La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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martedì 30 novembre 2010

Il privilegio e l’onere dell’insegnamento 131°

Il nostro è un lavoro faticoso. Mi creda sulla parola chi non è insegnante. La responsabilità che sente un professore che vuole essere serio è grande: non dobbiamo insegnare solo una materia. Dobbiamo dare degli strumenti per la vita. Se sbagliamo, l’errore può avere conseguenze anche gravi.
Però abbiamo un privilegio che è il rovescio della medaglia: quando riusciamo a dare qualcosa di buono ai nostri alunni è qualcosa di importante.
Una bella fetta di ciò che noi siamo ci viene dato dai genitori, è vero. Un’altra fetta ci viene dalle opportunità o dagli ostacoli che la vita ci mette di fronte. Ma c'è una fetta che ci viene data dagli insegnanti. I maestri, i professori che incontriamo sulla nostra strada.
Ogni volta che rivedo un uomo che è stato mio alunno, mi viene da guardarlo come se quello che è diventato fosse anche merito mio. Mi sento fiera di lui e di me. So che una parte della sua vita è coincisa con la mia, e nessuno potrà negare questa verità. Nessuno potrà negare che qualcosa devo pure avergli lasciato. E questo vale anche nel caso in cui la sua vita abbia preso una brutta piega. Nessuno può negare che c’è la possibilità che, se io avessi fatto per lui qualcosa di diverso, forse la sua vita sarebbe stata migliore. Mi sento in colpa, penso che forse avrei potuto fare meglio, fare di più.
Ma, se siamo stati una bravi insegnanti, e se abbiamo fortuna, capita molto di rado.
Questo è il privilegio che abbiamo. Non certo le ferie lunghe o l’orario breve.
Abbiamo il privilegio di contribuire a costruire delle vite.
E abbiamo l’onere di sentire che potremmo rovinarle.
Non è poco.

lunedì 29 novembre 2010

Ripropongo il post 68°

Ripropongo il post n° 68, per chi ha iniziato a seguirmi dopo agosto. Di questi tempi,leggendo di pensioni sempre più lontane e di stipendi congelati, mi vengono in mente le stesse parole. Eccolo:

Gli anni della pensione .68° 2 agosto 2010
Da quando ho saputo che dovrò andare in pensione a sessantacinque anni mi girano i pensieri. E non solo quelli. Non solo si vuole obbligare un'insegnante a trascinarsi a scuola con i piedi doloranti per l'alluce valgo, con i problemi circolatori di quarant'anni di vita sedentaria, con le preoccupazioni (di cui parla anche la pubblicità) per le piccole perdite, per la dentiera che balla, perché senti i suoni ma non capisci le parole. Ma si parla anche di aumentare ulteriormente gli anni necessari ad andare in pensione. Follia pura. Ingiustizia pura. Vogliono mandarci in pensione, insegnanti e non, quando la nostra vita non ha più un vero e proprio futuro. Non voglio dire che a sessantasei anni sei finito, no. Ma certo non mi si può dire che dopo i sessantacinque viene il meglio.
Analizziamo la nostra vita di lavoratori. Chi ha studiato si è sacrificato sui libri , ha speso, è vissuto sulle spalle dei genitori, non ha guadagnato per anni. Chi non ha studiato ha cominciato presto a guadagnare, ma ha iniziato presto anche a capire quanto è faticoso procurarsi la pagnotta con il lavoro.
Loro, quelli che vogliono aumentare gli anni della pensione, quelli che portano se stessi come esempio di come si può lavorare anche oltre i settant’anni, che cosa hanno fatto? Se non erano già ricchi di famiglia lo sono diventati. Loro lavorano nei luoghi dove noi vorremmo tanto andare in vacanza anche solo per tre giorni. Si incontrano in alberghi a cinque stelle lusso, cenano in ristoranti che noi abbiamo visto solo dal di fuori; comperano regali per mogli e amanti in negozi davanti ai quali noi non ci fermiamo neanche, perché da dietro le vetrine ci guardano male come per dire “togliti, che cosa guardi? Sei ridicolo! tanto non puoi comperare niente e vestito così ci fai sfigurare”. Sono riveriti, fotografati, acclamati (e non si sa per che cosa). Vivono in ville nascoste da parchi e gli accompagnatori turistici ce le indicano con la mano dicendoci che quella è la villa del tal personaggio politico (così possiamo respirare un po’ dell’aria che respirano loro); o vivono in un appartamento in condomini super lusso (a qualcuno glielo hanno regalato a sua insaputa) dove la cuccia del cane è più costosa di casa nostra.
Mangiano bene, si vestono bene, trascorrono vacanze su mega yacht, sempre rigorosamente al fresco dell' aria condizionata. E se l’aria condizionata fa loro venire un torcicollo, vengono prontamente unti e massaggiati. Il loro importante corpo viene monitorato dai migliori specialisti e, in caso di malattia, se qui in Italia non c’è lo specialista più qualificato, viene trasferito all’estero in una clinica, ovviamente privata (a spese di chi?) dove viene rimesso a nuovo.
Questi signori mandano i figli nelle scuole private, non perché siano migliori, ma perché lì vengono fatti confluire i contributi statali e perché lì si trovano fra di loro, lontani dai nostri figli e dai figli degli extracomunitari, che un giorno saranno i loro servitori. Quando i loro figli saranno grandi, infatti, anche se saranno delle scarpe o delle trote come studenti, troveranno pronto per loro un lavoro prestigioso: quello di dirigenti. Dirigenti dei nostri figli. Andranno in pensione quando vorranno. E, se si saranno dedicati alla politica, se saranno parlamentari, anche dopo due legislature.
E dicono a noi che è giusto che andiamo in pensione a sessantacinque anni o più. Dicono che dobbiamo fare il sacrificio. Altrimenti siamo dei fannulloni.

domenica 28 novembre 2010

Post 115° con COMMENTI da IL FATTO QUOTIDIANO

Cari lettori, poiché in questi giorni si parla di eutanasia, ho deciso di inserire i commenti al post "Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115°", che hanno scritto sul sito gli utenti de IL FATTO QUOTIDIANO.

Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115°: "Qualche sera fa una cena con amici si è trasformata in una tavola rotonda tutt’altro che allegra sul tema dell’eutanasia. Capita, quando vie..."

