deve essere picchiata neppure con un fiore”. Ora non si sente più dire.
Donne proprietà privata degli uomini. Ad un certo punto le donne hanno urlato “Io sono mia!”. Ma non è servito. Non si sente più neanche quello. Forse sarebbe il momento di ricominciare a dirlo.
Viviamo in un mondo in cui, sempre di più, la donna deve essere velina, accompagnatice, escort. Oca. Deve essere gnocca. E questo, a pensarci bene, significa che l’uomo è superiore e, come tale, deve far rigare dritta la donna, moglie, fidanzata, amante o figlia. Deve punirla se sbaglia.

mercoledì 24 novembre 2010

Come comportarsi con un'alunna difficile. 128°

Sandra mi scrive:
“Salve collega,
le racconto cosa mi è successo oggi con la speranza di avere un chiarimento
data la confusione che ho in testa adesso.
Sono un’insegnante di sostegno e seguo per sei ore una ragazzina di seconda media che ha
un atteggiamento di strafottenza e che pretende di fare quello che dice, vuole
lei come e quando vuole. Dopo alcuni scontri iniziali che, addirittura la portavano ad impedirmi di
vedere i suoi quaderni, a rifiutare il mio aiuto, ora riusciamo a lavorare.
Qualche volta la assecondo cercando di farle fare le cose con la promessa di
esaudire qualche sua richiesta, altre volte lasciandola perdere e non
ascoltandola nemmeno quando è lei a chiedermi qualcosa.
Oggi ho supplito per un’ora nella sua classe una collega assente. Gli altri
lavoravano, lei ha cominciato a dire che aveva perso una penna e che se non la
trovava il padre l'avrebbe fatta morta (cose per attirare l'attenzione) poi
finita la storia della penna, ha cominciato ad alzarsi e dopo vari richiami si
è seduta, poi viene e mi chiede di sedersi accanto ad una compagna sola nel suo
banco. Risposta: No, siediti al tuo posto.
Lei prende e si va a sedere vicino alla compagna che voleva lei. Allora io ho
detto “Scusa Maria(nome della compagna), ti siedi per favore al posto di Sabrina
(ragazzina che seguo)” e lei ha risposto: “Perchè?” “Perchè nessuno ha detto a Sabrina di sedersi accanto a te.” Allora Sabrina ha preso le sue cose e si è andata a sedere al suo posto dicendo: “Basta non ce la faccio più! mi ha rotto i coglioni ...cazzo” urlando e piangendo. Poi nel pomeriggio ho
chiamato la mamma e le ho detto a livello informativo quello che è successo.
Ora mi chiedo, anzi le chiedo:
1. posso essere contenta perchè, anche se ad un costo alto, alla fine l'ho
fatta sedere dove volevo io ? Perché ho dimostrando comunque che lei non l'ha
avuta vinta e che si è arrabbiata più lei di me? O forse devo essere
sconcertata per questo atteggiamento che ha avuto con me e che non ha con gli
altri colleghi, che comunque cercano anche di assecondarla o ignorala?
2 Cosa farò domani entrando nella sua classe? non andarmi nemmeno a sedere
vicino a lei o sedermi e fare finta di niente?
Ho trent'anni, trentuno per la precisione. Sono tre anni che insegno e sembra che l'esperienza non mi abbia insegnato niente nonostante la mia buona volontà di imparare e migliorare. Tutto questo è avvilente ....
Spero mi risponda e mi chiarisca, alla luce delle sua preziosa esperienza, le mie poche confuse idee. Grazie. Sandra”

