La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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Visualizzazione post con etichetta ragazzi. Mostra tutti i post
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sabato 2 settembre 2017

Insegnate ai ragazzi che la bellezza non è tutto (anzi, che è poco). 641° post

Vorrei aiutare gli insegnanti che in questi giorni sono impegnati nella programmazione, con qualche suggerimento su aspetti educativi molto importanti.
E vorrei aiutare anche i genitori, perché si rendano conto del fatto che se ricevo lettere come questa, c'è la possibilità che anche i loro figli possano provare sofferenze come queste. E - lo preciso- qui si parla di bruttezza, ma a volte ricevo anche lettere di giovani, donne e perfino uomini belli, che sono stanchi di essere giudicati solo per la loro bellezza, che alla fine, offusca la loro personalità, quello che sono dentro.
Non dimenticate, perciò, di inserire nei vostri programmi educativi, l'argomento "quanto sono importanti la bellezza, la bruttezza, l'aspetto fisico in generale". E poi "Che cosa significa 'avere sensibilità'?''

Ecco la lettera che faccio riemergere dai primi post del blog, e la mia risposta:

Piero mi scrive:
"Buongiorno, professoressa,
volevo dirle che ieri dopo cena ho chiesto, in disparte, a mia sorella cosa avevo di brutto nella faccia.
Gliel'ho chiesto perché l’altro giorno una mia compagna mi ha detto che mi dovrei fare una plastica facciale. Questa persona quando mi ha detto questo, sono certo che non scherzava. Mia sorella dice che non sono brutto, ma forse lo dice perché mi vuole bene.
Adesso mi chiedo: quanto incide questo " mi vuole bene", sul giudizio espresso da mia sorella?
Se mia sorella non mi volesse bene, mi direbbe che sono brutto?
Questo, purtroppo me lo sto domandando. Lo so che non dovrei più pensare a questo mio problema.
Ma non riesco. Questo perché anche oggi a scuola è successa una cosa. Infatti, oggi due mie compagne stavano osservando un poster di alcuni ragazzi. Io mi sono avvicinato a loro.
E una mia compagna mi ha detto:"Vedi Piero questo poster? Questi ragazzi rappresentano ciò che tu non potrai mai essere, cioè bello".
Lo so che la bellezza è soggettiva, ma ogni volta che sento delle cose simili, non riesco a contrastare questi pensieri.
Che cosa posso fare per non avere più questi pensieri?
Arrivederci e grazie in anticipo. Piero"

Caro Piero,
vediamo se posso aiutarti a capire. Vorrei che tu riflettessi sui seguenti concetti:
1. e' vero che non sei bello come quello del manifesto; 
2. chi se ne importa se non sei bello come quello del manifesto;
3. loro non sono belle come quelle dei calendari o dei manifesti;
4. chi se ne importa se non sono belle come quelle dei calendari; 
5. delle persone che fanno e, soprattutto che comunicano, riflessioni come quelle che hanno fatto a te ("Vedi , Piero, questo poster? Questi ragazzi rappresentano ciò che tu non potrai mai essere, cioè bello” e "devi farti la plastica facciale" ) sono assolutamente immature, insensibili e, probabilmente hanno problemi personali che impediscono loro di riflettere serenamente: non devi tenere in alcun conto quello che ti dicono; 
6. non devi mai lasciare condizionare la tua vita, le tue scelte, il tuo umore, la tua felicità dai discorsi, dalle opinioni, dalle frasi, dalle azioni delle persone che dimostrano di non avere intelligenza, o sensibilità, o bontà d'animo, perché nella vita quotidiana incontrerai sempre persone negative e devi imparare a difenderti (cosa che mi pare che tu non sappia assolutamente fare); 
7. devi decidere una volta per tutte se per te è più importante l'aspetto fisico, la bellezza esteriore, o il modo di essere, la bellezza interiore; 
8. devi capire che se tu ritieni più importante l'aspetto fisico, allora ti deve interessare come sei e come appari alle persone che ti guardano e che ritengono più importante la bellezza esteriore;
9. ma se tu ritieni più importante l'aspetto interiore, allora ti deve interessare come sei dentro e come appari alle persone che la pensano come te e che sanno vederti per come sei; 
10. concludo: devi chiarire che cosa ritieni importante tu e poi andare avanti per quella strada. Senza "ma se lei..ma se lui...ma se io invece...ma gli altri...ma mia sorella...ma lei...se…ma….".
Lo so, non è facile, ma devi impegnarti su questa strada. Fammi sapere!

domenica 18 giugno 2017

L'insegnante che promuove non è "più umano" di quello che boccia. 634° post

Continuano ad arrivarmi lettere di madri che attribuiscono la bocciatura a "mancanza di umanità" o a "totale disinteresse" da parte degli insegnanti. E dichiarano che se il figlio dovesse suicidarsi la colpa sarebbe degli insegnanti. 
Molti affermano di non essere stati avvertiti del rischio bocciatura prima della vigilia dell'esposizione dei quadri.
Rispondo.
Tutte le insufficienze sono un avvertimento.
Tante insufficienze significano "rischia la bocciatura".
Durante i colloqui gli insegnanti che dicono "non studia", "non sta attento", "ha preso delle insufficienze", "ha molte difficoltà in varie materie" stanno avvertendo del rischio di una bocciatura o della sospensione del giudizio. 
Se gli insegnanti fossero più espliciti e dicessero "Guardi che rischia la bocciatura" i genitori protesterebbero e direbbero "lo sapevo! lo vogliono bocciare!".
Gli insegnanti non possono dire che il ragazzo verrà bocciato se non dopo lo scrutinio, semplicemente perché fino a quel momento non lo hanno ancora deciso. 
Gli insegnanti che bocciano un alunno lo fanno tutti insieme dopo aver a lungo ponderato la decisione.
E quelli che promuovono un alunno non sono più buoni, non hanno più umanità e non sono più interessati. La bontà non c'entra nulla. 
Costa più fatica -da tutti i punti di vista- bocciare che promuovere. Per gli insegnanti sarebbe tutto più facile se promuovessero tutti, e distribuissero a pioggia voti alti non meritati.
A volte è molto più interessato all'alunno l'insegnante che lo boccia di quello che lo promuove.

