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visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!
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ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.
Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.
Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.
Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).
INFORMAZIONI PERSONALI

- ISABELLA MILANI
- La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi. È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", entrambi per Vallardi.
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mercoledì 30 giugno 2010
La solitudine di chi fa troppo bene il suo dovere. 44°
martedì 29 giugno 2010
Questa è bella 43°
lunedì 28 giugno 2010
Nei miei vent’anni di insegnamento ne ho viste di tutti i colori. 42°
domenica 27 giugno 2010
Ma che cosa piace alle ragazze? 41°
Carissimo Simone,
guardati bene intorno. Sei proprio sicuro che fra le tue amiche non ci sia nessuna che nasconde un cuore che batte per te? Sei sicuro che quelle che ti parlano, ti guardano, ridono tanto alle tue battute non siano innnamorate di te? Questo per dire che probabilmente non è vero che non piaci a nessuna. Rimane il fatto che, anche se tu piaci a loro, magari loro non piacciono a te in un modo da farti desiderare che diventino la tua ragazza.
Mi chiedi che cosa piace alle ragazze. Rispondo: dipende. Dipende a quali ragazze. Ogni tipo di ragazza desidera, ammira e cerca un certo tipo di ragazzo. Se tu sei un tipo tutto sport dovrai aspettare che passi sul tuo cammino il tipo che ammira lo sportivo; se sei tutto libri e musica classica dovrai aspettare la ragazza tutta cultura. Ma guarda che potrebbe anche accadere che la ragazza tutta cultura sia attratta dal suo contrario, tutto sport. Dunque, caro Simone, non c’è una risposta sola e semplice. Devi avere pazienza. Ma posso dirti due o tre cose che ho capito nella vita: 1. L’aspetto fisico conta molto di meno di quello che credi: guardati intorno e vedrai ragazze bellissime con ragazzi brutti e viceversa. La simpatia, quel certo modo di parlare, di camminare, di ridere, di guardare possono essere molto più potenti di un bel viso o di un bel corpo. Il bell’aspetto serve solo all’inizio, forse, per essere notati, ma poi, se non è accompagnato dalla bellezza della persona, non basta. 2. Le persone comuni, “normali”, con una cultura normale, con un’intelligenza normale, sono enormemente più numerose di quelle particolari, speciali, più intelligenti, più colte, con un carattere più strano. Dunque, Simone, se tu sei un ragazzo “normale”, comune, cercherai una ragazza come te, normale. E avrai molte probabilità di trovarla. Se invece sei un ragazzo speciale, faticherai a trovare una ragazza con la quale trovarti in sintonia. 3. Mi pare che a molte ragazze piaccia, comunque, il cucciolone che si lasci coccolare e che, all’occorrenza, sappia difenderle diventando un doberman.
Per concludere, carissimo Simone, non c’è proprio nulla di cui vergognarsi! Abbi un po’ di pazienza e un giorno o l’altro, quando meno te lo aspetti, incontrerai la ragazza che ti sta cercando.
sabato 26 giugno 2010
Ci sono cose che non si fanno! 39°
Ma qui il problema è che non sono solo i negozionanti quelli indispettiti: è la gente che passa che la guarda e la disapprova. Ma, benedetti italiani, quella donna seduta dignitosamente sullo scalino della vetrina, a ben guardare, che male fa? Allora penso: gli stranieri vengono guardati con sospetto. Perché? Non li capiamo. Non accettiamo che possano fare qui quello che sono abituati a fare là. No, qui tu non ti siedi sugli scalini.
Se non li disprezziamo, li ignoriamo. In Italia, oggi, viviamo fingendo che gli stranieri, extracomunitari e comunitari, non esistano: passiamo per la strada vicino a famiglie di arabi e non li guardiamo neppure; ci incontriamo nei negozi, nei supermercati, negli uffici ed evitiamo anche di guardarli, per paura di chissà che cosa. Forse se li ignoriamo scompariranno, prima o poi? Se ne andranno, toglieranno il disturbo? È come se vivessimo esistenze parallele: stesso marciapiedi, ma due binari diversi, che si incontrano solo agli scambi, per ragioni che non dipendono quasi mai dalla nostra volontà. Allora capita che ci si accorga che, a ben guardare, sono come noi, ma con storie e abitudini diverse. E, conoscendo la loro diversità, quello che fanno e perché lo fanno, possiamo scoprire che ci si può andare d’accordo. Ma capita di sentire qualcuno che dice “E perché non lo fanno loro?” oppure “Loro lo farebbero, se andassimo là?”. E io rispondo: “Ma non siamo noi quelli aperti, colti, intelligenti, giusti e onesti? Se pensiamo che loro hanno dei pregiudizi e noi no, non siamo noi quelli che devono capire?”.
