La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

La mia foto
La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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lunedì 25 gennaio 2016

Suicidi e bullismo: di chi è la colpa? Articolo su IL LIBRAIO. 547° post





Bullismo, tragedie

responsabilità

di chi dovrebbe educare

di Isabella Milani | 25.01.2016



Ogni volta che si parla del suicidio di uno studente vittima di bulli c’è un picco nell'interesse sul bullismo. Articoli, programmi e interviste per trovare delle risposte e delle soluzioni. Poi, più nulla.
“La colpa è dei ragazzi di oggi che non hanno più valori!”, “La colpa è dei genitori che non hanno educato i figli!”, “La colpa è della scuola che non fa prevenzione!”, “La colpa è dei professori che non se ne sono accorti!”.


giovedì 13 marzo 2014

Se si muore per la Scuola. 446° post

“Non ce la faccio più a sopportare questi rompiscatole, non ce la faccio a studiare. Non riesco più. Non posso più vivere così”
Questa è una frase contenuta nel biglietto di addio lasciato da una ragazza di terza media che si è suicidata. I rompiscatole sono gli insegnanti.
“Non si può morire così, perché la professoressa l’ha sgridata. Non è giusto. Io lo ripetevo ai prof, che lei era molto sensibile, troppo. Che non dovevano alzare la voce con lei, perché non lo sopportava. È sempre stata così. Invece la tormentavano, non la lasciavano tranquilla”.
E queste sono le parole della madre.
È terribile per noi insegnanti leggere queste notizie. Noi passiamo il tempo, la nostra vita, a cercare di aiutare gli alunni, di insegnare quello che possiamo, e l’idea che una ragazzina possa uccidersi è un fallimento. Ma non è un fallimento solo per noi: lo è per tutti gli adulti. Qualsiasi sia il motivo per cui lo fa: che lo faccia per amore, per vergogna, per paura, per i voti, perché è rimasta incinta, perché si sente in trappola per qualsiasi motivo. È sempre una sconfitta per gli adulti. Per tutti.
Perché quando qualcuno si suicida significa che non ha saputo trovare una via di uscita da un problema.
Ci sono ragazzi che si suicidano perché vengono presi in giro, perché sono stati bocciati, perché vengono rimproverati, perché hanno sfasciato la macchina del padre, perché non sanno affrontare la loro omosessualità. E sempre si dà la colpa a qualcuno. Quando il suicidio c’entra con la scuola si dà la colpa agli insegnanti. Gli insegnanti sono rompiscatole quando rompono il quieto vivere creato intorno ai ragazzi quando non si vuole insegnare loro ad affrontare i problemi. Perché è difficile e faticoso, insegnare a combattere contro le difficoltà, che prima o poi si presentano nella vita di tutti. E si dà la colpa agli altri se qualcosa va storto. Agli insegnanti, per esempio.
Ma non è giusto. Non possiamo accettare anche questo fardello.
Un ragazzo si suicida quando i brutti voti e la bocciatura vengono sventolati come tragedia, come condanna, come minaccia. Soprattutto a casa. Nella mia carriera mi sono trovata abbastanza spesso a suggerire ai genitori di essere meno rigidi con i figli e di evitare di pretendere risultati che in quel momento i ragazzi magari non potevano dare. I genitori vengono a colloquio per sapere come va il figlio, e la cosa che interessa alla maggioranza è soltanto se ha la sufficienza e se verrà promosso. E capita che se tu dici che il ragazzino ha preso 6, la madre risponda “Come..soltanto 6? Mio marito vuole che prenda almeno 7.”
Almeno 7. E se il  bambino non ci riesce proprio?
Ci sono genitori che non rimproverano mai i figli. Lo vediamo quando poi arrivano a scuola e, se li rimproveri, ti guardano con gli occhi sgranati come se avessero visto un alieno.
Ci sono genitori che non alzano mai la voce, perché cercano di parlare con i figli, perché hanno un tipo di vita che permette anche dei dialoghi sereni. Ma ci sono degli altri genitori che rischiano ogni giorno la cassa integrazione, sono nervosi, molto nervosi, e sono abituati a reagire urlando, a rimproverare insultando, a mollare uno schiaffo per sottolineare un concetto.
Ci sono figli di genitori che vanno d’amore e d’accordo, abituati a vedere sorrisi e e abbracci, e figli di genitori che si picchiano, abituati a vedere calci e pugni.
Ci sono genitori che lasciano (devono lasciare) i figli sempre soli e che non sanno quasi niente di loro; e ci sono genitori che hanno un controllo costante su ogni sospiro dei figli.
Ci sono genitori che non hanno la minima conoscenza della psicologia dei bambini e dei ragazzi e fanno errori colossali. E ce ne sono altri che hanno studiato psicologia e che fanno lo stesso errori colossali.
Nelle scuole sono insieme, tutti questi figli di genitori così diversi. Sono 25, sono 28. Troppi.
E noi, anche se stiamo attenti, attentissimi,  come possiamo accorgerci di quello che c’è dietro i loro comportamenti, i loro sguardi?
I ragazzi sono seduti tutti insieme davanti a noi, e non abbiamo quasi nessuna occasione per parlare a tu per tu, con calma. Non possiamo conoscerli, se non per quello che vediamo da lontano, dalla cattedra, attraverso il filtro della classe intera.
Noi che insegniamo italiano abbiamo qualche possibilità in più, quando sono piccoli, di leggere quello che scrivono della loro vita. Ma spesso non basta. Perché i veri problemi, di solito, non li raccontano. E, se non ce lo dicono, noi non sappiamo se a casa c’è una mamma gravemente malata, se il padre torna sempre ubriaco, se non hanno i soldi per pagare le bollette.
E quando i ragazzi arrivano alle superiori, quando diventa ancora più difficile scalfire la loro indifferenza verso la Scuola e gli insegnanti, dove è sempre più difficile essere considerati come guide, in un mondo dove solo chi ha successo e denaro ha diritto di essere ammirato, dove tutto cambia a un ritmo che noi adulti spesso non riusciamo a tenere, allora non abbiamo più molte speranze che ci confidino il loro malessere, e non abbiamo occasioni per cercare di vederlo perché siamo sempre troppo lontani da loro.

