La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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Visualizzazione post con etichetta dirigenti. Mostra tutti i post
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lunedì 23 gennaio 2017

Insegnanti disperati. Seconda parte. 604° post

Se qualcuno non capisce in che senso insegnare è faticoso, può chiarirsi le idee leggendo le lettere che ho pubblicato nella prima parte di questo post.
E leggendo le stesse lettere, insieme alle altre, cliccando sui link che troverete in fondo,  potrà capire anche che cosa significa che gli insegnanti sono particolarmente soggetti al “burnout”, che è lo stress (grave) legato al lavoro.
Gli insegnanti si trovano ad affrontare situazioni che li portano a provare frustrazione, ansia, paura, umiliazione e – infine – disperazione.
Tengo questo blog da quasi sette anni e ho scritto un libro: chi lo desidera ha la possibilità di capire benissimo -leggendo- perché insegnare è faticoso. E parlo di chi non è nella scuola, ma parla della scuola e degli insegnanti, sminuendo il loro lavoro, offendendo gli insegnanti, considerandoli come categoria privilegiata.
Ogni volta che leggo lettere come quelle che trovate qui – lettere di insegnanti che vorrebbero con tutto il cuore riuscire a fare bene il loro lavoro, che si sforzano, che ce la mettono tutta per non essere umiliati dagli alunni, per trovare un varco nella loro indifferenza – mi assale una grande rabbia.
Gli insegnanti si stancano fisicamente, vanno a casa con mal di testa, mal di schiena, voglia di chiudersi in una stanza buia per fare riposare il cervello e le orecchie. Ma non è questo che li sfinisce. Questo è un tipo di stanchezza comune a molti altri lavori.
Gli insegnanti – chi più chi meno – fanno un lavoro che consiste nel combattere per lavorare: combattono contro l’indifferenza, la mancanza di rispetto, la disattenzione, la pretesa di aver tutto e subito che la società e i genitori hanno trasmesso ai bambini e ai ragazzi. È come se un muratore cercasse di costruire un muro e i mattoni scivolassero via; come se un meccanico cercasse di cambiare un pezzo del motore e la macchina si mettesse in moto e se ne andasse; come se a un postino volasse via la posta da consegnare, al chirurgo scappasse il paziente dal tavolo operatorio.
Certo, ci sono insegnanti che obiettivamente non riescono a tenere la disciplina, ma altrettanto obiettivamente dobbiamo dire che questa difficoltà a gestire la classe viene ingigantita dal fatto che ci sono oggi molti ragazzi che non sanno proprio che cos’è la disciplina. Sono ragazzi ai quali i genitori le hanno date tutte vinte, ai quali non è mai stato detto di no, che non hanno ricevuto il fondamentale insegnamento “Devi rispettare gli altri e tutto quello che ti circonda”. E questo insegnamento è la base indispensabile per vivere in una classe, oltre che nella società. E sono i genitori quelli che devono insegnare questo. Prima, molto prima che i loro figli entrino in una classe.
Gli insegnanti vivono oggi sotto la minaccia di scenate o di azioni legali di genitori che si infuriano se i loro figli vengono rimproverati, e questa minaccia influenza anche qualche dirigente, che a sua volta rimprovera e minaccia gli insegnanti che fanno arrabbiare i genitori, per evitare eventuali scenate o grane legali. E lo fanno anche se è del tutto evidente che la ragione è dalla parte degli insegnanti. E spesso sono insegnanti giovani, che adorano insegnare, ma che non hanno ricevuto la preparazione adeguata ad affrontare alunni difficili o educati male. Come nel caso di Leda.
Altre volte sono insegnanti con esperienza, che non sono preparati ad affrontare situazioni assurde.
Vorrei chiarire che non tutti i genitori sono persone che fanno una vita normalissima, con le difficoltà di tutti, con una mentalità di chi rispetta il prossimo.
Soprattutto nella scuola dell’obbligo, un insegnante può incontrare ogni tipo di genitore, se ci pensate: corretti, collaborativi, educati, rispettosi, affabili, ma anche violenti, disonesti o addirittura delinquenti dichiarati, appena usciti di prigione, o affetti da turbe psichiatriche più o meno gravi. Personalmente nella mia carriera credo di aver incontrato genitori di tutti i tipi, anche di quelli che alle 9 del mattino venivano al colloquio già ubriachi.
Si può capire quanto possa essere difficile rapportarsi con un certo tipo di genitore? E si può capire lo stress che comporta l'essere aggrediti mentre si sta facendo il proprio lavoro? Si può capire che cosa significa avere cinquant'anni ed essere sbeffeggiati da ragazzini di quattordici (con l'appoggio dei genitori iperprotettivi)?
Gli insegnanti sono stressati, sfiniti, perché devono difendersi dalla possibilità di essere umiliati dai ragazzini, e anche perché a volte hanno paura di vedere degenerare un colloquio. A volte gli episodi violenti finiscono sul giornale, altre volte no.

Allora: a Leda, a Eleonora, e alle persone che mi scrivono perché sono disperate, o sfinite dico: resistete. Non vi sentite incapaci perché vi capitano cose come queste: capitano a tutti. Cercate di dare il meglio di voi stessi, studiate, leggete per imparare ad affrontare ogni tipo di classe e ogni tipo di alunno. Buona parte delle vostre difficoltà – se ce la state già mettendo tutta- non è colpa vostra. 
Sentitevi in colpa se non siete preparati, se i ragazzi si annoiano a morte e sbadigliano o si mettono a chiacchierare. Ma non sentitevi in colpa se non riuscite a gestire una classe di venticinque o trenta alunni dove ci sono anche cinque o sei meleducati ai quali nessuno ha insegnato a rispettare voi e gli altri. Non sentitevi in colpa se non riuscite a gestire una classe in cui ci sono molti alunni ai quali nessuno ha spiegato che non si prende in giro, non si offende e non si insulta, non si risponde male, non si picchia.

E ai genitori – a certi genitori, non a tutti - dico: se l’insegnante non riesce a gestire la classe, è perché ha a che fare con un numero eccessivo di bambini (o ragazzi) educati male. E forse vostro figlio è uno di loro.
E ai genitori –tutti- dico: aiutate gli insegnanti. Cercate di capirli e di appoggiarli.

Leggete anche i post che seguono, per favore. 
Capire è importante per riuscire a comprendere. E forse per cominciare a cambiare le cose.



Il burnout degli insegnanti. Prima parte.

Il burnout degli insegnanti. Seconda parte.

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Prima parte

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Seconda Parte

"Storia di una insegnante distrutta". Prima parte

"Storia di una insegnante distrutta". Seconda parte 

martedì 17 gennaio 2017

Insegnanti disperati. Prima parte . 602° post

Ci sono lettere, come queste, alle quali vorrei rispondere subito e non mi riesce. Avrebbero bisogno di pagine e pagine di risposta e allora rimando, mi riprometto di scrivere un intero post e così passa il tempo. Ricevo diverse lettere come queste. Se qualcuno non capisce perché insegnare è così difficile  e che cosa significa “burnout” (“bruciarsi”, provare un intenso stress legato al lavoro), può capirlo da queste lettere. Tutti i lavori possono essere faticosi, faticosissimi, ma non molti portano al burnout e alla disperazione. Chi non è insegnante paragona spesso il lavoro che fa con quello che pensa che sia quello dell’insegnante e arriva alla conclusione che sia ugualmente faticoso. Io credo di no. Credo che quella che può provare un insegnante che non riesce a fare il suo lavoro sia disperazione e non stanchezza. Disperazione e umiliazione. E non per mancanza di impegno. Proprio perché insegnare può essere difficilissimo. Specialmente oggi in cui non abbiamo più l’appoggio dei genitori. Anzi, spesso il nostro lavoro viene reso ancora più  difficile sia dall’assenza di regole nell’educazione familiare che dall’iperprotezione dei genitori.
Scelgo due lettere fra quelle degli insegnanti che mi hanno scritto negli ultimi mesi. Una ha 24 anni e nessuna esperienza e l’altra ne ha 52 e vent’anni di esperienza. Non è questione di età e non è questione di esperienza.

