La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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lunedì 10 luglio 2017

Cari lettori, da oggi vado e vengo! 637° post




Cari lettori, da oggi vado e vengo. Niente di eccezionale: qualche viaggetto.
Ho bisogno, come tutti voi, di un po' di riposo, un po' di sole, del rumore del mare, e di tante letture. 
Un po' di distacco dai problemi della Scuola fa bene a tutti! Però, se volete, leggete i post che non avete ancora letto (ce ne sono almeno 636!) e, se lo avete, rileggete L'arte di insegnare. Soprattutto, leggete "Maleducati o educati male?": è un libro che possono leggere tutti quelli che sono interessati al rapporto fra Educazione e Scuola. Direi che la lettura di "Maleducati o educati male?"rende più chiaro il primo libro.

Continuate a scrivermi, però, perché la posta la leggo tutti giorni!
Scriverò di nuovo fra un po', a meno che non accada qualche fatto davvero importante!

Per quelli che mi hanno promesso che avrebbero scritto una recensione: non avete più scuse. Fatelo adesso! Grazie!
Alla prossima!  Passate una buona estate!

p.s. Genitori, non ossessionate i vostri figli con i compiti!

martedì 27 giugno 2017

Vi consiglio di provare gli audiolibri! Il mio articolo su Il Libraio. 636°post

Non c'è nulla di meglio dell'estate per provare un audiolibro.
Vi do qualche consiglio con questo articolo su Il Libraio. Leggete e, se deciderete di provare, fatemi sapere!


Perché provare gli audiolibri
  di Isabella Milani | 20.06.2017

Avete mai ascoltato un audiolibro?

Sono sicura che ancora troppi di voi non hanno mai provato un audiolibro. “Chissà com’è…” 
“Non ho la pazienza di ascoltare”.
“Preferisco leggere”.
“Ho provato, ma mi distraggo”. Ecco, mi rivolgo a voi, cercando di spiegare che cosa significa fare questa esperienza. 
Continua su Il Libraio

giovedì 22 giugno 2017

I genitori iperprotettivi credono che gli insegnanti siano cattivi. 635° post

Una mamma (anonima) mi chiede

"Buon pomeriggio sono la madre di un alunno che ha appena sostenuto gli esami di terza media...premetto che l’alunno in questione è stato ammesso con 10...ho il dubbio che l'insegnante d'inglese non sia stata onesta nel giudicare lo scritto attribuendogli 8...vorrei acquisire gli atti...cosa devo fare?”


Gentile signora, purtroppo devo dirle che lei è un esempio di mamma iperprotettiva. Le offro alcune osservazioni che possono esserle utili.

Perché parte dal presupposto che se suo figlio è stato ammesso con 10 e ha preso 8 la conclusione deve essere che l'insegnante di inglese non è stata onesta? In altre parole: dà per scontato che sia una persona disonesta o incapace? E dà per scontato che acquisendo gli atti lei o un altro insegnante sareste più capaci di giudicare? E in base a che cosa? Quando l'insegnante le dava 10 era onesta e capace e ora che le ha dato 8 non lo è più? E perché l'insegnante dovrebbe calare il voto a suo figlio? Per divertimento? Per cattiveria?  Guardi che agli insegnanti non piace calare i voti in sede di esame. E, oltretutto, se gli ha dato 8, azzardo l’ipotesi che il voto avrebbe dovuto essere 7, e ha cercato di arrotondarlo al massimo verso l’alto. Azzardo anche l’ipotesi che, mentre lo correggeva, l’insegnante si sia lasciata andare mentalmente a qualche parolaccia. Facciamo tutti così: vogliamo assolutamente che gli alunni facciano bene l’esame. Ci dispiace moltissimo quando un alunno bravo, che ha sempre studiato, all'esame fa peggio di quello che ha sempre fatto. E ci preoccupiamo molto quando un alunno che ha preso a stento la sufficienza nei tre anni fa male la prova d’esame, perché gli scritti fatti male rimangono agli atti e non possiamo dare la sufficienza se per esempio non ha scritto nulla. Diventa difficile aiutarlo e possiamo trovarci costretti a bocciarlo. Gli insegnanti tengono molto ai loro alunni, mi creda. Provi a leggere il blog e se ne renderà conto.
Eppure lei pensa di acquisire gli atti per vedere se può punire quell'insegnante che ha osato dare 8 a suo figlio.
Ma soprattutto le chiedo: ha pensato al fardello che sta mettendo sulle spalle di suo figlio che vede sua madre tanto scontenta di un 8 (!!!) da voler acquisire gli atti per riparare alla tragedia di due voti in meno? Come minimo si sentirà  un fallito. Un figlio che ha deluso i genitori. Oppure si convincerà (lo convincerete) di essere colpito ingiustamente dalla cattiveria dell’insegnante. Sarà condannato all'ansia di prestazione e a sentirsi in difetto se prende 9, povero ragazzino.
E le anticipo una possibilità: lo sa che a suo figlio, andando alle superiori, può capitare di precipitare al 7 o al 6 o addirittura al 5? Capita spesso, per motivi che non sto qui a elencare. È capitato anche a me in prima liceo. Proprio di inglese. Alle medie avevo 9 (erano tempi in cui alla perfezione si dava al massimo 8 o 9). Primo compito di inglese: ho preso 3. Secondo compito: di nuovo  3. Terzo compito: 8. Mi sono svegliata di colpo (da sola) e ho capito (da sola) che se si ricominciava da capo non significava che potevo anche non studiare. Mi sono messa a studiare come una matta (da sola). I miei genitori mi hanno detto solo: “Come mai hai preso 3?”, e non mi hanno mandato a lezione privata, né sono corsi dall'insegnante a chiederle se era pazza, né sono andati dal dirigente a pretendere di cambiare sezione, né hanno chiesto di vedere il compito in classe.
E se per caso dovesse capitare a suo figlio che cosa succederebbe? Lui sarebbe distrutto perché vi ha deluso così tanto. E lei?
Ecco, lei mi ha chiesto che cosa deve fare. La mia risposta è molto chiara, perché credo di poterla aiutare solo così: non faccia assolutamente nulla e pensi a quello che le ho suggerito.
Festeggi suo figlio e gli dica che i voti contano meno di niente, nella vita. Che lui è un ragazzo in gamba indipendentemente dai voti. Che nella vita può capitare di inciampare, ed è diritto di ognuno di noi sbagliare, senza doversi sentire in colpa.
Le raccomando la lettura di tutti e due i miei libri. Vedrà, le serviranno moltissimo: per capire se stessa, suo figlio, gli insegnanti, i voti e il significato di “iperprotettivo”. Soprattutto, l’aiuteranno a non commettere errori nell'educazione. Errori ne commettiamo tutti, ma alcuni di noi ne commettono di più.
Spero di averla aiutata.

