La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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lunedì 5 giugno 2017

“Vorrei essere brava come lei, professoressa Milani”. Seconda Parte. 629 post


Cara Giulietta, 
cominciamo dai consigli che posso darti, e che possono spiegarti quello che non riesci ad applicare bene de “L’arte di insegnare”.
·        Non ascoltavano sempre, ma a giorni alterni, chiacchieravano spesso, soprattutto durante le esercitazioni.
Il concetto base è questo: quando tu parli, loro devono ascoltare e contribuire alla lezione. Lo devi pretendere. E devi considerarla una pretesa giusta, non una richiesta assurda. È questo il segreto. Il resto viene di conseguenza.
La lezione non è una spiegazione che tu fai, mentre loro sono lì, passivi. Devi imparare a spiegare le cose in modo da coinvolgerli continuamente e senza preavviso (cioè, ognuno deve sentire che da un momento all’altro può essere chiamato). La lezione non deve essere una conferenza che loro devono ascoltare passivamente. Deve essere un lavoro di gruppo: tu guidi e loro partecipano attivamente. Tutti. Sempre.
L’esercitazione e l’interrogazione fanno assolutamente parte della lezione.
Possono distrarsi mentre interroghi un loro compagno? Assolutamente no. E se chiacchierano lo stesso? Smetti di interrogare immediatamente e smetti di fare esercitazione. E se parla solo un gruppetto? Smetti lo stesso. Chi tace quando qualcuno chiacchiera o disturba diventa suo complice. Spiega bene questo concetto: la responsabilità della lezione non è tua, ma di tutti. Se la lezione è noiosa è colpa di tutti. Se è interessante è merito di tutti.
·        la loro attenzione si riduce agli attimi di spiegazione, quando facciamo esercizi alla lavagna loro si distraggono per poi chiedere delucidazioni perché non hanno capito;
ripeto sempre le stesse cose, perché loro non ascoltano;
Mai e poi mai spiegare di nuovo quello che hai già spiegato se loro sono stati disattenti. Chi vuole stare attento e viene disturbato dai compagni chiacchieroni deve protestare. Spiega bene questo concetto: chi tace acconsente (e poi si arrangia).
·        Mai rispondere alle domande di chi non è stato attento. Fanno una domanda? Rispondi, calmissima: “Non hai capito? Che peccato! Dovevi stare attento. Io l’ho già spiegato. Oggi pomeriggio incontratevi a casa, tu e il tuo compagno chiacchierino, e cercate di capire da soli. Sono un’insegnante, non la vostra serva, pronta a ripetere cento volte la spiegazione perché prima non sta attento uno e poi non sta attento l’altro. Se lo facessi sarei una povera scema della quale dite ‘Non serve stare attenti, tanto c’è la scema che ce lo ripete finché vogliamo’. Beh, vi siete sbagliati. Sapeste quanto ho studiato per imparare bene la matematica, capireste. Comunque, se vedo che state attentissimi e non capite allora ve lo spiego venti volte. Ma così no.”
·        10 minuti alla fine dell'ora. Facciamo l'ultimo esercizio (che seguono in pochi) gli altri erano già in riposo. So che già qui lei penserà: e perché ha continuato a far lezione? Non li ha rimproverati? Certo! Annuiscono ma poi continuano a non seguire. Creando il brusio fastidioso. Ci provo, ma se non vogliono, non ascoltano. 5 minuti prima dell'ora. Finiamo l'ultimo esercizio, fine lezione. 5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).
Allora, Giulietta: per quanto tempo devono stare attenti, su 60 minuti di lezione? Rispondo: 60 minuti esatti !
‘gli altri erano già in riposo’ ???  Ma scherzi?
‘5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).’
Giulietta, ‘potevo non darglieli’??? Ma scherzi!? Certo” Dovevi non darglieli!!
Niente ultimi 5 minuti, niente riposini! Perché mai dovrebbero riposarsi? Stai lavorando tu? E loro chi sono, scusa?
“Se non vogliono, non ascoltano” ??? Giulietta, ma ti comandano loro?  E che cosa te ne importa, se non ascoltano? Ti stanno facendo un favore, ascoltandoti? Da quello che scrivi sembra che consideri un favore il fatto che ti ascoltino. Appena uno si distrae smetti e dici : ‘Va bene. Smetto di spiegare e segno l’argomento come svolto. Evidentemente non vi interessa. Io lo conosco già benissimo e non ho alcun interesse a ripeterlo, parlando a chi non ascolta. Perché devo parlare, se non siete tutti attenti? Però sappiate che quando interrogo lo chiedo, ovviamente: tanto, credo che non avrete problemi, perché – da come vi comportate - evidentemente lo conoscete già o pensate di studiarlo da soli. Benissimo.
Quindi la lezione è finita, ma state zitti finché non suona la fine dell’ora’. E devi avere un atteggiamento che faccia capire che non è conveniente per loro parlare. Se cedi a questo punto hai perso.
 Certo avere più attenzione e rispetto in più non sarebbe male.
Non devi dire “non sarebbe male”, Giulietta. Devi dire “Devo avere rispetto e attenzione, perché anch’io do loro rispetto e attenzione. Nel mio libro – ricordi? – c’è scritto “Prima date rispetto, attenzione, ecc. e poi pretendete tutto anche da loro”.
E – sempre nel mio libro- c’è scritto che devi avere una buona autostima. Te ce l’hai, ma non abbastanza, evidentemente. Lavora su questo.
       Loro stavano chiacchierando allegramente, ma appena l’hanno vista si sono alzati e dopo poco han fatto silenzio assoluto. È stato umiliante per me. Io li ho guardati, sorridendo amaramente, all'inizio ho pensato (guarda un po' questi che paura che hanno) ma poi…
