La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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sabato 12 luglio 2014

"Bocciature ingiuste". Terza Parte. 468° post

A proposito di bocciature e promozioni vorrei condividere con voi questa lettera, che mi è stata mandata da Evelyn.

"Gent.ma Professoressa Milani,
mi presento, sono una professoressa di Educazione artistica alle scuole medie e di Storia dell'arte al Liceo artistico. Ho letto con vivissimo interesse "L'Arte di insegnare". La ringrazio davvero tanto per i consigli e le esperienze che ha voluto condividere con quelle pagine, di fatto il suo libro è diventato per me una vera e propria guida, e non le nascondo che ho fatto significativi progressi come docente, proprio facendo riferimento ai suoi scritti.
Premesso che quello appena concluso è stato l'anno scolastico più bello della mia brevissima carriera ( insegno da appena cinque anni, non uno di più), in questi ultimi due giorni ho subìto un vero e proprio "trauma da scrutinio": mi aiuti a capire lei, dove sbaglio, e se sbaglio, perché stasera le scrivo con il cuore letteralmente a pezzi.
Ieri, nella scuola media, ho dovuto assistere ad una lievitazione dei voti a dir poco indecente. Le pare possibile che una docente di italiano decida di mettere 10 ad un ragazzo che, lo ha ammesso lei stessa, quando scrive commette errori di grammatica ed ortografia? ieri ho visto il tentativo, disperato in alcuni casi, di ammettere tutti i ragazzi minimo con nove, massimo con dieci. Ma com'è possibile? la classe di cui le sto parlando è stata una classe molto produttiva, questo sì, "una gran bella classe", come dice lei stessa nel suo libro.....ma tutti nove e dieci.....no. Ho esposto la mia opinione: ho proposto una condotta più "prudente" nei voti di ammissione, al fine di"premiare" ad esame concluso, soprattutto per evitare aspettative che poi, causa emozione o strani scherzi della mente, potrebbero essere deluse....Ho parlato  a favore dei ragazzi per tutelarli, non per penalizzarli....
Oggi al Liceo Artistico: ho dovuto assistere al tentativo (disperatissimo questa volta!) di non bocciare un ragazzo con sette insufficienze gravissime (2 a storia dell'arte!).  La famiglia ha problemi, il ragazzo ha problemi, la professoressa di religione che ne parlava quasi in lacrime....Professoressa: ho visto dei quattro diventare sei.....Ho preso la parola dicendo che in questo modo si creava danno doppio alla classe perché, innanzitutto, si mortificava il sacrificio di quanti, pur con delle insufficienze, erano riusciti a recuperare le materie "deboli", ma soprattutto si legittimava, per gli anni avvenire, l'apatia e l'assenteismo più totali: il risultato? Sono stata letteralmente aggredita dalla preside che mi ha intimato, davanti a tutto il consiglio di classe di stare al mio posto e di non permettermi di "presiedere" il consiglio ( cosa che non mi era passata per la mente neanche per un attimo, ovvio). Mortificata ( e umiliata), mi ha ridotto al silenzio. Ora mi chiedo: ma sono io tanto inflessibile, o la scuola, con i suoi insegnanti, sta perdendo letteralmente la faccia? Professoressa, io ho un curriculum umanistico di tutto rispetto: sono plurilaureata, ho studiato e lavorato sodo, sono stata abituata a sudarmi ogni minimo successo, e ora devo vedere il mercato dei nove, dei dieci e delle finte insufficienze che spariscono quasi per grazia divina....Dove sbaglio? Sbaglio? Chiedo aiuto a lei che di esperienza ne ha da vendere, perché io stasera, con lo spirito che mi ritrovo, davvero mi sento una fallita e vorrei solo cambiare mestiere.
Le chiedo scusa per essermi dilungata in maniera eccessiva, e confido con tutto il cuore in una sua risposta.
Cordialmente, Evelyn"

