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ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.
Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.
Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.
Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).
INFORMAZIONI PERSONALI

- ISABELLA MILANI
- La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.
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martedì 30 novembre 2010
Il privilegio e l’onere dell’insegnamento 131°
lunedì 29 novembre 2010
Ripropongo il post 68°
Gli anni della pensione .68° 2 agosto 2010
Da quando ho saputo che dovrò andare in pensione a sessantacinque anni mi girano i pensieri. E non solo quelli. Non solo si vuole obbligare un'insegnante a trascinarsi a scuola con i piedi doloranti per l'alluce valgo, con i problemi circolatori di quarant'anni di vita sedentaria, con le preoccupazioni (di cui parla anche la pubblicità) per le piccole perdite, per la dentiera che balla, perché senti i suoni ma non capisci le parole. Ma si parla anche di aumentare ulteriormente gli anni necessari ad andare in pensione. Follia pura. Ingiustizia pura. Vogliono mandarci in pensione, insegnanti e non, quando la nostra vita non ha più un vero e proprio futuro. Non voglio dire che a sessantasei anni sei finito, no. Ma certo non mi si può dire che dopo i sessantacinque viene il meglio.
Analizziamo la nostra vita di lavoratori. Chi ha studiato si è sacrificato sui libri , ha speso, è vissuto sulle spalle dei genitori, non ha guadagnato per anni. Chi non ha studiato ha cominciato presto a guadagnare, ma ha iniziato presto anche a capire quanto è faticoso procurarsi la pagnotta con il lavoro.
Loro, quelli che vogliono aumentare gli anni della pensione, quelli che portano se stessi come esempio di come si può lavorare anche oltre i settant’anni, che cosa hanno fatto? Se non erano già ricchi di famiglia lo sono diventati. Loro lavorano nei luoghi dove noi vorremmo tanto andare in vacanza anche solo per tre giorni. Si incontrano in alberghi a cinque stelle lusso, cenano in ristoranti che noi abbiamo visto solo dal di fuori; comperano regali per mogli e amanti in negozi davanti ai quali noi non ci fermiamo neanche, perché da dietro le vetrine ci guardano male come per dire “togliti, che cosa guardi? Sei ridicolo! tanto non puoi comperare niente e vestito così ci fai sfigurare”. Sono riveriti, fotografati, acclamati (e non si sa per che cosa). Vivono in ville nascoste da parchi e gli accompagnatori turistici ce le indicano con la mano dicendoci che quella è la villa del tal personaggio politico (così possiamo respirare un po’ dell’aria che respirano loro); o vivono in un appartamento in condomini super lusso (a qualcuno glielo hanno regalato a sua insaputa) dove la cuccia del cane è più costosa di casa nostra.
Mangiano bene, si vestono bene, trascorrono vacanze su mega yacht, sempre rigorosamente al fresco dell' aria condizionata. E se l’aria condizionata fa loro venire un torcicollo, vengono prontamente unti e massaggiati. Il loro importante corpo viene monitorato dai migliori specialisti e, in caso di malattia, se qui in Italia non c’è lo specialista più qualificato, viene trasferito all’estero in una clinica, ovviamente privata (a spese di chi?) dove viene rimesso a nuovo.
Questi signori mandano i figli nelle scuole private, non perché siano migliori, ma perché lì vengono fatti confluire i contributi statali e perché lì si trovano fra di loro, lontani dai nostri figli e dai figli degli extracomunitari, che un giorno saranno i loro servitori. Quando i loro figli saranno grandi, infatti, anche se saranno delle scarpe o delle trote come studenti, troveranno pronto per loro un lavoro prestigioso: quello di dirigenti. Dirigenti dei nostri figli. Andranno in pensione quando vorranno. E, se si saranno dedicati alla politica, se saranno parlamentari, anche dopo due legislature.