Mi faccia sapere. Saluti!

domenica 18 giugno 2017

L'insegnante che promuove non è "più umano" di quello che boccia. 634° post

Continuano ad arrivarmi lettere di madri che attribuiscono la bocciatura a "mancanza di umanità" o a "totale disinteresse" da parte degli insegnanti. E dichiarano che se il figlio dovesse suicidarsi la colpa sarebbe degli insegnanti. 
Molti affermano di non essere stati avvertiti del rischio bocciatura prima della vigilia dell'esposizione dei quadri.
Rispondo.
Tutte le insufficienze sono un avvertimento.
Tante insufficienze significano "rischia la bocciatura".
Durante i colloqui gli insegnanti che dicono "non studia", "non sta attento", "ha preso delle insufficienze", "ha molte difficoltà in varie materie" stanno avvertendo del rischio di una bocciatura o della sospensione del giudizio. 
Se gli insegnanti fossero più espliciti e dicessero "Guardi che rischia la bocciatura" i genitori protesterebbero e direbbero "lo sapevo! lo vogliono bocciare!".
Gli insegnanti non possono dire che il ragazzo verrà bocciato se non dopo lo scrutinio, semplicemente perché fino a quel momento non lo hanno ancora deciso. 
Gli insegnanti che bocciano un alunno lo fanno tutti insieme dopo aver a lungo ponderato la decisione.
E quelli che promuovono un alunno non sono più buoni, non hanno più umanità e non sono più interessati. La bontà non c'entra nulla. 
Costa più fatica -da tutti i punti di vista- bocciare che promuovere. Per gli insegnanti sarebbe tutto più facile se promuovessero tutti, e distribuissero a pioggia voti alti non meritati.
A volte è molto più interessato all'alunno l'insegnante che lo boccia di quello che lo promuove.

Soprattutto: i suicidi non sono responsabilità degli insegnanti, anche se provocano loro grandissimo dolore. 
I ragazzi che si suicidano lo fanno perché non sanno affrontare le difficoltà. E questo, prima di tutto, lo devono insegnare i genitori.

Promozioni e bocciature: qualche chiarimento


Non avete idea delle lettere che ricevo in questi giorni sul blog, o via mail o via facebook. Sono richieste di genitori e di ragazzi, che temono o hanno saputo di una bocciatura.

Leggete qui.

venerdì 16 giugno 2017

Le morti assurde. 633° post

Mentre scrivo, le speranze di trovare vivi i due giovani architetti, Marco e Gloria, che vivevano nella Grenfell Tower di Londra, sono nulle. Ed è terribile.
Oggi i social permettono di riempire quelli che un tempo erano solo dei nomi vuoti con quello che troviamo nelle loro pagine Facebook: i loro volti sorridenti, i pensieri, i timori, le risate, le foto, i sogni. E diventa una persona con una vita. Una vita che viene spezzata, per malattie, violenze, morte.  E noi siamo spettatori impotenti e addolorati di quelle vite spezzate.
La morte c’è sempre stata, ed è normale e perfino giusto che ci sia, ma è davvero assurdo morire a 27 anni, perché per lavorare hai dovuto andare in un paese straniero e hai trovato la morte in un incendio al 23° piano di un grattacielo perché i pannelli non infiammabili costavano in tutto 6000 euro in più; o morire, ancora ragazzino, perché un tale si fa esplodere durante il concerto del tuo idolo; o, giovane donna, morire schiacciata dalla folla impazzita che fino a cinque minuti prima guardava una partita di calcio. Sono morti assurde. Più assurde della morte in guerra, che è già inconcepibile. Morti inaccettabili.
Stiamo mandando i nostri figli in guerra. O li facciamo vivere in un mondo in guerra. Guerre di tutti i tipi.
Anche mio figlio è un giovanissimo architetto. Anche lui ha dovuto andare all'estero, perché qui il lavoro non c’è, e se lo trovi ti fanno lavorare tutto un mese per 300 euro. Quanto fa al giorno? Circa 10 euro? Quanto fa all'ora? Fate il conto, e poi ditemi se possiamo continuare così.
Hanno trovato l’uovo di Colombo. Sanno che noi genitori non lasceremo i nostri figli morire di fame, che li manterremo fino a chissà quando. Ed è per questo che non ci lasciano andare in pensione.
Mio figlio è un ragazzo pieno di sogni, ed è per questo che ha deciso che rimarrà definitivamente all'estero, dove – contrariamente a quello che succede in questo nostro Paese senza vergogna - lo pagano per quello che sa fare, che gli è costato fatica, sacrifici e tante notti sui libri e sui progetti da consegnare. Molte mie amiche hanno i figli all'estero. E avranno nipotini stranieri che vedranno chissà quando.
Avrebbero preferito rimanere qui. Ma quale futuro hanno qui, i nostri figli?
Molti di quelli che vanno via sono proprio i cervelloni, quelli che hanno studiato con impegno e con passione proprio per diventare architetti, ingegneri, medici. E non possono accettare di fare lavoretti di manovalanza, sfruttati fino all'inverosimile.
E ci sono altri che decidono di rimanere qui in questa Patria matrigna, e diventano architetti, ingegneri, medici che rispondono al telefono nei call center, o raccolgono pesche e pomodori, insieme ai braccianti rumeni e marocchini, naturalmente pagati in nero.
La politica –tutta- finge di non vedere e di non sapere. Finge che non ci siano vie di uscita e assicura che “ci stanno lavorando”.
Dovremmo ribellarci e non lo facciamo. Ripetiamo come un mantra “Non c’è lavoro”, “Purtroppo è così, che cosa ci puoi fare?”, “Non si può fare altro”. Ma scherziamo? Bisogna assolutamente fare qualcosa! Dobbiamo ribellarci!


Caro Marco e cara Gloria, qualunque cosa vi sia accaduta, mi dispiace fino alle lacrime. Scusateci. E scusateci tutti, ragazzi. Vi lasciamo un mondo di merda. Mi dispiace, ma non trovo un sinonimo, questa volta.

martedì 13 giugno 2017

Altro che a scuola d'estate! Il mio articolo su Il LIBRAIO.it. 632° post

Pochi giorni prima che il ministro dell'Istruzione dichiarasse che era molto importante riuscire a tenere aperte le scuole d'estate, ho scritto questo articolo su 





Leggetelo, e forse capirete, che c'è qualcosa di assurdo nell'idea stessa. 


La questione si ripresenta ogni anno, e ogni anno gli insegnanti cercano disperatamente di fare capire che le scuole (al di là di chi le tiene aperte) non possono essere frequentate anche d'estate, che, soprattutto, non è giusto costringere i  bambini e i ragazzi ANCHE d'estate a stare nei locali chiusi, che se il sistema economico obbliga i genitori a piazzare i figli da qualche parte perché lavorano tutti (adesso anche i nonni) e non sanno dove metterli bisogna rivedere il sistema, non la Scuola, che gli insegnanti d'estate sono in convalescenza e non in vacanza, ecc. 