Io non vorrei mai essere un'insegnante che terrorizza i ragazzi. Anche perché non ne sarei in grado.
[…] meglio un’insegnante disponibile, a cui chiedere senza timore, o una insegnante "cattiva" che però ti fa studiare per paura e magari ti fa ottenere risultati maggiori?
I miei colleghi spesso mi hanno detto: tranquilla è perché sei giovane e ne approfittano, poi sei dolce e loro lo vedono, e ne approfittano.
Altri insegnanti mi hanno detto: devi avere pugno duro. Si, grazie, ma che vuol dire? Sgridarli di più? Interrogarli quando si comportano male? Ma nessuno capisce che lo farei se ne fossi capace? Che non mi diverto a vedere che non hanno alcuna "paura" dei miei rimproveri?
Cara Giulietta, questa idea che l’insegnante che sa tenere la classe è un insegnante che terrorizza è sbagliata. L’idea che l’insegnante che tiene la classe sia odiato perché “fa paura” è sbagliata. L’idea che un insegnante giovane debba – di necessità- non essere rispettato è sbagliata. L’idea che l’insegnante dolce non venga rispettato è sbagliata. L’idea che un insegnante che terrorizza sia rispettato è sbagliata. La paura non è rispetto. Un insegnante rispettato è un insegnante considerato una guida che li può aiutare perché è competente e disponibile.
 L’idea che l’insegnante giovane che non viene rispettato è “perché è giovane” è sbagliata.
In realtà un’insegnante giovane come te potrebbe tenere la classe meglio di una insegnante sessantenne; una insegnante dolcissima e materna nell’aspetto può essere nella sostanza più severa (anche se ci sarebbe da discutere su questo termine “severa”) di una che appare burbera; “severa” non vuol dire “cattiva”; “esigentissima” non significa “odiata”; un insegnante che dà molte insufficienze non è più bravo di uno che dà voti molto alti, e non è vero nemmeno il contrario; un insegnante che permette ai ragazzi di fare quello che vogliono non è più amato e rispettato di uno che pretende il rispetto di tutte le regole; un insegnante che dice “l’ultimo quarto d’ora vi lascio fare quello che volete” non è più amato e stimato dagli alunni di quello che fa lezione fino all’ultimo minuto; e un insegnante che lascia liberi i ragazzi di fare quello che vogliono non è un insegnante che li capisce, ma è un insegnante che non sta facendo onestamente il suo lavoro; un insegnante che si siede sulla cattedra non è più moderno di uno che si siede sulla sedia;
un insegnante che si comporta come un ragazzo forse può essere più simpatico, ma spesso non è stimato, in realtà; se i ragazzi si alzano in piedi quando entra un insegnante non significa che lo rispettano, ma sicuramente significa che si sono accorti che è entrato; che i ragazzi non si alzino in piedi quando entra un insegnante non significa che non lo rispettano; possono rispettarlo, ma solo se stanno zitti e seduti; se i ragazzi ignorano l’insegnante che entra in classe significa che non si accorgono neanche della sua presenza, e sicuramente non significa che lo rispettano; se i ragazzi salutano sorridenti l’insegnante che entra non significa che non lo rispettano; più facilmente significa che lo amano e lo vedono volentieri; ma se i ragazzi non salutano sorridendo un insegnante che entra non significano che non lo sopportano; più facilmente significa che lo considerano solo come un insegnante; se i ragazzi guardano con odio e disprezzo un insegnante significa che lo odiano e lo disprezzano. La comunicazione non verbale è più importante della comunicazione verbale (anche questo c’è nell’Arte di insegnare, Giulietta).
    Perché non riesco a fargli capire che con me possono scherzare ma che quando si fa lezione si DEVE fare lezione;
[…] Certamente il prossimo anno ci riproverò. In verità ci provo sempre, io parto sempre con buoni propositi, poi finisco per entrare in classe anche tra l'indifferenza.
Cara Giulietta, certo che ci proverai. E piano piano ti riuscirà, Vedrai. Tu scrivi:
·        vorrei un po' della bravura dell'insegnante che li fa alzare in piedi, un po' di quella bravura degli insegnanti che sanno tenere la classe, un po' della sua bravura, prof Milani
Tu sei già brava come me, Giulietta. Lo vedo da tutte le frasi che della tua lettera che ho messo in rosso. Tu ti metti in discussione e vuoi migliorare: è questo quello che serve per diventare bravi insegnanti. Ti ci vuole più tempo. Io ho insegnato più anni di tutti quelli che tu hai vissuto. Qualcosa avrò imparato no, in tutti questi anni? L’esperienza è molto importante. C’è scritto anche questo, ne “L’arte di insegnare”. E adesso ho scritto “Maleducati o educati male?”, che non è solo un libro sull’educazione, ma è (moltissimo) un libro sulla Scuola, sui ragazzi, su quello che è importante che insegniamo – come genitori e come insegnanti- per avere il rispetto dei figli e degli alunni, per essere ascoltati, per essere per loro delle guide autorevoli. Quello che ho scritto in questo post è il frutto di tutte le idee che ho conquistato negli anni: dei concetti di autostima, di rispetto, di cultura; dell’esperienza sui rapporti con i ragazzi e con i genitori, eccetera. E ho messo tutto nel libro. Se sono autorevole è perché conosco e trasmetto tutto quello che ho capito e scritto nel libro. Quindi, dopo “L’arte di insegnare” leggi bene anche “Maleducati o educati male?”, perché è la base dell’autorevolezza.
E poi fammi sapere.