E dicono a noi che è giusto che andiamo in pensione a sessantacinque anni o più. Dicono che dobbiamo fare il sacrificio. Altrimenti siamo dei fannulloni.
domenica 28 novembre 2010
Post 115° con COMMENTI da IL FATTO QUOTIDIANO
Penso alle cose che ci fanno sentire vivi. 115°: "Qualche sera fa una cena con amici si è trasformata in una tavola rotonda tutt’altro che allegra sul tema dell’eutanasia. Capita, quando vie..."
sabato 27 novembre 2010
Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone. 129°
Le schiaffeggiano, le riempiono di calci e pugni, fanno loro gli occhi neri, le trascinano per i capelli, le tengono prigioniere, le stuprano, le lasciano senza mangiare, spaccano loro le gambe, le braccia, le costole, lo sterno. Le sfregiano. Le perseguitano.
Perché tacciono, queste donne? Perché continuano ad urlare di dolore e di paura, a vivere nel terrore e nell’orrore?
Un tempo non potevano ribellarsi perché se erano fidanzate non era data loro la facoltà di lasciare l’uomo che ormai le aveva scelte. Non avrebbero più trovato un altro, perché erano “già usate”. Se erano sposate – peggio - sarebbero state puttane che lasciavano il marito, e, soprattutto, i figli. Non avrebbero avuto possibilità di mangiare perché non lavoravano, e la loro famiglia non le avrebbe più riprese in casa perché “una donna ha il dovere di stare sempre con il marito”. Poi c’era l’abbandono del tetto coniugale. C’era il “delitto d’onore” a ricordar loro che se le cose finivano male l’uomo aveva la sua bella giustificazione pronta, sociale e legale.
Ma oggi? Perché neppure oggi è tanto facile ribellarsi e liberarsi.
Oggi ci sono notizie di persecuzioni nei confronti di donne da parte di mariti, fidanzati, che non sanno accettare un rifiuto o un abbandono. Diventano furibondi come animali feriti, con ferite nell’orgoglio che sono peggiori di quelle che si potrebbero loro procurare nelle carni. Ci piace usare il termine “stalking”. Ma se usiamo una parola inglese la sostanza non cambia. Anzi, forse contribuisce ad ingentilire il gesto alle orecchie italiane e non so se è proprio un bene. Lo stalking a volte finisce in omicidio.
L’uomo, impazzito di gelosia, furibondo per l’affronto di essere stato respinto, affonda il coltello nel corpo della donna e la cancella dal mondo. No, non può esistere una donna che lo ha respinto, che gli ha preferito un altro. O sua o di nessuno. Deve cancellarla dalla faccia della Terra. Affondare sessantasei pugnalate nel corpo di una ragazza significa riempire un corpo femminile di ferite in ogni parte. Non significa soltanto “uccidere”. Significa continuare a colpire con rabbia furibonda per più di un interminabile minuto. Significa continuare a ricevere addosso il sangue che schizza, sulle mani, sul viso, senza riuscire a fermarsi. Come può esistere una violenza così?
Della violenza sulle donne è intrisa ogni parte del mondo. Anche l’Italia. Non consola il fatto che ci siano perfino violenze peggiori. E non diciamo che qui ci sono le leggi. Sappiamo tutti che se uno va a denunciare il marito che la picchia e lui dice che non è vero, la cosa finisce lì. Se esagera, allora arrivano dei provvedimenti restrittivi, l’ordine di non avvicinarsi alla donna, di non vivere nella stessa città. Ma a volte non basta. Finisce che l’ammazza e noi diciamo “Ma perché non lo ha denunciato?”. Il Bruno Vespa di turno ci fa un talk show, si gioca al piccolo investigatore e poi tutto finisce lì.
Gli uomini – certi uomini – non picchiano solo le fidanzate, le mogli, ma anche le figlie. Figlie che considerano “proprietà privata”, “loro donne”. Il padre deve comandare, essere rispettato. Altri uomini non possono mettere gli occhi su quella ragazza che “deve fare quello che dice il padre”. Non deve vestirsi e truccarsi come una puttana.
Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone. Donne da educare perché diventino come le vuole l’uomo. Donne da far prostituire, obbligate ad “essere carine”, con il cliente, obbligate ad abortire, a fare sesso a comando.
