La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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domenica 4 gennaio 2015

“Correggete la società. Per favore.” Seconda parte. 499° post

Il 28 dicembre 2014, Leelah Alcorn, una ragazza dell’Ohio, si è suicidata, gettandosi sotto un camion. O meglio, si è suicidato Joshua, un ragazzo dentro il quale viveva Leelah, una ragazza che avrebbe voluto essere come le altre. Ma non le è stato permesso.
Leelah si è suicidata perché i genitori le impedivano di iniziare la transizione verso l’altro sesso, perché era contrario al loro credo religioso. Ma il rifiuto di accettare come “normale” l’esistenza in natura, non solo di persone che provano attrazione sessuale per persone dello stesso sesso – gli omosessuali-, ma anche di persone che non si identificano con il sesso di nascita – i transgender, nasce anche senza resistenze di tipo religioso. 
È cosa nota il fatto che la grande maggioranza della gente accetta solo quello che è “normale”, cioè che rappresenta ciò che è più diffuso, che non è eccezionale, che è aderente alla norma, alla consuetudine. Finché le cose sono “normali” si sta più tranquilli. Ogni cosa diversa crea una specie di allarme, che solo le persone intelligenti riescono a gestire. Perfino la diversità delle persone geniali o molto creative può creare disapprovazione e disagio. Crea disagio chi è malato, chi ha menomazioni fisiche o mentali, chi è diverso da qualunque punto di vista.
La religione, per esempio quella cattolica, ha i suoi motivi per non accettare chi è diverso o vuole fare le cose diversamente. Per esempio non può accettare che Dio faccia degli “errori”, per esempio creando un uomo nel corpo di una donna. E non può accettare chi vuole comportarsi diversamente da quello che dicono le Sacre Scritture. Ne sa qualcosa Galileo Galilei.
Ma a me interessa parlare di noi, della gente comune e di come si comporta con chi è diverso.
Nasce un bambino e tutti sono felici. Ha il pisellino e perciò è un bel maschietto! Il padre già immagina che gli insegnerà ad andare in bicicletta, a giocare a calcio, e quando sarà più grande, gli dirà tutto su come si conquistano le ragazze. La madre lo allatta, lo cura, lo veste di azzurro perché il rosa è "da femmine". Lo accompagna ai giardini e lo guarda giocare con il pallone. “Non piangere! Gli uomini non piangono!”, gli dice mentre gli asciuga le lacrime dopo una caduta. “Che bell’ometto!” esclamano le amiche e i parenti.
Ma dopo pochi anni – quattro o cinque- il bambino comincia a voler giocare con le bambine e come le bambine: vuole avere le ali per svolazzare, vuole pettinare le bambole anche quando, dopo la scuola materna, nessuno gliele dà più per giocare; non vuole essere il principe, ma la principessa, vuole essere l’infermiera invece dell’infermiere, vuole giocare a partorire. La mamma le vede tutte queste cosette, ma non vuole neanche parlarne. Se le tiene ermeticamente dentro, sperando che scompaiano come un sogno al mattino. Perché sono convinta che ogni mamma veda bene come sono i suoi figli, anche se finge di non vedere. E lo vedono anche gli insegnanti. Ma non sanno che cosa dire e che cosa fare, perché è molto difficile parlare con un genitore che finge di non capire e dirgli che suo figlio, il suo “ometto” in realtà – dentro - è una “femminuccia”.
È capitato anche a me di trovarmi a gestire la preoccupazione di scoprire fra i miei alunni ragazzi omossessuali e transgender. È stato sempre molto difficile, perché sapevo che cosa li aspettava, in questa società, e perché in realtà non siamo preparati, né come genitori né come docenti, ad affrontare situazioni che abbiano tanti punti sensibili. Soprattutto nel caso di un transgender.
Allora mi sono preparata da sola: ho letto molto e ho molto pensato. Se non lo avete ancora fatto, vi invito a studiare l’argomento “sessualità”. Studiate la differenza fra “transgender”, “transessuale”, “omosessuale”. Studiate perché una persona è  “transgender”, “transessuale”, “omosessuale”. Leggete tanto, da tutti i punti di vista. Non lasciatevi fuorviare e bloccare dalla paura, dai preconcetti e dall’ignoranza dell’argomento. Decidete voi che cosa pensare. Sono sicura che deciderete tutti che non aiutare un alunno che si scopre transgender, è una vera crudeltà, oltre che un’assurdità.
Dovete prepararvi bene, perché non potete fare errori. E dovete essere pronti ad affrontare la disapprovazione di chi considera “tabù” l’argomento “sesso” e, ancora di più, l’argomento transgender. E sono ancora tanti. Dovete essere pronti ad affrontare chi rifiuta il transgender, come fa con l’omosessuale, per motivi religiosi. 