L’articolo 3 della nostra Costituzione afferma: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.[…]”
Ma a chi si riferisce quando dice "di razza, di lingua, di religione diverse"? Agli italiani o agli stranieri?
E allora?
venerdì 25 giugno 2010
La peggiore delle bestie. 38°
A volte guardo gli sconosciuti che passano, a volte i particolari dell’ambiente. Oggi ho visto una cacca in terra. Di cane. Direi cagnolino piccolo, con culettino piccolo, visto che era sottile sul centimetro e mezzo di diametro e sarà stata lunga neanche venti centimetri, arrotolata, con un ingombro a misura di mandarino. Niente di eccezionale, insomma. Eccezionale era il cartello che qualche intransigente inquilino del palazzo ha scritto e attaccato con adesivo giallo, proprio sopra la cacchina. “Tu che hai fatto fare questo al tuo cane sei la peggiore delle bestie”. Ho riletto più volte il cartello e guardato la cacchina: sarò sembrata una scema, ma speravo di aver capito male. Tanto insulto per una cacchina? Se passava un elefante o anche solo un cavallo affetto da incontinenza fecale che cosa avrebbero scritto? Conclusione. Mi chiedo: ma alla gente, sta dando di volta il cervello?
giovedì 24 giugno 2010
Passeggiando per la città. 37°
martedì 22 giugno 2010
Tempo di esami orali 36°
Durante gli orali noto che le domande sono molto facili. Il tempo a disposizione è poco. Gli errori perdonati sono molti. Perché? Me lo chiedo perché sono qui per imparare. Credo di capire che la Scuola come è oggi – così poco organizzata e organizzabile, dove tutto viene affidato alla buona volontà o alla capacità del singolo - con che coraggio può essere selettiva? Gli insegnanti lo sanno, evidentemente. Si comportano come se pensassero questo.
Ho preso qualche appunto. Il ragazzo si siede. “Firma qui”. “Hai studiato?” “Da che cosa vuoi cominciare?” “Hai preparato una ricerca?” “Ah, non lo ricordi?” “Va bene, allora passiamo ad altro." “Neppure questo? Ma lo abbiamo detto tante volte…” “Va bene, basta così. Passa ad un’altra materia”. “Pensaci bene.”.
Un’insegnante tutta concentrata e professionale si dà da fare per dare un tono di serietà all’esame. Due ascoltano. Due, un po’ più in là, parlano delle vacanze. O di calcio. O dell’appartamentino che hanno affittato al mare. “Guarda che sta parlando con te.” "Ah, sì" Si distolgono dalle chiacchiere e fanno qualche domanda. “Per me va bene” e tornano al ristorante e alle vacanze. Uno sbadiglia rumorosamente. Uno legge il giornale. Due intervengono con domande che vogliono essere l’ultima occasione per spiegare una cosa non capita. Una si arrabbia perché c’è il chiacchiericcio dei colleghi che disturba. Borbotta “Ma guarda se bisogna parlare di calcio…”. “Vai pure”. L’esame è finito, vai in pace. Giudizi. Devono essere sempre gli stessi perché i professori li scrivono quasi meccanicamente. Non dicono nulla di esplicito, ma mi sembra che si comportino come se eseguissero degli ordini interiori che sottintendono “dai, scriviamo le solite sciocchezze, visto che siamo obbligati a farlo. Sappiamo che non corrispondono quasi per niente alla realtà, che sarebbe molto peggiore, ma dobbiamo farlo e lo facciamo”. Avanti un altro.
