La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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sabato 31 dicembre 2011

Addio, 2011. 271°

Addio, 2011. A mai più rivederci.

Si chiude, spero per sempre, un’epoca e se ne apre un’altra.
Non voglio più neanche ricordare quello che abbiamo passato, politicamente parlando. E spero che si apra un’epoca in cui ci sia permesso di pensare liberamente senza essere plagiati e manipolati dai mezzi di comunicazione, dai sorrisi, dalle menzogne, dalle promesse. Un’epoca in cui si torni a considerare l’onestà come indispensabile per essere rispettati, e in cui l’educazione venga insegnata ai bambini dall’esempio degli adulti. E spero che la società impari a distinguere il necessario dal superfluo e a preferire la sostanza all’apparenza.

Addio al 2011 per chi ha perso una persona cara, perché l’anno ha portato loro molto dolore.
Per chi ha visto i colleghi o i familiari uccisi sul lavoro perché le regole della sicurezza non sono state rispettate.
Per chi ha perso il lavoro e non sa come trovarne un altro.
Per chi non ha ancora un lavoro e si sente dire da tutti che non riuscirà a trovarlo.
Addio al 2011 per chi credeva di andare in pensione e ha saputo che chissà quando ci andrà.
Addio al 2011 per gli insegnanti, che hanno visto lo sfacelo della Scuola pubblica dovuto a vergognosi tagli, e che sono stati chiamati “fannulloni”.
Per gli studenti di tutte le età, ai quali non è stato effettivamente garantito il diritto allo studio e che poi sono stati definiti “ignoranti”.
Per chi deve iscriversi all’università e non sa che strada prendere, perché tutte portano alla disoccupazione.
Per chi fa i conti e si accorge che non sa come farà a tirare avanti.
Per i commercianti che sono stati onesti, hanno investito tutto sulla loro attività, ma non ce l’hanno fatta a pagare i debiti e sono stati costretti a chiudere il negozio.
Per gli extracomunitari e gli stranieri onesti che vengono guardati ancora con sospetto e superiorità.
Per quelli ai quali hanno calpestato i diritti proprio quelli che dovevano garantire loro che venissero salvaguardati.

Quello che non ho scritto, aggiungetelo voi.

venerdì 30 dicembre 2011

“Mi sento una nullità e non so che cosa fare”. 270°

Marco mi scrive:

“Cara Isabella Milani, sono un ragazzo di 18 anni. Scrivo a lei perché non so a chi rivolgermi. Lei è la mia ultima speranza. Il punto è che le persone intorno a me non mi considerano quanto vorrei. Non l’ho mai detto a nessuno, ma ho sempre paura di sbagliare e di essere considerato scemo.
A scuola i miei voti sono molto più bassi che in passato, non riesco a studiare come facevo un tempo. I professori hanno delle pretese assurde e prendo voti scarsi. Eppure leggo tanto, suono la chitarra classica, mi interesso di tante cose e mi appassiono a tante cose. Ma tutto quello che so non serve per piacere ai miei amici e tantomeno alle ragazze. Vorrei fare ingegneria, ma forse non sono intelligente come credevo. Neanche la mia vita sociale è così florida: gli amici mi prendono in giro e mi trattano come uno sfigato e anche le ragazze mi considerano uno sfigato. Perché non riesco ad essere quello che vorrei? Perché non posso avere una vita più felice? Mi sento una nullità e non so che cosa fare. Spero che mi risponda presto. Grazie. Marco”

