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visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!
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ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.
Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.
Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.
Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).
INFORMAZIONI PERSONALI

- ISABELLA MILANI
- La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.
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martedì 31 maggio 2011
È già passato un anno e mi sembra ieri.
Cari lettori, è già passato un anno da quando ho iniziato questo blog e mi sembra ieri.
Non credevo che avrei avuto tanti lettori! Mentre scrivo le visite al blog sono 19.155 (dico “diciannovemilacentocinquantacinque”)!!
Sono finiti sul mio blog, per caso o consapevolmente, oltre a lettori italiani, anche navigatori provenienti da Stati Uniti, Germania, Gibilterra, Federazione Russa, Svizzera, Canada, Slovenia, Francia, Regno Unito, Lettonia, Belgio, Finlandia, Croazia, Israele, Qatar.
Mi chiedo se il visitatore del Qatar ha letto e capito qualcosa ahahah!!!
Dalle statistiche del blog risulta che il post che ha suscitato più interesse è stato senz’altro
“Come si entra in classe. Seconda parte. 100°”.
Subito dopo, troviamo “Come si entra in classe. Prima parte. 92°”.
Anche i successivi quattro più visitati riguardano la Scuola e la didattica:
“Gli alunni vi vedono come vi vedete voi. 98°”
“Le classi prime. 91°”
“Bisogna saper vedere al di là del comportamento. 120°”
“Per insegnare ci vuole coraggio. 124°”.
Fra i post meno “scolastici” troviamo:
“Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115°”
“Il corpo delle donne è un oggetto (più di prima). 200°”
“Il suicidio di un adolescente. 157°”
“Le donne sono camelie. 153°”
“8 marzo: è di nuovo la Festa della donna. 166°”
Cari lettori, grazie per l’affetto con il quale mi seguite.
sabato 28 maggio 2011
È il mio compleanno, fortunatamente. 210°
martedì 24 maggio 2011
Professori senza stipendio. 208°
domenica 22 maggio 2011
la professoressa Isabella Milani è online: I genitori alla fine dell’anno. 17°
Insegnante precaria (molto umiliata) chiede consiglio. 207°
La buona educazione è morta. 206°
Più passa il tempo - dovrei dire “più invecchio” – e più la rimpiango.
Leggo che studenti di un liceo linguistico italiano hanno scritto una lettera alle istituzioni per raccontare (e denunciare) quello che hanno visto durante visite alle sedi di Comuni, Province e Regioni. I loro insegnanti avrebbero voluto far loro toccare con mano l’educazione civica, insomma. Invece hanno toccato tutt’altro.
Da quanto si apprende dalla lettera aperta, l’”educazione civica” che avrebbero dovuto imparare era rappresentata da consiglieri che si insultavano, che facevano barchette di carta, che poi lanciavano; parlavano apertamente al cellulare, mangiavano e bevevano durante la seduta.
Gli studenti, ai quali dico “bravi!”, non hanno osservato quei comportamenti per copiarli, ma hanno preso carta e penna e ne hanno denunciato l’assurdità , mettendo in evidenza il fatto che, a scuola, se loro si insultano, o fanno barchette di carta, o mangiano e bevono durante la lezione, o parlano al cellulare, ricevono dei provvedimenti disciplinari.
Hanno ragione, quei ragazzi. È una vergogna. Ogni tanto in televisione fanno vedere che anche in altri Stati si vedono scene di botte, insulti, offese e sghignazzate beffarde in parlamento. Come per dire che tutto il mondo è paese e che mal comune mezzo gaudio. Ma scherziamo? E chi se ne importa? Che cos’è? La logica del “sì, ma non sono stato solo io” che tanto è cara ai ragazzi? Gliela abbiamo insegnata noi adulti, evidentemente. E insegniamo loro anche la maleducazione.
La “buona educazione” è diventata roba da vecchi bacchettoni. Dichiaro di essere una vecchia bacchettona. Vorrei un po’ della vecchia cara “buona educazione” che, quando io ero piccola e adolescente era assolutamente obbligatoria, se volevi essere rispettato.
