La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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domenica 5 novembre 2017

Successi e insuccessi degli insegnanti

Gli insegnanti che fanno il loro lavoro con coscienza sperano di dare il meglio ai loro alunni, e di metterli al riparo dalle brutture della vita. Un po' come con i figli. 
Ma non sempre si vince. 

Sull'argomento, leggete


prima
e poi



domenica 18 giugno 2017

Promozioni e bocciature: qualche chiarimento


Non avete idea delle lettere che ricevo in questi giorni sul blog, o via mail o via facebook. Sono richieste di genitori e di ragazzi, che temono o hanno saputo di una bocciatura.

Leggete qui.

lunedì 5 giugno 2017

“Vorrei essere brava come lei, professoressa Milani”. Seconda Parte. 629 post


Cara Giulietta, 
cominciamo dai consigli che posso darti, e che possono spiegarti quello che non riesci ad applicare bene de “L’arte di insegnare”.
·        Non ascoltavano sempre, ma a giorni alterni, chiacchieravano spesso, soprattutto durante le esercitazioni.
Il concetto base è questo: quando tu parli, loro devono ascoltare e contribuire alla lezione. Lo devi pretendere. E devi considerarla una pretesa giusta, non una richiesta assurda. È questo il segreto. Il resto viene di conseguenza.
La lezione non è una spiegazione che tu fai, mentre loro sono lì, passivi. Devi imparare a spiegare le cose in modo da coinvolgerli continuamente e senza preavviso (cioè, ognuno deve sentire che da un momento all’altro può essere chiamato). La lezione non deve essere una conferenza che loro devono ascoltare passivamente. Deve essere un lavoro di gruppo: tu guidi e loro partecipano attivamente. Tutti. Sempre.
L’esercitazione e l’interrogazione fanno assolutamente parte della lezione.
Possono distrarsi mentre interroghi un loro compagno? Assolutamente no. E se chiacchierano lo stesso? Smetti di interrogare immediatamente e smetti di fare esercitazione. E se parla solo un gruppetto? Smetti lo stesso. Chi tace quando qualcuno chiacchiera o disturba diventa suo complice. Spiega bene questo concetto: la responsabilità della lezione non è tua, ma di tutti. Se la lezione è noiosa è colpa di tutti. Se è interessante è merito di tutti.
·        la loro attenzione si riduce agli attimi di spiegazione, quando facciamo esercizi alla lavagna loro si distraggono per poi chiedere delucidazioni perché non hanno capito;
ripeto sempre le stesse cose, perché loro non ascoltano;
Mai e poi mai spiegare di nuovo quello che hai già spiegato se loro sono stati disattenti. Chi vuole stare attento e viene disturbato dai compagni chiacchieroni deve protestare. Spiega bene questo concetto: chi tace acconsente (e poi si arrangia).
·        Mai rispondere alle domande di chi non è stato attento. Fanno una domanda? Rispondi, calmissima: “Non hai capito? Che peccato! Dovevi stare attento. Io l’ho già spiegato. Oggi pomeriggio incontratevi a casa, tu e il tuo compagno chiacchierino, e cercate di capire da soli. Sono un’insegnante, non la vostra serva, pronta a ripetere cento volte la spiegazione perché prima non sta attento uno e poi non sta attento l’altro. Se lo facessi sarei una povera scema della quale dite ‘Non serve stare attenti, tanto c’è la scema che ce lo ripete finché vogliamo’. Beh, vi siete sbagliati. Sapeste quanto ho studiato per imparare bene la matematica, capireste. Comunque, se vedo che state attentissimi e non capite allora ve lo spiego venti volte. Ma così no.”
·        10 minuti alla fine dell'ora. Facciamo l'ultimo esercizio (che seguono in pochi) gli altri erano già in riposo. So che già qui lei penserà: e perché ha continuato a far lezione? Non li ha rimproverati? Certo! Annuiscono ma poi continuano a non seguire. Creando il brusio fastidioso. Ci provo, ma se non vogliono, non ascoltano. 5 minuti prima dell'ora. Finiamo l'ultimo esercizio, fine lezione. 5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).
Allora, Giulietta: per quanto tempo devono stare attenti, su 60 minuti di lezione? Rispondo: 60 minuti esatti !
‘gli altri erano già in riposo’ ???  Ma scherzi?
‘5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).’
Giulietta, ‘potevo non darglieli’??? Ma scherzi!? Certo” Dovevi non darglieli!!
Niente ultimi 5 minuti, niente riposini! Perché mai dovrebbero riposarsi? Stai lavorando tu? E loro chi sono, scusa?
“Se non vogliono, non ascoltano” ??? Giulietta, ma ti comandano loro?  E che cosa te ne importa, se non ascoltano? Ti stanno facendo un favore, ascoltandoti? Da quello che scrivi sembra che consideri un favore il fatto che ti ascoltino. Appena uno si distrae smetti e dici : ‘Va bene. Smetto di spiegare e segno l’argomento come svolto. Evidentemente non vi interessa. Io lo conosco già benissimo e non ho alcun interesse a ripeterlo, parlando a chi non ascolta. Perché devo parlare, se non siete tutti attenti? Però sappiate che quando interrogo lo chiedo, ovviamente: tanto, credo che non avrete problemi, perché – da come vi comportate - evidentemente lo conoscete già o pensate di studiarlo da soli. Benissimo.
Quindi la lezione è finita, ma state zitti finché non suona la fine dell’ora’. E devi avere un atteggiamento che faccia capire che non è conveniente per loro parlare. Se cedi a questo punto hai perso.
 Certo avere più attenzione e rispetto in più non sarebbe male.
Non devi dire “non sarebbe male”, Giulietta. Devi dire “Devo avere rispetto e attenzione, perché anch’io do loro rispetto e attenzione. Nel mio libro – ricordi? – c’è scritto “Prima date rispetto, attenzione, ecc. e poi pretendete tutto anche da loro”.
E – sempre nel mio libro- c’è scritto che devi avere una buona autostima. Te ce l’hai, ma non abbastanza, evidentemente. Lavora su questo.