Le mie amiche. 130°

Le mie amiche, vecchie e nuove.
Per noi donne le amiche sono più importanti che per gli uomini, credo. Ci sono cose che ad un uomo non si possono dire, anche se sono attenti e sensibili. Gli uomini sono più pratici, non amano tanti giri di pensiero. Vanno al sodo. Ma a volte, nella nostra vita di donne, di ragazze, di giovani, di madri, di mogli, di nonne, non tutto può andare subito al sodo.
Le amiche sono quelle con le quali dividiamo il peso della vita.
Sono come sorelle. E a volte sono sorelle.
Le mie amiche, prima di tutto, sono quelle che sono nate nell’adolescenza e sono ancora nella mia vita. Quelle insieme alle quali sono diventata grande, quelle che hanno condiviso paure e incertezze.
Le mie amiche non hanno bisogno che ci frequentiamo, se la vita ce lo impedisce perché viviamo lontane.
Quando vado da loro per un problema, anche dopo anni, mi fanno accomodare, mi preparano un caffè e mi ascoltano, senza preamboli, con tutta l’attenzione del mondo, come se ci fossimo viste il giorno prima.
Le mie amiche sono quelle che quando mi incontrano si illuminano e sorridono, contente di vedermi.
Condividono le mie gioie, i miei problemi, le mie preoccupazioni.
Mi telefonano se non mi sentono per un tempo superiore al normale.
Compaiono sempre nel momento del bisogno, anche se non le chiamo.
Mi dedicano del tempo, senza farmelo pesare, nonostante ne abbiano pochissimo.
Tengono in gran conto i miei consigli, anche quando decidono di non seguirli.
Le mie amiche sono quelle alle quali desidero raccontare subito, senza aspettare, le novità più belle e quelle più brutte.
Ci scambiamo un’occhiata e ci capiamo.
Mi accettano come sono, con tutti i miei difetti.
Mi fanno sentire che non mi giudicano, se sbaglio.
Raccontano a tutti i miei successi e a nessuno i miei insuccessi.
Le mie amiche sono fiere di me per quello che so fare. Ma non si vergognano per le mie difficoltà.
Le mie amiche sono quelle che imparano sempre qualcosa da me, e mi insegnano sempre qualcosa.
Le mie amiche litigano con me, se è necessario, perché non lasciano in sospeso nulla. Mi dicono le cose in faccia e non dietro le spalle.
Mi ascoltano con pazienza quando sono arrabbiata e mi devo sfogare.
Ridono insieme a me quando racconto qualcosa che mi ha fatto ridere.
Le mie amiche sono quelle che hanno incrociato la mia vita già da adulte e hanno saputo vedere in me la stessa scala di valori.
Grazie a tutte le mie amiche.

sabato 27 novembre 2010

Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone. 129°

Non è una novità. Uomini che picchiano le donne. Mariti e fidanzati che picchiano le loro donne. Che le violentano. Che le puniscono. Credo che sia così dall’età della pietra.
Le schiaffeggiano, le riempiono di calci e pugni, fanno loro gli occhi neri, le trascinano per i capelli, le tengono prigioniere, le stuprano, le lasciano senza mangiare, spaccano loro le gambe, le braccia, le costole, lo sterno. Le sfregiano. Le perseguitano.
Perché tacciono, queste donne? Perché continuano ad urlare di dolore e di paura, a vivere nel terrore e nell’orrore?
Un tempo non potevano ribellarsi perché se erano fidanzate non era data loro la facoltà di lasciare l’uomo che ormai le aveva scelte. Non avrebbero più trovato un altro, perché erano “già usate”. Se erano sposate – peggio - sarebbero state puttane che lasciavano il marito, e, soprattutto, i figli. Non avrebbero avuto possibilità di mangiare perché non lavoravano, e la loro famiglia non le avrebbe più riprese in casa perché “una donna ha il dovere di stare sempre con il marito”. Poi c’era l’abbandono del tetto coniugale. C’era il “delitto d’onore” a ricordar loro che se le cose finivano male l’uomo aveva la sua bella giustificazione pronta, sociale e legale.
Ma oggi? Perché neppure oggi è tanto facile ribellarsi e liberarsi.
Oggi ci sono notizie di persecuzioni nei confronti di donne da parte di mariti, fidanzati, che non sanno accettare un rifiuto o un abbandono. Diventano furibondi come animali feriti, con ferite nell’orgoglio che sono peggiori di quelle che si potrebbero loro procurare nelle carni. Ci piace usare il termine “stalking”. Ma se usiamo una parola inglese la sostanza non cambia. Anzi, forse contribuisce ad ingentilire il gesto alle orecchie italiane e non so se è proprio un bene. Lo stalking a volte finisce in omicidio.
L’uomo, impazzito di gelosia, furibondo per l’affronto di essere stato respinto, affonda il coltello nel corpo della donna e la cancella dal mondo. No, non può esistere una donna che lo ha respinto, che gli ha preferito un altro. O sua o di nessuno. Deve cancellarla dalla faccia della Terra. Affondare sessantasei pugnalate nel corpo di una ragazza significa riempire un corpo femminile di ferite in ogni parte. Non significa soltanto “uccidere”. Significa continuare a colpire con rabbia furibonda per più di un interminabile minuto. Significa continuare a ricevere addosso il sangue che schizza, sulle mani, sul viso, senza riuscire a fermarsi. Come può esistere una violenza così?
Della violenza sulle donne è intrisa ogni parte del mondo. Anche l’Italia. Non consola il fatto che ci siano perfino violenze peggiori. E non diciamo che qui ci sono le leggi. Sappiamo tutti che se uno va a denunciare il marito che la picchia e lui dice che non è vero, la cosa finisce lì. Se esagera, allora arrivano dei provvedimenti restrittivi, l’ordine di non avvicinarsi alla donna, di non vivere nella stessa città. Ma a volte non basta. Finisce che l’ammazza e noi diciamo “Ma perché non lo ha denunciato?”. Il Bruno Vespa di turno ci fa un talk show, si gioca al piccolo investigatore e poi tutto finisce lì.
Gli uomini – certi uomini – non picchiano solo le fidanzate, le mogli, ma anche le figlie. Figlie che considerano “proprietà privata”, “loro donne”. Il padre deve comandare, essere rispettato. Altri uomini non possono mettere gli occhi su quella ragazza che “deve fare quello che dice il padre”. Non deve vestirsi e truccarsi come una puttana.
Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone. Donne da educare perché diventino come le vuole l’uomo. Donne da far prostituire, obbligate ad “essere carine”, con il cliente, obbligate ad abortire, a fare sesso a comando.
Donne da picchiare. Non per niente un tempo si diceva “una donna non deve essere picchiata neppure con un fiore”. Ora non si sente più dire.
Donne proprietà privata degli uomini. Ad un certo punto le donne hanno urlato “Io sono mia!”. Ma non è servito. Non si sente più neanche quello. Forse sarebbe il momento di ricominciare a dirlo.
Viviamo in un mondo in cui, sempre di più, la donna deve essere velina, accompagnatice, escort. Oca. Deve essere gnocca. E questo, a pensarci bene, significa che l’uomo è superiore e, come tale, deve far rigare dritta la donna, moglie, fidanzata, amante o figlia. Deve punirla se sbaglia.