Soprattutto: i suicidi non sono responsabilità degli insegnanti, anche se provocano loro grandissimo dolore. 
I ragazzi che si suicidano lo fanno perché non sanno affrontare le difficoltà. E questo, prima di tutto, lo devono insegnare i genitori.

venerdì 16 giugno 2017

Le morti assurde. 633° post

Mentre scrivo, le speranze di trovare vivi i due giovani architetti, Marco e Gloria, che vivevano nella Grenfell Tower di Londra, sono nulle. Ed è terribile.
Oggi i social permettono di riempire quelli che un tempo erano solo dei nomi vuoti con quello che troviamo nelle loro pagine Facebook: i loro volti sorridenti, i pensieri, i timori, le risate, le foto, i sogni. E diventa una persona con una vita. Una vita che viene spezzata, per malattie, violenze, morte.  E noi siamo spettatori impotenti e addolorati di quelle vite spezzate.
La morte c’è sempre stata, ed è normale e perfino giusto che ci sia, ma è davvero assurdo morire a 27 anni, perché per lavorare hai dovuto andare in un paese straniero e hai trovato la morte in un incendio al 23° piano di un grattacielo perché i pannelli non infiammabili costavano in tutto 6000 euro in più; o morire, ancora ragazzino, perché un tale si fa esplodere durante il concerto del tuo idolo; o, giovane donna, morire schiacciata dalla folla impazzita che fino a cinque minuti prima guardava una partita di calcio. Sono morti assurde. Più assurde della morte in guerra, che è già inconcepibile. Morti inaccettabili.
Stiamo mandando i nostri figli in guerra. O li facciamo vivere in un mondo in guerra. Guerre di tutti i tipi.
Anche mio figlio è un giovanissimo architetto. Anche lui ha dovuto andare all'estero, perché qui il lavoro non c’è, e se lo trovi ti fanno lavorare tutto un mese per 300 euro. Quanto fa al giorno? Circa 10 euro? Quanto fa all'ora? Fate il conto, e poi ditemi se possiamo continuare così.
Hanno trovato l’uovo di Colombo. Sanno che noi genitori non lasceremo i nostri figli morire di fame, che li manterremo fino a chissà quando. Ed è per questo che non ci lasciano andare in pensione.
Mio figlio è un ragazzo pieno di sogni, ed è per questo che ha deciso che rimarrà definitivamente all'estero, dove – contrariamente a quello che succede in questo nostro Paese senza vergogna - lo pagano per quello che sa fare, che gli è costato fatica, sacrifici e tante notti sui libri e sui progetti da consegnare. Molte mie amiche hanno i figli all'estero. E avranno nipotini stranieri che vedranno chissà quando.
Avrebbero preferito rimanere qui. Ma quale futuro hanno qui, i nostri figli?
Molti di quelli che vanno via sono proprio i cervelloni, quelli che hanno studiato con impegno e con passione proprio per diventare architetti, ingegneri, medici. E non possono accettare di fare lavoretti di manovalanza, sfruttati fino all'inverosimile.
E ci sono altri che decidono di rimanere qui in questa Patria matrigna, e diventano architetti, ingegneri, medici che rispondono al telefono nei call center, o raccolgono pesche e pomodori, insieme ai braccianti rumeni e marocchini, naturalmente pagati in nero.
La politica –tutta- finge di non vedere e di non sapere. Finge che non ci siano vie di uscita e assicura che “ci stanno lavorando”.
Dovremmo ribellarci e non lo facciamo. Ripetiamo come un mantra “Non c’è lavoro”, “Purtroppo è così, che cosa ci puoi fare?”, “Non si può fare altro”. Ma scherziamo? Bisogna assolutamente fare qualcosa! Dobbiamo ribellarci!


Caro Marco e cara Gloria, qualunque cosa vi sia accaduta, mi dispiace fino alle lacrime. Scusateci. E scusateci tutti, ragazzi. Vi lasciamo un mondo di merda. Mi dispiace, ma non trovo un sinonimo, questa volta.