Eppure è tutto perfettamente inutile. Politici, genitori e gente comune si mette a puntare il dito contro gli insegnanti che non vogliono le scuole aperte. E tra l'altro quella delle scuole aperte è solo una battuta o una presa in giro, perché in tanti anni non si è mai fatto.
Ma la gente ci casca.
Anche i bambini e i ragazzi sono in convalescenza, d'estate. L'estate deve essere una vacanza.
E - lo preciso, per chi pensa che gli insegnanti protestano perché hanno paura di lavorare anche d'estate - tutto questo vale anche se - nelle intenzioni del ministro Fedeli - non sarebbero gli insegnanti a gestire i bambini/ragazzi, ma "associazioni che non hanno nulla a che vedere con la didattica".

Gli insegnanti vorrebbero che durante l'estate si facesse la manutenzione delle scuole, che altrimenti viene fatta in due precisi momenti: 1. Mai; 2. durante le ore di lezione, al mattino.
Gli insegnanti vorrebbero che per i figli dei genitori che lavorano ci fossero spazi di aggregazione all'aria aperta, piscine, campi da gioco, gite organizzate (tutto gratis, fornito dallo Stato). 
E forse è proprio per evitare che i genitori si mettano in mente di chiedere queste cose che a giugno si affrettano a buttare in campo l'idea delle scuole aperte e a dare in pasto alla gente gli insegnanti come capro espiatorio.
E la gente - tutta- ci casca.



sabato 10 giugno 2017

I miei alunni rimangono per sempre "i miei alunni". 631° post


Quando alla fine di un ciclo di studi dobbiamo lasciare che gli alunni proseguano la loro vita in altre scuole o nel mondo del lavoro noi insegnanti proviamo un forte senso di distacco e di perdita che spesso stupisce anche noi. Molti insegnanti alle prime esperienze si chiedono se accade loro perché sono giovani. No, continuerà a capitarvi per tutta la carriera. Solo che piano piano te ne fai una ragione e capisci che devi assolutamente liberare il passerotto che ha imparato a volare. Come devi fare quando hai un figlio.
Prima di lasciarli, già negli ultimi mesi, quando mi veniva continuamente in mente “Ma questo gliel’ho raccomandato? Gliel’ho insegnato?”, dicevo loro anche questo: sappiate che, anche se alcuni di voi non li vedrò più, ricordatevi che per me sarete sempre "i miei alunni", anche se avrete quarant'anni o più; se vi trovate in difficoltà e non avete nessuno a cui rivolgervi ricordate che potete scrivermi e io vi ascolterò; ricordatevi quello che vi ho insegnato e cioè "comportatevi bene e datevi sempre da fare per fare del vostro meglio in tutto quello che fate. Non importa che lavoro farete. Se diventerete panettieri cercate di essere i migliori panettieri, quelli che sanno fare il pane meglio di tutti; se diventerete medici cercate di essere ottimi medici, quelli per i quali i pazienti provano grande riconoscenza: siate comprensivi, sempre aggiornati e soprattutto empatici; fate di tutto per essere brave persone; siate onesti, siate bravi genitori, bravi mariti, brave mogli.”
Poi li lasciavo andare per la loro strada, e mi preparavo ad accogliere altri passerotti che non sapevano volare.

Ogni tanto ne incontro uno e sono felice di vederli, di abbracciarli e di baciarli. Anche se sono ormai molto più alti di me. E tutti gli insegnanti potranno confermare questa strana gioia nel rivedere i vecchi alunni e nel sentirsi dire "Grazie" dopo tanto tempo. Noi lavoriamo per quei "grazie", anche se non li riceviamo subito. Sappiamo aspettare. 


Fortunatamente oggi esistono i social e io posso sbirciare, quando ne sento il bisogno, nelle vite dei miei vecchi alunni: guardo le loro foto della laurea, del matrimonio, delle vacanze, del primo figlio e anche del secondo. Leggo di ragazzi e ragazze che non hanno avuto figli e sono felici e realizzati, Leggo di ragazzi che hanno scelto un nome femminile, e sono contenta che siano riusciti a essere se stessi. Leggo quello che scrivono tutti, e colgo qualche parola che mi fa capire che ho fatto un buon lavoro, che anche il più timido ha saputo aprirsi agli altri, che sono contenti. Qualche volta colgo tanta tristezza o amarezza e allora ricompaio nella loro vita, in chat e chiedo “Come stai?”. A volte posso ancora essere utile.

Sullo stesso argomento: Ultimo giorno di scuola: quando devi lasciare andare gli alunni.

venerdì 9 giugno 2017

Ultimo giorno di scuola: quando devi lasciare andare gli alunni. 630° post

Quando le lezioni finiscono, l'ultimo giorno di scuola, gli insegnanti sono felicissimi. Naturalmente, anche se la gente comune non lo sa, gli insegnanti lavorano almeno tutto giugno; quelli delle superiori che sono impegnati negli esami vanno avanti anche a luglio e molti riprenderanno alla fine di agosto; e tutti saranno al lavoro 1 settembre. Sono stanchi e sono felicissimi, dunque, perché sono terminate le lezioni. 

Eppure, in questi ultimi giorni di scuola le bacheche di molti insegnanti raccontano la commozione e il dispiacere che provano l'ultimo giorno di scuola, quando devono salutare i bambini e i ragazzi delle classi che hanno teminato un ciclo scolastico. 
Suggerisco a tutti i genitori e a tutti quelli -estranei della scuola, che però vogliono giudicare gli insegnanti- di leggere bene quelle bacheche e di rendensi conto di quello che gli alunni rappresentano per noi.

Per gli insegnanti gli alunni sono molto importanti. Anche quelli che li fanno arrabbiare. Anzi, a volte anche di più, perché con i ragazzi difficili ogni piccola conquista costa moltissima fatica. E quando arriva l'ultimo giorno di scuola lo vivono un po' con gioia perché hanno raggiunto insieme un traguardo, e un po' con tristezza e commozione. Ci sono insegnanti che piangono, l'ultimo giorno di scuola. Piangono insieme agli alunni.
Gioia e tristezza insieme: è il sentimento complesso che provano perché devono proprio lasciar andare i ragazzi per la loro strada, lasciarli camminare da soli verso l'avvenire. Credo che per chi insegna alle elementari questa tristezza ed emozione, mista all'orgoglio di vederli cresciuti, sia più forte, perché in cinque anni  hanno visto gli alunni passare piano piano da bambini piccoli a ragazzini. Ma anche per gli insegnanti delle medie e delle superiori non è un momento facile. 
Io non mi sono mai abituata al senso di distacco che si prova quando sai che l'anno dopo quei ragazzi, quei tuoi alunni che ti hanno fatto preoccupare, arrabbiare, ridere, innervosire, stancare, stare in pena, quei ragazzi che ami anche se in certi momenti non riscivi a sopportarli (e se tu non fossi capace di amarli nonostante tutto sarebbe un disastro da tutti i punti di vista) se ne andranno e non saranno più "i tuoi ragazzi" o "i tuoi bambini". Li devi affidare a qualcun altro - che speri che sia bravissimo- e li devi lasciare andare avanti, nella vita.
E' un vero e proprio distacco, perché dopo essere stata (o stato, naturalmente) con loro tutti i giorni, per nove mesi, per tre o per cinque anni, di colpo non li vedrai più; non potrai più insegnare loro quello che sai, e non saprai più - di molti di loro, e nonostante i media- come sarà la loro vita, se avrai insegnato quello che serviva per continuare il cammino, se avrai messo nella loro valigia per la vita tutto quello che serve. 
Ogni anno, quando avevo la terza, già dall'inizio del secondo quadrimestre cominciavo a sentire la loro mancanza. Li avevo ancora davanti ma sapevo che mi sarebbe mancato il nostro dialogo, le spiritosaggini di uno, gli occhi timidi di un'altra, gli scherzi e l'entusiasmo che vedevo nei loro occhi quando riuscivo a fare una bella lezione, di quelle che non si dimenticano. E mi mancavano anche all'inizio dell'anno successivo, perché non c'erano dove di solito li vedevo. Finché altri ragazzini entravano nella mia vita di insegnante e la storia si ripeteva.
Ho sempre dedicato le ultime ore di lezione a dire ad ognuno che cosa pensavo di loro, che cosa prevedevo e speravo per loro, e che cosa avrebbero dovuto fare o evitare nel futuro. Lasciavo loro una borsa di emergenza, insomma, quella che devi tenere sempre con te, dove c'è il minimo indispensabile. E tutti hanno sempre amato queste raccomandazioni finali.
Ma questo lavoro è così: devi proprio lasciarli andare, i tuoi alunni. Perché tu, come insegnante, sei solo di passaggio: una guida per un tratto di strada. E tutti speriamo che - se siamo stati bravi - ci porteranno un po' con loro, nella vita.