“Io lo ripetevo ai prof, che lei era molto sensibile, troppo. Che non dovevano alzare la voce con lei, perché non lo sopportava. È sempre stata così. Invece la tormentavano, non la lasciavano tranquilla”. Come possono, gli insegnanti, “lasciare tranquilla”, per esempio, una ragazza che non studia, che non viene a scuola, o che insulta i compagni? Noi dobbiamo intervenire in qualche modo. O dovremmo tacere e “lasciarla tranquilla”? Se una ragazza è molto fragile, se si spaventa quando qualcuno alza la voce, come possiamo noi insegnanti, alle prese con 25 ragazzi o bambini urlanti, non alzare mai la voce? Come possiamo non alzare mai la voce se un ragazzo dà un pugno ad un altro? Come possiamo non alzare mai la voce, o non rimproverare un’alunna che invece di stare attenta si specchia e si trucca? Perché non è così facile fare in modo che tutti e 25 gli alunni di una classe stiano attenti. Non è facile far capire a quella ragazza che si specchia e si trucca che lo studio è più importante, perché magari a casa riceve lezioni di trucco dalla madre. E quando noi, felici perché quasi tutti stanno attenti, ma impotenti di fronte a qualche irriducibile menefreghista, perdiamo per un attimo il nostro indispensabile self control e tiriamo un urlo, dovremmo essere capiti.
Se i ragazzi di una classe fossero molti di meno, se nelle scuole ci fosse uno psicologo, se alla Scuola venissero assegnate più risorse, se i genitori fossero più collaborativi con noi, e più attenti ai valori veri della vita da trasmettere ai figli, se la gente smettesse di credere che il nostro lavoro consiste semplicemente in una lezioncina che propiniamo, sempre uguale e senza problemi, agli alunni, forse – e dico “forse” – potremmo fare di più per questi ragazzi.
Perché quando un ragazzo, un figlio, si suicida per la Scuola, qualcosa non ha funzionato. Ma non sono stati gli insegnanti, la causa del malfunzionamento. Non ha funzionato l’educazione che ha ricevuto a casa, non ha funzionato il sistema scolastico che non prevede momenti per parlare con gli alunni, per capirli, per aiutarli nei loro problemi, per far loro capire che un rimprovero non significa che tutto è perduto. Il massimo che possiamo fare noi insegnanti, oggi, così come è strutturata la Scuola, è di cercare aiutare i genitori nel compito di insegnare ad affrontare le difficoltà. Perché l’educazione alla vita – non dimentichiamocelo mai – è, prima di tutto, compito dei genitori.
Non ci può essere data anche la responsabilità della capacità di vivere degli alunni.
Se  la società smettesse di abituare i ragazzi al concetto che tutto deve essere facile, che ogni ostacolo deve essere rimosso dalla loro strada, forse i  ragazzi non si drogherebbero e non si suiciderebbero.