mercoledì 24 novembre 2010

Come comportarsi con un'alunna difficile. 128°

Sandra mi scrive:
“Salve collega,
le racconto cosa mi è successo oggi con la speranza di avere un chiarimento
data la confusione che ho in testa adesso.
Sono un’insegnante di sostegno e seguo per sei ore una ragazzina di seconda media che ha
un atteggiamento di strafottenza e che pretende di fare quello che dice, vuole
lei come e quando vuole. Dopo alcuni scontri iniziali che, addirittura la portavano ad impedirmi di
vedere i suoi quaderni, a rifiutare il mio aiuto, ora riusciamo a lavorare.
Qualche volta la assecondo cercando di farle fare le cose con la promessa di
esaudire qualche sua richiesta, altre volte lasciandola perdere e non
ascoltandola nemmeno quando è lei a chiedermi qualcosa.
Oggi ho supplito per un’ora nella sua classe una collega assente. Gli altri
lavoravano, lei ha cominciato a dire che aveva perso una penna e che se non la
trovava il padre l'avrebbe fatta morta (cose per attirare l'attenzione) poi
finita la storia della penna, ha cominciato ad alzarsi e dopo vari richiami si
è seduta, poi viene e mi chiede di sedersi accanto ad una compagna sola nel suo
banco. Risposta: No, siediti al tuo posto.
Lei prende e si va a sedere vicino alla compagna che voleva lei. Allora io ho
detto “Scusa Maria(nome della compagna), ti siedi per favore al posto di Sabrina
(ragazzina che seguo)” e lei ha risposto: “Perchè?” “Perchè nessuno ha detto a Sabrina di sedersi accanto a te.” Allora Sabrina ha preso le sue cose e si è andata a sedere al suo posto dicendo: “Basta non ce la faccio più! mi ha rotto i coglioni ...cazzo” urlando e piangendo. Poi nel pomeriggio ho
chiamato la mamma e le ho detto a livello informativo quello che è successo.
Ora mi chiedo, anzi le chiedo:
1. posso essere contenta perchè, anche se ad un costo alto, alla fine l'ho
fatta sedere dove volevo io ? Perché ho dimostrando comunque che lei non l'ha
avuta vinta e che si è arrabbiata più lei di me? O forse devo essere
sconcertata per questo atteggiamento che ha avuto con me e che non ha con gli
altri colleghi, che comunque cercano anche di assecondarla o ignorala?
2 Cosa farò domani entrando nella sua classe? non andarmi nemmeno a sedere
vicino a lei o sedermi e fare finta di niente?
Ho trent'anni, trentuno per la precisione. Sono tre anni che insegno e sembra che l'esperienza non mi abbia insegnato niente nonostante la mia buona volontà di imparare e migliorare. Tutto questo è avvilente ....
Spero mi risponda e mi chiarisca, alla luce delle sua preziosa esperienza, le mie poche confuse idee. Grazie. Sandra”

Cara Sandra, da quello che mi racconti mi sembra che ci sia stato qualche errore iniziale.
- Se Sabrina ha l’insegnante di sostegno solo per sei ore significa che ha un problema, di apprendimento e comportamentale, lieve. Ma un problema lo ha. Tu ne parli come se non avesse particolari problemi e si trattasse di una ragazzina capricciosa.
- Mi sembra che Sabrina non rifiuti te, ma l’insegnante di sostegno. Con l’esperienza imparerai ad accorgertene e penserai fin dall’inizio a qualche strategia perché l’alunno che ha sostegno non noti che sei lì per lui. Credo che per questa volta sia troppo tardi. Ma puoi provare a rimediare dedicandoti ad un gruppetto di alunni. Queste sono strategie che si concordano con gli insegnanti, fuori dall’aula. Quindi potresti parlane con gli altri e dir loro che la ragazza rifiuta il tuo aiuto e che perciò vuoi provare ad allentare la tensione aiutando qualche altro alunno, per qualche lezione.
- In generale, se all’inizio dell’anno percepisci che l’alunno non accetta l’aiuto dell’ insegnante di sostegno (che lo fa apparire – secondo lui – “scemo”) non devi assolutamente sederti vicino a lui, all’inizio. D’altra parte l’insegnante di sostegno è di sostegno alla classe tutta, quando c’è alunno che ha problemi, per esempio di apprendimento o di comportamento.
- Quando un alunno si comporta in modo strano, si mette a cercare una penna per attirare l’attenzione, parla forte, fa dispetti plateali, devi cercare di capire perché lo fa. E devi lavorare su quel problema. Quindi, di fronte agli altri devi comportarti in un certo modo (“Adesso smettila di cercare la penna. Se non la trovi parlo io con tuo padre, non ti preoccupare”) e dentro di te accettarla con le sue difficoltà e vederla come un’alunna che chiede aiuto. Devi volerla aiutare, e non rifiutarla, perché è difficile da gestire. Al di là del primo momento di rabbia (che può capitare a tutti ma non si deve lasciar trasparire) ci deve essere in te la consapevolezza che un alunno che si comporta male sta mostrando disagio e sta chiedendo aiuto anche se ti urla “mi ha rotto i coglioni”.
- È importante che tu consideri una sfida ogni difficoltà che incontri. Quando ti senti in difficoltà devi accettare di provarla e poi chiederti “Come posso fare? Devo trovare un modo per superare questo ostacolo!”. Insegnare è difficile. Chi non prova crede che l’insegnamento consista nell’entrare in classe e spiegare un argomento: quella è la parte più facile. Il difficile è affrontare la classe nel suo insieme e contemporaneamente ogni alunno nella sua individualità. Sarebbe più facile se si potesse fare una cosa per volta. Ma non si può.
- Hai fatto bene a rendere chiaro a Sabrina che tu sei l’insegnante e lei l’alunna. Anche se c’è stato uno scontro. Se avesse cercato di convincerti avresti potuto concederglielo. Ma così, sei stata costretta a negarglielo. Anche perché probabilmente non voleva tanto andare a sedersi accanto a Maria, quanto allontanarsi da te.
- Che cosa devi fare domani? Dedicarti a qualcun altro. Puoi entrare in classe e chiamare fuori dall’aula un paio di alunni (è meglio che te li segnalino i colleghi). Ma assolutamente devi evitare che sembri una ripicca. Soprattutto, non deve essere una ripicca. Deve apparire come una necessità del giorno. Per esempio prega il collega della prima ora di chiederti davanti a tutti se puoi aiutare Tizio e Caio. Aiuterai loro, quel giorno. Sabrina forse si domanderà il motivo di questo cambiamento. Te lo ripeto: fai in modo che non sembri una vendetta. Guardala e fai un cenno di sorriso.
- Appena possibile, durante la mattinata, chiedi a Sabrina di uscire con te dalla classe. Non rischiare che ti risponda male e dica “Non ci vengo”. Devo ancora conoscere un alunno che non voglia uscire per fare qualcosa da qualche altra parte, ma è meglio non rischiare. Entri e dici: “Mi servirebbe uno di voi per aiutarmi un momento in biblioteca.” Poi fingi di cercare con gli occhi qualcuno e chiedi a Sabrina e ad un’altra di venire con te. Appena fuori dalla classe dici “pensandoci, basta una sola.” E mandi in classe l’altra. Trova un posto dove parlare con Sabrina. Non appartato: è arrabbiata, potrebbe poi mettersi ad urlare che l’hai offesa. Vai in lugo dove tu possa parlare in privato, ma davanti agli occhi di tutti. Chiedile che cosa le è successo ieri. Perché si è rivolta così sgarbatamente. Dille che non hai preso provvedimenti disciplinari perché hai capito che è stato un momento in cui ha perso il controllo. Falle capire che la vuoi assolutamente aiutare. Lasciala parlare. Rimani calmissima e usa un tono amichevole, ma non “da amica”. Sei un’insegnante, ricordalo. Dille che sai come si sente e cerca di descriverle come si sente (qui sta a te capire come può sentirsi).
Se riuscirai a sentire la sua sofferenza e la sua richiesta di aiuto, al di là del comportamento che tiene, e se lei riuscirà a percepire che vuoi aiutarla, andrà tutto bene, vedrai.
Non ti scoraggiare. Insegnanti non si nasce. Si diventa.
Fammi sapere.