       Loro stavano chiacchierando allegramente, ma appena l’hanno vista si sono alzati e dopo poco han fatto silenzio assoluto. È stato umiliante per me. Io li ho guardati, sorridendo amaramente, all'inizio ho pensato (guarda un po' questi che paura che hanno) ma poi…
Io non vorrei mai essere un'insegnante che terrorizza i ragazzi. Anche perché non ne sarei in grado.
[…] meglio un’insegnante disponibile, a cui chiedere senza timore, o una insegnante "cattiva" che però ti fa studiare per paura e magari ti fa ottenere risultati maggiori?
I miei colleghi spesso mi hanno detto: tranquilla è perché sei giovane e ne approfittano, poi sei dolce e loro lo vedono, e ne approfittano.
Altri insegnanti mi hanno detto: devi avere pugno duro. Si, grazie, ma che vuol dire? Sgridarli di più? Interrogarli quando si comportano male? Ma nessuno capisce che lo farei se ne fossi capace? Che non mi diverto a vedere che non hanno alcuna "paura" dei miei rimproveri?
Cara Giulietta, questa idea che l’insegnante che sa tenere la classe è un insegnante che terrorizza è sbagliata. L’idea che l’insegnante che tiene la classe sia odiato perché “fa paura” è sbagliata. L’idea che un insegnante giovane debba – di necessità- non essere rispettato è sbagliata. L’idea che l’insegnante dolce non venga rispettato è sbagliata. L’idea che un insegnante che terrorizza sia rispettato è sbagliata. La paura non è rispetto. Un insegnante rispettato è un insegnante considerato una guida che li può aiutare perché è competente e disponibile.
 L’idea che l’insegnante giovane che non viene rispettato è “perché è giovane” è sbagliata.
In realtà un’insegnante giovane come te potrebbe tenere la classe meglio di una insegnante sessantenne; una insegnante dolcissima e materna nell’aspetto può essere nella sostanza più severa (anche se ci sarebbe da discutere su questo termine “severa”) di una che appare burbera; “severa” non vuol dire “cattiva”; “esigentissima” non significa “odiata”; un insegnante che dà molte insufficienze non è più bravo di uno che dà voti molto alti, e non è vero nemmeno il contrario; un insegnante che permette ai ragazzi di fare quello che vogliono non è più amato e rispettato di uno che pretende il rispetto di tutte le regole; un insegnante che dice “l’ultimo quarto d’ora vi lascio fare quello che volete” non è più amato e stimato dagli alunni di quello che fa lezione fino all’ultimo minuto; e un insegnante che lascia liberi i ragazzi di fare quello che vogliono non è un insegnante che li capisce, ma è un insegnante che non sta facendo onestamente il suo lavoro; un insegnante che si siede sulla cattedra non è più moderno di uno che si siede sulla sedia;
un insegnante che si comporta come un ragazzo forse può essere più simpatico, ma spesso non è stimato, in realtà; se i ragazzi si alzano in piedi quando entra un insegnante non significa che lo rispettano, ma sicuramente significa che si sono accorti che è entrato; che i ragazzi non si alzino in piedi quando entra un insegnante non significa che non lo rispettano; possono rispettarlo, ma solo se stanno zitti e seduti; se i ragazzi ignorano l’insegnante che entra in classe significa che non si accorgono neanche della sua presenza, e sicuramente non significa che lo rispettano; se i ragazzi salutano sorridenti l’insegnante che entra non significa che non lo rispettano; più facilmente significa che lo amano e lo vedono volentieri; ma se i ragazzi non salutano sorridendo un insegnante che entra non significano che non lo sopportano; più facilmente significa che lo considerano solo come un insegnante; se i ragazzi guardano con odio e disprezzo un insegnante significa che lo odiano e lo disprezzano. La comunicazione non verbale è più importante della comunicazione verbale (anche questo c’è nell’Arte di insegnare, Giulietta).
    Perché non riesco a fargli capire che con me possono scherzare ma che quando si fa lezione si DEVE fare lezione;
[…] Certamente il prossimo anno ci riproverò. In verità ci provo sempre, io parto sempre con buoni propositi, poi finisco per entrare in classe anche tra l'indifferenza.
Cara Giulietta, certo che ci proverai. E piano piano ti riuscirà, Vedrai. Tu scrivi:
·        vorrei un po' della bravura dell'insegnante che li fa alzare in piedi, un po' di quella bravura degli insegnanti che sanno tenere la classe, un po' della sua bravura, prof Milani
Tu sei già brava come me, Giulietta. Lo vedo da tutte le frasi che della tua lettera che ho messo in rosso. Tu ti metti in discussione e vuoi migliorare: è questo quello che serve per diventare bravi insegnanti. Ti ci vuole più tempo. Io ho insegnato più anni di tutti quelli che tu hai vissuto. Qualcosa avrò imparato no, in tutti questi anni? L’esperienza è molto importante. C’è scritto anche questo, ne “L’arte di insegnare”. E adesso ho scritto “Maleducati o educati male?”, che non è solo un libro sull’educazione, ma è (moltissimo) un libro sulla Scuola, sui ragazzi, su quello che è importante che insegniamo – come genitori e come insegnanti- per avere il rispetto dei figli e degli alunni, per essere ascoltati, per essere per loro delle guide autorevoli. Quello che ho scritto in questo post è il frutto di tutte le idee che ho conquistato negli anni: dei concetti di autostima, di rispetto, di cultura; dell’esperienza sui rapporti con i ragazzi e con i genitori, eccetera. E ho messo tutto nel libro. Se sono autorevole è perché conosco e trasmetto tutto quello che ho capito e scritto nel libro. Quindi, dopo “L’arte di insegnare” leggi bene anche “Maleducati o educati male?”, perché è la base dell’autorevolezza.
E poi fammi sapere.