Cara Sandra, da quello che mi racconti mi sembra che ci sia stato qualche errore iniziale.
- Se Sabrina ha l’insegnante di sostegno solo per sei ore significa che ha un problema, di apprendimento e comportamentale, lieve. Ma un problema lo ha. Tu ne parli come se non avesse particolari problemi e si trattasse di una ragazzina capricciosa.
- Mi sembra che Sabrina non rifiuti te, ma l’insegnante di sostegno. Con l’esperienza imparerai ad accorgertene e penserai fin dall’inizio a qualche strategia perché l’alunno che ha sostegno non noti che sei lì per lui. Credo che per questa volta sia troppo tardi. Ma puoi provare a rimediare dedicandoti ad un gruppetto di alunni. Queste sono strategie che si concordano con gli insegnanti, fuori dall’aula. Quindi potresti parlane con gli altri e dir loro che la ragazza rifiuta il tuo aiuto e che perciò vuoi provare ad allentare la tensione aiutando qualche altro alunno, per qualche lezione.
- In generale, se all’inizio dell’anno percepisci che l’alunno non accetta l’aiuto dell’ insegnante di sostegno (che lo fa apparire – secondo lui – “scemo”) non devi assolutamente sederti vicino a lui, all’inizio. D’altra parte l’insegnante di sostegno è di sostegno alla classe tutta, quando c’è alunno che ha problemi, per esempio di apprendimento o di comportamento.
- Quando un alunno si comporta in modo strano, si mette a cercare una penna per attirare l’attenzione, parla forte, fa dispetti plateali, devi cercare di capire perché lo fa. E devi lavorare su quel problema. Quindi, di fronte agli altri devi comportarti in un certo modo (“Adesso smettila di cercare la penna. Se non la trovi parlo io con tuo padre, non ti preoccupare”) e dentro di te accettarla con le sue difficoltà e vederla come un’alunna che chiede aiuto. Devi volerla aiutare, e non rifiutarla, perché è difficile da gestire. Al di là del primo momento di rabbia (che può capitare a tutti ma non si deve lasciar trasparire) ci deve essere in te la consapevolezza che un alunno che si comporta male sta mostrando disagio e sta chiedendo aiuto anche se ti urla “mi ha rotto i coglioni”.
- È importante che tu consideri una sfida ogni difficoltà che incontri. Quando ti senti in difficoltà devi accettare di provarla e poi chiederti “Come posso fare? Devo trovare un modo per superare questo ostacolo!”. Insegnare è difficile. Chi non prova crede che l’insegnamento consista nell’entrare in classe e spiegare un argomento: quella è la parte più facile. Il difficile è affrontare la classe nel suo insieme e contemporaneamente ogni alunno nella sua individualità. Sarebbe più facile se si potesse fare una cosa per volta. Ma non si può.
- Hai fatto bene a rendere chiaro a Sabrina che tu sei l’insegnante e lei l’alunna. Anche se c’è stato uno scontro. Se avesse cercato di convincerti avresti potuto concederglielo. Ma così, sei stata costretta a negarglielo. Anche perché probabilmente non voleva tanto andare a sedersi accanto a Maria, quanto allontanarsi da te.
- Che cosa devi fare domani? Dedicarti a qualcun altro. Puoi entrare in classe e chiamare fuori dall’aula un paio di alunni (è meglio che te li segnalino i colleghi). Ma assolutamente devi evitare che sembri una ripicca. Soprattutto, non deve essere una ripicca. Deve apparire come una necessità del giorno. Per esempio prega il collega della prima ora di chiederti davanti a tutti se puoi aiutare Tizio e Caio. Aiuterai loro, quel giorno. Sabrina forse si domanderà il motivo di questo cambiamento. Te lo ripeto: fai in modo che non sembri una vendetta. Guardala e fai un cenno di sorriso.
- Appena possibile, durante la mattinata, chiedi a Sabrina di uscire con te dalla classe. Non rischiare che ti risponda male e dica “Non ci vengo”. Devo ancora conoscere un alunno che non voglia uscire per fare qualcosa da qualche altra parte, ma è meglio non rischiare. Entri e dici: “Mi servirebbe uno di voi per aiutarmi un momento in biblioteca.” Poi fingi di cercare con gli occhi qualcuno e chiedi a Sabrina e ad un’altra di venire con te. Appena fuori dalla classe dici “pensandoci, basta una sola.” E mandi in classe l’altra. Trova un posto dove parlare con Sabrina. Non appartato: è arrabbiata, potrebbe poi mettersi ad urlare che l’hai offesa. Vai in lugo dove tu possa parlare in privato, ma davanti agli occhi di tutti. Chiedile che cosa le è successo ieri. Perché si è rivolta così sgarbatamente. Dille che non hai preso provvedimenti disciplinari perché hai capito che è stato un momento in cui ha perso il controllo. Falle capire che la vuoi assolutamente aiutare. Lasciala parlare. Rimani calmissima e usa un tono amichevole, ma non “da amica”. Sei un’insegnante, ricordalo. Dille che sai come si sente e cerca di descriverle come si sente (qui sta a te capire come può sentirsi).
Se riuscirai a sentire la sua sofferenza e la sua richiesta di aiuto, al di là del comportamento che tiene, e se lei riuscirà a percepire che vuoi aiutarla, andrà tutto bene, vedrai.
Non ti scoraggiare. Insegnanti non si nasce. Si diventa.
Fammi sapere.

“Mi hai stufato! Non ti sopporto più!!”. 127°

Scena: grandi magazzini.
Personaggi principali: una madre e un padre all’incrocio fra il corridoio 2, dei detersivi e il 3, della profumeria, fermi, con amici incontrati per caso, che si raccontano le ultime novità; un bambino di tre o quattro anni, lasciato solo e libero come il vento di vincere la noia mortale scorrazzando a destra e a sinistra senza controllo.
Atto unico: il bambino, saltando fra gli scaffali, fa cadere una bottiglia di bagnoschiuma ai frutti di bosco. Ed ecco che la commedia si trasforma in dramma: di corsa, la mamma (più spesso del padre) raggiunge il piccolo, lo prende per un braccio, lo strattona, lo schiaffeggia e gli urla: “Mi hai stufato! Non ti sopporto più!!”.
Sipario.
Ma pensiamoci attentamente. Il bambino avrebbe dovuto stare lì in piedi, fermo fra le gambe di quegli adulti chiacchierini?
I diritti imperanti sono quelli dei bambini e dei ragazzi, ma anche quelli dei genitori: da un lato c’è il diritto di divertirsi un po’ dopo una settimana di lavoro e dall’altro bambini piccoli che dormono su una panca, nella confusione delle pizzerie sovraffollate del sabato sera; da un lato, il diritto dei genitori di rilassarsi e abbronzarsi, dall’altro bambini in carrozzina, sotto il sole cocente delle tre del pomeriggio d’agosto, che urlano, invano, per il disagio; da un lato, il diritto della mamma di andare in palestra, dall’estetista, dal parrucchiere per essere un po’ in ordine, e dall’altra i ragazzi da seguire che vengono lasciati soli ad arrangiarsi come possono. Diritti sacrosanti quelli di tutti. Ma a volte il diritto di uno si scontra contro il diritto dell’altro e bisognerebbe scegliere. Ma spesso non si sceglie: si va avanti così, come torna meglio, senza pensare alle eventuali conseguenze.
La conseguenza principale è un esercito di maleducati. Proprio nel senso di male educati.

