La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMArE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuti, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

La mia foto
La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

SEGUIMI su facebook

SEGUIMI SU TWITTER

Se vuoi seguirmi clicca su SEGUI

venerdì 29 ottobre 2010

Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115° post

Qualche sera fa una cena con amici si è trasformata in una tavola rotonda tutt’altro che allegra sul tema dell’eutanasia. Capita, quando vieni a sapere di qualcuno che ha anche solo la possibilità di trovarsi in coma, o in balìa di qualche malattia senza speranza che renda impossibili tutti i movimenti, la parola, la comunicazione con il mondo esterno. Alla fine della serata, però, ognuno torna a casa con la sua idea, la stessa che aveva a pranzo. Ma serve, parlarne, ogni tanto.
Sull’argomento ho le idee chiare. Non voglio imporle a nessuno, sia ben chiaro. Ma vorrei che nessuno imponesse le sue a me.
Se il mio credo è “la vita è mia e la gestisco io”, e decido di staccare eventuali spine, lasciatemelo fare. Io ho una vita sola, non vedo perché dovrebbero decidere altri per me.
Se non credo in nessun dio e decido di staccare eventuali spine, lasciatemelo fare. Se poi, dopo la morte, scopro che il dio dalla barba bianca è lì con il battipanni in mano ad aspettarmi, me la vedrò io con lui. Voi non preoccupatevi: è una cosa fra di noi. Non vi deve riguardare.
Se credo in Dio e voglio tenere attaccata la spina, lasciatemelo fare. Vi costerà un po’ di corrente elettrica, ma una vita è una vita,ed è sacra.
Penso alle cose che ci fanno sentire vivi.
Correre, per esempio. Ridere a crepapelle. Avere un bambino. Fermarsi un momento a guardare l’alba. Passeggiare in montagna e urlare “ehi!” per sentire se c’è l’eco. Assaggiare un tiramisu squisito. Assistere al miracolo del primo passo del nostro bambino. Amare. Piangere. Rimpiangere. Provare commozione guardando la scena finale di “Schindler’s list”. Inspirare profondamente per sentire l’odore del mare in burrasca. Stupirsi e indignarsi. Sorridere e strizzare l'occhio. Fare una bella litigata chiarificatrice. Leggere un libro e viaggiare con la mente. Abbracciare una persona cara. Accarezzare il volto vecchio di nostra madre. Sognare di diventare qualcuno. Cantare. Cucinare un piatto speciale per gli amici. Fare una festa a sorpresa. Passeggiare in mezzo agli ulivi per raccogliere le violette. Avere il libero arbitrio e decidere se peccare o fare una azione santa. Sperare. Cantare forte o sussurrare una canzone struggente. Abbracciare nostro padre che si prende cura di noi. Infuriarsi perché qualcuno pretende di scegliere per noi, con la scusa che la vita è sacra. Protestare. Urlare che siamo stanchi.
Se una persona non può fare neppure una di queste cose, è davvero vita, la sua? Che senso ha obbligarla a stare qui? Che cattiveria è quella di obbligare i suoi cari a vegliare un involucro vuoto di vita?
Se la sofferenza di una persona è superiore ad ogni desiderio di vita, che crudeltà è quella di obbligarla a vivere?

giovedì 28 ottobre 2010

Lavorare stufa. 114°

Milena e Francesca mi scrivono.
“Cara professoressa, sto attraversando un brutto momento. Mi alzo al mattino con l'angoscia al pensiero di andare al lavoro e stare lì fino alla sera. Ho fatto questo lavoro perché mi piaceva, ma ora non ce la faccio più. Mi sento chiusa in prigione...Il pensiero di fare questa vita per chissà quanti anni mi dà l’angoscia. Potrei cambiare lavoro, ma che cosa posso fare? E se poi fosse peggio di questo? Grazie. Milena”
"Gentile professoressa Milani, lavoro in un supermercato. Mi alzo tutti i giorni alle cinque per lavorare in un posto come una schiava. Quelli che sono un gradino più su ti comandano a bacchetta e tu devi dire sempre di sì anche se non sanno fare niente di niente e ieri erano come te. Le mie colleghe fanno le sceme con i capi per avere dei favori. Non ne posso più, vorrei scappare lontano e non vedere più colleghi e capi. Che cosa dovrei fare? Grazie anticipatamente. Francesca”
Care Milena e Francesca, scusate se ho ridotto le vostre lettere, ma ho voluto metterle insieme perché il problema è lo stesso.
“Lavorare stanca”. Pavese aveva ragione. Solo che io dico che lavorare stanca e stufa. Vi capisco. So che cosa volete dire e avete ragione a sentirvi insoddisfatte. Perché, se ci si pensa bene, passiamo la vita a lavorare. È ovvio? Non lo so. C’è lavoro e lavoro, è vero. Ci sono quelli noiosi, frustranti, ripetitivi, faticosi, pericolosi, stressanti. Oppure quelli che danno soddisfazioni, permettono del tempo libero, sono interessanti. Alla lunga, però, non ce la fai più comunque. Quasi tutti, alla fine, ti impediscono di avere una vita tua. Hai ritagli di tempo e di vita. Dalla mattina alla sera, con una pausa pranzo, significa che quando vai a casa non hai più voglia di niente. La vita che vorresti non la puoi avere finché non vai in pensione. Ma se in pensione ci vai troppo tardi non hai più la forza, non hai il fisico, e probabilmente neanche la voglia di fare nulla di quello che avevi sognato.
Faccio alcune riflessioni per rispondere anche a quelli che trovano normale che si pretenda di tenerci chiusi in un ufficio, in un’aula, in un negozio, in una fabbrica, fino a sessantacinque anni o (si sussurra già, fino a più di sessantacinque anni). Parlo per tutti quelli che dicono che “è giusto lavorare fino a sessantacinque anni perché è l’Europa che lo vuole”. E anche per quelli che fanno una vita da nababbi e lavorano in luoghi (mega uffici, alberghi extralusso, palazzi, città, fra mille confort) da Le mille e una notte, dove noi sogneremmo di passare anche solo un giorno di ferie, e poi dicono “prendete noi, ad esempio, che lavoriamo fino a settant’anni e più!”.
I capi, i dirigenti, i superiori in generale comandano. Noi eseguiamo. Certo, loro hanno delle responsabilità, ma trovano spesso il modo di scaricarle sugli altri. Lavorano tante ore (anche perché fanno i loro interessi), ma, all’occorrenza, possono dire “Signorina, mi annulli tutti gli appuntamenti”. Quando sono stanchi hanno a disposizione la sauna, il massaggiatore, e possono permettersi tutto quello che serve. Fanno lavorare noi e, quando tutto riesce bene, vengono premiati loro. Altrimenti veniamo licenziati noi.
Un tempo non si parlava neanche della pensione. Si lavorava finché si poteva, anche fino alla vecchiaia. Ma erano altri lavori. Certo, c'erano anche i minatori, ma in genere non erano lavori in celle/aule, celle/uffici, celle/casse di supermercato, celle/negozi. Erano lavori all’aria aperta, dove si seguiva il ritmo del tempo e delle stagioni. Alla sera la gente non poteva lavorare, come facciamo noi, fino a notte, perché al calar del sole la natura ti costringeva a smettere. Ti alzavi al canto del gallo, magari, ma secondo ritmi naturali. I commercianti vendevano al mercato o in negozietti poche cose e c'era un importante contatto umano. Ognuno lavorava a casa sua. Anche allora c’erano gli sfruttati e gli sfruttatori, come in tutta la storia. Ma almeno non si parlava sfacciatamente di “diritti dei lavoratori”.
Il lavoro, oggi, è molto stressante. Care Milena e Francesca, non conosco la vostra età, ma vi immagino giovani. Il mio consiglio è questo: non vi considerate destinate alla vita che vivete, se siete infelici nel lavoro. Studiate di notte, credete in voi, fate dei sacrifici per migliorare la vostra condizione, perché la vita è lunga e bisogna cercare di renderla il più piacevole possibile. Altrimenti è un ergastolo.

