La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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Visualizzazione post con etichetta alunni difficili. Mostra tutti i post
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lunedì 23 gennaio 2017

Insegnanti disperati. Seconda parte. 604° post

Se qualcuno non capisce in che senso insegnare è faticoso, può chiarirsi le idee leggendo le lettere che ho pubblicato nella prima parte di questo post.
E leggendo le stesse lettere, insieme alle altre, cliccando sui link che troverete in fondo,  potrà capire anche che cosa significa che gli insegnanti sono particolarmente soggetti al “burnout”, che è lo stress (grave) legato al lavoro.
Gli insegnanti si trovano ad affrontare situazioni che li portano a provare frustrazione, ansia, paura, umiliazione e – infine – disperazione.
Tengo questo blog da quasi sette anni e ho scritto un libro: chi lo desidera ha la possibilità di capire benissimo -leggendo- perché insegnare è faticoso. E parlo di chi non è nella scuola, ma parla della scuola e degli insegnanti, sminuendo il loro lavoro, offendendo gli insegnanti, considerandoli come categoria privilegiata.
Ogni volta che leggo lettere come quelle che trovate qui – lettere di insegnanti che vorrebbero con tutto il cuore riuscire a fare bene il loro lavoro, che si sforzano, che ce la mettono tutta per non essere umiliati dagli alunni, per trovare un varco nella loro indifferenza – mi assale una grande rabbia.
Gli insegnanti si stancano fisicamente, vanno a casa con mal di testa, mal di schiena, voglia di chiudersi in una stanza buia per fare riposare il cervello e le orecchie. Ma non è questo che li sfinisce. Questo è un tipo di stanchezza comune a molti altri lavori.
Gli insegnanti – chi più chi meno – fanno un lavoro che consiste nel combattere per lavorare: combattono contro l’indifferenza, la mancanza di rispetto, la disattenzione, la pretesa di aver tutto e subito che la società e i genitori hanno trasmesso ai bambini e ai ragazzi. È come se un muratore cercasse di costruire un muro e i mattoni scivolassero via; come se un meccanico cercasse di cambiare un pezzo del motore e la macchina si mettesse in moto e se ne andasse; come se a un postino volasse via la posta da consegnare, al chirurgo scappasse il paziente dal tavolo operatorio.
Certo, ci sono insegnanti che obiettivamente non riescono a tenere la disciplina, ma altrettanto obiettivamente dobbiamo dire che questa difficoltà a gestire la classe viene ingigantita dal fatto che ci sono oggi molti ragazzi che non sanno proprio che cos’è la disciplina. Sono ragazzi ai quali i genitori le hanno date tutte vinte, ai quali non è mai stato detto di no, che non hanno ricevuto il fondamentale insegnamento “Devi rispettare gli altri e tutto quello che ti circonda”. E questo insegnamento è la base indispensabile per vivere in una classe, oltre che nella società. E sono i genitori quelli che devono insegnare questo. Prima, molto prima che i loro figli entrino in una classe.
Gli insegnanti vivono oggi sotto la minaccia di scenate o di azioni legali di genitori che si infuriano se i loro figli vengono rimproverati, e questa minaccia influenza anche qualche dirigente, che a sua volta rimprovera e minaccia gli insegnanti che fanno arrabbiare i genitori, per evitare eventuali scenate o grane legali. E lo fanno anche se è del tutto evidente che la ragione è dalla parte degli insegnanti. E spesso sono insegnanti giovani, che adorano insegnare, ma che non hanno ricevuto la preparazione adeguata ad affrontare alunni difficili o educati male. Come nel caso di Leda.
Altre volte sono insegnanti con esperienza, che non sono preparati ad affrontare situazioni assurde.
Vorrei chiarire che non tutti i genitori sono persone che fanno una vita normalissima, con le difficoltà di tutti, con una mentalità di chi rispetta il prossimo.
Soprattutto nella scuola dell’obbligo, un insegnante può incontrare ogni tipo di genitore, se ci pensate: corretti, collaborativi, educati, rispettosi, affabili, ma anche violenti, disonesti o addirittura delinquenti dichiarati, appena usciti di prigione, o affetti da turbe psichiatriche più o meno gravi. Personalmente nella mia carriera credo di aver incontrato genitori di tutti i tipi, anche di quelli che alle 9 del mattino venivano al colloquio già ubriachi.
Si può capire quanto possa essere difficile rapportarsi con un certo tipo di genitore? E si può capire lo stress che comporta l'essere aggrediti mentre si sta facendo il proprio lavoro? Si può capire che cosa significa avere cinquant'anni ed essere sbeffeggiati da ragazzini di quattordici (con l'appoggio dei genitori iperprotettivi)?
Gli insegnanti sono stressati, sfiniti, perché devono difendersi dalla possibilità di essere umiliati dai ragazzini, e anche perché a volte hanno paura di vedere degenerare un colloquio. A volte gli episodi violenti finiscono sul giornale, altre volte no.

Allora: a Leda, a Eleonora, e alle persone che mi scrivono perché sono disperate, o sfinite dico: resistete. Non vi sentite incapaci perché vi capitano cose come queste: capitano a tutti. Cercate di dare il meglio di voi stessi, studiate, leggete per imparare ad affrontare ogni tipo di classe e ogni tipo di alunno. Buona parte delle vostre difficoltà – se ce la state già mettendo tutta- non è colpa vostra. 
Sentitevi in colpa se non siete preparati, se i ragazzi si annoiano a morte e sbadigliano o si mettono a chiacchierare. Ma non sentitevi in colpa se non riuscite a gestire una classe di venticinque o trenta alunni dove ci sono anche cinque o sei meleducati ai quali nessuno ha insegnato a rispettare voi e gli altri. Non sentitevi in colpa se non riuscite a gestire una classe in cui ci sono molti alunni ai quali nessuno ha spiegato che non si prende in giro, non si offende e non si insulta, non si risponde male, non si picchia.

E ai genitori – a certi genitori, non a tutti - dico: se l’insegnante non riesce a gestire la classe, è perché ha a che fare con un numero eccessivo di bambini (o ragazzi) educati male. E forse vostro figlio è uno di loro.
E ai genitori –tutti- dico: aiutate gli insegnanti. Cercate di capirli e di appoggiarli.

Leggete anche i post che seguono, per favore. 
Capire è importante per riuscire a comprendere. E forse per cominciare a cambiare le cose.



Il burnout degli insegnanti. Prima parte.

Il burnout degli insegnanti. Seconda parte.

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Prima parte

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Seconda Parte

"Storia di una insegnante distrutta". Prima parte

"Storia di una insegnante distrutta". Seconda parte 

martedì 17 gennaio 2017

Insegnanti disperati. Prima parte . 602° post

Ci sono lettere, come queste, alle quali vorrei rispondere subito e non mi riesce. Avrebbero bisogno di pagine e pagine di risposta e allora rimando, mi riprometto di scrivere un intero post e così passa il tempo. Ricevo diverse lettere come queste. Se qualcuno non capisce perché insegnare è così difficile  e che cosa significa “burnout” (“bruciarsi”, provare un intenso stress legato al lavoro), può capirlo da queste lettere. Tutti i lavori possono essere faticosi, faticosissimi, ma non molti portano al burnout e alla disperazione. Chi non è insegnante paragona spesso il lavoro che fa con quello che pensa che sia quello dell’insegnante e arriva alla conclusione che sia ugualmente faticoso. Io credo di no. Credo che quella che può provare un insegnante che non riesce a fare il suo lavoro sia disperazione e non stanchezza. Disperazione e umiliazione. E non per mancanza di impegno. Proprio perché insegnare può essere difficilissimo. Specialmente oggi in cui non abbiamo più l’appoggio dei genitori. Anzi, spesso il nostro lavoro viene reso ancora più  difficile sia dall’assenza di regole nell’educazione familiare che dall’iperprotezione dei genitori.
Scelgo due lettere fra quelle degli insegnanti che mi hanno scritto negli ultimi mesi. Una ha 24 anni e nessuna esperienza e l’altra ne ha 52 e vent’anni di esperienza. Non è questione di età e non è questione di esperienza.