giovedì 8 giugno 2017

I compiti per le vacanze: servono? Solo se sono facoltativi

Ripeto cose che ho già scritto. I compiti per le vacanze: servono? Solo se sono facoltativi. 

Tempo di vacanze e tempo di compiti per le vacanze.
La domanda che possiamo fare è: ma questi compiti, servono o no?
Vorrei fare qualche riflessione, seguendo il metodo che di solito uso a scuola.
Prima di tutto: che cosa sono i compiti per le vacanze?
Sono compiti che gli insegnanti assegnano agli studenti durante i periodi di sospensione dalle lezioni, cioè le vacanze (di Natale, di Pasqua ed estive).
A che cosa servono e perché si danno?
Ecco il punto principale per rispondere alla domanda iniziale: perché diamo questi compiti?
Alcune risposte possibili:
1.  servono a tenere allenata la mente;
2. servono a tenere un po’ occupati i ragazzi, che altrimenti bighellonerebbero tutto il giorno;
3.  servono a far studiare quello che il ragazzo non ha studiato durante l’anno;
4.  servono a far leggere i ragazzi, che altrimenti non leggerebbero nulla;
5.  servono a evitare che i ragazzi si abituino a non fare nulla, perché poi diventa difficile per loro ricominciare a settembre;
6.    servono a far capire che nella vita bisogna faticare.
Può darsi. Però si potrebbe obiettare:
1.    la mente si può tenere allenata anche facendo tutto quello che durante il periodo scolastico non si riesce a fare per mancanza di tempo: giocare, fare sport, stare con gli amici, con i genitori, con i parenti, praticare un hobby;
2.  tenere occupati i ragazzi obbligandoli a svolgere esercizi completamente fuori dal contesto a che cosa serve? L’esercizio, anche a scuola, serve per rafforzare un discorso iniziato in classe, che viene poi ripreso a distanza di due o tre giorni.
3.   il ragazzo che non ha studiato durante l’anno difficilmente lo farà d’estate, da solo e senza immediato controllo. Lo studio forzato è praticamente inutile perché – lo si sa – si apprende solo quando si è interessati a farlo. Ed è importante chiedersi: “chi fa i compiti delle vacanze?”, “chi li svolge tutti e con impegno?”. I più bravi, i più volenterosi, che sono anche i più stanchi, quelli che avrebbero bisogno di riposo. Gli altri li fanno? O li copiano nei giorni immediatamente precedenti l’inizio della Scuola?
4.  obbligare i ragazzi a leggere non farà certo amare la lettura. La lettura è un’attività meravigliosa, se possiamo scegliere liberamente quello che ci piace. Deve essere un piacere, perché diventi un’abitudine. Anche questo è risaputo. Per capirlo, basta pensare a quanto sarebbe spiacevole per noi essere obbligati a leggere un libro che non ci piace assolutamente. Inoltre, oggi, qualunque ragazzo dotato di computer e internet può trovare in un attimo riassunti dettagliati di tutti i libri: se non vuole leggere il libro leggerà il riassunto. Pensare “Bisogna obbligarlo, perché anche se non gli piace leggere ‘I Malavoglia’, alla fine lo avrà letto ed è quello che conta.”, secondo me è controproducente. Secondo me è peggio leggere male un libro che non leggerlo affatto.
5. I ragazzi non devono abituarsi all'ozio, è vero. Ma questo vale per i periodi in cui dovrebbero lavorare e studiare. In realtà i ragazzi devono anche imparare a non fare nulla. Non è così facile gestire il tempo libro, in realtà. Bisogna saperlo fare. I ragazzi di oggi sono abituati ad essere riempiti di impegni e quando questi impegni cessano si trovano in grande difficoltà e si annoiano a morte. Devono annoiarsi, e imparare a uscire dalla noia. Devono imparare a stare soli con se stessi, perché non sempre è facile. Devono arrivare alla conclusione che più cose conosci e più riesci a stare solo con te stesso perché sai riflettere. Devono arrivare da soli a desiderare di leggere un libro.
6. La parola “vacanza” deriva dal lat. “vacantia”, neutro pl. sostantivato di “vacans –antis”, part. pres. di “vacare”: “essere vuoto, libero”. È verissimo che nella vita bisogna faticare, ma questo concetto deve essere insegnato al ragazzo durante l’anno scolastico, non durante le vacanze. Durante le vacanze sono i genitori quelli che devono insegnargli che la vita è anche fatica. Devono assegnargli dei compiti da svolgere per aiutare la famiglia.  Noi dobbiamo insegnarglielo durante l’anno, a scuola. Dobbiamo allenarlo a faticare, insegnargli che solo con la fatica si ottengono buoni risultati.
Oggi (ma anche ieri) i compiti per le vacanze sono un supplizio per la maggioranza de gli studenti e per i genitori. Spesso sono troppi, perché ogni insegnante assegna i compiti per le sue materie, senza preoccuparsi di verificare che la mole di lavoro complessiva non sia esagerata, visto che i compiti li assegnano anche i colleghi.
I genitori che hanno abituato il figlio a non far nulla continuano il loro lavoro diseducativo anche d’estate e protestano perché roviniamo le vacanze al figlio. Gli altri obbligano il figlio ad applicarsi, perché consapevoli dell’utilità dello studio,  ma così facendo rovinano le vacanze a tutta la famiglia, con i continui “dai, studia! Fai i compiti”, ecc.
Periodicamente escono articoli sulle proteste di alunni e di genitori che bollano come “inutili” i compiti per le vacanze. Ed emerge il fatto che a loro non interessa se i compiti sono utili o no. A loro importa il fatto che possono "rovinare l'estate" a genitori e figli.
Ma non sono loro quelli che devono decidere sull'opportunità o meno dei compiti per le vacanze. Siamo noi, quelli che devono decidere, perché fa parte del nostro lavoro. Molti di noi danno sempre un bel po’ di compiti per le vacanze, solo perché “si è sempre fatto così”. Ma dobbiamo rimetterli in discussione, tenendo presenti tutti i pro e i contro, considerando bene i motivi per cui li assegniamo, valutando insieme ai colleghi la mole complessiva e la lunghezza della vacanza, e considerando l’età degli alunni.
Credo che un importante elemento da considerare, infatti, sia l’età: i bambini piccoli devono giocare e divertirsi; a loro si può assegnare qualche lettura e qualche semplice esercizio di ripasso, da svolgere prima dell'inizio del nuovo anno.
Per i ragazzini delle medie, credo che i compiti debbano essere quasi del tutto facoltativi, perché sono abbastanza grandi da capire che è importante un po’ di attività prima di riprendere le lezioni. O meglio: glielo dobbiamo spiegare bene noi. Sta a noi far capire, durante l'anno, quanto possa essere utile per loro sfruttare i mesi estivi per leggere e per ripassare o studiare gli argomenti sui quali hanno maggiori difficoltà.
Per le superiori, a maggior ragione, sarebbe opportuno consigliare di ripassare e di studiare le materie e gli argomenti poco “digeriti”; suggerire una serie di letture (facoltative), e di esercizi  utili a tenersi in allenamento. Suggerire e consigliare. Senza obbligare. Perché diventino adulti responsabili dobbiamo responsabilizzarli.
 “E se non li fanno?”.
“Pazienza! Sono decisioni di cui (forse) pagheranno le conseguenze. Ma non è così sicuro che ci saranno delle conseguenze”.
Naturalmente questa è solo la mia opinione. A tutti voi la libertà di decidere.
Gli alunni e i genitori, invece, faranno bene la loro parte se, in questo caso, si atterranno alle decisioni degli insegnanti, senza protestare.