domenica 4 giugno 2017

“Vorrei essere brava come lei, professoressa Milani”. Prima Parte. 628 post


Cari lettori, vorrei che leggeste questa lettera e che rifletteste su quello che Giulietta ha scritto. Soprattutto voi, genitori: vi fa capire molte cose.

“Salve professoressa, le scrivo non so se per sfogo personale o per chiederle consigli.
Insegno da quattro anni matematica alle superiori e ho ventotto anni.
Ho letto più volte “L’arte di insegnare”, provo delle difficoltà ad applicarlo alle superiori, ma rifletto sempre sulle sue parole. Oggi ho assistito ad un episodio che mi ha buttata giù moralmente.
Ho una classe che adoro, che mi fa svegliare con il sorriso nonostante debba fare un'ora e mezza di strada per arrivare a scuola. Quando tutti mi dicono che finalmente insegnerò nella città in cui vivo, e non dovrò più viaggiare per raggiungere la scuola, io rispondo con l'amaro in bocca dicendo che se potessi rimarrei in questa scuola, perché ho trovato un ambiente positivo, e soprattutto ragazzi educati, anzi ben educati ;)
La classe in questione è una classe che inizialmente odiavo. Non ascoltavano sempre, ma a giorni alterni, chiacchieravano spesso, soprattutto durante le esercitazioni. E dopo qualche mese la loro attitudine non è cambiata. Come al solito la loro attenzione si riduce agli attimi di spiegazione, quando facciamo esercizi alla lavagna loro si distraggono per poi chiedere delucidazioni perché non hanno capito (certo se chiacchieri mi sembra ovvio che rimani indietro!), o provano a capire facendo tante domande e tanta tanta confusione. Ma... È il mio pensiero nei loro confronti ad essere cambiato. Io ora li adoro e mi dispiacerà non vederli più. Non so nemmeno da dove nasca questo sentimento per una classe che con me non sempre si comporta bene, non mi era mai capitato finora, eppure mi spiace enormemente non sapere che uomini o donne diventeranno. Loro con me (penso) abbiano un bel rapporto. Non hanno timore nel dirmi quando non capiscono, si propongono sempre alla lavagna, vogliono capire (anche da qui deriva il chiasso generale). Altri prof lamentano il fatto che non fanno gli esercizi a casa e che durante le lezioni sono passivi. Con me buona parte della classe fa gli esercizi e tutti in classe chiedono aiuto e/o chiarimenti. Scherziamo a fine lezione e l'ora passa tranquillamente. Li vorrei più attenti è vero, però mi piacciono, sono dei chiacchieroni simpatici. E soprattutto educatissimi. Lo so che non devo accontentarmi del chiacchiericcio, so che a lezione dovremmo fare bene ogni ora, soprattutto le ore di esercitazione. Ma non riesco ad ottenere più di così. Ho notato che loro sono invogliati a studiare (certo la maggior parte fa il minimo). Ma lo fanno, tutti vogliono avere la sufficienza. E non pensano di averla gratis anzi, hanno paura delle mie verifiche, sanno di avere difficoltà e certamente non credono che io sia la prof che alla fine regala il 6.
Oggi però è accaduto l'episodio che mi ha reso triste, davvero molto triste. 10 minuti alla fine dell'ora. Facciamo l'ultimo esercizio (che seguono in pochi) gli altri erano già in riposo. So che già qui lei penserà: e perché ha continuato a far lezione? Non li ha rimproverati? Certo! Annuiscono ma poi continuano a non seguire. Creando il brusio fastidioso. Ci provo, ma se non vogliono, non ascoltano. 5 minuti prima dell'ora. Finiamo l'ultimo esercizio, fine lezione. 5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato). Se lo dicessi a qualche collega mi direbbe, dai una verifica finale di punizione. Ma perché? Se loro ascoltano e sono positivi con me, chiacchierano ma poi le cose le facciamo, perché punirli? Certo avere più attenzione e rispetto in più non sarebbe male. Comunque suona l'ora, io ero ancora in classe a sistemare il registro elettronico, entra la collega. Loro stavano chiacchierando allegramente, ma appena l’hanno vista si sono alzati e dopo poco han fatto silenzio assoluto. È stato umiliante per me. Io li ho guardati, sorridendo amaramente, all'inizio ho pensato (guarda un po' questi che paura che hanno) ma poi.. Poi.. Perché io quando entro ricevo un saluto allegro da parte loro, un come sta prof? E poi il nulla, l'indifferenza generale per altri 5 minuti finché io dico: bene possiamo iniziare? Sul suo libro lei dice di non entrare in classe se i ragazzi non si alzano, o se non dimostrano di aver capito che è arrivata l'insegnante ed è il momento di far lezione. Certamente il prossimo anno ci riproverò. In verità ci provo sempre, io parto sempre con buoni propositi, poi finisco per entrare in classe anche tra l'indifferenza. Questo è quanto. Non riesco a non pensarci, la mia classe preferita, che mostra così poco rispetto per me e così tanto rispetto/timore per altri? Io non vorrei mai essere un'insegnante che terrorizza i ragazzi. Anche perché non ne sarei in grado. Vorrei tanto essere per loro una guida simpatica a cui chiedere senza timore. E in parte ci riesco. A fine anno i ragazzi e i loro genitori ammettono che hanno capito molte cose che con altri prof non riuscivano a capire (aggiungo: non avevano voglia o coraggio di chiedere aiuto al docente). Ma quanto potrei fare di più se mi rispettassero maggiormente? Perché non riesco a fargli capire che con me possono scherzare ma che quando si fa lezione si DEVE fare lezione come si deve? A volte penso di abbassare gli obiettivi, o comunque di fare meno delle potenzialità dei ragazzi, solo perché ascoltano poco, anche se il programma lo svolgiamo tutto, proprio come le altre classi. Ma io vorrei far fare loro molto di più, e meglio. Eppure ripeto sempre le stesse cose, perché loro non ascoltano. E allora mi chiedo: meglio un insegnante disponibile, a cui chiedere senza timore, o una insegnante "cattiva" che però ti fa studiare per paura e magari ti fa ottenere risultati maggiori?
I miei colleghi spesso mi hanno detto: tranquilla è perché sei giovane e ne approfittano, poi sei dolce e loro lo vedono, e ne approfittano.
Altri insegnanti mi hanno detto: devi avere pugno duro. Si, grazie, ma che vuol dire? Sgridarli di più? Interrogarli quando si comportano male? Ma nessuno capisce che lo farei se ne fossi capace? Che non mi diverto a vedere che non hanno alcuna "paura" dei miei rimproveri?

Il problema è che sono consapevole di poter essere una potenziale buona insegnante. Adoro quando mi dicono che rendo la matematica più facile, adoro vederli felici quando riescono a risolvere un esercizio. Adoro i mio lavoro, ho studiato tanto per farlo, studierò ancora molto per non essere più una supplente. Ma il bilancio che ho fatto dopo quattro anni è di un’insegnante mediocre, che non ha imparato quasi nulla dalle sconfitte che ogni anno ha notato, e che, nella pratica non sa come migliorare.
Mi scusi per lo sproloquio, è che vorrei un po' della bravura dell'insegnante che li fa alzare in piedi, un po' di quella bravura degli insegnanti che sanno tenere la classe, un po' della sua bravura, prof Milani.

Giulietta

P.S. Grassetto e colori sono miei, ovviamente.