domenica 4 giugno 2017

“Vorrei essere brava come lei, professoressa Milani”. Prima Parte. 628 post


Cari lettori, vorrei che leggeste questa lettera e che rifletteste su quello che Giulietta ha scritto. Soprattutto voi, genitori: vi fa capire molte cose.

“Salve professoressa, le scrivo non so se per sfogo personale o per chiederle consigli.
Insegno da quattro anni matematica alle superiori e ho ventotto anni.
Ho letto più volte “L’arte di insegnare”, provo delle difficoltà ad applicarlo alle superiori, ma rifletto sempre sulle sue parole. Oggi ho assistito ad un episodio che mi ha buttata giù moralmente.
Ho una classe che adoro, che mi fa svegliare con il sorriso nonostante debba fare un'ora e mezza di strada per arrivare a scuola. Quando tutti mi dicono che finalmente insegnerò nella città in cui vivo, e non dovrò più viaggiare per raggiungere la scuola, io rispondo con l'amaro in bocca dicendo che se potessi rimarrei in questa scuola, perché ho trovato un ambiente positivo, e soprattutto ragazzi educati, anzi ben educati ;)
La classe in questione è una classe che inizialmente odiavo. Non ascoltavano sempre, ma a giorni alterni, chiacchieravano spesso, soprattutto durante le esercitazioni. E dopo qualche mese la loro attitudine non è cambiata. Come al solito la loro attenzione si riduce agli attimi di spiegazione, quando facciamo esercizi alla lavagna loro si distraggono per poi chiedere delucidazioni perché non hanno capito (certo se chiacchieri mi sembra ovvio che rimani indietro!), o provano a capire facendo tante domande e tanta tanta confusione. Ma... È il mio pensiero nei loro confronti ad essere cambiato. Io ora li adoro e mi dispiacerà non vederli più. Non so nemmeno da dove nasca questo sentimento per una classe che con me non sempre si comporta bene, non mi era mai capitato finora, eppure mi spiace enormemente non sapere che uomini o donne diventeranno. Loro con me (penso) abbiano un bel rapporto. Non hanno timore nel dirmi quando non capiscono, si propongono sempre alla lavagna, vogliono capire (anche da qui deriva il chiasso generale). Altri prof lamentano il fatto che non fanno gli esercizi a casa e che durante le lezioni sono passivi. Con me buona parte della classe fa gli esercizi e tutti in classe chiedono aiuto e/o chiarimenti. Scherziamo a fine lezione e l'ora passa tranquillamente. Li vorrei più attenti è vero, però mi piacciono, sono dei chiacchieroni simpatici. E soprattutto educatissimi. Lo so che non devo accontentarmi del chiacchiericcio, so che a lezione dovremmo fare bene ogni ora, soprattutto le ore di esercitazione. Ma non riesco ad ottenere più di così. Ho notato che loro sono invogliati a studiare (certo la maggior parte fa il minimo). Ma lo fanno, tutti vogliono avere la sufficienza. E non pensano di averla gratis anzi, hanno paura delle mie verifiche, sanno di avere difficoltà e certamente non credono che io sia la prof che alla fine regala il 6.
Oggi però è accaduto l'episodio che mi ha reso triste, davvero molto triste. 10 minuti alla fine dell'ora. Facciamo l'ultimo esercizio (che seguono in pochi) gli altri erano già in riposo. So che già qui lei penserà: e perché ha continuato a far lezione? Non li ha rimproverati? Certo! Annuiscono ma poi continuano a non seguire. Creando il brusio fastidioso. Ci provo, ma se non vogliono, non ascoltano. 5 minuti prima dell'ora. Finiamo l'ultimo esercizio, fine lezione. 5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato). Se lo dicessi a qualche collega mi direbbe, dai una verifica finale di punizione. Ma perché? Se loro ascoltano e sono positivi con me, chiacchierano ma poi le cose le facciamo, perché punirli? Certo avere più attenzione e rispetto in più non sarebbe male. Comunque suona l'ora, io ero ancora in classe a sistemare il registro elettronico, entra la collega. Loro stavano chiacchierando allegramente, ma appena l’hanno vista si sono alzati e dopo poco han fatto silenzio assoluto. È stato umiliante per me. Io li ho guardati, sorridendo amaramente, all'inizio ho pensato (guarda un po' questi che paura che hanno) ma poi.. Poi.. Perché io quando entro ricevo un saluto allegro da parte loro, un come sta prof? E poi il nulla, l'indifferenza generale per altri 5 minuti finché io dico: bene possiamo iniziare? Sul suo libro lei dice di non entrare in classe se i ragazzi non si alzano, o se non dimostrano di aver capito che è arrivata l'insegnante ed è il momento di far lezione. Certamente il prossimo anno ci riproverò. In verità ci provo sempre, io parto sempre con buoni propositi, poi finisco per entrare in classe anche tra l'indifferenza. Questo è quanto. Non riesco a non pensarci, la mia classe preferita, che mostra così poco rispetto per me e così tanto rispetto/timore per altri? Io non vorrei mai essere un'insegnante che terrorizza i ragazzi. Anche perché non ne sarei in grado. Vorrei tanto essere per loro una guida simpatica a cui chiedere senza timore. E in parte ci riesco. A fine anno i ragazzi e i loro genitori ammettono che hanno capito molte cose che con altri prof non riuscivano a capire (aggiungo: non avevano voglia o coraggio di chiedere aiuto al docente). Ma quanto potrei fare di più se mi rispettassero maggiormente? Perché non riesco a fargli capire che con me possono scherzare ma che quando si fa lezione si DEVE fare lezione come si deve? A volte penso di abbassare gli obiettivi, o comunque di fare meno delle potenzialità dei ragazzi, solo perché ascoltano poco, anche se il programma lo svolgiamo tutto, proprio come le altre classi. Ma io vorrei far fare loro molto di più, e meglio. Eppure ripeto sempre le stesse cose, perché loro non ascoltano. E allora mi chiedo: meglio un insegnante disponibile, a cui chiedere senza timore, o una insegnante "cattiva" che però ti fa studiare per paura e magari ti fa ottenere risultati maggiori?
I miei colleghi spesso mi hanno detto: tranquilla è perché sei giovane e ne approfittano, poi sei dolce e loro lo vedono, e ne approfittano.
Altri insegnanti mi hanno detto: devi avere pugno duro. Si, grazie, ma che vuol dire? Sgridarli di più? Interrogarli quando si comportano male? Ma nessuno capisce che lo farei se ne fossi capace? Che non mi diverto a vedere che non hanno alcuna "paura" dei miei rimproveri?

Il problema è che sono consapevole di poter essere una potenziale buona insegnante. Adoro quando mi dicono che rendo la matematica più facile, adoro vederli felici quando riescono a risolvere un esercizio. Adoro i mio lavoro, ho studiato tanto per farlo, studierò ancora molto per non essere più una supplente. Ma il bilancio che ho fatto dopo quattro anni è di un’insegnante mediocre, che non ha imparato quasi nulla dalle sconfitte che ogni anno ha notato, e che, nella pratica non sa come migliorare.
Mi scusi per lo sproloquio, è che vorrei un po' della bravura dell'insegnante che li fa alzare in piedi, un po' di quella bravura degli insegnanti che sanno tenere la classe, un po' della sua bravura, prof Milani.

Giulietta

P.S. Grassetto e colori sono miei, ovviamente.

La mia risposta è qui


lunedì 22 maggio 2017

Lettera ai ragazzi sul bullismo. 626° post

Cari ragazzi, vorrei spiegarvi una cosa.
Una ciambella è un dolce.  Può essere la piccola ciambella che piace tanto agli americani e a Homer Simpson, o la torta che fanno le mamme e le nonne. La ciambella ha un buco centrale e, per quanto possa sembrare strano, proprio quel buco costituisce la principale difficoltà. L’espressione della saggezza popolare “Non tutte le ciambelle riescono col buco” significa che non tutto quello che cerchiamo di fare bene riesce bene.

Ecco, ragazzi, le persone sono come le ciambelle: non tutte riescono bene. Eppure i genitori e gli insegnanti ce la mettono tutta per educare i bambini e i ragazzi in modo che diventino brave persone.
Nella società, infatti, ci sono tante persone adulte che sono cresciute come ciambelle senza il buco: i disonesti, i violenti, i razzisti, per fare degli esempi. Ma adesso mi interessa spiegare che cos’è un bullo.

