La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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Visualizzazione post con etichetta classi difficili. Mostra tutti i post
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lunedì 23 gennaio 2017

Insegnanti disperati. Seconda parte. 604° post

Se qualcuno non capisce in che senso insegnare è faticoso, può chiarirsi le idee leggendo le lettere che ho pubblicato nella prima parte di questo post.
E leggendo le stesse lettere, insieme alle altre, cliccando sui link che troverete in fondo,  potrà capire anche che cosa significa che gli insegnanti sono particolarmente soggetti al “burnout”, che è lo stress (grave) legato al lavoro.
Gli insegnanti si trovano ad affrontare situazioni che li portano a provare frustrazione, ansia, paura, umiliazione e – infine – disperazione.
Tengo questo blog da quasi sette anni e ho scritto un libro: chi lo desidera ha la possibilità di capire benissimo -leggendo- perché insegnare è faticoso. E parlo di chi non è nella scuola, ma parla della scuola e degli insegnanti, sminuendo il loro lavoro, offendendo gli insegnanti, considerandoli come categoria privilegiata.
Ogni volta che leggo lettere come quelle che trovate qui – lettere di insegnanti che vorrebbero con tutto il cuore riuscire a fare bene il loro lavoro, che si sforzano, che ce la mettono tutta per non essere umiliati dagli alunni, per trovare un varco nella loro indifferenza – mi assale una grande rabbia.
Gli insegnanti si stancano fisicamente, vanno a casa con mal di testa, mal di schiena, voglia di chiudersi in una stanza buia per fare riposare il cervello e le orecchie. Ma non è questo che li sfinisce. Questo è un tipo di stanchezza comune a molti altri lavori.
Gli insegnanti – chi più chi meno – fanno un lavoro che consiste nel combattere per lavorare: combattono contro l’indifferenza, la mancanza di rispetto, la disattenzione, la pretesa di aver tutto e subito che la società e i genitori hanno trasmesso ai bambini e ai ragazzi. È come se un muratore cercasse di costruire un muro e i mattoni scivolassero via; come se un meccanico cercasse di cambiare un pezzo del motore e la macchina si mettesse in moto e se ne andasse; come se a un postino volasse via la posta da consegnare, al chirurgo scappasse il paziente dal tavolo operatorio.
Certo, ci sono insegnanti che obiettivamente non riescono a tenere la disciplina, ma altrettanto obiettivamente dobbiamo dire che questa difficoltà a gestire la classe viene ingigantita dal fatto che ci sono oggi molti ragazzi che non sanno proprio che cos’è la disciplina. Sono ragazzi ai quali i genitori le hanno date tutte vinte, ai quali non è mai stato detto di no, che non hanno ricevuto il fondamentale insegnamento “Devi rispettare gli altri e tutto quello che ti circonda”. E questo insegnamento è la base indispensabile per vivere in una classe, oltre che nella società. E sono i genitori quelli che devono insegnare questo. Prima, molto prima che i loro figli entrino in una classe.
Gli insegnanti vivono oggi sotto la minaccia di scenate o di azioni legali di genitori che si infuriano se i loro figli vengono rimproverati, e questa minaccia influenza anche qualche dirigente, che a sua volta rimprovera e minaccia gli insegnanti che fanno arrabbiare i genitori, per evitare eventuali scenate o grane legali. E lo fanno anche se è del tutto evidente che la ragione è dalla parte degli insegnanti. E spesso sono insegnanti giovani, che adorano insegnare, ma che non hanno ricevuto la preparazione adeguata ad affrontare alunni difficili o educati male. Come nel caso di Leda.
Altre volte sono insegnanti con esperienza, che non sono preparati ad affrontare situazioni assurde.
Vorrei chiarire che non tutti i genitori sono persone che fanno una vita normalissima, con le difficoltà di tutti, con una mentalità di chi rispetta il prossimo.
Soprattutto nella scuola dell’obbligo, un insegnante può incontrare ogni tipo di genitore, se ci pensate: corretti, collaborativi, educati, rispettosi, affabili, ma anche violenti, disonesti o addirittura delinquenti dichiarati, appena usciti di prigione, o affetti da turbe psichiatriche più o meno gravi. Personalmente nella mia carriera credo di aver incontrato genitori di tutti i tipi, anche di quelli che alle 9 del mattino venivano al colloquio già ubriachi.
Si può capire quanto possa essere difficile rapportarsi con un certo tipo di genitore? E si può capire lo stress che comporta l'essere aggrediti mentre si sta facendo il proprio lavoro? Si può capire che cosa significa avere cinquant'anni ed essere sbeffeggiati da ragazzini di quattordici (con l'appoggio dei genitori iperprotettivi)?
Gli insegnanti sono stressati, sfiniti, perché devono difendersi dalla possibilità di essere umiliati dai ragazzini, e anche perché a volte hanno paura di vedere degenerare un colloquio. A volte gli episodi violenti finiscono sul giornale, altre volte no.

