La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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lunedì 22 maggio 2017

Lettera ai ragazzi sul bullismo. 626° post

Cari ragazzi, vorrei spiegarvi una cosa.
Una ciambella è un dolce.  Può essere la piccola ciambella che piace tanto agli americani e a Homer Simpson, o la torta che fanno le mamme e le nonne. La ciambella ha un buco centrale e, per quanto possa sembrare strano, proprio quel buco costituisce la principale difficoltà. L’espressione della saggezza popolare “Non tutte le ciambelle riescono col buco” significa che non tutto quello che cerchiamo di fare bene riesce bene.

Ecco, ragazzi, le persone sono come le ciambelle: non tutte riescono bene. Eppure i genitori e gli insegnanti ce la mettono tutta per educare i bambini e i ragazzi in modo che diventino brave persone.
Nella società, infatti, ci sono tante persone adulte che sono cresciute come ciambelle senza il buco: i disonesti, i violenti, i razzisti, per fare degli esempi. Ma adesso mi interessa spiegare che cos’è un bullo.

Un bullo è solo una triste ciambella senza buco. Un ragazzo che non è venuto bene, insomma. In fondo, se guardiamo attentamente, non è colpa sua, se si comporta così male. Non è capace di comportarsi diversamente. Perché? Cerchiamo di capire perché.
Chi è il bullo?
Un bullo è un ragazzo che è cresciuto male. È un ragazzo a cui manca qualcosa. È una ciambella riuscita male perché non ha il buco. Nel buco della ciambella che rappresenta il bullo ci dovrebbero essere tutti i valori e i sentimenti che impediscono a una persona di fare del male agli altri. Che cosa manca, perciò, al bullo? Manca soprattutto l’educazione al rispetto degli altri e alla non violenza. Il bullo non sa mettersi nei panni degli altri, non sa provare né comprensione né compassione.
Non è semplice, ma è molto importante cercare di capire da che cosa nasce il bullismo e in che cosa consiste.
“«Il bullismo è il fenomeno che si verifica quando uno o più ragazzi picchiano, deridono e perseguitano un compagno, per divertimento o per motivi apparentemente insignificanti». […] Chiediamoci perché mai un ragazzo si diverte tanto a umiliare, picchiare, perseguitare un altro ragazzo. «Perché è cattivo»? Non è «cattivo». Il vandalo fa alle cose ciò che il bullo fa alle persone. Ci chiediamo sempre che gusto ci provano. Perché il vandalo se la prende con un oggetto tanto da danneggiarlo, da volerlo vedere rotto? In realtà ce l’ha con qualcuno, e quell’oggetto è importante per la persona che lui considera «il nemico». Vuole danneggiare la persona e gli rompe l’oggetto che gli è caro. Ride della disperazione di chi trova rigata la macchina; vuole far vedere alle persone «perbene», quelle che lo disapprovano, che lui «se ne frega altamente» di loro e delle loro cose. Vuole danneggiare il ricco, perché lui non lo è, e gli spacca la macchina; vuole danneggiare tutto il resto della società, che gli sembra che non lo aiuti, e spacca qualunque cosa: giardini, fiori, aiuole, statue; danneggia sedili del treno o del pullman, perché non si sente parte della società, ma escluso, emarginato dalla società. Il bullo invece ce l’ha con i compagni studiosi, o più ricchi, o più belli, o semplicemente che a casa hanno una vita regolare senza problemi. Rovina i loro libri, nasconde o rompe i loro astucci, o i loro occhiali. I bulli e i vandali sono ragazzi sofferenti, molto fragili, resi duri e crudeli dalla vita, nel corso degli anni.[…]  Il bullo picchia, minaccia, perseguita, estorce, tortura, per dimostrare di essere forte e per nascondere le sue debolezze.
Sceglie le vittime fra i compagni più deboli, perché deve essere sicuro di vedere la paura nei loro occhi.
Paura che funziona come adrenalina, per lui. Deve avere un seguito di deboli che lo temono, e che forse, a volte, lo disapprovano, ma che scelgono la strada più facile dell’assecondarlo per evitare grane, perché vivono di luce riflessa, sono «qualcuno» perché sono amici del bullo.”[1]

Un bullo non è una persona forte e felice, quindi. Al contrario: è un ragazzo che recita una parte perché altrimenti sente di non essere nessuno; recita la parte di chi è ammirato perché ha potere. Non è un ragazzo amato per il suo carattere, per la sua intelligenza, e non è rispettato perché sa fare qualcosa di bello. Un bullo finge di essere felice e di essere potente, e crede di essere rispettato perché sa fare del male senza farsi degli scrupoli. Ma quello che ottiene non è mai ammirazione e non è rispetto, in realtà. È soltanto paura. Il suo non è coraggio. È vigliaccheria.

Questa lettera non è indirizzata ai bulli. È indirizzata a tutti gli altri ragazzi: a quelli che si fingono bulli per paura, ma non lo sono, alle vittime dei bulli, che soffrono in silenzio, perché sono spaventati, e a chi assiste a atti di bulismo e tace, per non avere grane.
A tutti voi dico: i bulli sono poveri ragazzi per i quali provare pena. Sono ragazzi che hanno bisogno di aiuto. Non li assecondate, non seguiteli. Parlate con gli adulti, senza paura. Dite quello che accade, - a scuola, per la strada o sui social - dite quello che vedete e quello che sapete. Aiutate le vittime dei bulli a salvarsi dalla persecuzione. Ma aiutate anche i bulli, parlando con i vostri genitori e con i vostri insegnanti. Se vedete un ragazzo che viene picchiato chiamate subito la polizia, senza paura. Voi potete farlo. Dovete farlo. Se tacete diventate complici.