Un bullo è solo una triste ciambella senza buco. Un ragazzo che non è venuto bene, insomma. In fondo, se guardiamo attentamente, non è colpa sua, se si comporta così male. Non è capace di comportarsi diversamente. Perché? Cerchiamo di capire perché.
Chi è il bullo?
Un bullo è un ragazzo che è cresciuto male. È un ragazzo a cui manca qualcosa. È una ciambella riuscita male perché non ha il buco. Nel buco della ciambella che rappresenta il bullo ci dovrebbero essere tutti i valori e i sentimenti che impediscono a una persona di fare del male agli altri. Che cosa manca, perciò, al bullo? Manca soprattutto l’educazione al rispetto degli altri e alla non violenza. Il bullo non sa mettersi nei panni degli altri, non sa provare né comprensione né compassione.
Non è semplice, ma è molto importante cercare di capire da che cosa nasce il bullismo e in che cosa consiste.
“«Il bullismo è il fenomeno che si verifica quando uno o più ragazzi picchiano, deridono e perseguitano un compagno, per divertimento o per motivi apparentemente insignificanti». […] Chiediamoci perché mai un ragazzo si diverte tanto a umiliare, picchiare, perseguitare un altro ragazzo. «Perché è cattivo»? Non è «cattivo». Il vandalo fa alle cose ciò che il bullo fa alle persone. Ci chiediamo sempre che gusto ci provano. Perché il vandalo se la prende con un oggetto tanto da danneggiarlo, da volerlo vedere rotto? In realtà ce l’ha con qualcuno, e quell’oggetto è importante per la persona che lui considera «il nemico». Vuole danneggiare la persona e gli rompe l’oggetto che gli è caro. Ride della disperazione di chi trova rigata la macchina; vuole far vedere alle persone «perbene», quelle che lo disapprovano, che lui «se ne frega altamente» di loro e delle loro cose. Vuole danneggiare il ricco, perché lui non lo è, e gli spacca la macchina; vuole danneggiare tutto il resto della società, che gli sembra che non lo aiuti, e spacca qualunque cosa: giardini, fiori, aiuole, statue; danneggia sedili del treno o del pullman, perché non si sente parte della società, ma escluso, emarginato dalla società. Il bullo invece ce l’ha con i compagni studiosi, o più ricchi, o più belli, o semplicemente che a casa hanno una vita regolare senza problemi. Rovina i loro libri, nasconde o rompe i loro astucci, o i loro occhiali. I bulli e i vandali sono ragazzi sofferenti, molto fragili, resi duri e crudeli dalla vita, nel corso degli anni.[…]  Il bullo picchia, minaccia, perseguita, estorce, tortura, per dimostrare di essere forte e per nascondere le sue debolezze.
Sceglie le vittime fra i compagni più deboli, perché deve essere sicuro di vedere la paura nei loro occhi.
Paura che funziona come adrenalina, per lui. Deve avere un seguito di deboli che lo temono, e che forse, a volte, lo disapprovano, ma che scelgono la strada più facile dell’assecondarlo per evitare grane, perché vivono di luce riflessa, sono «qualcuno» perché sono amici del bullo.”[1]

Un bullo non è una persona forte e felice, quindi. Al contrario: è un ragazzo che recita una parte perché altrimenti sente di non essere nessuno; recita la parte di chi è ammirato perché ha potere. Non è un ragazzo amato per il suo carattere, per la sua intelligenza, e non è rispettato perché sa fare qualcosa di bello. Un bullo finge di essere felice e di essere potente, e crede di essere rispettato perché sa fare del male senza farsi degli scrupoli. Ma quello che ottiene non è mai ammirazione e non è rispetto, in realtà. È soltanto paura. Il suo non è coraggio. È vigliaccheria.

Questa lettera non è indirizzata ai bulli. È indirizzata a tutti gli altri ragazzi: a quelli che si fingono bulli per paura, ma non lo sono, alle vittime dei bulli, che soffrono in silenzio, perché sono spaventati, e a chi assiste a atti di bulismo e tace, per non avere grane.
A tutti voi dico: i bulli sono poveri ragazzi per i quali provare pena. Sono ragazzi che hanno bisogno di aiuto. Non li assecondate, non seguiteli. Parlate con gli adulti, senza paura. Dite quello che accade, - a scuola, per la strada o sui social - dite quello che vedete e quello che sapete. Aiutate le vittime dei bulli a salvarsi dalla persecuzione. Ma aiutate anche i bulli, parlando con i vostri genitori e con i vostri insegnanti. Se vedete un ragazzo che viene picchiato chiamate subito la polizia, senza paura. Voi potete farlo. Dovete farlo. Se tacete diventate complici.





[1] Da Isabella Milani, L’arte di insegnare”, Vallardi 

venerdì 27 gennaio 2017

Ogni giorno deve essere una Giornata della memoria. 605° post

Il 27 gennaio di ogni anno, in Italia dal 2000, è la giornata in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto. Ho già scritto sulla Giornata della Memoria qui.



Oggi vorrei fare una riflessione su quello che sta accadendo in molte parti del mondo. Ma mi concentro sull’Italia, e su un fatto solo: il suicidio di un ragazzo del Gambia, un migrante, che si è buttato nel Canal Grande a Venezia. È affogato, e si può immaginare la scena (e vorrei che lo faceste, se decidete di non guardare il video che è stato messo in internet, solo in pochi casi con l'avvertenza “ATTENZIONE: le immagini potrebbero colpire la sensibilità dei lettori”)


Ma che cosa siamo diventati, in Italia? 
La notizia è stata data dai vari media e ascoltando i commenti dei giornalisti si percepisce chiaramente che alcuni giustificano il comportamento della gente con commenti come “gli hanno lanciato i salvagenti, e non hanno potuto fare altro”, “aveva deciso di farla finita e ci è riuscito".
Altri giornalisti vedono quello che è accaduto come un comprensibile anche se non giustificabile (spero) segno di quanto gli italiani non ne possano più di “tutti questi stranieri che ci hanno ormai invaso”. Altri giornalisti sono disgustati e sconcertati come lo sono io, ma fanno meno rumore, o vengono attaccati da quella certa percentuale di razzisti italiani che urla che chi difende il diritto dei migranti di essere aiutati “dovrebbe prenderseli in casa lui”.