Donne da picchiare. Non per niente un tempo si diceva “una donna non deve essere picchiata neppure con un fiore”. Ora non si sente più dire.
Donne proprietà privata degli uomini. Ad un certo punto le donne hanno urlato “Io sono mia!”. Ma non è servito. Non si sente più neanche quello. Forse sarebbe il momento di ricominciare a dirlo.
Viviamo in un mondo in cui, sempre di più, la donna deve essere velina, accompagnatice, escort. Oca. Deve essere gnocca. E questo, a pensarci bene, significa che l’uomo è superiore e, come tale, deve far rigare dritta la donna, moglie, fidanzata, amante o figlia. Deve punirla se sbaglia.
mercoledì 24 novembre 2010
Come comportarsi con un'alunna difficile. 128°
“Salve collega,
le racconto cosa mi è successo oggi con la speranza di avere un chiarimento
data la confusione che ho in testa adesso.
Sono un’insegnante di sostegno e seguo per sei ore una ragazzina di seconda media che ha
un atteggiamento di strafottenza e che pretende di fare quello che dice, vuole
lei come e quando vuole. Dopo alcuni scontri iniziali che, addirittura la portavano ad impedirmi di
vedere i suoi quaderni, a rifiutare il mio aiuto, ora riusciamo a lavorare.
Qualche volta la assecondo cercando di farle fare le cose con la promessa di
esaudire qualche sua richiesta, altre volte lasciandola perdere e non
ascoltandola nemmeno quando è lei a chiedermi qualcosa.
Oggi ho supplito per un’ora nella sua classe una collega assente. Gli altri
lavoravano, lei ha cominciato a dire che aveva perso una penna e che se non la
trovava il padre l'avrebbe fatta morta (cose per attirare l'attenzione) poi
finita la storia della penna, ha cominciato ad alzarsi e dopo vari richiami si
è seduta, poi viene e mi chiede di sedersi accanto ad una compagna sola nel suo
banco. Risposta: No, siediti al tuo posto.
Lei prende e si va a sedere vicino alla compagna che voleva lei. Allora io ho
detto “Scusa Maria(nome della compagna), ti siedi per favore al posto di Sabrina
(ragazzina che seguo)” e lei ha risposto: “Perchè?” “Perchè nessuno ha detto a Sabrina di sedersi accanto a te.” Allora Sabrina ha preso le sue cose e si è andata a sedere al suo posto dicendo: “Basta non ce la faccio più! mi ha rotto i coglioni ...cazzo” urlando e piangendo. Poi nel pomeriggio ho
chiamato la mamma e le ho detto a livello informativo quello che è successo.
Ora mi chiedo, anzi le chiedo:
1. posso essere contenta perchè, anche se ad un costo alto, alla fine l'ho
fatta sedere dove volevo io ? Perché ho dimostrando comunque che lei non l'ha
avuta vinta e che si è arrabbiata più lei di me? O forse devo essere
sconcertata per questo atteggiamento che ha avuto con me e che non ha con gli
altri colleghi, che comunque cercano anche di assecondarla o ignorala?
2 Cosa farò domani entrando nella sua classe? non andarmi nemmeno a sedere
vicino a lei o sedermi e fare finta di niente?
Ho trent'anni, trentuno per la precisione. Sono tre anni che insegno e sembra che l'esperienza non mi abbia insegnato niente nonostante la mia buona volontà di imparare e migliorare. Tutto questo è avvilente ....
Spero mi risponda e mi chiarisca, alla luce delle sua preziosa esperienza, le mie poche confuse idee. Grazie. Sandra”
Cara Sandra, da quello che mi racconti mi sembra che ci sia stato qualche errore iniziale.
- Se Sabrina ha l’insegnante di sostegno solo per sei ore significa che ha un problema, di apprendimento e comportamentale, lieve. Ma un problema lo ha. Tu ne parli come se non avesse particolari problemi e si trattasse di una ragazzina capricciosa.
