La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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giovedì 28 giugno 2012

“Che cosa vuol dire ' non tollerare un certo comportamento'” 316°

Silvia mi scrive:

“Ciao Isabella ti leggo sempre con molto interessa..sono d'accordo con quello che dici, la cosa che mi riesce più difficile capire è cosa vuol dire ' non tollerare un certo comportamento'. Come dimostro di 'non tollerare un certo comportamento' se non con note, richiami ai genitori, sospensioni e provvedimenti di questo genere? Se un alunno mi risponde male è chiaro che quei provvedimenti sono le uniche cose che posso fare..per tutti gli altri comportamenti è probabile che posso agire semplicemente imponendo con la voce la mia volontà..e poi un'altra cosa che mi chiedo è: se si capisce che un ragazzo è difficile e si sa che ci risponderà male, è meglio evitare lo scontro o avere con lui uno scontro diretto imponendogli il silenzio o di rispettare le regole a costo di prendersi una parolaccia? Cosa è più educativo? Grazie. Silvia.
p.s.  Insegno nella scuola media.”

Cara Silvia, "non tollerare un certo comportamento" non significa necessariamente mettere note, rivolgersi ai genitori, ecc. Anzi, quella è l'ultima spiaggia. Significa non passaci sopra. Come? Devi trovare il modo di mostrare con lo sguardo, con il tono della voce, che il ragazzo ha passato il limite. Fai delle prove, e piano piano ti creerai un bagaglio di espressioni, parole e toni della voce che renderanno chiaro ai ragazzi quello che pensi. Non so come spiegare questa faccenda degli sguardi…..Non esiste la “sguardologia” …Supponiamo che io stia scrivendo sul registro e un ragazzo faccia qualche verso volutamente rumoroso con la bocca. Ecco, io smetto si scrivere, appoggio la penna e lo guardo con uno sguardo fra l’interrogativo e lo stupito che dice “ma che cosa ti salta in mente? È possibile che io abbia capito bene? Non so capacitarmi del fatto che tu, grande come sei, abbia fatto un verso tanto infantile e fuori luogo. Dovresti sapere che non tollero questi comportamenti, questi rumori e queste buffonate, durante la lezione. Ora, se io prendo provvedimenti non ho forse ragione?” Tutto senza neanche una parola. Lo fisso per tutto il tempo che mi ci vuole per pensare davvero tutto questo. Di solito lui dice “Scusi, prof.”  e risponde al mio sguardo con uno sguardo che significa “Opss, scusi prof. Non so che cosa mi ha preso. Volevo scherzare, ma mi rendo conto che non avrei dovuto”. E io, come se avesse parlato, a parole, rispondo “Ecco. Smettila”. E con lo sguardo aggiungo “vedo che hai capito di aver sbagliato e quindi, per questa volta, lascio perdere. Ma che non succeda più”. 
Non so se mi sono spiegata.  


Se l’alunno ti risponde male sei obbligata a prendere provvedimenti. Se ti risponde molto male, visto che dovresti prendere il provvedimento della sospensione, se vuoi evitarlo perché in quel momento ritieni la sospensione controproducente, ti alzi dalla cattedra e dici “Scusa…Esci un momento con me che devo parlarti”. Esci con lui (che deve venire senza fare storie, altrimenti sei obbligata a procedere con il provvedimento disciplinare) e appena fuori (sulla porta, perché i ragazzi non possono stare soli) gli dici “Ma che cosa ti salta in mente? Mi rispondi così dopo tutto quello che ho fatto per te? Io voglio aiutarti e tu sei sgarbato? Ma che cosa ti succede? Hai dei problemi? Posso aiutarti?“ ecc. devi farlo sentire ingiusto nei tuoi confronti (e deve essere vero, il fatto che vuoi aiutarlo), perché deve imparare che nella vita non si ripagano le persone che ci aiutano con atteggiamenti offensivi.
“Se si capisce che un ragazzo è difficile e si sa che ci risponderà male” bisogna assolutamente evitare lo scontro. L’esperienza ti insegnerà a cogliere i segnali che precedono lo scontro: i ragazzi difficili non riescono, a volte, a non essere aggressivi o maleducati. Lui potrebbe mandarti esplicitamente a quel paese e tu, in quel caso, che cosa potresti dire o fare? Potresti mandarcelo anche tu? Potresti metterti a rispondere alle sue offese con urla o con altre offese da bar? Scriveresti sul registro, come ho visto fare tante volte, “Tizio mi ha mandato a quel paese?” Ti sembra bello, per te, certificare sul registro che sei una che si può mandare a quel paese? Molto meglio evitare.
Allenati durante l’estate! Cara Silvia, molti consigli li trovi sul libro: lo hai letto?
Fammi sapere!