Leda mi scrive:

“Buongiorno Isabella,
sono davvero disperata, sono al limite, sul fondo e non so a chi chiedere consiglio. Inizio dal principio. Ho 24 anni, a luglio mi sono laureata, ho trovato lavoro come maestra d'asilo e poi, da un giorno all'altro, come prof. di lettere alle medie in un istituto paritario. Ho subito accettato perché è da sempre quello che avrei voluto fare. Con le lacrime agli occhi mi sono licenziata dall'asilo ed ho iniziato a lavorare alle scuole medie, letteralmente da un giorno all'altro. Mi sono rimboccata le maniche dal primo giorno: non volevo fallire. Ho sempre voluto insegnare, ma non avrei mai immaginato che mi sarei trovata così male. Mi hanno telefonato un sabato ed il lunedì ero già in cattedra: due classi di trenta alunni alle medie. Ero partita con tanta buona volontà, ma spesso passo i pomeriggi a piangere perché mi sento una fallita. Non ho problemi con le spiegazioni, le attività, le domande, ma ho dei problemi a gestire le classi, in particolare una. Il punto è che mi sento davvero lasciata in balia di me stessa, un’inetta che non sa fare questo mestiere che ho sempre invece voluto intraprendere. Ogni mattina mi sveglio scontenta e vado a scuola sperando nel minore dei mali. A volte mi sento impotente e guardo con invidia i colleghi che mi sembrano tutti più bravi di me. Non mi sento né adeguata, né all’altezza. Ai colloqui i genitori mi dicono che i figli sono contenti del mio modo di insegnare, ma allora non capisco perché non possano fare meno baccano. Ti giuro che mi sforzo di rendere le lezioni appassionanti, di rispondere a tutti i loro dubbi. Faccio fare ricerche che loro amano, sono riuscita a fare amare a molti la storia, raccontandola in modo avvincente, hanno fatto miglioramenti in grammatica, ma nel complesso sento di non stare andando per niente bene per via del loro comportamento. Sono stanca, frustrata, insoddisfatta, infelice.
I ragazzi parlano, ridono e si distraggono in continuazione, benché alcuni mi dicano che le mie lezioni sono interessanti e belle. In una classe, poi, non studiano, non fanno i compiti ed un’attività piacevole come la lettura di un libro diventa impossibile. Certi genitori mi hanno detto che i ragazzi a casa sono contenti della nuova insegnante di italiano, che spiega bene e che rende interessanti storia e geografia. Sono sempre stata abituata a lavorare sodo e a cogliere i frutti, sono sempre stata brava in tutto ciò che ho fatto e non accetto di non essere in grado di tenere una classe.
Ho vergogna a stare con i miei colleghi perché temo che loro sappiano della mia inettitudine e la preside mi sta “con il fiato sul collo” perché forse pensa pure lei che io sia incapace. Ho un carattere timido e riservato ma quando serve, mi trasformo in un leone. In classe sono sempre in piedi, scrivo alla lavagna, faccio domande, approfondimenti, faccio ragionare.  Ma non è abbastanza. Quando ho un’ora buca mi fermo fuori dalle porte per sentire come i colleghi fanno lezione e non trovo significative differenze dalla mia, però hanno di certo più silenzio. Pensi che dall’inizio dell’anno mi sarò seduta in cattedra tre volte: sono sempre sull’attenti e la tensione mi sta consumando. Sto lavorando sull'autorevolezza come c'è scritto sul suo libro. In classe faccio così, ho una bella voce sicura e profonda, mi muovo tra i banchi, cerco di trasmettere passione, se qualcuno non si comporta bene lo sgrido, se necessario metto note. Ma non è abbastanza. Il punto è che in classe cerco di essere rigida: ho detto quali sono le regole da rispettare, chi disturba riceve una nota o un compito extra. Ma nulla serve a qualcosa.
Un’ora stanno buoni e l’ora dopo è l’inferno. A volte i ragazzi parlano e schiamazzano; sento di essere imperfetta, di non sapere sempre cosa fare, percepisco che a volte mi manca la fermezza e la capacità di controllare tutto e spesso sento che la situazione mi scivola dalle mani. L'altro giorno è entrata in classe un'ape e i ragazzi hanno urlato. La preside mi riprende in continuazione perché dice che i ragazzi non mi rispettano, ma su 10 lezioni 7 scorrono senza problemi e la preside è magicamente presente solo in quelle dannate tre in cui i ragazzi sono stanchi. Perché, tra l'altro, ho sempre le seste ore. I continui richiami della preside, la parola "licenziamento" che serpeggia nei suoi rimproveri, mi stanno consumando l'anima.
Al mattino, quando sono in macchina, mi viene sempre da piangere perché non so cosa potrà accadere quel giorno. Pensavo di aver realizzato il mio sogno, ma invece sto vivendo un incubo. Mi stanno divorando.
Sono davvero stanca. Non ce la faccio più. La prego, mi dia qualche consiglio.
Grazie di cuore e perdoni lo sfogo. Leda"

Eleonora mi scrive:

“Buonasera.
Sono un'insegnante di sostegno di scuola primaria. Ho 52 anni e venti anni di servizio. Quest'anno la tragedia è iniziata il 20 settembre, quando un mio alunno HC di quarta , per vendicarsi di un mio rimprovero, ha detto a suo padre che" lo avevo strozzato". Famiglia disfunzionale, padre perennemente disoccupato, violento, pazzo. Madre depressa con malattia psichiatrica. Il padre quindi è venuto a scuola minacciandomi: non era la prima volta, né la prima volta che il bambino inventava qualcosa, le prime settimane di ogni anno scolastico ha sempre inventato che la collega o io lo picchiavamo (seguivo il bambino sin dalla prima). Quest'anno ho dato un alto là, non ne potevo più, senza contare che sua moglie per tutta l'estate mi aveva tormentata al telefono a tutte le ore, dalla mattina presto alla sera tardi, otto dieci quindici volte al giorno e tutti i giorni. Ero esasperata: il padre lo sapeva che non era vero, ma mi sono sentita offesa e qualche giorno dopo quando l'ho incontrato fuori dalla scuola e ha cercato di fermarmi mi sono rifiutata di parlare con lui e l'ho invitato a prendere un appuntamento o a rivolgersi al dirigente. La reazione è stata immediata: mi ha gridato dietro che mi avrebbe tolto il figlio e così ha fatto. E' andato dalla dirigente chiedendole di togliermi dalla classe e ha portato il bambino al servizio SMREE a parlare con la psicologa: qui il bambino ha ripetuto la storia dello strozzamento e ha detto alla dottoressa che non voleva più lavorare con me. E' iniziato l'inferno. In quella classe seguivo anche un altro bambino, ho avuto tutti gli alunni e i genitori dalla mia parte, la collega mi ha appoggiata ma non ho potuto fare altro che scegliere di lasciare la continuità sulla classe e prendere altri casi. Tutto questo mentre venivo insultata infangata e minacciata su facebook. Ho fatto molto per quel bambino e per tutti i bambini che ho seguito sin dall'inizio della mia carriera. Ho sempre studiato molto, mi sono sempre aggiornata e formata, non avrei mai immaginato di finire in un incubo simile. Ho deciso di dimettermi. Non so cosa farò, ma non ce la faccio più. Per gli insegnanti sono momenti bui: troppe riforme capestro e troppe ingerenze sul lavoro. Troppi problemi di mancanza di rispetto, gli alunni sono intrattabili, le famiglie impossibili, le classi numerose. C'è troppa ignoranza e violenza, non si può continuare così.
Sono disperata, non riesco più a lavorare. Eleonora”

Continua


domenica 24 gennaio 2016

“Perché le maestre non riescono a gestire i bambini aggressivi?”. Seconda Parte. 546° post.

“Perché le maestre non riescono a gestire i bambini aggressivi?"
"Perché le maestre non si occupano anche dei bambini che si comportano bene?"
"Perché il dirigente non fa qualcosa?"
"Perché mio figlio viene punito?".

Per rispondere a queste domande – soprattutto a quella del titolo -  bisogna trasformarle in altre domande:
1. Chi deve educare i bambini e poi i ragazzi?
Vorrei chiarire questo punto: sono prima di tutto e soprattutto i genitori quelli che devono educare i bambini! I bambini dovrebbero arrivare a scuola già capaci di non picchiare, di non saltare dalla sedia, di non trattare male gli altri, di non sghignazzare, di non urlare. Ma è piuttosto difficile se a casa sono abituati a fare quello che vogliono e se non vengono rimproverati quando offendono, insultano o portano via il gioco a qualcun altro. I vostri bambini (Uno? Due? Tre?) sono già difficili da tenere buoni a casa: immaginate che cosa significa quando in classe ce ne sono dieci, scatenati, e altri quindici che si comportano male per imitazione. 
“Noi vorremmo invece che in classe le maestre facessero la loro parte, trasmettendo valori di convivenza civile e autorevolezza. Molti sostengono che i figli a casa sono educati e che solo a scuola si comportano male, quindi la colpa deve essere delle maestre, che sarebbero poco incisive, distratte, inefficaci.
La maggioranza dei genitori non sono di quelli che proteggono i figli dalle punizioni, vorrebbero anzi più severità!!Le maestre ci dicono che passano metà del tempo a cercare di gestire la classe”
Cari genitori ” i valori di convivenza civile e autorevolezza” li devono trasmettere i genitori, a casa!  Gli insegnanti insegnano ad arricchire quei valori, aggiungendoci la tolleranza verso altre etnie, la non violenza, ecc. 
“I genitori vorrebbero più severità”: siete voi genitori che dovete essere più severi, prima di mandare i bambini a scuola! 
“I figli a casa sono educati e solo a scuola si comportano male, quindi la colpa deve essere delle maestre, che sarebbero poco incisive, distratte, inefficaci.”: cari genitori, se i vostri figli a casa si comportano bene è perché sono soli! Invitate venticinque bambini a casa vostra e vedrete come cambia vostro figlio!