giovedì 9 gennaio 2014

“Bambino violento a scuola. Nessuno fa niente.” Di chi è la colpa?. 433° post

Stefy mi scrive:

"Buongiorno prof., sono una mamma di un bimbo di 6 anni. Purtroppo sono qui a raccontarle, mio malgrado, di una situazione di pesante violenza che si perpetua nella classe di mio figlio. In questa classe c'è un bambino che dall'inizio dell'anno commette atti di violenza, usa linguaggio e atteggiamenti inappropriati. Se mi permette vorrei essere molto dettagliata cercando di scrivere in modo " distaccato", per quanto lo si possa essere, in modo da farle pervenire il quadro quanto più obiettivo possibile.
Da quando è iniziata la scuola, ogni santo giorno uno o più bimbi tornano a casa chi con lividi, chi pugni nella pancia o calci in faccia, chi magari se l'era cavata solo con uno sputo in faccia, chi con libri o quaderni rotti, chi con morsi, e chi, come a mio figlio ha pisciato addosso! ecc. Ogni mattina quindi le mamme dei "colpiti" si fermavano a parlare con la mamma o la nonna dell'accaduto sentendosi dire che loro non insegnano questi comportamenti al bimbo, che volevano un confronto tra le parti, bimbi di 6 anni, e che una volta confermata dal loro bimbo l'episodio, più di chiedere scusa che possono fare? anzi era anche colpa delle maestre che non controllavano e che per es. mandano due bimbi in bagno nello stesso momento causando loro l'incidente diciamo dell’aver sbagliato mira. Così abbiamo rivolto le lamentele alle maestre che prendevano atto della situazione e promettevano più attenzione.
Dopo due settimane dall'inizio dell'anno scolastico, abbiamo richiesto una riunione per fare il punto della situazione, venendo apostrofate con "ecco tutti gli anni ci deve sempre essere l'additato di turno", ovviamente riunione "negata", nel senso che fu non mai inoltrata richiesta alla Dirigente.
Gli episodi non solo non sono diminuiti, ma hanno avuto un ulteriore sviluppo. Questo bimbo, tra l'altro anche fisicamente imponente, ha iniziato a picchiare le maestre, dare loro della "puttana", e uscire dalla classe quando ne aveva voglia, ovviamente senza trascurare le sue attenzioni agli altri bimbi.
Intanto noi mamme ci siamo informate, chi già lo conosceva ha avuto conferme, anche in paese. Bene, il bimbo vive con madre e nonna, il padre se ne è andato ed è stato cresciuto tra botte e parolacce. Ma proprio botte a volte pure vantandosene ad esempio al parco con altre mamme che di fronte alle marachelle dei loro bimbi non usavano le mani (ci è stato pure riferito che un bimbo fu ricoverato all'ospedale perché menato dal suddetto con un bastone).
Questo bambino ha pure un fratello ora ventenne cresciuto allo stesso modo, ricevendo un carico maggiore di botte ed insulti degni dei migliori ghetti dopo che si dichiarò gay e la madre gli disse pure che non doveva andarsene di casa fintanto che a lei servivano i soldi del suo stipendio.
Ogni giorno avevamo conferme dei maltrattamenti fisici e verbali al bambino ed ogni giorno i nostri figli tornavano a casa con qualche problema. Mentre ingenuamente aspettavamo un incontro con l'istituzione scuola, ci siamo accorte che nel tempo i nostri figli cambiavano, mostrando segni di forte stress, ad es. chi non vuole andare più a scuola e piange finché è costretto ad entrare, chi di notte nel sonno urla, chi ha ricominciato a farsi la pipì addosso, chi alle richieste della mamma come ed es. di lavarsi le mani, inizia ad urlare e piange, scagliando il telecomando contro la tv, rompendola.
Noi, chiedendo ai bimbi, abbiamo saputo che spesso la maestra, esasperata, urla ma urla proprio tanto, lo manda in altre classi, dove ovviamente lui non si fa scrupoli a picchiare ed insultare nuove maestre e nuovi bimbi, creando disordine. Il culmine lo si è raggiunto una mattina in cui lui ha distrutto ogni cosa gli fosse a tiro, urlando le peggio cose e picchiando la maestra che cercava di fermarlo, così lei esasperata lo ha messo di forza fuori dalla classe e si è chiusa dentro con gli altri bimbi spaventati che hanno pure chiesto di chiamare i carabinieri.
Viviamo nell'ansia di ricevere una telefonata dalla scuola, in cui ci viene comunicato il peggio.
Così dopo rispettosa attesa abbiamo preteso una riunione, a cui ci siamo sentite rispondere dalla responsabile della scuola che allora proprio doveva far richiesta, facendoci capire che fino a quel momento non si era mosso nulla.
La maestra principale ci ha detto di volere pure lei una riunione perché non ce la fa più e quella di inglese è terrorizzata perché è la vittima preferita dal bimbo.
Nel contempo a scuola i nostri bimbi venivano caldamente invitati dalla maestra a non raccontare più a casa quello che accadeva durante la mattina.
Finalmente la riunione in cui ci sono tutte le nostre maestre e genitori. Iniziamo ad esprimere in modo molto civile le nostre preoccupazione in merito e chiedendo con tutta la disponibilità possibile che ci venissero anche dati suggerimenti su come parlare ai nostri figli quando subivano violenze.