P.S. So già che ci saranno insegnanti che, leggendo questo post, penseranno "eh, già..Dice così perché non ha i miei alunni!". Rispondo: provate, prima di dire che non si può! Non date per scontato che quello che non vi è riuscito finora sia impossibile. Studiate. Mettetevi davanti allo specchio e provate tutte le espressioni, constatando che, se davvero pensate quello che volete comunicare, l'espressione viene fuori chiaramente. Sempre più chiaramente man mano che procedete con l'allenamento. 
Provate a pensare a quello che si dice "uno sguardo d'amore", quello che avete quando vi innamorate davvero. Non c'è bisogno di parole. E fatemi sapere!
Ho già scritto anche 
L'insegnante deve essere anche attore.

lunedì 25 giugno 2012

“Prove Invalsi: chi sono questi scienziati che stravolgono tre anni di intenso studio?” 315°

Amedeo mi scrive:

“Gentilissima Prof.ssa Milani, gradirei un suo commento: mia figlia ha sostenuto l'esame di terza media con queste prove invalsi di cui si parla tanto, mia figlia in tutti gli anni delle medie ha preso sempre qualche 9 sporadico e il resto tutti 10, quest'anno ammessa all'esame con 10, per lei la scuola superava ogni cosa , giocare con le amiche , uscire la domenica esisteva solo lo studio. Risultato finale alle prove con la tempistica stabilita, un po' l'emozione, un po' il contenuto che secondo me meriterebbero dei commenti che è meglio che non faccio in questa sede, ha preso un 6 , e quindi mi è stato detto che questo abbasserà notevolmente il risultato finale portandolo se tutto va bene ad un 8. Io mi chiedo : chi sono questi scienziati che stravolgono tre anni di intenso studio e applicazione di un ragazzo\a con 75 minuti di tempo?, il risultato è che ora vedo una ragazzina depressa, demotivata, se fosse per lei si è iscritta al pedagogico non vorrebbe neppure piu andarci, questo è l'aiuto che la scuola da ai nostri figli, poi ci lamentiamo perché molti si lasciano trasportare su strade poco lecite, scusi lo sfogo, ma sono un genitore deluso e amareggiato.”
 
E Anna mi scrive:
“Gentile professoressa Milani, sono la mamma di una studentessa di terza media che ha appena sostenuto l'esame di stato.
Grazie alle prove invalsi mia figlia ha perso l'opportunità di accedere a due borse di studio, una data dal Comune e una dal nostro Istituto di credito. In pagella aveva oltre il 9 di media, confermato da tutte la prove scritte e dall'orale. Purtroppo nei test invalsi ha preso 5, vuoi per la difficoltà dei quesiti, vuoi per il poco tempo a disposizione, oltretutto senza calcolatrice nè tavole per la sezione di matematica, con quesiti che spesso esulavano dai programmi svolti in classe. Oltretutto molte domande della sezione di italiano non presupponevano una risposta univoca, ma una sola era considerata corretta. Professoressa, abbiamo fatto insieme prove sui test degli anni scorsi e confermo anch'io chebbiamo trovato errori nelle griglie di valutazione. La media dei voti è scesa 8.42;automaticamente (perchè mi hanno spiegato i suoi professori che i voti vengo registrati a sistema e il voto finale esce in automatico), il voto finale è sceso a 8; se avesse raggiunto l'8.50 il voto finale sarebbe stato 9, necessario per accedere alla borsa di studio. Quello che trovo profondamente ingiusto è perchè uno studente meritevole che ha studiato con profitto tutto l'anno debba essere danneggiato in questo modo da un sistema che non consente nemmeno la ridiscussione del proprio caso, come succede negli scrutini, ma affida tutto ad una sentenza telematica senza appello. Anche i professori di mia figlia sono costernati e mortificati, convinti della profonda ingiustizia che questo ha comportato.
Proverei anche a fare ricorso ma mi hanno detto i suoi professori che sarebbe una battaglia persa in partenza. Anche questa è l'Italia. Cordiali saluti, Anna”

Gentile Anna,  Gentile Amedeo, ho già espresso quello che penso sulle prove Invalsi qui e qui  e po’ anche qui.

Le prove Invalsi partono da presupposti che non condivido: tutti gli insegnanti svolgono lo stesso programma (non è vero), perché c’è un programma migliore degli altri (non è vero), ci sono competenze (abilità, e contenuti) che sono riconosciute come indispensabili per affrontare il futuro (non è vero). Le prove dovrebbero misurare le competenze acquisite.
Lei scrive “chi sono questi scienziati che stravolgono tre anni di intenso studio e applicazione di un ragazzo\a con 75 minuti di tempo?”. Non lo so. Mi sono informata. Pare che ci siano anche insegnanti in servizio. Mah! In servizio dove? In scuole dove non ci sono problemi? Dall’idea che mi sono fatta, o si tratta di insegnanti che nelle scuole non hanno mai messo piede, o si tratta di insegnanti che lavorano nella Scuola, ma preparano test difficili per mostrare quanto sono bravi.
Caro Amedeo, lei è arrabbiato? Lo siamo tanto anche noi, quando vediamo che i ragazzi bravi fanno la prova Invalsi male (si pongono troppi problemi, proprio perché sono bravi, e non basta loro il tempo) e siamo costretti ad abbassare loro il voto: dopo tre anni di impegno e di dimostrazioni di intelligenza e di capacità volevamo farli uscire dalla scuola media con otto o nove, e dobbiamo dare loro 7.
C’è qualcosa che non va. La prova Invalsi, alla fine, decide per noi. Senza sapere nulla. E, soprattutto, valutando quello che loro hanno stabilito (non si sa in base a che cosa) che è quello che serve per decidere se i nostri alunni sanno o non sanno. E, cosa ridicola, a volte mettendo nei testi anche qualche errore.
Durante le prove Invalsi una ragazza, alla quale ho chiesto come era andata, mi ha risposto che per tante domande aveva fatto “ambarabà ciccì cocò” perché non aveva capito che cosa chiedevano. Se è stata fortunata può darsi che prenda un voto più alto di chi ha sempre studiato.
Conoscenze importanti come per esempio il saper scrivere non vengono prese in considerazione.
Le verifiche servono, appunto, a “verificare” il lavoro svolto: queste che cosa verificano? A noi viene chiesto l’insegnamento individualizzato (cioè dovremmo – perché stante la situazione attuale non si può –adeguare le richieste  alle possibilità dell’alunno). E poi, di colpo, ci obbligano a somministrare lo stesso test a tutta Italia. Ha senso? Io dico di no. E non si tratta di non accettare controlli e verifiche dell'operato nostro e dei ragazzi,  come qualche male informato dice. Si tratta di negare l'utilità di questi test Invalsi.
Dunque, cari Anna e Amedeo, avete ragione ad essere arrabbiati: fare ricorso non serve, ma scrivete ai giornali. La gente deve sapere come stanno le cose.
In bocca al lupo per le vostre figlie!