Leda mi scrive:

“Buongiorno Isabella,
sono davvero disperata, sono al limite, sul fondo e non so a chi chiedere consiglio. Inizio dal principio. Ho 24 anni, a luglio mi sono laureata, ho trovato lavoro come maestra d'asilo e poi, da un giorno all'altro, come prof. di lettere alle medie in un istituto paritario. Ho subito accettato perché è da sempre quello che avrei voluto fare. Con le lacrime agli occhi mi sono licenziata dall'asilo ed ho iniziato a lavorare alle scuole medie, letteralmente da un giorno all'altro. Mi sono rimboccata le maniche dal primo giorno: non volevo fallire. Ho sempre voluto insegnare, ma non avrei mai immaginato che mi sarei trovata così male. Mi hanno telefonato un sabato ed il lunedì ero già in cattedra: due classi di trenta alunni alle medie. Ero partita con tanta buona volontà, ma spesso passo i pomeriggi a piangere perché mi sento una fallita. Non ho problemi con le spiegazioni, le attività, le domande, ma ho dei problemi a gestire le classi, in particolare una. Il punto è che mi sento davvero lasciata in balia di me stessa, un’inetta che non sa fare questo mestiere che ho sempre invece voluto intraprendere. Ogni mattina mi sveglio scontenta e vado a scuola sperando nel minore dei mali. A volte mi sento impotente e guardo con invidia i colleghi che mi sembrano tutti più bravi di me. Non mi sento né adeguata, né all’altezza. Ai colloqui i genitori mi dicono che i figli sono contenti del mio modo di insegnare, ma allora non capisco perché non possano fare meno baccano. Ti giuro che mi sforzo di rendere le lezioni appassionanti, di rispondere a tutti i loro dubbi. Faccio fare ricerche che loro amano, sono riuscita a fare amare a molti la storia, raccontandola in modo avvincente, hanno fatto miglioramenti in grammatica, ma nel complesso sento di non stare andando per niente bene per via del loro comportamento. Sono stanca, frustrata, insoddisfatta, infelice.
I ragazzi parlano, ridono e si distraggono in continuazione, benché alcuni mi dicano che le mie lezioni sono interessanti e belle. In una classe, poi, non studiano, non fanno i compiti ed un’attività piacevole come la lettura di un libro diventa impossibile. Certi genitori mi hanno detto che i ragazzi a casa sono contenti della nuova insegnante di italiano, che spiega bene e che rende interessanti storia e geografia. Sono sempre stata abituata a lavorare sodo e a cogliere i frutti, sono sempre stata brava in tutto ciò che ho fatto e non accetto di non essere in grado di tenere una classe.
Ho vergogna a stare con i miei colleghi perché temo che loro sappiano della mia inettitudine e la preside mi sta “con il fiato sul collo” perché forse pensa pure lei che io sia incapace. Ho un carattere timido e riservato ma quando serve, mi trasformo in un leone. In classe sono sempre in piedi, scrivo alla lavagna, faccio domande, approfondimenti, faccio ragionare.  Ma non è abbastanza. Quando ho un’ora buca mi fermo fuori dalle porte per sentire come i colleghi fanno lezione e non trovo significative differenze dalla mia, però hanno di certo più silenzio. Pensi che dall’inizio dell’anno mi sarò seduta in cattedra tre volte: sono sempre sull’attenti e la tensione mi sta consumando. Sto lavorando sull'autorevolezza come c'è scritto sul suo libro. In classe faccio così, ho una bella voce sicura e profonda, mi muovo tra i banchi, cerco di trasmettere passione, se qualcuno non si comporta bene lo sgrido, se necessario metto note. Ma non è abbastanza. Il punto è che in classe cerco di essere rigida: ho detto quali sono le regole da rispettare, chi disturba riceve una nota o un compito extra. Ma nulla serve a qualcosa.
Un’ora stanno buoni e l’ora dopo è l’inferno. A volte i ragazzi parlano e schiamazzano; sento di essere imperfetta, di non sapere sempre cosa fare, percepisco che a volte mi manca la fermezza e la capacità di controllare tutto e spesso sento che la situazione mi scivola dalle mani. L'altro giorno è entrata in classe un'ape e i ragazzi hanno urlato. La preside mi riprende in continuazione perché dice che i ragazzi non mi rispettano, ma su 10 lezioni 7 scorrono senza problemi e la preside è magicamente presente solo in quelle dannate tre in cui i ragazzi sono stanchi. Perché, tra l'altro, ho sempre le seste ore. I continui richiami della preside, la parola "licenziamento" che serpeggia nei suoi rimproveri, mi stanno consumando l'anima.
Al mattino, quando sono in macchina, mi viene sempre da piangere perché non so cosa potrà accadere quel giorno. Pensavo di aver realizzato il mio sogno, ma invece sto vivendo un incubo. Mi stanno divorando.
Sono davvero stanca. Non ce la faccio più. La prego, mi dia qualche consiglio.
Grazie di cuore e perdoni lo sfogo. Leda"

Eleonora mi scrive:

“Buonasera.
Sono un'insegnante di sostegno di scuola primaria. Ho 52 anni e venti anni di servizio. Quest'anno la tragedia è iniziata il 20 settembre, quando un mio alunno HC di quarta , per vendicarsi di un mio rimprovero, ha detto a suo padre che" lo avevo strozzato". Famiglia disfunzionale, padre perennemente disoccupato, violento, pazzo. Madre depressa con malattia psichiatrica. Il padre quindi è venuto a scuola minacciandomi: non era la prima volta, né la prima volta che il bambino inventava qualcosa, le prime settimane di ogni anno scolastico ha sempre inventato che la collega o io lo picchiavamo (seguivo il bambino sin dalla prima). Quest'anno ho dato un alto là, non ne potevo più, senza contare che sua moglie per tutta l'estate mi aveva tormentata al telefono a tutte le ore, dalla mattina presto alla sera tardi, otto dieci quindici volte al giorno e tutti i giorni. Ero esasperata: il padre lo sapeva che non era vero, ma mi sono sentita offesa e qualche giorno dopo quando l'ho incontrato fuori dalla scuola e ha cercato di fermarmi mi sono rifiutata di parlare con lui e l'ho invitato a prendere un appuntamento o a rivolgersi al dirigente. La reazione è stata immediata: mi ha gridato dietro che mi avrebbe tolto il figlio e così ha fatto. E' andato dalla dirigente chiedendole di togliermi dalla classe e ha portato il bambino al servizio SMREE a parlare con la psicologa: qui il bambino ha ripetuto la storia dello strozzamento e ha detto alla dottoressa che non voleva più lavorare con me. E' iniziato l'inferno. In quella classe seguivo anche un altro bambino, ho avuto tutti gli alunni e i genitori dalla mia parte, la collega mi ha appoggiata ma non ho potuto fare altro che scegliere di lasciare la continuità sulla classe e prendere altri casi. Tutto questo mentre venivo insultata infangata e minacciata su facebook. Ho fatto molto per quel bambino e per tutti i bambini che ho seguito sin dall'inizio della mia carriera. Ho sempre studiato molto, mi sono sempre aggiornata e formata, non avrei mai immaginato di finire in un incubo simile. Ho deciso di dimettermi. Non so cosa farò, ma non ce la faccio più. Per gli insegnanti sono momenti bui: troppe riforme capestro e troppe ingerenze sul lavoro. Troppi problemi di mancanza di rispetto, gli alunni sono intrattabili, le famiglie impossibili, le classi numerose. C'è troppa ignoranza e violenza, non si può continuare così.
Sono disperata, non riesco più a lavorare. Eleonora”

Continua


mercoledì 18 febbraio 2015

"Chi è responsabile degli alunni difficili che escono dalla classe senza permesso e girano per i corridoi?" Seconda Parte. 507° post


