La professoressa Isabella Milani è online

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"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.

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giovedì 22 novembre 2012

Gli alunni difficili sono ragazzi che soffrono. Terza parte. 336°

Gli alunni difficili sono ragazzi che soffrono.
Non parlo dei ragazzi che dicono parolacce, che stanno scomposti nei banchi, che ridono fra loro. Quelli sono i maleducati. Sono quelli abituati a credere che tutto è dovuto, che la fatica deve essere evitata, che il rispetto è una cosa da vecchi. A quelli bisogna insegnare che non possono fare quello che vogliono e, a quelli più grandi, che, se non studiano, vengono bocciati.
Non parlo neanche dei ragazzi che hanno una certificazione di handicap. Se vogliamo aiutarli davvero dobbiamo adeguarci alla sindrome dalla quale sono affetti; dobbiamo studiare il loro problema e come possiamo aiutarli.
Parlo di quelli – tantissimi – che sono affetti da sindromi varie che non vengono riconosciute, che non vengono certificate o che vengono ignorate per comodità, sia dagli insegnanti che dai genitori .
Quando abbiamo davanti venticinque o trenta alunni, è difficile capire davvero, in quelli “che non seguono e non rispettano le regole”, dove finisce l’ignoranza, la svogliatezza,  e dove comincia la patologia. Chi non insegna non ha neppure una vaga idea di quanti alunni pieni di problemi ci siano in una classe. Problemi che spesso non sono evidenti agli occhi dei non esperti (spesso anche ai nostri), come la dislessia, la disgrafia, disortografia, la discalculia, che possono essere scambiati per mancanza di studio o mancanza di attenzione. Nella Scuola, quello che non è certificato non esiste.
E quegli alunni, allora, vengono sgridati – da noi e dai genitori - perché non leggono bene, perché fanno troppi errori, perché sbagliano i calcoli. O a chi, dislessico, se non capisce alla prima, se rimane indietro quando dettiamo, diciamo "Come mai non hai capito? Eri distratto!" oppure "Sei rimasto indietro! Stai più attento!".
Alcuni bambini impugnano la penna in modo assurdo, in realtà perché magari hanno problemi di disgrafia, hanno disturbi motori veri, e difficoltà oculo-manuali. Ma vengono rimproverati, obbligati a ricopiare. Quando vengono i genitori diciamo loro “il bambino ha una calligrafia pessima!”; e sul quaderno gli scriviamo “devi scrivere meglio!”. E la mamma, a casa, lo sgrida, gli strappa la pagina e gliela fa ricopiare. Per un bambino, un ragazzino delle medie, non ha ancora la capacità di spiegare che proprio non gli riesce anche se vorrebbe, di esternare il suo malessere in modo pacato: o tace e ingoia, o urla e picchia.
Spesso sono i bambini difficili, quelli che scrivono male, che sono disordinati, che scrivono troppo grande, fuori dalle righe. E noi li rimproveriamo, diamo loro brutti voti. E ci convinciamo che basterebbe un po’ di attenzione per migliorare. Ma forse – probabilmente - non possono proprio.
Che cosa proveremmo, noi, se venissimo rimproverati continuamente, da tutti e per anni, per qualcosa che non riusciamo a controllare? Io credo che forse diventeremmo anche noi “difficili”. E certo la nostra autostima sarebbe piuttosto bassa.
Possiamo fare del male anche senza volerlo. Se non riconosciamo le difficoltà obiettive di un alunno e non facciamo nulla per lui perché chiamiamo “mancanza di impegno”, “mancanza di studio adeguato”, “mancanza di basi” i suoi insuccessi scolastici , gli stiamo facendo del male. Dobbiamo studiare i problemi di apprendimento che possiamo incontrare negli alunni, conoscerli, altrimenti rischiamo di farli soffrire.