martedì 26 ottobre 2010

"La legge è uguale per tutti", dicono. 113°

“La legge è uguale per tutti”. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”
Ma non fatemi ridere. La legge non è assolutamente uguale per tutti. Diciamolo a chiare lettere. Bisognerebbe proprio cambiare le scritte nei tribunali, se ancora ci sono (non lo so, perché non li frequento). Scrivere per esempio “la legge dovrebbe essere uguale per tutti”.
E andrebbe rivisto l’art. 3 della nostra Costituzione, cambiandolo, per esempio, così: “Tutti i cittadini hanno diversa dignità sociale e sono diversi davanti alla legge, in base a distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Sarebbe più onesto.
Se la legge fosse uguale per tutti andrebbero in prigione tutti i disonesti, indistintamente, e non solo quelli che non hanno buoni e numerosi avvocati.
Se tutti avessero pari dignità sociale gli omosessuali non verrebbero discriminati, le donne avrebbero effettivamente - e non solo sulla carta- le stesse opportunità dell’uomo; gli stranieri non verrebbero emarginati; i poveri non verrebbero ignorati, gli anziani e i bambini verrebbero davvero tutelati, chi ha idee politiche o o religiose diverse verrebbe rispettato. In realtà, viviamo in una società in cui chi ha più potere, chi ha più denaro vale socialmente molto di più. E il valore è proporzionale al potere e alla ricchezza. Un ricco vale di più anche dal punto di vista assicurativo. Chi ha difficoltà economiche e scarsa cultura, non solo vale di meno, ma contribuisce lui stesso a riverire come superiore chi è più ricco e potente. L'hanno studiata bene, non c'è che dire.
Alla società non interessa degli anziani: nulla di quello che viene pensato, inventato o costruito viene fatto per loro. Gli anziani spendono poco e quindi valgono poco. In generale, più spendi e più vali. Più hai il potere di dare, di regalare, di pagare, di fare favori, di spendere, di divertirti, oppure di punire, di togliere, di vendicarti, e più vali.
Più hai delle conoscenze, più puoi permetterti di soddisfare bisogni e desideri, e più vali. Più devi chiedere favori, sperare, sognare, desiderare, risparmiare, subire, tacere, piangere, annoiarti, e meno vali.
Il dolore non è uguale per tutti. Un lutto è grave, ma se rimani vedova e sei disoccupata con tre bocche da sfamare, il tuo lutto è molto più grave di quello della vedova che può distrarsi facendo una crociera intorno al mondo.
La malattia non è uguale per tutti: il ricco che si ammala gravemente viene curato in una bella clinica privata e al suo capezzale ci sono venti medici e, se non bastano, altri venti che vengono dall’estero. Il povero ha il medico della mutua che, anche se è bravissimo è uno solo, e ha un posto letto in uno stanzone di un ospedale spesso anche fatiscente. Ho qualche dubbio anche sul fatto che la morte sia uguale per tutti.
Il mal di schiena è diversissimo: quello del ricco passa subito, perché ci pensa un massaggiatore a farlo scomparire. Il mio dura un bel po’ perché i massaggi me li fa mio marito.
Se io commetto un reato vado in prigione. Se lo commette una persona ricca o politicamente potente va agli arresti domiciliari o è legittimamente impedito dal presentarsi al processo o ha l'immunità parlamentare. Se proprio un ricco va in prigione, io vado in una cella brutta, lui in una bella. A me, in prigione, danno del “tu”, a lui danno del “lei”. Se non pago le tasse prima o poi mi beccano e mi arriva una mega multa. I ricchi e famosi, se non le pagano, hanno avvocati e conoscenze che trovano il modo di tirarli fuori o di far loro pagare solo una parte del dovuto. Noi paghiamo, loro patteggiano.
La legge non è affatto uguale per tutti. Non diciamolo più neanche.

sabato 23 ottobre 2010

Guerriglia nelle scuole. 112°


I docenti: "Ennesima beffa"
Genitori: " E’ una vergogna!"
"Ancora una notte di guerriglia nelle scuole italiane. Emergenza a Roma, Milano, Napoli, Torino, dove sono stati dati alle fiamme cumuli di banchi sgangherati. Il capo della Protezione civile ammette: " E’ colpa vostra. Avete tirato troppo la corda".

ITALIA - Ancora una notte di tensione e incidenti in Italia per la battaglia contro la riforma Gelmini e gli incredibili tagli. A mezzanotte è iniziata l'ennesima guerriglia urbana con lanci di molotov, pietre, bottiglie, razzi e petardi. La polizia ha risposto con un nutrito lancio di lacrimogeni verso la parte più violenta dei dimostranti. Dopo tre ore di scontri il bilancio è di un gran numero di poliziotti, di carabinieri e di dimostranti feriti. Aggrediti anche tutti gli operatori televisivi e danneggiate le telecamere o calpestate al grido di "giornalisti, ci avete stufato anche voi!". La situazione si aggrava anche nelle grandi città dove in nottata ci sono state decine di roghi di banchi, sedie e cattedre sgangherati che alunni e professori si sono rifiutati di usare. Una nube di fumo si è alzata in molte piazze italiane. Incendi e guerriglie si registrano un po’ dovunque. Sempre nella notte ignoti hanno incendiato le sedi dei partiti ritenuti responsabili della situazione delle scuole. Insegnanti, genitori e studenti, uniti e diventati folla inferocita, hanno marciato per le strade di Roma, al grido di “Adesso basta!”. È finalmente emergenza. Dopo anni di torpore e di incapacità di reagire ai soprusi la gente comune ha finalmente ritrovato la dignità. I docenti hanno dichiarato in ogni scuola della penisola: " È l'ennesima beffa per i lavoratori, per gli insegnanti, per i genitori e per gli studenti di tutti gli ordini di scuola. Ci tolgono tutto e dicono che non ci hanno tolto niente! La Scuola pubblica non si tocca!”. Anche genitori e gli studenti sono scesi in piazza per la difesa della scuola pubblica e delle Università: “È una vergogna! L’Italia è di tutti, non solo dei ricchi!”. Il capo della Protezione civile dichiara: " E’ colpa vostra. Avete tirato troppo la corda."La preoccupazione dell'Ue: "La situazione della scuola italiana è assurda". "Sono molto preoccupato per quanto succede attualmente in Italia", scrive in una nota il Commissario europeo per l'Istruzione, la Cultura, il Multilinguismo e la Gioventù Androulla Vassiliou. "La Commissione sta ancora valutando la documentazione che ci è stata trasmessa dalle autorità italiane all'inizio di ottobre, ma la situazione odierna ci fa pensare che le misure adottate per la scuola pubblica abbiano fatto piombare l’Italia indietro nel tempo.". Secondo Bruxelles, infatti, "la situazione odierna non è cambiata rispetto a quando i bambini in classe facevano il saluto romano, cantavano Eja Eja Eja Alalà, e non avevano la stufa nelle aule". Già il 5 ottobre scorso, dopo un incontro con una delegazione italiana dei genitori, dei docenti e degli studenti universitari italiani, Androulla Vassiliou aveva giudicato la situazione "seria" e aveva sottolineato come ci fosse bisogno di un'azione "determinata, sistematica e strutturale". Il 4 marzo scorso la Corte europea di giustizia giudicò che l'Italia era in infrazione rispetto al diritto comunitario all’istruzione in quanto aveva operato tagli al limite dell’inverosimile”.Il governo tace e continua a dire “No, non abbiamo fatto tagli. Tutto va per il meglio. La Riforma Gelmini è una riforma epocale che renderà il sistema scolastico italiano all’avanguardia nel mondo.”. L’Avvocato Ghedini dichiara: “Il premier Berlusconi è innocente”. Il Ministro Bondi aggiunge: “Il nostro amato Presidente Berlusconi è il migliore del mondo”.