Questa lettera è rappresentativa di quello che sostengo: i voti sono decisamente soggettivi; non misurano tutti gli aspetti necessari a valutare la preparazione di un ragazzo; possono cambiare totalmente da un insegnante all'altro, anche se ogni insegnante li dà con il massimo dell’impegno; qualche volta possono essere dati sull'onda dell’emozione; possono essere influenzati da fattori del tutto estranei alla preparazione dell’alunno, come la stanchezza, la rabbia dovuta alla frustrazione del constatare che nessuno ha studiato, la delusione provata perché la prova non è all'altezza delle aspettative, ecc. 
Noi (insegnanti e genitori) valutiamo la preparazione dei nostri alunni in base a un voto. Ma il voto è obiettivo? I genitori di solito considerano il voto come se fosse giustissimo, se è alto, e ingiusto se è basso. Ma è meglio il 6 di un insegnante "di manica stretta" o l'8 di un insegnante "di manica larga"?
La docimologia studia i sistemi di valutazione delle prove di verifica, e cerca di trovare metodi di valutazione oggettivi. Ma è veramente molto difficile riuscirci, perché la preparazione non è un insieme di nozioni.
I test a risposta aperta o a risposta chiusa sono davvero obiettivi? La preparazione di un alunno si misura solo testando la conoscenza di certi contenuti e di certe abilità? E siamo sicuri che le conoscenze e le abilità testate siano proprio le più significative e importanti, anche in vista dell'inserimento nel mondo del lavoro? I test tengono conto di tutte le variabili?  Le prove dovrebbero servire a valutare ciò che il ragazzo ha appreso di quello che gli è stato insegnato, o quello che sa, indipendentemente dalla preparazione che ha ricevuto a scuola? E se l’insegnante ha scelto un programma ridotto perché ha preferito fare meno argomenti in modo più approfondito i suoi alunni sono meno preparati? Se un altro insegnante ha passato il tempo a preparare gli alunni per i test i suoi alunni sono più preparati?  La valutazione dovrebbe tenere conto o no del modo di lavorare dell’alunno, della sua disponibilità ad aiutare gli altri, del suo entusiasmo, della sua voglia di scoprire, della sua capacità di sopportare ritmi di studio sostenuto, di collaborare con l’insegnante o con i compagni, della sua predisposizione a lavorare in gruppo? Sono tutti elementi che possono renderlo competitivo nel mondo del lavoro. Ma vengono valutati dai test? E vengono valutati da tutti gli insegnanti?
La valutazione degli altri Stati è migliore della nostra? Quando si dice che gli alunni di altri Stati sono più preparati si tiene conto di tutto? Negli altri Paesi tengono conto di tutto?
Se, per assurdo, gli insegnanti italiani passassero il tempo a preparare gli alunni per i test Invalsi (o per altri test che inventeranno sicuramente e che ci  obbligheranno a somministrare), e se alzassero tutti i voti dei compiti in classe e delle interrogazioni escludendo le insufficienze e dando tutti 8, 9 e 10, l'Italia schizzerebbe in alto nelle classifiche europee delle Scuole e degli alunni migliori?
Non voglio scrivere risposte. Ognuno risponda per conto suo. Per me le domande sono molto più importanti delle risposte. 

Rispondo però a Evelyn.
No, non sbagli tu. Ma, in un certo senso, non sbagliano neppure i tuoi colleghi. Chi è nella scuola da più tempo si trova a fare quello che hai visto - cioè alzare i voti per riuscire a promuovere anche ragazzi che non sono riusciti ad avere la sufficienza- perché altrimenti dovrebbero bocciare metà classe. Un tempo (quando non c’era la Scuola dell’obbligo) si bocciavano tutti quelli che non non erano preparati senza farsi degli scrupoli, perché l’analfabetismo non era considerato ancora un problema, e perché non si mirava ad elevare il livello di istruzione. Chi era ignorante (di solito perché era povero) moriva ignorante (e povero). La mentalità di un tempo era sbagliata. E anche quello che accade oggi è sbagliato, ma solo perché lo Stato vuole elevare il livello culturale della popolazione, ma non vuole investire i soldi necessari per ottenerlo. Il risultato è quello che hai visto. Noi insegnanti finiamo per fare quello che possiamo.
Naturalmente, Evelyn, ho semplificato molto il concetto. Ho scritto altre volte, nel blog e nel libro.

Non ti demoralizzare!