Allora: a Leda, a Eleonora, e alle persone che mi scrivono perché sono disperate, o sfinite dico: resistete. Non vi sentite incapaci perché vi capitano cose come queste: capitano a tutti. Cercate di dare il meglio di voi stessi, studiate, leggete per imparare ad affrontare ogni tipo di classe e ogni tipo di alunno. Buona parte delle vostre difficoltà – se ce la state già mettendo tutta- non è colpa vostra. 
Sentitevi in colpa se non siete preparati, se i ragazzi si annoiano a morte e sbadigliano o si mettono a chiacchierare. Ma non sentitevi in colpa se non riuscite a gestire una classe di venticinque o trenta alunni dove ci sono anche cinque o sei meleducati ai quali nessuno ha insegnato a rispettare voi e gli altri. Non sentitevi in colpa se non riuscite a gestire una classe in cui ci sono molti alunni ai quali nessuno ha spiegato che non si prende in giro, non si offende e non si insulta, non si risponde male, non si picchia.

E ai genitori – a certi genitori, non a tutti - dico: se l’insegnante non riesce a gestire la classe, è perché ha a che fare con un numero eccessivo di bambini (o ragazzi) educati male. E forse vostro figlio è uno di loro.
E ai genitori –tutti- dico: aiutate gli insegnanti. Cercate di capirli e di appoggiarli.

Leggete anche i post che seguono, per favore. 
Capire è importante per riuscire a comprendere. E forse per cominciare a cambiare le cose.



Il burnout degli insegnanti. Prima parte.

Il burnout degli insegnanti. Seconda parte.

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Prima parte

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Seconda Parte

"Storia di una insegnante distrutta". Prima parte

"Storia di una insegnante distrutta". Seconda parte 

martedì 17 gennaio 2017

Insegnanti disperati. Prima parte . 602° post

Ci sono lettere, come queste, alle quali vorrei rispondere subito e non mi riesce. Avrebbero bisogno di pagine e pagine di risposta e allora rimando, mi riprometto di scrivere un intero post e così passa il tempo. Ricevo diverse lettere come queste. Se qualcuno non capisce perché insegnare è così difficile  e che cosa significa “burnout” (“bruciarsi”, provare un intenso stress legato al lavoro), può capirlo da queste lettere. Tutti i lavori possono essere faticosi, faticosissimi, ma non molti portano al burnout e alla disperazione. Chi non è insegnante paragona spesso il lavoro che fa con quello che pensa che sia quello dell’insegnante e arriva alla conclusione che sia ugualmente faticoso. Io credo di no. Credo che quella che può provare un insegnante che non riesce a fare il suo lavoro sia disperazione e non stanchezza. Disperazione e umiliazione. E non per mancanza di impegno. Proprio perché insegnare può essere difficilissimo. Specialmente oggi in cui non abbiamo più l’appoggio dei genitori. Anzi, spesso il nostro lavoro viene reso ancora più  difficile sia dall’assenza di regole nell’educazione familiare che dall’iperprotezione dei genitori.
Scelgo due lettere fra quelle degli insegnanti che mi hanno scritto negli ultimi mesi. Una ha 24 anni e nessuna esperienza e l’altra ne ha 52 e vent’anni di esperienza. Non è questione di età e non è questione di esperienza.