“Mi hai stufato! Non ti sopporto più!!”. 127°

Scena: grandi magazzini.
Personaggi principali: una madre e un padre all’incrocio fra il corridoio 2, dei detersivi e il 3, della profumeria, fermi, con amici incontrati per caso, che si raccontano le ultime novità; un bambino di tre o quattro anni, lasciato solo e libero come il vento di vincere la noia mortale scorrazzando a destra e a sinistra senza controllo.
Atto unico: il bambino, saltando fra gli scaffali, fa cadere una bottiglia di bagnoschiuma ai frutti di bosco. Ed ecco che la commedia si trasforma in dramma: di corsa, la mamma (più spesso del padre) raggiunge il piccolo, lo prende per un braccio, lo strattona, lo schiaffeggia e gli urla: “Mi hai stufato! Non ti sopporto più!!”.
Sipario.
Ma pensiamoci attentamente. Il bambino avrebbe dovuto stare lì in piedi, fermo fra le gambe di quegli adulti chiacchierini?
I diritti imperanti sono quelli dei bambini e dei ragazzi, ma anche quelli dei genitori: da un lato c’è il diritto di divertirsi un po’ dopo una settimana di lavoro e dall’altro bambini piccoli che dormono su una panca, nella confusione delle pizzerie sovraffollate del sabato sera; da un lato, il diritto dei genitori di rilassarsi e abbronzarsi, dall’altro bambini in carrozzina, sotto il sole cocente delle tre del pomeriggio d’agosto, che urlano, invano, per il disagio; da un lato, il diritto della mamma di andare in palestra, dall’estetista, dal parrucchiere per essere un po’ in ordine, e dall’altra i ragazzi da seguire che vengono lasciati soli ad arrangiarsi come possono. Diritti sacrosanti quelli di tutti. Ma a volte il diritto di uno si scontra contro il diritto dell’altro e bisognerebbe scegliere. Ma spesso non si sceglie: si va avanti così, come torna meglio, senza pensare alle eventuali conseguenze.
La conseguenza principale è un esercito di maleducati. Proprio nel senso di male educati.

domenica 21 novembre 2010

La Cultura aiuta a vivere e la Scuola è maestra di vita. 126°

La Cultura aiuta a vivere. E la Scuola è maestra di vita.
Un ministro della Repubblica italiana ha detto che “la cultura non si mangia”. Mi trovo disorientata. Prima di tutto non sapevo che qualcuno avesse detto che la cultura era commestibile. Fino a quel momento credevo che il pane nutrisse il corpo e la cultura nutrisse lo spirito. Mi sovviene anche il discorso del “non di solo pane vive l’Uomo” che è sempre sembrato valere anche per chi non è religioso. Evidentemente per certi economisti e ministri non vale.
Per certi economisti e per certi ministri non è la Scuola, che è “maestra di vita”, ma la pubblicità, la televisione. Anche questo mi confonde. Mi confonde come madre e come insegnante.
Ma allora, che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli? È l’economia che deve essere maestra di vita? Allora dobbiamo insegnare che l’Uomo deve raggiungere la felicità attraverso il denaro. Se hai denaro sei felice e sei qualcuno. Se non hai denaro sei una nullità infelice.
La Cultura serve a poco, dunque. Come la Scuola. E allora che cosa dobbiamo insegnare? Me lo chiedo di nuovo e ve lo chiedo.
Vediamo se ho capito bene quello che ci suggeriscono di pensare: i libri sono veicolo di cultura, ma non si mangiano e perciò va benissimo spendere per comperarli, ma non serve leggerli.
Il teatro è cultura, ma non si mangia. Da eliminare.
L'archeologia è cultura? Sì, ma in Italia ne abbiamo tanta, forse un po' troppa. Conservare tutto è impossibile. Roba che sta su dal 79 d.C. non può essere proprio perfetta, dai. Se ogni tanto crolla qualcosa è normale. Non è il caso di farci su un polverone.
La musica è cultura, ma non tutta. La lirica ormai ha fatto il suo tempo e non è il caso di sprecarci su dei finanziamenti per pagare fior di soldi dei professori che suonano roba vecchia. La musica leggera, quella sì, è cultura. Quella deve essere finanziata perché alla gente piace. Ci sono tanti cantanti che vengono giudicati dal fior fiore degli specialisti e possiamo stare tranquili che se si dice che uno ha il fattore X, è davvero bravo. Ci sono dei luminari dello spettacolo come Maria de Filippi, d’altra parte, che sanno bene chi è bravo e chi non lo è, e quindi si può stare tranquilli.
Il cinema è cultura, ma se fa riflettere o mostra la realtà più brutta intristisce e non va assolutamente bene. Niente finanziamenti al cinema impegnato. Bene il cinepanettone, invece, perché mette allegria e quando uno è allegro vede tutto rosa. La televisione è cultura? Sì, certo. Ma è ora di smetterla con i programmi dove si discute di politica o si fanno inchieste sulle cose che non vanno. Prima di tutto perché non c’è niente che non vada. Poi, si sa che le inchieste giornalistiche sono tutte costruite ad arte per confondere gli spettatori per motivi politici, e i programmi dove si discute di politica non sono altro che cumuli di menzogne. Come possono delle bugie essere cultura? Se proprio dobbiamo discutere è molto culturale fare delle belle inchieste sui morti ammazzati, per vedere se è stata la mamma, o lo zio, o la sorella, o la moglie o uno che passava di là.
A Scuola si fa cultura? Ma certo! Però, si sta fin troppo tempo a scuola. Se si sta tanto a scuola va a finire che c’è qualche professore che si mette in mente di far pensare i ragazzi con la loro testa e questo non va. Cosa possono sapere i ragazzi? Bisogna dir loro quello che devono considerare cultura, quello che devono fare, leggere, guardare, pensare. Altrimenti, che cosa significa che la Scuola “è maestra di vita”? Una maestra spiega e l’alunno ripete. È così che deve essere la Scuola. E poi, diciamocelo: se a Scuola e nella società la gente si mette a leggere e a pensare, potrebbe anche finire che crede alle panzane disfattiste che mettono in giro. E allora finirebbe che invece di essere aiutata a vivere, la gente diventerebbe triste, preoccupata, si sentirebbe impotente.