mercoledì 3 aprile 2013

Ma che cosa significa “buonismo”? Seconda parte. 364°

Il termine “buonismo” viene scagliato contro tutti gli insegnanti in generale. È la diagnosi spicciola che molti fanno al capezzale della Scuola malata.
Le frasi ricorrenti espresse da chi ragiona in modo semplicistico sono queste: “La Scuola non è più com'era prima del Sessantotto”, ” “I ragazzi sono ignoranti”, “I bambini non sanno più leggere, scrivere e far di conto”, “I ragazzi sono maleducati”, “Il Sessantotto ha rovinato la Scuola”, ecc.
Diagnosi: “è il buonismo dilagante (e portato dal Sessantotto), che ha rovinato la Scuola. E gli insegnanti sono degli incapaci, buonisti, che vogliono promuovere tutti”.
Le parole possono essere diverse ma il concetto è questo.
Gli insegnanti che esprimono questi concetti vengono considerati come “quelli che hanno finalmente avuto il coraggio di dire la verità”, mentre quelli che cercano di dare delle spiegazioni ai risultati scadenti e all’abbassamento delle conoscenze e delle competenze dei nostri alunni (che riscontriamo ogni anno di più) vengono chiamati “buonisti”. Lo hanno detto anche a me pochi giorni fa.
Secondo quelli che spiegano tutto con il “buonismo”, se capisco bene, la colpa è sempre dei bambini (anche se hanno sette anni) e dei ragazzi. Dare la colpa a qualcun altro è da smidollati buonisti (di solito a “buonisti” si associa, come offesa “comunisti”).
“La colpa è dei ragazzi, che sono svogliati e maleducati, e l’unica soluzione è quella di castigarli ben bene, di bocciarli, di isolarli.” Ci vorrebbe un po’ di “cattivismo”, insomma. Credo che riceverei degli applausi dai cattivisti, se in un mio post o in un libro scrivessi che ai bambini ci vorrebbero le orecchie d’asino e delle belle e sane bacchettate sulla punta delle dita. Oltre a delle sonore bocciature, è ovvio. E, se alla fine delle elementari ci fossero ancora bambini che non hanno imparato l’educazione e l’impegno, si dovrebbe passare, dalle medie, a qualche bella doccia gelata (nelle palestre di solito ci sono le docce) e, naturalmente, a punizioni, sospensioni e bocciature finché non imparano come si sta a scuola.
Per quanto riguarda gli alunni che hanno dei disturbi specifici dell’apprendimento, credo che i cattivisti offrirebbero questa soluzione: “non sanno l’ortografia? non sanno leggere bene? non sanno scrivere senza fare errori di ortografia? Bocciateli! Così imparano ad impegnarsi di più. In fondo, basterebbe un po’ più di attenzione, che diamine! E poi, basta con tutte queste parole - disgrafico, disortografico, dislessico, e chi più ne ha più ne metta – che servono solo a camuffare la parola “somaro”!”
“Per gli alunni affetti da deficit dell’attenzione con o senza iperattività ci vuole la bocciatura. Fanno perdere un mucchio di tempo. Non possiamo stare dietro a loro che, in fin dei conti, sono dei ragazzacci violenti; altro che “deficit dell’attenzione e iperattività”! Se sono così la colpa è dei genitori che al momento opportuno non gli hanno dato due belle sberle.”
“I bambini e i ragazzi che hanno una vita familiare difficile? Basta, con questo scusare tutto, giustificare tutto! Se stiamo a vedere tutto, cresceranno ignoranti! Via, si bocciano e il problema è risolto. A che cosa serve che studino tutti? Che vadano a fare i muratori! La manodopera manca. Così non dovremmo neanche assumere tutti quegli stranieri!”
Spero che nessuno dei cattivisti dica che quello che ho immaginato non sia vero, perché altrimenti significherebbe che non riflettono su quello che dicono.
Perché è questo che accade nelle scuole: siamo talmente impegnati ad aiutare, a recuperare, a rimettere sulla retta via, a colmare delle lacune, che non abbiamo tempo per ottenere grandi risultati. Ma qual è l’alternativa? Ignorare le fasce deboli, cioè tutti i bambini e i ragazzi che hanno un problema? Smettere di cercare di capire i motivi dell’insuccesso scolastico di molti alunni? Abbandonare l’idea di offrire a tutti (e non soltanto ad un’elite) la possibilità di studiare? Tentare un ripristino configurazione del sistema – come facciamo con il PC- per ritornare al momento in cui tutto funzionava perfettamente? Ed ecco il primo punto: prima – prima del Sessantotto, per esempio e ancora prima – tutto funzionava perfettamente? Ma scherziamo? La Scuola, un tempo, era “un ospedale che cura i sani e respinge i malati", una Scuola solo per i “Pierini del dottore” come diceva Don Milani. La Scuola era solo per i bambini che economicamente potevano permettersi di andare all’Università, o per i ragazzi molto bravi, che potevano usufruire di borse di studio. Pochi. Poi, con il Sessantotto, c’è stata una lotta per aprire la Scuola davvero a tutti. È stata una rivoluzione. Ed ecco il secondo punto:
- ci sono quelli che credono giusto dare a tutti la possibilità di studiare, di imparare quello che serve per avere un buon lavoro (che non passa necessariamente attraverso l’università). Quelli che credono che la Scuola non sia preparata a offrire un vero allargamento della cultura, perché lo Stato non dedica a questo scopo risorse neanche lontanamente sufficienti.
- E ci sono quelli che sostengono che è sbagliato che studino tutti, e che i ragazzi che “non hanno le basi”, che “non sono portati”, “che non hanno voglia di andare a scuola”, o “hanno dei problemi” debbano essere forzati. Sono destinati ad essere muratori, evidentemente, ed è giusto che non rallentino il cammino dei “Pierini del dottore”.  
Certo, è più facile stroncare tutti i tentativi di migliorare la Scuola definendoli “buonismo” e proponendo la soluzione del “cattivismo”, dell’intransigenza, della selezione spicciola, indistintamente, nella scuola dell’obbligo e in quella del post obbligo. È molto più facile che faticare, gestire classi difficili, e “portare avanti” ragazzi recalcitranti nella speranza che si salvino, che la loro vita migliori e che, insieme, migliori la Società tutta.
Ed infine c’è il terzo punto: chi propone il “cattivismo” crede che gli insegnanti, quando non bocciano un alunno lo facciano perché sono troppo buoni. Errore. Nella Scuola dell’obbligo se si decide che non è necessaria la bocciatura di un alunno che non ha raggiunto una preparazione sufficiente è perché sappiamo che si deve porre particolare attenzione al percorso evolutivo, perché il bambino sta crescendo, è una persona in evoluzione e deve essere valutato nella sua interezza e non soltanto per le sue competenze.
Non tener conto di questo vuol dire non sapere che cosa significa essere un insegnante, un educatore.
Alle Superiori non è vero che non si boccia. Si boccia, eccome. Ma la Scuola non prevede la “bocciatura parziale”, solo per una o due materie. O lo promuovi in tutte le materie o lo bocci in tutte. Che cosa si dovrebbe fare? Bocciare un alunno che non sa nulla di latino, o non sa scrivere, o non conosce la letteratura e ha sufficienze in tutte le materie?
Credo che sarebbe molto importante che ci rendessimo conto del fatto che se nella Scuola ci sono tante promozioni non si tratta di buonismo. Gli insegnanti si trovano di fronte a situazioni per le quali la promozione appare come la soluzione meno dannosa, meno ingiusta.
Dire che si tratta di “buonismo” è una semplificazione assurda.