martedì 6 giugno 2017

Cari lettori del blog e dei miei libri, ho un problema io. 630° post



Cari lettori del blog e dei miei libri, ho un problema io, questa volta.

Prima di prendere delle decisioni vorrei sottoporre la questione a voi che mi seguite sempre perché mi diate i vostri consigli.
Vi do tutti i dati perché possiate decidere che cosa suggerirmi.
Come sapete, negli ultimi sette anni, ho messo a disposizione tutto quello che sapevo, scrivendo 870 post (alcuni non sono numerati), rispondendo a migliaia di persone che commentavano (ci sono 3045 commenti e io li ho letti tutti e a moltissimi ho dato una risposta); ho letto tutte le lunghe e complesse lettere che ricevo ogni giorno (migliaia) e ho risposto alla grande maggioranza, sempre in modo articolato e approfondito (e non con una battuta veloce come fanno alcuni che rispondono su riviste, quotidiani o siti); ho letto tutti i messaggi che mi sono stati inviati in chat su Facebook (nonostante io abbia detto molte volte che non potevo rispondere) e ho risposto a quasi tutti.
Ho scritto “L’arte di insegnare” per aiutare gli insegnanti, ma anche i genitori.
Ho scritto “Maleducati o educati male?” per aiutare sia i genitori a casa che gli insegnanti in classe.

Ecco, i dati sono questi.
Ma c’è anche qualche altra informazione e qualche riflessione che vi possono servire.
Chiunque abbia un blog sa che è impegnativo anche se si scrive pochissimo. E il mio –tra l’altro- è un blog senza pubblicità. E rispondo personalmente a tutte le lettere.
Chiunque abbia occasione di scrivere una lettera su argomenti delicati e complessi sa che ci vogliono ore. Provate a prendere uno dei post nei quali rispondo a una lettera che mi espone dei problemi, e cercate di immaginare quante ore mi ci sono volute per esaminare il problema e per scrivere la risposta.
Chiunque scriva dei saggi sa che cosa significa in termini di tempo e di fatica. E sa che il guadagno è irrisorio.
Ho fatto tutto questo molto volentieri fino ad oggi. Ma purtroppo non posso più sostenere tutto questo impegno e devo fare delle scelte.
Mi sono posta questo problema: voglio continuare con il blog, ma a chi rispondo? Come seleziono le lettere, visto che non riesco più a scrive a tutti?
Allora ho preso in esame le persone che mi scrivono. Molte sono persone di passaggio: arrivano al mio blog, commentano e poi se ne vanno. Addirittura io rispondo e loro non leggono neanche la risposta o leggono e non rispondono né tantomeno ringraziano.
Oppure sono genitori, insegnanti e ragazzi che arrivano a me in cerca di una risposta per un problema importante. Lo dicono apertamente: “Ho scoperto il suo blog per caso, cercando …”. Mi fanno la domanda con una mail che spesso ha come oggetto “Aiuto!” o “Mi aiuti per favore!”, “Sono disperata!”; e nella lettera ci sono frasi come “so che non ci riuscirò mai perché due anni persi sono troppi e so di essere una fallita”, “Abbiamo un problema grande e ci sentiamo abbandonati da tutti e incompresi e non sappiamo più cosa fare”, “Sto malissimo”, “Mi aiuti, la prego!”, “sono disperata e vorrei buttarmi sotto un treno ma so che devo tirare avanti”, “Mi dica che cosa posso fare, la prego”,  “mi sento veramente affranta, pugnalata alle spalle”, “la prego, mi dia un consiglio su come muovermi”.. ecc. Ed io, spesso perché provo pena, rispondo.
Poi ci siete voi, che leggete sempre quello che scrivo nel blog; che leggete i miei articoli, che avete letto “L’arte di insegnare”, che mi avete mandato le foto, che avete scritto delle bellissime recensioni (non tutti lo avete fatto, per la verità, eh?), che condividete sui social quello che scrivo e che pubblicizzate ovunque il mio libro perché anche altri lo conoscano.
E capita che anche voi mi scrivete per sottopormi un problema, e mi scrivete “Ho letto tante volte il tuo libro” o “tengo il tuo libro sul comodino” “o tengo sempre in borsa il tuo libro, a portata di mano per i casi di emergenza”. E magari non trovo il tempo di rispondervi, impegnata a scrivere ad altre persone.
Ci siete voi che scrivete “Cara Isabella, grazie per il tuo articolo, per il tempo che dedichi ai colleghi e per i tuoi preziosi consigli. Ma soprattutto grazie per la tua umiltà. Leggere che quello che sei è frutto di anni di esperienza e di duro lavoro rende più tollerabili i miei limiti.”; o “Sei un faro per noi”, “Grazie per quello che fai”, “Grazie ai tuoi libri, guide fondamentali per me, grazie ai tuoi consigli nei momenti di ‘panico’”, e altre frasi come queste, che mi gratificano molto e mi spronano a continuare. Ma quanti siete, voi che apprezzate il mio lavoro e sentite il bisogno di ringraziarmi e di appoggiarmi?