[1] Da Isabella Milani, L’arte di insegnare”, Vallardi 

martedì 2 febbraio 2016

Cari lettori, oggi vi interrogo! 548° post


Cari lettori del blog, ho pensato che, visto che mi seguite da molto, che molti di voi hanno letto L'arte di insegnare anche più di una volta, è arrivato il momento di interrogarvi. 
Naturalmente, interrogo soltanto i volontari!

Fatevi interrogare e io vi dirò se avete assimilato bene.

Rispondete in modo sintetico, mettendo in evidenza quello che osservare, nei più piccoli dettagli. Insomma, fate un elenco di tutto quello che notate e non un discorso elaborato.

Quando avete finito, scrivetemi il vostro nome e se siete insegnanti, insegnanti e genitori, o nonni o zii o solo persone interessate all'argomento. Mi raccomando!

Comincia l’interrogazione, che riguarda Miranda Priestly, la temutissima direttrice della rivista di moda Runway, del film IL DIAVOLO VESTE PRADA.

Domanda 
Scena ° 1. L’arrivo in ufficio.

“Che cos'ha Miranda che fa così paura?” (esaminate il suo atteggiamento, ma osservate bene anche che cosa fanno gli altri)

Ecco il video:

Tocca a voi! Non siate timidi! 

P.S. Visto che ogni tanto ricevo qualche commento che non risponde alla domanda che ho fatto, chiarisco:
- per favore, leggete attentamente quello che ho chiesto, proprio come è bene fare durante un'interrogazione
- non traete conclusioni sul perché propongo questo esercizio (fra poco lo spiegherò)
- non ho chiesto di spiegare come devono essere i collaboratori 
- non ho chiesto di spiegare come deve essere o come non deve essere un insegnante
- non ho assolutamente suggerito Miranda come modello di insegnante
- non ho voluto fare un paragone fra una azienda e una scuola.

Grazie!

venerdì 29 maggio 2015

“Mi sento umiliata dalla scuola e non riesco a trovare una via d'uscita”. 523° post.

Un ragazza, che chiamerò Ornella, scrive, a commento del post "Bocciature e suicidi":
“Salve...sono una ragazza di 23 anni e sto frequentando il 5 anno di ragioneria alle scuole serali. Quest'anno da procedura dovrei affrontare l'esame di maturità, ma con i voti che ho adesso c'è ancora qualche incertezza sulla mia ammissione all'esame. Il mio percorso scolastico è sempre stato molto accidentato fin dal primo anno di superiori, dopo le medie mi ero iscritta in una scuola agraria, ma per vari motivi sia scolastici (qualche atto di bullismo da parte di alcuni compagni di classe) e problemi personali non sono passata. Poi da li ho voluto riprovarci e con molti sforzi, fatica e soprattutto sostegno della mia famiglia sono riuscita ad arrivare in terza. Da qui credevo che la mia vita scolastica avesse finalmente raggiunto un equilibrio, anche se l'indirizzo scelto ormai non mi interessava più; ma così non credevo, per la seconda volta sono stata bocciata per gli stessi problemi di descritti prima. Quindi dopo questa bocciatura mi sono veramente sentita una fallita e una persona che non valeva niente. Quindi dopo questo fallimento avevo deciso di lasciare la scuola pubblica e ripiegare su un corso che di due anni che ti iniziava al lavoro, qui ero finalmente riuscita a ritrovare un po’ di serenità e anche dei professori che lavoravano con il cuore e mettevano tutto se stessi in quello che facevano, mi hanno fatto tornare la voglia di studiare. Quindi dopo aver preso l'attestato mi sono riscritta alle scuole serali per terminare il mio percorso di studi. In quei due anni ero dovuta maturata molto, grazie anche alle esperienze lavorative fatte ma soprattutto alla perdita di mio padre che mi aveva sostenuto fin dall'inizio. Però la realtà dei serali non era come credevo, molti professori non si interessavano minimamente di quello che i loro alunni apprendevano, le eccezioni si contavano sulle dita di una mano, allora ero arrivata alla conclusione che mi dovevo arrangiare e farcela da sola, quindi con molti sforzi e fatica sono arrivata in quinta. Ma quest'anno sono incominciati i brutti voti e mi sono ritrovata in circolo vizioso fatto d'angoscia e tensione sia per l'esame, sia perché non vorrei dare un altro dispiacere alle persone che credono in me. Non dico che sto pensando di farla finita, ma a volte il pensiero mi sfiora. Ho paura di non riuscire ad affrontare un altro fallimento, vedo tutti i miei amici che alla mia età sono già laureati e riescono nella vita...anche mia madre che mi e vicina e conosce la situazione, mi dice di non buttarmi giù e che ci sono cose peggiori di una bocciatura, non riesco a crederle e mi sento sempre più in angoscia per questo fallimento che potrei dare a tutti. Ormai la mia autostima è proprio a terra, perché mi ritengo una ragazza che ha voglia di imparare e credo ancora nella cultura. Ma mi sento umiliata dalla realtà che è la scuola e non riesco a trovare una via d'uscita. Mi scuso tanto per la lunghezza del post ma era necessario per spiegare la mia paura e l'angoscia che provo. Cordiali saluti”