2. Perché le maestre non riescono a gestire i bambini aggressivi e finiscono per occuparsi sempre di loro, trascurando i bambini che si comportano bene e perché i dirigenti non fanno qualcosa?

Ecco, qui vorrei proprio dare delle informazioni perché i genitori capiscano la situazione e, invece di combattere gli insegnanti, li aiutino. 
La descrizione che ha fatto Paola è molto verosimile e per nulla esagerata. In classe ci possono essere, contemporaneamente:
“botte, urla, insulti, offese… emarginazione di bambini ritenuti meno "fighi" degli altri, ("vattene, ci rovini il gioco!", "non puoi giocare, perché mi sei antipatico e basta!"), velenose osservazioni su difetti fisici ("...sei un ciccione, ...hai i denti gialli, ...sembri un maschio, sembri una femmina".., ecc.).”
Ma ci sono anche bambini con problemi di comportamento:
per esempio “un bambino autistico con comportamenti aggressivi , che disturba continuamente le lezioni, solleva il banco e cerca di lanciarlo ai compagni, lancia oggetti e si spoglia con alcuni episodi di pipi fatta in classe… Al primo piano il bambino non può stare perché cerca di lanciarsi dalle finestre.”
E ci sono ”I bambini sono spaventati da questa situazione , che  non vogliono più andare a scuola”.
E ci sono bambini ai quali è stato diagnosticato un “disturbo oppositivo provocatorio”. Dato che ci sono genitori che non sanno in che cosa consiste, vorrei dirvelo. Copio i sintomi dall’Associazione di Psicologia Cognitiva (APC)
Il bambino (che non ha nessuna colpa di quello che fa e che non riesce a controllarsi, perché non è maleducato, ma ha un distrurbo)
• spesso va in collera;
• spesso litiga con gli adulti;
• spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti;
• spesso irrita deliberatamente le persone;
• spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento;
• è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri;
• è spesso arrabbiato e rancoroso;
• è spesso dispettoso e vendicativo.

Rispondo alla domanda: che cosa dovrebbe fare la maestra? Picchiare i bambini? Buttarli fuori dalla classe? Sospenderli per quindici giorni? La maestra non riesce a gestirli perché ci sono molte situazioni che non si possono gestire. Ci vorrebbero molti meno alunni per classe, più maestre che lavorano in compresenza, più spazi per organizzare attività particolari. 
Che cosa dovrebbe fare il Dirigente? Punire la maestra? E perché? Perché è costretta a lavorare in condizioni difficili? Sospendere dalle lezioni i bambini con disturbi del comportamento? Mandarli in un’altra scuola? E quando arrivano in un’altra scuola dovrebbero mandarli via anche di là? E che colpa hanno quei bambini? E le loro mamme?

3. Perché si parla sempre dei bambini che si comportano male e non degli altri?
Direi che quello che ho risposto alla domanda precedente lo fa capire: perché le maestre sono costrette a trovare strategie perché i bambini non si facciano male (tra l’altro, se capita, i genitori sono subito pronti a incolpare l’insegnante).

4. Perché mio figlio viene punito? 

I bambini (e i ragazzi) vengono puniti quando è necessario far loro capire che il comportamento che tengono è sbagliato. I genitori dovrebbero capire e appoggiare gli insegnanti. Dovrebbero riflettere su come hanno educato il loro figlio e, all'occorrenza, dare a se stessi la colpa del comportamento del figlio.


“Sono perfettamente d'accordo nel rispetto dei diritti dei bambini "speciali" però bisogna considerare anche gli altri bambini e credo che anche loro hanno il diritto di stare a scuola tranquilli e sereni” 

E io sono perfettamente d’accordo su questa riflessione di Maria. Ma non sono né gli insegnanti né i dirigenti quelli che possono garantire questo.
È lo Stato. È il Governo. È a loro che dovete rivolgervi a gran voce.

PRIMA PARTE


sabato 2 maggio 2015

Perché gli insegnanti protestano. Terza parte. 520° post

Continua da "Perché gli insegnanti protestano. Seconda parte. 519° post"



3. Bisogna che i dirigenti incapaci, indolenti e che abusano del loro potere vengano mandati via.

Sarebbe bellissimo avere un dirigente preparato, che ci sostiene, che ci consiglia, che affronta i problemi e cerca di risolverli insieme a noi; un dirigente che fa di tutto per aiutare gli insegnanti, ma anche i genitori e i ragazzi.
Ma esiste, questo dirigente, o è solo un’utopia? Personalmente, in tutta la mia carriera ne ho conosciuto solo uno. Magari sono stata sfortunata, chissà. Ma anche attraverso le lettere che mi scrivono ho l'impressione che i dirigenti in gamba siano pochi.
Bisognerebbe che al Governo e al Ministero dell’Istruzione (Pubblica) si informassero meglio, sui dirigenti.
Come si può pensare di dare ai dirigenti (che possono essere anche incapaci, indolenti e propensi all'abuso di potere) maggiore potere, con il rischio che ne abusino o che non lo utilizzino? Il ministro Giannini ha detto in una intervista che se i dirigenti non saranno all’altezza potranno non essere riconfermati. Ma la domanda è: e chi li giudica? Nel vortice di sì, no, forse, che impazza da mesi si è detto che i presidi della Buona Scuola saranno insegnanti che diventeranno presidi per poi tornare a insegnare dopo un certo periodo. Ma che senso ha? Supponiamo, per essere ottimisti, che si rivelino degli ottimi presidi: li mandiamo a casa?
Non ci convincono queste idee, ed è per questo che protestiamo.
Il dirigente – per primo- dovrebbe essere valutato, perché, come ho già avuto modo di dire, se non è bravo può rovinare una scuola, anche se i docenti sono ottimi.
Li valuterà – stando alle dichiarazioni e ai “si dice” - un nucleo di valutazione istituito presso l'amministrazione scolastica regionale. E perché non li valutano i docenti, invece?
Credo che ci andrebbe bene provare questo preside della Buona Scuola se alla fine dell’anno potessimo valutarlo noi. Valutiamoci a vicenda. Lui valuta noi e noi valutiamo lui. Perché nessuno ci chiede mai di dare un giudizio sul dirigente? Un giudizio motivato, si intende. Forse allora si aprirebbe qualche spiraglio.
E poi: ma lo sanno, al Ministero e al Governo che oggi un dirigente ha un’esagerazione di scuole (alunni, insegnanti e gentori) da gestire? Ma come fa a giudicarci se non ci conosce neanche? Non sa i nostri nomi, non parla con noi, perché non c’è mai o quasi. Che cosa ne sa di quello che facciamo? Si basa sui “sentito dire”? Sulle lettere anonime dei genitori? Su che cosa?
Il dirigente non può avere carta bianca: è troppo rischioso. Lo abbiamo visto accadere tante volte: i dirigenti apprezzano le persone molto accondiscendenti, gli adulatori, quelli che dimenticano la dignità e si abbassano a servire “il capo” per ottenere qualche piccolo favore. I dirigenti vedono come fumo negli occhi gli insegnanti che esprimono la loro opinione, quelli che fanno notare le loro scorrettezze, quelli che si rifiutano di fare quello che non ritengono giusto. Quelli, anche se bravissimi, verrebbero mandati via. Il merito dei docenti non deve essere lasciato all’arbitrio di un dirigente. C’è chi dice che in tutte le aziende i lavoratori vengono giudicati. C’è chi pensa che le nostre proteste nascano dalla paura di essere giudicati. Ma la Scuola non è e non deve essere un’azienda. Il dirigente non è un padrone. Soprattutto, non è il nostro padrone.

Ci sarebbero tante altre osservazioni da fare. Smetto qui.
Volevo solo spiegare perché noi insegnanti protestiamo. E perché solo qualche preside appoggia “La Buona Scuola”.