domenica 21 novembre 2010

La Cultura aiuta a vivere e la Scuola è maestra di vita. 126°

La Cultura aiuta a vivere. E la Scuola è maestra di vita.
Un ministro della Repubblica italiana ha detto che “la cultura non si mangia”. Mi trovo disorientata. Prima di tutto non sapevo che qualcuno avesse detto che la cultura era commestibile. Fino a quel momento credevo che il pane nutrisse il corpo e la cultura nutrisse lo spirito. Mi sovviene anche il discorso del “non di solo pane vive l’Uomo” che è sempre sembrato valere anche per chi non è religioso. Evidentemente per certi economisti e ministri non vale.
Per certi economisti e per certi ministri non è la Scuola, che è “maestra di vita”, ma la pubblicità, la televisione. Anche questo mi confonde. Mi confonde come madre e come insegnante.
Ma allora, che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli? È l’economia che deve essere maestra di vita? Allora dobbiamo insegnare che l’Uomo deve raggiungere la felicità attraverso il denaro. Se hai denaro sei felice e sei qualcuno. Se non hai denaro sei una nullità infelice.
La Cultura serve a poco, dunque. Come la Scuola. E allora che cosa dobbiamo insegnare? Me lo chiedo di nuovo e ve lo chiedo.
Vediamo se ho capito bene quello che ci suggeriscono di pensare: i libri sono veicolo di cultura, ma non si mangiano e perciò va benissimo spendere per comperarli, ma non serve leggerli.
Il teatro è cultura, ma non si mangia. Da eliminare.
L'archeologia è cultura? Sì, ma in Italia ne abbiamo tanta, forse un po' troppa. Conservare tutto è impossibile. Roba che sta su dal 79 d.C. non può essere proprio perfetta, dai. Se ogni tanto crolla qualcosa è normale. Non è il caso di farci su un polverone.
La musica è cultura, ma non tutta. La lirica ormai ha fatto il suo tempo e non è il caso di sprecarci su dei finanziamenti per pagare fior di soldi dei professori che suonano roba vecchia. La musica leggera, quella sì, è cultura. Quella deve essere finanziata perché alla gente piace. Ci sono tanti cantanti che vengono giudicati dal fior fiore degli specialisti e possiamo stare tranquili che se si dice che uno ha il fattore X, è davvero bravo. Ci sono dei luminari dello spettacolo come Maria de Filippi, d’altra parte, che sanno bene chi è bravo e chi non lo è, e quindi si può stare tranquilli.
Il cinema è cultura, ma se fa riflettere o mostra la realtà più brutta intristisce e non va assolutamente bene. Niente finanziamenti al cinema impegnato. Bene il cinepanettone, invece, perché mette allegria e quando uno è allegro vede tutto rosa. La televisione è cultura? Sì, certo. Ma è ora di smetterla con i programmi dove si discute di politica o si fanno inchieste sulle cose che non vanno. Prima di tutto perché non c’è niente che non vada. Poi, si sa che le inchieste giornalistiche sono tutte costruite ad arte per confondere gli spettatori per motivi politici, e i programmi dove si discute di politica non sono altro che cumuli di menzogne. Come possono delle bugie essere cultura? Se proprio dobbiamo discutere è molto culturale fare delle belle inchieste sui morti ammazzati, per vedere se è stata la mamma, o lo zio, o la sorella, o la moglie o uno che passava di là.
A Scuola si fa cultura? Ma certo! Però, si sta fin troppo tempo a scuola. Se si sta tanto a scuola va a finire che c’è qualche professore che si mette in mente di far pensare i ragazzi con la loro testa e questo non va. Cosa possono sapere i ragazzi? Bisogna dir loro quello che devono considerare cultura, quello che devono fare, leggere, guardare, pensare. Altrimenti, che cosa significa che la Scuola “è maestra di vita”? Una maestra spiega e l’alunno ripete. È così che deve essere la Scuola. E poi, diciamocelo: se a Scuola e nella società la gente si mette a leggere e a pensare, potrebbe anche finire che crede alle panzane disfattiste che mettono in giro. E allora finirebbe che invece di essere aiutata a vivere, la gente diventerebbe triste, preoccupata, si sentirebbe impotente.

Non so se ho capito bene. Ma più ci penso e più mi viene da dire una cosa: e se ci ribellassimo?

venerdì 19 novembre 2010

L'Uomo è una bestia. 125°

Josephine Baker ha raccontato che, quando era ragazzina, il padrone la faceva dormire nella cuccia del cane, e che una volta la padrona le aveva immerso le mani nell’acqua bollente, perché aveva lasciato cadere due piatti. Non viene specificato se i padroni di Josephine erano bianchi; credo di sì. Ma poco importa il colore.
Josephine Baker riposa in pace nel cimitero di Monaco dal 12 aprile 1975. Lasciamo perdere, dopo così tanti anni? No. Pensiamoci, invece. Pensiamo a quanto male possiamo fare, noi essere umani, ai nostri simili. E non solo.
L’uomo sa essere una vera bestia, quando vuole. Ricordo di aver letto di uno che ha spezzato i polsi a un ragazzino che aveva chiesto l’elemosina. E di un altro che ha regalato una bambola esplosiva a una bambina zingara. Ricordo un container dove extracomunitari avevano viaggiato ammassati per tutta Europa. Quando lo hanno aperto, metà erano morti e gli altri, vivi, avevano viaggiato accanto ai cadaveri. Oggi come al tempo degli schiavi neri. Come al tempo degli ebrei deportati verso i campi di sterminio.
Gli uomini sanno essere vere bestie anche con gli animali: uccidono a bastonate i cuccioli di foca, impiccano i gatti per divertimento, inchiodano le zampe alle oche e poi le ingozzano di cibo, tritano i pulcini vivi nel tritacarne o li soffocano o li schiacciano, cuciono gli occhi alle galline, tagliano il becco ai pulcini, strappano i testicoli e i denti ai maiali, sventrano le mucche gravide, tolgono il vitellino e poi appendono le mucche ancora vive ad un gancio al soffitto, solo per una zampa.
Tanto per dirne qualcuna.

