La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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Visualizzazione post con etichetta voti. Mostra tutti i post
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giovedì 22 giugno 2017

I genitori iperprotettivi credono che gli insegnanti siano cattivi. 635° post

Una mamma (anonima) mi chiede

"Buon pomeriggio sono la madre di un alunno che ha appena sostenuto gli esami di terza media...premetto che l’alunno in questione è stato ammesso con 10...ho il dubbio che l'insegnante d'inglese non sia stata onesta nel giudicare lo scritto attribuendogli 8...vorrei acquisire gli atti...cosa devo fare?”


Gentile signora, purtroppo devo dirle che lei è un esempio di mamma iperprotettiva. Le offro alcune osservazioni che possono esserle utili.

Perché parte dal presupposto che se suo figlio è stato ammesso con 10 e ha preso 8 la conclusione deve essere che l'insegnante di inglese non è stata onesta? In altre parole: dà per scontato che sia una persona disonesta o incapace? E dà per scontato che acquisendo gli atti lei o un altro insegnante sareste più capaci di giudicare? E in base a che cosa? Quando l'insegnante le dava 10 era onesta e capace e ora che le ha dato 8 non lo è più? E perché l'insegnante dovrebbe calare il voto a suo figlio? Per divertimento? Per cattiveria?  Guardi che agli insegnanti non piace calare i voti in sede di esame. E, oltretutto, se gli ha dato 8, azzardo l’ipotesi che il voto avrebbe dovuto essere 7, e ha cercato di arrotondarlo al massimo verso l’alto. Azzardo anche l’ipotesi che, mentre lo correggeva, l’insegnante si sia lasciata andare mentalmente a qualche parolaccia. Facciamo tutti così: vogliamo assolutamente che gli alunni facciano bene l’esame. Ci dispiace moltissimo quando un alunno bravo, che ha sempre studiato, all'esame fa peggio di quello che ha sempre fatto. E ci preoccupiamo molto quando un alunno che ha preso a stento la sufficienza nei tre anni fa male la prova d’esame, perché gli scritti fatti male rimangono agli atti e non possiamo dare la sufficienza se per esempio non ha scritto nulla. Diventa difficile aiutarlo e possiamo trovarci costretti a bocciarlo. Gli insegnanti tengono molto ai loro alunni, mi creda. Provi a leggere il blog e se ne renderà conto.
Eppure lei pensa di acquisire gli atti per vedere se può punire quell'insegnante che ha osato dare 8 a suo figlio.
Ma soprattutto le chiedo: ha pensato al fardello che sta mettendo sulle spalle di suo figlio che vede sua madre tanto scontenta di un 8 (!!!) da voler acquisire gli atti per riparare alla tragedia di due voti in meno? Come minimo si sentirà  un fallito. Un figlio che ha deluso i genitori. Oppure si convincerà (lo convincerete) di essere colpito ingiustamente dalla cattiveria dell’insegnante. Sarà condannato all'ansia di prestazione e a sentirsi in difetto se prende 9, povero ragazzino.
E le anticipo una possibilità: lo sa che a suo figlio, andando alle superiori, può capitare di precipitare al 7 o al 6 o addirittura al 5? Capita spesso, per motivi che non sto qui a elencare. È capitato anche a me in prima liceo. Proprio di inglese. Alle medie avevo 9 (erano tempi in cui alla perfezione si dava al massimo 8 o 9). Primo compito di inglese: ho preso 3. Secondo compito: di nuovo  3. Terzo compito: 8. Mi sono svegliata di colpo (da sola) e ho capito (da sola) che se si ricominciava da capo non significava che potevo anche non studiare. Mi sono messa a studiare come una matta (da sola). I miei genitori mi hanno detto solo: “Come mai hai preso 3?”, e non mi hanno mandato a lezione privata, né sono corsi dall'insegnante a chiederle se era pazza, né sono andati dal dirigente a pretendere di cambiare sezione, né hanno chiesto di vedere il compito in classe.
E se per caso dovesse capitare a suo figlio che cosa succederebbe? Lui sarebbe distrutto perché vi ha deluso così tanto. E lei?
Ecco, lei mi ha chiesto che cosa deve fare. La mia risposta è molto chiara, perché credo di poterla aiutare solo così: non faccia assolutamente nulla e pensi a quello che le ho suggerito.
Festeggi suo figlio e gli dica che i voti contano meno di niente, nella vita. Che lui è un ragazzo in gamba indipendentemente dai voti. Che nella vita può capitare di inciampare, ed è diritto di ognuno di noi sbagliare, senza doversi sentire in colpa.
Le raccomando la lettura di tutti e due i miei libri. Vedrà, le serviranno moltissimo: per capire se stessa, suo figlio, gli insegnanti, i voti e il significato di “iperprotettivo”. Soprattutto, l’aiuteranno a non commettere errori nell'educazione. Errori ne commettiamo tutti, ma alcuni di noi ne commettono di più.
Spero di averla aiutata.

Mi faccia sapere. Saluti!

domenica 18 giugno 2017

L'insegnante che promuove non è "più umano" di quello che boccia. 634° post

Continuano ad arrivarmi lettere di madri che attribuiscono la bocciatura a "mancanza di umanità" o a "totale disinteresse" da parte degli insegnanti. E dichiarano che se il figlio dovesse suicidarsi la colpa sarebbe degli insegnanti. 
Molti affermano di non essere stati avvertiti del rischio bocciatura prima della vigilia dell'esposizione dei quadri.
Rispondo.
Tutte le insufficienze sono un avvertimento.
Tante insufficienze significano "rischia la bocciatura".
Durante i colloqui gli insegnanti che dicono "non studia", "non sta attento", "ha preso delle insufficienze", "ha molte difficoltà in varie materie" stanno avvertendo del rischio di una bocciatura o della sospensione del giudizio. 
Se gli insegnanti fossero più espliciti e dicessero "Guardi che rischia la bocciatura" i genitori protesterebbero e direbbero "lo sapevo! lo vogliono bocciare!".
Gli insegnanti non possono dire che il ragazzo verrà bocciato se non dopo lo scrutinio, semplicemente perché fino a quel momento non lo hanno ancora deciso. 
Gli insegnanti che bocciano un alunno lo fanno tutti insieme dopo aver a lungo ponderato la decisione.
E quelli che promuovono un alunno non sono più buoni, non hanno più umanità e non sono più interessati. La bontà non c'entra nulla. 
Costa più fatica -da tutti i punti di vista- bocciare che promuovere. Per gli insegnanti sarebbe tutto più facile se promuovessero tutti, e distribuissero a pioggia voti alti non meritati.
A volte è molto più interessato all'alunno l'insegnante che lo boccia di quello che lo promuove.

Soprattutto: i suicidi non sono responsabilità degli insegnanti, anche se provocano loro grandissimo dolore. 
I ragazzi che si suicidano lo fanno perché non sanno affrontare le difficoltà. E questo, prima di tutto, lo devono insegnare i genitori.

domenica 21 maggio 2017

Non posso fare pronostici sulla promozione o sulla bocciatura. 625° post


Come ogni anno a maggio, ricevo molte lettere di mamme, di padri e di ragazzi preoccupati, che mi mandano l'elenco dei voti e mi chiedono di fare un pronostico sulla promozione.
 Per esempio:
"Con 13 note e con 5+ in italiano in matematica e spagnolo e tutti gli altri sono sufficienti e con 7 in comportamento, si viene bocciati?"

Chi non è insegnante crede che l'esito finale dell'anno scolastico dipenda solo da una semplice questione di voti. Ma non è così.

 Rispondo a tutti con l'invito a leggere quello che ho già scritto su bocciature e promozioni qui sul blog, (qui), e su Il Libraio, in questo articolo.