La Prima Parte qui.

Ma che cosa significa “buonismo”? Prima parte. 363°

Vorrei sapere che cosa si intende esattamente quando si parla di “buonismo” nella Scuola.
Mi sembra di capire che il “buonismo” è la causa di tutti i mali della Scuola.
Faccio qualche esempio, trovato qua e là:

“il buonismo di questi ultimi decenni, che ha la sua più lontana radice nell'ideologia sessantottina, ha provocato soltanto danni e ha fatto sì che uscissero dalle scuole e dalle università persone assolutamente impreparate”

“I docenti si sono imbevuti a tal punto nella melensa pedagogia moderna da trasformarsi in una massa di buonisti ad oltranza che accettano di farsi prendere a colpi di estintore in faccia pur di evitare di passare per retrogradi”

“..quello che, a mio parere, è il male più grave della scuola (e conseguentemente della società), [è] il buonismo. Sia che questo provenga da logore ideologie sessantottesche, sia che derivi da presidi e insegnanti timorosi di ricorsi di genitori sempre più protettivi, il risultato è che ai nostri ragazzi chiediamo sempre di meno e loro si impegnano sempre di meno, venendo poi comunque “gratificati” alle recite di fine anno (gli esami) con giudizi e voti gonfiati che li illudono di essere più bravi di quanto in realtà sono.”

“la scuola ha abbassato le proprie pretese e per di più impera il buonismo della promozione a tutti i costi o quasi.”

“sarebbe davvero ora di finirla con questo buonismo imperante che ha avuto il "merito" di far scadere la scuola dal punto di vista qualitativo a livelli inimmaginabili!”

“Per evitare a studenti e genitori l'umiliazione di un voto negativo (e magari non adeguatamente ponderato) scritto, nero su bianco, sulla pagella del trimestre, si finisce per cedere al buonismo e arrotondare per eccesso comunque.”

“Professoressa Milani, ma la vogliamo finire con il buonismo? I ragazzi violenti vanno isolati, punto e basta, qualsiasi età abbiano. Sono insegnante nella scuola media, e per la mia esperienza i tentativi di "inclusione" di questo tipo di alunni non hanno mai dato esito favorevole, né per loro né per chi (i compagni, in primo luogo) si ritrova a subire ogni tipo di vessazioni e angherie. Solidarizzo con il genitore che ha scritto la lettera: quando la maggior parte del tempo scuola trascorre in situazioni di contenimento, la scuola diventa un penitenziario. Basta.”

“ Dopo aver inventato il cancro del 6 politico, che ha ucciso la scuola, i buonisti della sinistra livellatrice in basso e fautrice di un popolo di ignoranti utili alla sua ideologia, si sta spostando verso la NON valutazione, il NON giudizio, figli del NON genere. Per la sinsitra e il suo dominio il popolo NON deve essere, NON deve appartenere e NON deve eccellere. Essere i primi della classe è da fascisti, essere bravi significa schiavi del sistema, essere ricchi e capaci vuol dire razzisti. E allora via alle danze dei perdonisti per i quali la colpa è sempre di qualcun altro: il compito è difficile, la scuola è selettiva, il numero chiuso è fascista. Prima erano ignoranti a gruppetti ben isolati oggi sono mandrie sconfinate allineate dietro al pifferaio che perdona, non boccia ma usa e calpesta in cambio del voto, questo sì, alle elezioni.”