lunedì 5 giugno 2017

“Vorrei essere brava come lei, professoressa Milani”. Seconda Parte. 629 post


Cara Giulietta, 
cominciamo dai consigli che posso darti, e che possono spiegarti quello che non riesci ad applicare bene de “L’arte di insegnare”.
·        Non ascoltavano sempre, ma a giorni alterni, chiacchieravano spesso, soprattutto durante le esercitazioni.
Il concetto base è questo: quando tu parli, loro devono ascoltare e contribuire alla lezione. Lo devi pretendere. E devi considerarla una pretesa giusta, non una richiesta assurda. È questo il segreto. Il resto viene di conseguenza.
La lezione non è una spiegazione che tu fai, mentre loro sono lì, passivi. Devi imparare a spiegare le cose in modo da coinvolgerli continuamente e senza preavviso (cioè, ognuno deve sentire che da un momento all’altro può essere chiamato). La lezione non deve essere una conferenza che loro devono ascoltare passivamente. Deve essere un lavoro di gruppo: tu guidi e loro partecipano attivamente. Tutti. Sempre.
L’esercitazione e l’interrogazione fanno assolutamente parte della lezione.
Possono distrarsi mentre interroghi un loro compagno? Assolutamente no. E se chiacchierano lo stesso? Smetti di interrogare immediatamente e smetti di fare esercitazione. E se parla solo un gruppetto? Smetti lo stesso. Chi tace quando qualcuno chiacchiera o disturba diventa suo complice. Spiega bene questo concetto: la responsabilità della lezione non è tua, ma di tutti. Se la lezione è noiosa è colpa di tutti. Se è interessante è merito di tutti.
·        la loro attenzione si riduce agli attimi di spiegazione, quando facciamo esercizi alla lavagna loro si distraggono per poi chiedere delucidazioni perché non hanno capito;
ripeto sempre le stesse cose, perché loro non ascoltano;
Mai e poi mai spiegare di nuovo quello che hai già spiegato se loro sono stati disattenti. Chi vuole stare attento e viene disturbato dai compagni chiacchieroni deve protestare. Spiega bene questo concetto: chi tace acconsente (e poi si arrangia).
·        Mai rispondere alle domande di chi non è stato attento. Fanno una domanda? Rispondi, calmissima: “Non hai capito? Che peccato! Dovevi stare attento. Io l’ho già spiegato. Oggi pomeriggio incontratevi a casa, tu e il tuo compagno chiacchierino, e cercate di capire da soli. Sono un’insegnante, non la vostra serva, pronta a ripetere cento volte la spiegazione perché prima non sta attento uno e poi non sta attento l’altro. Se lo facessi sarei una povera scema della quale dite ‘Non serve stare attenti, tanto c’è la scema che ce lo ripete finché vogliamo’. Beh, vi siete sbagliati. Sapeste quanto ho studiato per imparare bene la matematica, capireste. Comunque, se vedo che state attentissimi e non capite allora ve lo spiego venti volte. Ma così no.”
·        10 minuti alla fine dell'ora. Facciamo l'ultimo esercizio (che seguono in pochi) gli altri erano già in riposo. So che già qui lei penserà: e perché ha continuato a far lezione? Non li ha rimproverati? Certo! Annuiscono ma poi continuano a non seguire. Creando il brusio fastidioso. Ci provo, ma se non vogliono, non ascoltano. 5 minuti prima dell'ora. Finiamo l'ultimo esercizio, fine lezione. 5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).
Allora, Giulietta: per quanto tempo devono stare attenti, su 60 minuti di lezione? Rispondo: 60 minuti esatti !
‘gli altri erano già in riposo’ ???  Ma scherzi?
‘5 minuti liberi (potevo non darglieli visto che hanno chiacchierato, ma a che pro? Non avrebbero ascoltato).’
Giulietta, ‘potevo non darglieli’??? Ma scherzi!? Certo” Dovevi non darglieli!!
Niente ultimi 5 minuti, niente riposini! Perché mai dovrebbero riposarsi? Stai lavorando tu? E loro chi sono, scusa?
“Se non vogliono, non ascoltano” ??? Giulietta, ma ti comandano loro?  E che cosa te ne importa, se non ascoltano? Ti stanno facendo un favore, ascoltandoti? Da quello che scrivi sembra che consideri un favore il fatto che ti ascoltino. Appena uno si distrae smetti e dici : ‘Va bene. Smetto di spiegare e segno l’argomento come svolto. Evidentemente non vi interessa. Io lo conosco già benissimo e non ho alcun interesse a ripeterlo, parlando a chi non ascolta. Perché devo parlare, se non siete tutti attenti? Però sappiate che quando interrogo lo chiedo, ovviamente: tanto, credo che non avrete problemi, perché – da come vi comportate - evidentemente lo conoscete già o pensate di studiarlo da soli. Benissimo.
Quindi la lezione è finita, ma state zitti finché non suona la fine dell’ora’. E devi avere un atteggiamento che faccia capire che non è conveniente per loro parlare. Se cedi a questo punto hai perso.
 Certo avere più attenzione e rispetto in più non sarebbe male.
Non devi dire “non sarebbe male”, Giulietta. Devi dire “Devo avere rispetto e attenzione, perché anch’io do loro rispetto e attenzione. Nel mio libro – ricordi? – c’è scritto “Prima date rispetto, attenzione, ecc. e poi pretendete tutto anche da loro”.
E – sempre nel mio libro- c’è scritto che devi avere una buona autostima. Te ce l’hai, ma non abbastanza, evidentemente. Lavora su questo.
       Loro stavano chiacchierando allegramente, ma appena l’hanno vista si sono alzati e dopo poco han fatto silenzio assoluto. È stato umiliante per me. Io li ho guardati, sorridendo amaramente, all'inizio ho pensato (guarda un po' questi che paura che hanno) ma poi…