(23 ottobre 2010)© ADATTAMENTO di ISABELLA MILANI (ALLA SITUAZIONE DELLA SCUOLA ITALIANA). DA WWW.REPUBBLICA.IT.

venerdì 22 ottobre 2010

Conoscevo una rumena ubriacona. 111°

Conoscevo una rumena ubriacona. Era la mamma di un alunno. Era venuta dalla Romania, sola, con quel suo bambino di undici anni, solo anche lui. Era una di quelle rumene che vengono in Italia senza marito, genericamente “vedove”, ma stranamente ancora giovani. O c’è una mortalità maschile molto alta o non sono vedove.
Il ragazzino era un biondino minuto come un uccellino. Silenzioso e triste, non si sapeva perché. Ogni tanto sorrideva, ma era un attimo. Poi è venuta a parlare con noi la mamma: un uccellino biondo, spelacchiato e triste anche lei. Di età imprecisata come le persone segnate da grandi sofferenze. Una giovane vecchia, insomma. L’abbiamo mandata a chiamare più volte, perché il ragazzino non veniva a scuola, perché, mentre lei andava a lavorare alle cinque, lontano, chissà dove, lui, solo in casa, non si svegliava.
“Signora, suo figlio non viene a scuola. Deve venire. Gli comperi una sveglia. La scuola è importante, bla bla bla bla”.
E lei ci guardava con gli occhi da cane bastonato, lucidi di lacrime tristi, e diceva “Ma che cosa posso fare, io?”, soffiandoci l’alito da avvinazzata alle dieci del mattino. Puzzava sempre di vino o di birra e faticavi a starle davanti. Lo avrà sentito anche suo figlio, quell’alito?
“Non lo so, signora. Lo svegli lei con il cellulare. Oppure, glielo ripeto, gli comperi una sveglia.”.
Ma quanto riusciamo ad essere stupidi, a volte? “Gli comperi una sveglia?” “Lo svegli lei con il cellulare?”. È come se a una famiglia alla quale è crollata completamente la casa chiedessimo se i gerani si sono salvati.
Quel ragazzino di undici anni, già ferito dalla vita, solo come un cane, e quella madre, quella rumena ubriacona – la chiamiamo così, no? – disperata, senza soldi, senza famiglia, avevano bisogno di aiuto e noi gli abbiamo suggerito di comperare una sveglia. Perché? Perché, in realtà, non possiamo fare altro. La società non ha niente da offrire a chi soffre. E neppure noi insegnanti abbiamo niente da offrire. Ci conviene cercare di ignorare il dolore che a volte vediamo, e dire delle assurdità, perché, davvero, non sappiamo che cosa dire.
No, chi soffre non viene aiutato. Anzi, molto spesso, una persona come quella donna viene scacciata, perché è una rumena ubriacona.
La rumena ubriacona ha dovuto tornarsene in Romania con il suo bambino, perché ha perso il lavoro. Ho saputo che qualche tempo fa è morta di cirrosi epatica. Non so che fine abbia fatto il ragazzo, adesso ancora più solo.

mercoledì 20 ottobre 2010

Intende perdonare l’assassino? 110°

“Riuscirà mai a perdonare il ragazzo che ha dato un pugno a sua moglie provocandone la morte?”. Pare che le domande che urgono di più ai giornalisti siano: “intende perdonare l’assassino di sua figlia?”, “perdonerà l’assassino del suo bambino?”, “pensa di perdonare l’ubriaco al volante che ha investito e ucciso il suo bambino e sua madre, che lo teneva per mano?”.
Una giovane donna è morta per un pugno, per una stupida lite per una stupida fila per uno stupido biglietto della metropolitana, e con quel pugno è stata travolta brutalmente tutta la vita che aveva davanti, l’amore che per lei provavano il marito, i familiari , gli amici e il suo bambino. Tutto finito. E’ stata una disgrazia? Non direi: è stato un omicidio. L’assassino, filmato dalle telecamere, è stato un ventenne, e l’arma è stata quel pugno sferrato con violenza assurda. Il ventenne chiede il perdono. È ovvio.
A scuola, ai miei alunni, insegno che la vendetta è una cosa sbagliata, che la pena di morte non fa parte della mentalità del nostro Stato. E spiego, però, che il desiderio di vendetta di un singolo è umano: un padre che vede la sua adorata figlia stuprata e uccisa da un tossicodipendente o da un innamorato respinto può desiderare di vedere ucciso l’assassino; una madre che vede il suo bambino violentato, ucciso e gettato in un pozzo da un pedofilo, può desiderare di vederlo morire davanti ai suoi occhi. Può “desiderare di uccidere”, non “uccidere”. A volte le fantasie di vendetta possono salvare dalla pazzia. È umano. L’importante è che lo Stato non si erga a giustiziere, togliendo la vita o la dignità a chi ha sbagliato. L’importante è che lo Stato faccia in modo che chi ha sbagliato non la passi liscia. Perché lo Stato non è una persona che, presa dall’emotività, da un lutto terribile, può, istintivamente, odiare. Lo Stato deve fare giustizia, non giustiziare.
Quando si perdona si assolve dalla pena, dimenticandola. E allora vorrei sapere da certi giornalisti per quale motivo chiedono ad una madre, ad un marito, ad un padre, di perdonare. Perché dovrebbero perdonare? Sperano che dica di sì, per suscitare lo sdegno dei lettori affamati di vendetta? per fare un servizio su quel sì, perché i lettori pensino che è una risposta assurda? Che dica di no, per tranquillizzare i lettori che no, la madre non perdona, il marito odia, potete stare tranquilli. Forse per fare il “porta a porta” di turno e mettere di fronte chi vuol perdonare e chi no?

venerdì 15 ottobre 2010

Nei prossimi giorni non potrò essere molto presente

Cari amici, grazie davvero a tutti quelli che mi leggono e mi scrivono.