Nell’ultimo mese sono rimasta molto colpita da alcune frasi che ho ricevuto a proposito del libro che ho appena pubblicato, proprio da persone che leggono regolarmente il blog, che mi hanno scritto e hanno ricevuto risposte da parte mia, e che hanno letto il primo libro dichiarando di essere state aiutate moltissimo.
Frasi così: “Sto pensando di comperarlo”, “Forse lo comprerò”, “Non so se comperarlo. Che cosa dici? Potrebbe servirmi?”.
Ecco, io mi chiedo: ma dov'è finito tutto l'entusiasmo per quello che scrivo? Ma non dovrebbe venire naturale – per chi ha un’idea di Scuola e di educazione simile alla mia, per chi ha ricevuto i miei consigli e le mie risposte - appoggiarmi, aiutarmi come può, per esempio comperando il mio libro? Non dovrebbe venire naturale a tutti di appoggiare questo mio progetto nel quale io credo moltissimo soprattutto visto che ho esplicitamente scritto più volte che l’unica pubblicità che ho è quella dei miei lettori? E che – ovviamente- la pubblicazione del prossimo libro dipende dalle vendite che riesce ad avere questo?
Che cosa pensa - chi mi legge- di questo mio servizio? Che io ci guadagni? Se avessi voluto guadagnare avrei riempito di pubblicità il blog. O avrei proposto un servizio di consulenza a pagamento. O avrei messo il numero del mio conto paypal e avrei scritto “Se vuoi sostenere il mio blog offrimi una pizza”.  Non l’ho fatto. Allora che cosa pensa di me chi trova per caso o chi frequenta regolarmente questo blog? Che io non abbia proprio nulla da fare? Che lo faccia per divertimento? Per diventare famosa?
Ho molto da fare e anche molti progetti da sviluppare; lo faccio con piacere, ma non per divertimento, e mi stanco molto perché spesso devo scrivere intorno alla mezzanotte. Non voglio farmi bella con chi conosco, perché scrivo sotto pseudonimo e la grande maggioranza delle persone che mi conoscono non sanno che Isabella Milani sono io.
Allora mi domando: ma per chi scrivo? Per chi ho scritto il secondo libro, che – l’ho spiegato più volte- serve in egual misura a genitori e a insegnanti? E potrebbe essere vero quello che mi ha detto una mia lettrice “E’ più comodo leggere (gratis) quello che scrivi, ed avere (gratis) una consulenza da te, che non comperare e leggere il tuo libro”?
Ripeto: voglio continuare il blog, ma a chi rispondo? Come faccio una scelta?

Ecco, adesso tocca a voi darmi la vostra opinione. Aspetterò i vostri suggerimenti prima di prendere delle decisioni. Grazie!