Io non vorrei mai essere un'insegnante che terrorizza i ragazzi. Anche perché non ne sarei in grado.
[…] meglio un’insegnante disponibile, a cui chiedere senza timore, o una insegnante "cattiva" che però ti fa studiare per paura e magari ti fa ottenere risultati maggiori?
I miei colleghi spesso mi hanno detto: tranquilla è perché sei giovane e ne approfittano, poi sei dolce e loro lo vedono, e ne approfittano.
Altri insegnanti mi hanno detto: devi avere pugno duro. Si, grazie, ma che vuol dire? Sgridarli di più? Interrogarli quando si comportano male? Ma nessuno capisce che lo farei se ne fossi capace? Che non mi diverto a vedere che non hanno alcuna "paura" dei miei rimproveri?
Cara Giulietta, questa idea che l’insegnante che sa tenere la classe è un insegnante che terrorizza è sbagliata. L’idea che l’insegnante che tiene la classe sia odiato perché “fa paura” è sbagliata. L’idea che un insegnante giovane debba – di necessità- non essere rispettato è sbagliata. L’idea che l’insegnante dolce non venga rispettato è sbagliata. L’idea che un insegnante che terrorizza sia rispettato è sbagliata. La paura non è rispetto. Un insegnante rispettato è un insegnante considerato una guida che li può aiutare perché è competente e disponibile.
 L’idea che l’insegnante giovane che non viene rispettato è “perché è giovane” è sbagliata.
In realtà un’insegnante giovane come te potrebbe tenere la classe meglio di una insegnante sessantenne; una insegnante dolcissima e materna nell’aspetto può essere nella sostanza più severa (anche se ci sarebbe da discutere su questo termine “severa”) di una che appare burbera; “severa” non vuol dire “cattiva”; “esigentissima” non significa “odiata”; un insegnante che dà molte insufficienze non è più bravo di uno che dà voti molto alti, e non è vero nemmeno il contrario; un insegnante che permette ai ragazzi di fare quello che vogliono non è più amato e rispettato di uno che pretende il rispetto di tutte le regole; un insegnante che dice “l’ultimo quarto d’ora vi lascio fare quello che volete” non è più amato e stimato dagli alunni di quello che fa lezione fino all’ultimo minuto; e un insegnante che lascia liberi i ragazzi di fare quello che vogliono non è un insegnante che li capisce, ma è un insegnante che non sta facendo onestamente il suo lavoro; un insegnante che si siede sulla cattedra non è più moderno di uno che si siede sulla sedia;
un insegnante che si comporta come un ragazzo forse può essere più simpatico, ma spesso non è stimato, in realtà; se i ragazzi si alzano in piedi quando entra un insegnante non significa che lo rispettano, ma sicuramente significa che si sono accorti che è entrato; che i ragazzi non si alzino in piedi quando entra un insegnante non significa che non lo rispettano; possono rispettarlo, ma solo se stanno zitti e seduti; se i ragazzi ignorano l’insegnante che entra in classe significa che non si accorgono neanche della sua presenza, e sicuramente non significa che lo rispettano; se i ragazzi salutano sorridenti l’insegnante che entra non significa che non lo rispettano; più facilmente significa che lo amano e lo vedono volentieri; ma se i ragazzi non salutano sorridendo un insegnante che entra non significano che non lo sopportano; più facilmente significa che lo considerano solo come un insegnante; se i ragazzi guardano con odio e disprezzo un insegnante significa che lo odiano e lo disprezzano. La comunicazione non verbale è più importante della comunicazione verbale (anche questo c’è nell’Arte di insegnare, Giulietta).
    Perché non riesco a fargli capire che con me possono scherzare ma che quando si fa lezione si DEVE fare lezione;
[…] Certamente il prossimo anno ci riproverò. In verità ci provo sempre, io parto sempre con buoni propositi, poi finisco per entrare in classe anche tra l'indifferenza.
Cara Giulietta, certo che ci proverai. E piano piano ti riuscirà, Vedrai. Tu scrivi:
·        vorrei un po' della bravura dell'insegnante che li fa alzare in piedi, un po' di quella bravura degli insegnanti che sanno tenere la classe, un po' della sua bravura, prof Milani
Tu sei già brava come me, Giulietta. Lo vedo da tutte le frasi che della tua lettera che ho messo in rosso. Tu ti metti in discussione e vuoi migliorare: è questo quello che serve per diventare bravi insegnanti. Ti ci vuole più tempo. Io ho insegnato più anni di tutti quelli che tu hai vissuto. Qualcosa avrò imparato no, in tutti questi anni? L’esperienza è molto importante. C’è scritto anche questo, ne “L’arte di insegnare”. E adesso ho scritto “Maleducati o educati male?”, che non è solo un libro sull’educazione, ma è (moltissimo) un libro sulla Scuola, sui ragazzi, su quello che è importante che insegniamo – come genitori e come insegnanti- per avere il rispetto dei figli e degli alunni, per essere ascoltati, per essere per loro delle guide autorevoli. Quello che ho scritto in questo post è il frutto di tutte le idee che ho conquistato negli anni: dei concetti di autostima, di rispetto, di cultura; dell’esperienza sui rapporti con i ragazzi e con i genitori, eccetera. E ho messo tutto nel libro. Se sono autorevole è perché conosco e trasmetto tutto quello che ho capito e scritto nel libro. Quindi, dopo “L’arte di insegnare” leggi bene anche “Maleducati o educati male?”, perché è la base dell’autorevolezza.
E poi fammi sapere.