Nei prossimi giorni non potrò essere molto presente, perché devo dedicarmi a finire di scrivere il libro di consigli per giovani insegnanti che sto preparando.
Le persone che lo desiderano possono mandarmi una mail o un messaggio per farmi sapere quello che vorrebbero trovare nel libro. Mi fa piacere!
Nel frattempo Beatrice vi darà mie notizie.
A presto!

mercoledì 13 ottobre 2010

Ho un problema con un alunno. 109°

Irene mi scrive:
“Gentilissima prof. Milani, ho iniziato il mio terzo anno di insegnamento alla scuola media. Le scrivo per chiedere consiglio, perché mi capita un problema nuovo, che non so come affrontare. Mi sento in colpa perché non sono capace di trovare una soluzione. Come devo comportarmi con un alunno che non vuol venire a scuola e che se ce lo portano per forza a volte si rifiuta di entrare in classe? A volte lo convincono e arriva fino al piazzale della scuola, però poi non riesce ad uscire dalla macchina della madre e a varcare il cancello d'ingresso. Lo strano è che se poi entra in classe sta bene, sembra sereno.Che cosa posso fare per aiutarlo?"

Cara Irene, prima di tutto vorrei dire, che insegnanti non si nasce, si diventa. E aggiungerei anche, “a forza di errori”. Non devi sentirti in colpa se incontri delle difficoltà e non riesci a superarle subito. Capita a tutti noi, e dobbiamo accettarlo. Leggere libri, studiare conta molto, ma l’esperienza è più importante. Incontrerai ogni anno nuovi ragazzi, affronterai problemi e li risolverai. Ma non sempre andrà bene. A volte le condizioni sono talmente difficili che non basta la buona volontà. Devi studiare ogni caso difficile che ti si presenta e, con cautela, fare dei tentativi, osservare i risultati e poi prendere delle decisioni. Un caso simile ti si presenterà una seconda volta, e poi una terza. E tu, usando l’esperienza dei casi precedenti, potrai fare sempre meglio.
Mi chiedi che cosa farei: prima di tutto, dato che parto sempre dal presupposto che ogni problema ha una causa scatenante, e delle cause remote, mi porrei alcune domande:
1. si tratta di vera e propria fobia scolare? Mi consiglierei con i colleghi su questo punto; leggerei le schede e la documentazione. Ne parlerei con i genitori e, se risulta, con il neuropsichiatra che lo segue per farmi dare istruzioni.
Se invece si esclude, passerei alle domande successive:
2. non viene a scuola: il problema è a scuola? Se a casa venisse picchiato, credo che non vorrebbe andare a casa, cosa che mi è capitata. Ma non è detto. 3. la causa del problema è nata a scuola? 4. la causa del problema emerge a scuola, ma nasce a casa?
Indagherei a tappeto, sempre con discrezione, per non farne un caso di fronte ai ragazzi, per capire se accade qualcosa a scuola, nei bagni, in palestra, in classe, ecc. Chiederei ai compagni di classe se è accaduto qualcosa o se conoscono un motivo che possa giustificare le assenze del compagno. Mi farei raccontare dai colleghi tutti gli episodi eventualmente accaduti. Chiamerei le maestre delle elementari e chiederei se avevano già notato la stessa cosa. Chiamerei i genitori e parlerei con loro cercando di capire la situazione a casa. Mi chiederei e cercherei di capire parlando con lui e i genitori, se a scuola si trova in situazioni di grave disagio perché non si sente all'altezza. Mi è capitato varie volte di constatare dei gravi blocchi e poi scoprire che si trattava da ansia di prestazione che veniva provocata da genitori esageratamente esigenti. Appena viene a scuola cercherei di parlargli. Naturalmente, non si può prevedere che cosa dirà. Si può prevedere che cosa ci si aspetta dal colloquio: ci si aspetta di capire che cosa provoca la angoscia a scuola, per aiutarlo. Cercherei di trovare un modo per coinvolgere il ragazzo in una attività che lo veda protagonista, durante la quale possa sentire che sta facendo qualcosa di utile, per la quale viene considerato competente. Per esempio affiderei a lui e ad altri due o tre il compito di progettare la Scuola perfetta. Il lavoro dura dieci giorni e lui dovrà trovare soprattutto tutti i difetti della scuola, per poi creare il modello perfetto, ecc.
Chiederei a tutti, in classe, se vengono volentieri a scuola. Si deve fare in modo che rispondano la verità, cioè cioè “no”, se non vengono volentieri, per poterne parlare.
Questo, forse, potrà aiutare il dialogo con lui. E' tutto molto difficile, ma se ci sono le condizioni, spesso e con il tempo riesce.
Buon lavoro! Non ti demoralizzare mai!

lunedì 11 ottobre 2010

La conquista del ruolo di insegnante. 108°.

Ecco, per chi insegna, un altro consiglio pratico sul quale riflettere.
Quando si insegna è importantissimo stabilire i ruoli. Per spiegarvi il concetto vi descrivo come mi comporto quando entro in una classe per la prima volta. Ognuno trovi il modo a lui più congeniale.
Quando entro, se c’è silenzio, vado alla cattedra e non mi siedo. Loro, quasi tutti, si siedono. Rimango in piedi, fissando quelli che si sono seduti. Dopo pochi secondi chiedo, gentilmente, come mai si sono seduti se io non sono seduta e non ho dato loro il permesso di accomodarsi. In realtà l'alzarsi quando entra l'insegnante ha l'unico scopo di stabilire il concetto che la persona che entra è qualcuno di cui notare la presenza. Se quando entrate continuano tutti a fare quello che stavano facendo, significa che per loro è indifferente la vostra presenza. È un po' come quando entra il direttore d'orchestra,i musicisti si alzano in piedi e il pubblico tace. L'ingresso in classe è il momento in cui si stabiliscono i ruoli: il mio è quello della guida, dell’insegnante. Il loro è quello di chi è guidato, di chi deve imparare. È importante che capiscano che il rapporto alunno - insegnante non è un rapporto simmetrico. Non siamo sullo stesso piano: siamo su piani asimmetrici, ma in un rapporto di reciproco rispetto. Il rapporto deve essere costruito giorno per giorno. Non esiste un rispetto che vi è dovuto per qualche motivo. L’insegnante deve desiderare una relazione positiva alunno – insegnante, perché è anche nel suo interesse raggiungerla, se vuole insegnare davvero. Il rapporto insegnante alunno non è un rapporto basato sul passaggio a senso unico dall’alto al basso; non si travasa; si offre e si chiede; si porge e si riceve. È un rapporto di reciproco scambio e di porzioni di vita, come se il nostro lavoro consistesse nel passeggiare insieme a loro per il pezzetto di strada di vita che capita di fare insieme. Anche loro ci danno quello che hanno, che possono e sanno dare; se sappiamo guadagnarcelo, ci danno emozioni, simpatia, perfino affetto, entusiasmo, forza. Anche quando ci stancano moltissimo. Ed è importante capire che queste convinzioni, se lasciate trasparire, sono il punto di forza del nostro insegnamento. I nostri alunni devono percepire con chiarezza il fatto che ci interessano.
Quando entro in classe, quindi, con poche frasi e in modo deciso e sicuro do delle istruzioni e chiedo di eseguirle. Ma lo faccio con il tono di chi sta aiutandoli ad imparare.