Oggi sono stata in un megastore per dare un’occhiata a una macchina fotografica. Il commesso stava illustrandomi le caratteristiche di una macchinetta e io stavo chiedendogli informazioni, quando arriva un’altra commessa che si immette a gamba tesa nella conversazione, mi interrompe e si mette a parlare con il commesso, il quale, a sua volta, senza degnarmi né di uno “scusi, signora”, né di un “un momento, per favore”, decide all’istante che la sua collega era più importante di me – la cliente che dovrebbe avere sempre ragione - e si mette a chiarirle le idee. Soddisfatta, la signorina se ne va repentinamente come era arrivata, e il commesso continua a parlarmi della macchinetta come se l’interruzione fosse stata la cosa più naturale del mondo. Fortunatamente per lui mi trovavo nello stato di grazia di chi era attesa dal marito che le aveva detto “Ti prego, fai presto”, e perciò ho lasciato perdere. In altri momenti sfodero tutta la mia educazione per chiedere del direttore e dare una lezione di educazione al maleducato. (Gli insegnanti non escono mai dal ruolo, neanche quando vanno a fare acquisti.).
Bisognerebbe che queste cose non accadessero.
Vorrei anche che la gente salutasse, che gli uomini ci tenessro la porta quando passiamo e si alzassero per farci sedere, anche se abbiamo voluto la parità. Vorrei che i ragazzi non mandassero “affanculo” tutti, e che, prima di loro, non lo facessero neppure attori, cantanti, politici, presentatori. Vorrei che le persone si rivolgessero agli estranei in modo diverso da come si rivolgono agli amici, e, per esempio, dessero loro del “lei”, comprese le commesse che ti danno del “tu” anche se hai l’età della loro nonna. Mi piacerebbe che non si parlasse al cellulare in ogni dove, come se fossimo tutti in famiglia. Sarebbe carino anche che la gente evitasse di sputare per terra, anche se non ci sono più i cartelli “vietato sputare” (perché non rimetterli?), compresi i calciatori, che non hanno mai sputato tanto.
Vorrei meno schiamazzi, meno clacson, meno musica a tutto volume. Vorrei sentire di nuovo “prego, passi pure”, invece di “tocca a me, prego!”.
Vorrei parole gentili, sorrisi sinceri, buona educazione. Ma la buona educazione, se non è morta, sembra in coma irreversibile.
mercoledì 18 maggio 2011
L’autostima e la maestra che umilia i bambini. 205°
martedì 17 maggio 2011
AVVISO A CHI MI SCRIVE in privato
Vado in ordine di arrivo.Rispondo sempre. Abbiate pazienza!
Grazie.
lunedì 16 maggio 2011
"S.O.S da un’insegnante alle prime armi". 204°
"Cara professoressa Milani sono una docente di IRC alle prime armi, lavoro in una scuola superiore, ma IRC è un' ora molto spesso in cui si copiano compiti di altre materie, quindi da parte dei ragazzi ci sono dei pregiudizi rispetto alla disciplina benché l'abbiano scelta.
Due sono le classi in cui la situazione mi sta sfuggendo di mano.
La prima è una seconda classe, l'altra una quarta, in seconda l' ultima lezione avevo dato ai ragazzi una poesia su cui dovevano fare una riflessione personale, scritta che poi doveva essere letta alla classe, per cercare di fare un dibattito ma le cose non sono andate così.
Premetto che appena entrata c'era confusione ed ho detto che al primo che disturbava avrei messo una nota.
Così è stato, ma l'alunno era colui che ogni volta che arrivavo in classe mi chiedeva puntualmente "oggi che facciamo prof.? Leggiamo" ma non potevo rimangiarmi quello che avevo detto.