Voglio parlare anche dei ragazzi che si comportano malissimo: quelli che vi sfidano apertamente, che vi rispondono male come se voi foste il nemico da combattere. Quelli che si divertono a irritare con scherzi e dispetti i compagni, quelli che, accusati, vanno su tutte le furie, quelli che prendono in giro tutti, che si rifiutano di seguire le regole. Quelli che guardano con odio chiunque li sfiori, che si mettono le cuffie per farvi vedere che non vi stanno ascoltando; quelli che si picchiano e che picchiano. I ribelli. Quelli che fanno proprio di tutto per farvi saltare i nervi.
Potrebbero essere affetti da un disturbo patologico: per esempio il disturbo oppositivo provocatorio. Ma se è qualcosa di patologico, che colpa ne hanno, se reagiscono urlando, se non rispettano le regole – nessuna regola - , se sono aggressivi e violenti? Molti insegnanti non si sono mai preoccupati di aggiornarsi, e, quando qualcuno avanza il dubbio che un certo alunno difficile potrebbe essere affetto da un disturbo patologico, rispondono, seccati “Macché disturbo! È solo un gran maleducato e un mezzo delinquente!”. E il caso è chiuso.
I ragazzi che si comportano male potrebbero essere ragazzi che non hanno nessuna autostima, che soffrono di solitudine, di depressione, di fobie. Forse hanno subito violenze. Potrebbero, quando vanno a casa, assistere alle botte che il padre dà alla madre; potrebbero essere sballottati da un parente ad un altro, e vivere una vita sbandata, senza punti di riferimento, senza affetto. Forse hanno vissuto traumi o abbandoni. O hanno una vita piena di problemi, economici, familiari. E quando uno ha la pancia vuota, quando ha la mamma malata, quando il padre non c’è perché ha mollato tutto e se ne è andato tanti anni prima o quando a casa non arriva più lo stipendio, non si ha molta voglia di studiare, e non si è dell’umore migliore per stare attenti e comportarsi bene.
Non dobbiamo mai dimenticare che gli alunni hanno una famiglia, e che a casa possono vivere l’inferno. Allora diventano cattivi con il mondo intero; a casa prendono calci e pugni e li restituiscono a scuola al primo che capita. Forse non hanno mai avuto affetto e attenzione e cercano di averli a scuola, e si comportano male per avere l’ammirazione dei compagni e l’attenzione (anche se in modo negativo) dell’insegnante. I ragazzi, anche quelli che sghignazzano forte nel bel mezzo della lezione, possono essere gravemente depressi. E più rispondono male, più appaiono prevenuti e aggressivi, e più dobbiamo sospettare che stiano soffrendo.
Solo se li vedremo così, riusciremo ad accettarli e ad aiutarli.
E allora? Dobbiamo accettare tutto? Promuovere tutti? No, certo! dobbiamo rimproverare con forza chi si comporta male. Ma con il tono di chi sa che quel rimprovero è necessario, e con la consapevolezza che tutti hanno diritto di essere aiutati.
I ragazzi davvero problematici sono molto difficili da accettare, perché con il loro comportamento provocano in noi rabbia, frustrazione e stanchezza. 
Ma per riuscire a gestirli bisogna accettarli e capirli. Solo se sentiranno il nostro interesse e la nostra comprensione riusciranno ad imparare a fidarsi di noi.  E le cose miglioreranno. Per loro e per noi.


Prima parte qui.

Seconda parte qui.

8 commenti:

  1. Secondo me però non basta accettare e capirli, bisogna avere prima di tutto il dovere di aggiornarsi sui "nuovi problemi" dei ragazzi, poi le possibilità di poterli aiutare e cosa non da trascurare che in tutto il percorso scolastico dei nostri ragazzi gli insegnati sappiano fare il proprio dovere...dalla scuola dell'infanzia in su!come sappiamo certi problemi se individuati in tenera età si possono se non risolvere almeno migliorare... sono che sono discorsi molto irreali i miei ma noi insegnati non possiamo immaginare e pretendere di risolvere situazioni assurde con la buona volontà e magari vedendo i ragazzi per due, tre ore la settimana e basta...

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    1. Certo, Paola. Del dovere di aggiornarsi continuamente ho scritto parecchie volte. Il problema è che solo una minoranza si prende la briga di studiare tutti i problemi che un bambino o un ragazzo possono avere. Molti - troppi - sono fermi ai tempi in cui si puniva il bambino perché scriveva con la sinistra.....