domenica 10 ottobre 2010

C’è una scuola. Seconda parte. 107°

C’è un’altra scuola media.
Le classi sono formate da 29 alunni e ogni professore se li trova davanti tutti insieme.Le aule sono state pensate per un massimo di 24 alunni, per cui gli spazi fra i banchi sono molto esigui e, necessariamente, gli zaini rendono difficile il passaggio e costringono chi deve raggiungere il banco o la cattedra ad esercitarsi nel salto degli ostacoli, a tutto discapito della sicurezza.Le pareti sono scrostate, sporche e scarabocchiate, e il colore bianco, verde/ foglia appassita, bordato del marrone di finti battiscopa non viene rinnovato da vent’anni. Ci sono solo due aule nella scuola che sono tinte di fresco (intendo con “fresco” un tempo di otto anni), perché c’è stato un anno in cui alcuni genitori hanno deciso di dipingere le aule da soli. Poi non si è più potuto fare perché nella scuola hanno saputo che se fosse accaduto qualcosa ai genitori l’assicurazione non avrebbe pagato neanche un centesimo. Le carte geografiche, quando ci sono, sono antiquate (ce ne sono alcune che hanno ancora l’Istria italiana, perché sono di una carta telata che dura molto e vengono passate di scuola in scuola chissà da quanto tempo) e pendono scompostamente dalle pareti, ma servono a coprire un po’ macchie varie e crepe. Ovviamente non sono quasi mai quelle che servono. No, non c’è la lavagna interattiva multimediale che permetterebbe di mostrare agli alunni tutte le cartine, tutte le fotografie e tutte le notizie utili.
Le porte, vuote all’interno, conservano il ricordo di pugni o calci di chissà quanti anni fa. E così accade per certe pareti di cartongesso, sfondate in più punti. Nel giorno dedicato alla open school gli insegnanti e i bidelli si affannano a coprire buchi, crepe e macchie con manifestini e cartelloni che, anche se sono strappati, sono sempre meglio. Perché, in quella scuola, invece di far vedere ai genitori la realtà, il preside ordina che la realtà venga nascosta.
I banchi non sono tutti uguali, perché convivono i superstiti di varie mandate di banchi: uno bianco con le gambe rosse, uno verde con la retina porta libri verde, uno beige con un ripiano colore legno, uno che dovrebbe avere la retina, ma non ce l’ha, uno doppio, uno singolo, uno alto, uno basso, uno leggermente inclinato. Contrariamente a quello che può sembrare, però, le forme e colori diversi non danno un senso di allegria, ma un senso di scomposto degrado. Quasi tutti i banchi hanno buchi, sono incisi o scarabocchiati con nomi e cognomi, con incitamenti a squadre di calcio o insulti e parolacce rivolti un po’ a tutti. Ci sono delle sedie piene di scritte con il bianchetto. Il bianchetto risulta essere come il maiale: non se ne butta via niente. Si usa dappertutto: sui diari, sugli astucci, sugli zaini, sulle penne, sulle gomme, sulle copertine dei libri e dei raccoglitori. Perfino sulle unghie. Ma anche sui banchi, sulle sedie e sulle pareti. E dove lo mettono rimane, perché per toglierlo ci vogliono tempo e bidelli, e mancano sia l’uno che gli altri. Entrando in una classe di quella scuola si viene colpiti dal fatto che i banchi sembrano costruiti apposta per essere inadeguati: così, il ragazzo alto in fondo ha un banco basso, una ragazza, laggiù, ha una sedia altissima che la costringe a stare gobba; una piccolina sta ore seduta in un banco alto che le arriva a metà sterno; e anche ad un’altra il banco arriva a metà sterno, ma perché le è toccata una sedia bassissima. Dal di fuori può sembrare che sia solo una questione di scambio dei banchi e delle sedie, ma in realtà, quando provano a fare dei cambiamenti, non trovano quasi mai l’abbinamento giusto. In generale, inoltre, è di gran disturbo il fatto che molti banchi e sedie fanno rumori e scricchiolii ad ogni movimento, perché le gambe di metallo traballano. Le sedie della cattedra sono scomodissime, e non è consigliabile mettere le gonne, perché sono piene di chiodini sporgenti o parti scheggiate che sfilerebbero le calze.
I grandi finestroni lasciano passare il gelo dell’inverno, perché sono piene di spifferi. A primavera inoltrata, ragazzi e insegnanti cominciano a morire di caldo e sono accecati dalla luce perché non c’è uno straccio di tenda. Allora capita che gli insegnanti siano costretti ad abbassare completamente gli avvolgibili (se ci sono e se non sono rotti), e a fare lezione alla luce dei neon. Quando un neon comincia a lampeggiare è segno che deve essere cambiato, ma nessuno arriva a cambiarlo per settimane e le lezioni devono essere svolte o al semibuio, se si decide di spegnere il neon difettoso, o alla luce intermittente, che si evita perché può diventare psichedelica. Lo stesso accade se si rompe un avvolgibile.
Il riscaldamento varia molto da ambiente ad ambiente: i termosifoni non sono regolabili e quindi rimangono alla stessa temperatura indipendentemente da quella esterna e dagli spifferi delle finestre. In un’aula sembra di essere alle tre di un giorno d’agosto in mezzo agli scavi di Pompei; in un’altra sembra di essere alle sette del mattino in mezzo alla tundra artica. E passando da un’aula all’altra il corpo cambia brutalmente di temperatura e questo causa malanni a non finire. E si può pensare che gli insegnanti stiano a casa: no, vanno a scuola mezzi febbricitanti e senza voce, rendendosi patetici agli occhi degli alunni, perché sanno che, se non è proprio indispensabile, devono andarci perché non c’è nessuno che li sostituisca. La tundra artica, d’inverno, al lunedì mattina c’è sempre, perché il riscaldamento viene chiuso durante tutto il week end.
Se i ragazzi guardano fuori dalla finestra vedono, a seconda della parte in cui si trovano: una carrozzeria/officina meccanica (non sarebbe neanche male, se non fosse per gli scarichi dei tubi di scappamento quando lasciano accesi i motori o danno accelerate parossistiche per provarli; una strada trafficata, un terrapieno; il piazzale nel retro di un supermercato.Nelle classi non c’è traccia di computer o di lavagne interattive.
C’è una lavagna nera, che non è neanche nera nera, perché probabilmente è un modello da poco, grigio scuro. Quando si scrive, quindi, si vede poco. Il cancellino è una semplice spugna da bagno, oltretutto piena di buchi, che viene pulita, credo, ogni settimana. Ed è per questo che quando si cancella, la scritta non viene cancellata, ma coperta da nuvole di gesso ad ogni colpo di spugna.
Ci sono due bagni maleodoranti per circa ottanta ragazzi e due bagni per altrettante ragazze. Questo costringe gli insegnanti a permettere continue uscite durante le lezioni. Ovviamente, non c’è carta igienica e i ragazzi devono accontentarsi del fazzolettino di carta che si portano da casa. Le porte, ogni tanto divelte per gioco, hanno dei buchi che permettono la vista verso l’interno e che quindi vengono “riparate” riempiendole di carta. I gabinetti alla turca vengono intasati, sempre per gioco, dagli oggetti più vari. D’altra parte, queste bravate stanno aumentando, perché nessuno può controllare i ragazzi che vanno in bagno durante le lezioni: i professori sono in classe e i bidelli stanno facendo i lavori che sono stati loro affidati. Certo non si può impedire di andare in bagno a un alunno che dichiara che “è urgente”; né si possono mettere le telecamere nei bagni.
I pochi laboratori sono spesso fuori uso perché non ci sono i soldi per riparare quello che si rompe. Ma le cose che scarseggiano, oltre alla carta igienica, sono moltissime: carta per fotocopie, inchiostro per stampanti, tecnici e operai per la manutenzione di tutto ciò che viene usato, per dirne alcune. Gli insegnanti, in quella scuola, si portano tutto il materiale da casa: fogli, penne, quaderni, matite, colori, pennarelli, libri. A loro spese, naturalmente.
Durante l’intervallo orde di ragazzi frustrati da ore di permanenza in aule scomode e in ambiente inadeguato, liberano la loro voglia di correre, saltando e inseguendosi l’un l’altro. C’è un insegnante per ogni classe, durante l’intervallo, che passeggia nel corridoio per la sorveglianza: e mentre dice a due di non correre, altri tre giocano a calcio, due si picchiano, uno inciampa, due ragazze litigano, uno strappa le foglie del ficus beniamino finto e uno quelle dell’edera vera. Ogni tanto un insegnante viene fatto cadere. Involontariamente, è ovvio, per assoluta mancanza di freni inibitori, ma intanto poi, quell’insegnante porta dolori alla gamba o al braccio o alla spalla per settimane e mesi.
Nei bagni dei ragazzi evitano di entrare le insegnanti e in quello delle femmine gli insegnanti. Ne consegue che quello che fanno là dentro è difficile da evitare. D’altra parte, oggi come oggi, c’è il rischio, per gli insegnanti, di essere accusati di andare nei bagni per curiosare come guardoni. Chi lo farebbe?
I ragazzi nelle classi hanno molti problemi: chi è molto timido, chi è iperattivo, chi è affetto da deficit dell’attenzione, chi è quasi abbandonato dalla famiglia, chi è straniero e non conosce la lingua, chi è portatore di handicap, fisico o mentale, non sempre certificato. Ma non ci sono terapisti, né psicologi, né psichiatri, né mediatori culturali, né insegnanti che potrebbero dare un supporto individualizzato. A parte, sempre meno, qualche ora di insegnanti di sosteegno.Cosicché, se uno o più di questi soggetti problematici decidono di alzarsi, urlare, lanciare sedie, parlare forte, picchiarsi, intervenire a sproposito, cantare, ballare, lanciare oggetti, intervenire continuamente, mandare a quel paese compagni e insegnanti, l’insegnante, anche il più esperto e il più preparato, dopo averle provate tutte, ma proprio tutte, non può fare altro che uscire dai gangheri e mettersi ad urlare, minacciare sanzioni perfettamente inutili e scrivere note sul registro di classe e sui diari. Non può chiamare un collega e, per esempio, uscire un momento con il ragazzo scatenato per farlo ragionare, o parlargli; non può dedicare la sua attenzione a chi ha bisogno di aiuto, perché, nel frattempo, perderebbe il controllo degli altri. È come se gli dessero da tenere venti patate bollenti con due mani: qualcuna cade per forza.
I professori, in quella scuola, non sono pieni di energie (le esauriscono presto), non sono pieni di entusiasmo (la frustrazione fa calare drasticamente l’entusiasmo), non sono neppure rilassati (diciamo pure che lavorare in quelle condizioni stresserebbe chiunque). Soprattutto non sono sorridenti, perché quello che vorrebbero dare ai ragazzi è ben altro. Vorrebbero aiutare tutti, ma l’impossibilità di farlo, l’essere costretti, per fare lezione, a punire gli alunni più disagiati è per loro una sconfitta che toglie la serenità.
Per trovare questa scuola media, dovete cercarla in Italia. E’ la scuola pubblica italiana, quella che ci passa il convento. Quella che i genitori non vorrebbero, ma invece di prendersela con il convento e pretendere maggiori risorse, se la prendono con i professori.
I genitori inferociti protestano. Mio figlio è caduto perché uno gli ha fatto lo sgambetto: dov’erano i professori? Un compagno di mia figlia fumava in bagno: dov’erano i professori? Un ragazzo di un’altra classe ha spaventato mio figlio nei bagni: dov’erano i professori? Mia figlia ha freddo: perché non alzate il riscaldamento? Nella classe c’è una grossa crepa: perché non la fate riparare? Mio figlio ha un deficit dell’attenzione: perché non lo seguite di più e non avete più sensibilità e comprensione? Mia figlia ha caldo: perché non comperate delle tende? Mio figlio ha portato un coltello a scuola: perché l’insegnante, invece di rimproverarlo, non gli insegna l’educazione? Mio figlio non capisce la lezione: perché il professore con gliela spiega meglio? Mio figlio non ha fatto i compiti, perché non li aveva segnati sul diario: perché l’insegnante non glieli segna lei, invece di fargli una nota?