lunedì 18 giugno 2012

Promuovere o bocciare? Seconda parte. 314°


Nella Scuola dell'obbligo ritengo utile bocciare solo i ragazzi che hanno veramente (e non sulla carta) avuto effettive occasioni di recupero e non hanno voluto sfruttarle (ma anche questo, è un atteggiamento di cui sono pienamente responsabili?). Per gli altri ci vuole la promozione (con tante scuse per non aver saputo fare nulla per aiutarli).  Come ho scritto qui
Nella scuola post-obbligo il discorso è diverso, anche se con importanti punti in comune.
Prima di tutto: che cos’è la scuola post- obbligo?
“La scuola è luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l'acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica.”   secondo lo Statuto delle studentesse e degli studenti della Repubblica Italiana, art. 1 comma 1.
Fino ad un certo punto lo Stato ti obbliga ad andare a scuola. Poi ti lascia libero.
Libero di fare che cosa? Dove vai, se non prosegui gli studi? Sei libero di fare lavori precari. Libero di essere sfruttato, sottopagato o, più spesso, disoccupato. Perché il lavoro, in Italia, nella nostra “repubblica fondata sul lavoro”, non si trova. Non lo trovi neanche se sei bravo, se hai studiato; figuriamoci se non hai proseguito gli studi. Oppure lo trovi, ma bisogna vedere con quale sicurezza, con quale stipendio.
Pare che idraulici, falegnami, elettricisti, ecc. abbiano tanto lavoro. Non so. So che spesso non vengono pagati. Ma spesso non vengono pagati neppure gli avvocati, in realtà. E allora?
Oggi sarebbe bene proseguire gli studi. Sarebbe bene che lo Stato trovasse (e volesse trovare) il sistema di formare davvero i ragazzi e i giovani per fare al meglio il lavoro che li aspetta: ottimi elettricisti, ottimi meccanici, ottimi operai, ottimi medici, ottimi panettieri, sarti, idraulici, ecc. Così l’Italia sarebbe davvero competitiva. Ci sarebbe più lavoro, più denaro.
Invece niente. Ad ogni governo che arriva noi insegnanti speriamo che qualcosa cambi. E cambia, ma in peggio, quando possibile.
Un ragazzo che è stato bocciato alle medie (secondaria di primo grado), che non è stato aiutato a trovare la sua strada (non ci sono molte possibilità per farlo), e finalmente ha preso il diploma di terza media,poi viene obbligato a fare un pochino di superiori, senza limitazioni (secondaria di secondo grado). Di solito non è preparato e viene bocciato e lanciato sul mercato del lavoro (come un sacco di patate), senza preparazione, senza capacità, senza motivazione.  Se poi sta al bar tutto il giorno diciamo che non ha voglia di lavorare. Si poteva prevedere.
Lo Stato, attualmente, offre dei licei (per preparare lo studente per l’Università); degli istituti tecnici (che danno una preparazione teorico/pratica che forma dei tecnici o che apre le porte dell’università); e degli istituti professionali, che offrono una preparazione teorico/pratica, ma più specializzata, rispetto ai licei e agli istituti tecnici, e più rivolta all’inserimento nel mondo del lavoro.
Sembra che ce ne sia per tutti i gusti. Invece no. Perché chi si iscrive alle scuole superiori lo fa senza sapere che cosa lo aspetta, magari senza avere i requisiti giusti. Bisognerebbe che l’orientamento (che cerchiamo di fare meglio che possiamo alle medie) fosse molto più serio; bisognerebbe che ci fossero seri test di ingresso che valutassero, non solo la preparazione, ma, soprattutto, le potenzialità di ogni alunno. Bisognerebbe che si prendessero in considerazione tutti i tipi di intelligenza e non solo due o tre, come accade oggi.
Spesso l’orientamento consiste in un’informazione veloce sulle varie scuole, in qualche vista alla open school, e, ancora più spesso, nelle parole dei genitori “Tu devi fare il liceo scientifico perché ho letto che si trova più lavoro”. Se il ragazzo è in grado di frequentare un liceo scientifico o no, non importa. Ci può andare e ci va. E viene bocciato. O promosso a suon di spinte, e diventa una mezza calzetta, dal punto di vista lavorativo. Ma una mezza calzetta con diploma di maturità scientifica, che non trova decoroso fare un lavoro manuale. Un futuro sottoccupato o disoccupato.