Caro Marco, certo che ti rispondo! Per aiutarti cercherò di farti capire qual è il tuo problema.
Prima di tutto devi chiederti “Devo stimarmi? Devo sentirmi sicuro di me? Devo sentirmi intelligente?”. Io ti dico “Senz’altro sì.”
Per sentirti sicuro di te devi sentirti intelligente indipendentemente dagli altri.
Non puoi basare la tua sicurezza sulla scuola, perché la scuola non è il luogo dove si possa misurare il tuo valore. La scuola non è fatta per far emergere le intelligenze particolari. Spesso, a scuola, finiscono per emergere solo i ragazzi capaci di eseguire perfettamente quello che viene richiesto. Ma quello che viene richiesto a scuola, nella scuola italiana, spesso non ha niente a che fare con la vera intelligenza.
Questo avviene per due motivi:
1. Gli insegnanti sono essi stessi stati educati a considerare come conveniente, giusto e opportuno adeguarsi il più possibile alle richieste degli insegnanti, e non hanno, conseguentemente, fatto un percorso di studio autonomo che li portasse a chiedersi che cosa è giusto insegnare e, soprattutto, in che cosa consiste la vera intelligenza.
2 Gli insegnanti sono, comunque, abituati e costretti a richiedere solo apparentemente l'originalità, la creatività, le opinioni personali, i pensieri autonomi, la dialettica, il confronto, perché può capitare di dover gestire un dissenso di fronte a tutta la classe, costituita di 25/ 30 alunni e, non è facile. L'insegnante non ha tempo e spesso non è preparato a questo. E non per colpa sua, ma per un sistema scuola che vede, di fatto, l'insegnamento come l’esposizione a un gruppo indistinto, oltretutto numeroso e spesso disomogeneo, di nozioni generali, che non tengono in nessun conto le predisposizioni individuali. Bisogna considerare, inoltre, che, dal punto di vista psicologico, l'insegnante si trova a parlare agli alunni come ad un pubblico dal palcoscenico: questo presuppone la capacità, che spesso l'insegnante non ha, di reagire con tranquillità alle provocazioni degli alunni, o di non farsi prendere dal panico, dalla paura di perdere la credibilità e la stima degli alunni, se un alunno esprime disaccordo con con le idee dell’ insegnante o contesta, anche se con educazione, una spiegazione dell'insegnante. Se l'insegnante potesse insegnare a piccoli gruppi non avrebbe la stessa difficoltà a riconoscere un suo errore o a seguire il percorso mentale di un singolo alunno. Questo di fronte a una classe solo raramente è possibile. È troppo importante non perdere la credibilità.
Non puoi basare la tua sicurezza sugli amici, perché gli amici, molto spesso, cercano negli altri quello che i media suggeriscono di cercare. Mi pare di capire che tu non sei come loro.
Ti chiedi se sei intelligente. Bisogna chiedersi che cos’è l’intelligenza.
L’intelligenza è la capacità di capire, di risolvere i problemi, di saper collegare informazioni e concetti anche non immediatamente vicini e collegati.
Si parla di nove tipi di intelligenza: Linguistica, Logico-Matematica, Spaziale, Corporeo-Cinestesica, Musicale, Interpersonale, Intrapersonale, Naturalistica
Esistenziale o Teoretica.
Quali di queste vengono considerate importanti a scuola? E tu quante ne hai? E, soprattutto, hai i tipi di intelligenza che che vengono valutati a scuola?
Forse hai quattro o cinque tipi di intelligenza e non lo sai (Musicale? Interpersonale? Esistenziale o Teoretica? Naturalistica? Intrapersonale?). Soprattutto non lo sanno a scuola. E magari non sono i tipi di intelligenza che interessano agli insegnanti. Non vuol dire che non sei intelligente; Marco. Perciò devi essere sicuro di te, stimarti, considerarti speciale. Non hai bisogno dell’approvazione degli altri. Non hai bisogno dell’approvazione di nessuno.
Devi solo saperti adeguare alle richieste perché ti conviene e perché anche questa capacità è tipica delle persone intelligenti. Saperti adeguare alle richieste dell’insegnante – di qualsiasi richiesta si tratti - deve essere per te una questione di intelligenza: più riesci a fare quello che chiedono e più sei intelligentemente capace di dissolvere il problema, la prova. Non devi studiare perché ti serve l'approvazione di qualcuno, ma perché ti serve per avere buoni voti - che è quello che vuoi - anche in vista dell'università, e comunque perché vuoi avere qualcosa che dimostri in modo tangibile che sei bravo a scuola.
Sai capire le persone? (hai la capacità di entrare nella psicologia degli altri.)
Sei sensibile? (sei interessato a capire gli altri)
Hai il senso dell'umorismo? (Sei simpatico: l’umorisco è prova di intelligenza)
Sai imitare bene le persone? (sai cogliere la loro psicologia)
Hai interesse per cose che di solito non interessano gli altri ragazzi della tua età (hai interessi più maturi e non convenzionali)
Sai suonare? È perché ti sei messo in mente di farlo e ci sei riuscito.
Forse, Marco, sei soltanto un ragazzo speciale. Chi è speciale solitamente non viene capito. Se è così, come credo, è ovvio che questo tuo essere speciale è stato per te impegnativo: un tempo, perché i bambini, in generale, che non capivano niente di quello che dicevi, ti guardavano come si guarda uno che dice cose incomprensibili. Ma era un problema loro che erano indietro, non tuo che eri avanti.
E anche oggi, forse tu sei troppo speciale per gli altri, che sono troppo convenzionali. Ma loro lo sanno, che sei speciale. Devi saperlo anche tu.
Vai avanti per la tua strada, che è speciale. Devi vedere ogni difficoltà solo come una sfida che ti si pone, per integrarti bene anche nel mondo di quelli normalissimi. Non sono più intelligenti di te. Sono solo inseriti più convenzionalmente in questa scuola e in questa società.
Farai grandi cose, vedrai. Perché quando ti appassionerai a qualcosa, a quello che sceglierai all’università, lo approfondirai in modo intelligente e speciale.
Buon anno e buona fortuna, Marco. Fammi sapere.

martedì 27 dicembre 2011

Cari lettori del blog...