“La scuola italiana è ormai ostaggio di questo buonismo. Guai a bocciare un alunno (a proposito, la parola "bocciare" è bandita dal linguaggio politicamente corretto) : la colpa, secondo i genitori, ma anche dei presidi che, ormai, per compiacerli, in modo da non avere problemi, danno sempre loro ragione: è sempre colpa dei professori, mai degli alunni magari svogliati, o distratti, o forse poco intelligenti (orrore! non si può dire, secondo le norme del già citato linguaggio) o , chissà, come si diceva una volta in maniera sintetica, semplicemente somari”.

“l buonismo ha rovinato ben più di una generazione di studenti, dopo che quel pagliaccio di D'Onofrio ha tolto gli esami a settembre nel 1995, sostituendoli con la farsa dei debiti formativi che hanno lasciato sul campo una miriade di ignoranti patentati.”

In pratica, “buonismo” significa “atteggiamento di chi è troppo buono”?
È “buonista” un insegnante che vuole aiutare chi non ce la fa? Se promuove un bambino o un ragazzo che non ha imparato l’aritmetica è di sicuro un “buonista”? Se giustifica gli errori di ortografia di un bambino affetto da disortografia è buonista?”

Copio dal vocabolario online della Hoepli:
buonismo

Polit, spreg. Atteggiamento di benevola apertura e comprensione per tutte le posizioni, accusato di non andare al di là di generici appelli moralistici, capaci solo di produrre compromessi confusi e di basso livello

 estens. Eccesso di buoni sentimenti, suggestivo ma inconcludente.

Quindi è un termine spregiativo in politica, e negativo nell'uso che se ne fa quotidianamente, per estensione. Qualcosa di inutile,  inconcludente, che parte da concetti sbagliati, insomma. E che causa danni.