Ecco, forse dobbiamo riflettere su questo: a che pro, iscrivere un ragazzo a una scuola che non riuscirà a portare a termine? Significa davvero dare a tutti le stesse opportunità? È un'opportunità permettere a uno alunno che non riesce in alcun modo a capire la matematica alle medie , o che fa dieci errori di ortografia in un tema, di iscriversi a un liceo? Crediamo nei miracoli o è solo una grande bufala? E perché mettere le cose in modo da costringere gli insegnanti a bocciare o a promuovere? 
Il problema delle superiori nasce alle elementari e alle medie.
Se si vuole un popolo italiano (comprensivo di alunni stranieri) più colto e più preparato, bisogna investire sulla Scuola. Prima di tutto sulla Scuola del primo ciclo (elementari e medie). Perché è lì che si formano gli studenti, i cittadini e i lavoratori di domani.
I bambini, come alunni, si dividono in bambini che vivono in un ambiente almeno sufficientemente ricco di sollecitazioni educative (libri, teatro, musica, anche classica; esperienze culturali, attività formative come danza, pianoforte; dialogo, conversazioni pacate, riflessioni, viaggi culturali, ecc.) e bambini che vivono in un ambiente povero di sollecitazioni educative (niente libri, mai stati in una libreria, mai visto un’opera teatrale, nessuno strumento musicale, nessun dialogo, nessuna riflessione, urla e litigi, ecc.)
Qui si apre un bivio: ritenere questo divario educativo e culturale come incolmabile e lasciare le cose come stanno; considerarlo colmabile, e adottare delle strategie per farlo.
Tutti quelli che tengono le redini dell’Italia dal punto di vista economico hanno studiato. Tutti i presidenti di società hanno studiato. Tutti quelli che tengono in mano le sorti della finanza hanno studiato. (Perché ci sia qualcuno presidente di qualcosa che forse non ha studiato dobbiamo cercare nella politica). Tutti i posti di potere economico, tutti i tipi di lavoro sicuro, con stipendi buoni sono in mano a persone che hanno studiato.
Chi non studia non può aspirare a lavori sicuri, stabili, ben pagati. Va bene se trova un lavoro faticoso, pericoloso, mal pagato, precario. Più studi e più hai probabilità di accaparrarti un buon lavoro. (A meno di non essere un campione di calcio. O una velina in televisione, o un concorrente del Grande Fratello di turno. Ma quanti  sono?)
È importante che si spieghi questo molto bene, ai ragazzi. Ed è importante che si rifletta bene tutti.
Se continuerà a prevalere l’egoismo (e la malafede) dei più ricchi, dei più potenti, di coloro che hanno interesse a mantenere la situazione com'è, ancora impostata sul binomio sfruttatore/sfruttato, lasciamo le cose come stanno. I ragazzi in difficoltà non verranno aiutati e si pretenderà che escano da soli dal buco nero dell’ignoranza. Si dirà che non dobbiamo motivarli noi insegnanti a studiare, perché devono capirlo da soli. Si dirà che vogliamo che un ragazzo che ha difficoltà a studiare latino, greco, matematica, filosofia, “possa felicemente lasciare la scuola per andar a fare l'idraulico o il playboy”. 
Se invece si pensa che il divario creatosi in partenza fra chi ha avuto le opportunità e chi non le ha avute si può colmare; se si pensa che chi non ha avuto stimoli culturali abbia il diritto di essere aiutato, di essere messo nelle condizioni di avere quello che non ha avuto, allora dobbiamo cambiare la Scuola. E smettere di pretendere che un ragazzo vissuto senza sollecitazioni educative trovi da solo la motivazione a studiare. E smettere di pronunciare espressioni come “deve impegnarsi”, o “se non capisce che deve impegnarsi”: sono ridicole.
Se durante il primo ciclo, si riuscisse davvero a tirar fuori da ogni bambino, e poi da ogni ragazzo, tutto quello può dare, ci sarebbero ragazzi che continuano, tutti, a studiare, frequentando scuole dove le loro potenzialità verrebbero coltivate. E non ci sarebbero più potenziali idraulici specializzati che si iscrivono al liceo scientifico, o potenziali architetti che si iscrivono all’istituto alberghiero.
Promuovere o bocciare, nella Scuola post-obbligo?
Prima di tutto, in attesa di una nuova Scuola, ci vorrebbero dei test d’ingresso.
Poi, nella Scuola post-obbligo attuale dovremmo almeno offrire insegnanti preparati e capaci di motivarli. E ritengo utile promuovere solo i ragazzi che hanno veramente la possibilità di entrare preparati nel mondo del lavoro.
Per gli altri, quelli che non riescono ad ottenere risultati in una scuola evidentemente sbagliata per loro, ci vuole la bocciatura (con tante scuse per non aver saputo fare nulla per aiutarli).  