Ho già scritto più volte riguardo alle responsabilità degli insegnanti e alla culpa in vigilando e perciò non mi ripeterò e richiamerò, qui in fondo, i link del blog a riguardo.
La domanda è sostanzialmente questa: "Chi è responsabile degli alunni difficili che escono dalla classe senza permesso e girano per i corridoi?".
Rispondo: l’insegnante che lo ha lasciato uscire (anche se non ha dato il permesso), ma anche quello che passa nel corridoio e constata dei comportamenti scorretti o pericolosi e non fa nulla perché torni in classe.
Credo che molti insegnanti non sappiano che ognuno è responsabile non soltanto dei suoi alunni, ma di tutti quelli che si trovano davanti a lui.
Mi spiego: l’assistenza durante l’intervallo è nostro dovere. Ogni scuola organizza l’assistenza, stabilendo che debba essere fatta a turni o tutti contemporaneamente. Chi è di assistenza ha il dovere si sorvegliare che i bambini o i ragazzi non si facciano male. E questo vale non sono per le elementari e le medie, ma anche per le superiori. E tutti gli insegnanti devono vigilare, mentre si muovono all’interno della scuola, affinché gli alunni non si facciano male. Molto spesso noto che ci sono insegnanti convinti di essere a posto quando controllano la loro classe.
Recentemente il MIUR è stato condannato a pagare 221 mila euro perché una studentessa di diciassette anni si è suicidata, impiccandosi nei bagni della scuola a scuola. Che colpa ne ha il MIUR? Che colpa ne ha il dirigente dell’istituto dove è avvenuto il fatto? E che colpa ne ha l’insegnante? Viene condannato il MIUR perché qualche suo dipendente ha sbagliato. Ma state tranquilli che il MIUR girerà la colpa a qualcuno. La colpa è questa: la ragazza è entrata e ha potuto recarsi in bagno senza che nessuno se ne accorgesse, né l’insegnante né il personale della scuola. Evidentemente si pretende che la scuola preveda che chi entra venga individuato e controllato. Spesso ai ragazzi delle superiori viene lasciata molta libertà. So di scuole che permettono di uscire e di andare al bar dell’angolo. Ma insegnanti e dirigenti di quelle scuole dovrebbero chiedersi che cosa accadrebbe se un ragazzo venisse investito da un’auto. La colpa sarebbe dell’insegnante che lo ha permesso (o non lo ha impedito) e del dirigente che non ha dato direttive affinché il ragazzo non potesse uscire. Se “tutti fanno così” o se “sono grandi! Che cosa vuoi che succeda?” non interessa a nessuno, se accade qualcosa a uno di quei ragazzi. Tutto va bene finché non succede nulla. E supponiamo che il dirigente abbia messo per iscritto che “nessun alunno può uscire dalla Scuola” e poi chiuda un occhio se qualcuno lo fa.  Pensate che se, in caso di incidente, venisse accusato dal MIUR non farebbe valere quello scritto, indicando gli insegnanti come responsabili?
I bambini e i ragazzi sono beni preziosi che vengono affidati alla scuola, tutta. Abbiamo il dovere di fare di tutto perché non accada loro nulla.
Tutti gli alunni della nostra scuola sono nostri alunni. Dobbiamo smettere di pensare solo alle nostre classettine. E dobbiamo smetterla di offenderci se un insegnante rimprovera i nostri alunni o la nostra classe. Il concetto che “ognuno deve pensare agli alunni suoi” è sbagliato. E lo dice la legge. Noi insegnanti dobbiamo educare tutti gli alunni a un comportamento corretto in modo che nessuno si faccia male. E se gli alunni di altre classi urlano, si inseguono o si picchiano è un problema di tutti gli insegnanti presenti. Non dobbiamo sopportarlo e non dobbiamo permetterlo.
Se un alunno “scappa” dalla classe, che cosa deve fare l’insegnante? “Lascia la classe incustodita per inseguire l'alunno, o aspetta di trovare un bidello e lascia incustodito l'alunno?”. E “se un alunno particolarmente problematico dal punto di vista comportamentale esce dall'aula continuamente, senza che l'insegnante abbia dato il permesso, anzi viene aggredita verbalmente e con gesti irripetibili nel momento in cui dice all'alunno che non può uscire senza permesso, come deve comportarsi?”
Secondo me deve comportarsi come se fosse scattata una sirena d’allarme. La prima volta che l’alunno “scappa” l’insegnante deve attivarsi in modo da seguire l’alunno, dopo aver lasciato la classe in custodia a un bidello e, se non lo trova, a un collega che si trova nell'ora libera e che per pochi minuti potrà senz'altro (e dovrebbe senz'altro) aiutarlo. Questo è uno dei casi in cui una nota sul registro si rende necessaria, anche per segnalare la gravità del fatto. Se l’insegnante si limita a scrivere sul registro passa, agli occhi di tutti, che non è poi così grave scappare.
È perciò il caso di arrabbiarsi molto con l’alunno e di spiegargli perché il suo comportamento è irrispettoso e potenzialmente pericoloso.
Bisogna anche scrivere al dirigente per metterlo al corrente del fatto e chiedere direttive – scritte- su come comportarsi: lasciare senza custodia l’alunno o la classe? Ce lo dica lui. Gli insegnanti devono imparare a esigere da parte del dirigente un aiuto: non ci sono soldi, non ci sono sufficienti collaboratori, non ci sono supplenti? E noi come facciamo a gestire certe situazioni? Noi dobbiamo fare al meglio il nostro dovere. Al resto pensi il dirigente.
Cari colleghi che mi scrivete, mettetecela tutta a essere bravi insegnanti, e imparate a ribellarvi alle situazioni ingestibili, perché alla fine, se succede qualcosa ci andate di mezzo voi e, naturalmente, qualche alunno.
Il dirigente non permette che qualcuno venga sospeso, anche se gli dimostrate di aver fatto tutto il possibile per aiutarlo? Scrivetegli e protocollate quello che scrivete, perché siete voi quelli che di giorno in giorno educano i ragazzi e siete sempre voi quelli che devono sapere quando è il momento di prendere dei provvedimenti disciplinari. Non prendere mai provvedimenti significa diffondere un’idea di impunità che favorisce i comportamenti scorretti e potenzialmente pericolosi.


E se durate l’intervallo o in qualunque altro momento un alunno minaccia di picchiare un altro e voi siete lì presente (l’insegnante è in classe o nelle vicinanze della sua classe), e se i due si picchiano e uno dei due cade, batte la testa e muore (voglio esagerare per rendere l’idea) chi pensate che venga chiamato a dimostrare che non ha potuto fare nulla per impedire la morte del ragazzo? Potete voi dire “Ma non era un mio alunno!”? Io credo di no.




domenica 15 febbraio 2015

"Chi è responsabile degli alunni difficili che escono dalla classe senza permesso e girano per i corridoi?" Prima Parte. 506° post

Scelgo due lettere fra le tante che ricevo da parte di insegnanti  che chiedono chi è responsabile degli alunni difficili che escono dalla classe senza permesso e girano per i corridoi?