In bocca al lupo! Spero che gli insegnanti prendano la decisione migliore che - lo sottolineo per i ragazzi e per i genitori - a volte è la promozione, ma a volte potrebbe anche essere la bocciatura.




martedì 11 aprile 2017

“Anche gli alunni bravi hanno dei problemi” Seconda Parte. 617 post

Gli alunni che prendono ottimi voti a scuola possono avere dei problemi. Se non ammettessimo questo significherebbe una cosa gravissima, e cioè che per noi i voti sono espressione del valore di una persona. E questo è proprio quello che non deve accadere. I voti non contano nulla, nella vita, perché i voti li darà la vita stessa.
Il discorso è molto lungo e complesso, ma provo a sintetizzarlo.
Lascio da parte per ora i problemi che gli alunni “bravi” possono avere e ai quali ho fatto cenno nel mio precedente post (problemi familiari, di salute, ansie, timidezza, ecc.), perché rappresentano un altro discorso.
Forse l’espressione “bravo” dovrebbe smettere di essere usata in tutte le aule e in tutti gli ordini di scuola. Almeno finché la mentalità non sarà cambiata. O, ancora meglio, finché non si troverà un modo diverso di valutare gli alunni. Dovrebbe essere sostituita da qualcosa come “prende buoni voti”. Giovanni, che studia, che sta attento in classe, “che prende buoni voti”, potrebbe anche essere un pessimo amico, un egoista, uno “che fa la spia”, uno “che suggerisce le risposte sbagliate”, o “che fa discriminazioni”. Andrea, che non studia, che non sta attento, “che prende brutti voti”, potrebbe essere un buon amico, uno che aiuta i compagni in difficoltà, uno che è amico di tutti.
Come persona, preferisco senz’altro Andrea.  Giovanni prende buoni voti, ma non sono contenta di lui neanche come alunno, perché per me il voto non rappresenta null’altro che un obbligo burocratico, e giudico gli alunni prima di tutto come le persone che diventeranno: sapranno aiutare chi è in difficoltà? sapranno vivere correttamente in società? saranno onesti? sapranno rinunciare a qualcosa per non schiacciare gli altri? sapranno provare empatia? sapranno essere buoni amici, buoni compagni, buoni genitori? sapranno distinguere quello che vale da quello che non vale? saranno “brave persone”?
Tutto il problema sta qui: i nostri figli e i nostri alunni non devono diventare solo bravi medici, bravi avvocati, bravi architetti, bravi ingegneri, per essere stimati. Possono essere anche “soltanto” bravi insegnanti, bravi infermieri, bravi commercianti, bravi vigili urbani. E – soprattutto- devono diventare “brave persone”.
Un alunno bravissimo a scuola che diventa un “ottimo medico”, perché sa curarti, ma per esempio senza la minima capacità di mettersi nei panni del malato, di provare empatia, insomma; un medico che pretende parcelle esagerate anche da chi non può pagare, altrimenti non ti visita e non ti cura, può essere definito “una brava persona”? Secondo me, no.
Ricordo che un bidello di una scuola dove ho insegnato mi raccontò che aveva detto allo specialista che lo aveva operato e che lo curava (privatamente), che non poteva pagare ogni quindici giorni la parcella (che era un terzo del suo stipendio). Lo specialista rispose “ma per la salute si deve fare ogni sacrificio!”. Era un bravo medico? Per me, no.
Vorrei raccontare qualcosa di me.
Ho due sorelle e questo, già all’inizio, mi ha portato a capire che non ero sola, che non erano importanti solo le mie esigenze, che quello che c’era in casa dovevo dividerlo, che dovevamo aiutarci, che non dovevamo litigare e che – se capitava- dovevamo saper “fare la pace”.
Sono stata educata a cercare di raggiungere gli obiettivi che mi ponevo, ma tenendo conto della sensibilità degli altri, e – soprattutto- stando sempre attenta a non calpestare nessuno percorrendo la strada che mi portava dove volevo.
Sono stata abituata a pensare che i soldi non sono tutto, che ci sono dei valori che fanno di noi delle “brave persone” e che certi comportamenti fanno di noi delle “persone cattive”, che una persona ricca o importante o famosa non vale di più di una persona qualunque, magari anche povera.
I miei genitori mi hanno trasmesso il concetto che studiare è importantissimo, che la scuola è essenziale e che era ed è mio dovere fare sempre del mio meglio. Ma quando prendevo un bel voto mi veniva detto “Benissimo! Ma ricordati sempre che lo fai per te”. Mi hanno insegnato che è meglio un 6 guadagnato onestamente e con le mie forze che un 9 “regalato” o attenuto con l’inganno; e che non dovevo vantarmi dei miei bei voti con chi non riusciva a ottenerli, perché se io ci riuscivo era perché avevo più capacità di capire quello che leggevo e studiare, perché avevo più libri a casa e perché vivevo in una famiglia che mi aveva insegnato il valore della cultura.
Sono stata educata a pensare che chi è più fortunato e chi ha più possibilità - da tutti i punti di vista- ha il dovere di aiutare chi ha bisogno di aiuto, sia che si tratti di comperare qualcosa che di dire una parola buona, che di spiegare una lezione o un esercizio; che le cose non si fanno “per denaro”, ma perché è giusto farle, che non si deve dare aiuto in cambio di qualcosa. Mi hanno insegnato a essere generosa. Sono stata aiutata dai miei compagni di scuola quando non capivo qualcosa di matematica, e io ho aiutato loro se riuscivo meglio di loro in italiano, in latino. Ci siamo passati gli appunti, ci siamo interrogati a vicenda per prepararci.
Sono stata educata a considerare essenziale l’onestà e i miei genitori me lo hanno insegnato con l’esempio, oltre che con le parole. Non mi sarebbe mai venuto in mente di chiedere una giustificazione falsa, perché non solo non me l’avrebbero fatta, ma avrei ricevuto un severo rimprovero anche solo per averlo pensato.
Se state leggendo il mio blog, i miei articoli, i miei libri è perché sono stata educata così, con l’esempio: a condividere quello che ho, anche senza avere un tornaconto economico. Perché – l’ho già detto- tenere un blog, rispondere a moltissime lettere e scrivere dei libri come i miei è molto molto più faticoso di quello che possiate immaginare, e credo che la maggioranza non accetterebbe di lavorare così tanto per così poco. Ma sono stata abituata a pensare che si possono fare le cose anche per il piacere di farle e perché è giusto. E quando vi chiedo di scrivere una recensione, di condividere i miei post o di pubblicizzare i miei libri non lo faccio perché devo guadagnarci qualcosa, ma perché spero che quello che scrivo possa essere di aiuto al maggior numero di persone possibile.

Educate i vostri figli e i vostri alunni all’onestà e al rispetto degli altri; a essere brave persone prima che bravi studenti; a pensare che i voti non valutano la persona. E vedrete dei buoni risultati nel futuro.

Per tutto il resto, rimando al mio nuovo libro, “Maleducati o educati male?”, al quale ho lavorato per undici anni. E anche al mio primo libro “L’arte di insegnare”, che ha già aiutato molte persone. E vi chiedo di pubblicizzare sia il post, che gli articoli, che i libri, soprattutto il nuovo nato J. Così, solo per farmi contenta.


lunedì 10 aprile 2017

“Anche gli alunni bravi hanno dei problemi” Prima Parte. 616° post

Sonia mi scrive:

“Buongiorno Professoressa, sono Sonia, leggo sempre con interesse il suo libro ed il suo blog, oggi però vorrei per favore, un consiglio, su un problema che, a quanto mi ricordi, non è stato mai trattato.
Sono supplente annuale in un Liceo Classico ed ho una quarta ginnasio (per coincidenza esclusivamente femminile), in cui, nel primo quadrimestre, la maggioranza aveva la media del 7, parecchie anche dell'8, nessuna ha insufficienze, naturalmente la situazione consegue al fatto che le ragazze in classe seguono e non disturbano, mentre a casa studiano.
Dove si trova il problema allora? A mio parere nell'eccessiva importanza attribuita al primeggiare ed ai voti in quanto tali, a discapito di altri valori.
Faccio esempi concreti: sia io che i miei colleghi abbiamo notato che, prima di un'interrogazione (sono tutte programmate), le ragazze si assentavano, portavano poi la giustificazione firmata, con la scritta "indisposizione" (poco credibile, visto che, quello stesso giorno, alle 18, le abbiamo incontrate, a teatro, o in biblioteca, non a perder tempo, ma comunque non erano malate.)
A giudicare dalla loro preparazione all' interrogazione, quell' assenza non sarebbe servita ad evitare un 4, per noi colleghi umanamente più comprensibile, ma a far sì che un 8 non diventi, per caso 7, con la complicità delle famiglie...
Secondo esempio: sia io che i miei colleghi interroghiamo più di una persona, se Tizio e Caio sono interrogati insieme e Tizio non sa una cosa o la sbaglia domandiamo a Caio, se Caio sa naturalmente va a suo favore: in questa classe è capitato (sentito anche con le mie orecchie e con una collega in un'altra materia, che Tizia esitasse a dare una risposta, Caia le suggerisse una risposta sbagliata, Tizia naturalmente sbagliasse, ma poi Caia, una volta passatale ufficialmente la parola, non solo sapesse la risposta giusta, ma la esponesse perfino con grande dovizia di particolari, sembrava poi parlare con una luce negli occhi e un fare che diceva: "Sono molto meglio di lei". Essendosi ripetuto due volte e con le stesse persone io e la collega abbiamo sospettato il "dolo", cioè che suggeriscano le risposte sbagliate volutamente.
Terzo episodio: altre due compagne, io: "hai fatto i compiti Tizia?" Tizia ride e mi risponde:" Io sì, solo Caia non li ha fatti, doveva studiare meglio un'altra materia, per questo entrerà alla seconda ora, me l'ha detto lei; ovviamente poi Caia è effettivamente  arrivata alla seconda ora, con quella giustificazione genitoriale sempre valida  “motivi di famiglia”, e 9 puntuale nell'altra materia, ma che sia stata proprio Tizia a dire a me, che sto dall'altra parte della barricata, la verità, per poter "brillare", sinceramente mi sconforta più dei compiti che Caia non ha fatto...
Il Consiglio di classe si è riunito ed avverte che anche in questa classe “buona”, educativamente parlando, qualcosa va corretto e ritiene che sia dovere degli adulti intervenire, almeno facendo passare il messaggio che l'onestà, la solidarietà, ecc. sono importanti almeno tanto quanto le declinazioni, Dante o la scomposizione di un polinomio, se non di più.
Nessuno però ha saputo concretamente suggerire metodi per aiutare anche una classe come questa, apparentemente "senza macchia"; si legge molto di più sulle classi indisciplinate.
Scrivendole anche a nome dei miei colleghi, le chiediamo, per cortesia, se ci potrebbe indicare dei modi concreti o per iniziare un discorso o delle strategie di intervento, anche in questo contesto.
Grazie. Distinti saluti. Sonia”

Cara Sonia, avevo voglia di rispondere a te e ai tuoi colleghi perché effettivamente se ne  parla poco.
Voi avete potuto parlarne perché non avete in classe problemi di disciplina (nel senso classico del termine). Ma posso dirti che in molte scuole e in quasi tutti i consigli di classe si finisce per sempre per dedicare quasi tutto il tempo a disposizione per discutere dei problemi di disciplina (che sono urgenti), delle sospensioni, degli alunni che non studiano, ecc. E rimane poco (o nessun) tempo per parlare degli alunni “bravi”.
Invece bisogna trovarlo. Anche gli alunni bravi hanno dei problemi: timidezza, paure, ansie e, come in questo caso, mancanza di valori veri. E spesso sono problemi che nascono in famiglia e sono le famiglie a dover essere coinvolte.
I problemi che hai evidenziato, Sonia, sono chiari:
·        “...portavano poi la giustificazione firmata, con la scritta ‘indisposizione’ " = ci sono genitori diseducanti;
·        “...ma a far sì che un 8 non diventi, per caso 7”  = certi genitori sono esigenti, iperprotettivi e competitiv, e gli insegnanti non dedicano abbastanza tempo a chiarire il senso della parola “voto” agli alunni e ai genitori; e a volte sono loro stessi quelli che sollecitano il raggiungimento di voti più alti;
·        “...abbiamo sospettato il "dolo", cioè che suggeriscano le risposte sbagliate volutamente” = i genitori prima, ma anche gli insegnanti, poi, non hanno insegnato adeguatamente i concetti di “correttezza”, “onestà”, di sincerità.
·        "hai fatto i compiti Tizia?" Tizia ride e mi risponde:" Io sì, solo Caia non li ha fatti, doveva studiare meglio un'altra materia, per questo entrerà alla seconda ora, me l'ha detto lei” = Questo è “fare la spia”! E non solo in modo del tutto gratuito, ma – molto peggio- per screditare la compagna ai vostri occhi.

Allora: il problema è serio. Queste ragazze, comportandosi così, dimostrano di non avere minimamente idea della differenza fra ciò che è corretto e ciò che non lo è. E lo prova il fatto che lo dicono apertamente perché non temono il vostro giudizio: evidentemente percepiscono (o credono di percepire) che in fondo è quello che volete voi insegnanti e anche i genitori, Quindi direi che qualcosa non ha funzionato nella loro educazione. 
Che cosa si può fare, dite? Se fosse capitato a me – già alla scuola media- avrei apertamente e platealmente mostrato tutta la mia disapprovazione. Avrei chiesto spiegazioni la primissima volta che questo accadeva, mettendo in evidenza nel modo più esplicito possibile che quei comportamenti erano scorretti, che erano improntati alla falsità e alla menzogna, e messo in evidenza che chi si comporta così non è degno di essere considerato un amico, ma neppure un alunno da rispettare. Al primo accenno di questo atteggiamento avrei smesso di fare lezione, di interrogare o di spiegare e avrei dedicato tutto il resto del tempo a parlare di come ci si comporta se si vuole essere chiamate persone leali e corrette. Che cosa importa che un alunno prenda 9 di latino se poi diventa disonesto? Non si può né minimizzare né transigere quando si vede un nostro alunno che fa deliberatamente del male a un altro. Significa che non ha capito nulla né di quali sono i valori importanti nella vita né del fatto che essere persone e alunni in gamba non significa ottenere dei bei voti a qualunque prezzo, anche sacrificando la nostra onestà.
Hai ragione, Sonia, “l'onestà, la solidarietà, ecc. sono importanti almeno tanto quanto le declinazioni, Dante o la scomposizione di un polinomio, se non di più.”. Ma direi che lo sono di più. Parlatene con gli alunni. Non è tempo perso: è tempo recuperato. Ed è importante che anche i genitori siano coinvolti in questo problema: si deve spiegare loro esplicitamente che la giustificazioni deve essere riservata solo a problemi seri e reali, e che scrivere il falso (perché di un falso si tratta) non è corretto nei confronti degli insegnanti e non è educativo per gli alunni. Rimanere a casa per studiare non è un “problema serio e reale”. Scrivere che la figlia è rimasta a casa “per problemi di salute” è una bugia, molto diseducativa. 
Personalmente, ne parlerei con i colleghi e poi inviterei i genitori a una o più riunioni per esporre questi problemi, spiegando che la loro collaborazione è indispensabile. È importante che capiscano molto bene che la corsa al voto alto non è l’obiettivo della Scuola italiana. E non deve essere un obiettivo nell'educazione. Insegnare ai figli ad essere arrivisti significa educarli alla mentalità consumistica e priva di valori che ci ha portato ai problemi che abbiamo oggi. Tollerare (o - peggio- accettare e approvare o addirittura sollecitare) che i figli ottengano dei risultati scolastici anche a prezzo di coportamenti scorretti è molto grave. E ribaditelo anche a voi stessi, perché a volte anche gli insegnanti contribuiscono a dare troppa importanza al voto e a suscitare grande competitività. Il nostro obiettivo, come insegnanti e come genitori, deve essere quello di formare persone capaci di rispettare gli altri, di provare empatia, di praticare la solidarietà e – solo dopo- di avere una buona preparazione per entrare nel mondo del lavoro con delle buone competenze. 