Poi vicino alla cattedra arrivavano palline di carta, non riuscivo a capire chi era che le lanciava, in classe regnava il caos e non siamo riusciti. A quel che ho compreso loro sono felici che finalmente fanno lezione, ma c'è sempre un gran chiasso, confusione ed io a minacciarli di mettere una nota (non ho l'arma del voto perché tanto religione non fa media.) Alla fine dell'ora quando sono andati tutti via il ragazzo a cui ho messo la nota ha detto:
"Ha visto prof. che la nota non è servita a niente ed i compagni si sono comportati male ed io so chi ha buttato le palline di carta ", mi ha detto il nome e mi ha chiesto di togliere la nota messa.
Non so cosa fare! Non riesco a capire dove ho sbagliato. Eppure dovrebbe essere un 'ora tranquilla in cui discutere di tanti temi attuali, ma nulla di tutto ciò solo caos. Grazie per il consiglio.
Marilina".
Cara Marilina,
hai fatto bene a mettere la nota promessa. E spero che poi tu non l’abbia tolta. Le promesse si mantengono, senza guardare in faccia nessuno. Ma non minacciare più di mettere note: non le mettere, se non per casi eccezionalmente gravi. Sono inutili. Non è con le note che ti guadagni il rispetto degli alunni. Devi essere convinta del fatto che non devono lanciare palline, e far trasparire questa convinzione.
L’insegnante di religione cattolica è sempre stato considerato un insegnante con il quale era abbastanza ovvio non fare nulla. Anche ai miei tempi, figuriamoci oggi. Quindi ci vuole un discorso a parte, perché le difficoltà sono ancora maggiori.
Tu dici che l’”IRC è un' ora molto spesso in cui si copiano compiti di altre materie” e aggiungi “anche se i ragazzi hanno scelto la materia”.
È un buon punto d’inizio. Chi insegna religione non ha, in realtà, i mezzi per “minacciare” chi si comporta male e chi non studia, perché non solo i ragazzi, ma anche i colleghi considerano la religione un’ora di serie B. Perché?
Secondo me il problema c’è: che materia è la "religione cattolica"? Che cosa insegna? A che cosa serve, di preciso? Serve per trovare, un giorno, lavoro? È una materia opzionale: i ragazzi la scelgono perché davvero sono interessati, oppure perché dà loro dei crediti per l’esame o per semplice consuetudine?
Ecco il problema. In una società multietnica è giusto continuare ad impartire l’insegnamento della religione cattolica? Oppure c’è qualcuno che vuole imporre la religione cattolica per mantenere un certo potere, anche politico? Non sarebbe più logico imparare la dottrina cattolica in parrocchia e a scuola la storia del pensiero religioso? Se la religione non si chiamasse “insegnamento della religione cattolica”, se si chiamasse “insegnamento delle religioni”, o del pensiero religioso” e si studiassero le religioni, ma anche l’agnosticismo e l’ateismo, i ragazzi non sarebbero molto più interessati?
C’è stato un periodo in cui l’insegnante doveva insegnare “le religioni”, ma poi siamo tornati a chiamarla “religione cattolica”.
Sono dell’opinione che finché continueremo in questo modo tu, come insegnante, non avrai che occasionalmente il rispetto degli alunni. È la società che non ti rispetta, ignorando il fatto che insegnare religione in una società nella quale Dio non viene sentito come “necessario” da molti, in una scuola in cui convivono religioni diverse, ti fa apparire come “insegnante opzionale”.
Un onesto dibattito su tutti gli aspetti della religione, sul perché una persona è religiosa e un’altra no, sul significato di “rispetto della religione altrui”, renderebbe la lezione interessante per la maggioranza degli studenti. Un onesto, vero, dibattito sui grandi temi come l’eutanasia, l’aborto, divorzio, l’omosessualità, renderebbe la lezione interessante, e te molto più credibile agli occhi dei ragazzi che, a quell’età soprattutto, esigono di capire e non amano le imposizioni. Il dibattito può esistere solo se non parte da “ora vi dimostro che l’eutanasia, l’aborto, divorzio, l’omosessualità sono sbagliati e sono opera del demonio”. Cara Marilina, so benissimo che non ti esprimi così, ma il concetto è questo, per molte persone cattoliche.