lunedì 18 giugno 2012

Promuovere o bocciare? Seconda parte. 314°


Nella Scuola dell'obbligo ritengo utile bocciare solo i ragazzi che hanno veramente (e non sulla carta) avuto effettive occasioni di recupero e non hanno voluto sfruttarle (ma anche questo, è un atteggiamento di cui sono pienamente responsabili?). Per gli altri ci vuole la promozione (con tante scuse per non aver saputo fare nulla per aiutarli).  Come ho scritto qui
Nella scuola post-obbligo il discorso è diverso, anche se con importanti punti in comune.
Prima di tutto: che cos’è la scuola post- obbligo?
“La scuola è luogo di formazione e di educazione mediante lo studio, l'acquisizione delle conoscenze e lo sviluppo della coscienza critica.”   secondo lo Statuto delle studentesse e degli studenti della Repubblica Italiana, art. 1 comma 1.
Fino ad un certo punto lo Stato ti obbliga ad andare a scuola. Poi ti lascia libero.
Libero di fare che cosa? Dove vai, se non prosegui gli studi? Sei libero di fare lavori precari. Libero di essere sfruttato, sottopagato o, più spesso, disoccupato. Perché il lavoro, in Italia, nella nostra “repubblica fondata sul lavoro”, non si trova. Non lo trovi neanche se sei bravo, se hai studiato; figuriamoci se non hai proseguito gli studi. Oppure lo trovi, ma bisogna vedere con quale sicurezza, con quale stipendio.
Pare che idraulici, falegnami, elettricisti, ecc. abbiano tanto lavoro. Non so. So che spesso non vengono pagati. Ma spesso non vengono pagati neppure gli avvocati, in realtà. E allora?
Oggi sarebbe bene proseguire gli studi. Sarebbe bene che lo Stato trovasse (e volesse trovare) il sistema di formare davvero i ragazzi e i giovani per fare al meglio il lavoro che li aspetta: ottimi elettricisti, ottimi meccanici, ottimi operai, ottimi medici, ottimi panettieri, sarti, idraulici, ecc. Così l’Italia sarebbe davvero competitiva. Ci sarebbe più lavoro, più denaro.
Invece niente. Ad ogni governo che arriva noi insegnanti speriamo che qualcosa cambi. E cambia, ma in peggio, quando possibile.
Un ragazzo che è stato bocciato alle medie (secondaria di primo grado), che non è stato aiutato a trovare la sua strada (non ci sono molte possibilità per farlo), e finalmente ha preso il diploma di terza media,poi viene obbligato a fare un pochino di superiori, senza limitazioni (secondaria di secondo grado). Di solito non è preparato e viene bocciato e lanciato sul mercato del lavoro (come un sacco di patate), senza preparazione, senza capacità, senza motivazione.  Se poi sta al bar tutto il giorno diciamo che non ha voglia di lavorare. Si poteva prevedere.
Lo Stato, attualmente, offre dei licei (per preparare lo studente per l’Università); degli istituti tecnici (che danno una preparazione teorico/pratica che forma dei tecnici o che apre le porte dell’università); e degli istituti professionali, che offrono una preparazione teorico/pratica, ma più specializzata, rispetto ai licei e agli istituti tecnici, e più rivolta all’inserimento nel mondo del lavoro.
Sembra che ce ne sia per tutti i gusti. Invece no. Perché chi si iscrive alle scuole superiori lo fa senza sapere che cosa lo aspetta, magari senza avere i requisiti giusti. Bisognerebbe che l’orientamento (che cerchiamo di fare meglio che possiamo alle medie) fosse molto più serio; bisognerebbe che ci fossero seri test di ingresso che valutassero, non solo la preparazione, ma, soprattutto, le potenzialità di ogni alunno. Bisognerebbe che si prendessero in considerazione tutti i tipi di intelligenza e non solo due o tre, come accade oggi.
Spesso l’orientamento consiste in un’informazione veloce sulle varie scuole, in qualche vista alla open school, e, ancora più spesso, nelle parole dei genitori “Tu devi fare il liceo scientifico perché ho letto che si trova più lavoro”. Se il ragazzo è in grado di frequentare un liceo scientifico o no, non importa. Ci può andare e ci va. E viene bocciato. O promosso a suon di spinte, e diventa una mezza calzetta, dal punto di vista lavorativo. Ma una mezza calzetta con diploma di maturità scientifica, che non trova decoroso fare un lavoro manuale. Un futuro sottoccupato o disoccupato.