Un genitore e un insegnante dovrebbero sentire come una sconfitta la constatazione che i loro ragazzi – figli o alunni che siano- non sono diventati brave persone. Indipendentemente dai voti che prendono. Perché una ragazza che fa sbagliare di proposito una compagna o che “fa la spia”, non è corretta. E la sua non è una ragazzata da minimizzare.

venerdì 20 novembre 2015

“L’insegnante non perde occasione per mortificare mia figlia”. 540° post

Gentile Professoressa, sono la mamma di una ragazza che frequenta l'ultimo anno del liceo scientifico. Mia figlia ha riportato sempre dei buoni voti, anche se ha dovuto combattere contro i compagni raccomandati, figli e parenti di insegnanti, che hanno dovuto prendere sempre voti superiori, come se si disponesse solo di alcuni 9 da mettere solo ai privilegiati.
Ebbene, mia figlia, dalla classe III, dopo essere stata anche ricoverata in ospedale per una forte anemia, con conseguente diagnosi di celiachia, manifestatasi per stress per un'interrogazione di cui non era soddisfatta, ha avuto un'insegnante di chimica che l'ha sempre rimandata fino all'anno scorso quando mia figlia aveva una pagella con 8 e 9. Quest'anno, dopo averla interrogata due volte, continua a dire che non studia (durante l'interrogazione le parla contemporaneamente) e che dovrebbe ripetere come la compagna diversamente abile, che però ha tutto facilitato perché ha il programma ridotto. Inoltre non perde occasione per mortificarla. Mia figlia studia e non vuole fare brutta figura, ma mio marito ed io non sappiamo come aiutarla, la sentiamo piangere e la vediamo stressata. Abbiamo parlato sia con l'insegnante, chiedendole se dovevamo mandarla a ripetizioni e ci ha risposto di no, che con la preside, ma è stato tutto inutile.
Io la mando a scuola, ma non sono tranquilla: la scuola non dovrebbe essere una seconda casa?
Nell’attesa di ricevere un suo consiglio, ringrazio e porgo distinti saluti.  Nelly

Gentile Nelly, no, la scuola non dovrebbe essere una seconda casa, i compagni non dovrebbero essere come fratelli, gli insegnanti non dovrebbero essere come secondi genitori e gli alunni non dovrebbero essere come figli per gli insegnanti. Sono situazioni diverse e devono rimanere diverse.
A scuola i bambini e i ragazzi imparano a stare in società, fuori dalla casa e dalla famiglia. È un ambiente protetto, ma questo non significa che non devono provare qualche sentimento spiacevole come la paura di essere interrogati, il disagio di essere rimproverati davanti a tutti quando sbagliano, la frustrazione di avere delle difficoltà o di essere meno bravi di altri. È così che imparano ad affrontare le difficoltà.
Per poterle dare un consiglio le faccio notare delle frasi che ha scritto e le commento.
> Con questa frase lei dà per scontato che gli insegnanti siano tutti persone disoneste che danno voti più alti a figli e parenti e che chi prende voti alti è perché è raccomandato. Qualunque insegnante che legge questa frase si offende. Personalmente ho avuto mio figlio nella stessa scuola in cui insegno e nessuno gli ha mai regalato nulla. Ho avuto figli di amici e non ho mai regalato nulla. E come me anche tutti i miei colleghi.

<… ricoverata in ospedale per una forte anemia, con conseguente diagnosi di celiachia, manifestatasi per stress per un'interrogazione di cui non era soddisfatta> In pratica, lei dà la colpa all’insegnante dello stress per un'interrogazione di cui sua figlia non era soddisfatta. Di nuovo dà la colpa all’insegnante e non a sua figlia, che magari aveva studiato, ma forse non aveva saputo studiare o non aveva studiato quanto serviva, o ha delle difficoltà in quella materia. Inoltre, una reazione così forte a una interrogazione dimostra a noi insegnanti che l’alunna ha paura del giudizio dei genitori. Quando capita che un ragazzo piange o si dispera per un voto, mando a chiamare i genitori per dire loro che probabilmente il figlio ha paura di deluderli ed emerge sempre (ma proprio sempre, nella mia esperienza) che i genitori tengono molto ai voti, chiedono dettagli sui voti degli altri, esprimono delusione, ecc. I ragazzi si preoccupano dei voti solo se si preoccupano i genitori. Nel suo caso, credo che sia probabile che lei – senza accorgersene - abbia espresso dei dubbi sull’onestà degli insegnanti, abbia mostrato delusione, abbia fatto pensare a sua figlia di essere perseguitata. La frase: non perde occasione per mortificarla” lo dimostra. Senza accorgersene lei la fa sentire perseguitata da un’insegnante che la mortifica apposta. Non la fa stare bene, mi creda.

< ha avuto un'insegnante di chimica che l'ha sempre rimandata fino all'anno scorso quando mia figlia aveva una pagella con 8 e 9.> Cara signora, che cosa le fa pensare che se un’alunna ha tutti 8 e 9 non possa prendere 5 di una materia? E, soprattutto, sua figlia ha il diritto di avere una materia in cui non riesce bene. Lei ha messo molto in evidenza quel 5 dimostrando di non accettare che sua figlia non sia “perfetta”. È come se le avesse detto “No, non è possibile! Allora non sei perfetta! Non può essere colpa tua quel 5 perché io ti voglio perfetta. È colpa dell’insegnante che ce l’ha con te!”. Senza rendercene conto possiamo dire anche questo. Il comportamento da tenere quando nostro figlio, anche se ha studiato, va male in una materia non è quello di prendersela con l’insegnante e nemmeno con lui. Bisogna fargli capire il concetto “Dai, cerca di mettercela tutta. Vedrai che ce la fai. E se non ce la fai, pazienza, non si possono avere tutti bei voti!”.

Prima di tutto: come fa lei a sapere che “durante l'interrogazione le parla contemporaneamente”? Evidentemente lei indaga sui motivi dell’insufficienza, e sua figlia si difende come può. Se lei le fa il terzo grado per cercare di dimostrare che il voto è ingiusto, sta facendo una cosa che non le compete e che danneggia sua figlia, mortificandola e facendola sentire trattata ingiustamente dall’insegnante. Le consiglio di non farlo più. Inoltre: che cosa le fa pensare che l’insegnante non possa parlare mentre interroga? È una ragazza di quinta liceo! Deve essere in grado di rispondere anche se viene interrotta.

< dovrebbe ripetere come la compagna diversamente abile, che però ha tutto facilitato perché ha il programma ridotto.> Questa frase non l’ho capita. Considera la compagna una privilegiata?

Cara Nelly, se fossi in sua figlia piangerei anch’io. Come aiutarla? La lasci vivere, le permetta di sbagliare e di avere dei punti deboli, non le parli più male degli insegnanti, non le faccia mai pensare che le persone (insegnanti o no) le vogliono male, le dica che nella vita non si può essere perfetti e che ha il diritto di sbagliare; la mandi un po’ a lezione, senza farle sentire le ripetizioni come una sconfitta. Infine: legga tutto il blog e vedrà quanti ottimi insegnanti ci sono nelle scuole italiane.

So che non era quello che voleva sentirsi dire, Nelly, ma è quello che può aiutarla. Mi faccia sapere.

domenica 31 maggio 2015

Messaggio per chi mi scrive. 524° post

Cari lettori che mi avete scritto e non avete ancora ricevuto risposta, vorrei dare (a voi e a chi mi scriverà)  qualche spiegazione:

- se mi raccontate il vostro problema in un commento vi dico: non dovete farlo. A volte sono cose molto personali e non posso rispondere; inoltre, non posso dare la precedenza a un commento rispetto a chi mi scrive una mail. Né posso pubblicare il commento senza rispondervi. Scrivetemi una mail.
- Se mi raccontate il vostro problema sulla chat di facebook vi dico: non dovete farlo. Per gli stessi motivi spiegati sopra.
- Se mi scrivete una mail state seguendo la procedura corretta, ma ho tante mail in arretrato e, come ho già scritto, sto anche scrivendo un nuovo libro. Abbiate pazienza :-)

Infine: chi mi scrive sappia che quello che scrive può diventare un post, se si tratta di un argomento che può servire a tutti. Ma deve anche stare tranquillo perché in nessun modo potrà essere riconosciuto, perché cambio sempre (per tutti) tutto quello che potrebbe anche solo far venire in mente un sospetto: nomi, luoghi, ordine di scuola, materia insegnata, e perfino sesso di chi scrive, se occorre.
Naturalmente, quando rispondo, do la precedenza a situazioni urgenti e a problemi che possono servire a tutti.
In questi giorni ricevo una grande quantità di mail di genitori che mi presentano voti e medie. Non posso esprimere pareri senza conoscere bene la situazione. Parto dal presupposto che se un intero consiglio di classe non ammette un ragazzo all'esame o alla classe successiva avrà dei motivi. Non posso conoscerli e perciò non mi sembra serio dare un parere basato solo sulla visione dei genitori. 
Grazie!


giovedì 12 febbraio 2015

“È giusto che un bimbo che ha già delle difficoltà di apprendimento venga penalizzato sui voti?” 505° post