Ci sono lettori del blog che mi chiedono se ho dei problemi perché i post sono meno frequenti: nessun problema! Ho solo il problema che avete tutti: troppo poco tempo!
Prestissimo mi darò da fare e farò il mio dovere di blogger!
Se mi avete scritto e non avete ricevuto risposta, mandatemi di nuovo il messaggio, per favore!
Buone feste a tutti!!!

domenica 25 dicembre 2011

Ho cambiato la descrizione del mio libro

Ho cambiato la descrizione del mio libro.

Cari colleghi, questo è un "manuale dell'insegnante", un libro di consigli pratici,che può esservi utile se siete giovani insegnanti, finché non avrete fatto esperienza sul campo. Ma credo che possa essere molto utile e offrire spunti di riflessione anche se insegnate già da anni, e perfino se siete genitori di ragazzi che frequentano la Scuola.
Se siete già lettori del mio blog, comperatelo se volete un vero e proprio corso di didattica pratica, perché troverete nel libro anche i post più seguiti, ma ampliati e organizzati, da leggere e da rileggere. Altrimenti leggete, gratis, il blog.

sabato 24 dicembre 2011

Ricambio tutti i vostri auguri con altri auguri! 269°

Cari lettori del blog e amici di facebook, grazie di cuore per tutti i vostri auguri.
Anch'io desidero per voi feste allegre in compagnia di familiari, amici e parenti.
Desidero che, se avete dei bambini piccoli, possiate preparare loro stupendi momenti da ricordare.
Desidero che il 2012 sia proprio l'anno fantastico che avete sempre sognato.
Se avete dei problemi, vi auguro di riuscire a dimenticarli per un po', e di trovare serenità e fiducia nel futuro.
Desidero che troviate sotto l'albero un bel regalo inaspettato, che sappiate godere di quello che avete, e che sappiate rendervi conto che siete fortunati ad avere la possibilità di condividere con altri queste feste.
Spero che troviate il modo di pensare anche a chi non sta festeggiando affatto, in questi giorni, perché so che poi vi sentirete bene.
Spero che facciate una telefonata di auguri a qualcuno che sapete essere solo, perché la solitudine è più brutta, durante le feste.
Vi auguro per tutto l'anno tanta tranquillità, tempo per voi, molta salute e allegria.
Se siete insegnanti giovani e precari vi auguro di passare di ruolo.
Se siete insegnanti non più giovani, e stanchi, vi auguro di andare in pensione quando volete.
Auguri a tutti!


Vi suggerisco di leggere il mio post 141°

mercoledì 21 dicembre 2011

“Quale può essere una giusta punizione per un bambino?”. 268°

Gabriella mi scrive:

“Gent.ma Prof. Milani, sono un’ insegnante di ruolo nella scuola primaria, insegno da sei anni. Mi piace il mio lavoro, mi preparo ogni giorno le lezioni per riuscire a gestire meglio il tempo e il lavoro.
La classe è una terza, bambini in gamba apprendono velocemente e fanno pochi errori.
Insomma una vera pacchia, verrebbe da dire. Non fosse per il fatto che ci sono giornate perfette e altre che torno a casa nello sconforto totale. Oggi, ad esempio, durante la lezione alcuni bambini hanno iniziato a litigare, hanno smesso di scrivere, quando poi ho cancellato la lavagna, si sono arrabbiati, dicendo che vado troppo veloce e non gli ho lasciato il tempo. Uno di loro, un tipo piuttosto turbolento, ha iniziato ad urlare, ha lanciato oggetti, l'ho sgridato poi lui piange e si scusa, ma nel farlo è sempre agitato. E non so proprio come comportarmi. Anche perche arriva un certo punto che la mia voce proprio non si sente più e questo mi deprime. Un bambino era stufo e ha detto “io non ci voglio più stare qua dentro”. Insomma una lezione da dimenticare. Non capisco perchè però altre volte tutto fila liscio. Altre invece mi vergogno di essere insegnante, e temo di ricevere critiche. Vorrei capire quale può essere una giusta punizione per un bambino che manca platealmente di rispetto all'insegnante. Vorrei capire come creare un clima positivo quando ricomincia la lezione, e il tipo che era in punizione è come se me la volesse far pagare. Ho dato dei compiti di punizione, cosa che odio, e questo ha generato ancora più rabbia. In queste giornate non so proprio cosa fare. La ringrazio in anticipo cordiali saluti
Gabriella”