Molti insegnanti credono che sia giusto lasciar perdere, perché “è un argomento delicato”, “non possiamo entrare così nel personale”; “ha i suoi genitori: ci devono pensare loro”. Assurdo. Se ci pensassero già loro, se il ragazzo – o la ragazza - fosse seguito, aiutato ad affrontare quella situazione particolare, se fosse accettato per quello che è, non ci sarebbe bisogno dell'aiuto di noi insegnanti, se non per educare i compagni alla diversità e al rispetto. Ma se i genitori non ci pensano? Se proprio loro deridono o addirittura puniscono il figlio che pretende che per lui si usino pronomi al femminile, che parla di sé al femminile, che vuole vestire abiti da ragazza?
Noi insegnanti abbiamo il dovere di aiutare i ragazzi in difficoltà, di qualunque difficoltà si tratti. E in questo caso che cosa possiamo fare per aiutare un alunno che non si identifica con il suo sesso di nascita?
Prima di tutto dobbiamo osservare il suo rapporto con i compagni e controllare che non sia oggetto di derisione. Poi dobbiamo trovare il modo di parlare con lui, in privato.
Mi è capitato di avere un alunno transgender solo una volta, nella mia carriera.
Un ragazzo che sembrava una ragazza: il modo di vestire, il modo di pettinare i capelli – lunghi- faceva sì che tutti lo scambiassero per una ragazza.
Quando ebbi la conferma – in seconda-  che scriveva di se stesso al femminile, lo chiamai in disparte, fuori dalla classe, per esaminare con lui il suo tema, come qualche volta faccio. Gli chiesi - in sostanza - perché parlava di se stesso come di una “persona sempre fuori posto” che “non vale niente”, e aggiunsi “Vedo che scrivi ‘Sono una ragazza’. Mi puoi spiegare perché?” Mi parlò della sua storia. Mi spiegò che si sentiva una ragazza, che non sapeva perché era così, ma lo era fin da quando aveva cinque anni; mi disse che sua madre non voleva capirlo e continuava a rimproverarlo quando parlava al femminile; mi raccontò che la madre si inteneriva se vedeva un omosessuale, però non accettava che suo figlio potesse essere diverso. Aveva provato a spiegarglielo, ma lei aveva detto che lei aveva avuto un figlio maschio e così doveva rimanere.
Da allora gli ho parlato. Più di una volta. Ho cercato di fargli capire che doveva essere com’era, e che non doveva cercare mai di essere diverso. Ho cercato di fargli capire che per una madre è molto difficile da accettare e che doveva darle tempo. Mi ha risposto che anche per lui era molto difficile. 
“Lo capisco.- risposi -  E posso dirti che è difficile anche per me, perché so che vorrei aiutarti ad affrontare questa situazione, ma non posso farlo. Deve essere uno psicologo ad aiutarti. Ti consiglio di chiedere a tua madre di portarti dallo psicologo. Lei crederà che vuoi cambiare, ma non devi cambiare. Devi solo capire esattamente come sei e come puoi gestire le situazioni che ti si presenteranno. Devi capire che non c’è niente di male in te, che non sei “sbagliato” come scrivi nei temi. E non sei “sempre fuori posto”. Tu vali perché sei una persona matura per la tua età. E il valore non c’entra nulla con il sesso di una persona. Questo è quello che posso fare per te: farti sapere che io ci sono, che puoi parlare con me, se lo desideri. Io sarò più tranquilla quando saprò che sei andato dallo psicologo. Se potessi mi rivolgerei a te al femminile, ma non posso farlo, in classe, senza coinvolgere anche i tuoi compagni, cosa che non mi sembra opportuna in questo momento.”
Solo alla fine della Terza Media sono riuscita a parlare con la madre. Le ho detto che sapevo che era difficile per lei, ma lo era anche di più per suo figlio, che aveva bisogno di essere accettato, prima di tutto dai suoi genitori. Le ho suggerito di portarlo dallo psicologo, perché era importante che anche lei parlasse con uno psicologo, per farsi aiutare ad affrontare la situazione, per capire che in fondo, quel figlio era una persona in gamba, una persona intelligente e sensibile. E che in fondo non era successo niente di grave. Il problema, alla fine, erano solo gli altri.
Sono passati alcuni anni. Non so se sono andati dallo psicologo. Spero di sì. Spero che abbiano trovato una strada poco in salita. Purtroppo non ho fiducia nelle persone, da questo punto di vista. Spero che tutti si decidano a riflettere e a capire, per evitare tanta sofferenza, tanto dolore e anche tanti suicidi.
È ora di cambiare davvero.
I genitori che leggono questo post ci pensino: quante volte ridono davanti ai figli perché una ragazza “sembra un maschio”? quante volte mettono in evidenza, parlando di qualcuno, il fatto che è omosessuale; e quante volte ammiccano, o bisbigliano “quello lì…mi sa che è un po’….”; quante volte raccontano barzellette che hanno per soggetto un omosessuale? Il transgender non è necessariamente un omosessuale (bisogna studiare un po’ per saperlo), ma il concetto è lo stesso. E quante volte sono gli insegnanti stessi ad avere difficoltà ad accettare la “diversità” degli alunni?