Viviana mi scrive:
“Salve, sono una alquanto disperata per i risultati scolastici di mio figlio. Mattia frequenta la quarta elementare di un piccolo paese. La scuola ha una unica sezione dalla prima elementare fino alla quinta. Ci siamo trasferiti quando Mattia ha iniziato la prima elementare. Aveva un maestro unico e a scuola andava tutto bene. Il secondo anno è subentrata un'altra insegnante perché il maestro era andato in pensione. Da qui sono nati i miei problemi con l'andamento scolastico di mio figlio. I voti erano sempre sul sei e a volte anche cinque. Vedevo il bimbo faticare per fare i compiti e notavo un senso di disagio per la scuola, avendo anche episodi di terrori notturni e parlando di questo con la pediatra mi aveva consigliato di farlo mangiare leggero la sera e non fargli vedere film particolarmente violenti. Sembra che il tutto si sia risolto nel giro di un mese. Ma il suo andamento scolastico non ingranava, l'insegnante mi diceva che era un bambino timido e svogliato e questo si ripercuoteva sui suoi voti. È stato affiancato per brevi periodi (purtroppo le condizioni economiche non sono delle migliori) ad una ragazza per lo studio e così i risultati sono un pò migliorati. Alla fine della terza elementare io ero più disperata di prima e ho deciso da sola di fare una consulenza psicologica per l'apprendimento scolastico. Hanno diagnosticato a Mattia la discalculia così ho fatto presente alle maestre anche questo problema di cui non si erano mai accorte. Mio figlio purtroppo non migliora con i voti anzi all'ultimo compito l'insegnante gli ha anche abbassato il voto come punizione perché preso dalla curiosità di alcuni fogli sulla cattedra lui con altri bimbi ha sbirciato facendosi sorprendere dalla maestra che come punizione gli ha abbassato il voto. Per lui è stato molto umiliante perché per la prima volta era riuscito ad ottenere un qualcosa in più. Adesso stiamo tornando di nuovo nella fase dei terrori notturni. Vedo che non ha proprio più quell'entusiasmo del primo anno. Io di certo non sono una mamma modello e spesso non capivo le sue difficoltà nello studio e mi arrabbiavo con lui e questo non ha giovato sulla sua autostima e timidezza. Ora per l'ennesima volta chiedo alla maestra di avere una sensibilità maggiore nei confronti di mio figlio? È giusto che un bimbo che ha già delle difficoltà di apprendimento venga penalizzato sui voti? Avrei preferito la nota sul diario o una mezz'oretta fuori dalla classe piuttosto che minare ancora di più il suo impegno. 
Scusi ancora per lo sfogo ma ci tengo molto al mio ometto e cerco di aiutarlo con ogni mezzo possibile.”

Cara Viviana, mi chiedi: “è giusto che un bimbo che ha già delle difficoltà di apprendimento venga penalizzato sui voti?”. 
No, non è giusto. 
Un bambino piccolo, a scuola, deve trovare prima di tutto accoglienza, comprensione, aiuto. I voti dovrebbero essere aboliti almeno fino alla terza elementare, tanto più se numerici. Meglio sarebbe introdurli solo in quinta. E c’è da discutere della loro utilità anche alle medie.
Noi insegnanti dovremmo proprio pensarsi su. Ma che cosa può significare, per un bambino piccolo, un 6, un 5? E non ha molto senso neanche un  o un  !  Tutt’al più si potrebbe dire (proprio a voce) un “bravo!” o un “non va ancora bene, riprova. Vieni che ti aiuto”. Ma un 6! Un 5! Un 4! Sono concetti astratti! Pensandoci bene, che senso ha?
Un bambino di sette anni ha appena imparato a stare a scuola, a scrivere, a leggere. Ha imparato da poco a non fare la pipì addosso, a pulirsi quando fa la cacca. Forse bagna ancora il letto. E noi, quando sbaglia, invece di incoraggiarlo, gli mettiamo 5? E magari pretendiamo che a cinque anni capisca che non è a lui che diamo 5 ma al suo compito? Ma via! Colleghi che ancora fate note e mettete votacci ai bambini, guardatevi intorno! Ci sono tanti maestri e maestre che non mettono insufficienze ai bambini. Fatelo anche voi.
A un bambino – poi – che ha anche difficoltà di apprendimento (delle quali avrebbe dovuto accorgersi l’insegnante) si mette 5 e 6? Ma con quale scopo? Per punirlo perché non riesce? “L’insegnante mi diceva che era un bambino timido e svogliato e questo si ripercuoteva sui suoi voti”, scrive Viviana. Ma che cosa significa? È timido e gli do 5 di aritmetica o di storia? Ma che cosa c’entra? È svogliato e gli do 5 di scienze? Semmai glielo do di comportamento. E se il bambino è timido diventerà meno timido se gli do 5? E se il bambino è svogliato non può darsi che sia io quella che deve insegnargli a non aver paura, ad aver voglia di studiare? Chi deve insegnarglielo? La mamma? Il nonno? Il padre?
E se fossi io – insegnante - che non riesco a essere interessante? 
Quando scrivo che gli insegnanti (noi- tutti) devono essere preparati intendo questo: dobbiamo sapere risolvere i problemi dei bambini; dobbiamo saperli interessare. Ci sono insegnanti di scuola elementare che fanno cose fantastiche (basta guardare fra i tanti blog). Sono sicura che trovano come rendere meno timidi e più volenterosi i loro alunni.
Immagino che la mamma di Mattia abbia parlato alla maestra dei terrori notturni del bambino. La maestra avrebbe dovuto porsi delle domande e cercare di aiutarlo. Ma pare che questo non sia avvenuto.
 Se anche un bambino non sapesse fare nulla, non gli si dà 5: lo si aiuta, lo si incoraggia, si cerca di convincerlo che può farcela. E invece quella maestra – evidentemente - pensa di spronarlo dandogli un 5 di cui sicuramente il bambino non conosce bene neanche il significato e sa solo che è una cosa brutta. O pensa che sia suo alto dovere registrare con un voto questa sua incapacità o svogliatezza.
“All'ultimo compito l'insegnante gli ha anche abbassato il voto come punizione perché preso dalla curiosità di alcuni fogli sulla cattedra lui con altri bimbi ha sbirciato facendosi sorprendere dalla maestra che come punizione gli ha abbassato il voto”: questa è la cosa più grave, secondo me. Ma che cosa c’entra il voto sul compito svolto con il voto sul comportamento? È come se uno preparasse una ottima torta e poi si comportasse male: dico che la sua torta è cattiva? 
Cara Viviana, adesso il bambino è in quarta. Non so che cosa consigliarti. Difficilmente la maestra può cambiare, ma può accadere. Stringi i denti e non ti rattristare. Vedrai che il bambino dimenticherà tutto quando andrà alle medie. Adesso cerca solo di far capire alla maestra che il bambino vive la scuola con disagio. Chiedile di aiutarlo.
Speriamo che legga questo post, e anche il mio libro.
Fammi sapere.

giovedì 27 febbraio 2014

INTERVISTA su CADO in PIEDI. 443° post

CADO IN PIEDI MI HA INTERVISTATO.
Ecco l'intervista.
Dire tante cose in poche righe è molto difficile. Spero di essere riuscita ad essere chiara :-)

RENZI? "TORNA A SCUOLA DAVVERO"

di Redazione Cadoinpiedi.it - 27 febbraio 2014

Lo ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013). Perché anche se la riforma della pubblica istruzione è una delle priorità del nuovo Governo, gli insegnanti sono scettici. “Il premier non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano”, ha sottolineato Milani.




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Ripartire dalla scuola. Nel suo intervento programmatico, in aula al Senato per chiedere al fiducia, Matteo Renzi l'ha detto chiaro e tondo: bisogna ripensare alla scuola, ridare dignità al ruolo degli insegnanti, dedicare attenzione all'edilizia scolastica. Del resto il premier ha una testimonianza diretta di quella realtà: la moglie Agnese è infatti professoressa in un liceo scientifico di Pontassieve. E non è un caso che la sua prima uscita pubblica da premier sia stata proprio in una scuola a Treviso il 26 febbraio scorso.
Nelle aule, milioni di studenti, insegnanti e collaboratori attendono con ansia di vedere cosa farà il nuovo governo. Di scuola si parla sempre, con risultati altalenanti. "Renzi non ha detto di più di quello che dicono tutti quando si insediano", ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L'arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013).