venerdì 8 ottobre 2010

C’è una scuola. Prima parte. 106°

C’è una scuola dove ogni classe è formata da dieci alunni, in modo che ogni ragazzo può essere ascoltato e seguito personalmente dai professori.
Le aule sono ampie e luminose. Genitori, insegnanti e alunni, insieme, hanno deciso di dipingere ogni aula con colori pastello, tutti diversi, per distinguere le varie classi. Solo le tende delle finestre sono tutte uguali, azzurro chiaro. I banchi sono larghi 140 centimetri perché nella metà di sinistra il ragazzo può scrivere e nella metà di destra può usare il PC portatile che gli viene assegnato ogni inizio d’anno. Vengono forniti per le attività didattiche anche smartphone e Ipad.
Le sedie sono comode perché sono ergonomiche. Ogni aula è dotata di una lavagna LIM, che rende inutili le carte geografiche. Le pareti sono dotate di pannelli bianchi disposti a varie altezze, che scorrono su guide di acciaio e che possono essere utilizzate per l’esposizione di disegni, fotografie e cartelloni fatti dai ragazzi.
I finestroni, naturalmente con doppi vetri antirumore, hanno aperture basculanti o verso destra o verso l’alto, in modo da permettere l’aerazione dell’ambiente. D’inverno la temperatura è tenuta costante in ogni ambiente della scuola grazie a sensori e termostati, e d’estate ogni aula è dotata di aria condizionata.
I ragazzi, educatissimi, studiano tutti con piacere, interessati da docenti che si alternano spesso per non affaticarsi e riuscire così a mantenere costante il sorriso e l’entusiasmo. I ragazzi, se vogliono, possono fermarsi dalla mattina alle 8 alla sera alle 19. Chi lo desidera, al mattino, può fare colazione al bar della scuola e fermarsi a pranzo nel ristorante interno. Colazione e pranzo sono del tutto gratuiti. Il menù viene pubblicato sul sito della scuola il giorno prima e i ragazzi ordinano via mail ciò che sceglieranno il giorno dopo.
Durante il pomeriggio ci sono altri insegnanti, uno ogni cinque alunni, che si dedicano ad aiutare i ragazzi nei compiti e nelle lezioni , oppure che propongono attività culturali o ricreative per quando il ragazzo ha terminato compiti e lezioni.
I libri vengono forniti in duplice copia, perché ogni alunno possa lasciare una copia di tutti i libri a scuola, nell’armadietto personale, e una a casa.
La biblioteca, le palestre, il teatro, le aule e i laboratori - di musica, multimediale, linguistico, di scienze, di arte, di fotografia, e quelli multifunzionali sono completamente insonorizzati.
Ci sono , in quella scuola, anche aule relax, dove, durante gli intervalli, numerosi, si può ascoltare musica di ogni tipo o vedere film: ciò è reso possibile dal fatto che ogni poltroncina è dotata di lettore CD e DVD con cuffie individuali.
Gli intervalli, in alternativa, soprattutto nella bella stagione, possono essere trascorsi liberamente, passeggiando nel parco della scuola.
Gli alunni studiano tutti e il minimo problema viene trattato e risolto da un’equipe di psicologi e psicoterapeuti.
I genitori non hanno alcuna preoccupazione riguardo alla Scuola, perché pensano a tutto gli insegnanti, che sono a completa disposizione degli alunni e delle famiglie ogni giorno. Il sabato e la domenica solo su appuntamento.
Per trovare questa scuola media, dovete cercarla dentro la testa dei genitori, perché questa è la scuola media che pretendono in tanti. Anche se non fanno nulla per averla.
Ma fuori dalla scuola ce ne sono altri che protestano inferociti, perché i ragazzi – sostengono a gran voce - dovrebbero essere lasciati un po’ più liberi, di correre e di saltare. "Gli insegnanti li stanno rendendo troppo perfettini. Non sono mica automi!", urlano.