La mia risposta è qui


martedì 11 aprile 2017

“Anche gli alunni bravi hanno dei problemi” Seconda Parte. 617 post

Gli alunni che prendono ottimi voti a scuola possono avere dei problemi. Se non ammettessimo questo significherebbe una cosa gravissima, e cioè che per noi i voti sono espressione del valore di una persona. E questo è proprio quello che non deve accadere. I voti non contano nulla, nella vita, perché i voti li darà la vita stessa.
Il discorso è molto lungo e complesso, ma provo a sintetizzarlo.
Lascio da parte per ora i problemi che gli alunni “bravi” possono avere e ai quali ho fatto cenno nel mio precedente post (problemi familiari, di salute, ansie, timidezza, ecc.), perché rappresentano un altro discorso.
Forse l’espressione “bravo” dovrebbe smettere di essere usata in tutte le aule e in tutti gli ordini di scuola. Almeno finché la mentalità non sarà cambiata. O, ancora meglio, finché non si troverà un modo diverso di valutare gli alunni. Dovrebbe essere sostituita da qualcosa come “prende buoni voti”. Giovanni, che studia, che sta attento in classe, “che prende buoni voti”, potrebbe anche essere un pessimo amico, un egoista, uno “che fa la spia”, uno “che suggerisce le risposte sbagliate”, o “che fa discriminazioni”. Andrea, che non studia, che non sta attento, “che prende brutti voti”, potrebbe essere un buon amico, uno che aiuta i compagni in difficoltà, uno che è amico di tutti.
Come persona, preferisco senz’altro Andrea.  Giovanni prende buoni voti, ma non sono contenta di lui neanche come alunno, perché per me il voto non rappresenta null’altro che un obbligo burocratico, e giudico gli alunni prima di tutto come le persone che diventeranno: sapranno aiutare chi è in difficoltà? sapranno vivere correttamente in società? saranno onesti? sapranno rinunciare a qualcosa per non schiacciare gli altri? sapranno provare empatia? sapranno essere buoni amici, buoni compagni, buoni genitori? sapranno distinguere quello che vale da quello che non vale? saranno “brave persone”?
Tutto il problema sta qui: i nostri figli e i nostri alunni non devono diventare solo bravi medici, bravi avvocati, bravi architetti, bravi ingegneri, per essere stimati. Possono essere anche “soltanto” bravi insegnanti, bravi infermieri, bravi commercianti, bravi vigili urbani. E – soprattutto- devono diventare “brave persone”.
Un alunno bravissimo a scuola che diventa un “ottimo medico”, perché sa curarti, ma per esempio senza la minima capacità di mettersi nei panni del malato, di provare empatia, insomma; un medico che pretende parcelle esagerate anche da chi non può pagare, altrimenti non ti visita e non ti cura, può essere definito “una brava persona”? Secondo me, no.
Ricordo che un bidello di una scuola dove ho insegnato mi raccontò che aveva detto allo specialista che lo aveva operato e che lo curava (privatamente), che non poteva pagare ogni quindici giorni la parcella (che era un terzo del suo stipendio). Lo specialista rispose “ma per la salute si deve fare ogni sacrificio!”. Era un bravo medico? Per me, no.
Vorrei raccontare qualcosa di me.
Ho due sorelle e questo, già all’inizio, mi ha portato a capire che non ero sola, che non erano importanti solo le mie esigenze, che quello che c’era in casa dovevo dividerlo, che dovevamo aiutarci, che non dovevamo litigare e che – se capitava- dovevamo saper “fare la pace”.
Sono stata educata a cercare di raggiungere gli obiettivi che mi ponevo, ma tenendo conto della sensibilità degli altri, e – soprattutto- stando sempre attenta a non calpestare nessuno percorrendo la strada che mi portava dove volevo.
Sono stata abituata a pensare che i soldi non sono tutto, che ci sono dei valori che fanno di noi delle “brave persone” e che certi comportamenti fanno di noi delle “persone cattive”, che una persona ricca o importante o famosa non vale di più di una persona qualunque, magari anche povera.
I miei genitori mi hanno trasmesso il concetto che studiare è importantissimo, che la scuola è essenziale e che era ed è mio dovere fare sempre del mio meglio. Ma quando prendevo un bel voto mi veniva detto “Benissimo! Ma ricordati sempre che lo fai per te”. Mi hanno insegnato che è meglio un 6 guadagnato onestamente e con le mie forze che un 9 “regalato” o attenuto con l’inganno; e che non dovevo vantarmi dei miei bei voti con chi non riusciva a ottenerli, perché se io ci riuscivo era perché avevo più capacità di capire quello che leggevo e studiare, perché avevo più libri a casa e perché vivevo in una famiglia che mi aveva insegnato il valore della cultura.
Sono stata educata a pensare che chi è più fortunato e chi ha più possibilità - da tutti i punti di vista- ha il dovere di aiutare chi ha bisogno di aiuto, sia che si tratti di comperare qualcosa che di dire una parola buona, che di spiegare una lezione o un esercizio; che le cose non si fanno “per denaro”, ma perché è giusto farle, che non si deve dare aiuto in cambio di qualcosa. Mi hanno insegnato a essere generosa. Sono stata aiutata dai miei compagni di scuola quando non capivo qualcosa di matematica, e io ho aiutato loro se riuscivo meglio di loro in italiano, in latino. Ci siamo passati gli appunti, ci siamo interrogati a vicenda per prepararci.
Sono stata educata a considerare essenziale l’onestà e i miei genitori me lo hanno insegnato con l’esempio, oltre che con le parole. Non mi sarebbe mai venuto in mente di chiedere una giustificazione falsa, perché non solo non me l’avrebbero fatta, ma avrei ricevuto un severo rimprovero anche solo per averlo pensato.
Se state leggendo il mio blog, i miei articoli, i miei libri è perché sono stata educata così, con l’esempio: a condividere quello che ho, anche senza avere un tornaconto economico. Perché – l’ho già detto- tenere un blog, rispondere a moltissime lettere e scrivere dei libri come i miei è molto molto più faticoso di quello che possiate immaginare, e credo che la maggioranza non accetterebbe di lavorare così tanto per così poco. Ma sono stata abituata a pensare che si possono fare le cose anche per il piacere di farle e perché è giusto. E quando vi chiedo di scrivere una recensione, di condividere i miei post o di pubblicizzare i miei libri non lo faccio perché devo guadagnarci qualcosa, ma perché spero che quello che scrivo possa essere di aiuto al maggior numero di persone possibile.

Educate i vostri figli e i vostri alunni all’onestà e al rispetto degli altri; a essere brave persone prima che bravi studenti; a pensare che i voti non valutano la persona. E vedrete dei buoni risultati nel futuro.