Il 5 maggio io faccio sciopero.

venerdì 1 maggio 2015

Perché gli insegnanti protestano. Seconda parte. 519° post



Secondo problema: non tutti gli insegnanti sono bravi.
Ammettiamolo, questo. Se c’è una percentuale di insegnanti che sono impreparati, che non hanno voglia di lavorare, che sono tutto fuorché professionali, dobbiamo dirlo noi per primi. Uno dei motivi per i quali viene dato potere ai dirigenti è quello di metterli in condizione di scegliere gli insegnanti migliori. Credo che si debba concordare su questo: i cattivi insegnanti devono uscire dalla Scuola. O – meglio - non devono proprio entrarci.
Oggi, se in una scuola c’è un insegnante che insegna cose sbagliate, che non insegna nulla, che non sa tenere la classe in alcun modo, che maltratta gli alunni non può essere mandato via. I dirigenti sono impotenti. E se è nell’anno di prova, non viene fermato perché nessun collega del comitato di valutazione si prende la responsabilità di farlo.
Ammettiamolo, e smettiamo di proteggere gli incapaci e i fannulloni.

Terzo problema: non tutti i dirigenti sono bravi.
Ammettiamo anche questo. Tutti noi che lavoriamo nella Scuola sappiamo quanti cattivi dirigenti abbiamo incontrato: ci sono quelli che si lavano le mani di tutti i problemi; quelli che non conoscono adeguatamente le leggi e pretendono che applichiamo una loro versione distorta, e, soprattutto, quelli che vogliono non avere grane. Ci sono anche quelli che non conoscono le leggi, che cercano di non avere grane e che si lavano le mani di ogni problema, tutto contemporaneamente.
Oggi, se in una scuola c’è un dirigente impreparato, che non si prende nessuna responsabilità, e che impedisce ai docenti di fare qualsiasi cosa che possa anche lontanamente dargli delle grane, nessuno riesce a mandarlo via. Gli insegnanti devono lavorare male e non possono mandarlo via.
Ma il problema è: perché viene dato ai dirigenti più potere, anche quando sarebbe il caso di licenziarli?

Veniamo alla Buona Scuola: non ci piace. E protestiamo. Perché? Perché vediamo che la cura è solo un placebo, o è peggiore del male. Vorrei dire a Renzi: caro Renzi, leggi il mio blog, e vedrai chiaramente quali sono i problemi della Scuola. Quello che serve davvero alla Scuola è correggere i tre errori che ho messo in evidenza.

1. Ci vogliono più soldi.
Ma molti molti di più. E si deve controllare come vengono spesi. Bisogna stabilire delle priorità. Che senso ha parlare di digitalizzazione delle Scuole quando le Scuole cadono a pezzi, i ragazzi devono usare bagni puzzolenti, senza porte, senza carta igienica; quando i banchi e le sedie sono scomodissimi, quando non ci sono libri, non c’è carta, non c’è materiale per le attività didattiche; che senso ha, quando le aule sono piccole e gli alunni troppi?
Prima spendete i soldi per rendere sicure le scuole. I bambini, i ragazzi e gli insegnanti devono essere al sicuro. Le risorse stanziate sono ridicole.
Prima spendete i soldi per rendere comode e pulite le scuole. Non si sta volentieri a scuola se l’ambiente non è accogliente.
Prima spendete i soldi per prevedere classi di pochi alunni. Nelle classi pollaio non si può studiare bene.
Prima spendete i soldi perché ci sia più personale. Solo se ci sono insegnanti in più per aiutare gli alunni in difficoltà, o per fornire ai ragazzi la possibilità di potenziare la loro preparazione si può far migliorare il livello degli studenti italiani.
Prima spendete i soldi per capire quale tipo di formazione serve agli insegnanti e poi parlate di formazione obbligatoria. I corsi di formazione non ci sono o vengono tenuti da persone che non hanno mai insegnato. Se io volessi girare per le scuole a tenere corsi di aggiornamento non potrei, perché non esiste un permesso per questo. E dovrò fare anch’io le 50 ore di formazione obbligatoria, anche se mi autoformo già tutti i giorni?
Prima spendete i soldi per mettere di nuovo un dirigente per ogni scuola. Con il sistema attuale il dirigente (neanche il più bravo, figuriamoci gli altri) deve girare da una scuola all’altra e non può seguire nessuno davvero.  O non gira affatto, rimane sempre nella sede e per le altre scuole pratica la teledirigenza.
Prima date tutto questo e poi spendete i soldi per i test Invalsi. Adesso non ha alcun senso.
Prima date tutto questo e poi parlate di giudicare gli insegnanti. Adesso non ha alcun senso. Facile dire “gli insegnanti non vogliono essere giudicati”. Vogliamo assolutamente essere giudicati! Ma non in queste condizioni.

2.         Bisogna che gli insegnanti impreparati e fannulloni vengano mandati via. Su questo non c’è dubbio. Ci sono insegnanti che non conoscono la materia che insegnano, che fanno errori di ortografia quando scrivono sul registro, che insegnano cose sbagliate o diseducative, che valutano secondo il vento che tira, che offendono e umiliano gli alunni, che non si presentano alle riunioni. I dirigenti – in sostanza- oggi non possono fare nulla.
Ma devono essere giudicati non dai dirigenti, ma da ispettori ministeriali ben preparati. Ce ne vogliono molti di più, e, soprattutto, devono essere in grado di giudicare anche la didattica, e devono essere messi in grado di prendere provvedimenti disciplinari. E per gli insegnanti di matematica ci vuole un ispettore laureato in matematica, altrimenti come può giudicare, se il problema è la didattica? E così via.
Non può essere il dirigente, quello che decide, perché la Scuola non è un’azienda privata. E da qui si arriva al punto successivo:
“Bisogna che i dirigenti incapaci, indolenti e che abusano del loro potere vengano mandati via”.

Continua…


mercoledì 18 febbraio 2015

"Chi è responsabile degli alunni difficili che escono dalla classe senza permesso e girano per i corridoi?" Seconda Parte. 507° post


Ho già scritto più volte riguardo alle responsabilità degli insegnanti e alla culpa in vigilando e perciò non mi ripeterò e richiamerò, qui in fondo, i link del blog a riguardo.
La domanda è sostanzialmente questa: "Chi è responsabile degli alunni difficili che escono dalla classe senza permesso e girano per i corridoi?".
Rispondo: l’insegnante che lo ha lasciato uscire (anche se non ha dato il permesso), ma anche quello che passa nel corridoio e constata dei comportamenti scorretti o pericolosi e non fa nulla perché torni in classe.
Credo che molti insegnanti non sappiano che ognuno è responsabile non soltanto dei suoi alunni, ma di tutti quelli che si trovano davanti a lui.
Mi spiego: l’assistenza durante l’intervallo è nostro dovere. Ogni scuola organizza l’assistenza, stabilendo che debba essere fatta a turni o tutti contemporaneamente. Chi è di assistenza ha il dovere si sorvegliare che i bambini o i ragazzi non si facciano male. E questo vale non sono per le elementari e le medie, ma anche per le superiori. E tutti gli insegnanti devono vigilare, mentre si muovono all’interno della scuola, affinché gli alunni non si facciano male. Molto spesso noto che ci sono insegnanti convinti di essere a posto quando controllano la loro classe.
Recentemente il MIUR è stato condannato a pagare 221 mila euro perché una studentessa di diciassette anni si è suicidata, impiccandosi nei bagni della scuola a scuola. Che colpa ne ha il MIUR? Che colpa ne ha il dirigente dell’istituto dove è avvenuto il fatto? E che colpa ne ha l’insegnante? Viene condannato il MIUR perché qualche suo dipendente ha sbagliato. Ma state tranquilli che il MIUR girerà la colpa a qualcuno. La colpa è questa: la ragazza è entrata e ha potuto recarsi in bagno senza che nessuno se ne accorgesse, né l’insegnante né il personale della scuola. Evidentemente si pretende che la scuola preveda che chi entra venga individuato e controllato. Spesso ai ragazzi delle superiori viene lasciata molta libertà. So di scuole che permettono di uscire e di andare al bar dell’angolo. Ma insegnanti e dirigenti di quelle scuole dovrebbero chiedersi che cosa accadrebbe se un ragazzo venisse investito da un’auto. La colpa sarebbe dell’insegnante che lo ha permesso (o non lo ha impedito) e del dirigente che non ha dato direttive affinché il ragazzo non potesse uscire. Se “tutti fanno così” o se “sono grandi! Che cosa vuoi che succeda?” non interessa a nessuno, se accade qualcosa a uno di quei ragazzi. Tutto va bene finché non succede nulla. E supponiamo che il dirigente abbia messo per iscritto che “nessun alunno può uscire dalla Scuola” e poi chiuda un occhio se qualcuno lo fa.  Pensate che se, in caso di incidente, venisse accusato dal MIUR non farebbe valere quello scritto, indicando gli insegnanti come responsabili?
I bambini e i ragazzi sono beni preziosi che vengono affidati alla scuola, tutta. Abbiamo il dovere di fare di tutto perché non accada loro nulla.
Tutti gli alunni della nostra scuola sono nostri alunni. Dobbiamo smettere di pensare solo alle nostre classettine. E dobbiamo smetterla di offenderci se un insegnante rimprovera i nostri alunni o la nostra classe. Il concetto che “ognuno deve pensare agli alunni suoi” è sbagliato. E lo dice la legge. Noi insegnanti dobbiamo educare tutti gli alunni a un comportamento corretto in modo che nessuno si faccia male. E se gli alunni di altre classi urlano, si inseguono o si picchiano è un problema di tutti gli insegnanti presenti. Non dobbiamo sopportarlo e non dobbiamo permetterlo.
Se un alunno “scappa” dalla classe, che cosa deve fare l’insegnante? “Lascia la classe incustodita per inseguire l'alunno, o aspetta di trovare un bidello e lascia incustodito l'alunno?”. E “se un alunno particolarmente problematico dal punto di vista comportamentale esce dall'aula continuamente, senza che l'insegnante abbia dato il permesso, anzi viene aggredita verbalmente e con gesti irripetibili nel momento in cui dice all'alunno che non può uscire senza permesso, come deve comportarsi?”
Secondo me deve comportarsi come se fosse scattata una sirena d’allarme. La prima volta che l’alunno “scappa” l’insegnante deve attivarsi in modo da seguire l’alunno, dopo aver lasciato la classe in custodia a un bidello e, se non lo trova, a un collega che si trova nell'ora libera e che per pochi minuti potrà senz'altro (e dovrebbe senz'altro) aiutarlo. Questo è uno dei casi in cui una nota sul registro si rende necessaria, anche per segnalare la gravità del fatto. Se l’insegnante si limita a scrivere sul registro passa, agli occhi di tutti, che non è poi così grave scappare.
È perciò il caso di arrabbiarsi molto con l’alunno e di spiegargli perché il suo comportamento è irrispettoso e potenzialmente pericoloso.
Bisogna anche scrivere al dirigente per metterlo al corrente del fatto e chiedere direttive – scritte- su come comportarsi: lasciare senza custodia l’alunno o la classe? Ce lo dica lui. Gli insegnanti devono imparare a esigere da parte del dirigente un aiuto: non ci sono soldi, non ci sono sufficienti collaboratori, non ci sono supplenti? E noi come facciamo a gestire certe situazioni? Noi dobbiamo fare al meglio il nostro dovere. Al resto pensi il dirigente.
Cari colleghi che mi scrivete, mettetecela tutta a essere bravi insegnanti, e imparate a ribellarvi alle situazioni ingestibili, perché alla fine, se succede qualcosa ci andate di mezzo voi e, naturalmente, qualche alunno.
Il dirigente non permette che qualcuno venga sospeso, anche se gli dimostrate di aver fatto tutto il possibile per aiutarlo? Scrivetegli e protocollate quello che scrivete, perché siete voi quelli che di giorno in giorno educano i ragazzi e siete sempre voi quelli che devono sapere quando è il momento di prendere dei provvedimenti disciplinari. Non prendere mai provvedimenti significa diffondere un’idea di impunità che favorisce i comportamenti scorretti e potenzialmente pericolosi.