Cara Gabriella,
il problema nasce dal fatto che dimentichi che sono dei bambini. Subisci le loro proteste come se fossero giudizi di valore nei tuoi confronti. Ti senti a disagio perché non sei sicura delle tue decisioni. E non sei sicura perché ti accorgi di provare anche un po’ di astio nei confronti dei bambini che ti rendono difficile la lezione. Mentre un impiegato può anche fingere di provare considerazione e rispetto per un utente, per un insegnante è impossibile fingere: i bambini e i ragazzi percepiscono quello che provi davvero. E, se non sono sentimenti positivi, se ne accorgono e te la fanno pagare. Sentono che li rifiuti (probabilmente lo fai senza accorgertene, per paura della situazione nella quale possono metterti) e loro, per paura di non essere accettati, si comportano male. Se li accetterai davvero e farai in modo che lo percepiscano, vedrai che le cose miglioreranno.
Non so quanto possa essere “giusta” una punizione. Non la chiamare “punizione”, neanche dentro di te. Chiamala “strategia di recupero”. La strategia di recupero deve essere finalizzata a far capire al bambino che ha fatto un errore e che deve impegnarsi per correggerlo. Deve essere chiaro il motivo del rimprovero, senza dare per scontato che lo sia. La punizione (strategia di recupero) non deve essere troppo frequente, altrimenti perde di efficacia. Non deve mai consistere nel togliere la possibilità di uscire, di far merenda o di andare in bagno, perché sarebbe contrario alla salute del corpo. Né deve escludere il bambino da attività che gli interessano molto, come il calcio o il nuoto, perché anche quelle attività fanno parte della sua crescita.
Quando il bambino riceve una punizione è importante che non la senta come una specie di vendetta, perché altrimenti risponderà allo stesso modo.
Spero di esserti stata utile.
Fammi sapere!

domenica 11 dicembre 2011

Ragazzi, che cosa aspettate a recensire il libro?

Carissimi lettori del libro e del blog, che cosa aspettate a recensire il libro "Consigli pratici per giovani insegnanti"?
Seguite l'esempio di questi bravi lettori che lo hanno recensito su LULU* e su AMAZON.

Bastano anche poche parole! Non siate timidi!
Voi lettori del blog siete la mia unica forma di pubblicità, ricordatelo! :-)
Grazie!



*E voi che lo avete così bene recensito su LULU, ricopiate la recensione su Amazon, se siete già clienti di Amazon :-)