N.B. Mi scuso con gli animali per averli paragonati all'Uomo. In particolare con la cagnolina Mafalda, che esige che io precisi che con il termine "animale", riferito all'essere umano, intendo dire "bestia della peggior specie". Anzi, cambio il titolo e il post.

mercoledì 17 novembre 2010

Per insegnare ci vuole coraggio. 124°

Marina mi scrive:
“Cara Isabella, oggi volevo scriverti per raccontarti la mia esperienza di stamattina in classe, avere la tua opinione e qualche consiglio sicuramente utile, come lo sono stati i tuoi post nel blog.... ma sono davvero esausta e tanto triste. Forse questo non è il lavoro per me, non posso "portarmelo a casa" così, non posso rimanerci male per ogni parola pronunciata da qualche alunno cafone! Eppure io ci sto male, rimugino e penso.. mi sento inadeguata, incapace. Sono tornata a casa con i muscoli tesi e mi sono rilassata fisicamente, ma non emotivamente, solo dopo aver pianto. Allora penso che forse la domanda più giusta da rivolgerti è questa: ma è normale tutto questo? Trascinarsi il nervoso e l'insoddisfazione anche fuori dalle mura scolastiche, avere la nausea ogni volta che si deve preparare la lezione per quella classe? Sto facendo una supplenza molto piccola, si tratta solo di 3 ore settimanali, eppure mi fa stare così male che sto pensando di non firmare il rinnovo del contratto, che scade questa settimana (si tratta di una maternità). E poi questo stato di precarietà e di non autosufficienza economica mi sta diventando davvero troppo stretto. E' tutto un'insieme di cose che mi sta mettendo a dura prova.(…)... cosa direbbe la professoressa Milani in questi casi? Grazie per aver letto il mio sfogo, avrei bisogno anche solo una pacca sulla spalla..."

Cara Marina, il primo anno di insegnamento alla scuola media avevo, come te, poche ore in una terza terribile. Ragazzi che quando si arrabbiavano si lanciavano le sedie. Una l’avevano lanciata ad un collega, l’anno prima. Qualcuno aveva in tasca il coltello. Alla collega di educazione fisica un ragazzo si è avvicinato e le ha detto “Ci vieni a letto con me?” . E lei, presa alla sprovvista, sbigottita e anche spaventata, non ha saputo far altro che rispondere, con aria seccata “No, ora non ne ho voglia”. Ci abbiamo riso parecchio, quando ce lo ha raccontato. Per non piangere.
Ricordo perfettamente che quell’anno io non riuscivo a mangiare né la sera prima del giorno in cui dovevo affrontare quella classe, né a pranzo, quando uscivo da scuola. In due ore di lezione riuscivo al massimo a mettere insieme quindici minuti di contenuti. Tutto il resto lo impegnavo a dire “Perché hai dato un pugno a Tizio”, “Caio, smettila”, “Ma dove vai?”, “Siediti”, “Smettila di tirare le matite”, “Ma perché canti?”, "No, non vi picchiate". ecc. Era terribile. Una cosa umiliante. Avevo studiato tanto per passare il tempo a fare in modo che non si ammazzassero fra di loro.
C’era un ragazzo portatore di handicap che ogni tanto si sdraiava sotto il termosifone e non voleva più uscire, e ogni tanto si alzava, correva fuori e si lanciava verso la finestra, aprendola e dicendo che si voleva buttare di sotto. In quel momento dovevo scegliere se seguire lui e lasciare la classe scoperta con il rischio che tirassero fuori il coltello in classe o viceversa. Eppure ogni tanto entrava il preside e, soddisfatto, diceva: “Bene, bene! Così si fa lezione!” e se ne andava. Questo perché trovava quasi tutti seduti invece che tutti i piedi.Ma io non facevo lezione, Marina. Facevo “sopravvivenza”.
E adesso arriva il consiglio: una volta il peggiore della classe (quello che l’anno prima, quando la professoressa gli aveva negato il permesso di uscire, aveva tirato fuori i gioielli di famiglia e aveva fatto i suoi bisogni proprio davanti alla cattedra) mi ha detto “Esco!”. Io ho risposto con tono deciso, scandendo le parole. “No, invece tu non esci”. Nella classe è calato il silenzio perché tutti aspettavano la reazione. Uno dei compagni gli ha detto “Fai come l’anno scorso”. Silenzio. Lui mi ha guardato, io ho continuato a guardarlo, tipo “Mezzogiorno di fuoco”. Poi lui ha detto “No. L’anno scorso era l’anno scorso e quest’anno è quest’anno!. E si è seduto. Ho vinto. E in quel momento ho guadagnato molti punti, perché avevo saputo tener testa al boss. E avevo vinto io. Credimi, ho avuto molta paura; ho rischiato il tutto per tutto, perché se lui fosse uscito o avesse fatto come l’anno prima, io avrei perso per sempre. Per insegnare ci vuole coraggio. Ho avuto coraggio e mi è andata bene.
Non devi vergognarti o demoralizzarti se ti capita di stare così male. Se qualche alunno mi dice qualcosa che non mi piace, anch’io rimango male. Ma poi, subito dopo, con l’esperienza, penso che è solo un ragazzo, e non vuole farmi del male volontariamente. Se tornassi indietro in quella classe difficile, mai e poi mai cercherei di insegnare i contenuti come se fosse una classe “normale”. E mi renderei conto che quei ragazzi sono solo ragazzi già schiaffeggiati dalla vita. Li capirei e quindi accetterei molto di più il mio disagio. E anche il loro.
Nella lettera mi dici che hai studiato anche recitazione. Ma scherzi, Marina? Un’insegnante che ha studiato recitazione ha un’arma straordinaria, sia per affascinarli, che per sbigottirli, per essere autoritaria, autorevole, triste, indifferente, ecc. Recita, Marina. (Magari recita la parte di Isabella Milani! AHAHAHHA!!!)
In conclusione: se ti piace insegnare devi assolutamente continuare a farlo. E poi: di questi tempi vuoi rinunciare alla supplenza e abbandonare il campo? Hanno bisogno di aiuto: aiutali.
Fammi sapere!