E se durate l’intervallo o in qualunque altro momento un alunno minaccia di picchiare un altro e voi siete lì presente (l’insegnante è in classe o nelle vicinanze della sua classe), e se i due si picchiano e uno dei due cade, batte la testa e muore (voglio esagerare per rendere l’idea) chi pensate che venga chiamato a dimostrare che non ha potuto fare nulla per impedire la morte del ragazzo? Potete voi dire “Ma non era un mio alunno!”? Io credo di no.




martedì 7 ottobre 2014

“Non ci sono soldi”. Di chi è la responsabilità se accade qualcosa in classe? 480° post

Ricevo molte lettere che hanno come argomento il problema della gestione di alunni difficili, che possono essere un pericolo per sé e per gli altri, e dell’atteggiamento che molti dirigenti hanno riguardo al problema. Mi si racconta di bambini o ragazzi con questi comportamenti: canta, fischia, lancia oggetti, ride sguaiatamente; entra in classe urlando; protesta, offende i compagni e l'insegnante; parla a voce alta, si alza, cammina per la classe, pretende di cambiare posto, prende in giro i compagni, risponde aggressivamente all'insegnante, si muove continuamente, lasciando cadere oggetti, allungando le mani e toccando il materiale del compagno di banco per creargli disturbo; interviene continuamente a sproposito; si rifiuta di consegnare il diario o di aprire il libro o di scrivere; chiede di uscire continuamente, ecc.
Tutti gli insegnanti hanno esperienza di casi come questi. E anche i genitori (mi scrivono anche loro perché i loro figli hanno in classe compagni problematici) hanno spesso avuto esperienza di classi con alunni che rendono la vita difficile ai loro figli.
Ecco, una per tutte, la lettera di Silvana:
“Gentile professoressa, le scrissi durante lo scorso anno scolastico a proposito di un mio alunno che manifestava tutti i sintomi di iperattività e le dissi che ero riuscita, con non poca fatica, a fare in modo che la madre richiedesse le visite utili ad assegnargli un supporto.
La visita è stata programmata per il mese di novembre, intanto noi come scuola, e la stessa madre, abbiamo richiesto l'intervento di un educatore in classe. Risposta del Comune: "Non ci sono soldi"... E non ce ne sono neanche per sostituire la Docente di Sostegno già presente in classe quando usufruisce del suo giorno libero. Mi ritrovo così con un bambino presumibilmente iperattivo da certificare e uno autistico certificato... da sola. Le chiedo: " Chi dei due ha la priorità?" e ancora " E gli altri 17?" ... Le pongo anche un'altra domanda :- Chi deve rincorrere ( perché di questo si tratta) l'alunno iperattivo nel corridoio e chi lo deve sollevare letteralmente di peso quando si "inchioda" al pavimento?- L'unica soluzione che abbiamo trovato è quella di creare qualche ora di compresenza, ma, davvero, per carenza di docenti di sostegno e di educatori, spesso sono sola ad affrontare situazioni che mi creano ansia, stress e dolori alla schiena non indifferenti... Anche perché il bambino iperattivo costituisce un reale pericolo per sé e gli altri e l'enorme pazienza e fiducia di cui godo da parte degli altri genitori... prima o poi avrà termine. Gradirei un suo consiglio. La saluto. Silvana”