venerdì 9 dicembre 2011

Voglio andare in pensione quando è ora. Seconda parte. 267°

Credevo di andare in pensione a sessant’anni, di riprendermi la mia vita e di andare da qualche parte. Al mare a settembre. A fare un viaggio a primavera. Niente di eccezionale. Ma volevo vivere la vita senza costrizioni. Volevo stare giornate intere con gli amici, con la mia famiglia, con mia sorella. Fare del volontariato. Cambiare abitudini. Scrivere quando volevo.
Quando avrò un nipotino vorre aiutare mio figlio a crescerlo. Ma non potrò. “La nonna non può venire perché è ancora al lavoro”. E pagheremo per i bambini una babysitter estranea e per i nostri vecchi una badante estranea. C’è qualcosa di più stupido?
Vorrei riprendermi il mio tempo. Perché anche se vogliono che ci adeguiamo alle aspettative di vita, non sono in grado di garantirci che vivremo davvero di più. E che, se vivremo di più, saremo in salute, e capaci di intendere e di volere. Bella fregatura!
Se non vivremo a lungo, secondo le aspettative, non avremo mai avuto la possibilità di vivere come volevamo, di stare con chi amavamo, se non nei ritagli di tempo.
Credevo che il lavoro del settore terziario avrebbe affrancato i lavoratori dalla fatica. Ma non è vero.
Credevo che le macchine avrebbero affrancato i lavoratori dalla fatica. Ma non è vero neanche quello.
Credevo che la cultura avrebbe migliorato le condizioni di vita. Non è vero.
Solo nel mondo della politica i lavoratori sono affrancati dalla fatica. Lì si lavora poco, ci si assenta liberamente, si fa la bella vita, si viene riveriti anche senza meriti e dopo pochissimo si va in pensione.
Perché io devo lavorare più di quarant’anni e loro due anni? O meno? Ma non è un’evidente ingiustizia? E se chiedi loro se lo ritengono giusto, balbettano qualcosa, perché sanno che qualunque cosa dicano è una bugia. E intanto nessuno li tocca.
Era meglio se nascevo contadina. Mi sarei svegliata al canto del gallo e sarei andata a letto con le galline, rispettosa dei ritmi della natura. Avrei lavorato duro, ma sarei vissuta all’aria aperta e, quando fossi diventata troppo vecchia per i lavori dei campi, nessuno mi avrebbe obbligato a fare quello che non potevo e avrei dedicato il mio tempo alla casa, a fare la polenta e a raccontare favole ai bambini.
Non lavoriamo per vivere, in realtà, ma per rendere i ricchi più ricchi. Per comprare cose inutili. Tutto il sistema ci rende schiavi di necessità che non sono vere necessità. Ci convincono che ci servono e ne diventiamo schiavi.
“Guarda come è bella questa automobile. Per esistere, per essere davvero importante devi assolutamente possederla. Grande, spaziosa. Veloce. Fa i 200 all’ora in un momento.”
“Ma siamo solo in due. A che cosa ci serve una macchina così grande? E non si può andare a 200 all’ora!”.
“Ma non importa! Tutti ti rispetteranno! Vedrai come sarà bella la tua vita!”
“Va bene. La voglio. È davvero stupenda! Come faccio ad averla tutta per me?”.
“Lavora! Lavora per me. Lavora tanto. E quando avrai lavorato tanto tanto, io te la darò. E sarà tutta tua e sarai importante agli occhi di tutti. E tutti diranno "Guarda che bella macchina ha Giovanni’. E tu sarai qualcuno. Vedrai come sarai rispettato! O forse ti comprerai la macchina più nuova che uscirà fra un po’ di tempo. Costa di più, ma ormai che ci sei, perché non prendere quella più esclusiva, nuovissima e superaccessoriata?”.
Quello che parla è il produttore dell’auto, che con i tuoi soldi fa la bella vita, vive in una bella casa, e ne ha altre di qui e di là, dove tu vorresti tanto andare un giorno, con tua moglie, almeno una volta nella vita, per farle vedere i bei posti che si vedono nei depliant turistici.
E quello che fa con te lo fa, ancora di più con i tuoi bambini, con i tuoi figli adolescenti. Li plasma e li trasforma in piccoli spendaccioni, che un giorno diventeranno spendaccioni adulti, schiavi del circolo vizioso lavora e guadagna - spendi e consumi il denaro- lavora per trovare il nuovo denaro per spendere - spendi e consumi il denaro- lavora per trovare il nuovo denaro per spendere - e così via.
Lui, il ricco per cui lavori, fa la sauna e i massaggi quando è stanco, e mangia in ristoranti di lusso, e frequenta feste e teatri, dove un biglietto costa 2500 euro. Glieli hai dati tu, quei 2500 euro, perché sei, fondamentalmente, un lavoratore di sua proprietà, un servo della gleba o della fabbrica o dell’ufficio. E se sei un negoziante lui, il riccone, schiaccia il tuo negozio con il suo megastore.
È una beffa. Tutto il sistema è assurdo: se nasciamo poveri siamo destinati a servire i ricchi. Anche se apparentemente ci danno la possibilità di studiare. Diventiamo laureati e non troviamo lavoro se non per pochi spiccioli. E per loro.
E ora ci dicono che dobbiamo fare i sacrifici, perché l’Italia va male e dobbiamo impedire che vada in bancarotta.
Noi dobbiamo fare i sacrifici? E finora che cosa abbiamo fatto?
Noi dobbiamo andare in pensione più tardi perché è necessario? Necessario per chi? Non per me.
No! Io voglio assolutamente andare in pensione quando è ora. E dico che “è ora” quando non sono ancora vecchia, e posso ancora vivere qualche anno da schiava libera, ancora capace di approfittare della bellezza della vita e del mondo. Ed “è ora” quando sono ancora capace di lavorare, perché ho lavorato tanto e sono stanca. Perché ho lavorato e studiato tutta la vita, e ad un certo punto è ora di smettere.
Non possiamo andare in pensione quando siamo da buttar via. Quando non possiamo più rifarci una vita.
Perché di questo, si tratta, di rifarci una vita. Liberi, finalmente.

Per gli insegnanti che mi scrivono

Cari colleghi, ricevo molte lettere, alcune delle quali chiedono consigli su problemi di cui ho già scritto nel libro. Vi prego di non scrivermi frasi generiche come "Vorrei sapere come interessare gli alunni" o "mi dia un consiglio su come diventare una brava insegnante". Quando mi scrivete, descrivete la situazione precisa, come nelle lettere che ho pubblicato sul blog. Ho scritto il libro "Consigli pratici per giovani insegnanti", per darvi un vero e proprio corso di didattica pratica, perché troverete nel libro anche i post più seguiti, ma ampliati e organizzati, da leggere e da rileggere. Altrimenti leggete, gratis, il blog.


Vi ricordo dove potete trovare il libro:
se avete urgenza di leggerlo c'è l'eBOOK qui.
Se volete il libro cartaceo, spendere meno (o nulla) per la spedizione, e riceverlo prima, cercatelo qui.
Se vi piace il mio blog, mi raccomando: pubblicizzate il libro! :-)
Grazie

Voglio andare in pensione quando è ora. Prima parte. 266°

Voglio assolutamente andare in pensione quando è ora.

Prima di diventare vecchia.

Prima di perdere la dignità.

Prima di fare danni.

