La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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venerdì 27 novembre 2015

" È il caso di fare ancora le gite scolastiche?" su IL LIBRAIO. 542° post



D'AUTORE

È il caso di fare ancora le gite scolastiche?
di Isabella Milani | 27.11.2015

Le gite – i viaggi di istruzione o le visite guidate – servono? È il caso di farle ancora, dopo che recentemente ci sono stati incidenti mortali? Su ilLibraio.it la riflessione controcorrente di Isabella Milani (pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella scuola, in libreria con "L’arte di insegnare")

“Ragazzi, che cosa vi è piaciuto della gita?”. “Il viaggio in pullman e quando eravamo in camera”. È la risposta di alunni di terza media tornati da una gita. Se scavate un po’ oltre quello che dicono per farci contenti, esce fuori questo.
I ragazzi non vanno in gita per la Cupola del Brunelleschi, né per la Pietà di Michelangelo, né per il Maschio Angioino, né per la Mole Antonelliana, e ancora meno per la visita a un prosciuttificio. Sì, quando sono lì magari guardano, ma non sono lì per quello. I bambini e soprattutto i ragazzi amano la gita per stare insieme, lontani da casa, per dormire in albergo in quattro o cinque per camera, per il viaggio in pullman, o in treno, o in traghetto, con la musica, il cellulare, le risate, gli scherzi, le foto, i selfie, gli insegnanti che in gita sono sempre migliori di come sono in classeAnche i professori vanno in gita per gli alunni, perché anche gli alunni sono migliori di come sono in classe, e si scopre con piacere che la timidissima Alice canta benissimo, e che il taciturno Samir sa fare le imitazioni e che Cristian, il bulletto della classe, è pieno di attenzioni verso il compagno sulla sedia a rotelle.
Quando si parla dei viaggi di istruzione dobbiamo chiederci se sono ancora utili e chi deve decidere se è opportuno farli o no.
I viaggi di istruzione servono perché costituiscono un’esperienza umana molto importante, sia per loro che per i loro insegnanti. Servono perché ci sono luoghi dove insieme ai genitori forse non andranno mai. Servono perché sono esperienze indimenticabili a ogni età. Per i più piccoli sono le prime volte lontano dai genitori, per i più grandi è la possibilità di visitare luoghi lontani o per conoscere meglio una ragazza o un ragazzo. Le gite servono, quindi. Ma – soprattutto in questo periodo di crisi – non tutto quello che serve si può fare, purtroppo. Nella Scuola come nella vita.
C’è un “ma”, infatti, ed è la responsabilità che viene data agli insegnanti. Una responsabilità accettabile solo se non si pensa alle notti quasi insonni, alla paura che qualcosa vada storto, alla fatica fisica e alle conseguenze di eventuali incidenti.
Il vero problema sono le gite di più giorni, che prevedono il pernottamento in albergo: possono gli insegnanti garantire un controllo ventiquattro ore su ventiquattro?
Ragioniamoci, passo a passo: i ragazzi vengono affidati agli insegnanti. Non possono essere più di quindici per ogni insegnante. Troppi. Se sono piccoli, possono scappare, cadere, litigare e farsi male; se sono più grandi possono raccogliere una siringa usata, e giocare a tentare di infilzare i compagni. Se sono quasi maggiorenni possono calarsi dalle finestre, fumare marijuana, ubriacarsi.
Anche trenta, quarant’anni fa i ragazzi in gita potevano fare delle pazzie.
Ma accadeva solo nelle ultime classi delle scuole superiori. Alle elementari a nessuno sarebbe venuto in mente di allontanarsi dalla fila e alle medie nessuno avrebbe portato un liquore. Oggi può accadere di tutto.
Se succede un incidente, se un ragazzo muore, la colpa di chi è?
Dell’insegnante, che magari in quel momento stava rispondendo alle domande dell’autista o stava dormendo perché erano le quattro di notte? O la responsabilità è del genitore che non ha insegnato a suo figlio che non si raccoglie una siringa per strada, non si fanno giochi pericolosi, non si beve alcool e non si fa uso di sostanze stupefacenti?
Che cosa dovrebbero fare gli insegnanti? 
Correre continuamente come palle da tennis da una parte all’altra della fila o da un piano all’altro dell’albergo? Stare svegli tutta la notte davanti alle camere? Fare i turni fuori dall’albergo per controllare che non escano dalle finestre? Entrare a sorpresa nelle camere, con la certezza di essere fotografati e poi denunciati per violazione della privacy o peggio? Frugare nelle valigie con la certezza di essere denunciati dai genitori per perquisizione e ispezioni personali arbitrarie o per abuso di potere? E se succede qualcosa, si sente dire immancabilmente: “Ma i professori dov’erano?”. “Dov’erano?” Ma scherziamo?
In caso di incidenti gli insegnanti hanno noie legali per molti anni: parcelle di avvocati, raccomandate, convocazioni per difendersi dalle accuse, notti insonni. Quindi: chi deve decidere se abolire o no le gite? I genitori e gli alunni decidono già se partecipare o no. Chi? Il Ministro dell’Istruzione? E perché mai? Li accompagna lei forse? Devono assolutamente decidere gli insegnanti. Personalmente, sono dell’opinione di non fare più viaggi di istruzione. Almeno finché non si risolverà il problema delle esagerate responsabilità sulle spalle degli insegnanti. Non è una questione di soldi. Il riconoscimento economico viene solo dopo.
L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella Scuola. Per Vallardi ha pubblicato L’arte di insegnare – Consigli pratici per gli insegnanti di oggi. Qui il suo blog.