lunedì 5 giugno 2017

“Vorrei essere brava come lei, professoressa Milani”. Seconda Parte. 629 post


Cara Giulietta, 
cominciamo dai consigli che posso darti, e che possono spiegarti quello che non riesci ad applicare bene de “L’arte di insegnare”.
·        Non ascoltavano sempre, ma a giorni alterni, chiacchieravano spesso, soprattutto durante le esercitazioni.
Il concetto base è questo: quando tu parli, loro devono ascoltare e contribuire alla lezione. Lo devi pretendere. E devi considerarla una pretesa giusta, non una richiesta assurda. È questo il segreto. Il resto viene di conseguenza.
La lezione non è una spiegazione che tu fai, mentre loro sono lì, passivi. Devi imparare a spiegare le cose in modo da coinvolgerli continuamente e senza preavviso (cioè, ognuno deve sentire che da un momento all’altro può essere chiamato). La lezione non deve essere una conferenza che loro devono ascoltare passivamente. Deve essere un lavoro di gruppo: tu guidi e loro partecipano attivamente. Tutti. Sempre.
L’esercitazione e l’interrogazione fanno assolutamente parte della lezione.
Possono distrarsi mentre interroghi un loro compagno? Assolutamente no. E se chiacchierano lo stesso? Smetti di interrogare immediatamente e smetti di fare esercitazione. E se parla solo un gruppetto? Smetti lo stesso. Chi tace quando qualcuno chiacchiera o disturba diventa suo complice. Spiega bene questo concetto: la responsabilità della lezione non è tua, ma di tutti. Se la lezione è noiosa è colpa di tutti. Se è interessante è merito di tutti.
·        la loro attenzione si riduce agli attimi di spiegazione, quando facciamo esercizi alla lavagna loro si distraggono per poi chiedere delucidazioni perché non hanno capito;
ripeto sempre le stesse cose, perché loro non ascoltano;
Mai e poi mai spiegare di nuovo quello che hai già spiegato se loro sono stati disattenti. Chi vuole stare attento e viene disturbato dai compagni chiacchieroni deve protestare. Spiega bene questo concetto: chi tace acconsente (e poi si arrangia).
·        Mai rispondere alle domande di chi non è stato attento. Fanno una domanda? Rispondi, calmissima: “Non hai capito? Che peccato! Dovevi stare attento. Io l’ho già spiegato. Oggi pomeriggio incontratevi a casa, tu e il tuo compagno chiacchierino, e cercate di capire da soli. Sono un’insegnante, non la vostra serva, pronta a ripetere cento volte la spiegazione perché prima non sta attento uno e poi non sta attento l’altro. Se lo facessi sarei una povera scema della quale dite ‘Non serve stare attenti, tanto c’è la scema che ce lo ripete finché vogliamo’. Beh, vi siete sbagliati. Sapeste quanto ho studiato per imparare bene la matematica, capireste. Comunque, se vedo che state attentissimi e non capite allora ve lo spiego venti volte. Ma così no.”
·        10 minuti alla fine dell'ora. Facciamo l'ultimo esercizio (che seguono in pochi) gli altri erano già in riposo. So che già qui lei penserà: e perché ha continuato a far lezione? Non li ha rimproverati? Certo! Annuiscono ma poi continuano a non seguire. Creando il brusio fastidioso. Ci provo, ma se non vogliono, non ascoltano. 5 minuti prima dell'ora. Finiamo l'ultimo esercizio, fine lezione. 5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).
Allora, Giulietta: per quanto tempo devono stare attenti, su 60 minuti di lezione? Rispondo: 60 minuti esatti !
‘gli altri erano già in riposo’ ???  Ma scherzi?
‘5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).’
Giulietta, ‘potevo non darglieli’??? Ma scherzi!? Certo” Dovevi non darglieli!!
Niente ultimi 5 minuti, niente riposini! Perché mai dovrebbero riposarsi? Stai lavorando tu? E loro chi sono, scusa?
“Se non vogliono, non ascoltano” ??? Giulietta, ma ti comandano loro?  E che cosa te ne importa, se non ascoltano? Ti stanno facendo un favore, ascoltandoti? Da quello che scrivi sembra che consideri un favore il fatto che ti ascoltino. Appena uno si distrae smetti e dici : ‘Va bene. Smetto di spiegare e segno l’argomento come svolto. Evidentemente non vi interessa. Io lo conosco già benissimo e non ho alcun interesse a ripeterlo, parlando a chi non ascolta. Perché devo parlare, se non siete tutti attenti? Però sappiate che quando interrogo lo chiedo, ovviamente: tanto, credo che non avrete problemi, perché – da come vi comportate - evidentemente lo conoscete già o pensate di studiarlo da soli. Benissimo.
Quindi la lezione è finita, ma state zitti finché non suona la fine dell’ora’. E devi avere un atteggiamento che faccia capire che non è conveniente per loro parlare. Se cedi a questo punto hai perso.
 Certo avere più attenzione e rispetto in più non sarebbe male.
Non devi dire “non sarebbe male”, Giulietta. Devi dire “Devo avere rispetto e attenzione, perché anch’io do loro rispetto e attenzione. Nel mio libro – ricordi? – c’è scritto “Prima date rispetto, attenzione, ecc. e poi pretendete tutto anche da loro”.
E – sempre nel mio libro- c’è scritto che devi avere una buona autostima. Te ce l’hai, ma non abbastanza, evidentemente. Lavora su questo.
       Loro stavano chiacchierando allegramente, ma appena l’hanno vista si sono alzati e dopo poco han fatto silenzio assoluto. È stato umiliante per me. Io li ho guardati, sorridendo amaramente, all'inizio ho pensato (guarda un po' questi che paura che hanno) ma poi…
Io non vorrei mai essere un'insegnante che terrorizza i ragazzi. Anche perché non ne sarei in grado.
[…] meglio un’insegnante disponibile, a cui chiedere senza timore, o una insegnante "cattiva" che però ti fa studiare per paura e magari ti fa ottenere risultati maggiori?
I miei colleghi spesso mi hanno detto: tranquilla è perché sei giovane e ne approfittano, poi sei dolce e loro lo vedono, e ne approfittano.
Altri insegnanti mi hanno detto: devi avere pugno duro. Si, grazie, ma che vuol dire? Sgridarli di più? Interrogarli quando si comportano male? Ma nessuno capisce che lo farei se ne fossi capace? Che non mi diverto a vedere che non hanno alcuna "paura" dei miei rimproveri?
Cara Giulietta, questa idea che l’insegnante che sa tenere la classe è un insegnante che terrorizza è sbagliata. L’idea che l’insegnante che tiene la classe sia odiato perché “fa paura” è sbagliata. L’idea che un insegnante giovane debba – di necessità- non essere rispettato è sbagliata. L’idea che l’insegnante dolce non venga rispettato è sbagliata. L’idea che un insegnante che terrorizza sia rispettato è sbagliata. La paura non è rispetto. Un insegnante rispettato è un insegnante considerato una guida che li può aiutare perché è competente e disponibile.
 L’idea che l’insegnante giovane che non viene rispettato è “perché è giovane” è sbagliata.
In realtà un’insegnante giovane come te potrebbe tenere la classe meglio di una insegnante sessantenne; una insegnante dolcissima e materna nell’aspetto può essere nella sostanza più severa (anche se ci sarebbe da discutere su questo termine “severa”) di una che appare burbera; “severa” non vuol dire “cattiva”; “esigentissima” non significa “odiata”; un insegnante che dà molte insufficienze non è più bravo di uno che dà voti molto alti, e non è vero nemmeno il contrario; un insegnante che permette ai ragazzi di fare quello che vogliono non è più amato e rispettato di uno che pretende il rispetto di tutte le regole; un insegnante che dice “l’ultimo quarto d’ora vi lascio fare quello che volete” non è più amato e stimato dagli alunni di quello che fa lezione fino all’ultimo minuto; e un insegnante che lascia liberi i ragazzi di fare quello che vogliono non è un insegnante che li capisce, ma è un insegnante che non sta facendo onestamente il suo lavoro; un insegnante che si siede sulla cattedra non è più moderno di uno che si siede sulla sedia;
un insegnante che si comporta come un ragazzo forse può essere più simpatico, ma spesso non è stimato, in realtà; se i ragazzi si alzano in piedi quando entra un insegnante non significa che lo rispettano, ma sicuramente significa che si sono accorti che è entrato; che i ragazzi non si alzino in piedi quando entra un insegnante non significa che non lo rispettano; possono rispettarlo, ma solo se stanno zitti e seduti; se i ragazzi ignorano l’insegnante che entra in classe significa che non si accorgono neanche della sua presenza, e sicuramente non significa che lo rispettano; se i ragazzi salutano sorridenti l’insegnante che entra non significa che non lo rispettano; più facilmente significa che lo amano e lo vedono volentieri; ma se i ragazzi non salutano sorridendo un insegnante che entra non significano che non lo sopportano; più facilmente significa che lo considerano solo come un insegnante; se i ragazzi guardano con odio e disprezzo un insegnante significa che lo odiano e lo disprezzano. La comunicazione non verbale è più importante della comunicazione verbale (anche questo c’è nell’Arte di insegnare, Giulietta).
    Perché non riesco a fargli capire che con me possono scherzare ma che quando si fa lezione si DEVE fare lezione;
[…] Certamente il prossimo anno ci riproverò. In verità ci provo sempre, io parto sempre con buoni propositi, poi finisco per entrare in classe anche tra l'indifferenza.
Cara Giulietta, certo che ci proverai. E piano piano ti riuscirà, Vedrai. Tu scrivi:
·        vorrei un po' della bravura dell'insegnante che li fa alzare in piedi, un po' di quella bravura degli insegnanti che sanno tenere la classe, un po' della sua bravura, prof Milani
Tu sei già brava come me, Giulietta. Lo vedo da tutte le frasi che della tua lettera che ho messo in rosso. Tu ti metti in discussione e vuoi migliorare: è questo quello che serve per diventare bravi insegnanti. Ti ci vuole più tempo. Io ho insegnato più anni di tutti quelli che tu hai vissuto. Qualcosa avrò imparato no, in tutti questi anni? L’esperienza è molto importante. C’è scritto anche questo, ne “L’arte di insegnare”. E adesso ho scritto “Maleducati o educati male?”, che non è solo un libro sull’educazione, ma è (moltissimo) un libro sulla Scuola, sui ragazzi, su quello che è importante che insegniamo – come genitori e come insegnanti- per avere il rispetto dei figli e degli alunni, per essere ascoltati, per essere per loro delle guide autorevoli. Quello che ho scritto in questo post è il frutto di tutte le idee che ho conquistato negli anni: dei concetti di autostima, di rispetto, di cultura; dell’esperienza sui rapporti con i ragazzi e con i genitori, eccetera. E ho messo tutto nel libro. Se sono autorevole è perché conosco e trasmetto tutto quello che ho capito e scritto nel libro. Quindi, dopo “L’arte di insegnare” leggi bene anche “Maleducati o educati male?”, perché è la base dell’autorevolezza.
E poi fammi sapere.

domenica 4 giugno 2017

“Vorrei essere brava come lei, professoressa Milani”. Prima Parte. 628 post


Cari lettori, vorrei che leggeste questa lettera e che rifletteste su quello che Giulietta ha scritto. Soprattutto voi, genitori: vi fa capire molte cose.