Leda mi scrive:

“Buongiorno Isabella,
sono davvero disperata, sono al limite, sul fondo e non so a chi chiedere consiglio. Inizio dal principio. Ho 24 anni, a luglio mi sono laureata, ho trovato lavoro come maestra d'asilo e poi, da un giorno all'altro, come prof. di lettere alle medie in un istituto paritario. Ho subito accettato perché è da sempre quello che avrei voluto fare. Con le lacrime agli occhi mi sono licenziata dall'asilo ed ho iniziato a lavorare alle scuole medie, letteralmente da un giorno all'altro. Mi sono rimboccata le maniche dal primo giorno: non volevo fallire. Ho sempre voluto insegnare, ma non avrei mai immaginato che mi sarei trovata così male. Mi hanno telefonato un sabato ed il lunedì ero già in cattedra: due classi di trenta alunni alle medie. Ero partita con tanta buona volontà, ma spesso passo i pomeriggi a piangere perché mi sento una fallita. Non ho problemi con le spiegazioni, le attività, le domande, ma ho dei problemi a gestire le classi, in particolare una. Il punto è che mi sento davvero lasciata in balia di me stessa, un’inetta che non sa fare questo mestiere che ho sempre invece voluto intraprendere. Ogni mattina mi sveglio scontenta e vado a scuola sperando nel minore dei mali. A volte mi sento impotente e guardo con invidia i colleghi che mi sembrano tutti più bravi di me. Non mi sento né adeguata, né all’altezza. Ai colloqui i genitori mi dicono che i figli sono contenti del mio modo di insegnare, ma allora non capisco perché non possano fare meno baccano. Ti giuro che mi sforzo di rendere le lezioni appassionanti, di rispondere a tutti i loro dubbi. Faccio fare ricerche che loro amano, sono riuscita a fare amare a molti la storia, raccontandola in modo avvincente, hanno fatto miglioramenti in grammatica, ma nel complesso sento di non stare andando per niente bene per via del loro comportamento. Sono stanca, frustrata, insoddisfatta, infelice.
I ragazzi parlano, ridono e si distraggono in continuazione, benché alcuni mi dicano che le mie lezioni sono interessanti e belle. In una classe, poi, non studiano, non fanno i compiti ed un’attività piacevole come la lettura di un libro diventa impossibile. Certi genitori mi hanno detto che i ragazzi a casa sono contenti della nuova insegnante di italiano, che spiega bene e che rende interessanti storia e geografia. Sono sempre stata abituata a lavorare sodo e a cogliere i frutti, sono sempre stata brava in tutto ciò che ho fatto e non accetto di non essere in grado di tenere una classe.
Ho vergogna a stare con i miei colleghi perché temo che loro sappiano della mia inettitudine e la preside mi sta “con il fiato sul collo” perché forse pensa pure lei che io sia incapace. Ho un carattere timido e riservato ma quando serve, mi trasformo in un leone. In classe sono sempre in piedi, scrivo alla lavagna, faccio domande, approfondimenti, faccio ragionare.  Ma non è abbastanza. Quando ho un’ora buca mi fermo fuori dalle porte per sentire come i colleghi fanno lezione e non trovo significative differenze dalla mia, però hanno di certo più silenzio. Pensi che dall’inizio dell’anno mi sarò seduta in cattedra tre volte: sono sempre sull’attenti e la tensione mi sta consumando. Sto lavorando sull'autorevolezza come c'è scritto sul suo libro. In classe faccio così, ho una bella voce sicura e profonda, mi muovo tra i banchi, cerco di trasmettere passione, se qualcuno non si comporta bene lo sgrido, se necessario metto note. Ma non è abbastanza. Il punto è che in classe cerco di essere rigida: ho detto quali sono le regole da rispettare, chi disturba riceve una nota o un compito extra. Ma nulla serve a qualcosa.
Un’ora stanno buoni e l’ora dopo è l’inferno. A volte i ragazzi parlano e schiamazzano; sento di essere imperfetta, di non sapere sempre cosa fare, percepisco che a volte mi manca la fermezza e la capacità di controllare tutto e spesso sento che la situazione mi scivola dalle mani. L'altro giorno è entrata in classe un'ape e i ragazzi hanno urlato. La preside mi riprende in continuazione perché dice che i ragazzi non mi rispettano, ma su 10 lezioni 7 scorrono senza problemi e la preside è magicamente presente solo in quelle dannate tre in cui i ragazzi sono stanchi. Perché, tra l'altro, ho sempre le seste ore. I continui richiami della preside, la parola "licenziamento" che serpeggia nei suoi rimproveri, mi stanno consumando l'anima.
Al mattino, quando sono in macchina, mi viene sempre da piangere perché non so cosa potrà accadere quel giorno. Pensavo di aver realizzato il mio sogno, ma invece sto vivendo un incubo. Mi stanno divorando.
Sono davvero stanca. Non ce la faccio più. La prego, mi dia qualche consiglio.
Grazie di cuore e perdoni lo sfogo. Leda"