giovedì 7 ottobre 2010

La morte fa spettacolo. 105°

Una ragazzina è stata uccisa. Lo zio la desiderava, glielo aveva fatto capire o detto tante volte. Lei ha detto di no, con la sua voce ancora da bambina,una volta di troppo. Lui l’ha strangolata perché non ha voluto prestarsi a soddisfare il suo desiderio sessuale, dunque. Una Maria Goretti che non diventerà mai santa, perché non interessa a nessuno farne una santa. Quello che interessa, oggi, è fare di lei un business.
Il delitto è raccapricciante, ma lo è anche tutto quello che lo circonda. Una vicenda così tragica lascia senza parole, con un grande senso di orrore, di disgusto, di sconforto. Che bisogno c’è di suscitare la curiosità morbosa della gente con servizi sulla scomparsa, nel moderno gioco di società “scopri l’assassino insieme a noi”? E ora che lo stupido gioco del “giochiamo al detective” è finito, tutti a giocare al “condividiamo l’orrore”. Il passaggio dal “giochiamo al detective” al “condividiamo l’orrore” è avvenuto addirittura in diretta. Si è verificata la situazione, assurda oltre ogni limite, che la madre dalla ragazzina ha saputo in diretta che lo zio aveva confessato l’omicidio. E lo ha saputo mentre si trovava a casa dell’assassino: “quando il destino è pazzo”. La conduttrice del programma si è trovata in uno stato di tale confusione mentale che non ha saputo fare altro che chiedere alla madre se voleva che venisse interrotto il programma o no. Ma rendiamoci conto di questo: chiedere alla madre che ha appena saputo che sua figlia, la sua bambina, è stata uccisa, e immaginare la possibilità che scegliesse di continuare il programma. Uscita dallo stato di confusione, la giornalista si è resa conto della scemenza che le era uscita dalla bocca, e si sarà sentita mortificata. Ma non è colpa sua. Non sarebbe successo se non avessero fatto un programma del genere. Dal momento della notizia della conferma della morte le trasmissioni e gli articoli sul fatto si sprecano. Lo stesso discorso amplificato e ripetuto, quasi con le stesse parole, per tutto il giorno. E chissà per quanto tempo ancora. Seguiranno copertine e articoli sui settimanali con le più sdolcinate frasi. Verranno intervistati parenti e amici, inquadrati occhi lucidi o ragazzi singhiozzanti. Verranno inquadrati pupazzi fra mazzi di fiori, cartelli con messaggi d’amore. Tutto con lo scopo principale e inequivocabile di fare spettacolo. Perché la morte fa spettacolo e lo spettacolo rende. La bara, infatti, verrà salutata dagli applausi. E ogni giornalista offrirà un particolare in più. Il cadavere era saponificato. La ragazza era nuda. Il corpo era in posizione fetale. E, soprattutto: lo zio ha abusato di lei dopo averla uccisa. Non basta il mare di orrore che inonda tutti noi – madri, padri, insegnanti, zie, nonne, cugine, amiche – quando ci dicono della morte violenta di una ragazzina di quindici anni. No, ci vuole un oceano di orrore.
Adesso sto aspettando la domanda “Intende perdonare l’assassino di sua figlia?”.
Ma non la farà il prete, alla madre, durante la confessione - cosa, questa, che sarebbe logica- La faranno i giornalisti.
Immancabilmente. E stupidamente.

Ma che cosa sta succedendo nella Scuola? 104°

Le cose che vedo accadere sono sempre più strane. La prima volta ho pensato a un caso. La seconda a una coincidenza. La terza ho capito che sta succedendo qualcosa. Come ho già detto, a noi tirocinanti non spiega niente nessuno.
Ecco che cosa capita: dovete sapere che quando una classe ha l’ora di educazione fisica (oggi si chiama “scienze motorie”), l’aula rimane vuota. Non ci crederete: ci sono insegnanti che si intrufolano nell’aula e portano via un banco o una sedia per metterli nella loro aula. Mi è capitato di vedere sostituire anche una sedia della cattedra (una vecchia con una vecchissima). L’insegnante va, frega e porta nella sua aula. Mi ha dato l’impressione di vedere qui cani randagi che rubano un osso e lo vanno a seppellire. L’ora dopo l’insegnante che arriva non trova un banco o una sedia e manda un bidello (se lo trova) a fare indagini. Ma, essendo i banchi tutti uguali, non si riesce mai a scoprire chi ha rubato che cosa. Così, a sua volta, l’insegnante derubato appena può sottrae il banco ad un’altra classe.
Succede spesso, poi, che non ci sia neanche un insegnante che possa sostituire un collega assente. Ci si trova a sentire bussare alla porta e vedere la bidella che annuncia “Deve prendere questi dieci alunni, perché non sanno dove andare.” Le reazioni sono diverse a seconda dell’insegnante. “E dove li metto? Non ci sono i banchi e le sedie!” “Hanno detto di farli sedere in terra”. Allora c’è l’insegnante che ha conservato una certa combattività che continua a protestare “Ma chi l’ha detto? Io mi rifiuto di ordinare a dei ragazzi di sedersi in terra come i cani”, ecc. E così passa l’ora e non si può fare più niente. Ci sono altri, ormai vinti, che scuotono la testa e li fanno sedere, un po’ in terra un po’, i più minutini, in due su una sedia. Mi hanno detto che ieri una sedia, già malconcia, non ha retto il peso e i due sono caduti in terra. Questa volta è andata bene e nessuno si è ferito. Gli alunni “ospiti”, sono di altre classi, hanno i libri diversi (a volte sono anche di classi diverse, oltre che di sezioni diverse) e non sanno di che cosa si sta parlando, per cui cominciano a ridere e a chiacchierare per ingannare il tempo. E così passa l’ora e non si fa più niente.
Ma che cosa sta succedendo nella Scuola?
Sono demoralizzata.
Beatrice.