Clara mi scrive:
"Gentile professoressa Milani,
le scrivo per avere un suo parere in merito alla situazione che si sta verificando nel mio istituto. Insegno alle medie: otto sezioni, per un totale di quasi seicento alunni distribuiti su tre piani. Gestire la sicurezza non è mai stato facile: il momento dell'intervallo, in particolare, ha sempre richiesto un livello di attenzione molto alto da parte dei docenti occupati nella vigilanza. Tuttavia posso dire che nel corso degli anni, pretendendo dai ragazzi il rispetto di alcune semplici regole, abbiamo sempre garantito un discreto ordine. 
Ultimamente le cose sono cambiate.
Con la nuova dirigente è diventato molto più difficile mettere in atto provvedimenti disciplinari e la filosofia che si intende imporre dall'alto è quella di un permissivismo generalizzato, sulla base del principio che "la punizione non ha valore educativo e l'unica strada percorribile è quella del dialogo e della comprensione".
Premesso che negli anni passati i provvedimenti disciplinari venivano presi solo dopo aver tentato la strada del dialogo e che c'è sempre stata attenzione nei confronti del vissuto e della "storia" di ogni singolo alunno, ora la situazione è la seguente. 
E' sempre più frequente imbattersi, soprattutto durante i cambi d'ora, ma non solo, in alunni che girano per i corridoi parlando ad alta voce o addirittura urlando. Se richiamati, non chiedono scusa o non accettano il rimprovero e il più delle volte perseverano provocatoriamente nel loro comportamento scorretto, mostrandosi del tutto indifferenti al fatto che stanno recando disturbo a chi nelle classi cerca silenzio e concentrazione. Alcuni di questi alunni, poi, si trovano fuori dall'aula durante l'ora di lezione, perché sono "scappati". Mi spiego: sono usciti senza il permesso dell'insegnante, il quale, trovandosi solo, cioè senza la compresenza di un collega e non avendo trovato in quel momento un bidello disponibile a sorvegliare gli altri alunni, non può allontanarsi. A questo proposito le pongo subito un primo quesito. Come deve comportarsi un docente che si venga a trovare nella situazione che ho appena descritto? Lascia la classe incustodita per inseguire l'alunno, o aspetta di trovare un bidello e lascia incustodito l'alunno? Inoltre: se io, insegnante di un'altra classe, mi trovo a passare per caso in corridoio e sorprendo un alunno privo di sorveglianza che si sta comportando in modo pericoloso e che, poniamo il caso, proprio in quel momento si fa male (cosa assai probabile, per come stanno andando le cose), posso essere ritenuta responsabile dell'accaduto?
L'intervallo, poi, si sta trasformando ogni giorno di più in un momento ad alto tasso di rischio. A parte alcuni colleghi eccessivamente ottimisti (forse sarebbe meglio dire "incoscienti"), che sembrano non rendersi conto della pericolosità di certe situazioni, gli insegnanti vivono ormai la ricreazione con grande apprensione. A poco o nulla valgono i continui richiami ("non sporgerti dalla ringhiera, non correre, non mettere le mani addosso al compagno"...): i ragazzi ormai hanno capito che nessun serio provvedimento seguirà le nostre parole! Io sono preoccupata. La dirigente fa orecchie da mercante e tende sconsideratamente a minimizzare, ma la situazione peggiora a vista d'occhio e ho paura di trovarmi ad essere presente, e dunque mio malgrado responsabile, nel momento in cui capiterà una disgrazia e qualcuno si farà male sul serio. Le chiedo: devo tollerare questa situazione? E, più in generale, devo accettare che nella scuola, istituzione nella quale lavoro e della quale faccio parte, regnino impunità, permissivismo e maleducazione? 
La saluto, in attesa di una risposta. Clara"

E mi scrive Daniela:

"Gentile Professoressa, in molti Le chiedono se un insegnante può mandare fuori dall'aula un alunno particolarmente fastidioso e, giustamente, lei risponde che non si può, in nessun caso. Io le chiedo: se un alunno particolarmente problematico dal punto di vista comportamentale esce dall'aula continuamente, senza che l'insegnante abbia dato il permesso, anzi viene aggredita verbalmente e con gesti irripetibili nel momento in cui dice all'alunno che non può uscire senza permesso, come deve comportarsi? è sufficiente scrivere sul registro che l'alunno è uscito senza permesso? Di chi è la responsabilità nel caso che l'alunno commetta qualche azione grave ai danni di altri? La ringrazio per la Sua attenzione e Le invio distinti saluti. Daniela"

Continua...

domenica 25 gennaio 2015

“Prima supplenza: ho poca esperienza, e mi sento un po' demoralizzata”. 501°post

Gentilissima professoressa Milani,
mi chiamo Elena e finalmente, con mia grande contentezza ed emozione, il mese scorso sono stata chiamata per la mia prima supplenza alle scuole medie!!!
Sono laureata in Lettere ma non ho la specializzazione. Ho 28 anni ma ne dimostro molti meno...tanto che ai colloqui una mamma mi ha detto (in modo gentile, non come critica) che sembro una ragazzina e che mi aveva scambiata per un'alunna!
E' da un mese che insegno italiano, storia e geografia in due prime medie.
Durante i primi giorni di scuola i bambini di entrambe le classi (che sapevano che ero una supplente per qualche mese perché gli altri professori lo avevano detto loro) non seguivano moltissimo e facevano domande come 'Ma i voti che mette lei fanno media?  Ma lei parla con la nostra professoressa?'
Poi però la situazione è cambiata. Ho iniziato ad interrogare e a continuare il programma (fortunatamente ho avuto modo di parlare con la professoressa di ruolo che mi presentato un quadro generale della classe e che mi ha indirizzata sugli argomenti da spiegare).
In una classe tutto sta andando benissimo. Dopo il 'disorientamento' iniziale i bambini hanno iniziato a seguirmi, a studiare, a farmi domande durante le spiegazioni. Mi sto affezionando a loro e sento che anche la classe si sta trovando bene.
C'è anche da precisare che questa classe è molto diligente. Ci sono molti bambini studiosi e pochissimi casi difficili (me lo hanno confermato anche gli altri professori).
Invece nell'altra prima che ho non va per nulla bene.
I bambini studiano poco ed alcuni rispondono anche in faccia. La lezione va avanti con fatica, con continue interruzioni (perché devo rimproverare i bambini che fan chiasso o disturbano i compagni). Durante alcune ore i bambini seguono di più ma altre volte la situazione degenera parecchio.
Ne ho parlato con i mie colleghi che sono stati tutti gentilissimi e disponibili con me. Mi hanno detto che è una classe difficile (abbiamo contato dieci casi tra bes e problemi familiari vari) e che devo essere molto severa, mettere note individuali sul registro e dare punizioni.
Sto seguendo i loro consigli: sto dando compiti di punizione, note sul registro, annotazioni sul diario per chi non fa i compiti o per chi non rispetta le regole, lanciando per esempio carte tra i banchi. Utilizzo anche altri espedienti come non entrare in classe se non c'è silenzio, non proseguire la spiegazione se non c'è silenzio, dare compiti in classe a chi parla e qualche volta anche gridare (questo ogni tanto mantiene il silenzio). Preciso che quando parlo di silenzio non pretendo che siano muti ma che non si distraggano in continuazione e che non parlino tutti insieme senza alzare la mano. In classe i bambini litigano spesso tra di loro. In particolare c'è un bambino che insulta sempre i compagni ma niente riesce a placarlo. Ho anche parlato con i genitori ai colloqui ma non sembrano seguirlo molto. Molti bambini polemizzano per tutto, non accettano le annotazioni sul diario, le trovano ingiuste e a volte scoppiano in lacrime dicendo che sono severa (cosa che per natura e carattere in realtà non sono proprio). So che è una classe difficile ma sono convinta che con me sono 'più terribili' che con gli altri insegnanti. Infatti già quando in classe c'è il professore di sostegno va molto meglio. In classe non c'è un clima sereno.
Ho poca esperienza, e mi sento un po' demoralizzata, mi spiace che si sia creata questa situazione e vorrei tanto migliorarla. Temo che la mia 'inesperienza' sia passata inosservata nella classe con poche problematiche e sia emersa pienamente nella seconda.
Ho letto molti dei suoi consigli sul suo sito, ho letto quello che lei pensa sulle note (ho utilizzato anche altri espedienti non solo note) ma non riesco a trovare una soluzione per creare un clima sereno in questa classe e vorrei tanto diventare anch'io brava come i mie colleghi.
Grazie, buona giornata. Elena”