Ecco, forse dobbiamo riflettere su questo: a che pro, iscrivere un ragazzo a una scuola che non riuscirà a portare a termine? Significa davvero dare a tutti le stesse opportunità? È un'opportunità permettere a uno alunno che non riesce in alcun modo a capire la matematica alle medie , o che fa dieci errori di ortografia in un tema, di iscriversi a un liceo? Crediamo nei miracoli o è solo una grande bufala? E perché mettere le cose in modo da costringere gli insegnanti a bocciare o a promuovere? 
Il problema delle superiori nasce alle elementari e alle medie.
Se si vuole un popolo italiano (comprensivo di alunni stranieri) più colto e più preparato, bisogna investire sulla Scuola. Prima di tutto sulla Scuola del primo ciclo (elementari e medie). Perché è lì che si formano gli studenti, i cittadini e i lavoratori di domani.
I bambini, come alunni, si dividono in bambini che vivono in un ambiente almeno sufficientemente ricco di sollecitazioni educative (libri, teatro, musica, anche classica; esperienze culturali, attività formative come danza, pianoforte; dialogo, conversazioni pacate, riflessioni, viaggi culturali, ecc.) e bambini che vivono in un ambiente povero di sollecitazioni educative (niente libri, mai stati in una libreria, mai visto un’opera teatrale, nessuno strumento musicale, nessun dialogo, nessuna riflessione, urla e litigi, ecc.)
Qui si apre un bivio: ritenere questo divario educativo e culturale come incolmabile e lasciare le cose come stanno; considerarlo colmabile, e adottare delle strategie per farlo.
Tutti quelli che tengono le redini dell’Italia dal punto di vista economico hanno studiato. Tutti i presidenti di società hanno studiato. Tutti quelli che tengono in mano le sorti della finanza hanno studiato. (Perché ci sia qualcuno presidente di qualcosa che forse non ha studiato dobbiamo cercare nella politica). Tutti i posti di potere economico, tutti i tipi di lavoro sicuro, con stipendi buoni sono in mano a persone che hanno studiato.
Chi non studia non può aspirare a lavori sicuri, stabili, ben pagati. Va bene se trova un lavoro faticoso, pericoloso, mal pagato, precario. Più studi e più hai probabilità di accaparrarti un buon lavoro. (A meno di non essere un campione di calcio. O una velina in televisione, o un concorrente del Grande Fratello di turno. Ma quanti  sono?)
È importante che si spieghi questo molto bene, ai ragazzi. Ed è importante che si rifletta bene tutti.
Se continuerà a prevalere l’egoismo (e la malafede) dei più ricchi, dei più potenti, di coloro che hanno interesse a mantenere la situazione com'è, ancora impostata sul binomio sfruttatore/sfruttato, lasciamo le cose come stanno. I ragazzi in difficoltà non verranno aiutati e si pretenderà che escano da soli dal buco nero dell’ignoranza. Si dirà che non dobbiamo motivarli noi insegnanti a studiare, perché devono capirlo da soli. Si dirà che vogliamo che un ragazzo che ha difficoltà a studiare latino, greco, matematica, filosofia, “possa felicemente lasciare la scuola per andar a fare l'idraulico o il playboy”. 
Se invece si pensa che il divario creatosi in partenza fra chi ha avuto le opportunità e chi non le ha avute si può colmare; se si pensa che chi non ha avuto stimoli culturali abbia il diritto di essere aiutato, di essere messo nelle condizioni di avere quello che non ha avuto, allora dobbiamo cambiare la Scuola. E smettere di pretendere che un ragazzo vissuto senza sollecitazioni educative trovi da solo la motivazione a studiare. E smettere di pronunciare espressioni come “deve impegnarsi”, o “se non capisce che deve impegnarsi”: sono ridicole.
Se durante il primo ciclo, si riuscisse davvero a tirar fuori da ogni bambino, e poi da ogni ragazzo, tutto quello può dare, ci sarebbero ragazzi che continuano, tutti, a studiare, frequentando scuole dove le loro potenzialità verrebbero coltivate. E non ci sarebbero più potenziali idraulici specializzati che si iscrivono al liceo scientifico, o potenziali architetti che si iscrivono all’istituto alberghiero.
Promuovere o bocciare, nella Scuola post-obbligo?
Prima di tutto, in attesa di una nuova Scuola, ci vorrebbero dei test d’ingresso.
Poi, nella Scuola post-obbligo attuale dovremmo almeno offrire insegnanti preparati e capaci di motivarli. E ritengo utile promuovere solo i ragazzi che hanno veramente la possibilità di entrare preparati nel mondo del lavoro.
Per gli altri, quelli che non riescono ad ottenere risultati in una scuola evidentemente sbagliata per loro, ci vuole la bocciatura (con tante scuse per non aver saputo fare nulla per aiutarli).  