- Mi sembra che Sabrina non rifiuti te, ma l’insegnante di sostegno. Con l’esperienza imparerai ad accorgertene e penserai fin dall’inizio a qualche strategia perché l’alunno che ha sostegno non noti che sei lì per lui. Credo che per questa volta sia troppo tardi. Ma puoi provare a rimediare dedicandoti ad un gruppetto di alunni. Queste sono strategie che si concordano con gli insegnanti, fuori dall’aula. Quindi potresti parlane con gli altri e dir loro che la ragazza rifiuta il tuo aiuto e che perciò vuoi provare ad allentare la tensione aiutando qualche altro alunno, per qualche lezione.
- In generale, se all’inizio dell’anno percepisci che l’alunno non accetta l’aiuto dell’ insegnante di sostegno (che lo fa apparire – secondo lui – “scemo”) non devi assolutamente sederti vicino a lui, all’inizio. D’altra parte l’insegnante di sostegno è di sostegno alla classe tutta, quando c’è alunno che ha problemi, per esempio di apprendimento o di comportamento.
- Quando un alunno si comporta in modo strano, si mette a cercare una penna per attirare l’attenzione, parla forte, fa dispetti plateali, devi cercare di capire perché lo fa. E devi lavorare su quel problema. Quindi, di fronte agli altri devi comportarti in un certo modo (“Adesso smettila di cercare la penna. Se non la trovi parlo io con tuo padre, non ti preoccupare”) e dentro di te accettarla con le sue difficoltà e vederla come un’alunna che chiede aiuto. Devi volerla aiutare, e non rifiutarla, perché è difficile da gestire. Al di là del primo momento di rabbia (che può capitare a tutti ma non si deve lasciar trasparire) ci deve essere in te la consapevolezza che un alunno che si comporta male sta mostrando disagio e sta chiedendo aiuto anche se ti urla “mi ha rotto i coglioni”.
- È importante che tu consideri una sfida ogni difficoltà che incontri. Quando ti senti in difficoltà devi accettare di provarla e poi chiederti “Come posso fare? Devo trovare un modo per superare questo ostacolo!”. Insegnare è difficile. Chi non prova crede che l’insegnamento consista nell’entrare in classe e spiegare un argomento: quella è la parte più facile. Il difficile è affrontare la classe nel suo insieme e contemporaneamente ogni alunno nella sua individualità. Sarebbe più facile se si potesse fare una cosa per volta. Ma non si può.
- Hai fatto bene a rendere chiaro a Sabrina che tu sei l’insegnante e lei l’alunna. Anche se c’è stato uno scontro. Se avesse cercato di convincerti avresti potuto concederglielo. Ma così, sei stata costretta a negarglielo. Anche perché probabilmente non voleva tanto andare a sedersi accanto a Maria, quanto allontanarsi da te.
- Che cosa devi fare domani? Dedicarti a qualcun altro. Puoi entrare in classe e chiamare fuori dall’aula un paio di alunni (è meglio che te li segnalino i colleghi). Ma assolutamente devi evitare che sembri una ripicca. Soprattutto, non deve essere una ripicca. Deve apparire come una necessità del giorno. Per esempio prega il collega della prima ora di chiederti davanti a tutti se puoi aiutare Tizio e Caio. Aiuterai loro, quel giorno. Sabrina forse si domanderà il motivo di questo cambiamento. Te lo ripeto: fai in modo che non sembri una vendetta. Guardala e fai un cenno di sorriso.
- Appena possibile, durante la mattinata, chiedi a Sabrina di uscire con te dalla classe. Non rischiare che ti risponda male e dica “Non ci vengo”. Devo ancora conoscere un alunno che non voglia uscire per fare qualcosa da qualche altra parte, ma è meglio non rischiare. Entri e dici: “Mi servirebbe uno di voi per aiutarmi un momento in biblioteca.” Poi fingi di cercare con gli occhi qualcuno e chiedi a Sabrina e ad un’altra di venire con te. Appena fuori dalla classe dici “pensandoci, basta una sola.” E mandi in classe l’altra. Trova un posto dove parlare con Sabrina. Non appartato: è arrabbiata, potrebbe poi mettersi ad urlare che l’hai offesa. Vai in lugo dove tu possa parlare in privato, ma davanti agli occhi di tutti. Chiedile che cosa le è successo ieri. Perché si è rivolta così sgarbatamente. Dille che non hai preso provvedimenti disciplinari perché hai capito che è stato un momento in cui ha perso il controllo. Falle capire che la vuoi assolutamente aiutare. Lasciala parlare. Rimani calmissima e usa un tono amichevole, ma non “da amica”. Sei un’insegnante, ricordalo. Dille che sai come si sente e cerca di descriverle come si sente (qui sta a te capire come può sentirsi).