Non so se ho capito bene. Ma più ci penso e più mi viene da dire una cosa: e se ci ribellassimo?

venerdì 19 novembre 2010

L'Uomo è una bestia. 125°

Josephine Baker ha raccontato che, quando era ragazzina, il padrone la faceva dormire nella cuccia del cane, e che una volta la padrona le aveva immerso le mani nell’acqua bollente, perché aveva lasciato cadere due piatti. Non viene specificato se i padroni di Josephine erano bianchi; credo di sì. Ma poco importa il colore.
Josephine Baker riposa in pace nel cimitero di Monaco dal 12 aprile 1975. Lasciamo perdere, dopo così tanti anni? No. Pensiamoci, invece. Pensiamo a quanto male possiamo fare, noi essere umani, ai nostri simili. E non solo.
L’uomo sa essere una vera bestia, quando vuole. Ricordo di aver letto di uno che ha spezzato i polsi a un ragazzino che aveva chiesto l’elemosina. E di un altro che ha regalato una bambola esplosiva a una bambina zingara. Ricordo un container dove extracomunitari avevano viaggiato ammassati per tutta Europa. Quando lo hanno aperto, metà erano morti e gli altri, vivi, avevano viaggiato accanto ai cadaveri. Oggi come al tempo degli schiavi neri. Come al tempo degli ebrei deportati verso i campi di sterminio.
Gli uomini sanno essere vere bestie anche con gli animali: uccidono a bastonate i cuccioli di foca, impiccano i gatti per divertimento, inchiodano le zampe alle oche e poi le ingozzano di cibo, tritano i pulcini vivi nel tritacarne o li soffocano o li schiacciano, cuciono gli occhi alle galline, tagliano il becco ai pulcini, strappano i testicoli e i denti ai maiali, sventrano le mucche gravide, tolgono il vitellino e poi appendono le mucche ancora vive ad un gancio al soffitto, solo per una zampa.
Tanto per dirne qualcuna.

N.B. Mi scuso con gli animali per averli paragonati all'Uomo. In particolare con la cagnolina Mafalda, che esige che io precisi che con il termine "animale", riferito all'essere umano, intendo dire "bestia della peggior specie". Anzi, cambio il titolo e il post.

mercoledì 17 novembre 2010

Per insegnare ci vuole coraggio. 124°

Marina mi scrive:
“Cara Isabella, oggi volevo scriverti per raccontarti la mia esperienza di stamattina in classe, avere la tua opinione e qualche consiglio sicuramente utile, come lo sono stati i tuoi post nel blog.... ma sono davvero esausta e tanto triste. Forse questo non è il lavoro per me, non posso "portarmelo a casa" così, non posso rimanerci male per ogni parola pronunciata da qualche alunno cafone! Eppure io ci sto male, rimugino e penso.. mi sento inadeguata, incapace. Sono tornata a casa con i muscoli tesi e mi sono rilassata fisicamente, ma non emotivamente, solo dopo aver pianto. Allora penso che forse la domanda più giusta da rivolgerti è questa: ma è normale tutto questo? Trascinarsi il nervoso e l'insoddisfazione anche fuori dalle mura scolastiche, avere la nausea ogni volta che si deve preparare la lezione per quella classe? Sto facendo una supplenza molto piccola, si tratta solo di 3 ore settimanali, eppure mi fa stare così male che sto pensando di non firmare il rinnovo del contratto, che scade questa settimana (si tratta di una maternità). E poi questo stato di precarietà e di non autosufficienza economica mi sta diventando davvero troppo stretto. E' tutto un'insieme di cose che mi sta mettendo a dura prova.(…)... cosa direbbe la professoressa Milani in questi casi? Grazie per aver letto il mio sfogo, avrei bisogno anche solo una pacca sulla spalla..."

Cara Marina, il primo anno di insegnamento alla scuola media avevo, come te, poche ore in una terza terribile. Ragazzi che quando si arrabbiavano si lanciavano le sedie. Una l’avevano lanciata ad un collega, l’anno prima. Qualcuno aveva in tasca il coltello. Alla collega di educazione fisica un ragazzo si è avvicinato e le ha detto “Ci vieni a letto con me?” . E lei, presa alla sprovvista, sbigottita e anche spaventata, non ha saputo far altro che rispondere, con aria seccata “No, ora non ne ho voglia”. Ci abbiamo riso parecchio, quando ce lo ha raccontato. Per non piangere.
Ricordo perfettamente che quell’anno io non riuscivo a mangiare né la sera prima del giorno in cui dovevo affrontare quella classe, né a pranzo, quando uscivo da scuola. In due ore di lezione riuscivo al massimo a mettere insieme quindici minuti di contenuti. Tutto il resto lo impegnavo a dire “Perché hai dato un pugno a Tizio”, “Caio, smettila”, “Ma dove vai?”, “Siediti”, “Smettila di tirare le matite”, “Ma perché canti?”, "No, non vi picchiate". ecc. Era terribile. Una cosa umiliante. Avevo studiato tanto per passare il tempo a fare in modo che non si ammazzassero fra di loro.
C’era un ragazzo portatore di handicap che ogni tanto si sdraiava sotto il termosifone e non voleva più uscire, e ogni tanto si alzava, correva fuori e si lanciava verso la finestra, aprendola e dicendo che si voleva buttare di sotto. In quel momento dovevo scegliere se seguire lui e lasciare la classe scoperta con il rischio che tirassero fuori il coltello in classe o viceversa. Eppure ogni tanto entrava il preside e, soddisfatto, diceva: “Bene, bene! Così si fa lezione!” e se ne andava. Questo perché trovava quasi tutti seduti invece che tutti i piedi.Ma io non facevo lezione, Marina. Facevo “sopravvivenza”.
E adesso arriva il consiglio: una volta il peggiore della classe (quello che l’anno prima, quando la professoressa gli aveva negato il permesso di uscire, aveva tirato fuori i gioielli di famiglia e aveva fatto i suoi bisogni proprio davanti alla cattedra) mi ha detto “Esco!”. Io ho risposto con tono deciso, scandendo le parole. “No, invece tu non esci”. Nella classe è calato il silenzio perché tutti aspettavano la reazione. Uno dei compagni gli ha detto “Fai come l’anno scorso”. Silenzio. Lui mi ha guardato, io ho continuato a guardarlo, tipo “Mezzogiorno di fuoco”. Poi lui ha detto “No. L’anno scorso era l’anno scorso e quest’anno è quest’anno!. E si è seduto. Ho vinto. E in quel momento ho guadagnato molti punti, perché avevo saputo tener testa al boss. E avevo vinto io. Credimi, ho avuto molta paura; ho rischiato il tutto per tutto, perché se lui fosse uscito o avesse fatto come l’anno prima, io avrei perso per sempre. Per insegnare ci vuole coraggio. Ho avuto coraggio e mi è andata bene.
Non devi vergognarti o demoralizzarti se ti capita di stare così male. Se qualche alunno mi dice qualcosa che non mi piace, anch’io rimango male. Ma poi, subito dopo, con l’esperienza, penso che è solo un ragazzo, e non vuole farmi del male volontariamente. Se tornassi indietro in quella classe difficile, mai e poi mai cercherei di insegnare i contenuti come se fosse una classe “normale”. E mi renderei conto che quei ragazzi sono solo ragazzi già schiaffeggiati dalla vita. Li capirei e quindi accetterei molto di più il mio disagio. E anche il loro.
Nella lettera mi dici che hai studiato anche recitazione. Ma scherzi, Marina? Un’insegnante che ha studiato recitazione ha un’arma straordinaria, sia per affascinarli, che per sbigottirli, per essere autoritaria, autorevole, triste, indifferente, ecc. Recita, Marina. (Magari recita la parte di Isabella Milani! AHAHAHHA!!!)
In conclusione: se ti piace insegnare devi assolutamente continuare a farlo. E poi: di questi tempi vuoi rinunciare alla supplenza e abbandonare il campo? Hanno bisogno di aiuto: aiutali.
Fammi sapere!