lunedì 22 maggio 2017

Lettera ai ragazzi sul bullismo. 626° post

Cari ragazzi, vorrei spiegarvi una cosa.
Una ciambella è un dolce.  Può essere la piccola ciambella che piace tanto agli americani e a Homer Simpson, o la torta che fanno le mamme e le nonne. La ciambella ha un buco centrale e, per quanto possa sembrare strano, proprio quel buco costituisce la principale difficoltà. L’espressione della saggezza popolare “Non tutte le ciambelle riescono col buco” significa che non tutto quello che cerchiamo di fare bene riesce bene.

Ecco, ragazzi, le persone sono come le ciambelle: non tutte riescono bene. Eppure i genitori e gli insegnanti ce la mettono tutta per educare i bambini e i ragazzi in modo che diventino brave persone.
Nella società, infatti, ci sono tante persone adulte che sono cresciute come ciambelle senza il buco: i disonesti, i violenti, i razzisti, per fare degli esempi. Ma adesso mi interessa spiegare che cos’è un bullo.

Un bullo è solo una triste ciambella senza buco. Un ragazzo che non è venuto bene, insomma. In fondo, se guardiamo attentamente, non è colpa sua, se si comporta così male. Non è capace di comportarsi diversamente. Perché? Cerchiamo di capire perché.
Chi è il bullo?
Un bullo è un ragazzo che è cresciuto male. È un ragazzo a cui manca qualcosa. È una ciambella riuscita male perché non ha il buco. Nel buco della ciambella che rappresenta il bullo ci dovrebbero essere tutti i valori e i sentimenti che impediscono a una persona di fare del male agli altri. Che cosa manca, perciò, al bullo? Manca soprattutto l’educazione al rispetto degli altri e alla non violenza. Il bullo non sa mettersi nei panni degli altri, non sa provare né comprensione né compassione.
Non è semplice, ma è molto importante cercare di capire da che cosa nasce il bullismo e in che cosa consiste.
“«Il bullismo è il fenomeno che si verifica quando uno o più ragazzi picchiano, deridono e perseguitano un compagno, per divertimento o per motivi apparentemente insignificanti». […] Chiediamoci perché mai un ragazzo si diverte tanto a umiliare, picchiare, perseguitare un altro ragazzo. «Perché è cattivo»? Non è «cattivo». Il vandalo fa alle cose ciò che il bullo fa alle persone. Ci chiediamo sempre che gusto ci provano. Perché il vandalo se la prende con un oggetto tanto da danneggiarlo, da volerlo vedere rotto? In realtà ce l’ha con qualcuno, e quell’oggetto è importante per la persona che lui considera «il nemico». Vuole danneggiare la persona e gli rompe l’oggetto che gli è caro. Ride della disperazione di chi trova rigata la macchina; vuole far vedere alle persone «perbene», quelle che lo disapprovano, che lui «se ne frega altamente» di loro e delle loro cose. Vuole danneggiare il ricco, perché lui non lo è, e gli spacca la macchina; vuole danneggiare tutto il resto della società, che gli sembra che non lo aiuti, e spacca qualunque cosa: giardini, fiori, aiuole, statue; danneggia sedili del treno o del pullman, perché non si sente parte della società, ma escluso, emarginato dalla società. Il bullo invece ce l’ha con i compagni studiosi, o più ricchi, o più belli, o semplicemente che a casa hanno una vita regolare senza problemi. Rovina i loro libri, nasconde o rompe i loro astucci, o i loro occhiali. I bulli e i vandali sono ragazzi sofferenti, molto fragili, resi duri e crudeli dalla vita, nel corso degli anni.[…]  Il bullo picchia, minaccia, perseguita, estorce, tortura, per dimostrare di essere forte e per nascondere le sue debolezze.
Sceglie le vittime fra i compagni più deboli, perché deve essere sicuro di vedere la paura nei loro occhi.
Paura che funziona come adrenalina, per lui. Deve avere un seguito di deboli che lo temono, e che forse, a volte, lo disapprovano, ma che scelgono la strada più facile dell’assecondarlo per evitare grane, perché vivono di luce riflessa, sono «qualcuno» perché sono amici del bullo.”[1]

Un bullo non è una persona forte e felice, quindi. Al contrario: è un ragazzo che recita una parte perché altrimenti sente di non essere nessuno; recita la parte di chi è ammirato perché ha potere. Non è un ragazzo amato per il suo carattere, per la sua intelligenza, e non è rispettato perché sa fare qualcosa di bello. Un bullo finge di essere felice e di essere potente, e crede di essere rispettato perché sa fare del male senza farsi degli scrupoli. Ma quello che ottiene non è mai ammirazione e non è rispetto, in realtà. È soltanto paura. Il suo non è coraggio. È vigliaccheria.

Questa lettera non è indirizzata ai bulli. È indirizzata a tutti gli altri ragazzi: a quelli che si fingono bulli per paura, ma non lo sono, alle vittime dei bulli, che soffrono in silenzio, perché sono spaventati, e a chi assiste a atti di bulismo e tace, per non avere grane.
A tutti voi dico: i bulli sono poveri ragazzi per i quali provare pena. Sono ragazzi che hanno bisogno di aiuto. Non li assecondate, non seguiteli. Parlate con gli adulti, senza paura. Dite quello che accade, - a scuola, per la strada o sui social - dite quello che vedete e quello che sapete. Aiutate le vittime dei bulli a salvarsi dalla persecuzione. Ma aiutate anche i bulli, parlando con i vostri genitori e con i vostri insegnanti. Se vedete un ragazzo che viene picchiato chiamate subito la polizia, senza paura. Voi potete farlo. Dovete farlo. Se tacete diventate complici.





[1] Da Isabella Milani, L’arte di insegnare”, Vallardi 

domenica 21 maggio 2017

Non posso fare pronostici sulla promozione o sulla bocciatura. 625° post


Come ogni anno a maggio, ricevo molte lettere di mamme, di padri e di ragazzi preoccupati, che mi mandano l'elenco dei voti e mi chiedono di fare un pronostico sulla promozione.
 Per esempio:
"Con 13 note e con 5+ in italiano in matematica e spagnolo e tutti gli altri sono sufficienti e con 7 in comportamento, si viene bocciati?"

Chi non è insegnante crede che l'esito finale dell'anno scolastico dipenda solo da una semplice questione di voti. Ma non è così.

 Rispondo a tutti con l'invito a leggere quello che ho già scritto su bocciature e promozioni qui sul blog, (qui), e su Il Libraio, in questo articolo.