Cara Ornella, stai guardando le cose dal punto di vista sbagliato. Mi hai spiegato la tua storia (solo scolastica, però): ti sei “sentita una fallita e una persona che non valeva niente”; ora ti senti “umiliata dalla realtà che è la scuola”, con “l’autostima proprio a terra”. Dici di sentirti “sempre più in angoscia per questo fallimento”, hai “paura di non riuscire ad affrontare un altro fallimento”.
Cara Ornella, ti sei dimenticata di guardare altri aspetti, che dimostrano che sei una ragazza in gamba, e anche una ragazza fortunata. Hai trovato delle difficoltà, ma hai saputo affrontarle e superarle, anche se “con molti sforzi e fatica” e, con il sostegno della famiglia (e questa è già una fortuna). La maggioranza, di fronte alle difficoltà, rinuncia. Tu no. Sei una persona da stimare. Renditene conto.
Voglio darti qualche consiglio per la vita.
1.     Le difficoltà esistono e molto spesso non dipendono da noi. Quello che potevi fare tu lo hai fatto, da quello che dici.
2.     Bisogna capire che ci sono problemi che non hanno soluzione, problemi facilmente risolvibili, e problemi che si possono affrontare e risolvere solo con molta fatica e con un certo tempo a disposizione. Il tuo problema scolastico è di quest’ultimo tipo. Stai facendo le cose giuste, Ornella. Solo che ci vuole del tempo e della fatica.
3.     Il nostro valore, la nostra vita, la nostra felicità o le nostre sofferenze non dipendono dagli altri. E neppure la vita degli altri dipende dalla nostra. Né i loro dispiaceri. Ognuno deve vivere la sua vita come può. Tua madre ti dice di non buttarti giù e che ci sono cose peggiori di una bocciatura. Verissimo. Una bocciatura è un inciampo, non è una sentenza e non è un fallimento come persona.  
4.     Non devi avere paura né provare angoscia perché non riesci negli studi. Non so se supererai l’esame, ma quello che succederà non conta nulla. Forse verrai promossa e allora sarai più tranquilla e più serena. O forse andrà male, e dovrai superare un altro ostacolo. Ma la sostanza non cambia nulla: tu sei tu, bocciata o promossa, laureata o no, ricordalo. Le persone che ti vogliono bene ti amano in ogni modo, per quello che sei. A loro non interessa il tuo titolo di studio, credimi, e il loro dispiacere per una tua bocciatura, è determinato solo dalla paura che tu possa soffrire.
5.      Ricorda chi sei: una ragazza che sa faticare e andare avanti nonostante le difficoltà, che ha voglia di imparare e che crede ancora nella cultura.
Cara Ornella, in questi giorni studia più che puoi, senza demoralizzarti e senza angosciarti, e vedrai che andrà tutto bene. In ogni caso.
In bocca al lupo!
Fammi sapere!