DOMANDA: Il premier ha detto di voler intraprendere un tour delle scuole italiane. Cosa ne pensa?

RISPOSTA: Mi pare una cosa solo simbolica. Bisognerebbe farlo davvero, invece.



D: Cosa si aspetta da un governo che mette tra le sue priorità la scuola?

R: Sinceramente Renzi non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano. Quello che mi interessa invece è che il ministro della Pubblica Istruzione non porti avanti, tanto per dirne una, l'idea di aumentare il numero di ore di lezione in cattedra lanciata suo tempo da Mario Monti. Più di 18 ore di lezione, non si possono fare se non occasionalmente.



D: E dell'attenzione promessa all'edilizia scolastica che pensa?

R: Mi pare una chimera. Nelle scuole è difficilissimo anche solo farsi riparare una tapparella dal Comune. Si rompe, il Comune viene dopo un mese, e se nel frattempo se ne è rotta l'altra loro non la aggiustano, perché si deve rifare tutto l'iter da capo.



D: Da dove partire?

R: Noi vorremmo che si partisse dalla messa in sicurezza e dalla ristrutturazione delle scuole. Cose come tende alle finestre, gli infissi, i riscaldamenti adeguati. Si sta male nelle scuole, d'inverno fa freddo, d'estate fa caldissimo. I ragazzi sono in venticinque, trenta, in un'unica classe, con i banchi rotti, le sedie che traballano. Poi vorremmo anche che tutte le scuole fossero ristrutturate in modo da avere uno spazio per ogni insegnante con scrivania, stampante, pc, libreria. Noi vogliamo lavorare 36 ore tutte a scuola, perché ora lavoriamo di più e consumiamo la nostra roba, stampiamo a nostre spese.



D: La situazione è complicata. Quali sono a suo parere gli aspetti del sistema scolastico su cui intervenire con urgenza?

R: La scuola è come una costruzione coi cubi, se togli un cubo viene giù tutto. Alcune criticità sono relative agli insegnanti, non si ha una visione corretta del loro ruolo e del loro lavoro. Bisogna che vengano chiariti alcuni punti: qual è il nostro orario di lavoro? Dall'esterno c'è una visione negativa, Brunetta ci disse che siamo fannulloni. Ma noi mica lavoriamo 18 ore, sono 18 ore in classe e almeno 36 complessive. Eppure questa visione negativa porta al fatto che anche con tutte quelle ore di lavoro aggiuntive che facciamo - correggere i compiti la domenica o la sera tardi, ricercare materiali - siamo costretti a giustificarci.



D: In effetti le critiche sono tante.

R: Dobbiamo decidere: l'insegnamento è o no un lavoro usurante? Il ministro Carrozza ha detto di sì, e il dottor Lodolo D'oria ha passato vent'anni a studiare il problema del burnout degli insegnanti. Bisogna chiarire se nella scuola ci sono davvero degli insegnanti incapaci e poi, eventualmente, individuarli.



D: E ci sono?

R: Se ci sono come ci sono entrati? L'Università prima, e lo Stato poi li hanno dichiarati idonei e sono stati assunti. Se poi si rivelano incapaci di chi è la colpa? Io dico che ce ne sono pochissimi. E come mai, anche se individuati, non si riesce a mandarli via?



D: Arriviamo al discorso della valutazione degli insegnanti.

R: Noi siamo d'accordo sulla valutazione, ma come si stabilisce chi è capace o no? Lo decidono i genitori che vengono a dire la loro senza sapere quello che succede in classe? O gli studenti che prendono un brutto voto? Serve una valutazione esterna, ma è difficile. Vorremmo capire come il ministro prende le sue decisioni, chi ascolta. Perché non ascolta gli insegnanti che dedicano tanto attenzione alla scuola, piuttosto dei professori universitari che non ci entrano mai?



D: Che altro serve?

R: I ragazzi hanno bisogno di molto più aiuto di quello che sembra. Oggi ci troviamo tra i banchi figli di disoccupati, chi non ha soldi per i libri, chi ha situazioni difficili a casa e siamo impreparati. Per non parlare del sistema di valutazione, che senso ha dare i voti in questa situazione?



D: Come valutare allora gli studenti?

R: Noi diamo i voti come cinquant'anni fa. Gli esami, come sono oggi, finiscono per valutare principalmente i contenuti, non si riesce a valutare altre cose che i ragazzi sanno fare. Ho letto che le prove Invalsi nei prossimi tre anni costeranno 14 milioni di euro all'anno. Spendiamo tanto per una cosa che fatta così com'è non serve a nulla. La valutazione va fatta a inizio e fine di un percorso in base a quello che fa l'insegnante.



D: Qualche giorno fa si ipotizzava l'abolizione dell'esame di terza media. Che ne pensa?

R: Penso che noi insegnanti ci troviamo costretti a promuovere i ragazzi anche quando sappiamo che non sono in grado di andare alle superiori. Non possiamo fare altrimenti. Se un medico non guarisce un malato è un cattivo medico? Bisogna vedere se gli sono stati forniti gli strumenti per guarirlo. Per mettere un esame in fondo a un percorso lo Stato dovrebbe avermi fornito gli strumenti che servono per aiutare chi non ce la fa ma non ci sono le risorse necessarie. Sembra una strada senza uscita. Servirebbe piuttosto un orientamento alla fine delle medie per scegliere il percorso da seguire, ma è tutto affidato alla volontà dei singoli professori.



D: Renzi ha parlato di ridare dignità al ruolo dei docenti.

R: Se gli insegnanti venissero rispettati di più dall'opinione pubblica in generale, la gente accetterebbe la loro importanza e quindi anche il governo si sentirebbe di spendere più soldi per la scuola. L'insegnamento è un lavoro duro e usurante: per questo io penso anche che i ragazzi hanno diritto ad avere giovani come insegnanti. A 60 gli insegnanti che non se la sentono più devono essere lasciati andare in pensione. Perché a una certa età si è stanchi anche di essere entusiasti in classe. 




lunedì 3 giugno 2013

Scusatemi, per qualche giorno....

Cari lettori del blog, scusatemi  se per qualche giorno non potrò scrivere e rispondere alle vostre lettere.
Come tutti voi, anch'io, in questi giorni, avrei bisogno che le 24 ore diventassero 48! Capita anche a voi, vero?
Voti, medie che non tornano, relazioni, giudizi, correzioni, scrutini, esami alle porte, mini consigli di classe con i colleghi in sala professori, decisioni da prendere su chi promuovere e chi bocciare, paura di sbagliare valutazione e conseguenti problemi di coscienza mi impediscono di dedicarvi del tempo!

Auguro a tutti un buon lavoro! 
A presto!

venerdì 24 febbraio 2012

“Non riesco a gestire la classe perché non ho armi”. 285°

Angela mi scrive:

“Gentile professoressa, innanzitutto grazie del suo blog, veramente prezioso per chi è alle prime armi e non solo.