Per tutto il resto, rimando al mio nuovo libro, “Maleducati o educati male?”, al quale ho lavorato per undici anni. E anche al mio primo libro “L’arte di insegnare”, che ha già aiutato molte persone. E vi chiedo di pubblicizzare sia il post, che gli articoli, che i libri, soprattutto il nuovo nato J. Così, solo per farmi contenta.


lunedì 10 aprile 2017

“Anche gli alunni bravi hanno dei problemi” Prima Parte. 616° post

Sonia mi scrive:

“Buongiorno Professoressa, sono Sonia, leggo sempre con interesse il suo libro ed il suo blog, oggi però vorrei per favore, un consiglio, su un problema che, a quanto mi ricordi, non è stato mai trattato.
Sono supplente annuale in un Liceo Classico ed ho una quarta ginnasio (per coincidenza esclusivamente femminile), in cui, nel primo quadrimestre, la maggioranza aveva la media del 7, parecchie anche dell'8, nessuna ha insufficienze, naturalmente la situazione consegue al fatto che le ragazze in classe seguono e non disturbano, mentre a casa studiano.
Dove si trova il problema allora? A mio parere nell'eccessiva importanza attribuita al primeggiare ed ai voti in quanto tali, a discapito di altri valori.
Faccio esempi concreti: sia io che i miei colleghi abbiamo notato che, prima di un'interrogazione (sono tutte programmate), le ragazze si assentavano, portavano poi la giustificazione firmata, con la scritta "indisposizione" (poco credibile, visto che, quello stesso giorno, alle 18, le abbiamo incontrate, a teatro, o in biblioteca, non a perder tempo, ma comunque non erano malate.)
A giudicare dalla loro preparazione all' interrogazione, quell' assenza non sarebbe servita ad evitare un 4, per noi colleghi umanamente più comprensibile, ma a far sì che un 8 non diventi, per caso 7, con la complicità delle famiglie...
Secondo esempio: sia io che i miei colleghi interroghiamo più di una persona, se Tizio e Caio sono interrogati insieme e Tizio non sa una cosa o la sbaglia domandiamo a Caio, se Caio sa naturalmente va a suo favore: in questa classe è capitato (sentito anche con le mie orecchie e con una collega in un'altra materia, che Tizia esitasse a dare una risposta, Caia le suggerisse una risposta sbagliata, Tizia naturalmente sbagliasse, ma poi Caia, una volta passatale ufficialmente la parola, non solo sapesse la risposta giusta, ma la esponesse perfino con grande dovizia di particolari, sembrava poi parlare con una luce negli occhi e un fare che diceva: "Sono molto meglio di lei". Essendosi ripetuto due volte e con le stesse persone io e la collega abbiamo sospettato il "dolo", cioè che suggeriscano le risposte sbagliate volutamente.
Terzo episodio: altre due compagne, io: "hai fatto i compiti Tizia?" Tizia ride e mi risponde:" Io sì, solo Caia non li ha fatti, doveva studiare meglio un'altra materia, per questo entrerà alla seconda ora, me l'ha detto lei; ovviamente poi Caia è effettivamente  arrivata alla seconda ora, con quella giustificazione genitoriale sempre valida  “motivi di famiglia”, e 9 puntuale nell'altra materia, ma che sia stata proprio Tizia a dire a me, che sto dall'altra parte della barricata, la verità, per poter "brillare", sinceramente mi sconforta più dei compiti che Caia non ha fatto...
Il Consiglio di classe si è riunito ed avverte che anche in questa classe “buona”, educativamente parlando, qualcosa va corretto e ritiene che sia dovere degli adulti intervenire, almeno facendo passare il messaggio che l'onestà, la solidarietà, ecc. sono importanti almeno tanto quanto le declinazioni, Dante o la scomposizione di un polinomio, se non di più.
Nessuno però ha saputo concretamente suggerire metodi per aiutare anche una classe come questa, apparentemente "senza macchia"; si legge molto di più sulle classi indisciplinate.
Scrivendole anche a nome dei miei colleghi, le chiediamo, per cortesia, se ci potrebbe indicare dei modi concreti o per iniziare un discorso o delle strategie di intervento, anche in questo contesto.
Grazie. Distinti saluti. Sonia”

Cara Sonia, avevo voglia di rispondere a te e ai tuoi colleghi perché effettivamente se ne  parla poco.
Voi avete potuto parlarne perché non avete in classe problemi di disciplina (nel senso classico del termine). Ma posso dirti che in molte scuole e in quasi tutti i consigli di classe si finisce per sempre per dedicare quasi tutto il tempo a disposizione per discutere dei problemi di disciplina (che sono urgenti), delle sospensioni, degli alunni che non studiano, ecc. E rimane poco (o nessun) tempo per parlare degli alunni “bravi”.
Invece bisogna trovarlo. Anche gli alunni bravi hanno dei problemi: timidezza, paure, ansie e, come in questo caso, mancanza di valori veri. E spesso sono problemi che nascono in famiglia e sono le famiglie a dover essere coinvolte.
I problemi che hai evidenziato, Sonia, sono chiari:
·        “...portavano poi la giustificazione firmata, con la scritta ‘indisposizione’ " = ci sono genitori diseducanti;
·        “...ma a far sì che un 8 non diventi, per caso 7”  = certi genitori sono esigenti, iperprotettivi e competitiv, e gli insegnanti non dedicano abbastanza tempo a chiarire il senso della parola “voto” agli alunni e ai genitori; e a volte sono loro stessi quelli che sollecitano il raggiungimento di voti più alti;
·        “...abbiamo sospettato il "dolo", cioè che suggeriscano le risposte sbagliate volutamente” = i genitori prima, ma anche gli insegnanti, poi, non hanno insegnato adeguatamente i concetti di “correttezza”, “onestà”, di sincerità.
·        "hai fatto i compiti Tizia?" Tizia ride e mi risponde:" Io sì, solo Caia non li ha fatti, doveva studiare meglio un'altra materia, per questo entrerà alla seconda ora, me l'ha detto lei” = Questo è “fare la spia”! E non solo in modo del tutto gratuito, ma – molto peggio- per screditare la compagna ai vostri occhi.