martedì 7 ottobre 2014

“Non ci sono soldi”. Di chi è la responsabilità se accade qualcosa in classe? 480° post

Ricevo molte lettere che hanno come argomento il problema della gestione di alunni difficili, che possono essere un pericolo per sé e per gli altri, e dell’atteggiamento che molti dirigenti hanno riguardo al problema. Mi si racconta di bambini o ragazzi con questi comportamenti: canta, fischia, lancia oggetti, ride sguaiatamente; entra in classe urlando; protesta, offende i compagni e l'insegnante; parla a voce alta, si alza, cammina per la classe, pretende di cambiare posto, prende in giro i compagni, risponde aggressivamente all'insegnante, si muove continuamente, lasciando cadere oggetti, allungando le mani e toccando il materiale del compagno di banco per creargli disturbo; interviene continuamente a sproposito; si rifiuta di consegnare il diario o di aprire il libro o di scrivere; chiede di uscire continuamente, ecc.
Tutti gli insegnanti hanno esperienza di casi come questi. E anche i genitori (mi scrivono anche loro perché i loro figli hanno in classe compagni problematici) hanno spesso avuto esperienza di classi con alunni che rendono la vita difficile ai loro figli.
Ecco, una per tutte, la lettera di Silvana:
“Gentile professoressa, le scrissi durante lo scorso anno scolastico a proposito di un mio alunno che manifestava tutti i sintomi di iperattività e le dissi che ero riuscita, con non poca fatica, a fare in modo che la madre richiedesse le visite utili ad assegnargli un supporto.
La visita è stata programmata per il mese di novembre, intanto noi come scuola, e la stessa madre, abbiamo richiesto l'intervento di un educatore in classe. Risposta del Comune: "Non ci sono soldi"... E non ce ne sono neanche per sostituire la Docente di Sostegno già presente in classe quando usufruisce del suo giorno libero. Mi ritrovo così con un bambino presumibilmente iperattivo da certificare e uno autistico certificato... da sola. Le chiedo: " Chi dei due ha la priorità?" e ancora " E gli altri 17?" ... Le pongo anche un'altra domanda :- Chi deve rincorrere ( perché di questo si tratta) l'alunno iperattivo nel corridoio e chi lo deve sollevare letteralmente di peso quando si "inchioda" al pavimento?- L'unica soluzione che abbiamo trovato è quella di creare qualche ora di compresenza, ma, davvero, per carenza di docenti di sostegno e di educatori, spesso sono sola ad affrontare situazioni che mi creano ansia, stress e dolori alla schiena non indifferenti... Anche perché il bambino iperattivo costituisce un reale pericolo per sé e gli altri e l'enorme pazienza e fiducia di cui godo da parte degli altri genitori... prima o poi avrà termine. Gradirei un suo consiglio. La saluto. Silvana”