sabato 13 novembre 2010

Chiudete gli occhi. 123°

Chiudete gli occhi. Andate via per un momento. Andate dove vi piacerebbe essere. Laggiù, lassù, lontano, vicino. Dove volete. Siete liberi. Basta solo un po’ di silenzio e un momento di solitudine. O una musica che vi piace e un po’ di tempo per voi. Chiudete gli occhi e aspettate. Ecco, avete scelto. In un momento siete là.
Anch’io ho scelto. Vado nella casa sul mare. La vedo. Salgo le scale, giro a sinistra, arrivo alla seconda porta. Infilo la chiave nella toppa, apro ed entro. Com’è bella questa casa. Mi piace perché laggiù c’è quella porta finestra che dà sulla terrazza. Mi tolgo gli zoccoli e mi metto le ciabatte di paglia. Vado in camera da letto. C’è un po’ di odore di richiuso. Dev’essere l’armadio che, chissà quando, ha preso un po’ di umidità. Comodini, letto, finestra: tutto è come l’ho lasciato. Devo andare subito in terrazza. Apro la porta finestra. Sì, ecco la terrazza. Si vede il mare di fronte. Lo guardo tutto, da sinistra, a destra, poi di nuovo a sinistra. È calmo stamattina. Azzurro, verde. Il cielo azzurro non ha una nube. Sotto c’è il giardino verdissimo, con il viottolo che porta al mare, e ci sono le palme, i limoni e tutto il resto. Non occorre scendere le scale per arrivare al mare. Un’occhiata al viottolo e sono già arrivata al cancelletto di legno. Apro il chiavistello, come sempre. Lo chiudo alle mie spalle; sento il cigolìo. Scendo gli scalini ed ecco che vedo la spiaggia e il mare. La sabbia è fresca, come una spiaggia alle otto del mattino. Noto le impronte dei gabbiani. Il rumore del mare mi fa compagnia. Un vento leggero mi rinfresca il viso. Chiudo gli occhi. Ascolto il rumore del mare e sento il vento sul viso. Riapro gli occhi. Sono qui, a casa. Ogni tanto mi piace andar via. Solo per poco, ma basta.

giovedì 11 novembre 2010

La nostalgia. 122°

A volte ti metti ad ascoltare musica. Credi di ascoltare solo una canzone e invece stai ascoltando la tua malinconia e i tuoi rimpianti.
Ci sono cose che non hai fatto, persone che non ci sono più. I più saggi dicono che bisogna vivere nel presente, perché il passato non c’è più. Il passato non ritorna, è giusto così. Ma capita che ti si affacci alla mente. Una canzone, un profumo, una foto, un vecchio appunto su un foglio ingiallito, e la nostalgia ti riempie il cuore. Tu bambina che corri a perdifiato, e ridi, e canti a squarciagola, e tocchi con un dito, piena di emozione, un uovo nel nido di un passerotto. Tu e la tua bambola preferita. Tu ragazzina che arrossisci nel vedere un ragazzo che ti piace. Tu e il tuo primo bacio. Tu che dici “sì” all’uomo che ami. Il tuo bambino fra le braccia per la prima volta.
A volte ti assale, anche solo per un attimo, il rimpianto per le cose che non hai vissuto, per quelle che hai perduto, per quelle che avresti potuto scegliere e non hai scelto, per quelle non hai mai provato e per quelle che non farai mai più. Per tutti i libri che non hai ancora letto e che non riuscirai mai a leggere, neanche se tu vivessi cent’anni. Per tutti i luoghi del mondo che non potrai mai vedere e per tutti i viaggi che non potrai mai fare.
A volte, quando meno te lo aspetti, ti mancano le persone che non ci sono più. Ormai c’è una piccola folla di persone care che se ne sono andate. Ogni tanto le rivedi; mentre ascolti una canzone, per esempio. La vita continua, ma rimangono dentro di te e ogni tanto escono per un momento. A volte, tua madre ti manca come quando eri bambina. Puoi averla accanto soltanto in questi momenti di nostalgia.
Anche la nostalgia serve.