Peccato che Leelah Alcorn abbia sprecato così la sua vita. Avrebbe potuto aspettare un po’. Avrebbe potuto diventare una donna in gamba. Chissà, forse i genitori alla fine si sarebbero resi conto che nessun Dio può davvero chiedere ai genitori di rendere infelici i figli. Si sarebbero resi conto che quando vuoi bene a un figlio lo devi accettare per quello che è, e devi fregartene di quello che può dire la gente. O forse, se Leelah avesse aspettato, la gente avrebbe studiato e riflettuto un po’ di più e avrebbe capito che è l’ignoranza quella che crea l’emarginazione.
O forse no.


8 commenti:

  1. L'alunna/o transgender ancora mi manca, per ora ho solo collezionato l'alunno preso in giro perché gay senza un motivo al mondo, e ho trovato molto traumatico anche quello. Sono situazioni difficili da gestire, anche quando i genitori, i colleghi e la dirigenza collaborano, come è stato nel mio caso.
    Però volevo segnalare che purtroppo ci sono associazioni cattoliche che hanno avviato una crociata proprio per evitare che questi argomenti vengano affrontati in classe, anche solo con un piccolo intervento di un esperto esterno o una chiacchierata informale per spiegare cos'è un gay e cos'è un transgender.
    La strada è in salita, ma sono convinta che tutti noi che lavoriamo nella scuola dobbiamo fare uno sforzo e andare controcorrente per aiutare questi ragazzi ad accettare serenamente quello che sono e vivere nel migliore dei modi la vita.
    Grazie del post.