Il problema della responsabilità non è un problema da poco. Se accade qualcosa in classe, cioè se qualcuno si fa male, la colpa è dell’insegnante che si trova in classe in quel momento, che dovrà dimostrare di non aver potuto prevedere l’evento e di non aver potuto fare nulla per impedirlo.
Nella Scuola di oggi la situazione è davvero molto pericolosa: classi pollaio, molti bambini problematici che non possono essere aiutati per mancanza di personale; poche ore di sostegno o – se non ci sono certificazioni – nessuna ora di sostegno; poche possibilità di supplire gli insegnanti assenti, soprattutto quelli di sostegno; conseguente cattiva (e illegittima) abitudine di “usare” gli insegnanti di sostegno come tappabuchi; l’abitudine di ricorrere al frazionamento delle classi in cui non si riesce a sostituire l’insegnante assente, distribuendo gli alunni a gruppetti in altre classi, con conseguente violazione delle norme di sicurezza e disturbo del regolare svolgimento delle lezioni.
Quando – nel blog e nel libro - parlo di “classi difficili” intendo classi in cui ci sono alunni che hanno problemi di comportamento che derivano principalmente da un loro vissuto di disagio, di degrado, di violenza. Con loro si possono attivare strategie e si può riuscire – tutti insieme- a gestirli e ad aiutarli, se i problemi non diventano patologici o vicini alla patologia. Noi abbiamo il dovere di essere capaci di gestire le situazioni conflittuali e gli alunni problematici. Se è possibile a qualcuno gestire la classe in modo che nessuno corra dei rischi, allora significa che si può fare e dobbiamo essere capaci di farlo. Se non ci riesce, la colpa diventa nostra.
Ma se un insegnante ha uno o più alunni con disturbi del comportamento come la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, o con disturbi psichiatrici come la psicosi, il rischio di incidenti diventa molto alto e l’insegnante deve assolutamente essere aiutato, perché da solo non può farcela.
Di solito, quando gli insegnanti di un Consiglio di classe hanno difficoltà a portare avanti le lezioni e gli alunni non riescono a seguire a causa di continue interruzioni, e quando durante la lezione si verificano situazioni potenzialmente pericolose, si rivolgono al Dirigente per chiedere di trovare delle risorse – umane ed economiche – per cercare di risolvere il problema e per aiutare il ragazzo e la classe.
Ed ecco che i dirigenti – a loro volta responsabili di molte scuole – allargano le braccia e si dichiarano impotenti perché “non ci sono soldi”; il Comune o l’Asl rispondono che “non ci sono soldi” e l’alunno, le classi e gli insegnanti vengono lasciati soli. Oppure i docenti vengono accusati di non essere capaci di trovare delle strategie per gestire le classi.
Che cosa fare? Non bisogna accettare questo “non ci sono soldi”, e, tantomeno questo “non siete capaci di gestire la classe, ed è compito vostro trovare le strategie adatte”. I soldi devono essere trovati, e il dirigente deve capire che gli insegnanti –nelle situazioni in cui si trovano a volte- non possono fare miracoli, né avere il dono dell’ubiquità. Bisogna combattere, per ottenere che Dirigente, Comune e Asl si assumano le loro responsabilità. Bisogna scrivere lettere con le quali si informa della potenziale pericolosità di un certo alunno, e di situazioni di rischio per insegnanti e docenti. Bisogna farle protocollare. Bisogna non stancarsi di chiedere. E bisogna anche tutelarsi, perché se accade un incidente nella classe pollaio, dove ai tanti alunni si sono aggiunti tre o quattro alunni di altre classi; se un alunno violento picchia un compagno e lo ferisce – magari gravemente- la colpa è dell’insegnante. E se avevate soltanto detto che l’alunno poteva diventare pericoloso (come dice un antichissimo proverbio, “verba volant, scripta manent”, cioè le parole volano, gli scritti rimangono” ricordatelo!), se avevate protestato a voce perché nella classe non c’era lo spazio minimo stabilito dalla legge; se avevate informato solo a voce che l’alunno aveva già mostrato la volontà di picchiare, tutti se ne dimenticheranno e la colpa sarà data a voi che eravate in cattedra in quel momento.
Ed è davvero interessante sapere che cosa succederebbe nel caso descritto da Silvana. Secondo me l’insegnante verrebbe accusato di non aver segnalato la potenziale pericolosità della situazione (lo ripeto: verba volant!). Allora, Silvana, metti per iscritto il quesito al dirigente, facendo presente che la soluzione “chiami il bidello a sorvegliare la classe e vada dietro all'alunno che scappa” spesso non è praticabile perché anche i bidelli sono pochi e spesso impegnati altrove.
Fate tutto quello che potete per gestire la situazione e per aiutare gli alunni in difficoltà, e poi, se non ci riuscite, scrivete. Scrivete tutti, e segnalate al dirigente (per iscritto) i casi in cui la situazione può degenerare. Tutelatevi. Durante i consigli di classe in cui è presente il dirigente, descrivete la situazione nei dettagli e mettete tutto a verbale, compreso il fatto che avete chiesto al dirigente come può essere gestita la situazione. Molto spesso gli insegnanti e i genitori hanno paura di scontrarsi con il dirigente e chi propone di presentare le richieste in forma scritta non trova collaborazione. Molti insegnanti si sentono in colpa anche quando hanno ragione e hanno paura di conseguenze, se protestano, perché non conoscono le leggi. Se quei colleghi e quei genitori preferiscono sperare che non accada nulla e toccare ferro, scrivete da soli la lettera. E – lo ripeto – fatela protocollare.