sabato 6 novembre 2010

Bisogna saper vedere al di là del comportamento. 120°

Giorgio mi scrive:
“Cara Professoressa Milani, mi chiamo Giorgio ed insegno lettere in una scuola media, questo per la precisione è il mio settimo anno di insegnamento. Le scrivo per chiedere qualche consiglio su come gestire il comportamento di un alunno particolarmente difficile, pluri-ripetente e che ora frequenta la terza media, ma è di due anni più grande rispetto al resto della classe. Insegno in quattro classi, nelle altre tre non ho particolari problemi e anzi gli alunni mi stimano, tuttavia quando svolgo l'ora di approfondimento (un'ora alla settimana) nella terza dov'è inserito il pluri-ripetente la musica è completamente diversa: questo soggetto non ha il benchè minimo rispetto delle regole, le punizioni (ha già due pesanti note sul registro messe peraltro da altri prof.) lo fanno diventare peggiore, distrae gli altri in continuazione con battute fuori luogo, anche prenderlo con ironia non serve a nulla perchè ne approfitta e pensa che anche l'insegnante approvi il suo modo di fare. Ho provato anche a parlargli e a chiarire il perchè del suo comportamento e mi ha risposto che agisce così per risentimento verso la scuola, usando testuali parole:"Mi comporto malissimo così imparate voi Prof. a bocciarmi per ben due volte". Ne ho parlato con la coordinatrice e mi ha detto che si tratta di un elemento oggettivamente difficile, tuttavia avvertire i genitori non serve a nulla, perchè la famiglia non è in grado di seguirlo a dovere. Il problema è che la classe in cui è inserito è didatticamente ad un livello piuttosto basso, anche gli altri alunni sono poco motivati allo studio e tendono ad approfittare della situazione, l'unico modo per tenerli è propinare verifiche a sorpresa, ma mi rendo conto che ciò comunque crea un certo risentimento e non sempre si può fare, visto che l'ora dovrebbe essere appunto di approfondimento.
Quale potrebbe essere il sistema più corretto per guadagnarmi la fiducia e il rispetto di questo allievo? Mi rendo infatti conto che, se miglioro la relazione con tale allievo, anche tutto il rapporto con la classe ne gioverà. Grazie anticipatamente per la risposta.”