Allora: il problema è serio. Queste ragazze, comportandosi così, dimostrano di non avere minimamente idea della differenza fra ciò che è corretto e ciò che non lo è. E lo prova il fatto che lo dicono apertamente perché non temono il vostro giudizio: evidentemente percepiscono (o credono di percepire) che in fondo è quello che volete voi insegnanti e anche i genitori, Quindi direi che qualcosa non ha funzionato nella loro educazione. 
Che cosa si può fare, dite? Se fosse capitato a me – già alla scuola media- avrei apertamente e platealmente mostrato tutta la mia disapprovazione. Avrei chiesto spiegazioni la primissima volta che questo accadeva, mettendo in evidenza nel modo più esplicito possibile che quei comportamenti erano scorretti, che erano improntati alla falsità e alla menzogna, e messo in evidenza che chi si comporta così non è degno di essere considerato un amico, ma neppure un alunno da rispettare. Al primo accenno di questo atteggiamento avrei smesso di fare lezione, di interrogare o di spiegare e avrei dedicato tutto il resto del tempo a parlare di come ci si comporta se si vuole essere chiamate persone leali e corrette. Che cosa importa che un alunno prenda 9 di latino se poi diventa disonesto? Non si può né minimizzare né transigere quando si vede un nostro alunno che fa deliberatamente del male a un altro. Significa che non ha capito nulla né di quali sono i valori importanti nella vita né del fatto che essere persone e alunni in gamba non significa ottenere dei bei voti a qualunque prezzo, anche sacrificando la nostra onestà.
Hai ragione, Sonia, “l'onestà, la solidarietà, ecc. sono importanti almeno tanto quanto le declinazioni, Dante o la scomposizione di un polinomio, se non di più.”. Ma direi che lo sono di più. Parlatene con gli alunni. Non è tempo perso: è tempo recuperato. Ed è importante che anche i genitori siano coinvolti in questo problema: si deve spiegare loro esplicitamente che la giustificazioni deve essere riservata solo a problemi seri e reali, e che scrivere il falso (perché di un falso si tratta) non è corretto nei confronti degli insegnanti e non è educativo per gli alunni. Rimanere a casa per studiare non è un “problema serio e reale”. Scrivere che la figlia è rimasta a casa “per problemi di salute” è una bugia, molto diseducativa. 
Personalmente, ne parlerei con i colleghi e poi inviterei i genitori a una o più riunioni per esporre questi problemi, spiegando che la loro collaborazione è indispensabile. È importante che capiscano molto bene che la corsa al voto alto non è l’obiettivo della Scuola italiana. E non deve essere un obiettivo nell'educazione. Insegnare ai figli ad essere arrivisti significa educarli alla mentalità consumistica e priva di valori che ci ha portato ai problemi che abbiamo oggi. Tollerare (o - peggio- accettare e approvare o addirittura sollecitare) che i figli ottengano dei risultati scolastici anche a prezzo di coportamenti scorretti è molto grave. E ribaditelo anche a voi stessi, perché a volte anche gli insegnanti contribuiscono a dare troppa importanza al voto e a suscitare grande competitività. Il nostro obiettivo, come insegnanti e come genitori, deve essere quello di formare persone capaci di rispettare gli altri, di provare empatia, di praticare la solidarietà e – solo dopo- di avere una buona preparazione per entrare nel mondo del lavoro con delle buone competenze. 

Un genitore e un insegnante dovrebbero sentire come una sconfitta la constatazione che i loro ragazzi – figli o alunni che siano- non sono diventati brave persone. Indipendentemente dai voti che prendono. Perché una ragazza che fa sbagliare di proposito una compagna o che “fa la spia”, non è corretta. E la sua non è una ragazzata da minimizzare.

martedì 14 giugno 2016

Promozioni e bocciature: qualche chiarimento. 568° post


Ricevo molte lettere di genitori e anche di ragazzi preoccupati di una eventuale bocciatura. 
A tutti rispondo: non posso certo fare pronostici o giudicare situazioni scolastiche che non conosco. E questo dovrebbero farlo tutti.
Potete leggere questi post su promozioni e bocciature:


Promuovere o bocciare? Prima parte. 313°

Promuovere o bocciare? Seconda parte. 314°

“Mi sento umiliata dalla scuola e non riesco a trovare una via d'uscita”. 523° post.

Bocciature e suicidi. 217° post

Bocciatura: istruzioni per l'uso. 222°
Articolo su Il Libraio sulla bocciatura

lunedì 21 marzo 2016

“È giusto punire gli alunni facendo saltare l’intervallo?” 556° post

Rita mi scrive:
“Salve professoressa, nella nostra scuola continuano a ripeterci che i nostri bambini di 4' sono tremendi. Personalmente trovo insopportabile il fatto che il mio figlio ancora dalla prima elementare mi porta ogni tanto da firmare le note di tutta la classe per quali a volte non sapeva neanche di cosa si tratta, o mi diceva che sono sempre soliti i 3-4 bambini che hanno di nuovo disturbato le lezioni e in seguito tutta la classe viene castigata con l'intervallo saltato o addirittura mancata la lezione educazione fisica in palestra! Come se l'educazione fisica fosse un premio o un castigo e non una materia compresa nel regolamento scolastico pari a tutte le altre materie con un tot. ore...e il programma da seguire! Queste cose non soltanto non condivido come mamma ma non approvo neanche come la rappresentante di classe! Purtroppo in seguito a una uscita didattica recente la classe di mio figlio è stata castigata con una settimana intera senza intervallo (ne corto, ne quello grande). Gli alunni sono dovuti restare seduti per una settimana senza la possibilità di alzarsi o parlare tra di loro. Durante alcuni intervalli hanno lavorato svolgendo le lezioni. Ecco.....io personalmente sono contraria a questi metodi. Credo che anche le persone adulte durante un lavoro mentale di 8 ore hanno bisogno di un "break" per poter riprendere meglio il proseguimento di lezioni, figuriamoci i bambini di 9 anni!!! E poi sono stati castigati ugualmente i bambini che erano assenti anche per la uscita - quindi non si sono meritati in nessun modo la punizione cosi pesante, e anche quelli che si sono comportati bene. Non ritengo sia giusto questo!!!! Il metodo di educazione deve premiare chi si comporta bene e se lo merita, e "castigare" chi con il proprio comportamento se lo è meritato! Solo cosi ha un senso. Altrimenti non credo sia educativo!!! Sinceramente - siccome il regolamento scolastico comprende l'intervallo grande per il pranzo - mi chiedo se è lecito accettare questa situazione e cosa (come mamma e rappresentante) posso fare. Grazie mille.”