Non abbiamo fatto riferimento ad ogni episodio subito da ogni bambino, per non trasformare l'assemblea in un lungo elenco di episodi accusatori e poi perché le maestre  erano già al corrente e perché la mamma di questo bimbo si era già lamentata che lei non insegna queste cose, che si è pure sentita offesa quando noi le parlavamo di cosa succedeva perché abbiamo messo in dubbio il suo modo di educare il bimbo e che dall'asilo non era stato segnalato nulla; ah questa è una delle  scuse che adducono pure le maestre.
Durante la riunione ci sono stati confermati i casi di violenza subiti pure da loro e che è vero che dice loro parolacce, ma insomma, in fondo è solo un po’ più vivace di altri bimbi che non sono santi.  Le maestre agiscono ogni giorno un po’ improvvisando in base e quello che accade e hanno detto che è vero che urlano tanto perché è l'unico mezzo che hanno. Ci è stato detto che siamo molto ansiose e che i bimbi assorbono la nostra ansia, non ovviamente le parolacce dette alla maestra e le botte prese pure da loro, che pare evidentemente la normalità. Parlava solo la  responsabile di istituto, le altre parevano statue, ha caldamente invitato i genitori a sminuire gli episodi,  soffocare le ansie  ed i turbamenti dei bimbi che "dai, lo sappiamo, a volte esagerano" e che non va bene che sentano l'appoggio completo dei genitori su tutto; infatti un'altra mamma, anche lei educatore, ha raccontato che quando sua figlia le parla della scuola lei la ferma e le dice che non vuole sapere cosa ha fatto quel bimbo, ma cosa ha combinato lei, in fin dei conti se ti ha picchiata magari tu l’hai provocato. Questo intervento ha dato man forte alla maestra che alla nostra insistente richiesta di dirci cosa fare visto che a casa mostrano dei disagi, ci ha girato la palla, poiché a scuola i bimbi son tranquilli, loro non rilevano disagi e che se a casa ci son problemi, voi siete genitori e in qualche modo educatori, gestitevi il problema. Loro hanno pochi fondi per colpa dell’ex ministro Gelmini e che quindi, se vogliamo dar loro una mano, possiamo andare noi a scuola ad assistere alle lezioni, soprattutto quei giorni in cui la maestra è sola tutte le ore.
Abbiamo chiesto cosa pensano di fare in concreto perché sicuramente la situazione peggiorerà, ci hanno risposto che la mamma del bambino ha teso una mano, quindi vediamo di giorno in giorno come affrontare la cosa.
Alla domanda secca "ma se a qualcuno accade un episodio grave?", la risposta è stata "bè speriamo di no!"
Abbiamo chiesto alla direttrice se era al corrente e ci hanno risposto, quasi come se la domanda fosse inopportuna, che sapeva tutto.
Noi mamme crediamo che sia stata la più grossa presa in giro. La maestra secondo noi si nasconde dietro un dito e non capiamo perché non si voglia agire in alcun modo, quando tutti sappiamo che la rabbia del bimbo è causata da anni di maltrattamenti fisici e mentali, che bisogna intervenire sulla famiglia se si vuole recuperare il bimbo e rendere anche più sereni i nostri. Se si continua così alla fine saranno gli altri venti a chiedere l'intervento dello psicologo perché aumenteranno le loro ansie e le loro paure così che per salvarsi da non so cosa rischiano un’intera classe.
Riteniamo di cattivo gusto, inopportuno e assolutamente poco educativo dire ai bimbi di stare zitti e dire a noi di sminuire le loro ansie.
Siamo veramente amareggiate perché non capiamo il motivo per il quale non si voglia intervenire, abbiamo pure pensato che vogliano che siamo noi mamme a muoverci, così che la scuola non viene tirata in ballo.
Noi stiamo annotando scrupolosamente ogni episodio riportato quotidianamente dai bimbi, nonostante le loro resistenze a parlare, perché la maestra non vuole, senza dar troppo peso al loro disagio e senza commentare gli episodi di violenza. Una semplice cronaca di ciò che accade, magari un domani servirà.
Ci chiediamo quanto dobbiamo aspettare e se veramente la scuola non vuole intervenire cosa possiamo fare. Alcune di noi pensano di trasferire il figlio in un altro comune.
Le chiedo scusa se sono stata prolissa, ammetto che ho usato questo mezzo anche per fare ordine mentale e cercare di mettere tutto su un piano razionale, ma la preoccupazione resta e il cuore sobbalza ogni volta che il telefono suona.
Non oso immaginare cosa potrebbe succedere tra due o tre anni. Ma poi alla fine ciò che più ci preoccupa è cosa accadrà ai nostri figli domani.
Le chiedo col cuore in mano un aiuto, se c' è speranza di far tornare la serenità ai nostri figli, ma soprattutto dare serenità a quel bimbo che fin ora ha conosciuto solo odio, violenza a parolacce, una povera creatura che non ha chiesto di nascere per meritare ciò.
La ringrazio per l'attenzione accordatami, resto in attesa di suo riscontro. Stefy.”