Eleonora mi scrive:

“Buonasera.
Sono un'insegnante di sostegno di scuola primaria. Ho 52 anni e venti anni di servizio. Quest'anno la tragedia è iniziata il 20 settembre, quando un mio alunno HC di quarta , per vendicarsi di un mio rimprovero, ha detto a suo padre che" lo avevo strozzato". Famiglia disfunzionale, padre perennemente disoccupato, violento, pazzo. Madre depressa con malattia psichiatrica. Il padre quindi è venuto a scuola minacciandomi: non era la prima volta, né la prima volta che il bambino inventava qualcosa, le prime settimane di ogni anno scolastico ha sempre inventato che la collega o io lo picchiavamo (seguivo il bambino sin dalla prima). Quest'anno ho dato un alto là, non ne potevo più, senza contare che sua moglie per tutta l'estate mi aveva tormentata al telefono a tutte le ore, dalla mattina presto alla sera tardi, otto dieci quindici volte al giorno e tutti i giorni. Ero esasperata: il padre lo sapeva che non era vero, ma mi sono sentita offesa e qualche giorno dopo quando l'ho incontrato fuori dalla scuola e ha cercato di fermarmi mi sono rifiutata di parlare con lui e l'ho invitato a prendere un appuntamento o a rivolgersi al dirigente. La reazione è stata immediata: mi ha gridato dietro che mi avrebbe tolto il figlio e così ha fatto. E' andato dalla dirigente chiedendole di togliermi dalla classe e ha portato il bambino al servizio SMREE a parlare con la psicologa: qui il bambino ha ripetuto la storia dello strozzamento e ha detto alla dottoressa che non voleva più lavorare con me. E' iniziato l'inferno. In quella classe seguivo anche un altro bambino, ho avuto tutti gli alunni e i genitori dalla mia parte, la collega mi ha appoggiata ma non ho potuto fare altro che scegliere di lasciare la continuità sulla classe e prendere altri casi. Tutto questo mentre venivo insultata infangata e minacciata su facebook. Ho fatto molto per quel bambino e per tutti i bambini che ho seguito sin dall'inizio della mia carriera. Ho sempre studiato molto, mi sono sempre aggiornata e formata, non avrei mai immaginato di finire in un incubo simile. Ho deciso di dimettermi. Non so cosa farò, ma non ce la faccio più. Per gli insegnanti sono momenti bui: troppe riforme capestro e troppe ingerenze sul lavoro. Troppi problemi di mancanza di rispetto, gli alunni sono intrattabili, le famiglie impossibili, le classi numerose. C'è troppa ignoranza e violenza, non si può continuare così.
Sono disperata, non riesco più a lavorare. Eleonora”