Il problema della responsabilità non è un problema da poco. Se accade qualcosa in classe, cioè se qualcuno si fa male, la colpa è dell’insegnante che si trova in classe in quel momento, che dovrà dimostrare di non aver potuto prevedere l’evento e di non aver potuto fare nulla per impedirlo.
Nella Scuola di oggi la situazione è davvero molto pericolosa: classi pollaio, molti bambini problematici che non possono essere aiutati per mancanza di personale; poche ore di sostegno o – se non ci sono certificazioni – nessuna ora di sostegno; poche possibilità di supplire gli insegnanti assenti, soprattutto quelli di sostegno; conseguente cattiva (e illegittima) abitudine di “usare” gli insegnanti di sostegno come tappabuchi; l’abitudine di ricorrere al frazionamento delle classi in cui non si riesce a sostituire l’insegnante assente, distribuendo gli alunni a gruppetti in altre classi, con conseguente violazione delle norme di sicurezza e disturbo del regolare svolgimento delle lezioni.
Quando – nel blog e nel libro - parlo di “classi difficili” intendo classi in cui ci sono alunni che hanno problemi di comportamento che derivano principalmente da un loro vissuto di disagio, di degrado, di violenza. Con loro si possono attivare strategie e si può riuscire – tutti insieme- a gestirli e ad aiutarli, se i problemi non diventano patologici o vicini alla patologia. Noi abbiamo il dovere di essere capaci di gestire le situazioni conflittuali e gli alunni problematici. Se è possibile a qualcuno gestire la classe in modo che nessuno corra dei rischi, allora significa che si può fare e dobbiamo essere capaci di farlo. Se non ci riesce, la colpa diventa nostra.
Ma se un insegnante ha uno o più alunni con disturbi del comportamento come la sindrome da deficit di attenzione e iperattività, o con disturbi psichiatrici come la psicosi, il rischio di incidenti diventa molto alto e l’insegnante deve assolutamente essere aiutato, perché da solo non può farcela.
Di solito, quando gli insegnanti di un Consiglio di classe hanno difficoltà a portare avanti le lezioni e gli alunni non riescono a seguire a causa di continue interruzioni, e quando durante la lezione si verificano situazioni potenzialmente pericolose, si rivolgono al Dirigente per chiedere di trovare delle risorse – umane ed economiche – per cercare di risolvere il problema e per aiutare il ragazzo e la classe.
Ed ecco che i dirigenti – a loro volta responsabili di molte scuole – allargano le braccia e si dichiarano impotenti perché “non ci sono soldi”; il Comune o l’Asl rispondono che “non ci sono soldi” e l’alunno, le classi e gli insegnanti vengono lasciati soli. Oppure i docenti vengono accusati di non essere capaci di trovare delle strategie per gestire le classi.
Che cosa fare? Non bisogna accettare questo “non ci sono soldi”, e, tantomeno questo “non siete capaci di gestire la classe, ed è compito vostro trovare le strategie adatte”. I soldi devono essere trovati, e il dirigente deve capire che gli insegnanti –nelle situazioni in cui si trovano a volte- non possono fare miracoli, né avere il dono dell’ubiquità. Bisogna combattere, per ottenere che Dirigente, Comune e Asl si assumano le loro responsabilità. Bisogna scrivere lettere con le quali si informa della potenziale pericolosità di un certo alunno, e di situazioni di rischio per insegnanti e docenti. Bisogna farle protocollare. Bisogna non stancarsi di chiedere. E bisogna anche tutelarsi, perché se accade un incidente nella classe pollaio, dove ai tanti alunni si sono aggiunti tre o quattro alunni di altre classi; se un alunno violento picchia un compagno e lo ferisce – magari gravemente- la colpa è dell’insegnante. E se avevate soltanto detto che l’alunno poteva diventare pericoloso (come dice un antichissimo proverbio, “verba volant, scripta manent”, cioè le parole volano, gli scritti rimangono” ricordatelo!), se avevate protestato a voce perché nella classe non c’era lo spazio minimo stabilito dalla legge; se avevate informato solo a voce che l’alunno aveva già mostrato la volontà di picchiare, tutti se ne dimenticheranno e la colpa sarà data a voi che eravate in cattedra in quel momento.
Ed è davvero interessante sapere che cosa succederebbe nel caso descritto da Silvana. Secondo me l’insegnante verrebbe accusato di non aver segnalato la potenziale pericolosità della situazione (lo ripeto: verba volant!). Allora, Silvana, metti per iscritto il quesito al dirigente, facendo presente che la soluzione “chiami il bidello a sorvegliare la classe e vada dietro all'alunno che scappa” spesso non è praticabile perché anche i bidelli sono pochi e spesso impegnati altrove.
Fate tutto quello che potete per gestire la situazione e per aiutare gli alunni in difficoltà, e poi, se non ci riuscite, scrivete. Scrivete tutti, e segnalate al dirigente (per iscritto) i casi in cui la situazione può degenerare. Tutelatevi. Durante i consigli di classe in cui è presente il dirigente, descrivete la situazione nei dettagli e mettete tutto a verbale, compreso il fatto che avete chiesto al dirigente come può essere gestita la situazione. Molto spesso gli insegnanti e i genitori hanno paura di scontrarsi con il dirigente e chi propone di presentare le richieste in forma scritta non trova collaborazione. Molti insegnanti si sentono in colpa anche quando hanno ragione e hanno paura di conseguenze, se protestano, perché non conoscono le leggi. Se quei colleghi e quei genitori preferiscono sperare che non accada nulla e toccare ferro, scrivete da soli la lettera. E – lo ripeto – fatela protocollare.

domenica 23 febbraio 2014

Che cosa vogliono gli insegnanti. Prima parte. 442° post

Gli insegnanti non hanno a che fare solo con i bambini e i ragazzi. Anche con i genitori, i nonni, gli zii. E questo rapporto con tante persone è un motivo di stress, perché gli insegnanti sono sotto gli occhi critici e a volte perfino malevoli di molte persone.
C'è sempre qualcuno che vuole venire a sentire come mai abbiamo detto o fatto qualcosa, o non detto e non fatto qualcos'altro. E tutti partono dal presupposto di sapere come e che cosa si dovrebbe insegnare. Credono che quello che viene riferito dagli alunni sia esattamente così, anche se sono bambini che hanno sette anni e hanno un vocabolario ridotto, anche se viene filtrato da un altro genitore, al quale lo ha detto un bambino vicino di casa del suo, che è nella classe vicina. E si precipitano (o vorrebbero farlo, ma non ne hanno il coraggio) a chiedere conto agli insegnanti del loro comportamento e delle loro parole.

Gli insegnanti hanno a che fare anche con Dirigenti che spesso, competenti o incompetenti che siano, non riescono a gestire la scuola che dirigono, soprattutto oggi che hanno affidato loro istituti comprensivi formati da cinque, sei, sette scuole. E capita che gli insegnanti debbano subire le conseguenze di una organizzazione piena di lacune.

Gli insegnanti hanno a che fare con Ministri sempre diversi, che si inventano continuamente nuove sigle, nuovi compiti, nuovi orari,  che hanno pretese sempre nuove, e, che, contemporaneamente, tagliano fondi. E ogni nuovo Ministro distrugge quello che aveva pensato il suo predecessore, e costringe gli insegnanti a ricominciare tutto daccapo, come in un assurdo gioco in cui si cade  sempre sulla casella “Ritorna al Via!”.

Gli insegnanti sono stanchi e sono stufi, di tutto questo.

Quelli che lavorano con coscienza sono tanti. Ognuno con qualche difetto, perché ognuno lavora secondo le sue capacità, come capita in tutti i settori. È ora di smetterla di fare di ogni erba un fascio, e di trattare tutti come incompetenti da chi non sa che cosa significa insegnare, da chi non capisce niente di didattica, ma esprime comunque dei giudizi sulla didattica o da chi è prevenuto perché ha avuto un rapporto conflittuale con un insegnante e odia tutta la categoria.

Gli insegnanti vogliono essere lasciati lavorare.

I nostri interlocutori principali devono essere gli alunni. Genitori, nonni, zii, devono stare un po’ meno addosso, dietro alla striscia gialla, come nelle farmacie. Per rispettare il nostro lavoro e quello che facciamo per i bambini e i ragazzi. Il controllo del nostro operato deve essere compito del Dirigente, non delle nonne e dello zio. La didattica la decidiamo noi. I genitori devono capire che l’insegnamento è il nostro lavoro e che quindi siamo noi quelli che sanno come si deve insegnare, non loro. Devono essere meno prevenuti verso gli insegnanti, perché, anche se esiste qualche insegnante incompetente e fannullone, non significa che sia proprio quello del loro figlio.
Gli insegnanti vogliono che i Dirigenti facciano il loro lavoro e si diano da fare per aiutarli a trovare una soluzioni ai problemi che sorgono. Vogliono che i Dirigenti lavorino insieme a loro.
Gli insegnanti vogliono che i Ministri la smettano di cambiare continuamente le carte in tavola; che la smettano di inventare nuove sigle, di suggerire nuovi percorsi didattici, di cambiare programmi di studio, sistemi di valutazione, orari; vogliono che i Ministri (e i governi) la smettano di operare tagli, che rispettino gli insegnanti e gli alunni e – soprattutto-  che investano sulla Scuola.
Gli insegnanti vogliono che tutti – persone comuni e Ministri- capiscano che le vacanze estive, per loro, più che una vacanza, sono una convalescenza, come dice il dottor Vittorio Lodolo D’Oria.
Gli insegnanti precari vogliono avere un posto di lavoro, e smetterla con la gavetta.  
Gli insegnanti di ruolo vogliono essere lasciati andare in pensione, se non ce la fanno più. E comunque nessuno dovrebbe essere lasciato in cattedra dopo i sessant'anni, perché i bambini e i ragazzi hanno diritto ad avere insegnanti giovani, più vicini a loro come mentalità, e non ancora stanchi e usurati.


martedì 11 giugno 2013

“Docenti precari e docenti prevaricatori”. 382° post.