In bocca al lupo! Spero che gli insegnanti prendano la decisione migliore che - lo sottolineo per i ragazzi e per i genitori - a volte è la promozione, ma a volte potrebbe anche essere la bocciatura.




domenica 13 novembre 2016

“A che cosa serve mettere una nota disciplinare a ragazzi delle superiori?” 587° post

Tommaso mi scrive:

“Cara Professoressa,
Le scrivo perché ho molti dubbi che annebbiano la mia testa... E visto che non ho trovato nessuna persona imparziale con la sua esperienza, ho pensato che lei fosse la persona più adatta per poter dare una risposta concreta e verosimile... Secondo lei una professoressa con quale scopo mette note disciplinari a ragazzi di 5 superiore? Io frequento l’istituto alberghiero. Parlo di note per ritardi brevi (per ritardi brevi intendo 2-5 minuti, rientro ricreazione, entrata mattutina ecc.), qualche chiacchierata scappata con il vicino di banco, una parola inappropriata (parolacce e quant’altro) ... Per me hanno più scopo punitivo e intimidatorio , il perché lo spiego subito... Essendo ragazzo io quando compio un errore tipo rientrare in ritardo (magari perché stavo finendo il panino ) mi accorgo subito che ho sbagliato , non ho bisogno di un ulteriore nota per farmelo capire , accumulando note e venendo sospeso una prima volta , le successive volte non sto zitto perché con la sospensione ho imparato anzi tengo tutto dentro  , ma solo perché ho paura di perdere l'anno se prendo altre note , di conseguenza non è che la ''note'' ''sospensione'' mi abbia insegnato qualcosa , mi ha solo intimorito... volevo sapere un suo parere , grazie mille per l'eventuale risposta.”

Caro Tommaso, mi dispiace, ma devo dirti che i tuoi insegnanti fanno bene a metterti delle note se non segui le regole. Un ragazzo che è in quinta superiore dovrebbe, dopo aver sbagliato, correggersi, e non ripetere più lo stesso sbaglio. Per esempio, se finisce l'intervallo e non hai terminato il panino, pazienza, lo incarti e lo mangi quando esci. Se ti scappa la parolaccia o la chiacchierata significa che non sei in grado di controllare te stesso: come farai quando andrai a lavorare? Devi renderti conto del fatto che l’insegnante che ti mette le note sta cercando di farti capire che il tuo comportamento non va bene, visto che esiste un regolamento di istituto e sicuramente te lo avrà già spiegato inutilmente a parole molte volte.  E spera proprio che, visto che non riesci a capirlo con le parole, tu ti comporti bene per la paura di perdere l’anno. Hai ragione, sarebbe più bello non arrivare alle maniere forti, ma a volte siamo proprio costretti.
In un istituto alberghiero il comportamento è molto importante: la puntualità, l’organizzazione di quello che fai, il contegno che tieni, l’atteggiamento che hai verso gli altri potranno farti avere o perdere il lavoro.  Addirittura, se un ragazzo vuole diventare cameriere credo che non sarebbe poi così male dare un voto alla sua capacità di essere gentile e perfino sorridente. Caro Tommaso, ti stai preparando per il mondo del lavoro, oltre che per la vita.
Da come scrivi, sembra che tu sia convinto di avere il diritto di entrare in ritardo (anche solo di due minuti, è sempre ritardo); di distrarti durante la lezione, di “finire il panino” anche se il tempo della ricreazione è finita, di usare un linguaggio volgare. Ora, prova a trasferire tutto questo nel mondo del lavoro: tu sei il cuoco, il ristorante è aperto e tu ritardi; sei il cameriere, ti viene appetito e invece di andare subito a servire i clienti che sono entrati, li fai aspettare perché “devi finire il panino”; servi al tavolo, ti cade un piatto ed esclami “merda!”; il cliente sta ordinando e tu ti metti a chiacchierare anche solo per trenta secondi con un altro cameriere. Ti sembra che potresti mantenere a lungo il lavoro? Io credo di no, Tommaso. Mi chiedi a che cosa servono le note e dici che secondo te non servono per farti capire ma per punirti, intimidirti e alla fine- magari- bocciarti. È così, infatti.
Se ti mettono le note e tu non capisci lo stesso, pazienza, vorrà dire che ripeterai l'anno. È una tua libera scelta, soprattutto vista l’età che hai. Te lo spiego esagerando un po’ il concetto: le note sono come le multe e le sospensioni sono come la prigione. Se tu metti la macchina in divieto di sosta e prendi una multa, la colpa è del vigile o è tua? C’è molta gente che se la prendere con il vigile, con la scusa che non ci sono parcheggi, ma questo significa non rispettare la legge.  Se continui a mettere la macchina in divieto di sosta e ti fanno di nuovo la multa, ti sembra di essere furbo? E se decidi di rischiare e di metterla dove c’è il cartello di “rimozione forzata”, se ti portano via l’auto di chi è la colpa?
Se uno ruba e va in prigione, non è giusto? Se esce e continua a rubare, che cosa dovrebbe fare la società? Dovrebbe dire “Vabbè, lasciamo perdere non ha capito che non deve parcheggiare dove non si può o non deve rubare. Laciamolo fare”? Ti sembra logico? Quindi: che cosa dovrebbero fare i tuoi insegnanti? Fare come dici tu, cioè lasciarti fare e non metterti le note anche se non segui le regole,?
Credo che in quinta superiore queste cose dovresti già averle capito, anche senza la spiegazione di nessuno. Noi sei più un bambino, Tommaso.
Comunque adesso te le ho spiegate di nuovo io.
Fammi sapere se hai capito.