Voglio andare in pensione. Ma questo non vuol dire che non mi piaccia il lavoro che faccio. O che non ho voglia di lavorare. No. E se osate anche solo pensarlo “vi si sfaccia la casa , la malattia v’impedisca, i vostri nati torcano il viso da voi”, per dirla con Primo Levi.

Voglio andare in pensione quando è ora, perché sono stanca. Mi piace insegnare, ma sono stanca.

Sognavo di riprendermi la mia vita a sessant’anni. O prima.

Ho lavorato con il caldo e con il freddo. In mezzo al rumore assordante dell’adolescenza che sboccia. In mezzo a ragazzi bisognosi della mia attenzione costante. E l’ho fatto e lo faccio meglio che posso. Ma mi stanco. Nel fisico e nella mente. I ragazzi ti succhiano energie, se colgono che li vuoi aiutare. E tu li aiuti. Per anni e anni.

Ho dovuto cambiare ogni volta che a qualcuno è venuto in mente di cambiare: mi sono adeguata, anche se non ero d’accordo.

Ho dovuto affrontare le stupidaggini di tutti gli incompetenti che ho incontrato nella mia carriera, e sono stata costretta a eseguire ordini che non condividevo, contemporaneamente cercando di ovviare con grande fatica agli errori di chi li impartiva.

Sono stata tappata in casa, a una scrivania, per tutta la vita. Prima per studiare e poi per insegnare. E sono fortunata, perché c’è chi sta peggio di me. Il lavoratore che tutti i giorni entra alle otto ed esce alla sera, quando vive? E anche lui dovrà invecchiare al lavoro.

E quando saremo vecchi, spremuti, ci lascerannno andare, come rilasciano un carcerato che ha vissuto in prigione per quarantatré anni e che quasi quasi non vuole più uscire perché non sa più vivere libero.

Se avessimo ucciso, avremmo riavuto prima la nostra libertà. E non mi dite che esagero.

E poi: come si fa a lavorare fino a sessantasette anni? C’è qualche lavoro che si può fare a sessantasette anni. Il politico, per esempio.

Ma ci sono, oggi, tantissimi lavori che non si possono fare da vecchi. Non si può fare il calciatore fino a sessantasette anni. Ma neanche l’insegnante. Fare l’insegnante è difficile. È essenziale non perdere la dignità. Ma se ti fa cilecca la memoria la perdi. Se non hai la forza di rimproverarli quando serve, la perdi. Se ti scappa un bisognino e non riesci a trattenerlo perché i problemi alla prostata non vengono a trent’anni, perdi la dignità. Se sei tanto stanca da addormentarti in cattedra , la perdi, la dignità.

Se sei pieno di dolori e di acciacchi e non puoi scrivere, non puoi accompagnare i ragazzi in gita, ti ammali continuamente delle malattie degli anziani, non puoi più essere un bravo insegnante.

I ragazzi hanno diritto di avere insegnanti giovani e pieni di energie.

Non si può fare l'impiegato, e tenersi aggiornati con i programmi del computer; non si può fare l'infermiere e non sbagliare a distribuire le medicine, non si può fare il camionista e guidare dalla mattina alla sera , non si può fare il bidello e salire sulle scale. E non si possono più fare tantissimi lavori. O meglio, si possono fare se a più di sessant'anni sei ancora in efficienza. Ma gli altri?

Ma a loro – quelli che decidono – non interessa niente se non potremo più essere efficienti. Basta che ci sediamo sulle sedie a fingere di lavorare.

Ma se guidassi un aereo di linea (della loro compagnia e o di quella dei loro amici) non mi farebbero pilotare fino a sessantasette anni, perché se l’aereo cade i danni si vedono bene.

Se insegno e non sono più in grado di gestire la classe, di ricordare, di spiegare bene, gli alunni non precipitano da migliaia di metri per i miei errori, e perciò a chi importa? Sicuramente loro mandano in figli in una scuola privata piena di insegnanti giovani.
(continua nel post 267°)

martedì 6 dicembre 2011

In attesa di parlare di pensioni.....

In attesa di parlare di pensioni, vi invito a leggere (o a rileggere) questo post e questo ed anche questo. Ma soprattutto questo.