domenica 4 gennaio 2015

“Correggete la società. Per favore.” Seconda parte. 499° post

Il 28 dicembre 2014, Leelah Alcorn, una ragazza dell’Ohio, si è suicidata, gettandosi sotto un camion. O meglio, si è suicidato Joshua, un ragazzo dentro il quale viveva Leelah, una ragazza che avrebbe voluto essere come le altre. Ma non le è stato permesso.
Leelah si è suicidata perché i genitori le impedivano di iniziare la transizione verso l’altro sesso, perché era contrario al loro credo religioso. Ma il rifiuto di accettare come “normale” l’esistenza in natura, non solo di persone che provano attrazione sessuale per persone dello stesso sesso – gli omosessuali-, ma anche di persone che non si identificano con il sesso di nascita – i transgender, nasce anche senza resistenze di tipo religioso. 
È cosa nota il fatto che la grande maggioranza della gente accetta solo quello che è “normale”, cioè che rappresenta ciò che è più diffuso, che non è eccezionale, che è aderente alla norma, alla consuetudine. Finché le cose sono “normali” si sta più tranquilli. Ogni cosa diversa crea una specie di allarme, che solo le persone intelligenti riescono a gestire. Perfino la diversità delle persone geniali o molto creative può creare disapprovazione e disagio. Crea disagio chi è malato, chi ha menomazioni fisiche o mentali, chi è diverso da qualunque punto di vista.
La religione, per esempio quella cattolica, ha i suoi motivi per non accettare chi è diverso o vuole fare le cose diversamente. Per esempio non può accettare che Dio faccia degli “errori”, per esempio creando un uomo nel corpo di una donna. E non può accettare chi vuole comportarsi diversamente da quello che dicono le Sacre Scritture. Ne sa qualcosa Galileo Galilei.
Ma a me interessa parlare di noi, della gente comune e di come si comporta con chi è diverso.
Nasce un bambino e tutti sono felici. Ha il pisellino e perciò è un bel maschietto! Il padre già immagina che gli insegnerà ad andare in bicicletta, a giocare a calcio, e quando sarà più grande, gli dirà tutto su come si conquistano le ragazze. La madre lo allatta, lo cura, lo veste di azzurro perché il rosa è "da femmine". Lo accompagna ai giardini e lo guarda giocare con il pallone. “Non piangere! Gli uomini non piangono!”, gli dice mentre gli asciuga le lacrime dopo una caduta. “Che bell’ometto!” esclamano le amiche e i parenti.
Ma dopo pochi anni – quattro o cinque- il bambino comincia a voler giocare con le bambine e come le bambine: vuole avere le ali per svolazzare, vuole pettinare le bambole anche quando, dopo la scuola materna, nessuno gliele dà più per giocare; non vuole essere il principe, ma la principessa, vuole essere l’infermiera invece dell’infermiere, vuole giocare a partorire. La mamma le vede tutte queste cosette, ma non vuole neanche parlarne. Se le tiene ermeticamente dentro, sperando che scompaiano come un sogno al mattino. Perché sono convinta che ogni mamma veda bene come sono i suoi figli, anche se finge di non vedere. E lo vedono anche gli insegnanti. Ma non sanno che cosa dire e che cosa fare, perché è molto difficile parlare con un genitore che finge di non capire e dirgli che suo figlio, il suo “ometto” in realtà – dentro - è una “femminuccia”.
È capitato anche a me di trovarmi a gestire la preoccupazione di scoprire fra i miei alunni ragazzi omossessuali e transgender. È stato sempre molto difficile, perché sapevo che cosa li aspettava, in questa società, e perché in realtà non siamo preparati, né come genitori né come docenti, ad affrontare situazioni che abbiano tanti punti sensibili. Soprattutto nel caso di un transgender.
Allora mi sono preparata da sola: ho letto molto e ho molto pensato. Se non lo avete ancora fatto, vi invito a studiare l’argomento “sessualità”. Studiate la differenza fra “transgender”, “transessuale”, “omosessuale”. Studiate perché una persona è  “transgender”, “transessuale”, “omosessuale”. Leggete tanto, da tutti i punti di vista. Non lasciatevi fuorviare e bloccare dalla paura, dai preconcetti e dall’ignoranza dell’argomento. Decidete voi che cosa pensare. Sono sicura che deciderete tutti che non aiutare un alunno che si scopre transgender, è una vera crudeltà, oltre che un’assurdità.
Dovete prepararvi bene, perché non potete fare errori. E dovete essere pronti ad affrontare la disapprovazione di chi considera “tabù” l’argomento “sesso” e, ancora di più, l’argomento transgender. E sono ancora tanti. Dovete essere pronti ad affrontare chi rifiuta il transgender, come fa con l’omosessuale, per motivi religiosi. 
Molti insegnanti credono che sia giusto lasciar perdere, perché “è un argomento delicato”, “non possiamo entrare così nel personale”; “ha i suoi genitori: ci devono pensare loro”. Assurdo. Se ci pensassero già loro, se il ragazzo – o la ragazza - fosse seguito, aiutato ad affrontare quella situazione particolare, se fosse accettato per quello che è, non ci sarebbe bisogno dell'aiuto di noi insegnanti, se non per educare i compagni alla diversità e al rispetto. Ma se i genitori non ci pensano? Se proprio loro deridono o addirittura puniscono il figlio che pretende che per lui si usino pronomi al femminile, che parla di sé al femminile, che vuole vestire abiti da ragazza?
Noi insegnanti abbiamo il dovere di aiutare i ragazzi in difficoltà, di qualunque difficoltà si tratti. E in questo caso che cosa possiamo fare per aiutare un alunno che non si identifica con il suo sesso di nascita?
Prima di tutto dobbiamo osservare il suo rapporto con i compagni e controllare che non sia oggetto di derisione. Poi dobbiamo trovare il modo di parlare con lui, in privato.
Mi è capitato di avere un alunno transgender solo una volta, nella mia carriera.
Un ragazzo che sembrava una ragazza: il modo di vestire, il modo di pettinare i capelli – lunghi- faceva sì che tutti lo scambiassero per una ragazza.
Quando ebbi la conferma – in seconda-  che scriveva di se stesso al femminile, lo chiamai in disparte, fuori dalla classe, per esaminare con lui il suo tema, come qualche volta faccio. Gli chiesi - in sostanza - perché parlava di se stesso come di una “persona sempre fuori posto” che “non vale niente”, e aggiunsi “Vedo che scrivi ‘Sono una ragazza’. Mi puoi spiegare perché?” Mi parlò della sua storia. Mi spiegò che si sentiva una ragazza, che non sapeva perché era così, ma lo era fin da quando aveva cinque anni; mi disse che sua madre non voleva capirlo e continuava a rimproverarlo quando parlava al femminile; mi raccontò che la madre si inteneriva se vedeva un omosessuale, però non accettava che suo figlio potesse essere diverso. Aveva provato a spiegarglielo, ma lei aveva detto che lei aveva avuto un figlio maschio e così doveva rimanere.
Da allora gli ho parlato. Più di una volta. Ho cercato di fargli capire che doveva essere com’era, e che non doveva cercare mai di essere diverso. Ho cercato di fargli capire che per una madre è molto difficile da accettare e che doveva darle tempo. Mi ha risposto che anche per lui era molto difficile. 
“Lo capisco.- risposi -  E posso dirti che è difficile anche per me, perché so che vorrei aiutarti ad affrontare questa situazione, ma non posso farlo. Deve essere uno psicologo ad aiutarti. Ti consiglio di chiedere a tua madre di portarti dallo psicologo. Lei crederà che vuoi cambiare, ma non devi cambiare. Devi solo capire esattamente come sei e come puoi gestire le situazioni che ti si presenteranno. Devi capire che non c’è niente di male in te, che non sei “sbagliato” come scrivi nei temi. E non sei “sempre fuori posto”. Tu vali perché sei una persona matura per la tua età. E il valore non c’entra nulla con il sesso di una persona. Questo è quello che posso fare per te: farti sapere che io ci sono, che puoi parlare con me, se lo desideri. Io sarò più tranquilla quando saprò che sei andato dallo psicologo. Se potessi mi rivolgerei a te al femminile, ma non posso farlo, in classe, senza coinvolgere anche i tuoi compagni, cosa che non mi sembra opportuna in questo momento.”
Solo alla fine della Terza Media sono riuscita a parlare con la madre. Le ho detto che sapevo che era difficile per lei, ma lo era anche di più per suo figlio, che aveva bisogno di essere accettato, prima di tutto dai suoi genitori. Le ho suggerito di portarlo dallo psicologo, perché era importante che anche lei parlasse con uno psicologo, per farsi aiutare ad affrontare la situazione, per capire che in fondo, quel figlio era una persona in gamba, una persona intelligente e sensibile. E che in fondo non era successo niente di grave. Il problema, alla fine, erano solo gli altri.
Sono passati alcuni anni. Non so se sono andati dallo psicologo. Spero di sì. Spero che abbiano trovato una strada poco in salita. Purtroppo non ho fiducia nelle persone, da questo punto di vista. Spero che tutti si decidano a riflettere e a capire, per evitare tanta sofferenza, tanto dolore e anche tanti suicidi.
È ora di cambiare davvero.
I genitori che leggono questo post ci pensino: quante volte ridono davanti ai figli perché una ragazza “sembra un maschio”? quante volte mettono in evidenza, parlando di qualcuno, il fatto che è omosessuale; e quante volte ammiccano, o bisbigliano “quello lì…mi sa che è un po’….”; quante volte raccontano barzellette che hanno per soggetto un omosessuale? Il transgender non è necessariamente un omosessuale (bisogna studiare un po’ per saperlo), ma il concetto è lo stesso. E quante volte sono gli insegnanti stessi ad avere difficoltà ad accettare la “diversità” degli alunni?