Cara Stefy,
ho scritto molti post su questo argomento, ma dato che continuo a ricevere lettere su questo problema, ribadisco alcuni concetti.
Se un bambino di sei anni dà pugni e calci, sputa, morde, rompe quaderni, fa la pipì addosso ai compagni, dà della “puttana” alla maestra mi sembra del tutto evidente il fatto che il bambino non ne ha colpa. Ha dei grossi problemi di socializzazione causati da un vissuto di violenza. E' un bambino "cresciuto a botte e parolacce": come può non avere comportamenti violenti? Non è certo con il semplice ragionamento che si possa pretendere che abbia la maturità di correggersi, e non è con le punizioni che si possa pensare di migliorare la situazione. Anzi.
E’ colpa della mamma e della nonna? Davvero qualcuno può pensare che mamma e nonna possano aver insegnato volutamente al bambino a essere un piccolo selvaggio? O che abbiano tranquillamente permesso al bambino di tirare calci e pugni e di spaccare tutto? Glielo hanno insegnato, involontariamente, con l’esempio, e a casa lo fermeranno con i calci e i pugni. Allora? Possiamo forse educare i genitori? Mi sembra improbabile.
La colpa è “delle maestre che non controllano e che per es. mandano due bimbi in bagno nello stesso momento”?
Noi insegnanti sappiamo benissimo che bisognerebbe che il bambino di sei anni fosse accompagnato in bagno. Ma non c’è più la possibilità di farlo, perché chi fa le eleggi ha deciso che le compresenze erano un inutile spreco di denaro. E allora la maestra manda due bambini per volta perché si controllino a vicenda, sperando che nessuno si faccia male, perché altrimenti daranno la colpa a lei. La domanda è: che cosa dovrebbe fare la maestra, sola in classe? Lasciare 25 bambini soli in classe per accompagnare il bimbo in bagno? Mandarlo da solo? Farlo accompagnare dal bidello che non c’è perché i tagli li hanno ridotti al massimo? (e se c’è non ci vuole andare perché esiste anche il rischio, per lui, di essere accusato di molestie?).
Allora: la colpa non è del bimbo, non è dei genitori, non è degli insegnanti, non è dei bidelli. Allora è del dirigente? E che cosa dovrebbe fare? Espellere il bambino? Impedirgli di entrare a scuola? Buttarlo fuori dalla classe? Picchiarlo? Offenderlo? Legarlo? Dovrebbe mettere un altro insegnante in classe per aiutarlo? E dove lo prende? Non può assumerlo. Lo Stato non lo manda.
Allora? Lasciamo le cose come stanno?
No. Dobbiamo combattere. Quel bambino ha bisogno di aiuto. E i suoi compagni hanno bisogno di essere protetti. Gli insegnanti hanno bisogno di aiuto per gestire quei bambini. I Dirigenti hanno bisogno di risorse. La colpa è dello Stato che lascia soli tutti. Diciamolo chiaramente.
Allo Stato sembra non interessare nulla di ciò che accade nelle scuole, dei problemi dei docenti, dei genitori e dei bambini. Invece lo Stato è l’unico che può e deve fare qualcosa. E i genitori, gli insegnanti e i dirigenti dovrebbero unire le forze. Finché i genitori si limiteranno ad andare nelle scuole ad inveire contro gli insegnanti, a pretendere che trovino loro delle soluzioni; finché si precipiteranno a protestare dai dirigenti, chiedendo genericamente “di fare qualcosa”, non si può risolvere nulla. Né i dirigenti né gli insegnanti possono fare nulla, in realtà. E finché gli insegnanti e i dirigenti, invece di protestare insieme ai genitori, cercheranno di salvare la faccia allo Stato, minimizzando i problemi, e nascondendo le manchevolezze dello Stato, non si risolverà nulla.
Dobbiamo informare i genitori di tutti i problemi che abbiamo, di tutto il lavoro che facciamo, mettere in evidenza quello che manca nelle scuole e chiederlo a gran voce ai Comuni e allo Stato, insieme ai genitori. Non dobbiamo stancarci di chiedere. Di pretendere. Bisogna chiedere e continuare a chiedere finché non si ottiene. Perché la Scuola è la base della società e dell’economia.
Cara Stefy, spero di averti aiutato. In bocca al lupo!”