A presto!

lunedì 5 dicembre 2011

Lanciare sassi dal cavalcavia è normale. 265°

Ben dodici ragazzi fra i dodici e i quattordici anni avevano trovato un modo simpatico per ammazzare il tempo alla fine della giornata: andare a lanciare sassi dal cavalcavia.
Adolescenti di dodici e quattordici anni: l’età della scuola media.
L’idea sarà venuto a uno di loro. Certamente non uno di quelli seguiti e controllati dalla famiglia.
Non parlo dei figli dei genitori che delinquono (delinquenti) e che non hanno insegnato nulla ai figli. Parlo di famiglie come ce ne sono tante, oggi: i genitori lavorano- magari lontano- , i nonni lavorano ancora (ora lavoreranno anche più a lungo), i vicini lavorano, i parenti lavorano. A volte i genitori sono divisi e la mamma (alla quale vengono più spesso affidati) non può contare sulla quotidiana collaborazione del marito.
I ragazzi, molto spesso, non li può guardare nessuno.
Perché se la famiglia controlla, se è presente, se è a casa, sa che cosa fa il figlio durante il giorno. E sa dove va di sera: sta a casa o va a nuoto, o a casa di un amico, o a calcio.
Se la famiglia non può controllare, perché, per esempio i genitori lavorano fino a tardi e i ragazzi sono soli tutto il giorno, allora possono capitare tante cose, anche brutte.
I ragazzi sono ragazzi. È vero, ma alcuni sono più fortunati degli altri. E non sono tutti uguali. Oggi si chiama “ragazzo” anche un trentenne. Un tempo, nell’altro secolo, quello dei nostri genitori, nonni e bisnonni, un diciottenne era un uomo e un quattordicenne era “quasi un uomo”: lavorava e aveva delle responsabilità. Non aveva tempo per le sciocchezze.
Un tredicenne di oggi è un neonato, in confronto a un tredicenne di ieri. E non per colpa sua.
Non mi stanco di ripeterlo.
Per una volta non fermiamoci alla frase, al succo del discorso. Immaginiamo la situazione.
Mirko dice agli altri perdigiorno per necessità:
“Oh! Andiamo al cavalcavia. Facciamo a chi becca una macchina per primo?”
“Come?”, risponde Alessio.
“Eh! Come! Con i sassi, no? Scemo! Dai che ci divertiamo!”
“Non so..E se finiamo nei casini?”
“Ma che casini! Se c’hai paura dillo. Sei un frocio”
Alessio deve cedere.
“Macché, dicevo per dire. Andiamo a chiamare Domenico”.
Chiamano anche Toni, Alì, Matteo, Alessandro, Imad, Roberto, Edo, Adrian, Stefano.
Ci vanno. Lanciano. Ridono e saltano quando il sasso arriva giù insieme alla loro paura. Adrenalina gratis. Per vincere la noia. La noia esistenziale di chi non ha uno scopo preciso per affrontare la vita e la giornata. La noia di chi non ha sensi di colpa.
I più in gamba si guadagnano il rispetto degli altri beccando qualche auto.

“Oh!!!! L’hai beccata!! Mettiti giù!!! Ahahah!”
“Mitico!”
Tutte le sere. Senza nessun senso di colpa. Contenti. Fieri di aver fatto qualcosa di speciale. Si sentono qualcuno. In questa società è così ci si sente speciali. Non studiando o lavorando. Studiando o lavorando ci si sente sfigati. Lanciare sassi dal cavalcavia per loro è normale. E semplicemente divertente.
Ma io dico che c’è qualcosa che non va. Sarà per la quantità industriale di non insegnamenti e di insegnamenti sbagliati che ricevono fin da piccoli che si divertono così? Sarà perché assistono a programmi violenti che sono assuefatti alla violenza? Sarà che vedono intorno della gran gente maleducata, pezzi grossi che sono grandi maleducati, maleducati riveriti, disonesti impuniti? Sarà che assistono a programmi televisivi in cui si esortano i concorrenti alla delazione, al pettegolezzo, al “fatti gli affari altrui e poi raccontaceli” che trovano normalissima la scorrettezza? Sarà che viene loro presentato come divertente lo scherzo violento e cattivo e quindi cercano di provare la stessa ebbrezza? Sarà che li educhiamo a non avere sensi di colpa, il motivo per cui non li hanno?
Li educhiamo a non rispondere delle loro azioni e ad avere la pappa pronta e poi li vogliamo responsabili ed autonomi.

venerdì 2 dicembre 2011

“Insegno in due classi tremende. Aiutami a non mollare”. 264°.

Andrea mi scrive:

“Cara Prof. Milani, ho avuto una supplenza temporanea in un istituto tecnico, dove ho delle classi (3°, 4° e 5°) che non riesco a gestire in quanto gli alunni ignorano ogni richiamo (anche fatto ad alta voce con tono severo) all'ordine e impediscono il regolare svolgimento della lezione con versi di ogni genere e lanciandomi delle carte ogni volta che volto loro le spalle per poter scrivere sulla lavagna.