Se riuscirai a sentire la sua sofferenza e la sua richiesta di aiuto, al di là del comportamento che tiene, e se lei riuscirà a percepire che vuoi aiutarla, andrà tutto bene, vedrai.
Non ti scoraggiare. Insegnanti non si nasce. Si diventa.
Fammi sapere.
“Mi hai stufato! Non ti sopporto più!!”. 127°
Personaggi principali: una madre e un padre all’incrocio fra il corridoio 2, dei detersivi e il 3, della profumeria, fermi, con amici incontrati per caso, che si raccontano le ultime novità; un bambino di tre o quattro anni, lasciato solo e libero come il vento di vincere la noia mortale scorrazzando a destra e a sinistra senza controllo.
Atto unico: il bambino, saltando fra gli scaffali, fa cadere una bottiglia di bagnoschiuma ai frutti di bosco. Ed ecco che la commedia si trasforma in dramma: di corsa, la mamma (più spesso del padre) raggiunge il piccolo, lo prende per un braccio, lo strattona, lo schiaffeggia e gli urla: “Mi hai stufato! Non ti sopporto più!!”.
Sipario.
Ma pensiamoci attentamente. Il bambino avrebbe dovuto stare lì in piedi, fermo fra le gambe di quegli adulti chiacchierini?
I diritti imperanti sono quelli dei bambini e dei ragazzi, ma anche quelli dei genitori: da un lato c’è il diritto di divertirsi un po’ dopo una settimana di lavoro e dall’altro bambini piccoli che dormono su una panca, nella confusione delle pizzerie sovraffollate del sabato sera; da un lato, il diritto dei genitori di rilassarsi e abbronzarsi, dall’altro bambini in carrozzina, sotto il sole cocente delle tre del pomeriggio d’agosto, che urlano, invano, per il disagio; da un lato, il diritto della mamma di andare in palestra, dall’estetista, dal parrucchiere per essere un po’ in ordine, e dall’altra i ragazzi da seguire che vengono lasciati soli ad arrangiarsi come possono. Diritti sacrosanti quelli di tutti. Ma a volte il diritto di uno si scontra contro il diritto dell’altro e bisognerebbe scegliere. Ma spesso non si sceglie: si va avanti così, come torna meglio, senza pensare alle eventuali conseguenze.
La conseguenza principale è un esercito di maleducati. Proprio nel senso di male educati.
domenica 21 novembre 2010
La Cultura aiuta a vivere e la Scuola è maestra di vita. 126°
Un ministro della Repubblica italiana ha detto che “la cultura non si mangia”. Mi trovo disorientata. Prima di tutto non sapevo che qualcuno avesse detto che la cultura era commestibile. Fino a quel momento credevo che il pane nutrisse il corpo e la cultura nutrisse lo spirito. Mi sovviene anche il discorso del “non di solo pane vive l’Uomo” che è sempre sembrato valere anche per chi non è religioso. Evidentemente per certi economisti e ministri non vale.
Per certi economisti e per certi ministri non è la Scuola, che è “maestra di vita”, ma la pubblicità, la televisione. Anche questo mi confonde. Mi confonde come madre e come insegnante.
Ma allora, che cosa dobbiamo insegnare ai nostri figli? È l’economia che deve essere maestra di vita? Allora dobbiamo insegnare che l’Uomo deve raggiungere la felicità attraverso il denaro. Se hai denaro sei felice e sei qualcuno. Se non hai denaro sei una nullità infelice.