In questa Giornata della Memoria io mi vergogno per come siamo diventati. È terribile vedere l’odio che circola, fomentato da giornalisti, e soprattutto da politici che lo usano per prendere voti.
Ogni sera, per esempio, c’è un programma su Retequattro, che sembra costruito apposta per seminare odio. Cito come viene presentato sul sito “ Dalla vostra parte. Programma di approfondimento del Tg4 condotto da Maurizio Belpietro, che concentra l'attenzione sui principali fatti del giorno e su argomenti di politica, economia e cronaca. In diretta dallo studio del Tg4, l'analisi è arricchita da interventi dei protagonisti della scena mediatica, da alcuni collegamenti sul territorio e numerosi backstage e dietro le quinte.”
"Dalla vostra parte"? Dalla parte di chi? Degli italiani contro gli stranieri, evidentemente.
Ecco, guardatelo oggi che è la Giornata della Memoria. E mentre lo guardate, rendetevi conto di che cosa significa fare servizi come questi, facendoli passare per “approfondimenti”, come se tutta l’Italia fosse così, mettendo in evidenza i disagi della crisi economica e del degrado morale a cui siamo arrivati, attribuendoli alla presenza degli stranieri, e sollecitando la gente a urlare (ci sono anche dei fuori onda in giro per la rete).

È odio puro somministrato nelle case all’ora di cena. Anche ai ragazzi.
Durante il nazismo si fomentava l’odio con racconti e filmati in cui gli ebrei venivano dipinti come persone sporche, violente, dedite al furto e allo stupro.

Potete guardare “L’ebreo errante”, film /documentario del 1940 della propaganda nazista, se non lo avete mai visto. E riflettere, chiedendovi se non stiamo preparando un'altra Shoah.


Oggi l’odio si semina contro gli stranieri venuti in Italia per lavorare o contro i rifugiati fuggiti da Paesi in guerra. Sono diventati il capro espiatorio dei politici che giustificano la loro incapacità di governare e di fare gli interessi degli italiani dando la colpa a loro: agli stranieri, ai rifugiati.
Ci sono anche rifugiati o stranieri violenti, ladri, stupratori? Senz'altro.
Ci sono italiani violenti, ladri, stupratori? Senz'altro.
Questo significa che gli italiani si possono tollerare perché sono “dei nostri” e gli altri no perché devono andare a delinquere nel loro Paese? Significa che dobbiamo buttare in mare chi cerca salvezza in Italia? Fare loro del male? Sparargli?
E significa giustificare che ci sia qualcuno che vede affogare un ragazzo di 22 anni senza trovare nulla da fare, o –peggio, molto peggio- urlando frasi razziste?

Ma che cosa ci è successo? Svegliamoci, per carità! Rendiamoci conto di quello che è successo nel Canal Grande a Venezia. Non riesco neanche a scriverlo: vedere affogare, andare giù, sott’acqua un ragazzo, poco più che adolescente, senza sentire la necessità di urlare, di dare dei pugni ai ragazzoni che ridevano, senza  disperarsi, senza sentire l’urgenza di urlare all’equipaggio del vaporetto che dovevano buttarsi, perché sicuramente loro sapevano nuotare. Ho letto la domanda di un giornalista: Voi vi sareste buttati?” Voglio rispondergli: io no, perché non so nuotare, purtroppo. E sarei affogata subito. Ma sono sicura che mio figlio si sarebbe buttato, e tante altre persone che conosco, adulti e ragazzi. Possibile che lì non ci sia stato nessuno? Che cosa sarebbe successo se ci fosse stato un cane al posto di quel ragazzo?
È terribile. Non c’è stato neanche un briciolo di pietà per Pateh Sabally. Non c’è stata pietà per sua madre, che non lo vedrà più tornare.
Io mi chiedo e vi chiedo: pensate alla persona che vi ha danneggiato di più negli ultimi anni. Diciamo pure: pensate a una persona che odiate perché vi ha fatto del male. Veramente la lascereste affogare? Guardereste senza fare nulla una donna, un uomo, un ragazzo che sta affogando?
Ecco: se non inorridite all’idea, non commemorate la Giornata della memoria.

Ogni giorno deve diventare una Giornata della Memoria, in Italia, perché siamo vicinissimi alla situazione che ha portato allo sterminio degli ebrei. E per sapere se esagero guardatevi intorno. 
Insegnante ai vostri figli e ai vostri alunni la tolleranza e il rispetto, ma soprattutto insegnate la pietà.

“Sorgono allora delle domande: perché dobbiamo ricordare? E che cosa bisogna ricordare?
Bisogna ricordare il Male nelle sue estreme efferatezze e conoscerlo bene anche quando si presenta in forme apparentemente innocue: quando si pensa che uno straniero, o un diverso da noi, è un Nemico si pongono le premesse di una catena al cui termine, scrive Levi, c’è il Lager, il campo di sterminio.”
Vittorio Foa



domenica 6 ottobre 2013

“Strategie che funzionano sempre... oppure no?”. Prima parte. 406° post

Emanuela mi scrive:
“Buongiorno professoressa, mi chiamo Emanuela e sono alla mia prima supplenza in una scuola media.
Ho provato a mettere in atto alcune accortezze e attenzioni che ho finora incontrato nel libro (sguardi, silenzio, colpire subito certi comportamenti): sarà l'inesperienza, ma la prima giornata e la seconda giornata di supplenza sono state micidiali e mi sono abbattuta parecchio.
Quello che mi chiedo è: queste strategie funzionano sempre (il silenzio che seguo in attesa che smettano il chiacchiericcio, gli sguardi seri e mirati) o dopo un po' "mangiano la foglia"? Anche se, in realtà, c'è poco da mangiare la foglia, perché non è che li sto ingannando. Mi chiedo se dopo un po' queste specifiche strategie perdano la loro forza e cosa si può fare, in alternativa. Quali strategie suggerisce in casi limite che richiedono un intervento più serio?
Nel caso in cui vadano male le prime lezioni, il primo incontro con loro (e male male, ossia indisciplina forte della classe nonostante i richiami e il tentativo di mettere in atto alcune strategie suggeriti da amici insegnanti) è perduta la speranza con quelle classi (se non anche con le altre, se vige il passaparola)?Spero che la relazione educativa si possa costruire strada facendo, e che gli errori iniziali non siano fatali, anche se temo che sia difficile correggere il tiro. A volte il detto "non c'è seconda occasione per dare una prima impressione" pende su di me come una spada di Damocle. I ragazzi delle medie sono ostici, e spesso alcuni amici e colleghi mi raccontano situazioni allarmanti in cui io non saprei come reagire (e, invece, serve una reazione repentina).Sconsiglia le note (ed è vero, perché si rischia a fare a gara a chi ne prende di più, "tanto"...), ma è anche vero che certi comportamenti richiedono un intervento deciso e il sapere cosa fare a carattere disciplinare (far male ai compagni, offese e parolacce pesanti, rivolte all'insegnante o ad altri compagni). La ringrazio per il suo tempo. Un caro saluto  Emanuela”