Ti consiglio dunque di parlare con i ragazzi in modo chiaro: affronta con loro il problema del loro disinteresse, della loro mancanza di rispetto nei tuoi confronti. Spiega loro che non intendi più tollerare, ma che sei disposta a discutere di qualunque argomento. In parecchi altri post troverai dei consigli sull’atteggiamento da tenere.
Se deciderai di seguire il mio consiglio, aspettati che qualcuno – genitori, dirigente, colleghi - protesti perché “fai della politica”.
L’insegnamento è una scelta: a te decidere che cosa vuoi. Io scelgo sempre l’onestà intellettuale, a qualsiasi prezzo. Faccio quello che ritengo giusto per i ragazzi e non per chi in quel momento governa e vuole manipolarli.
Ti suggerisco, se seguirai il mio consiglio, di registrare le lezioni, spiegando ai ragazzi che poi potrete sentirle insieme, se servirà.
Non si sa mai. Ti potrebbe servire.
Fammi sapere.
domenica 15 maggio 2011
Come fare una lezione sul bullismo. Terza parte. 203°
sabato 14 maggio 2011
Come sconfiggere il bullismo. Seconda parte. 202°
venerdì 13 maggio 2011
Come risolvere il problema del bullismo. Prima parte. 201°
mercoledì 11 maggio 2011
Il corpo delle donne è un oggetto (più di prima). 200°
martedì 10 maggio 2011
Come i genitori vedono gli insegnanti. 199°
Chi ha occasione di aspettare un bambino all’uscita di una scuola può scoprire un mondo interessantissimo: il mondo dei commenti dei genitori sugli insegnanti. Anche se a qualcuno dispiace leggerle, è importante citare le parole volgari in modo cha appaiano, non attenuate da asterischi, in tutta la loro volgarità. Ecco le scenette alle quali si può assistere: bambino che esce, sbattendo lo zaino ai piedi della mamma: “La maestra mi ha dato un’altra nota!”. Mammina: “Ma che cazzo vuole quella lì da te? Ora mi ha proprio rotto. Vieni un po’ con me che andiamo a sentire!”.
Bambina: “La maestra ha detto che non possiamo bere l’acqua della bottiglietta e vuole che beviamo quella del rubinetto”. Mamma, mentre le toglie lo zainetto dalle spalle”: “Ma, scusa, a lei cosa gliene frega di che acqua bevi tu? Sarò padrona o no, di decidere io, che sono la mamma, che acqua deve bere mia figlia?”.
Ragazzino: “Papà, non posso fare ginnastica perché non ho le scarpe da ginnastica.” Padre: “Falla con quelle, no?” Ragazzino: “Il professore non vuole, perché si sporca la palestra.” Padre: “E tu non dirglielo, no?!”.
Ragazzino, all’uscita:”Oggi ho dieci problemi da fare”. Mamma, mentre gli toglie lo zaino dalle spalle: “Ma cos’è, scema? Ma sono tutti matti qui! Dieci problemi!”.
Padre, al ragazzo che esce in ritardo dalla scuola: “Ma dov’eri?!!”. Ragazzo: “Niente… Ero dalla preside, perché mi sono picchiato con uno”. Padre tutto rasato, eccetto il codino, tutto tatuato, gilet di pelle nera sul torso nudo. “E, va be’, ma allora sono scemi!?? Potevano avvertire! Ho visto che tutti gli altri erano già usciti! Mi sono cagato addosso!”
Questo, all’uscita di elementari e medie. All’uscita delle superiori usano queste parole direttamente i ragazzi, che ormai hanno imparato la lezione dai genitori.