Cara Elena, sei molto giovane, sei alla tua prima supplenza e, ovviamente, non hai esperienza. Dalla tua lettera emerge il fatto che tu pensi, per questo, che sia quasi giustificata una certa mancanza di attenzione o di rispetto da parte dei ragazzi.
Il primo consiglio che ti do è quello di toglierti dalla mente quest’idea. Non devi sentirti quasi come se tu dovessi scusarti perché sei giovane. La mancanza di esperienza può farti fare degli errori che, quando avrai più anni di insegnamento, imparerai a evitare, ma non giustifica da parte degli alunni scarsa attenzione o mancanza di rispetto. Come ho già detto altre volte, non è l’età più matura quella che ti garantisce il rispetto degli alunni. Quello che hai scritto tu potrebbe benissimo essere stato scritto da una insegnante cinquantenne.
Alle domande 'Ma i voti che mette lei fanno media?  Ma lei parla con la nostra professoressa?' avresti dovuto rispondere “Ma si capisce!” e tagliare corto.
Alla mamma che ti ha detto che le sembravi una ragazzina e che ti aveva scambiata per un'alunna che cosa hai risposto? Se ci pensi bene, non avrebbe dovuto dirtelo. Non perché ci sia qualcosa di male, ma perché l’osservazione è inopportuna, come tutte le osservazioni riguardanti l’aspetto fisico in un ambiente di lavoro. Dato che tu hai ventotto anni, non era - in fondo in fondo- un complimento. Ti verrebbe in mente di dire a un medico che ti sta visitando che ti sembra un ragazzino e che lo hai scambiato per uno studente? Io penso di no, perché avresti pensato che stava facendo il suo lavoro e avrebbe potuto scambiare quella osservazione per mancanza di fiducia.
Il sistema dei compiti di punizione, delle note sul registro, e delle annotazioni sul diario non risolve nulla. Chi non fa i compiti non farà neppure quelli di punizione, chi si comporta male ha spesso una famiglia che non guarda neanche il diario e se lo fa se la prende con te perché hai dato la nota. I genitori del bambino che insulta i compagni, infatti, non ti sono sembrati molto collaborativi, durante i colloqui, vero? Anche perché probabilmente a casa usano anche loro il sistema degli insulti per farsi capire.
“Ho poca esperienza, e mi sento un po' demoralizzata, mi spiace che si sia creata questa situazione e vorrei tanto migliorarla”, scrivi. Ed è per aiutare chi incontra delle difficoltà e non sa come gestirle che ho scritto il libro e scrivo il blog. Ma vorrei ribadire il concetto che i problemi li incontriamo tutti, che tutti abbiamo classi e alunni difficili. Compresa me. Solo che con impegno e fatica si impara a risolvere i problemi. La capacità di gestire le classi, di creare un clima sereno, di fare in modo che i bambini non litighino, che non piangano per un brutto voto, che imparino a rispettarsi si acquisisce con l’esperienza e con lo studio. Il mio libro è un corso che aiuta ad affrontare le difficoltà, a capire quali errori non si devono fare e a trovare strategie utili ad affrontare le classi. Il resto lo devi fare tu, giorno dopo giorno. Non pensare più al fatto che sei giovane. Diventa più sicura di te. Impara a comunicare agli altri – alunni e genitori- che sai quello che fai e che meriti rispetto perché sei una buona insegnante. Come? Prima di tutto devi esserne convinta tu. Convinciti di essere una brava insegnante e cerca di migliorare giorno per giorno, e per tutta la carriera. Accetta i tuoi errori, perché sono il modo naturale per migliorare. Non ti demoralizzare, quindi, se non riesci subito ad ottenere l’attenzione e il rispetto di tutti i ragazzi: è normale. Sentiti soddisfatta di ogni tuo piccolo successo in classe. Ma non dare mai per scontato di sapere già tutto, perché quello è il sistema migliore per trasformarti in una cattiva insegnante. Anch'io, che scrivo per dare consigli, studio, rifletto, leggo, cerco sempre di imparare qualcosa di nuovo. Fammi sapere, Elena!


mercoledì 19 novembre 2014

“Ho una classe difficile e non so come fare”. Prima Parte. 488° post


Mariangela mi scrive:

“Buonasera Isabella, mi chiamo Mariangela e sono una docente di matematica in una scuola secondaria di primo grado. Quest'anno ho, tra le altre classi, una seconda che mi sta cominciando ad impensierire. Li ho conosciuti quest'anno.

È una classe difficile, con quattro alunni certificati, di cui tre per problematiche comportamentali. Su tre ore di insegnamento posso beneficiare solo di un'ora di compresenza con docente di sostegno che non può portare fuori in piccolo gruppo tutti e quattro gli alunni perché tra loro litigano. Nel primo mese e mezzo di lezione è andato abbastanza bene, abbiamo cominciato a lavorare, collaboravano tutti, anche quelli più difficili ai quali davo del lavoro da fare e cercavo di seguire come potevo. Da un paio di settimane le cose sono peggiorate...i due difficili, ma seriamente difficili con storie di abbandono e violenza alle spalle, cominciano a non seguire e a non volerne sapere. Uno si alza e butta la carta, spegne le luci. L’altro fa versi e lancia fazzolettini. Gli altri, invece di scoraggiarli li incoraggiano e si crea confusione. Con i due, uno in particolare, ho parlato approfittando un giorno che era fuori dalla porta, messo lì da una collega. Gli ho chiesto come mai fosse lì. È stato collaborativo, si è scusato per come si comporta a volte, ma non sembra aver recepito il messaggio. Io, d'altra parte, odio irrigidirmi, punire tutto quello che non va con note e punizioni, anche perché così mi faccio odiare. Quando c'è confusione mi fermo. Se uno si alza, dopo avergli detto che non può. Gli dico: ti aspetto...senza la tua attenzione non vado avanti. Vai a sederti. A volte lancio l'urlo: ma la pianti? Quando quello faceva i versi, dopo essermi interrotta nella lezione, il brusio è via via scomparso e ho detto: vai, adesso fai pure i versi, che così ti ascoltiamo tutti. Vai è il tuo momento di gloria. Lui li ha fatti...gli altri hanno riso. Poi l'ha smessa. Mi ha detto: prof, posso uscire un attimo, mi devo calmare. Insomma, non so se va bene così...La lezione si interrompe e si impoverisce per gli altri, che comunque ne approfittano. Vorrei irrigidirmi e punirli a volte, con delle note, parlo di questi due, ma sono ragazzi che possono anche diventare aggressivi tra loro e verbalmente con i docenti. E' già successo con altri colleghi in passato. Quindi, vorrei, piuttosto, portarli dalla mia parte. Farmi fare da assistente, dargli importanza ma non so come fare. Spero mi possa in qualche modo illuminare ed aiutare. Grazie per il suo blog ed i suoi consigli nel libro che ho letto durante l'estate su consiglio di una mia cara amica e collega. A presto, Mariangela” 

Leggete e pensateci un po' su. 

Continua...

martedì 31 dicembre 2013

Io, Isabella Milani, non ho mai insegnato in classi senza problemi. 429° post

Io, Isabella Milani, non ho mai insegnato in classi senza problemi. Lo preciso perché evidentemente ce n'è bisogno.
Pare che tutti quelli che scrivono (giornalisti e/o blogger) trovino sempre qualcuno che fa della polemica, protesta e qualche volta insulta. Nell'era di facebook soprattutto, ognuno si sente in diritto di dire la sua, di rimproverare, di fare del sarcasmo, di trarre delle conclusioni anche senza avere in mano i necessari dati per capire bene.
Capita anche a me, qualche volta.
Voglio finire l’anno facendo qualche riflessione su queste persone, (fortunatamente poche) che scrivono commenti. Alla fine dell'anno cestino sempre qualcosa: cose inutili, abitudini inutili. 
Ecco quello che mi capita di leggere qui nel blog.
Qualcuno ce l’ha con tutto il corpo docente e insulta tutti noi insegnanti perché ci lamentiamo della fatica dell’insegnamento. Qui nulla di nuovo e perciò mi limito a cestinare.
Qualcuno protesta perché non gli ho risposto e anche in quel caso lascio perdere perché ho scritto spesso che non posso garantire risposta a tutti (non ho uno staff di segretari). Evidentemente chi non lo capisce non merita altra risposta.
Uno mi ha scritto che le informazioni che do sull'Invalsi sono sbagliate. Anche lì, mi sembra strano che si parli di “informazioni”, come se io fossi qui per dispensare informazioni e non opinioni che, possono essere anche sbagliate, ma sono le mie. Penso che si tratti di qualcuno politicamente diverso da me (magari della stessa idea politica di certi ministri o presidenti del consiglio, soprattutto passati) e lascio perdere.
Qualcuno (non nel blog, ma in giro per facebook o in qualche forum) scrive, più o meno, che “la prof. Milani scrive e dà dei consigli perché non ha i nostri alunni.” “Se avesse gli alunni che ho io vedrebbe che non si può fare nulla”; “Vorrei vedere la prof. Milani con i ragazzi che ho io, che se ne fregano se li fissi o se stai sulla porta”.
Anche in questo caso, lascio perdere (anche se mi secco), perché riconosco il tipico livore di chi dà per scontato che se lui non riesce a fare qualcosa significa che è impossibile che qualcuno ci riesca. Molto spesso è proprio questa presunzione quella che impedisce a certi insegnanti di trovare delle strategie per gestire le classi e gli alunni difficili.
Vorrei però rispondere al commento di  Filippo a un mio post (nel quale si parlava di un biondino difficile) e aggiungere fare qualche riflessione generale. Filippo scrive:
“Forse nel mondo della professoressa Milani il biondino ha sorriso, ha chiesto scusa e non lo ha fatto mai più, anzi, ha cominciato a trovare un senso in ogni materia, ha trascorso i pomeriggi sui libri, motivato e soddisfatto; anche sua madre ha imparato che deve rispettare gli insegnanti ed il loro lavoro, controllare il diario del figlio, stargli più vicino; suo padre è tornato a casa, dopo la fuga con la badante ucraina della nonna inferma (che, intanto, ha ripreso a camminare). E tutti vissero felici e contenti. Nel mondo scolastico in cui lavoro io, il biondino ripete la parolaccia, ma ad alta voce, affinché la sentano tutti e sappiano che lui non teme nessuno e nessuno può domarlo; nel migliore dei casi, si alza, gira per i banchi, sferra uno scapaccione ad un paio di compagni, getta astucci e libri per terra, calcia uno zaino ed esce di nuovo dalla classe. Nella peggiore delle ipotesi (peggiore ma non più rara), al termine delle lezioni il biondino riga tutta l'automobile della professoressa, le infila un paio di chiodi nelle gomme (nel laboratorio -incustodito- di tecnologia ce ne sono a bizzeffe!) e, quando non basta, manda anche il padre a fare una sfuriata a scuola.
Cordiali saluti dal mondo reale.
Mi scuso per il tono sarcastico, ma non ho potuto farne a meno. Buon lavoro. Filippo”