Cara Emanuela, la prima impressione, come ho già detto, è molto importante e a volte non si riesce a riacquistare la stima che abbiamo perso subito. Ma altre volte si può.
Tu mi chiedi: “le strategie funzionano sempre... oppure no?”. E altri si chiedono, e mi chiedono: ho applicato alla lettera tutto quello che dici, come la famosa entrata in classe, il mantenere la calma, ecc.. Perché ha funzionato tutto bene per tre volte e alla quarta tutto è tornato come prima?
Cara Emanuela e cari lettori, tutto quello che suggerisco funziona, ma non è una bacchetta magica con la quale toccare la classe per avere attenzione, rispetto e motivazione per tutto l’anno. L’ho già detto, ma lo ripeto perché vedo che ce n’è bisogno: credete che a me basti entrare in classe in un certo modo, dire due paroline ben dette per avere ventotto paia d’occhi puntati? Rispondo: no! Certo, non mi trovo spesso a combattere, perché l’esperienza mi aiuta molto, ma con gli alunni difficili ogni tre giorni devo impegnarmi per rinfrescare la memoria sui concetti di rispetto.
Mi chiedi se "mangiano la foglia". No, non mangiano la foglia, ma ritentano, per vedere se riescono a vincerti. Ed è qui che nasce il problema. Loro ritentano e tu devi ricominciare da capo (sguardi, silenzio, colpire subito certi comportamenti). E ci aggiungo: parlare, spiegare perché è ingiusto quello che fanno, farli sentire in difficoltà se ti mancano di rispetto. Non bisogna demoralizzarsi. Bisogna “combattere” per aiutarli. Perché è giusto così. Con il tempo e la fatica ci riuscirai.
Questa è la società del tutto e subito, ma non si può applicare alla Scuola. A scuola ci vuole calma, perseveranza, e resilienza. Anche perché dovete essere un esempio.
Per quanto riguarda le note, quando ci vogliono ci vogliono: far male ai compagni, offese e parolacce pesanti, rivolte all'insegnante o ad altri compagni. Ma devi imparare a riconoscere il momento che precede il comportamento scorretto e fermarti, cercando di evitare le frasi ingiuriose. Ma se escono, la nota devi farla. Sono le note inutili (chiacchiera, ride, ecc.) quelle che devi assolutamente evitare.
Riprova, Emanuela!


Quarta parte
Terza parte

giovedì 7 febbraio 2013

“Ho paura che mi licenzino…” Seconda Parte 352°

PRIMA PARTE qui.

Cara Carmen, vorrei sottolineare qualche altra frase, fra quelle che hai scritto:
- “avendo sempre avuto nel cuore l'insegnamento”
 - “essendo laureata in ingegneria”
- “Voglio insegnare perché mi piace e perché so di poter trasmettere qualcosa.”
Dunque, Carmen, hai studiato molto, ami insegnare e sai di poter trasmettere qualcosa.
Il problema è: che cosa?
Ecco, devi riflettere su questo: in che cosa consiste quello che devi trasmettere? È la matematica? È la fisica? Sì, ma la matematica e la fisica sono solo una parte di quello che devi trasmettere.
Un insegnante, prima di tutto, deve trasmettere la voglia di imparare. Imparare che cosa? Tutto. Tutto quello che capita, di cui la matematica è solo una parte. Prima della matematica viene la vita. Tu, insegnante, devi educare, devi trasmettere anche come si affronta la vita, perché bisogna studiare, perché bisogna lavorare, perché non bisogna arrendersi di fronte alle difficoltà; devi trasmettere l’onestà, il senso di solidarietà, il senso di giustizia, l’amore per la vita, l’interesse verso gli altri, verso il mondo, verso le cose. Anche verso la matematica e la fisica. Devi insegnare che cosa è essenziale  e che cosa è superfluo, quali sono le priorità e perché è meglio mettere certi valori in cima alla scala e certi altri in fondo.
Per essere una buona insegnante, prima di insegnare a cucinare e a gustare dei piatti, devi fare venire loro appetito e voglia di cucinare.

Detto questo, Carmen, passiamo a riflettere sugli errori che puoi avere commesso. Scusami se, per aiutarti, devo essere molto esplicita.
Sintetizzo: i ragazzi ti ignorano (“è come se non fossi presente il aula”) e non ti rispettano come persona (“quando entro io in aula sembra che arrivi la scema del villaggio”) e, di conseguenza, neppure come insegnante (“non stanno attenti, chiacchierano tra di loro e giocano col cellulare, non mi considerano proprio,  prendono in giro (anche volgarmente), urlano, tirano sedie per terra facendo un fracasso tremendo, corrono in aula io anche se li richiamo, è come se non fossi presente il aula”).
Cara Carmen, tu per prima non ti rispetti. Proprio non ti consideri degna di rispetto. Tanto è vero che hai chiamato in aiuto qualcuno che hai dato per scontato che sarebbe stato rispettato più di te: il preside, la vicepreside. Hai “mandato uno dei rappresentanti di classe a chiamare la vicepreside”. Mi chiedo che cosa hai detto. “Vai a chiamare la vicepreside e dille di venire subito perché la classe non mi ascolta”? Qualcosa così? Hai certificato la tua inferiorità. La vicepreside è arrivata e tu hai ascoltato in silenzio. Che cosa avrà detto? “Vergognatevi! Dovete stare zitti anche con la professoressa!” (E questo “anche” significa parecchio…) Non dici che cosa hai detto quando “appena se n'è andata tutto è ricominciato…”. Spero che tu non abbia chiesto ai ragazzi come mai cinque minuti prima stavano tutti zitti…
Hai accettato che intervenissero i colleghi delle classi vicine, che “non riuscivano a far lezione a causa del rumore”. Immagino che sarai stata zitta, mentre loro (quelli che agli occhi degli alunni saranno apparsi come i “veri” insegnanti) rimproveravano la classe. Ovviamente, non puoi pensare di essere sembrata un’insegnante autorevole.
Le hai provate tutte, passando dal massimo della severità al massimo della tolleranza, calpestando da sola la tua dignità (facendo “lezione al muro facendo finta che loro seguissero mentre invece parlavano tra di loro” e facendo “finta di non sentire quando mi urlano improperi”.)
Ti sei chiesta che cosa c’è che non va in te (dando tu stessa per scontato che in te ci sia qualcosa che non va) e ti sei risposta che forse hai un aspetto fisico che “li irrita” (“sono antipatica come persona”, “sembro molto più giovane, sono bruttina e vesto sempre in jeans e maglione”), oppure che le tue lezioni “non sono ritenute interessanti”.
Cara Carmen, il mio consiglio è questo: prima di tutto devi chiarire bene a te stessa chi sei e che cosa ci fai in cattedra. Ricordati di tutto quello che hai studiato e di tutto quello che desideri insegnare. Convinciti del fatto che – come ho scritto sopra- la matematica non è l’unica cosa per cui entri in classe.
Poi, appena avrai guadagnato finalmente il rispetto di te stessa, devi diventare furibonda. Furibonda con i ragazzi, con la loro maleducazione, con la loro mancanza di rispetto. Se sono arrivati alle superiori così, tocca a te farli cambiare. “Con gli altri sono agnellini, si alzano in piedi quando entrano in classe e non si sente volare una mosca...”? Arrabbiati, rivendica – prima di tutto con te stessa- il diritto di essere rispettata come gli altri. Tu hai studiato tanto e loro non ascoltano neanche una parola? Tu hai un posto di lavoro e rischi di perderlo perché i signorini ti trovano antipatica, poco interessante? “Li irrita” il tuo aspetto fisico? E da quando gli insegnanti devono piacere fisicamente agli alunni? Sembri molto più giovane, sei bruttina e vesti sempre in jeans e maglione? E – per dirla senza tanti giri di parole -  chissenefrega? Ma ci mancherebbe altro! E come è l’insegnante “giusta”? Dobbiamo reclutare le insegnanti scrivendo “Trentacinquenne bella, alta, 90-60-90, elegante, cercasi per intrattenere classi di adolescenti maleducati. Costituisce titolo preferenziale, ma non indispensabile, un diploma o una laurea in qualcosa”?
Devi diventare furibonda.
Ma solo superficialmente. Perché in realtà, se loro sono arrivati alle superiori così – maleducati, insensibili e ingiusti- sei tu quella che deve insegnare loro che stanno comportandosi male. Devi essere severa e non transigere su nulla.
Mi chiedi: “Ma perché fin dalle elementari la scuola non li mette in riga questi maleducati?” Ti rispondo: perché a ognuno di noi tocca una parte di vita dell’alunno, e ognuno contribuisce a costruire qualcosa che possa servirgli per proseguirla al meglio.
Cara Carmen, devi avere molta più fiducia in te stessa, essere sicura di quello che fai e del perché lo fai, per trasmettere questa sicurezza ed essere rispettata.
Spero di averti aiutato! Fammi sapere!