Concludo, per ora, questo argomento, anche se, ovviamente, quello che ho scritto è solo la punta dell’iceberg di un discorso davvero complesso e sempre in evoluzione. 


prima parte qui

sabato 9 giugno 2012

Promuovere o bocciare? Prima parte. 313°



Tempo di scrutini. Un incubo, per gli insegnanti che devono decidere se promuovere o bocciare, per i ragazzi che temono la bocciatura, e per i genitori di quei ragazzi.
Ci sono insegnanti che si pongono (e mi pongono) la domanda: “Come decidere nel modo migliore se promuovere o bocciare”?
È una questione molto difficile. Il mio ragionamento è il seguente: “promuovere” significa “ammettere alla classe successiva” o “permettere che passi a ordini di scuola più alti”; “bocciare” significa “non ammettere alla classe successiva” o “non permettere che passi a ordini di scuola più alti”.
Sembra ovvio? Non sempre lo è. Anzi, riflettere su questi significati è il modo per decidere che cosa è giusto fare.
Prima di tutto, c’è una grande differenza da considerare: quella fra Scuola dell’obbligo e Scuola post-obbligo.
La Scuola dell’obbligo, proprio perché è obbligatoria, dovrebbe contenere in sé strumenti e possibilità per il recupero: individuazione delle abilità e delle conoscenze effettivamente necessarie e utili per proseguire negli studi e/o per entrare nel mondo del lavoro. Domanda: le capacità e le conoscenze necessarie sono le stesse per chi vuole entrare al più presto nel mondo del lavoro, e per quelli che scelgono di proseguire gli studi? Nella Scuola c'è effettivamente un dibattito serio su questo problema? (non parlatemi delle prove Invalsi, per favore!).  Risposta: no.
Un tempo questi due gruppi venivano divisi e molti ragazzi, dopo le elementari o prima, venivano avviati al mondo del lavoro o a studi che miravano all’avviamento al mondo del lavoro. Ma questa soluzione penalizzava fortemente chi non aveva possibilità di studiare per motivi economici, e nel 1962 fu istituita la Scuola Media Unica, obbligatoria e unica.
Non vi annoio con tutta la storia dei vari cambiamenti, che sono stati tanti e che - ciascuno a suo modo - hanno sferrato qualche più o meno pesante badilata alla  Scuola italiana.
Quello che però mi preme far notare è questo: che cosa chiediamo ai ragazzi per promuoverli? Ecco il punto. Abbiamo le idee chiare su questo?  Ai ragazzi chiediamo:
  1. che stiano attenti (e se, per esempio siamo noi che spieghiamo male, o che non sappiamo tenere la disciplina, o che siamo noiosi? che cosa dovrebbero fare? stare attenti comunque? lo faremmo noi? Lo facciamo, ai corsi noiosi?)
  2. che si comportino bene (e se siamo noi che non sappiamo tenere la disciplina? Che cosa dovrebbero fare? Autocontrollarsi? Stare zitti durante i tempi morti? Come facciamo noi durante il collegio dei docenti, forse?)
  3. che non si comportino male 1 (e se sono ragazzi con disturbi comportamentali, se sono iperattivi, se sono figli di genitori che vivono di espedienti illegali? Se a casa vengono maltrattati, picchiati, ignorati, trascurati o addirittura violentati? Che cosa dovrebbero fare? Confidarsi non noi, che - anche noi - magari, li maltrattiamo e li ignoriamo? Dovrebbero essere uguali ai ragazzi che vivono in un ambiente sereno e protetto?)
  4. che non si comportino male 2 (e se un alunno viene preso in giro dai compagni e alla fine reagisce con le botte o gli insulti? Che cosa dovrebbe fare? Rivolgersi all’insegnante e denunciare il fatto? E se l’insegnante dice “ma lascia perdere! Queste cose aggiustatevele fra di voi! Sono sciocchezze!” oppure, se non fa nulla per proteggerli?)
  5. che studino a casa 1 (e se a casa non c’è nessuno, se i genitori sono semianalfabeti, lontani mille miglia dallo studio e dalla cultura, chi li sprona? Chi li controlla? E se sono i genitori stessi quelli che li impegnano a guardare i fratellini o ad aiutare in casa o al lavoro? dove dovrebbero trovare la volontà di studiare? Da noi, che diciamo loro per qualche ora alla settimana “devi studiare”?)
  6. che studino a casa 2 ( e se anche sono stati attenti alla spiegazione e non hanno capito nulla, perché hanno obiettive difficoltà di apprendimento, e se non hanno “l’aiuto da casa” come nei quiz televisivi, che cosa dovrebbero fare? Chiedere spiegazioni all’insegnante? (lo diciamo tutti “dica a suo figlio che, se non ha capito, deve chiedere spiegazioni in classe”). E se hanno un insegnante di quelli che li rimprovera se chiede qualcosa? (“ma come fai a non aver capito?! L’ho detto mille volte!”, oppure “evidentemente non sei stato attento!” – e qui si ritorna al punto n° 1; o se viene preso in giro dai compagni perché non capisce ?)
  7. che ottengano dei risultati ( e se sono affetti da disgrafia, discalculia, dislessia, disortografia? che cosa dovrebbero fare? autopunirsi? e noi? dovremmo punirli per questo? o promuoverli, seccati, magari dicendo "con la scusa della dislessia ci tocca promuoverli!"?)
Mi capita spesso, nella scuola dell’obbligo, di sentire colleghi difendere a spada tratta il dovere/diritto di bocciare chi non studia e chi “rompe le scatole”.
Secondo me non hanno proprio riflettuto. Si vendicano per essere stati "disturbati", e puniscono i ragazzi per colpe che non hanno. Dichiarano – solo sulla carta – di aver tentato il recupero (come? Dicendo loro “devi studiare?” o dicendo loro “se ti comporti così sei un cretino”? o mandando a chiamare i genitori? O mettendo delle note rabbiose sul registro o sul diario?). Ma è vero che abbiamo fatto qualcosa per loro, onestamente parlando? La Scuola italiana, prevede, soprattutto oggi, qualcosa?
La Scuola italiana valorizza davvero le capacità che ogni alunno ha? O solo alcune, spesso perfettamente inutili? Per esempio, la Scuola, valorizza la capacità di risolvere i problemi pratici (molto utile nel mondo del lavoro), che spesso è molto più spiccata fra i ragazzi difficili?
Ritengo sbagliato paragonare un ragazzo ad un altro, perché nella Scuola dell'obbligo ognuno deve essere valutato per il percorso che ha fatto. In questo senso, non vale a nulla la frase spesso pronunciata da qualche insegnante in sede di scrutinio "allora se promuoviamo Tizio, dobbiamo, per giustizia, promuovere anche Caio...". Ma di quale giustizia si parla? Basterebbe, e sarebbe auspicabile, che tutti gli insegnanti spiegassero bene che cosa significa una bocciatura. Bisognerebbe che la promozione e la bocciatura fossero una cosa seria. Bisognerebbe che bocciare fosse una strategia per farli migliorare. Bisognerebbe che bocciassimo solo quando pensiamo che ripetere l'anno possa davvero essere utile al ragazzo.   Bisognerebbe che la smettessimo di sventolare la carta della bocciatura davanti al naso di chi non studia, come se fosse una punizione. La bocciatura non deve essere vissuta come una punizione, come una vergogna e come una sconfitta. Ma continuerà ad essere  sentita come tale (a volte con conseguenze drammatiche), finché ci sarà qualcuno che continuerà a gestire i ragazzi difficili minacciando "Fai pure così! Ridi, che poi rido io alla fine dell'anno! Continua a non studiare...Vedrai che ti boccio!". 
E durante gli scrutini sarebbe bene che non si sentissero più frasi come "dovremmo fermarlo, ma poi finisce nell'altra seconda, che è già difficile..." o, peggio "via, via! è un rompiscatole! diamogli questa benedetta licenza così se ne va e non lo vediamo più".
Allora, personalmente, nella Scuola dell'obbligo ritengo utile bocciare solo i ragazzi che avrebbero avuto la possibilità di studiare (vedi punti 1-7) e non l’hanno sfruttata.
Per gli altri, ci vuole la promozione (con tante scuse per non aver saputo fare nulla per aiutarli).