Caro Filippo, pensi che io insegni in una scuola modello? Hai letto bene tutto? Sai che insegno in una scuola pubblica? Sai che ho scritto il libro e il blog per riflettere sulla Scuola reale, proprio perché i libri che leggevo erano scritti da persone che prendevano in considerazione alunni e classi teoriche?
La chiave del discorso è nella tua frase:
“Cordiali saluti dal mondo reale.”
Quindi il sarcasmo (del quale non hai potuto fare a meno) nasce dalla convinzione che quello che racconto sia tutto inventato? O che io abbia alunni “facili”, niente a che vedere con quelli di cui tu hai esperienza? Sei convinto (come qualche altra persona che ha scritto ‘mettiamola nelle nostre classi e vediamo che cosa sa fare’) che quello che scrivo valga solo per i miei alunni, perché pensi che non siano alunni difficili o problematici?
A me farebbe piacere che le persone che commentano facendo della polemica o del sarcasmo leggessero quello che scrivo, prima di esprimere giudizi. Se lo facessero, si sarebbero imbattuti senz’altro nel concetto (che ho espresso spessissimo) che neanche a me riesce tutto alla prima. Ho imparato le strategie che consiglio dopo molto studio, molta sperimentazione e molta, moltissima fatica. Scrivo sempre che bisogna leggere, osservare i ragazzi, studiare, insistere, non mollare, non demoralizzarsi; anch’io mi stanco molto e qualche volta perdo la pazienza; ma provo e riprovo finché non riesco a stabilire un contatto con gli alunni, soprattutto quelli difficili; e mi metto continuamente in discussione, leggo tutto quello che trovo, rifletto su tutto e penso sempre che posso imparare da tutti. Se qualcosa non mi riesce non do la colpa agli altri, ma a me stessa. Prima di tutto a me stessa.
Da quando insegno non ho mai avuto una classe “facile”, Filippo: in tutte le mie classi c’è sempre stato un bel gruppo di alunni difficili, provenienti anche da ambienti socioculturali difficili. Vivo nel mondo reale e lavoro in una scuola reale, dunque. Nelle scuole in cui ho insegnato (se tu avessi letto quello che scrivo lo sapresti) ci sono anche dei biondini o dei moretti che possono anche mandarti a quel paese, che picchiano i compagni in presenza dell’insegnante, e che rigano le macchine. A me – fino ad oggi – non mi è mai capitato, che mi rigassero la macchina o mi mandassero a quel paese. Magari lo hanno fatto con gli altri, quegli stessi alunni. Ma se mi capitasse, non darei per scontato che “il biondino” e i suoi compagni sono irrecuperabili. Lotterei per aiutare lui e gli altri; per trovare come fare. Con grande, grandissima fatica, ma lo farei.
Quindi, Filippo, se non riesci a gestire il biondino, non dare la colpa a me. Lascia perdere il sarcasmo. Leggi tutto quello che ti metto a disposizione, se vuoi,  cercando di vedere se quello che scrivo può servirti, e, se ti sembra che non faccia al caso tuo, chiudi la pagina e vai altrove: il web è enorme.
Buon lavoro anche a te, Filippo.


martedì 10 dicembre 2013

"Ho trovato alunni ancor più difficili di quelli dello scorso anno". 425° post

Iris mi scrive:

“Gentile professoressa Milani,
i suoi due libri e i suoi post sono stati fondamentali per me lo scorso anno durante il mio primo anno di insegnamento in una scuola della periferia di Roma con alunni difficili. Ciò che ho imparato da lei è stato prezioso, senza di lei non so come avrei affrontato il mio primo anno da giovane insegnante appena laureata. Neppure il TFA mi ha aiutata, insomma lei è stata la mia tutor virtuale.

Purtroppo però ora mi trovo a scriverle non solo per ringraziarla, ma perché ho una difficoltà che mi procura molta ansia: anche quest'anno sono stata confermata nella scuola professionale per parrucchieri, ma ho trovato alunni ancor più difficili di quelli dello scorso anno. Qui insegno in tre classi di alunni difficili e mentre in due classi nonostante le grandi difficoltà sto, davvero lentamente, stabilendo un rapporto con gli studenti, nella terza classe è davvero un disastro ogni giorno sempre più grande.
Sin dal primo giorno la preside e i colleghi mi hanno detto che era la classe più difficile di tutta la scuola, ma non mi ero lasciata scoraggiare perché ciò che mi interessava era poter dare una mano ai ragazzi. Purtroppo non ci riesco e mi sto anche abbattendo molto.
Vedo i ragazzi solo due volte la settimana e già questo rende difficile poter stabilire una relazione, inoltre la mia materia non è di indirizzo; insegno italiano mentre loro studiano per prendere il diploma da acconciatori e l'unica cosa che gli interessa è fare tinte e tagliare capelli, tutte le altre materie non interessano.
Inoltre mi ritrovo a far lezione nella loro aula di pratica cioè in un salone di parrucchieri senza banchi, ma con specchi e lavaggi per i capelli, shampoo, asciugami.
So che sono io a doverli motivare, so che non è colpa loro se non riescono a stare attenti, seduti e ad interessarsi a nulla, anzi mi rendo ben conto che sono ragazzi che soffrono; molti infatti sono stati bocciati due volte alle scuole medie, altri al liceo e quindi hanno deciso di prendere almeno una qualsiasi qualifica. Pur sapendo tutte queste cose non riesco a trovare dei modi per interagire con loro. Sto provando varie strategie, ma nessuna sembra funzionare e mi sto abbattendo così tanto che la classe mi sta già scivolando via. Oggi sono usciti dall'aula senza permesso e mentre nei primi giorni riuscivo a richiamarli ora non ci riesco più e fanno ciò che vogliono; ovviamente questo è dovuto al mio abbattimento, è colpa mia se escono e non si concentrano perché la mia sfiducia mi porta ad arrendermi e a non voler stare in quella classe.
E non trovo tutta questa fatica neppure in una classe dove ho tutti maschi dai 16 ai 18 anni!
In questa classe di parrucchieri in particolar modo ho grandi problemi con le ragazze, mi rispondono male e nonostante li rimproveri e gli continui a dire di non mancarmi di rispetto perché io sono sempre educata con loro continuano senza problemi. A fine lezione esco dall'aula stanca perché mi ritrovo a passare tutta l'ora a dire di sedersi, di rispondere educatamente, di rispettare le regole che ci sono (niente cellulare, non si mangia in classe ecc..) e ovviamente questo li fa innervosire ancora di più e rispondere in modo davvero molto brusco.
Ho da fare anche una distinzione fra le ragazze: infatti ci sono ragazze che hanno evidentemente problemi con se stesse o problemi familiari e lo percepisco dall'ostilità inspiegabile (il primo giorno non mi hanno neppure voluto dire il loro nome), e con loro capisco come comportarmi; ma ce ne sono molte altre che si comportano come le ragazze della televisione, danno importanza solo all'aspetto esteriore e con loro la situazione è anche peggio perché vorrei capire la loro difficoltà, ma non ci riesco e questi mi porta a non sapere come stabilire una relazione con loro.
Anche l'anno scorso (con altre classi) tornavo a casa demoralizzata, ma non mi abbattevo anzi cercavo sempre un modo per interessarli e per avvicinarmi a loro. Anche quest'anno è così con le altre classi, al contrario con questo indirizzo di parrucchieri mi sono già abbattuta e tutte le volte che so che il giorno dopo avrò loro ho l'ansia, crisi di pianto e desidero non tornare in quella classe. E' una cosa molto brutta da dire sia perché sono all'inizio dell'anno sia perché è il mio secondo anno di insegnamento.
Mi aiuti a capire come devo comportarmi per poter interagire con loro ed essergli di aiuto in qualche modo.
La ringrazio. Iris"