Rispondo alla mamma rivolgendomi, però, agli insegnanti che fanno saltare l’intervallo agli alunni “perché è l’unica cosa che funziona”, come ho molte volte sentito dire.
Ma certo che funziona! E funzionerebbe di più se li lasciaste in piedi per cinque ore, o se alzaste molto la temperatura dell’aula e poi li obbligaste a tenere il cappotto e a non bere, o se li tratteneste a scuola senza mangiare, fino alle cinque. Sono pene corporali.
E non mi dite che sono esagerata. Fare saltare l’intervallo è una tortura. L’intervallo non è un premio. È un diritto: il diritto di sgranchirsi le gambe, di mangiare qualcosa, di bere, di ridere, di parlare con gli amici. Togliete l’intervallo per farli stare male, insomma? E per una settimana? Perché non possano sgranchirsi le gambe? Sono bambini e sono ragazzi; sono in un’età in cui hanno assolutamente bisogno di muoversi. Sinceramente, non mi sembra un metodo accettabile per tenere la disciplina.
E che cosa dire di quelli che si sono comportati bene e hanno dovuto rimanere seduti come gli altri? E di quelli che non erano neppure presenti alla gita? O - capita anche questo - di quelli costretti a fare dei compiti in più per colpa di pochi? C’è qualcosa di più ingiusto di una punizione data a chi evidentemente non la merita? Didatticamente può essere accettabile?
Cari colleghi, pensate bene al messaggio che mandate, agli alunni e ai genitori. E pensate al messaggio che mandate quando – per punizione - non fate fare educazione fisica agli alunni che si sono comportante male: l’ora di scienze motorie non è un’ora di lezione come le altre? È solo un gioco che si può fare o no? Se durante una partita di calcetto a causa di un brutto fallo l’insegnante decide di mandare un giocatore in panchina questo ha un senso. Farlo stare in panchina per qualcosa avvenuto fuori dalla partita, no.
Ed infine, colleghi, soprattutto delle elementari (dalla prima elementare!) ma anche delle medie, ma che senso hanno le note alla classe? Che cosa dovrebbero fare i genitori, quando fate scrivere la nota a tutti? Sgridare il proprio figlio per quello che fa tutta la classe? O firmare la nota anche se il proprio figlio non ha capito neanche perché l’avete messa? Dovrebbero venire ad aiutarvi? Giustificare il fatto che non riuscite a tenere la classe? Non si capisce il senso delle note date alla classe, che, tra l’altro, sono la dimostrazione che non conoscete nessuna strategia per farli calmare. “Tremendi” detto di tutta una classe mi lascia senza parole. Ma anche detto di un bambino solo.
Sono questi i comportamenti che allontanano i genitori dagli insegnanti. E purtroppo si riflettono su tutti gli insegnanti e sull'opinione che la gente ha di noi.

sabato 27 febbraio 2016

Aiutatemi a capire bene il problema. 551° post

Cari lettori, ricevo lettere di genitori alle prese con problemi dei figli, che attribuiscono completamente agli insegnanti. E ricevo lettere di insegnanti che hanno problemi con i ragazzi che spesso attribuiscono all'educazione data dai genitori. È come se insegnanti e genitori fossero sempre gli uni contro gli altri.

Ho pensato che potete aiutarmi a capire e perciò vi intervisto con una sola doppia-domanda per i genitori e una per gli insegnanti.

Chi mi concede l’intervista deve sapere, però, che non è un dibattito, ma una risposta a me personalmente, per aiutarmi a capire bene il problema in tutte le sfaccettature.

Non pubblicherò le risposte che fanno riferimento a risposte di altri, che contengono espressioni o parole offensive o polemiche sugli insegnanti in generale. Non servono e sono irritanti.

I genitori che sono anche insegnanti possono rispondere a tutte e due le domande.

Domanda per i genitori: che cosa rimproverate, esattamente, agli insegnanti dei vostri figli (con esempi pratici, se possibile)? Che cosa vorreste dagli insegnanti dei vostri figli, per essere contenti di loro?

Domanda per gli insegnanti: che cosa rimproverate, esattamente, ai genitori dei vostri alunni (con esempi pratici, se possibile)? Che cosa vorreste dai genitori dei vostri alunni, per essere contenti di loro?

Prego i genitori di tenere conto delle difficoltà degli insegnanti e viceversa.

Dedicatemi un po’ del vostro tempo!
Grazie!

martedì 16 febbraio 2016

Cari lettori, oggi vi dico com'è andata l'interrogazione. 549° post

Qui c'è l'interrogazione con tutte le vostre risposte.



Cari lettori, siete stati bravi, e alcuni bravissimi!!! 
(non è detto che tutti debbano essere bravi allo stesso modo, anche perché non tutti mettono nelle cose lo stesso impegno, e non tutti hanno la stessa capacità di osservazione). 
Questa è già una prima osservazione :-)

Ecco le altre mie osservazioni. Le espongo in modo che, mentre le leggete, possiate capire in che senso credo che possano esservi utili nel vostro lavoro (e non solo in quello di insegnante) e nelle vostra vita di relazione.

Il personaggio di Miranda Prisley si ispira a una grande manager, giornalista e direttrice di Vogue, la più autorevole rivista di moda statunitense e mondiale. Quindi è una grande professionista, stimata da tutti. 
L’idea che le persone hanno di te si basa molto anche sulle cose che sanno di te o hanno sentito dire di te. Tu a scuola (o in qualunque luogo) vieni giudicato anche per quello che si dice di te: “Con quella si può copiare”, “Ti lascia fare quello che vuoi”, “Bisogna stare attenti perché perché altrimenti ti fa il mazzo”, “È uno stronzo!”, “È giusto”, “È ingiusto”, “È pazza. Urla sempre”,ecc.

- “Sta arrivando. Avvisa tutti!”:
non occorre dire “chi” sta arrivando. La sua presenza è sottintesa anche quando è assente. Miranda è la persona che tutti quelli che lavora da Runway aspettano. La aspettano perché è lei che guida Runway.
Un po’ come quando gli alunni ti aspettano sulla porta della classe e tu ti arrabbi perché non sono in classe, al loro posto. Fateci caso: i ragazzi non aspettano tutti gli insegnanti sulla porta. Per alcuni non vale la pena neanche di girarsi quando entrano. Chiedetevi perché lo fanno.

-  Quelli che lavorano da Runway e hanno un minimo di potere si comportano come Miranda: non posano neanche lo sguardo sulle persone per loro insignificanti, ma notano tutto e non hanno rispetto per chi dipende da loro.
Pensano che per Miranda “potere” equivalga a “mancanza di rispetto” e cercano di essere come lei.
Nigel (con disprezzo, come se si trattasse di una colpa grave)
Qualcuno ha mangiato cipolle?

Emily
Salve, ho un appuntamento con Emily Charlton.
Andrea Sachs? Stupendo! Alle risorse umane hanno davvero uno strano senso dell'umorismo.