La Cultura serve a poco, dunque. Come la Scuola. E allora che cosa dobbiamo insegnare? Me lo chiedo di nuovo e ve lo chiedo.
Vediamo se ho capito bene quello che ci suggeriscono di pensare: i libri sono veicolo di cultura, ma non si mangiano e perciò va benissimo spendere per comperarli, ma non serve leggerli.
Il teatro è cultura, ma non si mangia. Da eliminare.
L'archeologia è cultura? Sì, ma in Italia ne abbiamo tanta, forse un po' troppa. Conservare tutto è impossibile. Roba che sta su dal 79 d.C. non può essere proprio perfetta, dai. Se ogni tanto crolla qualcosa è normale. Non è il caso di farci su un polverone.
La musica è cultura, ma non tutta. La lirica ormai ha fatto il suo tempo e non è il caso di sprecarci su dei finanziamenti per pagare fior di soldi dei professori che suonano roba vecchia. La musica leggera, quella sì, è cultura. Quella deve essere finanziata perché alla gente piace. Ci sono tanti cantanti che vengono giudicati dal fior fiore degli specialisti e possiamo stare tranquili che se si dice che uno ha il fattore X, è davvero bravo. Ci sono dei luminari dello spettacolo come Maria de Filippi, d’altra parte, che sanno bene chi è bravo e chi non lo è, e quindi si può stare tranquilli.
Il cinema è cultura, ma se fa riflettere o mostra la realtà più brutta intristisce e non va assolutamente bene. Niente finanziamenti al cinema impegnato. Bene il cinepanettone, invece, perché mette allegria e quando uno è allegro vede tutto rosa. La televisione è cultura? Sì, certo. Ma è ora di smetterla con i programmi dove si discute di politica o si fanno inchieste sulle cose che non vanno. Prima di tutto perché non c’è niente che non vada. Poi, si sa che le inchieste giornalistiche sono tutte costruite ad arte per confondere gli spettatori per motivi politici, e i programmi dove si discute di politica non sono altro che cumuli di menzogne. Come possono delle bugie essere cultura? Se proprio dobbiamo discutere è molto culturale fare delle belle inchieste sui morti ammazzati, per vedere se è stata la mamma, o lo zio, o la sorella, o la moglie o uno che passava di là.
A Scuola si fa cultura? Ma certo! Però, si sta fin troppo tempo a scuola. Se si sta tanto a scuola va a finire che c’è qualche professore che si mette in mente di far pensare i ragazzi con la loro testa e questo non va. Cosa possono sapere i ragazzi? Bisogna dir loro quello che devono considerare cultura, quello che devono fare, leggere, guardare, pensare. Altrimenti, che cosa significa che la Scuola “è maestra di vita”? Una maestra spiega e l’alunno ripete. È così che deve essere la Scuola. E poi, diciamocelo: se a Scuola e nella società la gente si mette a leggere e a pensare, potrebbe anche finire che crede alle panzane disfattiste che mettono in giro. E allora finirebbe che invece di essere aiutata a vivere, la gente diventerebbe triste, preoccupata, si sentirebbe impotente.
Non so se ho capito bene. Ma più ci penso e più mi viene da dire una cosa: e se ci ribellassimo?
venerdì 19 novembre 2010
L'Uomo è una bestia. 125°
Josephine Baker riposa in pace nel cimitero di Monaco dal 12 aprile 1975. Lasciamo perdere, dopo così tanti anni? No. Pensiamoci, invece. Pensiamo a quanto male possiamo fare, noi essere umani, ai nostri simili. E non solo.
L’uomo sa essere una vera bestia, quando vuole. Ricordo di aver letto di uno che ha spezzato i polsi a un ragazzino che aveva chiesto l’elemosina. E di un altro che ha regalato una bambola esplosiva a una bambina zingara. Ricordo un container dove extracomunitari avevano viaggiato ammassati per tutta Europa. Quando lo hanno aperto, metà erano morti e gli altri, vivi, avevano viaggiato accanto ai cadaveri. Oggi come al tempo degli schiavi neri. Come al tempo degli ebrei deportati verso i campi di sterminio.