Cara Iris, ti capisco, credimi. I momenti di sconforto sono normali, quando si incontrano classi difficili:
1.  rileggi il libro.
2. non aver paura di loro.
3. non ti stancare di spiegar loro che se non imparano a comportarsi correttamente con te non saranno un giorno capaci di trattare con le clienti (o i clienti) e verranno licenziati
4. annuncia loro che li valuterai per la loro capacità di conversare durante simulazioni (li fai sedere uno sulla poltrona e l'altro dietro e li fai parlare). Fai valutare a tutti pregi e difetti
5. spiega loro che valuterai anche la loro capacità di stare zitti (perché non tutti i clienti parlano)
6. fai fare questa attività scritta (alla quale darai il voto): Regole di comportamento di un bravo acconciatore
7. attività: la terminologia specifica del parrucchiere. Studiatela tu alla perfezione, più ricca di quella che conoscono loro. Anche in inglese, perché potrebbero voler lavorare all’estero. Cerca tutto sulla terminologia. Devi far capire loro che hai qualcosa da insegnare.
8. Studia tu per prima e poi fai studiare a loro tutto sui più grandi parrucchieri di tutto il mondo.
9. Procurati le foto dei saloni dei più importanti hair stylist del mondo e di “negozi di parrucchieri” qualsiasi: fai descrivere le foto, fai spiegare che cosa c’è di diverso, che cosa c’è di sbagliato e così via.
10. Studia l’arredamento dei negozi di parrucchieri. Poi, quando sei preparatissima al riguardo, fai progettare “il salone perfetto”: prima tutti insieme e poi ognuno per conto suo (valuta tutti i passaggi).
11. Stabilisci (e rispetta con molto rigore) la regola che quando si lavora insieme, se il lavoro riesce male perché qualcuno disturba, darai a tutti un voto più basso. Spiega che quando un team lavora a qualcosa, è responsabilità di tutti la riuscita o il fallimento del lavoro.
12. Fai portare loro (e porta tu, perché non sai se le troveranno) foto di personaggi famosi : fai loro descrivere e giudicare le loro acconciature. Fai dare loro dei voti al look e poi paragona e discuti insieme a loro.
13. Investi dei soldi e vai da un parrucchiere “alla moda”. Chiedigli che cosa ritiene che sia più importante per chi vuole diventare parrucchiere e avere successo; prendi appunti e poi spiega tutto agli alunni come se fossero parole tue. (In generale, cerca di non andare a scuola con i capelli in disordine :-))
14. Fai preparare un curriculum (prima studia bene tu quali sono gli aspetti che possono renderli competitivi)
15. Ricorda: non devi "dire" che non devono mancarti di rispetto (dicendolo ammetti che lo hanno già fatto: è come se tu dicessi "non mi picchiate più"). Devi avere un atteggiamento che li porti a non mancarti di rispetto (ripassa il mio libro).
Insomma, qualcosa così, Iris.
Preparati, perché più sei preparata e più sei convincente.

Fammi sapere!

giovedì 7 febbraio 2013

“Ho paura che mi licenzino…” Seconda Parte 352°

PRIMA PARTE qui.

Cara Carmen, vorrei sottolineare qualche altra frase, fra quelle che hai scritto:
- “avendo sempre avuto nel cuore l'insegnamento”
 - “essendo laureata in ingegneria”
- “Voglio insegnare perché mi piace e perché so di poter trasmettere qualcosa.”
Dunque, Carmen, hai studiato molto, ami insegnare e sai di poter trasmettere qualcosa.
Il problema è: che cosa?
Ecco, devi riflettere su questo: in che cosa consiste quello che devi trasmettere? È la matematica? È la fisica? Sì, ma la matematica e la fisica sono solo una parte di quello che devi trasmettere.
Un insegnante, prima di tutto, deve trasmettere la voglia di imparare. Imparare che cosa? Tutto. Tutto quello che capita, di cui la matematica è solo una parte. Prima della matematica viene la vita. Tu, insegnante, devi educare, devi trasmettere anche come si affronta la vita, perché bisogna studiare, perché bisogna lavorare, perché non bisogna arrendersi di fronte alle difficoltà; devi trasmettere l’onestà, il senso di solidarietà, il senso di giustizia, l’amore per la vita, l’interesse verso gli altri, verso il mondo, verso le cose. Anche verso la matematica e la fisica. Devi insegnare che cosa è essenziale  e che cosa è superfluo, quali sono le priorità e perché è meglio mettere certi valori in cima alla scala e certi altri in fondo.
Per essere una buona insegnante, prima di insegnare a cucinare e a gustare dei piatti, devi fare venire loro appetito e voglia di cucinare.

Detto questo, Carmen, passiamo a riflettere sugli errori che puoi avere commesso. Scusami se, per aiutarti, devo essere molto esplicita.
Sintetizzo: i ragazzi ti ignorano (“è come se non fossi presente il aula”) e non ti rispettano come persona (“quando entro io in aula sembra che arrivi la scema del villaggio”) e, di conseguenza, neppure come insegnante (“non stanno attenti, chiacchierano tra di loro e giocano col cellulare, non mi considerano proprio,  prendono in giro (anche volgarmente), urlano, tirano sedie per terra facendo un fracasso tremendo, corrono in aula io anche se li richiamo, è come se non fossi presente il aula”).
Cara Carmen, tu per prima non ti rispetti. Proprio non ti consideri degna di rispetto. Tanto è vero che hai chiamato in aiuto qualcuno che hai dato per scontato che sarebbe stato rispettato più di te: il preside, la vicepreside. Hai “mandato uno dei rappresentanti di classe a chiamare la vicepreside”. Mi chiedo che cosa hai detto. “Vai a chiamare la vicepreside e dille di venire subito perché la classe non mi ascolta”? Qualcosa così? Hai certificato la tua inferiorità. La vicepreside è arrivata e tu hai ascoltato in silenzio. Che cosa avrà detto? “Vergognatevi! Dovete stare zitti anche con la professoressa!” (E questo “anche” significa parecchio…) Non dici che cosa hai detto quando “appena se n'è andata tutto è ricominciato…”. Spero che tu non abbia chiesto ai ragazzi come mai cinque minuti prima stavano tutti zitti…
Hai accettato che intervenissero i colleghi delle classi vicine, che “non riuscivano a far lezione a causa del rumore”. Immagino che sarai stata zitta, mentre loro (quelli che agli occhi degli alunni saranno apparsi come i “veri” insegnanti) rimproveravano la classe. Ovviamente, non puoi pensare di essere sembrata un’insegnante autorevole.
Le hai provate tutte, passando dal massimo della severità al massimo della tolleranza, calpestando da sola la tua dignità (facendo “lezione al muro facendo finta che loro seguissero mentre invece parlavano tra di loro” e facendo “finta di non sentire quando mi urlano improperi”.)
Ti sei chiesta che cosa c’è che non va in te (dando tu stessa per scontato che in te ci sia qualcosa che non va) e ti sei risposta che forse hai un aspetto fisico che “li irrita” (“sono antipatica come persona”, “sembro molto più giovane, sono bruttina e vesto sempre in jeans e maglione”), oppure che le tue lezioni “non sono ritenute interessanti”.
Cara Carmen, il mio consiglio è questo: prima di tutto devi chiarire bene a te stessa chi sei e che cosa ci fai in cattedra. Ricordati di tutto quello che hai studiato e di tutto quello che desideri insegnare. Convinciti del fatto che – come ho scritto sopra- la matematica non è l’unica cosa per cui entri in classe.
Poi, appena avrai guadagnato finalmente il rispetto di te stessa, devi diventare furibonda. Furibonda con i ragazzi, con la loro maleducazione, con la loro mancanza di rispetto. Se sono arrivati alle superiori così, tocca a te farli cambiare. “Con gli altri sono agnellini, si alzano in piedi quando entrano in classe e non si sente volare una mosca...”? Arrabbiati, rivendica – prima di tutto con te stessa- il diritto di essere rispettata come gli altri. Tu hai studiato tanto e loro non ascoltano neanche una parola? Tu hai un posto di lavoro e rischi di perderlo perché i signorini ti trovano antipatica, poco interessante? “Li irrita” il tuo aspetto fisico? E da quando gli insegnanti devono piacere fisicamente agli alunni? Sembri molto più giovane, sei bruttina e vesti sempre in jeans e maglione? E – per dirla senza tanti giri di parole -  chissenefrega? Ma ci mancherebbe altro! E come è l’insegnante “giusta”? Dobbiamo reclutare le insegnanti scrivendo “Trentacinquenne bella, alta, 90-60-90, elegante, cercasi per intrattenere classi di adolescenti maleducati. Costituisce titolo preferenziale, ma non indispensabile, un diploma o una laurea in qualcosa”?
Devi diventare furibonda.
Ma solo superficialmente. Perché in realtà, se loro sono arrivati alle superiori così – maleducati, insensibili e ingiusti- sei tu quella che deve insegnare loro che stanno comportandosi male. Devi essere severa e non transigere su nulla.
Mi chiedi: “Ma perché fin dalle elementari la scuola non li mette in riga questi maleducati?” Ti rispondo: perché a ognuno di noi tocca una parte di vita dell’alunno, e ognuno contribuisce a costruire qualcosa che possa servirgli per proseguirla al meglio.
Cara Carmen, devi avere molta più fiducia in te stessa, essere sicura di quello che fai e del perché lo fai, per trasmettere questa sicurezza ed essere rispettata.
Spero di averti aiutato! Fammi sapere!