mercoledì 6 giugno 2012

Terminati i festeggiamenti per le 100.000 VISITE AL BLOG!!!!!!

RAGGIUNTE le 100.000 VISITE AL BLOG!!! CENTOMILA!!!  100MILA!!!
Grazie!
PER FESTEGGIARE l'evento, per 48 ore avete potuto comperare l'eBook a 1€ invece di 6 €.

Spero vi abbia fatto piacere questa idea. :-)

Vi consiglio, se non lo avete ancora, di prendere l'eBook o il libro, e di leggerlo prima di tornare a scuola, a settembre!
Rileggete questo post!


Per chi non ha letto questi due post sui voti....

Consiglio di leggere (o rileggere)  questi due post su "come di danno i voti (e come non si danno)"
Prima questo
e poi questo.

Fatemi sapere!

Come trasformare una classe normale in una classe da incubo. 312°


Tanti insegnanti mi scrivono:
“..non so come gestire la classe”, “ho una classe da incubo”, “gli alunni non mi considerano”, “non so come fare a farmi ascoltare”, “non riesco a fare lezione”, ecc. , e mi chiedono qualche consiglio.

Rispondo a tutti, con un decalogo per imparare a trasformare una classe normale in una classe da incubo.
  1. Se quando entri in classe per la prima volta stanno parlando, ridendo e scherzando, vai a sederti in cattedra e comincia a dire, con voce bassa e un po’ implorante “Per favore, potete andare a sedervi?”. Ripeti continuamente.
  2. Se un alunno ti dice “Ma che cazzo vuoi?”, tu digli “Sei un maleducato!” e poi tienigli il broncio. Se ride, digli “guarda che ti metto una nota”, ma non gliela mettere, perché altrimenti poi lui, maleducato com’è, chissà che cosa può dire. Ma se ride tutta la classe, metti una nota alla classe intera, scrivendo “L’alunno Bianchi offende l'insegnante e tutti ridono, impedendo all’insegnante di fare lezione”.
  3. Se un alunno lancia un astuccio ad un altro, lascia perdere, tanto ormai l’ha fatto. Se altri due si rincorrono o si lanciano palline, lasciali fare: si sa, i ragazzi sono esuberanti!
  4. Se un’alunna si trucca mentre stai spiegando, lascia perdere, l’importante è che stia zitta e ascolti.
  5. Se un alunno usa il cellulare anche se è vietato, lascia perdere, perché ormai il cellulare lo usano tutti ed è impossibile toglierglielo.
  6. Se mentre tu stai interrogando vedi che quelli dell’ultimo banco giocano a carte, lasciali fare: l’importante è che non disturbino. D’altra parte, si annoiano!
  7. Se mangiano, bevono e masticano la chewingum durante la lezione, lascia correre: fossero solo questi i problemi!
  8. Se fanno battute sulla tua pettinatura, sul tuo vestito, sulle tue scarpe o sulle tue gambe, lascia correre: in fondo sono simpatici, ed evidentemente ti apprezzano perché sei giovane e carina.
  9. Se sbadigliano, anche rumorosamente, mentre spieghi, stai zitta: in effetti non si può chiedere a dei ragazzi di stare sempre attenti.
  10. Se interroghi un alunno e lui urla “Non può interrogarmi! Non vengo!”, lascia perdere: se non vuol venire non insistere, perché ha diritto di scegliere quando essere interrogato.