venerdì 20 maggio 2016

Su IL LIBRAIO un mio articolo sulle scuole aperte d'estate. 565° post


Non voglio mettere in dubbio la buona volontà del ministro Giannini e del governo, ma mi piacerebbe che facessero le cose un po' meglio. Ogni "invenzione" del governo (di tutti i governi) si rivela poi una strada che non porta da nessuna parte. 
Potrebbero fare delle simulazioni, per vedere se si possono attuare i progetti che propongono. Le fanno? Mi piacerebbe anche sapere a chi hanno chiesto di verificare se la cosa è fattibile. 
Temo che il  progetto che hanno presentato - sulla carta davvero utile - si risolverà in qualcosa che gli insegnanti non possono organizzare perché non ci sono i tempi tecnici, e le scuole che riceveranno il denaro (e mi piacerebbe proprio sapere quanti soldi arriveranno effettivamente alle scuole) ce la metteranno tutta per utilizzare i fondi in un progetto  fatto in fretta e furia, che lascerà probabilmente il tempo che trova. Credo che le scuole (che non sono, come potrebbe sembrare, tutte quelle che si proporranno delle quattro zone proposte) saranno costrette a scegliere un solo progetto e temo che non riusciranno a estenderlo a tutti gli alunni che chiedono di partecipare. Alla gente rimarrà l'impressione che il governo abbia fatto tanto per i ragazzi e per le famiglie, e per tutto quello che non funzionerà la colpa verrà data agli insegnanti. Non mi piace, e spero di sbagliarmi. Leggete l'articolo su IL LIBRAIO.  

Lo trovate QUI ->  Tenere aperte le scuole d’estate? Meglio campi estivi pubblici gratuiti – La polemica

di Isabella Milani | 20.05.2016


martedì 16 febbraio 2016

Cari lettori, oggi vi dico com'è andata l'interrogazione. 549° post

Qui c'è l'interrogazione con tutte le vostre risposte.



Cari lettori, siete stati bravi, e alcuni bravissimi!!! 
(non è detto che tutti debbano essere bravi allo stesso modo, anche perché non tutti mettono nelle cose lo stesso impegno, e non tutti hanno la stessa capacità di osservazione). 
Questa è già una prima osservazione :-)

Ecco le altre mie osservazioni. Le espongo in modo che, mentre le leggete, possiate capire in che senso credo che possano esservi utili nel vostro lavoro (e non solo in quello di insegnante) e nelle vostra vita di relazione.

Il personaggio di Miranda Prisley si ispira a una grande manager, giornalista e direttrice di Vogue, la più autorevole rivista di moda statunitense e mondiale. Quindi è una grande professionista, stimata da tutti. 
L’idea che le persone hanno di te si basa molto anche sulle cose che sanno di te o hanno sentito dire di te. Tu a scuola (o in qualunque luogo) vieni giudicato anche per quello che si dice di te: “Con quella si può copiare”, “Ti lascia fare quello che vuoi”, “Bisogna stare attenti perché perché altrimenti ti fa il mazzo”, “È uno stronzo!”, “È giusto”, “È ingiusto”, “È pazza. Urla sempre”,ecc.

- “Sta arrivando. Avvisa tutti!”:
non occorre dire “chi” sta arrivando. La sua presenza è sottintesa anche quando è assente. Miranda è la persona che tutti quelli che lavora da Runway aspettano. La aspettano perché è lei che guida Runway.
Un po’ come quando gli alunni ti aspettano sulla porta della classe e tu ti arrabbi perché non sono in classe, al loro posto. Fateci caso: i ragazzi non aspettano tutti gli insegnanti sulla porta. Per alcuni non vale la pena neanche di girarsi quando entrano. Chiedetevi perché lo fanno.

-  Quelli che lavorano da Runway e hanno un minimo di potere si comportano come Miranda: non posano neanche lo sguardo sulle persone per loro insignificanti, ma notano tutto e non hanno rispetto per chi dipende da loro.
Pensano che per Miranda “potere” equivalga a “mancanza di rispetto” e cercano di essere come lei.
Nigel (con disprezzo, come se si trattasse di una colpa grave)
Qualcuno ha mangiato cipolle?

Emily
Salve, ho un appuntamento con Emily Charlton.
Andrea Sachs? Stupendo! Alle risorse umane hanno davvero uno strano senso dell'umorismo.

Nigel (dietro un quaderno, senza preoccuparsi di quello che può pensare Andy)
Chi è questa? (“Questa”: come se fosse un oggetto)
Emily
Lasciamo stare quel tasto, per favore.

Ecco un atteggiamento da non tenere mai con gli alunni. Gli alunni devono rispettarti perché dimostri di valere, di essere competente, sicuro di te, giusto. Non perché li annienti, li mortifichi, offendendoli. La mancanza di rispetto, l’umiliazione possono per un momento darvi l’impressione (molto errata) di avere il coltello dalla parte del manico, ma non è così. Con quel coltello prima o poi vi taglierete.
I ragazzi vanno rispettati al massimo, anche nel momento in cui dovete rimproverarli. Credere che si possa essere autorevoli tenendo comportamenti autoritari, che incutono paura è un grave errore. La paura provoca astio e poi – la prima volta che vi mostrerete deboli -  ribellione.

Quelli che lavorano alla Runway.

Alla notizia dell’arrivo di Miranda tutti corrono per trasformarsi come li vuole Miranda: efficienti, eleganti, con un look perfetto, tacco 12, trucco fresco, perfettamente come vuole lei; nessuno intralcia il suo passaggio, neppure sull'ascensore (“Scusa Miranda”); non beve acqua qualunque: beve acqua italiana, San Pellegrino (da notare che tutti in ufficio bevono acqua San Pellegrino, come Miranda); deve esserci ordine dappertutto, le riviste da esaminare devono essere pronte, allineate sulla sua scrivania.