Peccato che Leelah Alcorn abbia sprecato così la sua vita. Avrebbe potuto aspettare un po’. Avrebbe potuto diventare una donna in gamba. Chissà, forse i genitori alla fine si sarebbero resi conto che nessun Dio può davvero chiedere ai genitori di rendere infelici i figli. Si sarebbero resi conto che quando vuoi bene a un figlio lo devi accettare per quello che è, e devi fregartene di quello che può dire la gente. O forse, se Leelah avesse aspettato, la gente avrebbe studiato e riflettuto un po’ di più e avrebbe capito che è l’ignoranza quella che crea l’emarginazione.
O forse no.


venerdì 21 marzo 2014

Quello che non sappiamo dei nostri alunni. 448° post

Notizie che ogni tanto leggiamo:

"Ha mandato all'ospedale il figlio di diciotto anni con lesioni gravi alla testa e al fegato dopo averlo riempito di botte per l'ennesima volta."

"Madre uccide le figlie di 13, 10 e 3 anni"

"Picchia la moglie, è la figlia sedicenne a chiamare la polizia e a far arrestare il padre"

“Obbliga la figlia a prostituirsi ubriacandola e drogandola.
La madre assisteva agli incontri che le servivano per ottenere soldi e cocaina. La ragazza 17enne con spacciatore 56enne”

“In provincia di Reggio Emilia i carabinieri hanno trovato una bambina di sei anni scalza, graffiata, al freddo dei primi di febbraio, con il viso rivolto verso il muro di una casa. La sua casa. Aveva la febbre a 38,5 e piangeva. "Sono stata monella", ha detto.”
Monella come può esserlo una bambina di sei anni. I genitori sono stati denunciati per maltrattamenti, e chissà come va a finire. Ma non è di questo che mi interessa parlare adesso.
Mi interessano queste domande: andavano a scuola questi bambini e questi ragazzi? Gli insegnanti si rendevano conto di quello che questi alunni vivevano a casa? Il diciottenne e la ragazza diciassettenne si comportavano bene? O erano, magari, ragazzi difficili?