sabato 13 novembre 2010

Chiudete gli occhi. 123°

Chiudete gli occhi. Andate via per un momento. Andate dove vi piacerebbe essere. Laggiù, lassù, lontano, vicino. Dove volete. Siete liberi. Basta solo un po’ di silenzio e un momento di solitudine. O una musica che vi piace e un po’ di tempo per voi. Chiudete gli occhi e aspettate. Ecco, avete scelto. In un momento siete là.
Anch’io ho scelto. Vado nella casa sul mare. La vedo. Salgo le scale, giro a sinistra, arrivo alla seconda porta. Infilo la chiave nella toppa, apro ed entro. Com’è bella questa casa. Mi piace perché laggiù c’è quella porta finestra che dà sulla terrazza. Mi tolgo gli zoccoli e mi metto le ciabatte di paglia. Vado in camera da letto. C’è un po’ di odore di richiuso. Dev’essere l’armadio che, chissà quando, ha preso un po’ di umidità. Comodini, letto, finestra: tutto è come l’ho lasciato. Devo andare subito in terrazza. Apro la porta finestra. Sì, ecco la terrazza. Si vede il mare di fronte. Lo guardo tutto, da sinistra, a destra, poi di nuovo a sinistra. È calmo stamattina. Azzurro, verde. Il cielo azzurro non ha una nube. Sotto c’è il giardino verdissimo, con il viottolo che porta al mare, e ci sono le palme, i limoni e tutto il resto. Non occorre scendere le scale per arrivare al mare. Un’occhiata al viottolo e sono già arrivata al cancelletto di legno. Apro il chiavistello, come sempre. Lo chiudo alle mie spalle; sento il cigolìo. Scendo gli scalini ed ecco che vedo la spiaggia e il mare. La sabbia è fresca, come una spiaggia alle otto del mattino. Noto le impronte dei gabbiani. Il rumore del mare mi fa compagnia. Un vento leggero mi rinfresca il viso. Chiudo gli occhi. Ascolto il rumore del mare e sento il vento sul viso. Riapro gli occhi. Sono qui, a casa. Ogni tanto mi piace andar via. Solo per poco, ma basta.

giovedì 11 novembre 2010

La nostalgia. 122°

A volte ti metti ad ascoltare musica. Credi di ascoltare solo una canzone e invece stai ascoltando la tua malinconia e i tuoi rimpianti.
Ci sono cose che non hai fatto, persone che non ci sono più. I più saggi dicono che bisogna vivere nel presente, perché il passato non c’è più. Il passato non ritorna, è giusto così. Ma capita che ti si affacci alla mente. Una canzone, un profumo, una foto, un vecchio appunto su un foglio ingiallito, e la nostalgia ti riempie il cuore. Tu bambina che corri a perdifiato, e ridi, e canti a squarciagola, e tocchi con un dito, piena di emozione, un uovo nel nido di un passerotto. Tu e la tua bambola preferita. Tu ragazzina che arrossisci nel vedere un ragazzo che ti piace. Tu e il tuo primo bacio. Tu che dici “sì” all’uomo che ami. Il tuo bambino fra le braccia per la prima volta.
A volte ti assale, anche solo per un attimo, il rimpianto per le cose che non hai vissuto, per quelle che hai perduto, per quelle che avresti potuto scegliere e non hai scelto, per quelle non hai mai provato e per quelle che non farai mai più. Per tutti i libri che non hai ancora letto e che non riuscirai mai a leggere, neanche se tu vivessi cent’anni. Per tutti i luoghi del mondo che non potrai mai vedere e per tutti i viaggi che non potrai mai fare.
A volte, quando meno te lo aspetti, ti mancano le persone che non ci sono più. Ormai c’è una piccola folla di persone care che se ne sono andate. Ogni tanto le rivedi; mentre ascolti una canzone, per esempio. La vita continua, ma rimangono dentro di te e ogni tanto escono per un momento. A volte, tua madre ti manca come quando eri bambina. Puoi averla accanto soltanto in questi momenti di nostalgia.
Anche la nostalgia serve.

sabato 6 novembre 2010

Bisogna saper vedere al di là del comportamento. 120°

Giorgio mi scrive:
“Cara Professoressa Milani, mi chiamo Giorgio ed insegno lettere in una scuola media, questo per la precisione è il mio settimo anno di insegnamento. Le scrivo per chiedere qualche consiglio su come gestire il comportamento di un alunno particolarmente difficile, pluri-ripetente e che ora frequenta la terza media, ma è di due anni più grande rispetto al resto della classe. Insegno in quattro classi, nelle altre tre non ho particolari problemi e anzi gli alunni mi stimano, tuttavia quando svolgo l'ora di approfondimento (un'ora alla settimana) nella terza dov'è inserito il pluri-ripetente la musica è completamente diversa: questo soggetto non ha il benchè minimo rispetto delle regole, le punizioni (ha già due pesanti note sul registro messe peraltro da altri prof.) lo fanno diventare peggiore, distrae gli altri in continuazione con battute fuori luogo, anche prenderlo con ironia non serve a nulla perchè ne approfitta e pensa che anche l'insegnante approvi il suo modo di fare. Ho provato anche a parlargli e a chiarire il perchè del suo comportamento e mi ha risposto che agisce così per risentimento verso la scuola, usando testuali parole:"Mi comporto malissimo così imparate voi Prof. a bocciarmi per ben due volte". Ne ho parlato con la coordinatrice e mi ha detto che si tratta di un elemento oggettivamente difficile, tuttavia avvertire i genitori non serve a nulla, perchè la famiglia non è in grado di seguirlo a dovere. Il problema è che la classe in cui è inserito è didatticamente ad un livello piuttosto basso, anche gli altri alunni sono poco motivati allo studio e tendono ad approfittare della situazione, l'unico modo per tenerli è propinare verifiche a sorpresa, ma mi rendo conto che ciò comunque crea un certo risentimento e non sempre si può fare, visto che l'ora dovrebbe essere appunto di approfondimento.
Quale potrebbe essere il sistema più corretto per guadagnarmi la fiducia e il rispetto di questo allievo? Mi rendo infatti conto che, se miglioro la relazione con tale allievo, anche tutto il rapporto con la classe ne gioverà. Grazie anticipatamente per la risposta.”