giovedì 13 marzo 2014

Se si muore per la Scuola. 446° post

“Non ce la faccio più a sopportare questi rompiscatole, non ce la faccio a studiare. Non riesco più. Non posso più vivere così”
Questa è una frase contenuta nel biglietto di addio lasciato da una ragazza di terza media che si è suicidata. I rompiscatole sono gli insegnanti.
“Non si può morire così, perché la professoressa l’ha sgridata. Non è giusto. Io lo ripetevo ai prof, che lei era molto sensibile, troppo. Che non dovevano alzare la voce con lei, perché non lo sopportava. È sempre stata così. Invece la tormentavano, non la lasciavano tranquilla”.
E queste sono le parole della madre.
È terribile per noi insegnanti leggere queste notizie. Noi passiamo il tempo, la nostra vita, a cercare di aiutare gli alunni, di insegnare quello che possiamo, e l’idea che una ragazzina possa uccidersi è un fallimento. Ma non è un fallimento solo per noi: lo è per tutti gli adulti. Qualsiasi sia il motivo per cui lo fa: che lo faccia per amore, per vergogna, per paura, per i voti, perché è rimasta incinta, perché si sente in trappola per qualsiasi motivo. È sempre una sconfitta per gli adulti. Per tutti.
Perché quando qualcuno si suicida significa che non ha saputo trovare una via di uscita da un problema.
Ci sono ragazzi che si suicidano perché vengono presi in giro, perché sono stati bocciati, perché vengono rimproverati, perché hanno sfasciato la macchina del padre, perché non sanno affrontare la loro omosessualità. E sempre si dà la colpa a qualcuno. Quando il suicidio c’entra con la scuola si dà la colpa agli insegnanti. Gli insegnanti sono rompiscatole quando rompono il quieto vivere creato intorno ai ragazzi quando non si vuole insegnare loro ad affrontare i problemi. Perché è difficile e faticoso, insegnare a combattere contro le difficoltà, che prima o poi si presentano nella vita di tutti. E si dà la colpa agli altri se qualcosa va storto. Agli insegnanti, per esempio.
Ma non è giusto. Non possiamo accettare anche questo fardello.
Un ragazzo si suicida quando i brutti voti e la bocciatura vengono sventolati come tragedia, come condanna, come minaccia. Soprattutto a casa. Nella mia carriera mi sono trovata abbastanza spesso a suggerire ai genitori di essere meno rigidi con i figli e di evitare di pretendere risultati che in quel momento i ragazzi magari non potevano dare. I genitori vengono a colloquio per sapere come va il figlio, e la cosa che interessa alla maggioranza è soltanto se ha la sufficienza e se verrà promosso. E capita che se tu dici che il ragazzino ha preso 6, la madre risponda “Come..soltanto 6? Mio marito vuole che prenda almeno 7.”
Almeno 7. E se il  bambino non ci riesce proprio?
Ci sono genitori che non rimproverano mai i figli. Lo vediamo quando poi arrivano a scuola e, se li rimproveri, ti guardano con gli occhi sgranati come se avessero visto un alieno.
Ci sono genitori che non alzano mai la voce, perché cercano di parlare con i figli, perché hanno un tipo di vita che permette anche dei dialoghi sereni. Ma ci sono degli altri genitori che rischiano ogni giorno la cassa integrazione, sono nervosi, molto nervosi, e sono abituati a reagire urlando, a rimproverare insultando, a mollare uno schiaffo per sottolineare un concetto.
Ci sono figli di genitori che vanno d’amore e d’accordo, abituati a vedere sorrisi e e abbracci, e figli di genitori che si picchiano, abituati a vedere calci e pugni.
Ci sono genitori che lasciano (devono lasciare) i figli sempre soli e che non sanno quasi niente di loro; e ci sono genitori che hanno un controllo costante su ogni sospiro dei figli.
Ci sono genitori che non hanno la minima conoscenza della psicologia dei bambini e dei ragazzi e fanno errori colossali. E ce ne sono altri che hanno studiato psicologia e che fanno lo stesso errori colossali.
Nelle scuole sono insieme, tutti questi figli di genitori così diversi. Sono 25, sono 28. Troppi.
E noi, anche se stiamo attenti, attentissimi,  come possiamo accorgerci di quello che c’è dietro i loro comportamenti, i loro sguardi?
I ragazzi sono seduti tutti insieme davanti a noi, e non abbiamo quasi nessuna occasione per parlare a tu per tu, con calma. Non possiamo conoscerli, se non per quello che vediamo da lontano, dalla cattedra, attraverso il filtro della classe intera.
Noi che insegniamo italiano abbiamo qualche possibilità in più, quando sono piccoli, di leggere quello che scrivono della loro vita. Ma spesso non basta. Perché i veri problemi, di solito, non li raccontano. E, se non ce lo dicono, noi non sappiamo se a casa c’è una mamma gravemente malata, se il padre torna sempre ubriaco, se non hanno i soldi per pagare le bollette.
E quando i ragazzi arrivano alle superiori, quando diventa ancora più difficile scalfire la loro indifferenza verso la Scuola e gli insegnanti, dove è sempre più difficile essere considerati come guide, in un mondo dove solo chi ha successo e denaro ha diritto di essere ammirato, dove tutto cambia a un ritmo che noi adulti spesso non riusciamo a tenere, allora non abbiamo più molte speranze che ci confidino il loro malessere, e non abbiamo occasioni per cercare di vederlo perché siamo sempre troppo lontani da loro.