Beatrice
lunedì 21 giugno 2010
Che cosa significa essere tirocinanti. 35°
La professoressa Milani a volte si mette in un banco in fondo alla classe e assiste alla lezione che mi incarica di fare: può essere per esempio una lezione sul pronome o una sulla prima guerra mondiale. Mi ha insegnato che non basta conoscere l’argomento: bisogna saperlo insegnare. Questo comporta saper rendere interessante la lezione, chiaro l’argomento e, soprattutto, saper usare un linguaggio molto semplice. Se ho davanti un ragazzino di undici anni e parlo come se avessi una classe di diciasettenni riceverò un’insufficienza. Naturalmente la professoressa deve darmi un voto per ogni prova, perché alla fine dell’anno mi verranno assegnati quattro voti finali, tutti della stessa importanza: preparazione sulla materia insegnata, capacità di tenere la disciplina, capacità di relazionarsi con gli alunni, flessibilità e creatività nell’insegnamento. Non crediate che sia come l’anno di prova, quando passavano tutti. Adesso bisogna avere almeno la sufficienza in tutti e quattro gli aspetti osservati. I voti del primo e del secondo anno verranno alla fine sommati e, in base al voto finale che risulta, si viene assunti più o meno velocemente. So di persone che sono state bocciate per una sola insufficienza. D’altra parte, se un candidato all’insegnamento non è sufficientemente capace di tenere la disciplina, o non è sufficientemente preparato nella materia che dovrà insegnare, per esempio, è giusto che diventi insegnante?
Beatrice
Dobbiamo fare qualcosa. O no? 34°
Finché non percepiamo l’esistenza di un vero problema, non faremo nulla per cambiare. L’impegno al cambiamento è frutto della volontà di cambiare. Chi smette di fumare lo sa. Finché non sei tu che decidi di smettere, tutte le raccomandazioni, tutte le letture sui tumori provocati dal fumo, le minacce, le prediche, sono perfettamente inutili. Devi avere un motivo per farlo. Devi volerlo fare. Devi avere delle motivazioni che ti permettano di sopportare la fatica di smettere. Vale in tantissime occasioni. Non trovate la forza di cambiare se, prima di tutto, non vi convincete che il problema esiste e che ci sono dei motivi per affrontare le difficoltà.
Allora: abbiamo un problema? La Scuola va bene? La società nella quale viviamo va bene? I nostri bambini e i nostri ragazzi hanno con noi un rapporto che ci soddisfa? Hanno un comportamento che ci sembra adeguato alla nostra idea di “comportamento corretto”? Prevediamo per i nostri ragazzi una vita sostanzialmente serena? Siamo soddisfatti di come vanno le cose con (e per) i nostri ragazzi?
Se la risposta è “no”, abbiamo un problema. Dobbiamo deciderlo noi, dentro di noi, quali sono i termini del problema, cos'è questo “qualcosa” che non va sul quale vogliamo investire tempo ed energie.
domenica 20 giugno 2010
Quello che abbiamo perduto. 33°
sabato 19 giugno 2010
Il prezzo della libertà. 32°
mercoledì 16 giugno 2010
Questione di vita o di morte 31°
Reazioni? Cellulare subito in mano per avvertire “Sì! Mi hanno promosso!” “Che botta di culo”, “Ti credo! È il quarto anno che sono qui!”. Urla, battute, abbracci, salti. Ma anche suicidi.
Negli anni mi è capitato troppe volte di leggere di ragazzi che si buttavano dalla finestra perché erano stati bocciati. Alla scuola media, ma soprattutto alla scuola superiore. O anche all’esame della patente. O perché avevano “distrutto l’auto del padre”. Quando gli insegnanti decidono di bocciare un ragazzo la possibilità che faccia il famoso “insano gesto” esiste. Remota, ma esiste. Allora che cosa si fa? Si promuovono tutti? Il suicidio è un gesto insano. Non sano. Una pazzia. E allora bisogna capire il perché di questa pazzia. Chiedersi se si può prevedere. Come insegnante ci ho pensato tante volte, quando leggevo di qualche “gesto insano”. Mi sono posta delle domande e mi sono risposta che se è un gesto insano non si può fare nulla. Certo, se il ragazzo è gravemente depresso bisogna stare molto attenti, chiedere un supporto psicologico o psichiatrico, parlare con i genitori. Ma se, come accade, si tratta di uno studente tanto normale che tutti si dicono, poi, assolutamente sorpresi, bisogna rendersi conto del fatto che la bocciatura non c’entra niente. Il suicidio è una fuga da qualcosa (o da qualcuno) che non si sa affrontare ed è, molto spesso, una punizione anche per le persone che vengono ritenute responsabili del dolore provato. Di solito sono i genitori, quelle persone. Quelli che fanno loro credere che la promozione sia una questione di vita o di morte. No, gli insegnanti non sono mai così importanti per i ragazzi.