Salta agli occhi, fuori dalle scuole italiane, anche questa abitudine del togliere subito lo zaino dalle spalle dei figli: è un esempio della diseducativa abitudine di togliere i pesi ai figli. Nonnine traballanti sotto il peso di zaini pesanti, mentre il bambinone in carne e giovanile baldanza cammina davanti, libero di mangiare i suoi trenta centimetri di pizza, che non possono aspettare fino a casa.
Che cosa può fare la Scuola per i figli dei genitori che a casa diseducano invece di educare? Di quelli che a casa insegnano il contrario di quello viene insegnato a scuola? E, soprattutto: gli insegnanti devono, o no, cercare di fare qualcosa per i figli di quei genitori? Se quei ragazzi e quei bambini a scuola si comportano male è colpa loro? La società ha interesse che la Scuola cerchi di recuperare in loro i comportamenti corretti o è meglio lasciarli al loro destino, come vorrebbero gli altri genitori? Gli altri genitori, quelli che educano i loro figli ad essere rispettosi e onesti, pretendono che gli insegnanti chiamino i genitori dei ragazzi difficili e dicano loro di educarli meglio.
Ma non sanno che quei genitori, di solito, non vengono al colloquio, neanche se chiamati.
domenica 8 maggio 2011
“Che cosa sono e a che cosa servono le prove INVALSI?”. 197°
Aggiungo, per chi non avesse mai visto una prova, questa, dell'anno scolastico 2009 2010, per la terza media:
http://www.invalsi.it/EsamiDiStato0910/documenti/Fascicolo_Italiano.pdf
Provate a farle. Entro un'ora e quindici minuti esatti.
giovedì 5 maggio 2011
Dire che i bambini sono viziati è poco. 195°
Dire che oggi i bambini sono viziati è poco. Le famiglie, nonni e bisnonni compresi, fanno a gara a chi accontenta di più i bambini.
Come se fossero eterne bambine che giocano con le bambole, mamme e nonne si divertono a comperare scarpine mignon a bambini che ancora non camminano, come se fossero bambolotti da vestire come Barbie o Ken, e le pagano come scarpe da adulti, ben sapendo che dopo venti giorni non andranno più bene.
Alcune si sacrificano e fanno economia sull’alimentazione per comperare, a prezzi assurdi, jeans per bambini di quattro mesi o una giacchettina di montone con tanto di bavero di pelliccia (finta) per il nipotino di due anni. Padri orgogliosi comperano giacchettine di pelle, costosissimi completini da pilota della Ferrari a bambini di due anni.
Non vengono rimproverati se urlano, se pestano i piedi, se lanciano oggetti.
Se non vogliono scendere dalla giostra non devono neanche protestare, perché il genitore o il nonno si è già precipitato a comperare altri gettoni.
I bambini che oggi hanno la macchinina, a diciotto anni avranno la macchina, freschissimi di patente. Certo, non tutti. Ma quelli che non rientrano in questa casistica soffriranno perché si sentiranno dei diversi.
I genitori che scelgono di non viziare i figli spesso si trovano dei figli emarginati dagli altri e quindi infelici.
mercoledì 4 maggio 2011
“Non si può” e “No, non lo puoi avere”. 194°
domenica 1 maggio 2011
AVVISO a chi mi scrive in privato e sul blog
Beato chi può festeggiare il Primo Maggio. 193°
“Beato” significa “pienamente contento, felice”.
Sicuramente papa Wojtyła sarà pienamente contento di essere già stato proclamato “beato”, e che la sua beatificazione venga annunciata “Urbi et Orbi” e festeggiata in tutto il mondo. Del resto sarebbe stato poco rispettoso fare aspettare proprio lui che ha proclamato 482 santi e 1341 beati.
Invece vorrei riflettere un attimo sulla parola “beato” nell’uso comune.
Quando si dice “beato lui”, significa che c’è qualcuno che ha quello che tu non hai. Per un papa può andarmi bene, ma per noi persone comuni no.
Beato quello che mangia tutti i giorni.
Beato quello che ha una casa nella quale tornare.
Beato chi ha la possibilità di realizzare i sogni, anche soltanto quelli piccoli.