lunedì 28 ottobre 2013

“Un ragazzo di 21 anni si è tolto la vita perché era gay”. 413° post

“Un ragazzo di 21 anni si è tolto la vita lanciandosi nella notte dall'undicesimo piano” . Era gay e la società non lo ha accettato. Non è una questione di leggi contro l’omofobia. Anche con una legge contro l’omofobia i gay continueranno ad essere picchiati ed emarginati.  È una questione di mentalità. La nostra è una mentalità arretratissima.
Il ragazzo di 21 anni che ha deciso di farla finita con la sofferenza potrebbe essere nostro figlio. Il figlio di amici, che abbiamo visto crescere. Nostro nipote. Un nostro alunno. E se quel ragazzo si è suicidato perché non è riuscito a vivere la colpa è di tutti noi, che non abbiamo saputo accoglierlo come era. Omosessuale. La colpa è della Scuola, che non fa nulla per evitarlo. La colpa è dei genitori che non accettano i figli omosessuali. La colpa è degli adulti, di quegli adulti stupidi e insensibili che raccontano barzellette sui finocchi, che si scambiano cenni di intesa e sorrisini come per dire “ci scommetto che quello è gay” quando passa un ragazzo che magari ride in modo poco “virile”. La colpa è dei politici: di Alessandra Mussolini (Popolo delle libertà) che dice “meglio fascista che finocchio”, di Gianluca Buonanno (Lega Nord) che appoggia sulla sua postazione un finocchio quando alla Camera si parla di omofobia; la colpa è di Calderoli (Lega nord) che dice “La civiltà gay rischia di trasformare la Padania in un ricettacolo di culattoni.”, e di Paradiso (Lega nord) che dice che “La Biancofiore si è dovuta piegare ai finocchi”; la colpa è di Giovanardi (Popolo delle libertà) che ha paragonato un bacio tra donne in pubblico a chi "fa la pipì per strada"; la colpa è di Berlusconi (Popolo delle Libertà), che dice che “è meglio essere appassionato di belle ragazze che essere gay” . La colpa è dello Stato che non prevede una legge che obblighi alle dimissioni immediate tutti i politici omofobi.  La colpa è della Chiesa cattolica, che considera l'omosessualità   "un disordine, un peccato impuro contro natura, una grave depravazione".
Ma la colpa è anche dei genitori, che non accettano, quando il loro figlio è ancora un bambino, neanche il pensiero che possa essere omosessuale, e che spingono i ragazzi a “darsi da fare con le ragazze”, che li incalzano con la domanda “Ma non ce l’hai ancora la ragazza?”. Probabilmente non hanno avuto una preparazione adeguata, ma oggi ci sono tante possibilità per studiare un po’ la questione.
La colpa è anche degli insegnanti che non si accorgono che un ragazzo viene deriso perché è  (o anche solo sembra, gay); di quelli che vedono e fingono di non vedere, di quelli che non prendono provvedimenti disciplinari (sul momento) e non insegnano (sempre) il rispetto per tutte le diversità. Il rispetto per la diversità deve venire, nel programma, prima di qualsiasi argomento. Perché per noi insegnanti prima deve venire la persona e poi la sua preparazione. Educare i ragazzi all'empatia deve essere una priorità assoluta. Invece, nella migliore delle ipotesi,  si pensa a “finire il programma”, e nella peggiore gli insegnanti che sono un po’ omofobi anche loro. Il problema dell’omofobia viene decisamente sottovalutato e, di conseguenza, accantonato.
Ma oggi pensiamoci, a quel ragazzo ventunenne che nella notte ha deciso di farla finita. Pensiamo alla sua sofferenza, tanto grande da risultare insopportabile. Avrà preso tempo. Ancora un’ora, ancora mezz'ora  ancora dieci minuti. Avrà pianto. Chissà quanto avrà pianto povero ragazzo. Avrà bevuto per trovare il coraggio. Avrà avuto freddo, avrà tremato. Si sarà ripetuto “Basta, basta, basta!”. Oppure “Ma che cosa sto facendo?”. Avrà avuto paura. Si sarà immaginato laggiù, undici piani sotto, scomposto, in terra. Non lo so. Ma so che chiunque di noi ha un figlio, o un alunno o un nipote, o un giovane amico, ha il dovere di sentire quel ragazzo come suo. Dobbiamo vergognarci tutti, oggi, per l’ennesima volta. Perché quel ragazzo è stato condannato a morte dalla nostra stupidità, dalla nostra ignoranza, dalla nostra incapacità di proteggerlo da chi lo ha accusato di una colpa che non esiste.
Se i compagni e gli amici lo hanno deriso, se abbiamo permesso che dei bambini diventassero degli adolescenti omofobi la colpa è nostra.
Se quel ragazzo, che poco tempo fa era un bambino, oggi non c’è più, la colpa è nostra, che non abbiamo fatto nulla per lui.
Noi insegnanti, noi adulti, noi genitori, pensiamoci, oggi, quando andiamo a scuola, quando camminiamo per la strada, quando andiamo al lavoro o siamo a casa. Guardiamoci intorno e cerchiamo se c’è un ragazzo da proteggere. Forse è nostro figlio, o un nostro alunno, o un ragazzo che ci sta vicino.