I ragazzi di oggi sono così terribilmente fragili. Moltissimi non sanno affrontare la minima difficoltà. Noi adulti li abbiamo resi così fragili. Ora dobbiamo maneggiarli con cura come si fa con un cristallo sottilissimo e fragilissimo. Potrebbero rompersi per sempre.
martedì 15 giugno 2010
Tempo di esami 30°
Beatrice
Quando sono entrata nella Scuola 28°
lunedì 14 giugno 2010
La scuola vista da una tirocinante. 27°
Il panorama umano è davvero vario. Un insegnante giovane che entra in una scuola si aspetta di trovare professori "veri". Preparati, equilibrati, pieni di entusiasmo, seri. Professori dai quali imparare insomma. Ma la realtà è triste. C'è qualcuno così, certo. Ma la realtà non corrisponde al sogno che un bravo tirocinante ha: il sogno di trovare una scuola che funzioni dove lavorano persone in gamba.
Ogni volta che potrò, vi descriverò quello che ho visto, vi racconterò quello che mi ha colpito e quello che la professoressa Milani mi ha raccontato.
Beatrice
venerdì 11 giugno 2010
Ultimo giorno di scuola. 22°
Quello che ho visto oggi è stato per me una sorpresa.
La mattinata è trascorsa nel fermento generale: musica, spostamento di banchi, gridolini, ragazzi che entravano e uscivano correndo dalle aule. Ma venti secondi prima del suono finale, come in un capodanno particolarmente sentito, tutti e seicento i ragazzi hanno cominciato a scandire i secondi: 20, 19, 18, 17, 16, 15, 14, 13, 12, 11, 10, 9, 8 (e qui, all’unisono, hanno alzato la voce di due toni) 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1, zerooooooooooo!!! Due o trecento ragazzi che fischiavano, altri che urlavano, chi baritono, chi tenore e chi soprano. Bottigliette d’acqua gassata scossa e poi schizzata come champagne dei poveri.
Ragazze che si abbracciavano a gruppi e che scendevano le scale a due a due, piangendo come chi partiva per l’America negli anni 50 e non sapeva se sarebbe tornato.
La professoressa Milani, che era accanto a me, vicino all’ascensore, mi ha guardato come si guarda uno a cui vuoi trasmettere qualcosa senza parlare e io ho capito questo: “Vedi, Beatrice, sì, è davvero assurdo. Non sembra solo a te, così assurdo. Sembra pazzesco e molto seccante a tutti noi. Ma da alcuni anni, piano piano, questa moda ha preso piede, copiata dal mondo dello spettacolo becero e noi non riusciamo più a fermarla. Non ti preoccupare. Lo sopportiamo. Anche perché, nel nostro profondo, urliamo anche noi.”
Beatrice
mercoledì 9 giugno 2010
E' quasi estate. 19°
Padri e madri non si rendono conto della realtà della Scuola italiana. Forse per questo bevono tutto quello che viene loro raccontato dai media, e cioè che ci sono tante risorse, che non ci sono tagli, che tutto va bene e che se non va bene la colpa è dei professori che non hanno voglia di lavorare.
Allora, voglio spiegare, per oggi, almeno il mistero delle tende. No, non possiamo mettere le tende alle finestre. Perché non ci sono i soldi per comperarle. E se ci fossero, non ci sarebbe chi le mette su. E se ci fosse chi le mette su, non ci sarebbe chi le mette giù. (Non è previsto in nessun mansionario e perciò non si può fare, perché se cadi – insegnante, collaboratore, dirigente o genitore che tu sia – l’assicurazione non paga.). Ma se ci fosse, non ci sarebbe chi le lava. Né ci sarebbero i soldi per mandarle in lavanderia. Insomma, non è così semplice. Fino ad oggi nessuno ha chiesto perché non mettiamo l'aria condizionata. Ma me lo aspetto.