Caro Giorgio, posso dirti che leggendo la tua lettera colgo una elemento molto importante nell’insegnamento: vuoi davvero risolvere il problema nel migliore dei modi. Sei a metà dell’opera!
Prima di tutto desidero dirti che tutti hanno problemi con ragazzi difficili che volontariamente vogliono comportarsi male. Di solito i ragazzi si comportano male involontariamente, perché non sanno e non riescono a tenere un comportamento corretto. Nel caso di un ragazzo che lo fa apposta, e in modo consapevole, bisogna usare molte strategie, e non è detto che funzionino, se il suo rifiuto è molto forte e il tempo per recuperarlo è poco.
Tieni a mente queste osservazioni:
- tutti i ragazzi che si comportano male hanno dei grossi problemi. Problemi enormi e di tutti i tipi: problemi con i genitori, problemi economici, vissuti di violenza o di abbandono o di emarginazione. Sono maleducati, sgarbati, strafottenti, violenti perché la vita li ha resi tali. Verrebbe voglia di lasciarli al loro destino perché spesso sono sgradevoli e molto difficili da accettare, ma pensa quanto è gratificante quando riesci ad entrare in quella scorza nera e portare un po’ di rosa.
- Tu e tutti gli insegnanti siete per lui nemici. Ma lo devi capire.
- Le punizioni e note non lo interessano, perché non gli interessa la scuola. Sarebbe come se a me fosse impedito di giocare a calcio. Non mi interesserebbe nulla.
- Quando vedi un ragazzo così devi subito guardarlo come una persona in difficoltà che ha bisogno di aiuto, e non come un ragazzo che ti sta dando noia e ti rende difficile la lezione (e un po’ anche la vita). Se lo guardi con gli occhi di chi lo rifiuta (quelli che vede sempre) non hai speranza di arrivare a lui per farti ascoltare.
- Non devi mai perdere la pazienza, e, se la perdi, devi assolutamente fare in modo che non si veda: chi dà in escandescenze ha perso la partita.
- Quando ti rivolgi a lui trattalo sempre con estrema gentilezza, usando un tono di voce dolce, ignorando il suo atteggiamento. Sarà diffidente e sgarbato, perché non è abituato, ma vedrai che lo apprezzerà. È difficile essere sgarbato a lungo con chi ti tratta bene.
- I ragazzi, presi da soli sono molto diversi rispetto a quando sono in classe. Se nessuno li vede non hanno bisogno di mostrarsi ribelli o arroganti. Hai più possibilità di parlargli fuori dalla classe. Stai attento: non rimanere mai solo con lui in un’aula, perché potrebbe venirgli l’idea di fartela pagare inventandosi che lo hai offeso, o peggio.
- Un ragazzo che si sente rifiutato e ferito la fa pagare a tutti quelli che incontra, anche se non c’entrano niente. Forse lo faremmo anche noi.
- Un ragazzo che in casa e nella vita ha preso solo calci si aspetta calci da tutti e quindi cerca di darli per primo. È un po’ come quando un cane è abituato a prendere calci. Se ti avvicini si comporta come se anche tu stessi per picchiarlo.
- Lo scopo della scuola, in casi come questo, non è l’insegnamento della grammatica o della letteratura. Prima si deve recuperare il ragazzo dal punto di vista umano.
- Tutti hanno dei pregi, ma i difetti si vedono molto di più. Cerca di trovare i suoi.
- Ci sono buone probabilità che, anche impegnandoti molto, tu esca sconfitto, perché non sei il solo insegnante, non tutti i colleghi si impegnano in questo senso, altri, anzi, lo offendono e lo rifiutano. Ma se vuoi essere un bravo insegnante devi provare.
Eccoti qualche consiglio:
1. Tieni sempre presenti le osservazioni che ti ho dato e rifletti bene su ognuna.
2. Chiamalo fuori e metti le carte in tavola: digli che lo vuoi aiutare. Chiedigli che cosa gli hanno fatto perché abbia un atteggiamento come quello che mostra in classe. Digli che sai che ha dei pregi. Fagli osservare che tu con lui sei sempre gentile e che non è giusto che lui faccia pagare a te per una colpa che non hai.
3. Chiedigli che cosa puoi fare per lui, ma precisa che in nessun modo accetterai da parte sua che manchi di rispetto a te o ad altri. Spiegagli che per voi insegnanti sospenderlo continuamente e bocciarlo di nuovo è molto più facile che cercare di convincerlo a comportarsi bene. Ma digli che tu non vuoi farlo, perché lo vuoi aiutare, a meno che lui non ti costringa a farlo.
4. Concentrati sul fatto che gli altri lo trovano un ragazzo coraggioso, capace di dire quello che tutti o quasi vorrebbero dire ai professori: vai a quel paese. Devi assolutamente ridimensionarlo ai loro occhi, dimostrando che tu sei più forte. Ma non con le note: quella è una vigliaccata, ai loro occhi. Devi vincerlo con la psicologia. Ricorda che lui è pur sempre un ragazzo.
5. In classe non accettare la minima mancanza di rispetto da parte sua. Se manca di rispetto a te o ad altri non lasciar perdere sperando che smetta: non smetterà. Anzi. Quindi: non fare lezione ma passa tutta l’ora a dargli fastidio, cercando di prendere tu le redini del suo gioco. Se lui canta, ordina a tutti di cantare. Se si alza, ordina a tutti di alzarsi. Se si sdraia in terra, ordina a lui di rimanere a terra. Se si alza, hai vinto perché volevi farlo alzare, e se rimane a terra hai vinto lo stesso, perché ha eseguito il tuo ordine. Se dice qualcosa di scorretto, chiedi a tutti di guardarlo. Rendi esplicito quello che sta facendo, in modo che se lui voleva che i compagni ridessero di te, la situazione si capovolga e sia lui ad essere deriso. In pratica, devi cercare di usare la sua mossa per farlo cadere. Come nello judo. Deve capire che tu sei l’insegnante. Lo devi fare, con calma, senza cattiveria. Deve percepire che lo stai aiutando a capire. Si arrabbierà ancora di più con te. Resisti.
6. Leggi gli altri post che ho scritto su questo argomento.
Caro Giorgio, spero di essere riuscita a scegliere i consigli giusti e di averti aiutato. Ricorda, però, che quando si insegna si impara a forza di errori. Per questo l’esperienza serve a tanto. Fammi sapere.

venerdì 5 novembre 2010

La scuola vista da una tirocinante. 119°

La professoressa Milani desidera che esprima qualche mia opinione. “Scrivi, scrivi pure le tue osservazioni, cara. È interessante vedere le cose anche dal punto di vista dei giovani tirocinanti”, mi ha detto. Allora eccomi qui.
Le cose vanno come al solito. Osservo e cerco di imparare. A volte mi segno le cose che ho intenzione di fare quando avrò una classe tutta mia. Ma altre volte mi segno quello che cercherò di non fare mai. Quest’anno mi spostano un po’ di più, nel senso che vengo mandata in classe insieme ad altri insegnanti, tanto per vedere le differenze. E le differenze ci sono, effettivamente. A volte rimango sbalordita nel vedere quanto riescano certi insegnanti ad essere sbeffeggiati, per esempio. Sono stata in classe con la professoressa Galigani. Di lei dicono che è bruttissima, ma a me non sembra. Di se stessa lei dice che è zitella, perché non si può fare bene l'insegnante se si è sposati. A me sembra un’assurdità, ma non mi permetto di replicare. Cammina per i corridoi sempre nascosta da pile di quaderni che porta a casa e corregge fino a notte fonda. A me fa un po’ pena, se devo essere sincera, perché tutto quel suo impegno per i ragazzi viene ripagato con ogni sorta di mancanza di rispetto. Quando lei chiede alla classe, per esempio di tirare fuori il libro di grammatica sembra di essere allo stadio nel momento esatto in cui l’arbitro concede un rigore per un fallo inesistente. Capirete che io non posso parlare, ma vorrei aiutarla, perché mi sento morire per lei che li guarda fra l’arrabbiato e il disperato. Mentre lei cerca disperatamente di farsi ascoltare, i ragazzi giocano con il cellulare, messaggiano, girano per la classe, litigano, si chiamano a gran voce, si lanciano oggetti. A volte lei scrive alla lavagna con, alle spalle, i tre o quattro che vorrebbero imparare, che l’ascoltano. La scena è patetica, e non capisco come possa succedere una cosa del genere.
Un’altra osservazione riguarda la vicepreside, la dottoressa professoressa Anna Genoveffa Ambrosini Baccicalupi, la "piccola scrivana". Non è per mancarle di rispetto che la chiamo così, ma perché lo fanno tutti, alle sue spalle. L’ultima sua mania è quella di passeggiare per i corridoi, impettita, guardandosi intorno lentamente, con le braccia dietro la schiena. Credo che se potesse farebbe anche il passo dell’oca. Secondo me ha visto qualche film sui campi di concentramento, perché sembra una kapò. Vuole fare paura, poverina. Ma una piccola scrivana che si comporta come una kapò, secondo me, non fa molta paura.
Beatrice.