“Io lo ripetevo ai prof, che lei era molto sensibile, troppo. Che non dovevano alzare la voce con lei, perché non lo sopportava. È sempre stata così. Invece la tormentavano, non la lasciavano tranquilla”. Come possono, gli insegnanti, “lasciare tranquilla”, per esempio, una ragazza che non studia, che non viene a scuola, o che insulta i compagni? Noi dobbiamo intervenire in qualche modo. O dovremmo tacere e “lasciarla tranquilla”? Se una ragazza è molto fragile, se si spaventa quando qualcuno alza la voce, come possiamo noi insegnanti, alle prese con 25 ragazzi o bambini urlanti, non alzare mai la voce? Come possiamo non alzare mai la voce se un ragazzo dà un pugno ad un altro? Come possiamo non alzare mai la voce, o non rimproverare un’alunna che invece di stare attenta si specchia e si trucca? Perché non è così facile fare in modo che tutti e 25 gli alunni di una classe stiano attenti. Non è facile far capire a quella ragazza che si specchia e si trucca che lo studio è più importante, perché magari a casa riceve lezioni di trucco dalla madre. E quando noi, felici perché quasi tutti stanno attenti, ma impotenti di fronte a qualche irriducibile menefreghista, perdiamo per un attimo il nostro indispensabile self control e tiriamo un urlo, dovremmo essere capiti.
Se i ragazzi di una classe fossero molti di meno, se nelle scuole ci fosse uno psicologo, se alla Scuola venissero assegnate più risorse, se i genitori fossero più collaborativi con noi, e più attenti ai valori veri della vita da trasmettere ai figli, se la gente smettesse di credere che il nostro lavoro consiste semplicemente in una lezioncina che propiniamo, sempre uguale e senza problemi, agli alunni, forse – e dico “forse” – potremmo fare di più per questi ragazzi.
Perché quando un ragazzo, un figlio, si suicida per la Scuola, qualcosa non ha funzionato. Ma non sono stati gli insegnanti, la causa del malfunzionamento. Non ha funzionato l’educazione che ha ricevuto a casa, non ha funzionato il sistema scolastico che non prevede momenti per parlare con gli alunni, per capirli, per aiutarli nei loro problemi, per far loro capire che un rimprovero non significa che tutto è perduto. Il massimo che possiamo fare noi insegnanti, oggi, così come è strutturata la Scuola, è di cercare aiutare i genitori nel compito di insegnare ad affrontare le difficoltà. Perché l’educazione alla vita – non dimentichiamocelo mai – è, prima di tutto, compito dei genitori.
Non ci può essere data anche la responsabilità della capacità di vivere degli alunni.
Se  la società smettesse di abituare i ragazzi al concetto che tutto deve essere facile, che ogni ostacolo deve essere rimosso dalla loro strada, forse i  ragazzi non si drogherebbero e non si suiciderebbero.