Ci sono tante cose che non sappiamo, dei nostri alunni. Ogni tanto uno ci arriva con un occhio nero. Gli chiediamo che cosa ha fatto e lui dice che è caduto dalla bicicletta. Ma non ha neanche un graffio. Solo quell'occhio nero. Se incontri il padre e gli dici “Ho visto che suo figlio ha un occhio nero.” Lui risponde “Ah, sì…Il suo fratellino gli ha dato un colpo”. E sai che la bicicletta non c’entra. Non puoi fare nulla, perché non puoi dimostrare nulla, ma almeno da quel momento fai attenzione.
Ma ci sono ferite che non si vedono. E sono ben più gravi.
Sappiamo che ci sono bambini e ragazzi che subiscono abusi, che vengono messi fuori casa, al freddo, per punizione; sappiamo che ci sono ragazze marocchine, o cingalesi, picchiate perché “troppo occidentali”; ci sono bambini che vedono pestare a sangue la madre, o che vivono con una madre nevrotica che li fa vivere in un inferno; e ci sono ragazzi che vedono ogni giorno il padre tornare a casa ubriaco fradicio, o la madre tornare a casa di mattina, dopo essersi prostituita sulla strada. Ci sono ragazze costrette con le botte a prostituirsi e ragazzi gay picchiati perché effeminati.
E vengono a scuola. La Scuola dell’obbligo, che li obbliga a venire a scuola, e li punisce con la bocciatura se frequentano saltuariamente e se non toccano libro, ma non si preoccupa di capire perché non vengono, perché non studiano, perché si comportano male. La Scuola, non gli insegnanti. Perché gli insegnanti non possono fare quasi nulla, con le risorse che hanno. Non possono seguire tutti e ventotto gli alunni. Non hanno tempo di guardarli negli occhi, di parlare loro a tu per tu, per capire quanto è profondo il loro disagio e quanto dolore c'è dietro quegli sguardi. Perché i bambini e i ragazzi che vivono nella violenza sono spaventati. Vivono nel terrore, nell'incertezza e nel dolore. Aspettano a casa il padre, o la madre, e non sanno mai quello che accadrà, se sarà quello il giorno delle botte, o della violenza sessuale, o “dei casini”. I bambini e i ragazzi che vivono nella violenza sono sempre “nei casini”, e non hanno quasi mai qualcuno con cui confidarsi. A volte finiscono male, perché nessuno ha potuto aiutarli.
Ma noi li rimproveriamo perché rispondono male o perché non hanno studiato, o perché non hanno fatto il compito. “Ma che cosa fai tutto il giorno?”, diciamo con aria severa.
E ci sono anche bambini e ragazzi che vivono nell'indigenza. Il padre disoccupato, a volte anche la madre. Poco da mangiare, poco da vestire. E noi chiediamo loro “Di nuovo senza quaderno! Come mai non hai ancora il libro? I libri ci vogliono! Anche oggi ti sei dimenticato di portare i soldi per l’assicurazione!”.
I bambini e i ragazzi che vivono nella povertà sono bambini e ragazzi che vivono nel disagio e nella vergogna. Invidiano gli altri, che hanno almeno il necessario e qualche volta anche il superfluo. E probabilmente non capiscono perché loro hanno tutte le sfortune.
Ci sono ragazzi che hanno fratelli disabili che non li fanno studiare, padri o madri gravemente malate, nonni e fratellini da accudire, finché non torna la mamma dal lavoro; ci sono bambini che non vedono mai i genitori che fanno il turno di notte e dormono di giorno; ragazzini che tornano a casa, ma non c’è nulla da mangiare e devono arrangiarsi con quello che trovano in frigo.


Ci sono tante cose che non sappiamo dei nostri alunni. Ricordiamocelo sempre.

sabato 19 maggio 2012

Insegneremo ai ragazzi a non aver paura di voi. 309°



Noi insegnanti viviamo tutti i giorni, per almeno diciotto ore alla settimana, a contatto con i ragazzi. Decine, centinaia di ragazzi si muovono intorno a noi, con il loro vociare, le loro risate, i loro problemi. Nel tempo, i ragazzi entrano nel nostro DNA, fanno parte di noi, volenti o nolenti. Quando sentiamo la parola "ragazzi" ci sentiamo parte in causa.
Ci amano, ci odiano, ci ignorano, ci rispettano, ci mancano di rispetto. Ma stanno con noi, per qualche anno della loro vita. E noi stiamo con loro. In dieci anni di insegnamento conosciamo personalmente centinaia di adolescenti. In vent’anni sono migliaia.
Migliaia di vite che incrociano le nostre. Loro danno qualcosa a noi, e noi - lo speriamo - qualcosa a loro.
I ragazzi ci fanno arrabbiare, ci fanno ridere, divertire, faticare. I ragazzi ci fanno stancare molto. E alla fine non ne possiamo più di passare la vita sempre con adolescenti, perché noi invecchiamo e loro rimangono sempre adolescenti, di undici, dodici, quindici anni.
Ma non ci toccate i ragazzi. Non osate fare loro del male. Mai.
Perché noi misuriamo ogni giorno tutta la loro fragilità. La fragilità dei timidi, quella dei complessati, dei deboli. Misuriamo la loro paura. Quella delle vittime dei bulli. Ma anche quella, terribile, dei bulli.
E sappiamo che dietro ogni ragazzo difficile c’è una vita difficile. Vediamo le loro gioie, ma anche le loro sofferenze. Li vediamo piangere per un mal di testa. Abbracciarsi e prendersi a botte. Sappiamo che dentro ogni ragazza truccatissima vive ancora una bambina che gioca con le bambole; dentro ogni ragazzone di un metro e ottanta  c’è un bambino che gioca con le macchinine.
Voi, assassini, vigliacchi che ve la prendete con i ragazzi, bestie feroci indegne di essere chiamate “persone”, mettete giù le mani dai ragazzi.
E sappiate che noi insegnanti metteremo ancora più impegno da domani, per insegnare ai nostri alunni, ai bambini e ai ragazzi, che cos’è la libertà.
Insegneremo loro a non aver paura di voi. State in guardia, assassini.