martedì 10 maggio 2011

Come i genitori vedono gli insegnanti. 199°

Nella Scuola di oggi il genitore, troppo spesso, vede l’insegnante come un poveraccio, se va bene. Gli insegnanti se ne rendono conto ogni giorno. E non è bello, credetemi. Ma bisogna riflettere bene su questo concetto e chiedersi, come insegnanti, ma soprattutto come genitori, chi la paga. La risposta è chiara: la paga il ragazzo, che non ha più nessun motivo per accettare la fatica. Non era più facile, infatti, un tempo, accettare le difficoltà dello studio, avendo la certezza (giusta o sbagliata che fosse) che provenivano da chi stava facendo il nostro bene?
Chi ha occasione di aspettare un bambino all’uscita di una scuola può scoprire un mondo interessantissimo: il mondo dei commenti dei genitori sugli insegnanti. Anche se a qualcuno dispiace leggerle, è importante citare le parole volgari in modo cha appaiano, non attenuate da asterischi, in tutta la loro volgarità. Ecco le scenette alle quali si può assistere: bambino che esce, sbattendo lo zaino ai piedi della mamma: “La maestra mi ha dato un’altra nota!”. Mammina: “Ma che cazzo vuole quella lì da te? Ora mi ha proprio rotto. Vieni un po’ con me che andiamo a sentire!”.
Bambina: “La maestra ha detto che non possiamo bere l’acqua della bottiglietta e vuole che beviamo quella del rubinetto”. Mamma, mentre le toglie lo zainetto dalle spalle”: “Ma, scusa, a lei cosa gliene frega di che acqua bevi tu? Sarò padrona o no, di decidere io, che sono la mamma, che acqua deve bere mia figlia?”.
Ragazzino: “Papà, non posso fare ginnastica perché non ho le scarpe da ginnastica.” Padre: “Falla con quelle, no?” Ragazzino: “Il professore non vuole, perché si sporca la palestra.” Padre: “E tu non dirglielo, no?!”.
Ragazzino, all’uscita:”Oggi ho dieci problemi da fare”. Mamma, mentre gli toglie lo zaino dalle spalle: “Ma cos’è, scema? Ma sono tutti matti qui! Dieci problemi!”.
Padre, al ragazzo che esce in ritardo dalla scuola: “Ma dov’eri?!!”. Ragazzo: “Niente… Ero dalla preside, perché mi sono picchiato con uno”. Padre tutto rasato, eccetto il codino, tutto tatuato, gilet di pelle nera sul torso nudo. “E, va be’, ma allora sono scemi!?? Potevano avvertire! Ho visto che tutti gli altri erano già usciti! Mi sono cagato addosso!”
Questo, all’uscita di elementari e medie. All’uscita delle superiori usano queste parole direttamente i ragazzi, che ormai hanno imparato la lezione dai genitori.
Salta agli occhi, fuori dalle scuole italiane, anche questa abitudine del togliere subito lo zaino dalle spalle dei figli: è un esempio della diseducativa abitudine di togliere i pesi ai figli. Nonnine traballanti sotto il peso di zaini pesanti, mentre il bambinone in carne e giovanile baldanza cammina davanti, libero di mangiare i suoi trenta centimetri di pizza, che non possono aspettare fino a casa.
Che cosa può fare la Scuola per i figli dei genitori che a casa diseducano invece di educare? Di quelli che a casa insegnano il contrario di quello viene insegnato a scuola? E, soprattutto: gli insegnanti devono, o no, cercare di fare qualcosa per i figli di quei genitori? Se quei ragazzi e quei bambini a scuola si comportano male è colpa loro? La società ha interesse che la Scuola cerchi di recuperare in loro i comportamenti corretti o è meglio lasciarli al loro destino, come vorrebbero gli altri genitori? Gli altri genitori, quelli che educano i loro figli ad essere rispettosi e onesti, pretendono che gli insegnanti chiamino i genitori dei ragazzi difficili e dicano loro di educarli meglio.
Ma non sanno che quei genitori, di solito, non vengono al colloquio, neanche se chiamati.