Questo è il mio quarto anno di insegnamento, ho lavorato un anno sulla materia e i successivi sul sostegno. In questo mio percorso ho cercato di lavorare molto su me stessa: so che il mio punto debole è sempre stato il carattere, riservato e tutt'altro che autorevole, e mi sono ingegnata per trovare strategie che mi rendessero più sicura e non portassero le mie classi ad approfittarsene. Purtroppo la strada è ancora difficile; quando lavoro sul sostegno mi pongo sempre come insegnante della classe e cerco di interagire con tutti, per essere vista alla pari dei colleghi. Non sempre è così, e per i ragazzi mediamente sono "un gradino sotto".
L'incubo peggiore, quest'anno, sono le ore di supplenza per sostituire colleghi assenti in una delle mie due classi. Gli alunni sono tendenzialmente molto maleducati: si tratta per tutti della classica "classe difficile". I colleghi però riescono a tenere la disciplina (li vedo quando siamo in compresenza!). Se sono da sola tutto cambia. Proprio ieri sono uscita da un'ora infernale in cui supplivo un collega di una materia (francese) che non potevo svolgere al suo posto (non lo so). Mi ero preparata un'attività leggera da svolgere insieme a loro. Non c'è stato niente da fare: abbiamo iniziato faticosamente solo dopo mezz'ora di confusione generale, mezz'ora in cui ho provato a mettere in atto le strategie che tu ci insegni (mettersi sulla soglia, guardarli con severità, non urlare ma parlare a bassa voce in tono minaccioso, ecc). Risultato: la confusione diminuiva, ma i 3-4 bulletti della classe continuavano imperterriti e trascinavano nuovamente il resto dei ragazzi. Ho provato a ragionarci, dicendo che so come potrebbero comportarsi perchè li vedo silenziosi e seri in altre ore...tutto inutile. L'attività che avevo in mente si è svolta in un clima decisamente chiassoso. L'ho voluta continuare perchè interromperla sarebbe stato un evidente segnale di fallimento. So che ho sbagliato tipologia di attività (di gruppo; avrei dovuto puntare su qualcosa di più controllabile) e probabilmente non sono stata nemmeno coerente con il ruolo che avevo assunto all'inizio dell'ora (prima minaccioso, poi quasi interlocutorio). Il punto però è un altro, anzi, sono tre:
1- Nei momenti in cui la confusione prendeva il sopravvento, SAPEVO di non aver armi: rapporti? Sospensioni? Due dei ragazzi ne aspettano una per gennaio e nonostante questo si sono permessi di comportarsi come se niente fosse! Per loro è acqua fresca...mi sono sentita IMPOTENTE. Come fare per non provare più questa sensazione terribile?
2- Secondo te quest'ora ha compromesso definitivamente la mia immagine ai loro occhi? Insomma, è troppo tardi o posso recuperare?
3- Penso che in parte la mia difficoltà sia dovuta al mio ruolo di insegnante di sostegno: niente voti, attività di recupero...insomma, la crocerossina. O è una scusa con cui mi copro?
Spero in una risposta, perchè questa esperienza ha travolto bricioline di autostima conquistate a fatica in quattro anni. Grazie in anticipo e a presto.
Angela”


Cara Angela, capisco che stai impegnandoti, che hai letto il blog, forse anche il mio libro.

Non ti ripeterò, perciò, quello che hai già letto.

Faccio qualche osservazione che ti può aiutare. Tu scrivi:

- “mi ero preparata un'attività leggera da svolgere insieme a loro”: scusa, ma chi ti ha detto che l’attività deve essere leggera? Non so che cosa insegni, ma c’è sempre qualcosa di interessante da insegnare. “Interessante”, non “leggero”. Se una cosa è leggera è poco mpegnativa e perciò permette la confusione.

- “Ho provato a ragionarci, dicendo che so come potrebbero comportarsi perché li vedo silenziosi e seri in altre ore...”: sbagliatissimo! È come se tu avessi detto “I miei colleghi sono più bravi di me. Io non sono capace di controllarvi e lo ammetto”.

- “L'attività che avevo in mente si è svolta in un clima decisamente chiassoso. L'ho voluta continuare perché interromperla sarebbe stato un evidente segnale di fallimento.”: Sbagliato. Invece avresti dovuto interromperla subito e assegnare qualcosa di estremamente noioso, naturalmente scritto. Devi metterti d’accordo con i colleghi perché dicano che i tuoi voti valgono esattamente quanto i loro. Li scrivi su un quaderno/registro che ti comperi e compili davanti a loro. I ragazzi non sanno niente di queste cose. Un registro è un registro.

- “i 3-4 bulletti della classe continuavano imperterriti e trascinavano nuovamente il resto dei ragazzi”: i bulletti vanno individuati subito e devi fare in modo di coinvolgerli in cose pratiche. Devi, inoltre, essere quella che ESIGE e non quella che prega. Se tu ti convincessi che SEI un’insegnante come gli altri, che SEI degna di rispetto e che DEVONO rispettarti, ti uscirebbero altri sguardi e altri toni. Se hai letto il libro c’è tutta una parte su questo.

- “So che ho sbagliato tipologia di attività , di gruppo”: bene, lo sai. Il lavoro di gruppo, metodo stupendo, didatticamente utilissimo e molto apprezzato dai ragazzi, deve essere usato soltanto quando sei capace di gestire bene la classe. Non solo le classi difficili, ma anche le classi facilissime (se ne esistessero). Gestire il lavoro di gruppo è molto difficile anche nei consigli di classe e nei collegi dei docenti, come avrai constatato. Figuriamoci in classe.

- “Nei momenti in cui la confusione prendeva il sopravvento, SAPEVO di non aver armi: rapporti? Sospensioni?” e “Penso che in parte la mia difficoltà sia dovuta al mio ruolo di insegnante di sostegno: niente voti, attività di recupero”: le armi di un insegnante non sono né i rapporti né i voti né le sospensioni. Anzi, bisogna riservarli a casi gravi. D’altra parte, quanto ci mettono i ragazzi a capire che non accade nulla? Meglio non ricorrere ad un’arma a salve: finché non spari credono che sia caricata a pallottole vere. Lo hai detto anche tu: “Per loro è acqua fresca”. Le armi sono tutte quelle di cui ho parlato nel libro e nel blog: hai letto tutto? Le armi sono sostanzialmente tre: far sentire (non “dire”) che ti interessi davvero di loro; essere preparati e quindi interessanti; essere capaci di stupirli.

- “è troppo tardi o posso recuperare?” : non lo so, Angela. Vale quello che ho scritto in questo post .

Spero di averti aiutato. Fammi sapere, e non ti arrendere!

mercoledì 14 settembre 2011

“Umiliazione in classe”. 233°

Stefania mi scrive:
"Gentile professoressa,
mio figlio 15enne, è un ragazzo timido (me lo dicono anche i professori)...studia biologia, durante la lezione di informatica, un suo compagno di classe gli ha chiesto una cosa (credo riguardasse la lezione),il professore lo ha ripreso e anzichè fermarsi ad un rimprovero o magari una nota per la sua disattenzione, ha cominciato a dirgli che non è uno che può permettersi di non fare attenzione visto i suoi 4 ..tutto questo davanti ai suoi compagni di classe..mio figlio si è sentito in imbarazzo (il che vuol dire che non è uno spavaldo o che ci ride sopra)...ora io non so se parlarne al professore dicendo che non era necessario arrivasse a rivelare a tutta la classe i suoi voti..mio marito al contrario non vuole, dice che se lo faccio ,questo prof potrebbe prendere di mira mio figlio e “vendicarsi”. Quindi si è accesa una discussione tra me e mio marito sul da farsi. Io ci resto male perchè io da piccola ho subito molte umiliazioni con la maestra che avevo...e ancora oggi se ci penso mi resta il rancore e rabbia.....secondo lei cosa si potrebbe fare?....................la ringrazio se vorrà rispondermi. Cordiali saluti Stefania"
Cara Stefania,
non so se hai già letto i miei post. Se non lo hai fatto ti invito a leggerli, perché credo che potrebbero aiutarti a capire come funziona una lezione, e ad accettare di più le parole degli insegnanti, senza pensare che siano sempre frutto di incompetenza o mancanza di sensibilità e rispetto verso gli alunni. Spesso i genitori stanno male immaginando umiliazioni ai figli che non ci sono. Provo a spiegarti.
Da quello che mi dici, tuo figlio si è distratto (e non andiamo a vedere perché, dato che conta la sostanza, che è il fatto che durante la spiegazione non si deve rispondere a compagni che chiamano). Tu avresti voluto che il professore lo rimproverasse e gli mettesse una nota, ma non che facesse riferimento alle sue insufficienze, perché tuo figlio, timido, si è sentito in imbarazzo.
Cara Stefania, spero di non deluderti dicendoti che accade continuamente che l’insegnante faccia riferimento ai risultati degli alunni, e che lo faccia di fronte a tutti gli altri. Questo è normale, perché i voti non sono un segreto, in classe, e perché in classe si parla apertamente quasi come se si fosse in famiglia. Questo accade perché vediamo i ragazzi solo in classe, insieme agli altri. In quale altra occasione il professore avrebbe potuto sollecitarlo a stare più attento ricordandogli il fatto, per convincerlo dell’opportunità di farlo, che ha dei 4 che deve riparare?
Non credo che il professore, se tu andassi a parlargli, potrebbe “vendicarsi”. Ci mancherebbe altro! Sarebbe un pessimo insegnante! Ma penso che ti considerebbe una che interviene dove non dovrebbe.