Continua


martedì 31 dicembre 2013

Io, Isabella Milani, non ho mai insegnato in classi senza problemi. 429° post

Io, Isabella Milani, non ho mai insegnato in classi senza problemi. Lo preciso perché evidentemente ce n'è bisogno.
Pare che tutti quelli che scrivono (giornalisti e/o blogger) trovino sempre qualcuno che fa della polemica, protesta e qualche volta insulta. Nell'era di facebook soprattutto, ognuno si sente in diritto di dire la sua, di rimproverare, di fare del sarcasmo, di trarre delle conclusioni anche senza avere in mano i necessari dati per capire bene.
Capita anche a me, qualche volta.
Voglio finire l’anno facendo qualche riflessione su queste persone, (fortunatamente poche) che scrivono commenti. Alla fine dell'anno cestino sempre qualcosa: cose inutili, abitudini inutili. 
Ecco quello che mi capita di leggere qui nel blog.
Qualcuno ce l’ha con tutto il corpo docente e insulta tutti noi insegnanti perché ci lamentiamo della fatica dell’insegnamento. Qui nulla di nuovo e perciò mi limito a cestinare.
Qualcuno protesta perché non gli ho risposto e anche in quel caso lascio perdere perché ho scritto spesso che non posso garantire risposta a tutti (non ho uno staff di segretari). Evidentemente chi non lo capisce non merita altra risposta.
Uno mi ha scritto che le informazioni che do sull'Invalsi sono sbagliate. Anche lì, mi sembra strano che si parli di “informazioni”, come se io fossi qui per dispensare informazioni e non opinioni che, possono essere anche sbagliate, ma sono le mie. Penso che si tratti di qualcuno politicamente diverso da me (magari della stessa idea politica di certi ministri o presidenti del consiglio, soprattutto passati) e lascio perdere.
Qualcuno (non nel blog, ma in giro per facebook o in qualche forum) scrive, più o meno, che “la prof. Milani scrive e dà dei consigli perché non ha i nostri alunni.” “Se avesse gli alunni che ho io vedrebbe che non si può fare nulla”; “Vorrei vedere la prof. Milani con i ragazzi che ho io, che se ne fregano se li fissi o se stai sulla porta”.
Anche in questo caso, lascio perdere (anche se mi secco), perché riconosco il tipico livore di chi dà per scontato che se lui non riesce a fare qualcosa significa che è impossibile che qualcuno ci riesca. Molto spesso è proprio questa presunzione quella che impedisce a certi insegnanti di trovare delle strategie per gestire le classi e gli alunni difficili.
Vorrei però rispondere al commento di  Filippo a un mio post (nel quale si parlava di un biondino difficile) e aggiungere fare qualche riflessione generale. Filippo scrive:
“Forse nel mondo della professoressa Milani il biondino ha sorriso, ha chiesto scusa e non lo ha fatto mai più, anzi, ha cominciato a trovare un senso in ogni materia, ha trascorso i pomeriggi sui libri, motivato e soddisfatto; anche sua madre ha imparato che deve rispettare gli insegnanti ed il loro lavoro, controllare il diario del figlio, stargli più vicino; suo padre è tornato a casa, dopo la fuga con la badante ucraina della nonna inferma (che, intanto, ha ripreso a camminare). E tutti vissero felici e contenti. Nel mondo scolastico in cui lavoro io, il biondino ripete la parolaccia, ma ad alta voce, affinché la sentano tutti e sappiano che lui non teme nessuno e nessuno può domarlo; nel migliore dei casi, si alza, gira per i banchi, sferra uno scapaccione ad un paio di compagni, getta astucci e libri per terra, calcia uno zaino ed esce di nuovo dalla classe. Nella peggiore delle ipotesi (peggiore ma non più rara), al termine delle lezioni il biondino riga tutta l'automobile della professoressa, le infila un paio di chiodi nelle gomme (nel laboratorio -incustodito- di tecnologia ce ne sono a bizzeffe!) e, quando non basta, manda anche il padre a fare una sfuriata a scuola.
Cordiali saluti dal mondo reale.
Mi scuso per il tono sarcastico, ma non ho potuto farne a meno. Buon lavoro. Filippo”

Caro Filippo, pensi che io insegni in una scuola modello? Hai letto bene tutto? Sai che insegno in una scuola pubblica? Sai che ho scritto il libro e il blog per riflettere sulla Scuola reale, proprio perché i libri che leggevo erano scritti da persone che prendevano in considerazione alunni e classi teoriche?
La chiave del discorso è nella tua frase:
“Cordiali saluti dal mondo reale.”
Quindi il sarcasmo (del quale non hai potuto fare a meno) nasce dalla convinzione che quello che racconto sia tutto inventato? O che io abbia alunni “facili”, niente a che vedere con quelli di cui tu hai esperienza? Sei convinto (come qualche altra persona che ha scritto ‘mettiamola nelle nostre classi e vediamo che cosa sa fare’) che quello che scrivo valga solo per i miei alunni, perché pensi che non siano alunni difficili o problematici?
A me farebbe piacere che le persone che commentano facendo della polemica o del sarcasmo leggessero quello che scrivo, prima di esprimere giudizi. Se lo facessero, si sarebbero imbattuti senz’altro nel concetto (che ho espresso spessissimo) che neanche a me riesce tutto alla prima. Ho imparato le strategie che consiglio dopo molto studio, molta sperimentazione e molta, moltissima fatica. Scrivo sempre che bisogna leggere, osservare i ragazzi, studiare, insistere, non mollare, non demoralizzarsi; anch’io mi stanco molto e qualche volta perdo la pazienza; ma provo e riprovo finché non riesco a stabilire un contatto con gli alunni, soprattutto quelli difficili; e mi metto continuamente in discussione, leggo tutto quello che trovo, rifletto su tutto e penso sempre che posso imparare da tutti. Se qualcosa non mi riesce non do la colpa agli altri, ma a me stessa. Prima di tutto a me stessa.
Da quando insegno non ho mai avuto una classe “facile”, Filippo: in tutte le mie classi c’è sempre stato un bel gruppo di alunni difficili, provenienti anche da ambienti socioculturali difficili. Vivo nel mondo reale e lavoro in una scuola reale, dunque. Nelle scuole in cui ho insegnato (se tu avessi letto quello che scrivo lo sapresti) ci sono anche dei biondini o dei moretti che possono anche mandarti a quel paese, che picchiano i compagni in presenza dell’insegnante, e che rigano le macchine. A me – fino ad oggi – non mi è mai capitato, che mi rigassero la macchina o mi mandassero a quel paese. Magari lo hanno fatto con gli altri, quegli stessi alunni. Ma se mi capitasse, non darei per scontato che “il biondino” e i suoi compagni sono irrecuperabili. Lotterei per aiutare lui e gli altri; per trovare come fare. Con grande, grandissima fatica, ma lo farei.
Quindi, Filippo, se non riesci a gestire il biondino, non dare la colpa a me. Lascia perdere il sarcasmo. Leggi tutto quello che ti metto a disposizione, se vuoi,  cercando di vedere se quello che scrivo può servirti, e, se ti sembra che non faccia al caso tuo, chiudi la pagina e vai altrove: il web è enorme.
Buon lavoro anche a te, Filippo.