P.S. Più ci penso, però, e più mi sembra incredibile che ci sia oggi in Italia qualche associazione mafiosa o di altro genere che possa aver deciso un crimine così orrendo. La mafia non vuole apparire vigliacca. Vuole apparire forte. Ma chi uccide dei ragazzini non è forte.
Sarà stato un pazzo. Sarà stata una strage come il massacro della Columbine High school e le tante altre accadute nelle scuole americane. Sarà come la strage compiuta da Breivik in Norvegia.
Lo spero. Meglio sapere che è stato un pazzo furioso, che pensare che è stato un atto di terrorismo politico.
Il pazzo, se di pazzo si tratta, deve essere ricoverato e curato, dove non possa fare altri danni. Dove non possa più uccidere. 
Semmai, bisognerebbe chiederci come mai era fuori, libero di mettere in atto la sua pazzia.

martedì 21 febbraio 2012

“Mi picchia, ma lo amo ancora tanto”. 284°

Una Ragazza anonima mi scrive:

"Ciao sono una ragazza di 29 anni che si è ribellata dopo mesi ad un fidanzato padrone e l'ho denunciato. come ogni storia all'inizio era tutto rose e fiori e dopo che sono rimasta in cinta è cambiato tirando fuori il suo vero carattere. all'inizio era solo geloso, poi ha cominciato a plagiarmi mentalmente del tipo che lui poteva fare tutto ed io niente e se mi facevo sentire mi faceva passare per pazza x via degli ormoni della gravidanza, mi ha allontanato da amiche e parenti, voleva che non avessi un sociale, ed io stupida per non agitarmi per paura che ne risentisse il feto glielo assecondavo... purtroppo più andavo avanti e più vivevo un incubo... cominciava a criticare tutto ciò che facevo come se fossi un idiota... sembrava avesse 2 personalità c'era il lato di lui di cui mi sono innamorata che era dolce e premuroso, l'altro freddo e cattivo... passavano i mesi nel frattempo è nata la bambina e invece di farmi stare serena per allattarla in tranquillità era sempre una lite, la presenza di mia madre non era gradita anche se veniva quando ero sola per darci una mano, era un problema anche poter comunicare, se non eri d'accordo con lui o dicevi la tua erano botte... è stato perdonato per le bugie, per le cattiverie verbali e anche per gli schiaffi e calci, per l'amore provato ma non cambiava anzi era sempre peggio... adesso sono passati 4 giorni, lui manda sms di promesse di cambiare, ma io non ci credo più, ed ogni volta che lo fa il mio cuore soffre, vorrebbe credergli e avere la certezza che stavolta è vero, sarebbe bello soprattutto perchè l'amore per lui era ed è tanto altrimenti una figlia non l'avrei mai fatta con lui... ma lui ha rovinato tutto... adesso sto male perchè nonostante tutto lo penso, mi manca la parte bella di lui, mi manca il padre di mia figlia... ma proprio per lei mi sono fatta coraggio e l'ho cacciato... però adesso ho tanto bisogno di aiuto perchè il livido più grande è nel mio cuore... e vorrei sapere come fare a dimenticarlo... non mi vergogno di dire che lo amo ancora tanto ma lo detesto per essersi comportato così rovinando la nostra famiglia..".

Cara Ragazza anonima, come ho scritto in un altro post , "della violenza sulle donne è intrisa ogni parte del mondo. Anche l’Italia."

Ti chiedi (e mi chiedi) come fare a dimenticarlo. Prima chiediti se vuoi dimenticarlo. Tu non vuoi, per questo non ci riesci. Quindi, prima di tutto - te lo ripeto - chiediti se vuoi dimenticarlo. Chiedi a te stessa se vale la pena di sacrificare la tua vita. Chiediti se vale la pena rischiare che, quando la bambina sarà più grandicella, possa diventare anche lei l'oggetto delle violenze di tuo marito quando è "freddo e cattivo". Pensa ai danni che questo tipo di atteggiamento può recare a tua figlia. Pensa ai danni che provoca, dell’educazione, il passare continuamente (e inspiegabilmente, per la bambina) dall’essere trattata con dolcezza e poi con violenza, poi con dolcezza, poi di nuovo con violenza. È fra i sistemi educativi più dannosi, perché crea confusione, senso di precarietà dal punto di vista affettivo e, di conseguenza, problemi psicologici.

Pensa al dolore che provoca questa vita a te, a tua madre, agli amici e ai parenti che lui ha allontanato da te. Pensa se vale la pena di vivere senza amici e persone che possono starti vicine quando ne hai bisogno, solo perché lui non vuole. Pensa che lui non vuole, perché ti vuole completamente indifesa. Per poterti dominare come vuole. Perché vuole che tu sia la sua schiava, un oggetto di sua proprietà.

Poi pensa se ti sembra che la dolcezza che ricordi esiste davvero o se è solo il ricordo del passato che non vuoi vedere svanire.

Non ti devi vergognare se lo ami ancora. È lui che fa in modo che tu non possa dimenticarlo, togliendoti tutte le alternative. Lo fa per non perderti. Non perché ti ama, non perché vuole cambiare – come dice -, ma perché sa come giocare con te per farti perdere il coraggio di lasciarlo. Non ti ama, cara Ragazza, te lo devo dire, anche se mi dispiace. Non è amore quello di chi ti picchia (anche solo una volta). Non è amore quello di chi ti rende la vita un incubo.

“Voler bene” significa “volere il bene”. Non è il suo caso.

Probabilmente anche lui ha dei grossi problemi. Ma tu devi salvare te stessa e la tua bambina. Non si può pensare di salvare un uomo violento, un tossicodipendente, un alcolista, con la forza dell’amore. Ci vogliono degli specialisti. E molto bravi, anche.