Concludo, per ora, questo argomento, anche se, ovviamente, quello che ho scritto è solo la punta dell’iceberg di un discorso davvero complesso e sempre in evoluzione. 


prima parte qui

sabato 9 giugno 2012

Promuovere o bocciare? Prima parte. 313°



Tempo di scrutini. Un incubo, per gli insegnanti che devono decidere se promuovere o bocciare, per i ragazzi che temono la bocciatura, e per i genitori di quei ragazzi.
Ci sono insegnanti che si pongono (e mi pongono) la domanda: “Come decidere nel modo migliore se promuovere o bocciare”?
È una questione molto difficile. Il mio ragionamento è il seguente: “promuovere” significa “ammettere alla classe successiva” o “permettere che passi a ordini di scuola più alti”; “bocciare” significa “non ammettere alla classe successiva” o “non permettere che passi a ordini di scuola più alti”.
Sembra ovvio? Non sempre lo è. Anzi, riflettere su questi significati è il modo per decidere che cosa è giusto fare.
Prima di tutto, c’è una grande differenza da considerare: quella fra Scuola dell’obbligo e Scuola post-obbligo.
La Scuola dell’obbligo, proprio perché è obbligatoria, dovrebbe contenere in sé strumenti e possibilità per il recupero: individuazione delle abilità e delle conoscenze effettivamente necessarie e utili per proseguire negli studi e/o per entrare nel mondo del lavoro. Domanda: le capacità e le conoscenze necessarie sono le stesse per chi vuole entrare al più presto nel mondo del lavoro, e per quelli che scelgono di proseguire gli studi? Nella Scuola c'è effettivamente un dibattito serio su questo problema? (non parlatemi delle prove Invalsi, per favore!).  Risposta: no.
Un tempo questi due gruppi venivano divisi e molti ragazzi, dopo le elementari o prima, venivano avviati al mondo del lavoro o a studi che miravano all’avviamento al mondo del lavoro. Ma questa soluzione penalizzava fortemente chi non aveva possibilità di studiare per motivi economici, e nel 1962 fu istituita la Scuola Media Unica, obbligatoria e unica.
Non vi annoio con tutta la storia dei vari cambiamenti, che sono stati tanti e che - ciascuno a suo modo - hanno sferrato qualche più o meno pesante badilata alla  Scuola italiana.
Quello che però mi preme far notare è questo: che cosa chiediamo ai ragazzi per promuoverli? Ecco il punto. Abbiamo le idee chiare su questo?  Ai ragazzi chiediamo:
  1. che stiano attenti (e se, per esempio siamo noi che spieghiamo male, o che non sappiamo tenere la disciplina, o che siamo noiosi? che cosa dovrebbero fare? stare attenti comunque? lo faremmo noi? Lo facciamo, ai corsi noiosi?)
  2. che si comportino bene (e se siamo noi che non sappiamo tenere la disciplina? Che cosa dovrebbero fare? Autocontrollarsi? Stare zitti durante i tempi morti? Come facciamo noi durante il collegio dei docenti, forse?)
  3. che non si comportino male 1 (e se sono ragazzi con disturbi comportamentali, se sono iperattivi, se sono figli di genitori che vivono di espedienti illegali? Se a casa vengono maltrattati, picchiati, ignorati, trascurati o addirittura violentati? Che cosa dovrebbero fare? Confidarsi non noi, che - anche noi - magari, li maltrattiamo e li ignoriamo? Dovrebbero essere uguali ai ragazzi che vivono in un ambiente sereno e protetto?)
  4. che non si comportino male 2 (e se un alunno viene preso in giro dai compagni e alla fine reagisce con le botte o gli insulti? Che cosa dovrebbe fare? Rivolgersi all’insegnante e denunciare il fatto? E se l’insegnante dice “ma lascia perdere! Queste cose aggiustatevele fra di voi! Sono sciocchezze!” oppure, se non fa nulla per proteggerli?)
  5. che studino a casa 1 (e se a casa non c’è nessuno, se i genitori sono semianalfabeti, lontani mille miglia dallo studio e dalla cultura, chi li sprona? Chi li controlla? E se sono i genitori stessi quelli che li impegnano a guardare i fratellini o ad aiutare in casa o al lavoro? dove dovrebbero trovare la volontà di studiare? Da noi, che diciamo loro per qualche ora alla settimana “devi studiare”?)
  6. che studino a casa 2 ( e se anche sono stati attenti alla spiegazione e non hanno capito nulla, perché hanno obiettive difficoltà di apprendimento, e se non hanno “l’aiuto da casa” come nei quiz televisivi, che cosa dovrebbero fare? Chiedere spiegazioni all’insegnante? (lo diciamo tutti “dica a suo figlio che, se non ha capito, deve chiedere spiegazioni in classe”). E se hanno un insegnante di quelli che li rimprovera se chiede qualcosa? (“ma come fai a non aver capito?! L’ho detto mille volte!”, oppure “evidentemente non sei stato attento!” – e qui si ritorna al punto n° 1; o se viene preso in giro dai compagni perché non capisce ?)
  7. che ottengano dei risultati ( e se sono affetti da disgrafia, discalculia, dislessia, disortografia? che cosa dovrebbero fare? autopunirsi? e noi? dovremmo punirli per questo? o promuoverli, seccati, magari dicendo "con la scusa della dislessia ci tocca promuoverli!"?)
Mi capita spesso, nella scuola dell’obbligo, di sentire colleghi difendere a spada tratta il dovere/diritto di bocciare chi non studia e chi “rompe le scatole”.
Secondo me non hanno proprio riflettuto. Si vendicano per essere stati "disturbati", e puniscono i ragazzi per colpe che non hanno. Dichiarano – solo sulla carta – di aver tentato il recupero (come? Dicendo loro “devi studiare?” o dicendo loro “se ti comporti così sei un cretino”? o mandando a chiamare i genitori? O mettendo delle note rabbiose sul registro o sul diario?). Ma è vero che abbiamo fatto qualcosa per loro, onestamente parlando? La Scuola italiana, prevede, soprattutto oggi, qualcosa?
La Scuola italiana valorizza davvero le capacità che ogni alunno ha? O solo alcune, spesso perfettamente inutili? Per esempio, la Scuola, valorizza la capacità di risolvere i problemi pratici (molto utile nel mondo del lavoro), che spesso è molto più spiccata fra i ragazzi difficili?
Ritengo sbagliato paragonare un ragazzo ad un altro, perché nella Scuola dell'obbligo ognuno deve essere valutato per il percorso che ha fatto. In questo senso, non vale a nulla la frase spesso pronunciata da qualche insegnante in sede di scrutinio "allora se promuoviamo Tizio, dobbiamo, per giustizia, promuovere anche Caio...". Ma di quale giustizia si parla? Basterebbe, e sarebbe auspicabile, che tutti gli insegnanti spiegassero bene che cosa significa una bocciatura. Bisognerebbe che la promozione e la bocciatura fossero una cosa seria. Bisognerebbe che bocciare fosse una strategia per farli migliorare. Bisognerebbe che bocciassimo solo quando pensiamo che ripetere l'anno possa davvero essere utile al ragazzo.   Bisognerebbe che la smettessimo di sventolare la carta della bocciatura davanti al naso di chi non studia, come se fosse una punizione. La bocciatura non deve essere vissuta come una punizione, come una vergogna e come una sconfitta. Ma continuerà ad essere  sentita come tale (a volte con conseguenze drammatiche), finché ci sarà qualcuno che continuerà a gestire i ragazzi difficili minacciando "Fai pure così! Ridi, che poi rido io alla fine dell'anno! Continua a non studiare...Vedrai che ti boccio!". 
E durante gli scrutini sarebbe bene che non si sentissero più frasi come "dovremmo fermarlo, ma poi finisce nell'altra seconda, che è già difficile..." o, peggio "via, via! è un rompiscatole! diamogli questa benedetta licenza così se ne va e non lo vediamo più".
Allora, personalmente, nella Scuola dell'obbligo ritengo utile bocciare solo i ragazzi che avrebbero avuto la possibilità di studiare (vedi punti 1-7) e non l’hanno sfruttata.
Per gli altri, ci vuole la promozione (con tante scuse per non aver saputo fare nulla per aiutarli).






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