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  2. Appena tornata da lavoro.
    ESAUSTA.
    Io lo sento tutto il loro disagio. Percepisco a pelle il loro senso di inadeguatezza. Ma in certi giorni, come oggi, arrivo al punto di sentirmi io stessa completamente inadeguata.
    Preparo ogni giorno le mie lezioni, perché non posso lasciare niente al caso. Certe volte sono loro stessi a darmi spunto, e allora la lezione prende un'altra direzione, inaspettata, ma educativa per tutti, me compresa.
    Altri giorni, come oggi, la comunicazione si interrompe, e devo smettere di fare lezione. Mi buttano addosso i loro bisogni e si impuntano se non li ascolto. Vogliono essere sempre ascoltati. Ma non ascoltano. Non vogliono fare il loro dovere. E allora mi impunto anch'io. E comincia la lotta.
    Ho cominciato a sperimentare una delle tattiche suggerite dall'autrice di questo blog: di fronte a un comportamento di disturbo dico, imperturbabile, di continuare. I più la smettono subito.
    Ma intanto anche oggi sono tornata esausta e sfibrata.
    Chiara

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  3. Grazie a te, Isabella.

    Chiara.

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  4. Buongiorno Prof.ssa.
    Anche stamattina fuori scuola c'era il capannello di mamme brontolanti. Anche io brontolo, sia detto per amore di onestà. Però più vado avanti e più comincio a capire il punto di vista di alcuni insegnanti. Lunedì la prof. di matematica di mio figlio al colloquio, dopo il resoconto sulla resa scolastica , ha trascorso quasi tutto il resto del tempo a dirmi quanto per lei sia difficile tenere a bada la classe se non a prezzo di urli e note. In altri momenti avrei pensato che non era di polso, adesso che mi rendo conto di varie cose, capisco che arginare certe presunte vivacità che ammantano una grande ineducazione, è arduo ( lo vedo anche sul lavoro, dove ci sono anche adulti che si comportano da adolescenti "cretinetti").Il più delle volte sono dei maleducati inconsapevoli, che nemmeno si rendono conto di stare a disturbare perché vivono come una cosa normale lo schiamazzo, lo scherzo pesante, ecc. E in questo ha responsabilità la famiglia. Ecco, stamattina volevo dire questo a quelle mamme, ma di fronte ad argomenti tipo "te lo sei scelto tu 'sto lavoro , adesso pensaci da sola a tenerli a bada" ho capito che sarebbe stato fiato sprecato.
    Peccato perché se gli insegnanti avessero solo a che fare con i casi seri magari potrebbero concentrarsi meglio su di loro per offrire il giusto supporto, tanto avrebbero il resto della classe che si condurrebbe nel modo dovuto senza bisogno di "controllori", ma questa è utopia.
    Buon lavoro , corpo docente tutto! Davvero di cuore.
    Un saluto a lei, prof.
    Paola

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  5. Gentile professoressa, sono molto d'accordo con quanto da lei scritto nel post. Purtroppo gli insegnanti -a parte quelli della scuola primaria a quanto ne so- non ricevono ad oggi una formazione pedagogica approfondita, pertanto o si "arrangiano" da soli o diventano pedagoghi con la pratica oppure possono, in genere pensando di essere nel giusto, non riconoscere elementi di patologia o almeno di disagio psichico e classificare i ragazzi come semplici maleducati.
    A questo proposito mi ha molto colpito il saggio di Alfred Adler "psicologia del bambino difficile", che ho letto qualche tempo fa; anche se il libro fu scritto nella prima metà del '900 l'ho trovato straordinariamente attuale nel modo di interpretare e di cercare di correggere i comportamenti aggressivi, la maleducazione, l'eccessiva distrazione. Credo sia stato il libro più illuminante che ho letto al riguardo.
    Vera

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  6. Buona sera Professoressa, le sue parole dettate dall'esperienza sono una vera manna dal cielo, come lei anche io sono una docente, sono Abilitata con TFA II ciclo e sto affrontando la mia prima supplenza, come docente di sostegno in una scuola media. Come ha fatto notare Vera, nell'ultimo commento, i docenti non hanno una preparazione pedagogica. Mi sento di affermare che, per quanto riguarda il corso di Tirocinio Formativo Attivo, la preparazione pedagogica è stata molto esigua, nonostante avessimo a disposizione professori preparati, le tempistiche e le modalità di questo corso hanno impedito una piena conoscenza e padronanza delle competenze pedagogiche. Il che va a discapito dei nostri ragazzi, e anche della sicurezza e serenità di noi docenti. Spero non smetta mai di condividere la sua esperienza, perché è l'unico faro a cui tutti noi docenti ("novelli" o meno) possiamo guardare.
    Grazie di condividerla generosamente.
    Veronica

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