Però, Ragazza, io non sono una psicologa. Ti serve anche l’aiuto professionale di uno psicologo o di uno psicoterapeuta. Quando avrai deciso, contatta anche tutti i tuoi vecchi amici e chiedi il loro aiuto. Chiedi che ti stiano vicini e che proteggano te e la tua bambina con la loro presenza. Perché una tigre a cui si toglie la preda può diventare pericolosa.

Ti auguro di prendere la decisione giusta. Ti auguro ogni bene. Fammi sapere, Ragazza.

lunedì 5 dicembre 2011

Lanciare sassi dal cavalcavia è normale. 265°

Ben dodici ragazzi fra i dodici e i quattordici anni avevano trovato un modo simpatico per ammazzare il tempo alla fine della giornata: andare a lanciare sassi dal cavalcavia.
Adolescenti di dodici e quattordici anni: l’età della scuola media.
L’idea sarà venuto a uno di loro. Certamente non uno di quelli seguiti e controllati dalla famiglia.
Non parlo dei figli dei genitori che delinquono (delinquenti) e che non hanno insegnato nulla ai figli. Parlo di famiglie come ce ne sono tante, oggi: i genitori lavorano- magari lontano- , i nonni lavorano ancora (ora lavoreranno anche più a lungo), i vicini lavorano, i parenti lavorano. A volte i genitori sono divisi e la mamma (alla quale vengono più spesso affidati) non può contare sulla quotidiana collaborazione del marito.
I ragazzi, molto spesso, non li può guardare nessuno.
Perché se la famiglia controlla, se è presente, se è a casa, sa che cosa fa il figlio durante il giorno. E sa dove va di sera: sta a casa o va a nuoto, o a casa di un amico, o a calcio.
Se la famiglia non può controllare, perché, per esempio i genitori lavorano fino a tardi e i ragazzi sono soli tutto il giorno, allora possono capitare tante cose, anche brutte.
I ragazzi sono ragazzi. È vero, ma alcuni sono più fortunati degli altri. E non sono tutti uguali. Oggi si chiama “ragazzo” anche un trentenne. Un tempo, nell’altro secolo, quello dei nostri genitori, nonni e bisnonni, un diciottenne era un uomo e un quattordicenne era “quasi un uomo”: lavorava e aveva delle responsabilità. Non aveva tempo per le sciocchezze.
Un tredicenne di oggi è un neonato, in confronto a un tredicenne di ieri. E non per colpa sua.
Non mi stanco di ripeterlo.
Per una volta non fermiamoci alla frase, al succo del discorso. Immaginiamo la situazione.
Mirko dice agli altri perdigiorno per necessità:
“Oh! Andiamo al cavalcavia. Facciamo a chi becca una macchina per primo?”
“Come?”, risponde Alessio.
“Eh! Come! Con i sassi, no? Scemo! Dai che ci divertiamo!”
“Non so..E se finiamo nei casini?”
“Ma che casini! Se c’hai paura dillo. Sei un frocio”
Alessio deve cedere.
“Macché, dicevo per dire. Andiamo a chiamare Domenico”.
Chiamano anche Toni, Alì, Matteo, Alessandro, Imad, Roberto, Edo, Adrian, Stefano.
Ci vanno. Lanciano. Ridono e saltano quando il sasso arriva giù insieme alla loro paura. Adrenalina gratis. Per vincere la noia. La noia esistenziale di chi non ha uno scopo preciso per affrontare la vita e la giornata. La noia di chi non ha sensi di colpa.
I più in gamba si guadagnano il rispetto degli altri beccando qualche auto.

“Oh!!!! L’hai beccata!! Mettiti giù!!! Ahahah!”
“Mitico!”
Tutte le sere. Senza nessun senso di colpa. Contenti. Fieri di aver fatto qualcosa di speciale. Si sentono qualcuno. In questa società è così ci si sente speciali. Non studiando o lavorando. Studiando o lavorando ci si sente sfigati. Lanciare sassi dal cavalcavia per loro è normale. E semplicemente divertente.
Ma io dico che c’è qualcosa che non va. Sarà per la quantità industriale di non insegnamenti e di insegnamenti sbagliati che ricevono fin da piccoli che si divertono così? Sarà perché assistono a programmi violenti che sono assuefatti alla violenza? Sarà che vedono intorno della gran gente maleducata, pezzi grossi che sono grandi maleducati, maleducati riveriti, disonesti impuniti? Sarà che assistono a programmi televisivi in cui si esortano i concorrenti alla delazione, al pettegolezzo, al “fatti gli affari altrui e poi raccontaceli” che trovano normalissima la scorrettezza? Sarà che viene loro presentato come divertente lo scherzo violento e cattivo e quindi cercano di provare la stessa ebbrezza? Sarà che li educhiamo a non avere sensi di colpa, il motivo per cui non li hanno?
Li educhiamo a non rispondere delle loro azioni e ad avere la pappa pronta e poi li vogliamo responsabili ed autonomi.

venerdì 23 settembre 2011

“Non riesco a farmi rispettare dagli alunni”. 238°

Eva mi scrive:
“Gentile professoressa, sono insegnante da 10 anni... e poche volte purtroppo non ho dovuto combattere con gli alunni. 
Ecco il copione che si presenta di solito: i primi giorni sembra che vada tutto bene... poi, non so cosa io dica o cosa io faccia (a me sembra di comportarmi in modo normalissimo) che lancia alla mente dei ragazzi il messaggio: "Insultabile!" 

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