Caro Giorgio, posso dirti che leggendo la tua lettera colgo una elemento molto importante nell’insegnamento: vuoi davvero risolvere il problema nel migliore dei modi. Sei a metà dell’opera!
Prima di tutto desidero dirti che tutti hanno problemi con ragazzi difficili che volontariamente vogliono comportarsi male. Di solito i ragazzi si comportano male involontariamente, perché non sanno e non riescono a tenere un comportamento corretto. Nel caso di un ragazzo che lo fa apposta, e in modo consapevole, bisogna usare molte strategie, e non è detto che funzionino, se il suo rifiuto è molto forte e il tempo per recuperarlo è poco.
Tieni a mente queste osservazioni:
- tutti i ragazzi che si comportano male hanno dei grossi problemi. Problemi enormi e di tutti i tipi: problemi con i genitori, problemi economici, vissuti di violenza o di abbandono o di emarginazione. Sono maleducati, sgarbati, strafottenti, violenti perché la vita li ha resi tali. Verrebbe voglia di lasciarli al loro destino perché spesso sono sgradevoli e molto difficili da accettare, ma pensa quanto è gratificante quando riesci ad entrare in quella scorza nera e portare un po’ di rosa.
- Tu e tutti gli insegnanti siete per lui nemici. Ma lo devi capire.
- Le punizioni e note non lo interessano, perché non gli interessa la scuola. Sarebbe come se a me fosse impedito di giocare a calcio. Non mi interesserebbe nulla.
- Quando vedi un ragazzo così devi subito guardarlo come una persona in difficoltà che ha bisogno di aiuto, e non come un ragazzo che ti sta dando noia e ti rende difficile la lezione (e un po’ anche la vita). Se lo guardi con gli occhi di chi lo rifiuta (quelli che vede sempre) non hai speranza di arrivare a lui per farti ascoltare.
- Non devi mai perdere la pazienza, e, se la perdi, devi assolutamente fare in modo che non si veda: chi dà in escandescenze ha perso la partita.
- Quando ti rivolgi a lui trattalo sempre con estrema gentilezza, usando un tono di voce dolce, ignorando il suo atteggiamento. Sarà diffidente e sgarbato, perché non è abituato, ma vedrai che lo apprezzerà. È difficile essere sgarbato a lungo con chi ti tratta bene.
- I ragazzi, presi da soli sono molto diversi rispetto a quando sono in classe. Se nessuno li vede non hanno bisogno di mostrarsi ribelli o arroganti. Hai più possibilità di parlargli fuori dalla classe. Stai attento: non rimanere mai solo con lui in un’aula, perché potrebbe venirgli l’idea di fartela pagare inventandosi che lo hai offeso, o peggio.
- Un ragazzo che si sente rifiutato e ferito la fa pagare a tutti quelli che incontra, anche se non c’entrano niente. Forse lo faremmo anche noi.
- Un ragazzo che in casa e nella vita ha preso solo calci si aspetta calci da tutti e quindi cerca di darli per primo. È un po’ come quando un cane è abituato a prendere calci. Se ti avvicini si comporta come se anche tu stessi per picchiarlo.
- Lo scopo della scuola, in casi come questo, non è l’insegnamento della grammatica o della letteratura. Prima si deve recuperare il ragazzo dal punto di vista umano.
- Tutti hanno dei pregi, ma i difetti si vedono molto di più. Cerca di trovare i suoi.
- Ci sono buone probabilità che, anche impegnandoti molto, tu esca sconfitto, perché non sei il solo insegnante, non tutti i colleghi si impegnano in questo senso, altri, anzi, lo offendono e lo rifiutano. Ma se vuoi essere un bravo insegnante devi provare.
Eccoti qualche consiglio:
1. Tieni sempre presenti le osservazioni che ti ho dato e rifletti bene su ognuna.
2. Chiamalo fuori e metti le carte in tavola: digli che lo vuoi aiutare. Chiedigli che cosa gli hanno fatto perché abbia un atteggiamento come quello che mostra in classe. Digli che sai che ha dei pregi. Fagli osservare che tu con lui sei sempre gentile e che non è giusto che lui faccia pagare a te per una colpa che non hai.
3. Chiedigli che cosa puoi fare per lui, ma precisa che in nessun modo accetterai da parte sua che manchi di rispetto a te o ad altri. Spiegagli che per voi insegnanti sospenderlo continuamente e bocciarlo di nuovo è molto più facile che cercare di convincerlo a comportarsi bene. Ma digli che tu non vuoi farlo, perché lo vuoi aiutare, a meno che lui non ti costringa a farlo.
4. Concentrati sul fatto che gli altri lo trovano un ragazzo coraggioso, capace di dire quello che tutti o quasi vorrebbero dire ai professori: vai a quel paese. Devi assolutamente ridimensionarlo ai loro occhi, dimostrando che tu sei più forte. Ma non con le note: quella è una vigliaccata, ai loro occhi. Devi vincerlo con la psicologia. Ricorda che lui è pur sempre un ragazzo.
5. In classe non accettare la minima mancanza di rispetto da parte sua. Se manca di rispetto a te o ad altri non lasciar perdere sperando che smetta: non smetterà. Anzi. Quindi: non fare lezione ma passa tutta l’ora a dargli fastidio, cercando di prendere tu le redini del suo gioco. Se lui canta, ordina a tutti di cantare. Se si alza, ordina a tutti di alzarsi. Se si sdraia in terra, ordina a lui di rimanere a terra. Se si alza, hai vinto perché volevi farlo alzare, e se rimane a terra hai vinto lo stesso, perché ha eseguito il tuo ordine. Se dice qualcosa di scorretto, chiedi a tutti di guardarlo. Rendi esplicito quello che sta facendo, in modo che se lui voleva che i compagni ridessero di te, la situazione si capovolga e sia lui ad essere deriso. In pratica, devi cercare di usare la sua mossa per farlo cadere. Come nello judo. Deve capire che tu sei l’insegnante. Lo devi fare, con calma, senza cattiveria. Deve percepire che lo stai aiutando a capire. Si arrabbierà ancora di più con te. Resisti.
6. Leggi gli altri post che ho scritto su questo argomento.
Caro Giorgio, spero di essere riuscita a scegliere i consigli giusti e di averti aiutato. Ricorda, però, che quando si insegna si impara a forza di errori. Per questo l’esperienza serve a tanto. Fammi sapere.

venerdì 5 novembre 2010

La scuola vista da una tirocinante. 119°

La professoressa Milani desidera che esprima qualche mia opinione. “Scrivi, scrivi pure le tue osservazioni, cara. È interessante vedere le cose anche dal punto di vista dei giovani tirocinanti”, mi ha detto. Allora eccomi qui.
Le cose vanno come al solito. Osservo e cerco di imparare. A volte mi segno le cose che ho intenzione di fare quando avrò una classe tutta mia. Ma altre volte mi segno quello che cercherò di non fare mai. Quest’anno mi spostano un po’ di più, nel senso che vengo mandata in classe insieme ad altri insegnanti, tanto per vedere le differenze. E le differenze ci sono, effettivamente. A volte rimango sbalordita nel vedere quanto riescano certi insegnanti ad essere sbeffeggiati, per esempio. Sono stata in classe con la professoressa Galigani. Di lei dicono che è bruttissima, ma a me non sembra. Di se stessa lei dice che è zitella, perché non si può fare bene l'insegnante se si è sposati. A me sembra un’assurdità, ma non mi permetto di replicare. Cammina per i corridoi sempre nascosta da pile di quaderni che porta a casa e corregge fino a notte fonda. A me fa un po’ pena, se devo essere sincera, perché tutto quel suo impegno per i ragazzi viene ripagato con ogni sorta di mancanza di rispetto. Quando lei chiede alla classe, per esempio di tirare fuori il libro di grammatica sembra di essere allo stadio nel momento esatto in cui l’arbitro concede un rigore per un fallo inesistente. Capirete che io non posso parlare, ma vorrei aiutarla, perché mi sento morire per lei che li guarda fra l’arrabbiato e il disperato. Mentre lei cerca disperatamente di farsi ascoltare, i ragazzi giocano con il cellulare, messaggiano, girano per la classe, litigano, si chiamano a gran voce, si lanciano oggetti. A volte lei scrive alla lavagna con, alle spalle, i tre o quattro che vorrebbero imparare, che l’ascoltano. La scena è patetica, e non capisco come possa succedere una cosa del genere.
Un’altra osservazione riguarda la vicepreside, la dottoressa professoressa Anna Genoveffa Ambrosini Baccicalupi, la "piccola scrivana". Non è per mancarle di rispetto che la chiamo così, ma perché lo fanno tutti, alle sue spalle. L’ultima sua mania è quella di passeggiare per i corridoi, impettita, guardandosi intorno lentamente, con le braccia dietro la schiena. Credo che se potesse farebbe anche il passo dell’oca. Secondo me ha visto qualche film sui campi di concentramento, perché sembra una kapò. Vuole fare paura, poverina. Ma una piccola scrivana che si comporta come una kapò, secondo me, non fa molta paura.
Beatrice.