Cari giovani colleghi, ricordate bene un concetto base. In una classe c’è sempre uno che inizia per primo a fare qualcosa che non va. Ebbene, è lui, che accende la miccia che fa esplodere il caos. Bisogna assolutamente spegnere quella miccia iniziale. Se lasciate passare quel primo comportamento scorretto, ci sarà un secondo alunno che troverà il coraggio di fare il secondo passo, poi un altro farà il terzo, e, in men che non si dica, avrete ottenuto una classe da incubo.
Se tollerate tutto, la classe diventa una casa di tolleranza.
Provate a non tollerare più. Neanche un comportamento leggermente scorretto. Anzi, soprattutto il primo.
Fatemi sapere!


martedì 5 giugno 2012

domenica 3 giugno 2012

Tempo di voti e di scrutini: rileggete il post n° 16.

Mi sembra di aver già detto tutto in questo post.

“Insegno in una classe a tempo pieno che mi rende la vita un inferno”. 311°


Leda mi scrive:

“Gentile professoressa,
sono disperata. Ho cominciato ad insegnare inglese nelle scuole primarie 6 anni fa perché ho sempre pensato che quello era il mio lavoro, me lo sentivo. Ma il giovedì pomeriggio é una catastrofe.
Da tre anni insegno in una classe a tempo pieno che mi rende la vita un inferno. Li ho fin dalla prima, e sempre di pomeriggio. In questa classe c'é un bambino con una diagnosi di oppositivo-provocatorio, più altri bambini con problemi abbastanza importanti, io direi da psichiatria. Pensi che é tutto l'anno che i bidelli sostengono che alcuni di loro non possono continuare a stare insieme, e lo sanno perché talvolta c'é bisogno di contenerli e si vedono costretti ad intervenire.
Questo pomeriggio, ad esempio, il bambino con diagnosi (Tommaso) ha preso dal cassetto della cattedra le figurine che la maestra di matematica aveva sequestrato ad un altro bambino (Stefano). Questi, che é figlio di una ragazza madre e vive con la mamma e la nonna, e ha reazioni isteriche, si é messo a piangere come un disperato temendo che non avrebbe più rivisto le figurine. Tommaso ha cominciato a gridare come un matto che le figurine erano sue, sembrava che qualcuno lo stesse scuoiando vivo, Stefano é corso fuori dall'aula piangendo (ma per fortuna si é fermato in corridoio, non é scappato dalla scuola come qualche mese fa, che é stato bloccato da una bidella mentre, come un fulmine, scavalcava la ringhiera). Io avevo suggerito a Stefano di parlarne il giorno seguente con l'insegnante che aveva sequestrato le figurine ma, giustamente, lui aveva paura di non rivederle più. Alla fine ho costretto Tommaso a tirare fuori le figurine dalla tasca (non ne voleva sapere!), i compagni hanno confermato che erano di Stefano, così gliele ha restituite, ma ha cominciato ad urlare nuovamente contro Stefano perché secondo lui gli aveva rubato una figurina (che invece Stefano sosteneva gli fosse stata regalata). Voleva mettergli le mani addosso, e mentre il bidello lo bloccava, io ho accompagnato gli altri bambini all'uscita perché intanto era suonata la campanella, poi la lite é continuata in strada finché non é riuscito ad ottenere la carta.
Queste sono le mie lezioni di inglese, non dico sempre, ma spesso.
E non sono gli unici due casi di bambini con problemi, purtroppo. Le altri insegnanti, pur sostenendo di non poterne più, non hanno minimante i miei problemi. Due mesi fa hanno mandato Tommaso dal preside con i genitori, ma non é servito a niente. L'insegnante di italiano é  quella che si lamenta di più, mentre quella di matematica riesce persino a fare lezione con la porta aperta. E' un pezzo di ghiaccio, é inavvicinabile sia dai bambini che dai genitori. Parlando con una mamma, a sua volta maestra,  mi diceva che se sua figlia esce continuamente dal posto e viene alla cattedra a parlarmi é perché sente la possibilità di un pò di confidenza, cosa che le é negata nelle altre ore. La stessa cosa mi dicevano ieri altre due maestre parlando delle mie colleghe e sostenendo che i bambini sono così terrorizzati che non appena vedono la via di fuga ne approfittano. Quando mi vedono nei corridoi molti mi corrono incontro, mi chiamano, mi salutano. E' bello, ma poi le pago tutte. Ovviamente Tommaso é il burattino della classe, fa ridere i compagni, parla a loro mentre la maestra sta spiegando, se qualcuno lo guarda storto (e qualcuno lo fa appositamente), gli si lancia contro, lo prende per il collo e gli fa  male, si sposta continuamente, lancia oggetti, non fa niente di quello che gli chiedi, stuzzica e disturba in continuazione. A parte qualcuno, non sono ancora riuscita a far leva sul resto della classe perché lo isolino (cosa invece che é riuscita all'insegnante di italiano).
Sono veramente stanca, non so se l'anno prossimo tornerò in questa scuola, ma non posso pensare di poter resistere un anno ancora.
La mia domanda é: non voglio essere il pezzo di ghiaccio, ma come posso essere sufficientemente cordiale senza che si verifichi tutto questo? Ho paura che ormai la situazione sia compromessa, purtroppo...
Grazie per l'attenzione. Cordiali saluti, Leda”