Gli insegnanti che vengono stimati dicono sempre come vogliono che vengano fatte le cose, nei tempi e nei modi. La scuola deve essere come un posto di lavoro. Il dirigente (il responsabile, il capoufficio, ecc.) che dà disposizioni deve essere chiaro e preciso: quello che vuole che venga fatto in un certo modo deve essere specificato bene; quello che il lavoratore può decidere in autonomia, anche. E, naturalmente, deve dare per primo il buon esempio. Deve essere inattaccabile.
Per l’insegnante è lo stesso: tentennare, cambiare idea dopo aver assegnato un compito e dimenticare di modificare le consegne, rimanere sempre nel vago e poi pretendere che gli alunni capiscano quello che devono fare, essere poco chiari, non dà autorevolezza.

Miranda si presenta vestita elegantemente, con passo sicuro, apparentemente disinteressata a tutto quello che la circonda, assorta in pensieri e interessi ben più alti. Non guarda in faccia quelli con i quali parla, né quelli che incontra, ma dimostra sempre che in realtà non le sfugge nulla. Viene inquadrata nei dettagli, in modo che lo spettatore noti i particolari che la distinguono per eleganza.

Miranda entra in ufficio già con un rimprovero, e dando una serie di ordini in sequenza veloce, totalmente disinteressata di eventuali problemi che la velocità dei comandi impartiti può creare a Emily o ad altri. Gli ordini sono precisissimi e non facili da eseguire (“Voglio delle torte con ripieno di composta di rabarbaro!”: non una torta di mele.).
 Le disposizioni che dà a Emily sono ordini da trasmettere anche a una serie di altre persone: tutti devono eseguire esattamente quello che lei decide. Tutto quello che Miranda fa insieme ad altri viene deciso esclusivamente da lei.
Quando parla, Miranda usa un tono perentorio, che non ammette replica. Si aspetta da tutti la massima efficienza, perché lei stessa è efficiente al massimo. 

Lo si vede in questa e in altre scene, anche indirettamente, attraverso le parole di quelli che lavorano per lei o con lei:

Nigel: "Vieni, Miranda ha anticipato la rassegna di mezz'ora. E lei è sempre un quarto d'ora in anticipo!"
Andy:
 "Il che vuol dire?"
Nigel: "Che sei già in ritardo!" 

Miranda
“Di' a Simon che non intendo approvare la scelta della ragazza sul servizio brasiliano… Io l'ho chiesta pulita, atletica, sorridente, me l'hanno mandata sciatta, moscia e con la pancia. È tutto,”


Ecco il concetto base, essenziale a scuola:  
Miranda usa un tono perentorio, che non ammette replica. Si aspetta da tutti la massima efficienza, perché lei stessa è efficiente al massimo
Nel film Miranda ha a che fare con adulti e non con bambini e adolescenti. Ovviamente non si può assolutamente tenere con gli alunni un atteggiamento così rigido, duro e sprezzante.
Ma si può imparare da Miranda la cosa che più interessa: non è paura di Miranda, quella che provano le persone che lavorano con lei. È paura di non essere all'altezza di Miranda, di non essere perfetti come li vuole, ognuno per quello che deve essere lì: bella, “alla moda, magra, ovviamente”, slanciata, efficiente, competente e professionale. Nessuno sembra odiare Miranda: la ammirano, la stimano perché conoscono la sua grande professionalità e competenza. 
"Certe persone si ammazzerebbero per lavorare in questa rivista"

I suoi collaboratori hanno avuto indicazioni molto precise su quello che devono fare e su come devono farlo, e da quel momento lei si aspetta che facciano da soli:
Miranda:
 “Sei pregata di andare a importunare qualcun altro con le tue domande”. 
“Qualcuno sa dirmi perché il mio caffè non è ancora qui? È morta per caso?”
“Ma perché nessuno è pronto?”

Emily:
“Non si chiede mai niente a Miranda. È chiaro?”
Andy:
“Posso fare altro per te?”
Miranda:
“Il tuo lavoro”

Miranda:
"Vado a pranzo. Ritorno per le 3. Il mio caffè Starbuck's deve essere qui ad aspettarmi. E se non hai il libro di Harry Potter per quell'ora, non ti disturbare a tornare!"

Il motivo principale della piccola “interrogazione” che vi ho proposto consiste nel fatto che imparare a osservare le persone, i dettagli di quello che ci circonda e – soprattutto - porsi su ogni cosa la domanda “perché?” è la base stessa della comprensione del mondo, degli altri e – nell'insegnamento – degli alunni. Bisogna sempre andare al di là delle apparenze, perché molto spesso la vera essenza di una persona non si vede a una prima occhiata. Esercitatevi.
Tutto il resto lo avete detto voi durante l'interrogazione. :-)

È tutto. :-)


p. s.  Però, devo dire che quando sorprendo un alunno che durante la lezione fa qualcosa che ritengo non accettabile, il mio sguardo è molto simile a questo. Spesso non devo neanche aggiungere parole. :-)

lunedì 25 gennaio 2016

Suicidi e bullismo: di chi è la colpa? Articolo su IL LIBRAIO. 547° post





Bullismo, tragedie

responsabilità

di chi dovrebbe educare

di Isabella Milani | 25.01.2016



Ogni volta che si parla del suicidio di uno studente vittima di bulli c’è un picco nell'interesse sul bullismo. Articoli, programmi e interviste per trovare delle risposte e delle soluzioni. Poi, più nulla.
“La colpa è dei ragazzi di oggi che non hanno più valori!”, “La colpa è dei genitori che non hanno educato i figli!”, “La colpa è della scuola che non fa prevenzione!”, “La colpa è dei professori che non se ne sono accorti!”.


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