venerdì 14 ottobre 2011

Se i ragazzi sono maleducati ci si meraviglia? 245°

Chi mi segue sa che sono convinta che i problemi che hanno (e che danno) oggi bambini e ragazzi sono la conseguenza più che logica della mala educazione impartita dalla società. E ho già detto che “la ‘società’ che educa malissimo ha identità ben precise, dei nomi e dei cognomi che è bene cominciare a fare. Nomi propri di persona e nomi comuni di categoria.”*.
Ho fatto qualche nome e cognome.
Oggi faccio un nome di categoria: “azienda multinazionale di telefonia cellulare e fissa”.
Mi riferisco all’azienda che ha giudicato simpatico e opportuno lo spot del bambino che fa il diavolo a quattro in casa: carta igienica sprecata e sparsa per la casa, chiavi della macchina buttate nel water, tovaglia strusciata sul pavimento e oggetti sul tavolo buttati per terra, telecomando immerso nel barattolo dell’inchiostro o della nutella o della marmellata – non si sa - , muri scarabocchiati con i pastelli a cera.
Arrivano i genitori che si guardano intorno sbigottiti. E il piccolo, alla vista dei genitori sbigottiti (forse per tanta maestrìa), alza un sopracciglio e li guarda con l’aria di chi dice con gli occhi “ecco! Faccio quello che mi pare e ne vado fiero!”, suggellando l’occhiata eloquente con un ostentato “menefrego” delle piccole braccia conserte.
Il tutto cadenzato da urletti, tamburi, dalle note dell’Overture del “Guglielmo Tell”, cosa che credo che faccia rivoltare Rossini nella tomba, se vede a che cosa è servita la sua opera.
I genitori rimangono a bocca aperta. Ma è solo un attimo, perché quando vedono che il disegno del pargoletto rappresenta la loro famigliola e un grosso cuore, per un’estensione di tre metri per cinque (e non si capisce come ha fatto il bambinello ad arrivare a disegnare il cuore così in alto), si guardano e si abbracciano, come per dire “Sì, abbiamo proprio fatto un capolavoro! Ci darà delle soddisfazioni, da grande! Siamo proprio fortunati!”.
Perché – ce lo spiega l’azienda con il suo slogan, “le cose più belle si fanno in due”. Non è dato sapere perché si parla di “due” se sono in tre. Ipotesi: o si parla del bambino..Ma è uno solo. O si parla di loro due, e allora si intuisce che la “cosa più bella” è il bambino e il modo in cui lo hanno fatto. E se si parla del bambino, che dunque fa coppia con il barbaro che c'è in lui, “la cosa più bella” sono gli atti di vandalismo ….
Il bambino viene premiato con baci e sorrisi, perché è stato davvero bravo! Bello e bravo! Bravissimo, davvero!
Un vandalo bello e buono, solo in casa (perché se c’era qualcuno stava dormendo, spero) e quindi vittima di abbandono di minore; abituato evidentemente a fare quello che vuole; che scorrazza con inspiegabile frenesia con lo scopo di distruggere. Si diverte a fare dispetti ai genitori, a procurare danni, a mettere in disordine, a rompere. E tutto senza che ci sia, come contropartita, neppure un vero divertimento, visto che ogni cosa dura un attimo.
Personalmente mi sarei spaventata a morte e avrei telefonato al 118, perché avrei pensato a un “colpo di sangue”, come diceva mia nonna quando uno dava di matto. Poi avrei chiamato lo psicologo, e lo psichiatra, perché qualcuno mi spiegasse da dove derivava quell’ansia patologica di distruzione feroce. Chi ha dei figli sa che i bambini possono fare qualche danno, ma non diventare uragani Katrina.
Dunque, il messaggio che arriva ai bambini è “fate il vostro comodo e sarete, non solo scusati, ma apprezzati e amati!”
So che genitori e pediatri hanno duramente protestato. E so che l’Azienda ha risposto “Ci spiace che lo spot sia stato frainteso nei messaggi e nei contenuti e, come sempre, terremo in considerazione le segnalazioni che giungono alla nostra attenzione".
È diventata ormai un'abitudine, quella di dire qualsiasi cosa e poi incolpare gli altri di avere frainteso.
Non avrei scritto niente, perché, - mi sono detta – sicuramente toglieranno lo spot.
No, lo spot è ancora lì.
Era ovvio, ma a volte sono un po’ ingenua.
Se i ragazzi sono maleducati ci si meraviglia?