Cara Leda, capisco benissimo le tue difficoltà. Quella che descrivi (un bambino con disturbo di oppositivo-provocatorio, altri bambini con problemi comportamentali, reazioni isteriche, urla, litigi, provocazioni, pianti, fughe dalla classe) è davvero una situazione molto difficile. Si può affrontare? Come affrontarla? C’è da precisare il fatto che se una maestra, o una insegnante ha poche ore, certo la situazione è ancora più difficile. È vero che chi sta tante ore in una classe così si stressa molto, ma almeno ha la speranza di  fare delle prove e di trovare un sistema per imparare a gestirla. Dunque che cosa fare? Lasciarli fare? Chiacchierare? Ridere con loro? Essere “pezzi di ghiaccio”? Cercare di intimorirli o di “terrorizzarli”?
Dici “Quando mi vedono nei corridoi molti mi corrono incontro, mi chiamano, mi salutano”. Cara Leda, non so se è sempre segno di stima un atteggiamento come questo. Perché devono correrti incontro, chiamarti, salutarti, magari a gran voce? Conosco insegnanti che non riescono a fare lezione a causa del caos che regna sovrano, ai quali i ragazzi mancano di rispetto spesso e volentieri, ma che vengono accolti con gridolini e saluti a gran voce quando entrano. Ma i ragazzi poi dichiarano che non li rispettano.
Se quando entro in classe qualche alunno mi accoglie con esclamazioni di giubilo gli dico “Smettila di fare della scena! Non siamo allo stadio. Non c’è bisogno di urlare per salutarmi”. Perché vedi, Leda, non c’è bisogno che gli alunni ti corrano incontro, per vedere se ti apprezzano o no. L’apprezzamento io lo vedo quando stanno attenti alla lezione, quando mi salutano con voce calma, senza corrermi incontro e senza saltare intorno a me. Se mi salutano in modo plateale stanno già facendo confusione.
Ogni insegnante, con l’esperienza, trova qualche “strategia di sopravvivenza” nelle classi difficili. La freddezza è una di queste. La freddezza è molto più efficace delle urla, se è un fatto temporaneo. Bisogna vedere, però, che cosa intendi con “freddezza”. L’insegnante dovrebbe essere “caldo”? Affettuoso? Allegro? Spiritoso? Non lo so. Dipende. So, però, che non deve essere “amicone”. Può essere “freddo”, se questa è una fase per prendere in mano le redini della situazione. ”Freddo”, nel senso di non dare confidenza, non certo nel senso di essere distaccato, di mostrare insofferenza o addirittura disprezzo.
L’importante è che si tratti di una falsa freddezza, che sia recitazione e non sostanza. Perché gli alunni, di tutte le età, devono percepire che li accetti, che li capisci, che li vuoi aiutare. Anche se appari fredda, anche se li rimproveri, anche se non concedi confidenza. La confidenza (che però non deve mai essere troppa, perché tu non sei un’amica né un familiare) deve venire dopo che l’alunno ha capito qual è la sua posizione e qual è la tua. Il rapporto fra insegnante e alunno, come ho già detto, deve essere asimmetrico. Tu sopra, che insegni, lui sotto, che impara.
La mamma, anche lei maestra, che ti dice “che se sua figlia esce continuamente dal posto e viene alla cattedra a parlarti è perché sente la possibilità di un pò di confidenza, cosa che le é negata nelle altre ore”, secondo me, sta solo giustificando la figlia. Così, mi sembra che facciano le altre due che sostengono che “i bambini sono così terrorizzati che non appena vedono la via di fuga ne approfittano.”
Le maestre non devono terrorizzare, né giustificare i bambini (figli o alunni che siano) sostenendo che devono avere confidenza con la maestra.
Questo, in generale. Nel caso specifico dell’alunno al quale è stato diagnosticato un disturbo oppositivo provocatorio, si tratta un caso a sé, molto difficile da gestire. Il bambino con disturbo oppositivo provocatorio è un bambino per il quale ci vorrebbero interventi specialistici, come quelli di uno psicoterapeuta, o un insegnante proprio per lui, che lo aiutasse a gestire le sue difficoltà di relazione, in classe. È un bambino che sfida continuamente l’insegnante, non rispetta le regole e lo dichiara,  non riesce a farsi degli amici perché litiga con tutti, provoca, fa i dispetti, è aggressivo, è collerico, si vendica, è intollerante. Di fronte ad atteggiamenti di questo tipo è davvero difficile non perdere la calma e le staffe. Ma bisogna riuscirci, pensando che il bambino non ha colpa di quello che fa. Si comporta in quel modo perché non riesce a gestire se stesso.
Tutti gli insegnanti devono concordare una linea di comportamento. E i compagni di classe non devono essere spinti a isolarlo, ma a capirlo e ad aiutarlo. In questo senso, si può spiegare loro, in un momento in cui Tommaso non c’è, che non devono ridere di quello che fa, perché quello che fa è sbagliato, ma non si accorge di farlo. Si può dire che Tommaso è un bravo bambino, ma che non ha ancora imparato come ci si comporta, e perciò bisogna avere pazienza e aiutarlo ad imparare. E aggiungi che non bisogna “guardarlo storto”, e che se qualcuno lo farà appositamente, tu saprai che non vuole aiutare Tommaso, e per questo lo rimprovererai.

Senti, cara Leda, pensaci bene, prima di rinunciare a tornare in quella scuola. Se riesci ad ottenere dei successi, avrai arricchito molto il tuo bagaglio come insegnante. Ti servirà molto, vedrai. Sono le situazioni difficili quelle che insegnano di più. Le situazioni difficili, se riuscirai a superare questa, non ti spaventeranno più.
Spero di averti aiutato. Fammi sapere!

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