sabato 2 aprile 2011

Se i ragazzi sono maleducati. 180°

Ricordo di aver letto una volta che Francesco Cossiga avrebbe affermato che “studenti e professori dovrebbero essere picchiati a sangue. Soprattutto i professori che fomentano gli studenti”. Spero che non sia vero, ma non mi stupirebbe. In realtà, questa idea di picchiare (in senso più o meno figurato) alunni e professori è abbastanza diffusa fra quelli che vedono la Scuola completamente dal di fuori, o che la vedono attraverso gli occhi dei loro figli. C’è la variante degli insegnanti che vorrebbero picchiare alunni, genitori e certi colleghi. Si tratta, in questo caso, di insegnanti che vorrebbero sbarazzarsi di tutte le difficoltà dell’insegnamento, semplicemente cancellandole. Per esempio sono insegnanti che ce l’hanno con i colleghi che cercano di aiutare gli alunni difficili (e quindi considerano quei colleghi come insegnanti deboli, che vogliono insegnare ai ragazzi a diventare dei debosciati ignoranti). Ce l’hanno con i ragazzi poco intelligenti o indisciplinati ( mandiamoli via dalla scuola). E con i genitori che protestano (via anche loro).
Se c’è una cosa che regna sovrana in Italia è la banalizzazione dei problemi.
Abbiamo una scuola fatiscente, senza personale sufficiente ad affrontare i problemi, senza adeguate risorse. Abbiamo pseudo riforme della scuola che mirano a lanciare sbuffi di fumo negli occhi degli elettori e peggiorano ogni volta un po’ di più la situazione. Vengono imposti continui, assurdi e soprattutto inutili cambiamenti, che rendono tutto più difficile. Assistiamo alle menzogne di chi spaccia per fannulloni gli insegnanti che chiedono altre risorse, inventando il fatto che ci sono tante risorse. Abbiamo media che insegnano ad ammirare cose futili, persone stupide e ignoranti, e a considerare vecchia e inutile la cultura. I genitori educano i figli a credere a ciò che dicono i media e li abituano ad amare l’ozio e ad odiare il lavoro, a seguire i propri comodi e a calpestare quelli degli altri. Viviamo in una società in cui l’idiota viene osannato e l’intelligente deriso, e nella quale trionfano la volgarità, lo spreco, la disonestà, la prevaricazione, la corruzione.
Ma diamo la colpa ai ragazzi e diciamo che sono fragili, maleducati, sciocchi; li accusiamo di pensare alle cose stupide, di non aver voglia di lavorare. Diciamo che sono viziati, come se si fossero viziati da soli.
Li abbiamo viziati noi adulti. Li abbiano stressati da piccoli, li abbiamo lasciati soli, ne abbiamo fatto dei bambini paurosi, violenti, indolenti, stanchi, presuntuosi. E poi diciamo che sono paurosi, violenti, indolenti, stanchi, presuntuosi. Li abbiamo abituati noi a credere che tutto sia loro dovuto.
Ma ci sono tante persone che pensano che i ragazzi siano da punire, da schiaffeggiare, da buttare fuori dall’aula se si comportano come il mondo ha loro insegnato.
Il mondo: noi adulti e noi genitori. Non noi insegnanti. Noi siamo in classe e abbiamo tanta difficoltà a cercare di porre rimedio ai danni fatti sui ragazzi. Cerchiamo di recuperare i ragazzi, senza le risorse necessarie. Siamo stanchi, siamo anche un po’ stufi. Almeno, che chi guarda dal di fuori non si metta anche a criticare.
I ragazzi maleducati sono male educati.

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