venerdì 6 settembre 2013

Ripropongo: "Bambini difficili e maestre demoralizzate. Prima parte"

Alessandra mi scrive una lunga lettera, che riporto integralmente, perché è utile leggerla per intero:
“Gentilissima Professoressa Milani,

sono una giovane supplente di 24 anni di scuola primaria.
Seguo sempre con molto interesse il suo blog e i suoi consigli sull'insegnamento e l'ammiro per come riesce a relazionarsi agli alunni e a gestire le classi.
Le scrivo proprio per ricevere dei consigli sui miei problemi di gestione di una classe seconda della scuola primaria.
Sono iscritta all'università, all'ultimo anno di Scienze della Formazione primaria per diventare insegnante e da qualche mese ho iniziato le mie prime supplenze in un istituto comprensivo che raccoglie quattro scuole della zona in cui abito.
Sono state esperienze brevi, in genere di 3/4 giorni, al massino una settimana,.
per sostituire le maestre assenti. Da Aprile ho girato in ben 11 classi delle quattro diverse scuole e mi sono scontrate con realtà molto eterogenee: classi in cui si riusciva a lavorare con facilità e gli alunni mi seguivano e nasceva un buon rapporto, classi più "difficili" con qualche alunno particolarmente vivace che avevo difficoltà a gestire dal punto di vista della disciplina e della condotta.

Seconda parte

venerdì 2 dicembre 2011

“Insegno in due classi tremende. Aiutami a non mollare”. 264°.

Andrea mi scrive:

“Cara Prof. Milani, ho avuto una supplenza temporanea in un istituto tecnico, dove ho delle classi (3°, 4° e 5°) che non riesco a gestire in quanto gli alunni ignorano ogni richiamo (anche fatto ad alta voce con tono severo) all'ordine e impediscono il regolare svolgimento della lezione con versi di ogni genere e lanciandomi delle carte ogni volta che volto loro le spalle per poter scrivere sulla lavagna.

Ho provveduto da subito a sanzionare alcune classi con delle note disciplinari ed un alunno che sono riuscito a cogliere sul fatto mentre lanciava oggetti.. Quasi tutti gli alunni ignorano i miei richiami e non stanno al posto, ma vagano per la classe. Con molta fatica riesco ad evitare che escano dalla classe più persone contemporaneamente per andare in bagno. Dal momento che io cerco di spiegare comunque e quindi andare avanti con il programma (sono costretto a gridare per farmi sentire), alcuni alunni (gli stessi che disturbano) lamentano l'impossibilità di seguire la lezione dato il rumore di fondo che impedisce loro di concentrarsi. Considerati questi comportamenti subdoli messi in atto dagli alunni al fine di rendere impossibile lo svolgimento della lezione, è difficile sanzionare un singolo individuo dato che quasi tutta la classe è responsabile di questi atti vandalici, non avendo altri strumenti per insegnare in modo regolare, sto provvedendo alla valutazione didattica degli alunni (che ovviamente dimostrano di non aver appreso molto di quanto da me spiegato). Ho messo dei voti bassi agli interrogati (3), ma non sono riuscito ad ottenere alcun risultato apprezzabile. Peraltro non posso continuare ad interrogare perchè il programma svolto è esiguo e mi riesce difficile proporre esercizi tutti riguardanti lo stesso argomento.