Prima Parte qui

giovedì 8 novembre 2012

Gli alunni difficili sono ragazzi che soffrono. Prima parte. 334°


Berta mi scrive:

“Gentile collega, mi chiamo Berta ed insegno Matematica. Mi posso definire alle "prime armi" visto che sono solo sette anni che ho intrapreso questa " avventura". Come incaricata ogni anno è un rimettersi in gioco ed affrontare un percorso diverso fatto di tante gioie ma anche di tante sfide. Quest'anno però sono in piena crisi poiché la scuola dove lavoro è piena di "casi difficili", a volte ho l'impressione di essere in un riformatorio. La settimana scorsa sono stata portata in ospedale dopo un forte malore a causa di uno scontro con un alunno e da quel momento quando sono in classe non riesco più a fare lezione come mio solito. Mi sento sconfitta , depressa e non riesco più a fare lezione mettendoci il cuore ma lo faccio in modo apatico guardando sempre l'orologio , aspettando la fine dell'ora. Sarei molto felice se Lei potesse darmi un aiuto e un consiglio per farmi superare questo momento difficile. Cordiali saluti. Berta”

Cara Berta, ricevo molte lettere da insegnanti che chiedono consigli su come gestire gli alunni difficili. Ho già suggerito parecchie strategie, ma credo che sia utile dedicare un post completo a questo concetto: come affrontare un ragazzo difficile?
Gestire una classe difficile non è lo stesso che gestire un alunno difficile: la classe è l’insieme, che a volte contiene anche qualche alunno difficile e a volte no.
Una classe può essere difficile anche senza alunni difficili, per esempio perché gli alunni sono soltanto molto chiacchieroni. Non è un problema, se applichi i consigli che do.
Ma se nella classe ci sono alunni “difficili” la difficoltà è molto più alta. E con “alunni difficili” non intendo chiacchieroni che studiano poco. Intendo ragazzi che si comportano in modo apparentemente assurdo: mandano tutti a quel paese, urlano, fischiano, ostentano menefreghismo, fanno scherzi pericolosi, rispondono male, fanno dispetti, picchiano, prendono in giro.
Per gestire una classe difficile che ha alunni difficili bisogna prima di tutto trovare il sistema di gestire loro. E per gestire gli alunni difficili bisogna capirli. Capirli profondamente.
Per capirli bisogna convincersi di un concetto fondamentale, che mi sembra di aver già espresso mille volte: gli alunni difficili non sono “mezzi delinquenti”, “cattivi”, “matti”. Sono ragazzi che hanno un disagio, che hanno sofferto, che soffrono, anche quando a noi, se li guardiamo superficialmente, sembra che se la ridano e se ne freghino di tutto e di tutti. Se vogliamo aprirci un varco attraverso la cortina di negatività che li circonda, per poi tendere loro una mano e farli uscire, bisogna che troviamo il modo di accettarli e capirli.
I ragazzi difficili – l’ho già detto e non mi stanco di ripeterlo – sono ragazzi che vivono situazioni assurde, che spesso noi insegnanti non conosciamo o conosciamo solo superficialmente. Pretendiamo che “portino il libro”, che “facciano i compiti”, “che portino il famoso 'materiale'”, che studino. E se non lo fanno ci scandalizziamo, ci irritiamo, come se volessero farci un dispetto, come se ci mancassero di rispetto. Come se bastasse un po’ della tanto decantata “buona volontà” per studiare, stare attenti, fare i compiti. Non basta, purtroppo.
Se un bambino, se un ragazzo, vede il padre che torna a casa ubriaco e picchia la madre, sarà un ragazzo in qualche modo difficile: apatico, asociale o violento. Più facilmente sarà violento, ce l’avrà a morte con tutto il mondo. Dà già tanto a casa e non gli sembra giusto che anche a scuola gli si chieda qualcosa. Un ragazzo che a casa assiste a litigi violenti, che non ha soldi per comperare le scarpe, che sta solo tutto il giorno, fin da piccolo, si comporterà male; un ragazzo che non ha mai visto il padre, che viene rifiutato dalla madre, o picchiato con la cinghia dai nonni, sarà senz'altro un ragazzo difficile. Un ragazzo che subisce violenza – sia essa fisica o psicologica – è sempre un ragazzo difficile, difficilissimo. Avrebbe bisogno di amore e di carezze, perché in fondo è un bambino come tutti gli altri, e invece riceve solo indifferenza, violenza, calci, fisici o psicologici, e vive una vita già dura e faticosa a otto, nove, dodici tredici anni. Poi viene a scuola. Gli ci vorrebbe un po’ di considerazione, di comprensione e di incoraggiamento. Ma dà noia, disturba la classe, la lezione. E allora riceve altri calci psicologici: l’insegnante lo ignora più che può perché gli rende difficilissima la lezione; è contento quando è assente perché “finalmente abbiamo potuto fare lezione: si stava una meraviglia”; l’insegnante gli scrive note sul registro, lo sospende, lo allontana. O lo disprezza con lo sguardo, perché prova astio verso di lui, che “basterebbe che avesse un po’ di buona volontà e potrebbe avere tutte sufficienze”, e perché“disturba, non è capace di stare attento e anche i compagni non lo sopportano più”.
Quando abbiamo di fronte un ragazzo in difficoltà, ricordiamoci che non ha colpa del suo comportamento. Dobbiamo aiutarlo, anche se ci rende la vita difficile, se la sua presenza in classe ci provoca paura, o rabbia. Solo se  riusciremo a trasmettergli vero interesse potremo ricevere rispetto da parte sua. E si vedranno i risultati. Se non ci saranno colleghi che distruggono tutto il nostro lavoro.
E se non riusciamo ad aiutarlo - perché spesso non ci si riesce - se l’unico sistema che troviamo per affrontarlo consiste in una sospensione o in una bocciatura, non sentiamoci soddisfatti perché “giustizia è fatta”. Sentiamoci in colpa. Noi, e, soprattutto, la Scuola italiana, che non offre quasi nulla, a questi ragazzi.

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