mercoledì 3 novembre 2010

La vita è come il mare, è vero. 118°

Ogni tanto qualcuno dei miei lettori mi fa notare il fatto che nei miei post a volte c’è tristezza, amarezza e malinconia. È vero. A volte c’è anche entusiasmo e allegria. Altre volte c’è dolore, o rabbia, o disgusto, o disprezzo, o indignazione.
La vita è come il mare, lo hanno già detto in tanti. Un mare calmo, cristallino, azzurro, verde, grigio. Un mare blu, a onda lunga, in tempesta. Un mare di vento, con gli spruzzi bianchi di schiuma che si vedono anche da lontano.
La superficie del mare è il luogo dove tutto va e viene, un momento c’è e l’attimo dopo non c’è più. In superficie, alla luce, rimane tutto ciò che è leggero. Le cose che hanno un peso vanno a fondo. E quanto più sono pesanti tanto più scendono in profondità, verso il buio.
Quando osserviamo il mare vediamo solo ciò che si trova in superficie o poco sotto: si vede bene, galleggia a portata di mano. Se vogliamo guardare quello che c’è sul fondo marino dobbiamo scendere giù e andarlo a cercare, con fatica. Troviamo tesori, ma troviamo anche buio.
La vita è come il mare, è vero. Quello che è a portata di mano, come sulla superficie di un mare, è leggero, a volte fresco, delicato, ma a volte inconsistente, frivolo, incostante, ingenuo, stupido.
Tutto quello che ha un peso deve essere cercato nella profondità. Il pensiero che rimane in superficie si dice proprio “superficiale”. In superficie ci sono le risatine, i pettegolezzi, le battutine, le cose dette senza riflettere.
Se ci mettiamo a pensare andiamo inevitabilmente sempre più in profondità. E in profondità c’è l’ingiustizia, il dolore, la malinconia, il rimpianto, il passato che non ritorna, la rabbia, il disprezzo, l’indignazione, la paura, il disgusto.
Chi pensa e chi scrive va a cercare spesso sul fondo.
Ecco perché, a volte, nei miei post c’è tristezza, amarezza e malinconia.

martedì 2 novembre 2010

La tolleranza è una bella cosa. 117°

La tolleranza è davvero una bella cosa.
Se una società è tollerante con chi è diverso, con chi è gay, con chi ha la pelle diversa, una religione diversa, idee politiche diverse si vive in pace.
In Italia stiamo diventando campioni di tolleranza.
Tolleriamo che la televisione ci propini telegiornali parziali e programmi stupidi.
Tolleriamo il fatto che vengano ammirate e pagate profumatamente persone che non sanno fare assolutamente nulla.
Tolleriamo che le donne vengano trattate come oggetti sessuali da esporre e ridicolizzare.
Tolleriamo che le città vengano invase dall’immondizia o che diventino discariche a cielo aperto, purché non si tratti di quella dove viviamo noi.
Tolleriamo che i nostri giovani siano costretti a cercare lavoro all’estero perché qui non trovano nulla.
Tolleriamo che un Tizio riduca il personale per farci lavorare di più perché siamo fannulloni, che ci offenda, che ci minacci punizioni, che faccia del sarcasmo sui lavoratori, che per punizione ci costringa agli arresti domiciliari perché siamo in mutua.
Tolleriamo che i nostri figli vadano vestiti come vogliono i padroni delle industrie, che desiderino una quantità assurda di oggetti inutili e costosi, perché così noi lavoriamo per i ricchi imprenditori e per i loro divertimenti.
Tolleriamo che le nostre scuole vengano lasciate nel degrado e nella carenza di risorse e contemporaneamente che vengano dati sostanziosi aiuti alle scuole private.
Tolleriamo che un Caio racconti barzellette mentre ci rappresenta, che si dia ai bagordi, che ci renda ridicoli di fronte al mondo, che prenda in giro e offenda i suoi avversari, che tratti le donne da stupide e da prostitute, che suggerisca alle nostre figlie di mettersi a posto cercando un uomo ricco da sposare, che paghi tre nostri stipendi per una notte, che manovri tutti i mezzi di comunicazione e che sghignazzi e canti canzonette, mentre noi fatichiamo a sbarcare il lunario .
Tolleriamo anche che Sempronio faccia tagli spietati e dica che non ha tagliato nulla, che le cose vanno bene e che siamo noi che siamo pessimisti.
Tolleriamo che le parole vengano usate come offese: gay, sinistra, comunista, donna.
Tolleriamo che chi dovrebbe pensare all’anima pensi al potere e agli interessi dei potenti.
La tolleranza è una bella cosa.
L’Italia è diventata una casa di tolleranza.

lunedì 1 novembre 2010

Un porco è un porco. 116°

C’era un tempo in cui un “porco” era un uomo che si comportava in modo osceno, lascivo, libidinoso. La parola non era fine, ma rendeva l’idea. Un ragazzo che guardava una ragazza pensando al sesso non era, e non è, un porco. Un uomo anziano che guardava sua moglie pensando al sesso era un uomo ancora in gamba.
Un uomo anziano - diciamo, per fare un esempio, un ultrasettantenne - che guardava una ragazza minorenne - per esempio nostra figlia - pensando anche lontanamente a qualcosa di sessuale, era sicuramente un porco. Te lo immaginavi tutto rosso che sbavava quando guardava di nascosto una ragazza e provavi disgusto. Un uomo di settant'anni era, e doveva rimanere, un nonno, per una ragazza.
Allora, che cosa sta succedendo? Un omino anziano che guarda una ragazzina in modo lascivo è diventato un conquistatore? Uno che si circonda di ragazze alle quali raccontare barzellette, magari volgari, e fare regali è diventato uno da ammirare? Uno che paga giovani donne perché lo facciano sentire ancora virile è diventato un uomo di successo?
Credo che sia giunto il momento di rispolverare la parola "porco".
Un vecchio porco è solo un porco. Non lo confondiamo con un uomo di successo, per favore.

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