Ho provveduto da subito a sanzionare alcune classi con delle note disciplinari ed un alunno che sono riuscito a cogliere sul fatto mentre lanciava oggetti.. Quasi tutti gli alunni ignorano i miei richiami e non stanno al posto, ma vagano per la classe. Con molta fatica riesco ad evitare che escano dalla classe più persone contemporaneamente per andare in bagno. Dal momento che io cerco di spiegare comunque e quindi andare avanti con il programma (sono costretto a gridare per farmi sentire), alcuni alunni (gli stessi che disturbano) lamentano l'impossibilità di seguire la lezione dato il rumore di fondo che impedisce loro di concentrarsi. Considerati questi comportamenti subdoli messi in atto dagli alunni al fine di rendere impossibile lo svolgimento della lezione, è difficile sanzionare un singolo individuo dato che quasi tutta la classe è responsabile di questi atti vandalici, non avendo altri strumenti per insegnare in modo regolare, sto provvedendo alla valutazione didattica degli alunni (che ovviamente dimostrano di non aver appreso molto di quanto da me spiegato). Ho messo dei voti bassi agli interrogati (3), ma non sono riuscito ad ottenere alcun risultato apprezzabile. Peraltro non posso continuare ad interrogare perchè il programma svolto è esiguo e mi riesce difficile proporre esercizi tutti riguardanti lo stesso argomento.

Ho fatto presente la situazione al docente coordinatore di classe (che, ad oggi, non ha adottato provvedimenti finalizzati a risolvere il problema educativo coordinando gli sforzi educativi degli altri docenti). Alcuni docenti dicono di non aver difficoltà a gestire le classi e i collaboratori scolastici mi danno conferma che i comportamenti di cui sopra vengono messi in atto con i supplenti e con alcuni docenti di ruolo. Stando ad alcune indiscrezioni (voci di corridoio) il Dirigente Scolastico non è un interlocutore ideale cui far presenti questi problemi (e la cosa trova riscontro nel fatto che alcuni alunni, quelli che disturbano di più, mi chiedono di chiamare il Dirigente per ristabilire l'ordine).Vani sono stati i miei tentativi, numerosi ed energici, di motivare gli allievi, semplificare al massimo le discipline che insegno e cercare di instaurare un dialogo.Insegno in quest'istituto da 2 settimane e sto tenendo duro solo perchè ho voglia e bisogno di lavorare, ma in queste condizioni mi sembra ardua la sopravvivenza! Considerando che si tratta di un problema molto serio, chiedo suggerimenti per gestire questa incresciosa situazione nel migliore dei modi e per poter lavorare in condizioni più umane.”

Caro Andrea, mi dispiace dirti che non so quanto tu possa, dopo due settimane come quelle che descrivi, riprendere le redini della situazione. Se i ragazzi sono arrivati a lanciarti della carta quando ti giri, a prenderti per i fondelli ogni volta che possono, significa che hanno deciso che sei uno grazie al quale si può rendere meno noiosa la mattinata di scuola. Spesso, quando i ragazzi si comportano così, (e non con tutti i docenti) non c’è nulla di personale: non ti trattano male perché ti disprezzano. Non ti stimano, è evidente, ma forse sei loro simpatico, ti guardano bonariamente. Questo per dirti che non serve, ormai, fare il duro. Se hai constatato che non si impressionano quando alzi la voce, e, anzi, devi urlare per farti sentire, significa che quella strada deve essere abbandonata.

Se stai tirando un carretto carico e ti accorgi che per quanti sforzi tu faccia non si muove di un millimetro, significa che è troppo pesante per te: smetti di tirare. Il che non significa che devi rinunciare, che devi mollare. Non devi mollare, Andrea. Devi trovare un’altra strada. La prossima volta, la prossima supplenza, dopo aver studiato il mio libro, sono sicura che non farai più gli stessi errori.

Se vuoi fare l’insegnante devi imparare a farlo, anche superando momenti molto difficili, come questo. Solo chi insegna sa quanto può essere frustrante e terribilmente umiliante trovarsi nella situazione di non riuscire a gestire una classe. Rimboccati le maniche e pensa a che cosa puoi fare, abbandonando completamente tutto quello che hai seguito fino ad oggi. Non va bene, evidentemente. L'autorevolezza di acquisisce con il tempo.

Hai letto tutti i post del mio blog e il mio libro? Devi aver trovato degli spunti di riflessione che ti guidino. Individua i problemi e trova delle soluzioni. Sei un tipo mingherlino? Iscriviti ad un corso di body building. Impara a spezzare un mazzo di carte da ramino, poi entra in classe e spezzane uno senza parlare. Vedrai che smettono di parlare. Non per paura, ma per curiosità. Stupiscili. Fai qualcosa che li stupisca e che li spiazzi, qualcosa che da te non si aspetterebbero mai e che li spinga a riconsiderare la tua persona e il giudizio che hanno di te. Ho fatto l’esempio del mazzo di ramino, ma, se ci pensi, troverai qualcosa adatto a te.

Pensa, pensa, pensa, pensa. Leggi libri di comunicazione efficace. Studia, studia e poi agisci. Non fare niente di quello che si aspettano.

Prova. Poi fammi sapere.

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