Gli uomini sanno essere vere bestie anche con gli animali: uccidono a bastonate i cuccioli di foca, impiccano i gatti per divertimento, inchiodano le zampe alle oche e poi le ingozzano di cibo, tritano i pulcini vivi nel tritacarne o li soffocano o li schiacciano, cuciono gli occhi alle galline, tagliano il becco ai pulcini, strappano i testicoli e i denti ai maiali, sventrano le mucche gravide, tolgono il vitellino e poi appendono le mucche ancora vive ad un gancio al soffitto, solo per una zampa.
Tanto per dirne qualcuna.
N.B. Mi scuso con gli animali per averli paragonati all'Uomo. In particolare con la cagnolina Mafalda, che esige che io precisi che con il termine "animale", riferito all'essere umano, intendo dire "bestia della peggior specie". Anzi, cambio il titolo e il post.
mercoledì 17 novembre 2010
Per insegnare ci vuole coraggio. 124°
sabato 13 novembre 2010
Chiudete gli occhi. 123°
Anch’io ho scelto. Vado nella casa sul mare. La vedo. Salgo le scale, giro a sinistra, arrivo alla seconda porta. Infilo la chiave nella toppa, apro ed entro. Com’è bella questa casa. Mi piace perché laggiù c’è quella porta finestra che dà sulla terrazza. Mi tolgo gli zoccoli e mi metto le ciabatte di paglia. Vado in camera da letto. C’è un po’ di odore di richiuso. Dev’essere l’armadio che, chissà quando, ha preso un po’ di umidità. Comodini, letto, finestra: tutto è come l’ho lasciato. Devo andare subito in terrazza. Apro la porta finestra. Sì, ecco la terrazza. Si vede il mare di fronte. Lo guardo tutto, da sinistra, a destra, poi di nuovo a sinistra. È calmo stamattina. Azzurro, verde. Il cielo azzurro non ha una nube. Sotto c’è il giardino verdissimo, con il viottolo che porta al mare, e ci sono le palme, i limoni e tutto il resto. Non occorre scendere le scale per arrivare al mare. Un’occhiata al viottolo e sono già arrivata al cancelletto di legno. Apro il chiavistello, come sempre. Lo chiudo alle mie spalle; sento il cigolìo. Scendo gli scalini ed ecco che vedo la spiaggia e il mare. La sabbia è fresca, come una spiaggia alle otto del mattino. Noto le impronte dei gabbiani. Il rumore del mare mi fa compagnia. Un vento leggero mi rinfresca il viso. Chiudo gli occhi. Ascolto il rumore del mare e sento il vento sul viso. Riapro gli occhi. Sono qui, a casa. Ogni tanto mi piace andar via. Solo per poco, ma basta.
sabato 6 novembre 2010
Bisogna saper vedere al di là del comportamento. 120°
venerdì 5 novembre 2010
La scuola vista da una tirocinante. 119°
Le cose vanno come al solito. Osservo e cerco di imparare. A volte mi segno le cose che ho intenzione di fare quando avrò una classe tutta mia. Ma altre volte mi segno quello che cercherò di non fare mai. Quest’anno mi spostano un po’ di più, nel senso che vengo mandata in classe insieme ad altri insegnanti, tanto per vedere le differenze. E le differenze ci sono, effettivamente. A volte rimango sbalordita nel vedere quanto riescano certi insegnanti ad essere sbeffeggiati, per esempio. Sono stata in classe con la professoressa Galigani. Di lei dicono che è bruttissima, ma a me non sembra. Di se stessa lei dice che è zitella, perché non si può fare bene l'insegnante se si è sposati. A me sembra un’assurdità, ma non mi permetto di replicare. Cammina per i corridoi sempre nascosta da pile di quaderni che porta a casa e corregge fino a notte fonda. A me fa un po’ pena, se devo essere sincera, perché tutto quel suo impegno per i ragazzi viene ripagato con ogni sorta di mancanza di rispetto. Quando lei chiede alla classe, per esempio di tirare fuori il libro di grammatica sembra di essere allo stadio nel momento esatto in cui l’arbitro concede un rigore per un fallo inesistente. Capirete che io non posso parlare, ma vorrei aiutarla, perché mi sento morire per lei che li guarda fra l’arrabbiato e il disperato. Mentre lei cerca disperatamente di farsi ascoltare, i ragazzi giocano con il cellulare, messaggiano, girano per la classe, litigano, si chiamano a gran voce, si lanciano oggetti. A volte lei scrive alla lavagna con, alle spalle, i tre o quattro che vorrebbero imparare, che l’ascoltano. La scena è patetica, e non capisco come possa succedere una cosa del genere.