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  2. La vicenda di Josh mi addolora molto. È terribile che nessuno sia riuscito ad aiutarlo. Costruire una cultura della tolleranza è fondamentale per evitare queste tragedie, ma personalmente non parlerei di transgender a una classe delle elementari. Certi argomenti sono delicati e possono destabilizzare un pubblico molto giovane: ho visto bambini piangere mentre parlavamo di omosessualitá. Per questo preferisco dire che ogni persona merita rispetto, anche se diversa dagli altri. Non ho mai avuto alunni omosessuali, ma alunni presi in giro perché troppo grassi, vestiti male, bassi o con gli occhiali ne ho avuti a bizzeffe. Per questo sono favorevole ad un approccio più generale, volto ad insegnare la dignità dell'essere umano. Sempre e comunque. Solo così eviteremo che la diversità si trasformi in disagio, e il disagio in depressione. Josh non si è ucciso perché era omosessuale, si è ucciso perché era depresso. E soprattutto solo.

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    1. Certo, Maria Chiara. Alle elementari è troppo presto per parlare di transgender. I bambini piccoli hanno bisogno di vedere le cose il più semplicemente possibile. Le cose devono essere semplificate perché le capiscano bene, anche a costo di essere imprecisi. "Semplificare" significa proprio che dai loro una visione della vita cose se ogni cosa fosse sempre a suo posto, o bianca o nera. Man mano che crescono si approfondisce mostrando loro le sfumature della vita, che sono moltissime. Joshua/Leelah era una persona sola e disperata perché viveva in un mondo che accetta solo il bianco o il nero.

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  3. Buongiorno,

    chiedo un consiglio un po' off-topic.
    Sono da poco un supplente in un liceo e lo sarò fino a fine anno scolastico.
    Alcuni alunni di una classe in cui non insegno mi hanno chiesto se ero disponibile a concedere loro alcune ore extra per seguirli in attività di esercizio (matematica e fisica). Mi hanno riferito che non c'è un buon rapporto con il loro attuale insegnante per questo motivo hanno chiesto a me.
    Sono contento di dedicare il mio tempo per aiutarli, ma mi sembra non propriamente corretto scavalcare il loro attuale insegnante.
    Come mi posso comportare in questo caso?

    Grazie,
    Stefano

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    Risposte
    1. Caro Stefano, questo commento andava messo nel GALATEO DELL'INSEGNANTE SUPPLENTE, ma ormai l'ho pubblicato qui.
      Vorrei che tu mi spiegassi qualcosa: 1. perché lo hanno chiesto a te. Ti conoscono? Perché non lo hanno chiesto ad altri insegnanti della scuola? 2. Intendi che ti hanno chiesto lezioni private, a pagamento?
      Fammi sapere.

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    2. Grazie della risposta e mi scuso per il commento nella sezione sbagliata.
      Per rispondere alle sue domande: 1. La scuola è piccola, ci conosciamo di vista. Non ho mai tenuto lezione in quella classe. Non ci sono molti insegnanti di matematica e fisica 3/4 in tutto e non so se la richiesta è stata fatta ad altri colleghi (ma penso di no). 2. Le lezioni non sono a pagamento.

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    3. Caro Stefano, prima di tutto sappi che è vietato dare lezioni private ad alunni della propria scuola. Credo che questo valga anche se non sono a pagamento. Ma fingiamo che si possano impartire lezioni se sono gratuite. Credo che sarebbe per te una situazione difficile e imbarazzante. E' un po' come dire al tuo collega: "Come la spieghi tu non la capiscono e perciò lo faccio io". In ogni caso dovresti dirglielo, perché se lo venisse a sapere dai ragazzi sarebbe peggio. Stai sicuro che qualcuno glielo direbbe. Per esempio, il genitore di un ragazzo al quale lui dà quattro. "Eppure il prof Tale, suo collega, dice che la sa. Con lui la capisce bene. Lo ha interrogato e ha detto che è sufficiente!":
      Quindi direi di rifiutare. Fammi sapere.

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    4. Si, pensio anch'io sia la cosa migliore da fare. Infatti ho già agito in tal senso per i motivi da lei menzionati.
      Grazie dei consigli.
      Stefano

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