Prima Parte qui

lunedì 16 maggio 2011

"S.O.S da un’insegnante alle prime armi". 204°

Marilina mi scrive:
"Cara professoressa Milani sono una docente di IRC alle prime armi, lavoro in una scuola superiore, ma IRC è un' ora molto spesso in cui si copiano compiti di altre materie, quindi da parte dei ragazzi ci sono dei pregiudizi rispetto alla disciplina benché l'abbiano scelta.
Due sono le classi in cui la situazione mi sta sfuggendo di mano.
La prima è una seconda classe, l'altra una quarta, in seconda l' ultima lezione avevo dato ai ragazzi una poesia su cui dovevano fare una riflessione personale, scritta che poi doveva essere letta alla classe, per cercare di fare un dibattito ma le cose non sono andate così.
Premetto che appena entrata c'era confusione ed ho detto che al primo che disturbava avrei messo una nota.
Così è stato, ma l'alunno era colui che ogni volta che arrivavo in classe mi chiedeva puntualmente "oggi che facciamo prof.? Leggiamo" ma non potevo rimangiarmi quello che avevo detto.
Poi vicino alla cattedra arrivavano palline di carta, non riuscivo a capire chi era che le lanciava, in classe regnava il caos e non siamo riusciti. A quel che ho compreso loro sono felici che finalmente fanno lezione, ma c'è sempre un gran chiasso, confusione ed io a minacciarli di mettere una nota (non ho l'arma del voto perché tanto religione non fa media.) Alla fine dell'ora quando sono andati tutti via il ragazzo a cui ho messo la nota ha detto:
"Ha visto prof. che la nota non è servita a niente ed i compagni si sono comportati male ed io so chi ha buttato le palline di carta ", mi ha detto il nome e mi ha chiesto di togliere la nota messa.
Non so cosa fare! Non riesco a capire dove ho sbagliato. Eppure dovrebbe essere un 'ora tranquilla in cui discutere di tanti temi attuali, ma nulla di tutto ciò solo caos. Grazie per il consiglio.
Marilina".

Cara Marilina,
hai fatto bene a mettere la nota promessa. E spero che poi tu non l’abbia tolta. Le promesse si mantengono, senza guardare in faccia nessuno. Ma non minacciare più di mettere note: non le mettere, se non per casi eccezionalmente gravi. Sono inutili. Non è con le note che ti guadagni il rispetto degli alunni. Devi essere convinta del fatto che non devono lanciare palline, e far trasparire questa convinzione.
L’insegnante di religione cattolica è sempre stato considerato un insegnante con il quale era abbastanza ovvio non fare nulla. Anche ai miei tempi, figuriamoci oggi. Quindi ci vuole un discorso a parte, perché le difficoltà sono ancora maggiori.
Tu dici che l’”IRC è un' ora molto spesso in cui si copiano compiti di altre materie” e aggiungi “anche se i ragazzi hanno scelto la materia”.
È un buon punto d’inizio. Chi insegna religione non ha, in realtà, i mezzi per “minacciare” chi si comporta male e chi non studia, perché non solo i ragazzi, ma anche i colleghi considerano la religione un’ora di serie B. Perché?
Secondo me il problema c’è: che materia è la "religione cattolica"? Che cosa insegna? A che cosa serve, di preciso? Serve per trovare, un giorno, lavoro? È una materia opzionale: i ragazzi la scelgono perché davvero sono interessati, oppure perché dà loro dei crediti per l’esame o per semplice consuetudine?
Ecco il problema. In una società multietnica è giusto continuare ad impartire l’insegnamento della religione cattolica? Oppure c’è qualcuno che vuole imporre la religione cattolica per mantenere un certo potere, anche politico? Non sarebbe più logico imparare la dottrina cattolica in parrocchia e a scuola la storia del pensiero religioso? Se la religione non si chiamasse “insegnamento della religione cattolica”, se si chiamasse “insegnamento delle religioni”, o del pensiero religioso” e si studiassero le religioni, ma anche l’agnosticismo e l’ateismo, i ragazzi non sarebbero molto più interessati?
C’è stato un periodo in cui l’insegnante doveva insegnare “le religioni”, ma poi siamo tornati a chiamarla “religione cattolica”.
Sono dell’opinione che finché continueremo in questo modo tu, come insegnante, non avrai che occasionalmente il rispetto degli alunni. È la società che non ti rispetta, ignorando il fatto che insegnare religione in una società nella quale Dio non viene sentito come “necessario” da molti, in una scuola in cui convivono religioni diverse, ti fa apparire come “insegnante opzionale”.
Un onesto dibattito su tutti gli aspetti della religione, sul perché una persona è religiosa e un’altra no, sul significato di “rispetto della religione altrui”, renderebbe la lezione interessante per la maggioranza degli studenti. Un onesto, vero, dibattito sui grandi temi come l’eutanasia, l’aborto, divorzio, l’omosessualità, renderebbe la lezione interessante, e te molto più credibile agli occhi dei ragazzi che, a quell’età soprattutto, esigono di capire e non amano le imposizioni. Il dibattito può esistere solo se non parte da “ora vi dimostro che l’eutanasia, l’aborto, divorzio, l’omosessualità sono sbagliati e sono opera del demonio”. Cara Marilina, so benissimo che non ti esprimi così, ma il concetto è questo, per molte persone cattoliche.
Ti consiglio dunque di parlare con i ragazzi in modo chiaro: affronta con loro il problema del loro disinteresse, della loro mancanza di rispetto nei tuoi confronti. Spiega loro che non intendi più tollerare, ma che sei disposta a discutere di qualunque argomento. In parecchi altri post troverai dei consigli sull’atteggiamento da tenere.
Se deciderai di seguire il mio consiglio, aspettati che qualcuno – genitori, dirigente, colleghi - protesti perché “fai della politica”.
L’insegnamento è una scelta: a te decidere che cosa vuoi. Io scelgo sempre l’onestà intellettuale, a qualsiasi prezzo. Faccio quello che ritengo giusto per i ragazzi e non per chi in quel momento governa e vuole manipolarli.
Ti suggerisco, se seguirai il mio consiglio, di registrare le lezioni, spiegando ai ragazzi che poi potrete sentirle insieme, se servirà.
Non si sa mai. Ti potrebbe servire.
Fammi sapere.