“Salve professoressa, le scrivo non so se per sfogo personale o per chiederle consigli.
Insegno da quattro anni matematica alle superiori e ho ventotto anni.
Ho letto più volte “L’arte di insegnare”, provo delle difficoltà ad applicarlo alle superiori, ma rifletto sempre sulle sue parole. Oggi ho assistito ad un episodio che mi ha buttata giù moralmente.
Ho una classe che adoro, che mi fa svegliare con il sorriso nonostante debba fare un'ora e mezza di strada per arrivare a scuola. Quando tutti mi dicono che finalmente insegnerò nella città in cui vivo, e non dovrò più viaggiare per raggiungere la scuola, io rispondo con l'amaro in bocca dicendo che se potessi rimarrei in questa scuola, perché ho trovato un ambiente positivo, e soprattutto ragazzi educati, anzi ben educati ;)
La classe in questione è una classe che inizialmente odiavo. Non ascoltavano sempre, ma a giorni alterni, chiacchieravano spesso, soprattutto durante le esercitazioni. E dopo qualche mese la loro attitudine non è cambiata. Come al solito la loro attenzione si riduce agli attimi di spiegazione, quando facciamo esercizi alla lavagna loro si distraggono per poi chiedere delucidazioni perché non hanno capito (certo se chiacchieri mi sembra ovvio che rimani indietro!), o provano a capire facendo tante domande e tanta tanta confusione. Ma... È il mio pensiero nei loro confronti ad essere cambiato. Io ora li adoro e mi dispiacerà non vederli più. Non so nemmeno da dove nasca questo sentimento per una classe che con me non sempre si comporta bene, non mi era mai capitato finora, eppure mi spiace enormemente non sapere che uomini o donne diventeranno. Loro con me (penso) abbiano un bel rapporto. Non hanno timore nel dirmi quando non capiscono, si propongono sempre alla lavagna, vogliono capire (anche da qui deriva il chiasso generale). Altri prof lamentano il fatto che non fanno gli esercizi a casa e che durante le lezioni sono passivi. Con me buona parte della classe fa gli esercizi e tutti in classe chiedono aiuto e/o chiarimenti. Scherziamo a fine lezione e l'ora passa tranquillamente. Li vorrei più attenti è vero, però mi piacciono, sono dei chiacchieroni simpatici. E soprattutto educatissimi. Lo so che non devo accontentarmi del chiacchiericcio, so che a lezione dovremmo fare bene ogni ora, soprattutto le ore di esercitazione. Ma non riesco ad ottenere più di così. Ho notato che loro sono invogliati a studiare (certo la maggior parte fa il minimo). Ma lo fanno, tutti vogliono avere la sufficienza. E non pensano di averla gratis anzi, hanno paura delle mie verifiche, sanno di avere difficoltà e certamente non credono che io sia la prof che alla fine regala il 6.
Oggi però è accaduto l'episodio che mi ha reso triste, davvero molto triste. 10 minuti alla fine dell'ora. Facciamo l'ultimo esercizio (che seguono in pochi) gli altri erano già in riposo. So che già qui lei penserà: e perché ha continuato a far lezione? Non li ha rimproverati? Certo! Annuiscono ma poi continuano a non seguire. Creando il brusio fastidioso. Ci provo, ma se non vogliono, non ascoltano. 5 minuti prima dell'ora. Finiamo l'ultimo esercizio, fine lezione. 5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato). Se lo dicessi a qualche collega mi direbbe, dai una verifica finale di punizione. Ma perché? Se loro ascoltano e sono positivi con me, chiacchierano ma poi le cose le facciamo, perché punirli? Certo avere più attenzione e rispetto in più non sarebbe male. Comunque suona l'ora, io ero ancora in classe a sistemare il registro elettronico, entra la collega. Loro stavano chiacchierando allegramente, ma appena l’hanno vista si sono alzati e dopo poco han fatto silenzio assoluto. È stato umiliante per me. Io li ho guardati, sorridendo amaramente, all'inizio ho pensato (guarda un po' questi che paura che hanno) ma poi.. Poi.. Perché io quando entro ricevo un saluto allegro da parte loro, un come sta prof? E poi il nulla, l'indifferenza generale per altri 5 minuti finché io dico: bene possiamo iniziare? Sul suo libro lei dice di non entrare in classe se i ragazzi non si alzano, o se non dimostrano di aver capito che è arrivata l'insegnante ed è il momento di far lezione. Certamente il prossimo anno ci riproverò. In verità ci provo sempre, io parto sempre con buoni propositi, poi finisco per entrare in classe anche tra l'indifferenza. Questo è quanto. Non riesco a non pensarci, la mia classe preferita, che mostra così poco rispetto per me e così tanto rispetto/timore per altri? Io non vorrei mai essere un'insegnante che terrorizza i ragazzi. Anche perché non ne sarei in grado. Vorrei tanto essere per loro una guida simpatica a cui chiedere senza timore. E in parte ci riesco. A fine anno i ragazzi e i loro genitori ammettono che hanno capito molte cose che con altri prof non riuscivano a capire (aggiungo: non avevano voglia o coraggio di chiedere aiuto al docente). Ma quanto potrei fare di più se mi rispettassero maggiormente? Perché non riesco a fargli capire che con me possono scherzare ma che quando si fa lezione si DEVE fare lezione come si deve? A volte penso di abbassare gli obiettivi, o comunque di fare meno delle potenzialità dei ragazzi, solo perché ascoltano poco, anche se il programma lo svolgiamo tutto, proprio come le altre classi. Ma io vorrei far fare loro molto di più, e meglio. Eppure ripeto sempre le stesse cose, perché loro non ascoltano. E allora mi chiedo: meglio un insegnante disponibile, a cui chiedere senza timore, o una insegnante "cattiva" che però ti fa studiare per paura e magari ti fa ottenere risultati maggiori?
I miei colleghi spesso mi hanno detto: tranquilla è perché sei giovane e ne approfittano, poi sei dolce e loro lo vedono, e ne approfittano.
Altri insegnanti mi hanno detto: devi avere pugno duro. Si, grazie, ma che vuol dire? Sgridarli di più? Interrogarli quando si comportano male? Ma nessuno capisce che lo farei se ne fossi capace? Che non mi diverto a vedere che non hanno alcuna "paura" dei miei rimproveri?

Il problema è che sono consapevole di poter essere una potenziale buona insegnante. Adoro quando mi dicono che rendo la matematica più facile, adoro vederli felici quando riescono a risolvere un esercizio. Adoro i mio lavoro, ho studiato tanto per farlo, studierò ancora molto per non essere più una supplente. Ma il bilancio che ho fatto dopo quattro anni è di un’insegnante mediocre, che non ha imparato quasi nulla dalle sconfitte che ogni anno ha notato, e che, nella pratica non sa come migliorare.
Mi scusi per lo sproloquio, è che vorrei un po' della bravura dell'insegnante che li fa alzare in piedi, un po' di quella bravura degli insegnanti che sanno tenere la classe, un po' della sua bravura, prof Milani.

Giulietta

P.S. Grassetto e colori sono miei, ovviamente.

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