giovedì 31 marzo 2011

“Può un insegnante mandare fuori dalla classe un alunno?”. Prima Parte. 179°

Gianluca mi scrive:
“Gentile professoressa, sono genitore di un ragazzo che frequenta la seconda media. Premetto che mio figlio e' un ragazzo tranquillo e a modo e nel primo quadrimestre ha avuto 10 in condotta. Oggi e' tornato da scuola e ha riferito di essere stato cacciato fuori dall'aula dal prof di educazione fisica. Volevo sapere se e' legale cacciare durante la lezione un alunno. Cordiali saluti e grazie.”

La risposta è “decisamente no”.

Un tempo era pratica comune, oggi ci sono ancora insegnanti che lo fanno, specialmente alle superiori. Ma fanno male.
Ci sono due motivi: uno legale e l’altro didattico/educativo.
Il primo: all’insegnante viene affidato un bambino (o ragazzino, o ragazzo, cambia poco). L’insegnante ha il dovere di prendersi cura della sua educazione, della sua preparazione e della sua sicurezza.
Se mando fuori un alunno dalla classe, durante tutto il periodo della forzata assenza dalla classe non gli insegno niente (e ledo il suo diritto di imparare) e, soprattutto, non posso sorvegliarlo.
In altre parole. Quando è fuori dalla classe, chi vigila su di lui? Nessuno. La vigilanza di un alunno non può certo essere affidata dal docente a chi passa per i corridoi. L’obbligo di vigilanza è fra i principali doveri del docente, che non deve mai lasciare soli gli alunni, per non incorrere nella “culpa in vigilando”. Se un alunno si fa male, il docente che avrebbe dovuto vigilare ha responsabilità penali, civili, amministrativo-patrimoniali e disciplinari, e deve dimostrare che aveva messo in atto tutto quello che era necessario per evitare l’incidente, ma che non aveva potuto impedirlo.
Se deve assentarsi (per validi motivi, come quello di andare in bagno) ha l'obbligo di affidare la classe a un collaboratore scolastico o ad un collega.
Nel caso in cui un alunno si facesse male, o scappasse dalla scuola, nel periodo in cui si trova fuori dalla classe perché “buttato fuori”, certo il docente non potrebbe affermare di aver fatto tutto il possibile per la sicurezza del ragazzo. Anzi.
Dal punto di vista educativo, poi, l’insegnante che “butta fuori” l’alunno dichiara la sua incapacità di gestirlo, e gli insegna che i problemi non si risolvono, ma si evitano e che chi disturba non deve essere educato, ma emarginato. L’alunno “buttato fuori”, inoltre, soprattutto uno che ha dieci in condotta, si sente sicuramente umiliato e può anche essere deriso dai compagni che passano. Mi sembra assolutamente da evitare.
Se fossi in te, Gianluca, chiederei a mio figlio che cosa ha fatto per essere allontanato dalla palestra (qualcosa, comunque, avrà fatto) e poi andrei dal docente a dirgli che se tuo figlio si comporta tanto male da essere mandato via, preferisci che ti mandi a chiamare e non che lo “butti fuori”, perché ci tieni a saperlo sempre al sicuro, e ti sembra che in corridoio non lo sia.
Spero di esserti stata utile. Fammi sapere!

Seconda Parte qui.

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