venerdì 10 dicembre 2010

“Il lavoro nobilita l’uomo”. 134°

Non so chi ha detto per primo che il lavoro nobilita. Vorrei sapere chi è stato e che cosa intendeva.
Prima di tutto: bisogna vedere di che lavoro si tratta.
Subito dopo: che cosa si intende con “nobilita”.
Parto da qualche esempio di lavoro, chiedendomi, tanto per cominciare, se devo intendere “mestiere” o anche “professione”. Nel linguaggio comune, quando si dice “lavora” di solito si intende uno che fa un mestiere, qualcosa di manuale. Degli altri si dice più elegantemente “esercita la professione”. Già questa distinzione dovrebbe mettere sul chi va là. Comunque andiamo avanti con il ragionamento.
Ecco dei lavoratori(non importa se non li leggete tutti: è solo per dare un’idea):
bracciante agricolo, calzolaio, cameriere, camionista, carbonaio, carpentiere, carrozziere, cavatore, cenciaiolo, centralinista, colf, commessa (conciatore, decoratore, ebanista, elettrauto, elettricista, fabbro, fonditore, fornaio, garzone, giardiniere, giostraio, infermiere, intarsiatore, lattoniere, lavandaia, lavapiatti, macellaio, magazziniere, maggiordomo, maniscalco, manovale, materassaio, minatore, mondina, mozzo, mugnaio, muratore, necroforo, netturbino, operaio, panettiere, pescatore, pescivendolo, piastrellista, pornostar, portinaio, postino, rottamaio, scalpellino, spogliarellista, stagnino, stalliere, tassista, telefonista, verniciatore, vetraio, zampognaro)
“Nobilitare” lo copio da un dizionario “ Elevare spiritualmente o moralmente qlcu. o qlco., conferendogli dignità, prestigio”. Per quanto io mi sforzi non riesco ad abbinare al lavoro la condizione di “nobiltà”. A “nobiltà” ci abbino di più l’immagine di uno che non fa nulla.
Se penso ai lavoratori vedo gente onesta che fatica, che suda, che si arrabbia, che viene umiliata e, a volte, che umilia. Vedo gente preoccupata e a volte disperata perché perde il lavoro. Non perché perde la nobiltà, ma perché perde la pagnotta, la sicurezza di una vita almeno dignitosa.
“Nobilita”: nel senso che rende l’uomo degno di rispetto, paragonato a chi non lavora?
Mi andrebbe bene se il non lavorare fosse sempre una scelta e significasse vivere volontariamente alle spalle degli altri.
Mi andrebbe bene se non vedessi quanta gente non lavora (e chiama “lavoro” il comandare agli altri di lavorare), vive sfruttando il lavoro altrui ed è servita e riverita. Certo, investono tanto denaro. Certo, hanno tante responsabilità. Ma conosco parecchi ai quali garberebbe avere quel tipo di problema invece di avere il problema di arrivare in fondo al mese, tirando la cinghia.
Il discorso è complesso e si può solo sfiorare.
Diamo sempre per scontato e per ovvio quello che, a ben guardare, non lo è mica tanto. I ricchi e i poveri ci sono sempre stati. Nel medioevo c’erano i nobili e quelli che lavoravano per mantenerli. Non siamo più nel medioevo, ma c’è poi tanta differenza? Ci rendiamo conto dell’abisso di qualità della vita che esiste nel nostro tipo di società? Va bene le differenze, vanno bene i diversi talenti, va bene tutto, ma quando è troppo è troppo. Uno muore di fame e fruga nei cassonetti e una altro si beve una bottiglia di vino da mille euro. A me non va giù.
“Il lavoro nobilita l’uomo”: secondo me è una frase messa in giro da chi vuole sfruttare gli altri, e mentre li sfrutta, li convince del fatto che, però, si stanno nobilitando. Anche se spalano il letame dei cavalli del padrone della villa.
Per la maggior parte della gente, oggi come ieri, il lavoro non solo non nobilita, ma non gratifica, e, anzi, stressa, stanca, frustra.
Sarebbe bello poter lavorare nelle migliori condizioni, trovando gratificazioni e soddisfazioni. E senza essere sfruttati.
Sarebbe bello che lavorassero tutti, che quando uno è stanco si potesse riposare, quando è malato potesse davvero stare a casa, senza essere chiamato assenteista e fannullone.
Magari da quelli che lavorano molto meno.
È la cultura che nobilita l'uomo. L'onestà, la gentilezza, il rispetto, la solidarietà nobilitano l'uomo. Il lavoro viene di conseguenza. Vorrei lanciare almeno cinque frasi nuove: la cultura nobilita l'uomo, l'onestà nobilita l'uomo, la gentilezza nobilita l'uomo, il rispetto nobilita l'uomo, la solidarietà nobilita l'uomo.
Se si diffondessero forse la gente comincerebbe a pretendere un mondo diverso.

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