lunedì 4 ottobre 2010

Il trionfo del cafone. 103°

Che la nostra sia la società della cafonaggine non c’è dubbio, credo. Solo che i cafoni non lo sanno e pensano di essere raffinati.
Un tempo la cafonaggine si limitava al sollevamento del mignolino quando si sorseggiava una grappa (per gli uomini) e un amaretto (per le donne).
Guardatevi intorno: cafoni in ogni dove.
Un tizio su una monovolume taglia la strada a un fuoristrada. Il tizio sul fuoristrada dà il via alle trombe pluritonali del suo clacson fuorilegge e il proprietario della monovolume apre il finestrino e sfodera il dito medio in tutta la sua fiera lunghezza.
Là c’è uno che sghignazza rumorosamente, qua c’è un gruppo di ragazze che invadono il marciapiedi, fregandosene dell’anziana signora, con carrello della spesa, che non può passare. Nell’altro marciapiedi un uomo in carriera urla al telefono con un qualcuno al quale rimprovera qualcosa che sta a dimostrare – pare – la di lui difficoltà di comprensione (“non capisci un cazzo” sono le parole precise).
E non è l’unica telefonata che siamo obbligati ad ascoltare a causa del volume altissimo di chi parla al cellulare. Che ci troviamo per la strada o in casa, si sentono tutti i fatti degli altri. Volenti o nolenti. Al ristorante, dal parrucchiere, in treno, in farmacia, persone di ogni età che urlano al telefonino come se urlassero dalla finestra. E urlano anche dalla finestra, se va per questo. Ragazzi che avvertono la fidanzata del loro arrivo con quattro bei colpi di clacson e che la salutano a mezzanotte con due colpetti ravvicinati quando la riaccompagnano a casa e la vedono scomparire dentro al portone. Cafoni in piazza della Signoria e in tutte le altre piazze italiane, e cafoni nelle piazze televisive e in quelle virtuali.
I cafoni posteggiano dove è vietato, compresi gli spazi per portatori di handicap; spingono o passano avanti nelle file; tengono la radio o il televisore a tutto volume, anche nelle ore di riposo; non rispettano l’ambiente e strappano, sporcano, inquinano; non raccolgono gli escrementi dei loro cani o li lasciano liberi anche dove ci sono bambini piccoli.
Ci sono cafoni sbraitanti perfino in Parlamento.
Ma, a pensarci bene, non c’è da stupirsi della presenza di cafonaggine parlamentare. I parlamentari rappresentano gli italiani.
E i ragazzi assistono a tutto questo “trionfo del cafone”, e imparano.
La società sta allevando cafoni.

Un cane non vale niente. 102°

Un cane è un animale. E su questo non si discute.
Ma quando il cane entra in casa nostra, noi adattiamo la nostra vita alla sua e lui ci dedica tutte le sue attenzioni e tutto il suo affetto. Allora diventa una persona, un figlio, un fratello, un amico. Vive la nostra stessa vita.
Non starò qui a ricordare quanto il cane sa dare all’Uomo. E aggiungerei “incondizionatamente”. Né dirò di quanto l’Uomo sa essere crudele e ingrato con il cane, qualche volta. O quanto sa amarlo con tutto il cuore, il più delle volte.
Ho visto una anziana donna che vagava per le strade buie della città ormai deserta, chiedendo aiuto, con un cane fra le braccia che non dava segni di vita. E ripeteva “aiuto, aiuto, sta male” come se l’esistenza stessa di tutto il mondo dipendesse dalla sopravvivenza di quel suo compagno di vita che lei non sapeva rianimare. Era una specie di “Pietà” vivente.
Abbiamo letto in questi giorni che Maya, una femmina di siberian husky di nove anni, era stata operata per un tumore. L’operazione, sbagliata, ne aveva provocato la morte. La proprietaria del cane ha fatto causa al veterinario, chiedendo che le fossero riconosciuti i danni morali. Ma il giudice, pur confermando le responsabilità del veterinario, non ha concesso i danni morali perché “non si tratta di un diritto inviolabile”.
Che cosa dire?
Se l’orologiaio le avesse rovinato il Rolex, la signora avrebbe vinto la causa.

venerdì 1 ottobre 2010

Se le modelle sono magrissime. 101°

Ci risiamo. Credevo che in Italia si fosse finalmente fatta largo l’idea che la moda doveva smetterla di far sfilare manichini di ossa. Credevo che si fosse capito che proporre modelle cadaveriche come modelli di bellezza era pericoloso. E invece niente. Ci risiamo. Hanno fatto sfilare di nuovo modelle cadavere. Non c’è pudore, non c’è vergogna, non c’è il minimo senso di responsabilità nei confronti dei ragazzi che guardano. Il business è business. Il vestito deve “piombare”, non fare pieghe e quindi si fa indossare a un manichino invece che a una persona. E siccome il manichino di legno è troppo rigido e comunque non cammina, si costringono modelle quasi bambine a diventare manichini viventi. A queste giovanissime illuse si promettono soldi e notorietà (ad alcune neppure questo), ma si esige che mantengano la taglia 32 o 34. E non importa se questo diktat le costringe a non mangiare e a mangiare tutto il contrario di quello che servirebbe a mantenere sano il loro sfortunato corpo. Non importa se mette in pericolo la salute e la vita stessa di quella modella adolescente, di cui magari i genitori vanno tanto fieri perché sfila a Milano. Basta che il vestito cada bene. Il reggiseno non serve, perché il seno non c’è. Il corpo scheletrico ha un profilo ultrapiatto come se fosse un televisore di ultima generazione, e la schiena e il petto si confondono in una specie di double face. E’ bello?
Le signore, i signori e i signorini del mondo della moda vedono sfilare le internate di Auschwitz vestite a festa, e invece di inorridire, di alzarsi e di andarsene urlando e piangendo, applaudono l’abito o il cappellino, si scambiano sorrisi di apprezzamento e si segnano il modello preferito, ignorando totalmente il manichino umano con tutta la sofferenza, l’anoressia, il rischio di infarto, di tossicodipendenza, di suicidio, di morte che si nasconde dietro quel broncio o quel sorriso, a seconda dello stilista.
Se le modelle sono magrissime di chi è la colpa?
In questa società, quella che mostriamo ai nostri figli, molto spesso il re è nudo, ma troppi sembrano non accorgersene.

DESIDERI ESSERE AVVERTITO VIA MAIL DELLA PUBBLICAZIONE DI NUOVI POST? Inserisci la tua email

ULTIMI COMMENTI

La professoressa Milani è anche su facebook.

La professoressa Milani è anche su facebook.
CHIEDETELE L'AMICIZIA!!

Archivio blog dove potete leggere tutti i blog dal primo, del 31 maggio 2010