Dunque: finestroni senza tende spalancate per il caldo. Vocìo continuo di ragazzi, urla di insegnanti esasperati, esasperazione di altri insegnanti che tentano di spiegare ma non ci riescono per il baccano che arriva da tante finestre aperte. Io sono una di questi ultimi. Allora chiudo le finestre, e finalmente c’è un po’ di pace. Ma pochi minuti dopo, quando i goccioloni di sudore imperlano visi, colli e capelli di tutti, sono costretta ad aprire di nuovo le finestre. E tutto ricomincia.
Sbaglio o c’è qualcuno che ha suggerito di iniziare la scuola il primo ottobre e terminarla alla fine di giugno? Presentatemi questo "qualcuno". Vorrei dirgli due paroline.
ma che cosa succede? 18°
So che la professoressa Milani è molto molto seccata. Oggi l'ho solo intravista. Spero di vederla domani.
Beatrice
martedì 8 giugno 2010
I genitori alla fine dell’anno. 17°
lunedì 7 giugno 2010
Tempo di voti e di scrutini. 16°
Nella scuola, soprattutto in quella dell’obbligo, i voti servono a poco (o a niente).
Prendiamo i voti non numerici che c’erano. Quelli erano ancora più assurdi dei voti in cifre. ‘Insufficiente’(che copriva la gamma dall’1 al 5, 9): era l’unico che ti condannava. Si fa per dire perché diventava quasi sempre ‘suff.’.
Poi c’era ‘sufficiente’ che diventava ‘buono’ perché, “se abbiamo dato ‘sufficiente’ a Tizio, a Caio non possiamo dare lo stesso voto e quindi alziamo a ‘buono’”. E non è che ci si passava così facilmente. C’era il‘quasi sufficiente’, ‘quasi sufficiente –’, il ‘quasi sufficiente =’ e, salendo un po’, il ‘sufficiente –’, il ‘sufficiente =’ (e si arrivava anche ai tre meno) , per rimanere abbarbicati a quel ‘sufficiente’ che permetteva poi di promuovere senza problemi.
Il capolavoro dell’assurdo era il ‘distinto’. Distinto da che cosa? Nessuno l’ha mai capito davvero. Se ‘buono’ era più o meno 7, ‘distinto’ era un non ben precisato quasi 8, quasi 9. Era un “quasi”, niente di definito. Quello che diventava ‘Ottimo’ se a Sempronio avevamo dato ‘distinto’ e Mevio meritava un po’ di più.
Con le cifre non è cambiato molto, se non la possibilità di sbizzarrirsi. Da 1 a 10. Ma, in realtà 1 e 2 non si possono dare perché sono umilianti e perciò si comincia da 3. Anche se il ragazzo fa scena muta o consegna in bianco. E anche il 10 crea dei problemi di coscienza del tipo “ma posso dare 10? 10 è la perfezione. Non gli ho chiesto tutto…Mah! Facciamo 9, sarà meglio!”. La gamma è più vasta, ma il valore è discutibile perché per lo stesso compito Tizio dà 3, Caio 4, Sempronio 4½, Mevio 5, Filano 5½ e Calpurnio, il più buono, tocca la sufficienza con un bel 6-.
Oltre agli abbinamenti dei +, dei -, dei = , esiste , per i più indecisi, il “fra ”., detto anche “dal”: 5/6 che suona “fra il 5 e il 6” oppure “dal 5 al 6”. Il voto si colloca perciò in un luogo misterioso che può essere inteso (e intendetelo un po’ come volete) o vicino al 5 o vicino al 6. Per chi non ha ancora deciso è una soluzione fantastica, che serve a prendere tempo fino agli scrutini.
E’ ovvio che per il giorno degli scrutini un voto bisogna darlo. E, soprattutto, bisogna decidere se promuovere il ragazzo o no. Nella scuola dell’obbligo decide il Consiglio di classe. Se si dice che i ragazzi devono avere tutte sufficienze non c’è problema: si cambiano i voti e si trasformano in 6. Anche se sono 4? Anche. Quanti? Massimo per due materie. E se le materie insufficienti sono tre? Niente paura: c’è il ‘voto di consiglio’. E poi , anche se si facesse la media dei voti, verrebbe fuori, per esempio, questo: 4 di italiano, 5 di storia, 5 di geografia, 4 di inglese, 4 di spagnolo, 4 di matematica, 5 di scienze, 7 di tecnologia, 9 di musica, 9 artistica, 10 di ginnastica, 9 di condotta: media: più della sufficienza.