Un’altra osservazione riguarda la vicepreside, la dottoressa professoressa Anna Genoveffa Ambrosini Baccicalupi, la "piccola scrivana". Non è per mancarle di rispetto che la chiamo così, ma perché lo fanno tutti, alle sue spalle. L’ultima sua mania è quella di passeggiare per i corridoi, impettita, guardandosi intorno lentamente, con le braccia dietro la schiena. Credo che se potesse farebbe anche il passo dell’oca. Secondo me ha visto qualche film sui campi di concentramento, perché sembra una kapò. Vuole fare paura, poverina. Ma una piccola scrivana che si comporta come una kapò, secondo me, non fa molta paura.
Beatrice.
mercoledì 3 novembre 2010
La vita è come il mare, è vero. 118°
La vita è come il mare, lo hanno già detto in tanti. Un mare calmo, cristallino, azzurro, verde, grigio. Un mare blu, a onda lunga, in tempesta. Un mare di vento, con gli spruzzi bianchi di schiuma che si vedono anche da lontano.
La superficie del mare è il luogo dove tutto va e viene, un momento c’è e l’attimo dopo non c’è più. In superficie, alla luce, rimane tutto ciò che è leggero. Le cose che hanno un peso vanno a fondo. E quanto più sono pesanti tanto più scendono in profondità, verso il buio.
Quando osserviamo il mare vediamo solo ciò che si trova in superficie o poco sotto: si vede bene, galleggia a portata di mano. Se vogliamo guardare quello che c’è sul fondo marino dobbiamo scendere giù e andarlo a cercare, con fatica. Troviamo tesori, ma troviamo anche buio.
La vita è come il mare, è vero. Quello che è a portata di mano, come sulla superficie di un mare, è leggero, a volte fresco, delicato, ma a volte inconsistente, frivolo, incostante, ingenuo, stupido.
Tutto quello che ha un peso deve essere cercato nella profondità. Il pensiero che rimane in superficie si dice proprio “superficiale”. In superficie ci sono le risatine, i pettegolezzi, le battutine, le cose dette senza riflettere.
Se ci mettiamo a pensare andiamo inevitabilmente sempre più in profondità. E in profondità c’è l’ingiustizia, il dolore, la malinconia, il rimpianto, il passato che non ritorna, la rabbia, il disprezzo, l’indignazione, la paura, il disgusto.
Chi pensa e chi scrive va a cercare spesso sul fondo.
Ecco perché, a volte, nei miei post c’è tristezza, amarezza e malinconia.
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- Il privilegio e l’onere dell’insegnamento 131°
- Ripropongo il post 68°
- Post 115° con COMMENTI da IL FATTO QUOTIDIANO
- Le mie amiche. 130°
- Fidanzato padrone. Marito padrone. Padre padrone. ...
- Come comportarsi con un'alunna difficile. 128°
- “Mi hai stufato! Non ti sopporto più!!”. 127°
- La Cultura aiuta a vivere e la Scuola è maestra di...
- L'Uomo è una bestia. 125°
- Per insegnare ci vuole coraggio. 124°
- Chiudete gli occhi. 123°
- Bisogna saper vedere al di là del comportamento. ...
- La scuola vista da una tirocinante. 119°
- La vita è come il mare, è vero. 118°
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novembre
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