Ho fatto presente la situazione al docente coordinatore di classe (che, ad oggi, non ha adottato provvedimenti finalizzati a risolvere il problema educativo coordinando gli sforzi educativi degli altri docenti). Alcuni docenti dicono di non aver difficoltà a gestire le classi e i collaboratori scolastici mi danno conferma che i comportamenti di cui sopra vengono messi in atto con i supplenti e con alcuni docenti di ruolo. Stando ad alcune indiscrezioni (voci di corridoio) il Dirigente Scolastico non è un interlocutore ideale cui far presenti questi problemi (e la cosa trova riscontro nel fatto che alcuni alunni, quelli che disturbano di più, mi chiedono di chiamare il Dirigente per ristabilire l'ordine).Vani sono stati i miei tentativi, numerosi ed energici, di motivare gli allievi, semplificare al massimo le discipline che insegno e cercare di instaurare un dialogo.Insegno in quest'istituto da 2 settimane e sto tenendo duro solo perchè ho voglia e bisogno di lavorare, ma in queste condizioni mi sembra ardua la sopravvivenza! Considerando che si tratta di un problema molto serio, chiedo suggerimenti per gestire questa incresciosa situazione nel migliore dei modi e per poter lavorare in condizioni più umane.”

Caro Andrea, mi dispiace dirti che non so quanto tu possa, dopo due settimane come quelle che descrivi, riprendere le redini della situazione. Se i ragazzi sono arrivati a lanciarti della carta quando ti giri, a prenderti per i fondelli ogni volta che possono, significa che hanno deciso che sei uno grazie al quale si può rendere meno noiosa la mattinata di scuola. Spesso, quando i ragazzi si comportano così, (e non con tutti i docenti) non c’è nulla di personale: non ti trattano male perché ti disprezzano. Non ti stimano, è evidente, ma forse sei loro simpatico, ti guardano bonariamente. Questo per dirti che non serve, ormai, fare il duro. Se hai constatato che non si impressionano quando alzi la voce, e, anzi, devi urlare per farti sentire, significa che quella strada deve essere abbandonata.

Se stai tirando un carretto carico e ti accorgi che per quanti sforzi tu faccia non si muove di un millimetro, significa che è troppo pesante per te: smetti di tirare. Il che non significa che devi rinunciare, che devi mollare. Non devi mollare, Andrea. Devi trovare un’altra strada. La prossima volta, la prossima supplenza, dopo aver studiato il mio libro, sono sicura che non farai più gli stessi errori.

Se vuoi fare l’insegnante devi imparare a farlo, anche superando momenti molto difficili, come questo. Solo chi insegna sa quanto può essere frustrante e terribilmente umiliante trovarsi nella situazione di non riuscire a gestire una classe. Rimboccati le maniche e pensa a che cosa puoi fare, abbandonando completamente tutto quello che hai seguito fino ad oggi. Non va bene, evidentemente. L'autorevolezza di acquisisce con il tempo.

Hai letto tutti i post del mio blog e il mio libro? Devi aver trovato degli spunti di riflessione che ti guidino. Individua i problemi e trova delle soluzioni. Sei un tipo mingherlino? Iscriviti ad un corso di body building. Impara a spezzare un mazzo di carte da ramino, poi entra in classe e spezzane uno senza parlare. Vedrai che smettono di parlare. Non per paura, ma per curiosità. Stupiscili. Fai qualcosa che li stupisca e che li spiazzi, qualcosa che da te non si aspetterebbero mai e che li spinga a riconsiderare la tua persona e il giudizio che hanno di te. Ho fatto l’esempio del mazzo di ramino, ma, se ci pensi, troverai qualcosa adatto a te.

Pensa, pensa, pensa, pensa. Leggi libri di comunicazione efficace. Studia, studia e poi agisci. Non fare niente di quello che si aspettano.

Prova. Poi fammi sapere.

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