 Linda mi scrive:
“Gentile e disponibile professoressa, ieri finalmente si è chiusa la scuola. Da lunedì ultimi scrutini e poi esami. Insegno da oltre 30 anni Educazione Fisica, sempre precaria, ogni anno cambio scuola, colleghi, alunni. Può immaginare che lavoro immenso di adattamento da tutti i punti di vista. In linea di massima ho avuto poco problemi con gli adulti, e tanto meno con i ragazzi. In fondo arrivo, prendo gli alunni, li porto in palestra, poi ritorno, prendo un’altra classe e così di seguito per 18 ore. Alla fine ho poco contatto con i colleghi, e di questo mi rammarico a livello umano e sociale, ma alla fine nessuno interferisce nei miei giudizi, nelle mie valutazioni e soprattutto nel mio programma. Con i ragazzi ho qualche difficoltà iniziale prevalentemente con i ragazzi di terza media che magari sono abituati all'insegnante dell’anno precedente, ma pian piano tutto si risolve.
Quest’anno ho vissuto un’esperienza nuova, dilaniante nell'animo  nell'insegnamento  nel rapporto con i ragazzi di una classe e con il loro professore di lettere.
Provo a spiegare.
Arrivo in una scuola con 3 sezioni, una con orario prolungato in due pomeriggi. Trovo un orario terribile, giustamente noi precari arriviamo quando ormai la scuola è iniziata e tutti si sono organizzati al meglio. Ciò che rimane lo dobbiamo subire. Non c’è stato verso, non ho potuto avanzare nessuna richiesta. Ero l’ultima arrivata e stavo creando già troppo scompiglio. Alla fine mi sono dovuta adattare, ma non le racconto il “manipolìo” che c’è stato dietro, contro di me! Così inquadro subito la situazione. Scuola di paese, preside del posto, due docenti della funzione strumentale da sempre che fanno da ali alla preside e decidono tutto loro! Un vice preside (prof di matematica) doppia faccia. Tutto il resto dei colleghi persone eccezionali con cui ho instaurato un buon rapporto di collaborazione e di contatto sociale.
Ho dovuto faticare per farmi apprezzare dalle seconde e dalle terze: l’anno scorso hanno avuto un professore che li ha fatti tanto giocare a calcio, organizzando tornei su tornei, quest’anno arrivo io completamente diversa come persona e obiettivi … è stata dura! Ma alla fine ho trovato un punto di accordo tranne che con una terza, la terza B, composta da 14 ragazze e 7 ragazzi. Il coordinatore di questa classe, uno dei due della funzione strumentale, ha un potere strabiliante su quella classe. Ha cresciuto quei ragazzi dalla prima in adorazione verso il “dio” T.. che è lui. Ho avuto da subito una reazione esagerata da queste ragazze, non mi hanno accettata dal primo giorno, hanno adottato atteggiamenti scorretti e provocatori tipo pettinarsi in palestra, aggiustarsi le code di cavallo sciogliendo e rilegando i capelli in continuazione con grandi gesti,vestendo un po’ succinte, i ragazzi tre in particolare tiravano il pallone di basket con forza e a distanza verso il canestro senza preoccuparsi di chi poteva essere colpito. Questo i primi tempi, poi sempre meno considerazione, meno attenzione, meno rispetto verso la mia persona. Atteggiamento comune anche con gli altri insegnanti delle “educazioni” come dicono a scuola. Quando al primo bimestre hanno cominciato a vedere come i voti bassi di Educazione Fisica influivano sulla media hanno provato a cambiare atteggiamento, quanto meno a cercare di apparire più educati. In sostanza cara prof, difficile e inutile raccontare ogni momento. Per dire l’ultima hanno chiesto espressamente di controllare il programma di esame per verificare se avevo scritto il programma svolto effettivamente.
Da un’analisi che mi sono fatta anche con il confronto con alcuni colleghi ho tratto le seguenti conclusioni. All'inizio dell’anno forse una lezione è risultata noiosa, la classe si è lamentata con “dio” T. il quale invece di prendere le difese di una collega, per giunta nuova, ha appoggiato gli alunni e da lì è maturata giorno dopo giorno un’avversione verso la mia persona. Pensi che in classe, ad ogni tentativo di comunicare normative che ormai vivo da anni nelle scuole, o ogni volta che si iniziava un qualsiasi discorso riguardante la scuola, i ragazzi aprivano con “il prof. T. ha detto…” e spesso quello che il prof. T. ha detto è completamente contrario e avverso a ciò che cercavo di dire io. Pare che questo succedesse con tutti i prof.
Per quanto riguarda il rapporto con questo collega posso dire che, in pratica, non mi ha mai considerata, da quando sono arrivata, come coordinatore avrebbe quanto meno dovuto presentarmi la classe, raccontarmi di difficoltà e problematiche, ma in realtà niente di niente. Probabilmente ha pensato che ero una dei tanti professori che cambiano ogni anno e che mi sarei adeguata velocemente all’andazzo. Ma non è stato così, io parlo, dico quello che penso, credo nella disciplina che insegno e tiro fuori tutte le storture che incontro per strada. Addirittura all’inizio dell’anno mi è stato detto che volevo cambiare le regole della scuola!
Insomma il prof. T.  pieno di sé e paladino della preside, non mi ha accettato e sopportato da subito, ha trasmesso queste sue emozioni alla classe sua preferita appena questa ha lamentato qualcosa. Insomma, può immaginare! Non riuscendo a gestirmi, per dire l’ultima, in sostanza il prof si è lamentato dalla preside che mi ha persino sottoposto a un piccolo interrogatorio per sapere come avrei condotto gli esami orali…!!!
Professoressa, dopo tanti anni di insegnamento mi sento sminuita nel mio ruolo e ritengo di avere fallito con la terza B prevalentemente a causa di un collega narcisista nella professione, dominante, appoggiato dalla preside in tutto e per tutto, anche viziato, oserei. Età: 40/45?
Come agire o reagire in tali casi? Veramente c’è sempre da imparare, ma mi metto in gioco volentieri e vorrei capire. La ringrazio molto. Linda”


Cara Linda, la situazione da te descritta è più diffusa di quanto immagini. Non sei l’unica che mi ha raccontato comportamenti come questi e anch'io ho toccato con mano ( e non solo in scuole di paese) l’esistenza di presidi che si circondano di “capetti” che fanno il bello e il cattivo tempo e che possono permettersi ogni sorta di sopruso perché hanno la certezza dell’impunità, visto che sono protetti del dirigente.
Che cosa si può fare? Poco e niente. Si può combattere, e alla fine non si ottiene nulla perché pare che non ci sia nessuno preposto a proteggere i docenti dai comportamenti di colleghi e presidi bulli. Quello che hai descritto è mobbing. Gli ispettori? Mai sentito di qualche ispettore che abbia risolto delle situazioni di mobbing. Se ci sono, non ne ho mai avuto esperienza.
Un ruolo importante in questo stato di cose va ricercato nel fatto che la classe docente comprende purtroppo parecchie persone (giovani e meno giovani) che amano la vita tranquilla, che non sono disposte a scendere in campo per proteggere un collega, e che, dovendo scegliere fra esporsi per sanare un’ingiustizia o salire sul carro del vincitore (anche se bullo), optano per la strada più comoda e meno rischiosa, che è la seconda.
Ed è vero anche l’altro aspetto da te messo in evidenza: capita che i docenti precari vengano sfruttati da docenti di ruolo che hanno dimenticato quando i precari erano loro, e da presidi che approfittano della fame di lavoro dei giovani insegnanti per chiedere lavoro extra non retribuito.
L’unica cosa che non mi sento di condannare è l’orario scomodo che trova chi arriva ultimo: l’orario va fatto prima dell’inizio della Scuola ed è già un bel problema, tenendo conto anche del fatto che ci sono insegnanti che hanno più scuole. Bisognerebbe che lo Stato facesse le nomine al più tardi ad agosto, ma conosciamo bene i problemi che ci sono.
Detto questo, ti consiglio, la prossima volta che ti capiterà un’esperienza simile, di non sopportare nulla: appena accade che il “capetto” dice qualcosa che non ti va, digli direttamente quello che sta facendo:  “Ti sembra corretto cercare di mettermi in cattiva luce con gli alunni?  Come ti permetti?” O qualcosa di simile.
Ai ragazzi devi dire, subito, “Fare lezione facendo semplicemente e sempre giocare a basket, o a calcio o a pallavolo è molto più semplice e meno faticoso di quello che vi faccio fare io. Ma io so che far fare ginnastica, e non solo giocare è molto meglio perché con gli esercizi vengono allenate tutte le parti del corpo. Le partite sono solo una parte del lavoro. E voglio chiarire una cosa: non mi interessa quello che viene detto da un collega. Qui in classe ci sono io e decido io quello che voglio. E io voglio che facciate questo. Senza discutere. E non voglio più vedervi pettinare, aggiustarvi le code di cavallo sciogliendo e rilegando i capelli in continuazione, e voglio che vestiate in modo consono a una scuola, perché se c’è una attività in cui tutto è disciplina e rispetto delle regole quella è proprio lo sport. Ed è quello che io intendo insegnarvi”.
Quello che è accaduto a te in quella scuola, cara Linda, capita a tutti quelli che, come te, “parlano, dicono quello che pensano, credono nella disciplina che insegnano e tirano fuori tutte le storture che incontrano per strada”.
Non ti demoralizzare e vai per la tua strada. Sei tu quella che cammina sulla strada giusta. Non certo il tuo scorretto collega.
Fammi sapere.

domenica 29 gennaio 2012

“Non voglio avere ragazzi in presidenza. Le classi dovete saperle gestire voi!” . 278°