Scuola dell’obbligo. Tutte le materie sono identiche. Un bravo artista/ginnasta che si comporta bene dovrebbe conoscere l'ortografia, avere qualche nozione culturale, saper fare di conto o no? Evidentemente no.
Ma poi ci sono le motivazioni che spingono verso la promozione o verso la bocciatura. Importanti motivazioni: 1. promuoviamolo, non lo voglio più vedere, 2. se lo bocciamo poi va a finire in classe con Tizio ed è un disastro; 3. ma l'avete vista la mamma? con una mamma così che cosa poteva fare?; 4. è disturbato; 5. tanto non ne ha voglia, è inutile bocciarlo; 6.tanto non capisce, è inutile bocciarlo; 7. ha rotto le scatole tutto l’anno: una bocciatura gli serve di lezione; 8. mandiamolo avanti, il prossimo anno vediamo; 9. se bocciamo lui dobbiamo bocciare anche Tizio; 10. se promuoviamo lui allora promuoviamo anche Caio.
Io odio i voti e odio gli scrutini.
sabato 5 giugno 2010
"Oggi mi ha chiamato la vicepreside". 13°
giovedì 3 giugno 2010
Ho fatto un sogno. 12°
La mia collega di inglese. 11°
“Hi, boys and girls!”, gorgheggia entrando in classe.
Maria Giovanna Teri è una di quelle donne che, quando le vedi, pensi all’istante che l’uomo sia superiore alla donna, così, anche prima di averla sentita parlare. Perennemente abbronzata come se, invece dell’insegnante, facesse la bagnina a tempo pieno ad Acapulco, cammina molleggiando, con un’espressione costantemente stupita, che però è immotivata, indizio soltanto di un recente lifting della fronte, per la verità eseguito senza grande maestria. Come del resto rivela, ad un osservatore attento, anche l’occhio spalancato, troppo tondo.
Nessuno sa dove abita, né se è sposata, fidanzata o single, per cui, dietro le quinte, dai ragazzi e da noi è ormai chiamata “Miss-Teri”. E' un soprannome che è venuto spontaneo a tutti.
“Che bel vestito stamattina , professoressa Teri”, si arruffianano i ragazzi per farsi vedere dagli altri.
“Thank you, dear”, sorride lei, a bocca chiusa, come fa sempre per via dell’altro lifting.
E la lezione inizia, continua e si conclude fra l’indifferenza generale.
Niente. Volevo soltanto dire che a volte non è neanche questione di età, nella scuola.
mercoledì 2 giugno 2010
Se sessantacinque anni vi sembran pochi. 10°
No, non è così. Il fatto è che da quando è entrata in vigore quella legge assurda che obbliga gli insegnanti a rimanere in cattedra fino a sessantacinque anni queste scene si vedono spesso.
Non è che i ragazzi vogliano male alla Berselli, no. E’ che quando se la trovavano davanti, così fuori moda, con quei vestiti comperati in Francia vent’anni prima, con quel suo profumo di violetta sempre uguale a se stesso, con quegli occhietti tremendamente miopi e quell’odore di colluttorio che le esce dalla bocca per mescolarsi senza senso a quello della violetta, non riescono a trattenersi. Sì, abbiamo provato a parlarne con loro, e loro sembravano aver capito, avevano fatto i buoni propositi di risparmiarla, non fosse stato altro che per il fatto che soffriva di asma, o perché aveva passato i sessanta, ma non ha funzionato.
Così, quando attacca a declamare versi classici nel suo tremolante francese, per un momento, tutti si distolgono dai loro affari, come in attesa, aspettando il momento in cui il fastidioso brusio delle sue parole si spegne. So che qualcuno prova addirittura a farla smettere tirando una gomma, una lattina, qualunque cosa, e, anche se fino ad oggi nessuno l’ha colpita, non si sa se per mancanza di mira o di coraggio, potrebbe sempre succedere. Lei, miope e un po’ dura d’orecchi, non se ne accorge. Almeno questo.
Ne ha sessantaquattro, di anni. Non bastano ancora. Se non cambia niente, le manca ancora un anno per andarsene via, lontano dalle umiliazioni.
Ma non è assurdo tutto questo?
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