Mi dispiace, Stefania, che tu abbia sofferto per delle umiliazioni, ma penso che spesso i rimproveri degli insegnanti vengono sentiti come umiliazioni, dai bambini e dai ragazzi, se in casa vengono sentiti così. I figli vedono quello che facciamo loro vedere. Se nostro figlio ci riferisce qualcosa che qualcuno gli ha detto, e noi ci mostriamo stupiti e offesi per lui, si sentirà in dovere di sentirsi offeso e umiliato anche lui. E questo si può trasmettere anche senza parole.
Ovviamente, altro discorso sarebbe se il professore lo avesse offeso con parole come “chiacchieri invece di stare attento, perché sei un deficiente!”. Ecco, questa sarebbe stata una grave offesa e avresti avuto non solo il diritto, ma anche il dovere, di protestare vivamente.

Credo che potresti andare dal professore soltanto per informarlo del fatto che tuo figlio si è vergognato. Ma, personalmente, lo ritengo poco utile. Probabilmente il professore non se lo ricorderà più neanche. Glielo dirai quando ti capiterà l’occasione, se lo vorrai ancora. Forse, nel frattempo, ti accorgerai che a tuo figlio è servito essere rimproverato così.
Spero di averti aiutato. Fammi sapere!

lunedì 6 giugno 2011

Qualcosa che i genitori devono sapere degli insegnanti. 213°

Nel rapporto fra i genitori e gli insegnanti c’è un enorme problema che spesso impedisce una buona comunicazione: la mancanza di informazioni vere su quello che significa gestire una classe.
I genitori non sanno tutto quello che un insegnante deve tenere presente quando parla ad una classe, composta da una media di 28 alunni, tutti diversi, per fisico, sesso, intelligenza, intuitività, carattere, problematiche personali e familiari, storia di vita, provenienza geografica (e a volte anche religione, lingua, abitudini), provenienza socioculturale, esperienze scolastiche, difficoltà, stato di salute, handicap.
Desidero fare alcuni esempi di quello di cui l’insegnante deve tener conto:
devo entrare in modo autorevole, non devo fare nulla che possa essere preso in giro, devo sorridere, devo parlare a voce alta, devo essere chiara, non devo perdere la calma, devo assicurarmi che tutti abbiano capito, devo tener presente che Marco e Giovanni hanno detto che hanno capito, ma forse non è vero; Stefania ci sente poco; Maria non ha i soldi per i libri e per i quaderni, quindi devo aiutarla senza che se ne accorga; Alessandro è orfano di padre e non devo assegnare un tema sul padre; i genitori di Alessio sono disoccupati: non può venire in gita; la madre di Laura ha un tumore, devo tenerne conto e capire che non sempre può studiare; il padre e la madre di Antonella si stanno separando e lei la sta prendendo male; Abder, Daki, Fathima, Jasser, Karim, Farida e Zahira sono mussulmani: non posso dare per scontato che siano cattolici, quando spiego; Simone fa ancora la pipì a letto, me lo devo ricordare; il padre di Ernesto picchia la moglie; Giuseppe ha un rene solo: devo farlo uscire per andare in bagno quando lo chiede; devo stare attenta al fatto che Maurizio viene preso in giro perché puzza; Rita, Biancamaria e Manrico sono molto timidi e fragili: con loro non devo alzare la voce; Domenico, Fausto e Mario sono abituati ad essere sgridati e se non alzo la voce quando si comportano male, credono che vada tutto bene; Simonetta è molto studiosa e fa sempre tutto il possibile: se capita che una volta dimentica di fare un compito devo comunque rimproverarla anche se so che non accadrà più, perché gli altri non possono capire e se non lo faccio sembra che io stia facendo delle preferenze; Renato è depresso, devo cercare di aiutarlo; Thomas non ha voglia di studiare perché non capisce: devo cercare di chiedergli qualcosa di semplice in modo che trovi un po’ di fiducia in se stesso e studi di più; Antonio è molto presuntuoso e si sente superiore agli altri: devo fargli capire che anche lui può sbagliare, e che comunque non tutti possono essere bravi a scuola come lui; Mariella non parla mai e quando lo fa bisbiglia: devo trovare il modo di farle trovare il coraggio di parlare di più e a voce più alta; Carlo interviene continuamente come se in classe ci fosse solo lui: devo cercare di fargli capire che deve rispettare il suo turno; Michela pensa solo a guardarsi allo specchio, ai vestiti, a interessarsi dei fatti degli altri: devo fare in modo che capisca che l’aspetto fisico non è tutto e che non è giusto interessarsi dei fatti degli altri e andarli a raccontare in giro; Jasser non si interessa di nessuno e pensa solo a se stesso: devo fare qualcosa perché capisca che deve interessarsi di più degli altri; Annamaria e Luciano sono vicini di banco e litigano sempre: potrei separarli, ma insegnerei loro ad evitare i problemi e perciò devo trovare qualche idea perché imparino a lavorare volentieri insieme; Giorgio migliora il suo comportamento se scherzo con lui e lo prendo un po’ in giro, perché gli piace stare al gioco; Martina è molto permalosa e con lei non posso scherzare e prenderla un po’ in giro perché peggiorerebbe.
E questo quando la classe non è difficile.
Avrete notato che ci sono problematiche opposte: l’insegnante, però, deve trovare come fare a parlare per tutti contemporaneamente, in modo che tutto vada per il meglio.
I genitori, l’ho già detto, credono, invece – se non tutti, molti – che l’insegnamento consista in questo: entrare e andarsi a sedere in cattedra; chiedere di aprire il libro; leggere, far leggere o spiegare l’argomento, così com’è; chiedere di mostrare i compiti; correggerli, possibilmente tutti, ad uno ad uno; interrogare, assegnare il compito e la lezione per la volta successiva e, con un tempismo perfetto, concludere il tutto al suono della campanella. Il giorno dopo, ricominciare da capo. Un po’ come succederebbe se davanti non avesse nessuno, per esempio in una lezione a distanza.
Aggiungo che, dai colloqui con i genitori, emergono spessissimo le seguenti convinzioni:
- l’insegnante se ne frega degli alunni;
- in classe c’è solo mio figlio;
- se l’insegnante vuole che mia figlia studi, deve controllare che abbia scritto i compiti sul diario;
- l’insegnante dà le insufficienze per vendetta;
- quando l’insegnante dà un’insufficienza o mette una nota sul diario è perché “ce l’ha con lui” (con la recente variante “perché mio figlio è straniero”);
- l’insegnante che scherza con un alunno lo sta prendendo in giro;
- l’insegnante che fa notare ad un alunno che ha sbagliato “lo vuole umiliare”;
- se l’insegnante interroga spesso un alunno è perché “ce l’ha con lui”;
- se un insegnante fa interrogare un ragazzo dai compagni “lo fa apposta per metterlo in difficoltà”;
- gli insegnanti ci godono a bocciare;
- l’insegnante che chiede al ragazzo “come mai ieri non sei venuto a scuola?” lede la sua privacy;
- l’insegnante che informa i genitori che per l’ennesima volta il ragazzo non ha studiato, “rompe sempre le scatole con tutte ‘ste note”;
- l’insegnante che dà un brutto voto alla ragazzina si inventa i voti “perché a casa la sapeva”;
e così via.
Vorrei riuscire a fare il conto del numero di parole che escono dalla bocca di un insegnante in una mattinata di scuola: so che è un numero altissimo. Vorrei porre l’attenzione sul fatto che tutte quelle parole sono pronunciate nel contesto pieno di elementi da tener presenti che ho descritto sopra.
Credo che sia possibile immaginare, a questo punto, che possa anche capitare di lasciarsi scappare una parola di troppo. Ma ritenere che in cattedra ci siano sempre degli incompetenti e dei malvagi, delle persone che fanno tutto a caso, mi sembra ingiusto.
Credere che si possa insegnare a ventotto alunni tutti diversi senza difficoltà, mi sembra ingenuo.
Infine: dare sempre per scontato che quando l’insegnante rimprovera e dà brutti voti sia sempre un incapace, mi sembra sciocco; e, soprattutto, credere di saperne più dell’insegnante, fino a dargli consigli sulla didattica, mi sembra davvero presuntuoso.
Sarebbe bene che l’insegnante facesse il suo lavoro di insegnante, che comporta anche lo spiegare ai genitori che cosa fa in classe.
Sarebbe bene che il genitore facesse il suo lavoro di genitore, e lasciasse lavorare gli insegnanti, dando loro un po’ di fiducia. Forse sono bravi insegnanti.

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