mercoledì 3 novembre 2010

La vita è come il mare, è vero. 118°

Ogni tanto qualcuno dei miei lettori mi fa notare il fatto che nei miei post a volte c’è tristezza, amarezza e malinconia. È vero. A volte c’è anche entusiasmo e allegria. Altre volte c’è dolore, o rabbia, o disgusto, o disprezzo, o indignazione.
La vita è come il mare, lo hanno già detto in tanti. Un mare calmo, cristallino, azzurro, verde, grigio. Un mare blu, a onda lunga, in tempesta. Un mare di vento, con gli spruzzi bianchi di schiuma che si vedono anche da lontano.
La superficie del mare è il luogo dove tutto va e viene, un momento c’è e l’attimo dopo non c’è più. In superficie, alla luce, rimane tutto ciò che è leggero. Le cose che hanno un peso vanno a fondo. E quanto più sono pesanti tanto più scendono in profondità, verso il buio.
Quando osserviamo il mare vediamo solo ciò che si trova in superficie o poco sotto: si vede bene, galleggia a portata di mano. Se vogliamo guardare quello che c’è sul fondo marino dobbiamo scendere giù e andarlo a cercare, con fatica. Troviamo tesori, ma troviamo anche buio.
La vita è come il mare, è vero. Quello che è a portata di mano, come sulla superficie di un mare, è leggero, a volte fresco, delicato, ma a volte inconsistente, frivolo, incostante, ingenuo, stupido.
Tutto quello che ha un peso deve essere cercato nella profondità. Il pensiero che rimane in superficie si dice proprio “superficiale”. In superficie ci sono le risatine, i pettegolezzi, le battutine, le cose dette senza riflettere.
Se ci mettiamo a pensare andiamo inevitabilmente sempre più in profondità. E in profondità c’è l’ingiustizia, il dolore, la malinconia, il rimpianto, il passato che non ritorna, la rabbia, il disprezzo, l’indignazione, la paura, il disgusto.
Chi pensa e chi scrive va a cercare spesso sul fondo.
Ecco perché, a volte, nei miei post c’è tristezza, amarezza e malinconia.

martedì 2 novembre 2010

La tolleranza è una bella cosa. 117°

La tolleranza è davvero una bella cosa.
Se una società è tollerante con chi è diverso, con chi è gay, con chi ha la pelle diversa, una religione diversa, idee politiche diverse si vive in pace.
In Italia stiamo diventando campioni di tolleranza.
Tolleriamo che la televisione ci propini telegiornali parziali e programmi stupidi.
Tolleriamo il fatto che vengano ammirate e pagate profumatamente persone che non sanno fare assolutamente nulla.
Tolleriamo che le donne vengano trattate come oggetti sessuali da esporre e ridicolizzare.
Tolleriamo che le città vengano invase dall’immondizia o che diventino discariche a cielo aperto, purché non si tratti di quella dove viviamo noi.
Tolleriamo che i nostri giovani siano costretti a cercare lavoro all’estero perché qui non trovano nulla.
Tolleriamo che un Tizio riduca il personale per farci lavorare di più perché siamo fannulloni, che ci offenda, che ci minacci punizioni, che faccia del sarcasmo sui lavoratori, che per punizione ci costringa agli arresti domiciliari perché siamo in mutua.
Tolleriamo che i nostri figli vadano vestiti come vogliono i padroni delle industrie, che desiderino una quantità assurda di oggetti inutili e costosi, perché così noi lavoriamo per i ricchi imprenditori e per i loro divertimenti.
Tolleriamo che le nostre scuole vengano lasciate nel degrado e nella carenza di risorse e contemporaneamente che vengano dati sostanziosi aiuti alle scuole private.
Tolleriamo che un Caio racconti barzellette mentre ci rappresenta, che si dia ai bagordi, che ci renda ridicoli di fronte al mondo, che prenda in giro e offenda i suoi avversari, che tratti le donne da stupide e da prostitute, che suggerisca alle nostre figlie di mettersi a posto cercando un uomo ricco da sposare, che paghi tre nostri stipendi per una notte, che manovri tutti i mezzi di comunicazione e che sghignazzi e canti canzonette, mentre noi fatichiamo a sbarcare il lunario .
Tolleriamo anche che Sempronio faccia tagli spietati e dica che non ha tagliato nulla, che le cose vanno bene e che siamo noi che siamo pessimisti.
Tolleriamo che le parole vengano usate come offese: gay, sinistra, comunista, donna.
Tolleriamo che chi dovrebbe pensare all’anima pensi al potere e agli interessi dei potenti.
La tolleranza è una bella cosa.
L’Italia è diventata una casa di tolleranza.

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