Nigel (dietro un quaderno, senza preoccuparsi di quello che può pensare Andy)
Chi è questa? (“Questa”: come se fosse un oggetto)
Emily
Lasciamo stare quel tasto, per favore.

Ecco un atteggiamento da non tenere mai con gli alunni. Gli alunni devono rispettarti perché dimostri di valere, di essere competente, sicuro di te, giusto. Non perché li annienti, li mortifichi, offendendoli. La mancanza di rispetto, l’umiliazione possono per un momento darvi l’impressione (molto errata) di avere il coltello dalla parte del manico, ma non è così. Con quel coltello prima o poi vi taglierete.
I ragazzi vanno rispettati al massimo, anche nel momento in cui dovete rimproverarli. Credere che si possa essere autorevoli tenendo comportamenti autoritari, che incutono paura è un grave errore. La paura provoca astio e poi – la prima volta che vi mostrerete deboli -  ribellione.

Quelli che lavorano alla Runway.

Alla notizia dell’arrivo di Miranda tutti corrono per trasformarsi come li vuole Miranda: efficienti, eleganti, con un look perfetto, tacco 12, trucco fresco, perfettamente come vuole lei; nessuno intralcia il suo passaggio, neppure sull'ascensore (“Scusa Miranda”); non beve acqua qualunque: beve acqua italiana, San Pellegrino (da notare che tutti in ufficio bevono acqua San Pellegrino, come Miranda); deve esserci ordine dappertutto, le riviste da esaminare devono essere pronte, allineate sulla sua scrivania.

Gli insegnanti che vengono stimati dicono sempre come vogliono che vengano fatte le cose, nei tempi e nei modi. La scuola deve essere come un posto di lavoro. Il dirigente (il responsabile, il capoufficio, ecc.) che dà disposizioni deve essere chiaro e preciso: quello che vuole che venga fatto in un certo modo deve essere specificato bene; quello che il lavoratore può decidere in autonomia, anche. E, naturalmente, deve dare per primo il buon esempio. Deve essere inattaccabile.
Per l’insegnante è lo stesso: tentennare, cambiare idea dopo aver assegnato un compito e dimenticare di modificare le consegne, rimanere sempre nel vago e poi pretendere che gli alunni capiscano quello che devono fare, essere poco chiari, non dà autorevolezza.

Miranda si presenta vestita elegantemente, con passo sicuro, apparentemente disinteressata a tutto quello che la circonda, assorta in pensieri e interessi ben più alti. Non guarda in faccia quelli con i quali parla, né quelli che incontra, ma dimostra sempre che in realtà non le sfugge nulla. Viene inquadrata nei dettagli, in modo che lo spettatore noti i particolari che la distinguono per eleganza.

Miranda entra in ufficio già con un rimprovero, e dando una serie di ordini in sequenza veloce, totalmente disinteressata di eventuali problemi che la velocità dei comandi impartiti può creare a Emily o ad altri. Gli ordini sono precisissimi e non facili da eseguire (“Voglio delle torte con ripieno di composta di rabarbaro!”: non una torta di mele.).
 Le disposizioni che dà a Emily sono ordini da trasmettere anche a una serie di altre persone: tutti devono eseguire esattamente quello che lei decide. Tutto quello che Miranda fa insieme ad altri viene deciso esclusivamente da lei.
Quando parla, Miranda usa un tono perentorio, che non ammette replica. Si aspetta da tutti la massima efficienza, perché lei stessa è efficiente al massimo. 

Lo si vede in questa e in altre scene, anche indirettamente, attraverso le parole di quelli che lavorano per lei o con lei:

Nigel: "Vieni, Miranda ha anticipato la rassegna di mezz'ora. E lei è sempre un quarto d'ora in anticipo!"
Andy:
 "Il che vuol dire?"
Nigel: "Che sei già in ritardo!" 

Miranda
“Di' a Simon che non intendo approvare la scelta della ragazza sul servizio brasiliano… Io l'ho chiesta pulita, atletica, sorridente, me l'hanno mandata sciatta, moscia e con la pancia. È tutto,”


Ecco il concetto base, essenziale a scuola:  
Miranda usa un tono perentorio, che non ammette replica. Si aspetta da tutti la massima efficienza, perché lei stessa è efficiente al massimo
Nel film Miranda ha a che fare con adulti e non con bambini e adolescenti. Ovviamente non si può assolutamente tenere con gli alunni un atteggiamento così rigido, duro e sprezzante.
Ma si può imparare da Miranda la cosa che più interessa: non è paura di Miranda, quella che provano le persone che lavorano con lei. È paura di non essere all'altezza di Miranda, di non essere perfetti come li vuole, ognuno per quello che deve essere lì: bella, “alla moda, magra, ovviamente”, slanciata, efficiente, competente e professionale. Nessuno sembra odiare Miranda: la ammirano, la stimano perché conoscono la sua grande professionalità e competenza. 
"Certe persone si ammazzerebbero per lavorare in questa rivista"

I suoi collaboratori hanno avuto indicazioni molto precise su quello che devono fare e su come devono farlo, e da quel momento lei si aspetta che facciano da soli:
Miranda:
 “Sei pregata di andare a importunare qualcun altro con le tue domande”. 
“Qualcuno sa dirmi perché il mio caffè non è ancora qui? È morta per caso?”
“Ma perché nessuno è pronto?”

Emily:
“Non si chiede mai niente a Miranda. È chiaro?”
Andy:
“Posso fare altro per te?”
Miranda:
“Il tuo lavoro”

Miranda:
"Vado a pranzo. Ritorno per le 3. Il mio caffè Starbuck's deve essere qui ad aspettarmi. E se non hai il libro di Harry Potter per quell'ora, non ti disturbare a tornare!"

Il motivo principale della piccola “interrogazione” che vi ho proposto consiste nel fatto che imparare a osservare le persone, i dettagli di quello che ci circonda e – soprattutto - porsi su ogni cosa la domanda “perché?” è la base stessa della comprensione del mondo, degli altri e – nell'insegnamento – degli alunni. Bisogna sempre andare al di là delle apparenze, perché molto spesso la vera essenza di una persona non si vede a una prima occhiata. Esercitatevi.
Tutto il resto lo avete detto voi durante l'interrogazione. :-)

È tutto. :-)


p. s.  Però, devo dire che quando sorprendo un alunno che durante la lezione fa qualcosa che ritengo non accettabile, il mio sguardo è molto simile a questo. Spesso non devo neanche aggiungere parole. :-)

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