Soprattutto, beato chi può festeggiare il Primo Maggio perché ha un lavoro.
Mi domando come vivono il Primo Maggio quelli che non lavorano e sono disperati perché non sanno come affrontare il futuro. Senza lavoro, che cosa si può fare? Non si sa neppure con quali soldi si comprerà il pane o il dentifricio.
Se “l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, significa che i non lavoratori ne sono esclusi?
Voglio festeggiare il Primo Maggio pensando ai disoccupati, alle loro famiglie e alle loro sofferenze.
La monarchia in Italia è stata abolita?. 192°
Pare che io mi sia sbagliata. La monarchia è stata abolita solo sulla carta. In realtà è viva e abbastanza vegeta. La diretta sul “matrimonio del secolo” (ma non è appena cominciato, il secolo?) è stata il trionfo della monarchia anche in Italia. Sì, lo so che si parlava della monarchia inglese, ma le vicende della “famiglia reale” (come suona bene “famiglia reale”) e dei mille e novecento invitati e del milione di persone per le strade e dei due miliardi incollati alle televisioni di tutto il mondo sono state vivisezionate e raccontate dai cronisti, dai commentatori “esperti di famiglie reali” e di bon ton, come se dovessimo inchinarci tutti alle Loro Maestà, colmi di ammirazione.
Non critico gli stranieri, tutti, se adorano la monarchia: hanno altre storie. Mi lascia sbigottita il fatto che gli italiani si interessino tanto alla nobiltà.
Ora, se è vero che la televisione si può spegnere, che i reportage fotografici si possono ignorare, che i servizi sulla carta stampata si possono non leggere, è anche vero che ci è stato impossibile non incappare nelle immagini del matrimonio, dei cappellini delle dame, dei frac, del servizio sul matrimonio di Lady Diana, dei confronti fra Kate (ora Princess Catherine, proprio come la nuova Barbie) e Grace di Monaco, sui commenti dei nobili invitati, o sugli applausi della folla festante.
Sinceramente, anche se tutto sommato il giovane William ha la mia simpatia (solo perché ha perso la mamma da ragazzo), mi sarebbero bastati e avanzati dieci minuti di riprese del matrimonio, per appagare la mia curiosità.
Perché questa overdose di monarchia in Italia? Evidentemente agli italiani piace (anche se in realtà non hanno nulla da spartire con il popolo inglese). Perché?
Credo che i gusti degli italiani siano fortemente pilotati. In questo periodo chi detiene il potere mediatico (e non solo quello) mira a ricreare quell’incantevole atmosfera ante guerra in cui i poveri, i lavoratori, andavano fuori dai teatri ad ammirare le signore vestite elegantemente, o fuori dai caffè ad invidiare i ricchi seduti ai tavoli che sorseggiavano un tè con pasticcini. Era tanto facile tenere a bada i poveracci, allora. Poi hanno alzato un po’ troppo la cresta e hanno cominciato a voler dire la loro. Grazie a Dio, però, adesso i “signori” hanno ripreso il potere politico (e anche quello mediatico) e stanno facendo tornare tutto com’era prima. Perciò, anche se non si dice più “avanti Savoia”, (dei Savoia non gliene importa nulla, in realtà) si fa di tutto per propinarceli, in modo che ricominciamo ad ammirare i nobili. Ce li propinano perfino in televisione. Ci propinano conti, principesse, principi e principini: ce li fanno ammirare e considerare di rango elevato, “signori” da invidiare. Ritorniamo al medioevo. Perfino chi è ricco non potrà sentirsi più all’altezza dei nobili. Forse si ricomincerà a comperare i titoli nobiliari (che erano stati aboliti o no?).
E la gente, noi poveri italiani, tentenniamo fra il disgusto verso la volgarità imperante e la disonestà diffusa, e la speranza di un mondo migliore, quello (pilotato) delle favole, dove i principi sposano le principesse.
E tutti vissero felici e contenti.
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