Augusto mi scrive:
“Gentilissima professoressa Milani, questo è un po’ uno sfogo e nello stesso tempo la richiesta di un suggerimento. Sono appena al mio terzo anno di insegnamento (secondo di ruolo) come docente di scuola media e non sono giovane. Quest’anno, lavoro in una scuola difficile e ho ben 10 classi (contratto di 20 ore).
Tutto il corpo docente ha difficoltà nel farsi rispettare perché l’ineducazione è forte e imperante e in particolare le classi più difficili sono risultate ….. le prime! Io invece ho grossi problemi in due seconde. Ho cambiato varie e sempre meno valide strategie didattiche ma il risultato non è cambiato. Nonostante i forti richiami e le numerose note (solo note relative al mancato e reiterato rispetto degli altri e dell’ insegnante. e mai sui doveri scolastici) che scrivo solo a seguito di comportamenti che non possono essere tollerati per chi ha un minimo di dignità professionale e non solo, non ottengo nessun risultato soprattutto perché, prima il coordinatore, poi vicaria e Dirigente non le ritengono così gravi da prendere provvedimenti. In realtà ultimamente anche coordinatori e vicaria stanno dimostrando esasperazione.
Alla fine della mia primissima ora in una delle due seconde (un’ora e non sarà la sola, di totale inferno!) ho trovato un mio quaderno personale a terra con tutti i fogli sparsi per l’aula; un'altra volta sono statobloccato in classe per impedire di chiamare il bidello per far chiamare i genitori di un alunno; un ragazzo seduto accanto alla cattedra si permette di fare linguacce al compagno interrogato e dopo essere stato severamente richiamato sferza pure un calcio sempre all’interrogato; alunni escono senza permesso e non rientrano in classe; un alunno assente si presenta a metà della quarta ora col solo scopo di aizzare confusione urla e fischi (come ha fatto ad entrare a scuola ed arrivare in classe?); non si riesce a fare lezione a scapito di quei pochi che invece vorrebbero fare qualcosa. Io trascrivo tutto sul registro soprattutto quelle situazioni che potrebbero compromettermi, ma ripeto scrivo solo i fatti gravi. Questi non sono comportamenti degni di adeguati e severi provvedimenti disciplinari? Gira voce (ma molti mi dicono che sono solo scuse) che i ragazzi non hanno accettato il nuovo insegnante perché legati al vecchio se pure quest’ultimo mi risulta altrettanto severo. Ma questo non può giustificare il non rispetto sferzante dell’insegnante! Ora anche i genitori ti chiudono il telefono in faccia e il dirigente cosa ti risponde? “È così e sarà sempre peggio!; non voglio avere ragazzi in presidenza, le classi dovete saperle gestire voi! Le note gravi sono solo sue e per questo non faccio un consiglio straordinario.” Ma il dirigente in classe non c’è ed anzi non è neanche a scuola perché facciamo lezione di pomeriggio dovendo dividere le aule con le elementari e la dirigente viene a scuola solo di mattina, raramente si fa vedere di pomeriggio e non ha mai assistito all’infernale uscita dei ragazzi.
Ho messo in discussione la mia inesperienza (eppure finora, nelle altre scuole, sono stato elogiato per il mio rigore morale e la mia severità che comunque alla fine ha prodotto un rapporto di stima reciproca con gli alunni) ma in ore di compresenza con insegnanti con lunghi anni di attività nella stessa scuola ho assistito a comportamenti di pari gravità; se passi per i corridoi nell'ora libera è tutto un rumore di urla, fischi proveniente dalle classi e di ragazzi per i corridoi e bagni che passeggiano tranquillamente. Metto anche in discussione il disagio logistico; ma come ci si può adeguare ad un tale fallimento professionale e sociale? Non crede che il dirigente stia venendo meno ai suoi doveri? Non dovrebbe collaborare con i docenti a tutelare il lavoro di questi e degli alunni che vengono a scuola per apprendere? Con quali forme posso invitare il dirigente a prendersi le responsabilità che gli competono e tutti insieme cercare di riprendere la situazione?
I colleghi? Hanno buttato la spugna e arrancano sempre più stanchi. Io non voglio fare l’eroe, voglio solo che mi si diano gli strumenti per poter insegnare ai ragazzi che vogliono apprendere e recuperare almeno in parte bulli e maleducati. Un mio desiderio pratico? poter mandare immediatamente a casa, lezione per lezione, anche con l'aiuto delle forze dell'ordine, i ragazzi che ti impediscono di lavorare: prima o poi i genitori dovranno pur stufarsi di averli tra i piedi. La ringrazio. Augusto”
Caro Augusto, hai letto il mio libro? Hai letto il resto del blog? Mi sembra di no. Ci sono molte indicazioni, che non vorrei dover ripetere. Ti farò, però, notare alcune cose.
Un concetto che devi tener sempre presente è questo: non devi aspettarti aiuto dal dirigente, soprattutto per la gestione della classe. Non glielo devi chiedere, perché non è compito suo. Tu sei andato a chiedergli di intervenire e lui ti ha risposto: “È così e sarà sempre peggio!; non voglio avere ragazzi in presidenza, le classi dovete saperle gestire voi! Le note gravi sono solo sue e per questo non faccio un consiglio straordinario.” Non c’è da stupirsi: è vero. Spesso sono molto critica con il dirigente che si lava le mani di fronte alle grane, ma in questo caso no. Non è suo dovere tenere la disciplina nella tua classe. E’ compito tuo. Se il consiglio di classe non si lamenta, perché vuoi che il dirigente convochi tutti? Vuoi che se lo mangino? Vuoi che si mangino te per averli fatti andare a scuola perché tu non riesci a tenere la disciplina? Nella scuola c’è un regolamento: applicalo. Se i colleghi non ritengono di dare provvedimenti disciplinari devi chiederti perché. Forse sono consapevoli del fatto che se non riescono a tenere la disciplina è colpa loro. Forse la confusione che senti è considerata fisiologica da quei docenti. Perché non ne parli con loro, chiedendo perché non prendono provvedimenti, visto che c’è confusione anche nelle loro ore?
Tu scrivi: “Nonostante i forti richiami e le numerose note”. Non va bene. Le note non servono. Tante note equivalgono a nessuna nota. Se sei costretto a fare tante note devi chiederti perché ti mancano di rispetto. I comportamenti che hai descritto sono gravissimi. Non solo hanno dato un calcio ad un compagno in tua presenza, ma sono arrivati ad aggredirti fisicamente, impedendoti di andare a chiamare il bidello. Sì, è un’aggressione fisica, non c’è dubbio. Ma scherzi? Devi reagire come si reagisce ad una aggressione grave: devi diventare furibondo! Ma, attenzione, non devi perdere la calma, o, peggio, urlare con la voce rotta dalla rabbia o, ancora peggio, offenderli. Devi apparire offeso, sconvolto dalla sorpresa: devono capire di averla fatta grossa. Se questo non accade non puoi più recuperare nulla. E poi: volevi chiamare addirittura i genitori di un alunno, Augusto? Per dimostrare così anche a loro che non sei capace di tenere a bada un ragazzino? Se lo ritieni necessario li convochi un altro giorno. Mettiti dalla parte dei ragazzi che vedono che il professore non riesce a gestire il ragazzino e va a chiamare la mamma (la sua, ma è come se chiamassi la tua). Ti hanno dimostrato che temono i genitori e non il tuo giudizio.
Concludi dicendo “Un mio desiderio pratico? poter mandare immediatamente a casa, lezione per lezione, anche con l'aiuto delle forze dell'ordine, i ragazzi che ti impediscono di lavorare: prima o poi i genitori dovranno pur stufarsi di averli tra i piedi”. Caro Augusto, credo che questi tuoi sentimenti (sostanzialmente di rifiuto) verso i ragazzi difficili traspaiano chiaramente. Credimi, probabilmente questo contribuisce a rovinare il tuo rapporto con loro, perché lo percepiscono: semini vento e raccogli tempesta. Tu (e deve essere chiaro anche per i ragazzi) devi volerli aiutare, se vuoi essere un buon insegnante. Anche se ti fanno arrabbiare. Anche se sono difficilissimi. Il lavoro dell’insegnante non è “mandare immediatamente a casa, lezione per lezione, anche con l'aiuto delle forze dell'ordine, i ragazzi che ti impediscono di lavorare”. Tu stai lavorando quando li tieni in classe e li aiuti. Se li cacci via non stai più lavorando. Se ti fosse permesso di mandarli a casa li avresti rifiutati. Non è questo il lavoro dell’insegnante. A tutti noi è capitato di arrabbiarci di fronte ai ragazzini difficili, ma solo superficialmente. Poi ha il sopravvento la ragione e ci ricordiamo che è il nostro lavoro e dobbiamo insegnare loro a comportarsi correttamente.
Caro Augusto, spero di averti aiutato, anche se non è questo che avresti voluto sentirti dire. A volte, però, per aiutare qualcuno gli si devono fare notare gli errori.
Fammi sapere.

P.S. leggete (o rileggete) questo mio provocatorio post.

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