La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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venerdì 28 febbraio 2014

Che cosa vogliono gli insegnanti. Seconda parte. 444° post

Che cosa vogliono gli insegnanti.
Soprattutto: che cosa NON vogliono.
Gli insegnanti non vogliono più sentir parlare delle 18 ore.
E neanche delle vacanze estive.
Gli insegnanti non vogliono più sentir parlare di un aumento delle ore di lezione.

Sono decenni che facciamo conti per dimostrare ad amici e parenti che no, non lavoriamo 18 ore, che quelle sono soltanto le ore di lezione in classe, ma ci sono poi tanti altri impegni: la correzione dei compiti, le riunioni, i ricevimenti, e giù un patetico elenco che non convince nessuno perché proprio nel momento in cui ci mettiamo a farlo dimostriamo che dobbiamo scusarci e giustificarci perché in realtà, evidentemente, sono tutte balle.
Ora basta.
Ho già scritto altre volte qualcosa su questo argomento. 
Ma ora sono veramente arrabbiata. Il pensiero che qualcuno possa tornare all'attacco aumentando le ore di lavoro in classe mi spinge a gridare, di nuovo, RIBELLIAMOCI!
Per farlo dobbiamo seguire una scaletta.
1. capire che non abbiamo niente da farci perdonare. Molti insegnanti, a forza di sentirsi dire che lavorano 18 ore e che hanno tre mesi di vacanze hanno finito per crederci anche loro.
Allora: facciamo il conto. Ma non per dirlo agli altri (bisogna smettere di giustificarci). Per capirlo bene noi. Chiedetevi quante ore lavorate in classe, quante a scuola e quante a casa. Lasciate perdere le vacanze, che sono un discorso a parte, che farò.
Fate il conto, e alla fine calcolate quanto prendete all'ora.
L'insegnamento in cattedra è, di solito, di 18 ore. (Alla scuola primaria le ore settimanali sono 24. Bisognerebbe ridurle a 18, perché è vero che il tipo di insegnamento è diverso, ma bisogna dire che il livello di attenzione necessario, vista l'età dei bambini, è superiore.)
Ho chiesto ai miei amici di facebook, insegnanti, di fare un calcolo. 
Ne trascrivo qualcuno.
Mi chiamo Sara, ho iniziato ad insegnare nell'a.s. 2001-2002 e sono entrata di ruolo nell'a.s. 2007-2008. Insegno matematica e scienze alla scuola media. Prendo 1517.20 euro al netto al mese. Oltre alle 18 ore frontali settimanali (18 x 4=72 ore al mese), c'è l'ora di ricevimento, quindi arriviamo a 76; 3 ore al giorno a casa per preparare le verifiche, correggerle e preparare le lezioni, cioè 60 ore al mese; facciamo in media 40 ore al mese tra riunioni, consigli di classe, collegi, aggiornamenti, potenziamento e recupero.....Direi 176 ore al mese, cioè 44 ore alla settimana. Circa 8 euro all’ora.

DOCENTE DI SCUOLA PRIMARIA
FASCIA 15
Stipendio mensile 1.431 €
Lezione 726
Correzione quaderni e verifiche 230
Preparazione lezioni per la classe 130
Studio individuale 80
Programmazione settimanale in team 66
Individualizzazione per stranieri e bes 40
Registri 30
PEI e PDP 30
Aggiornamento 30
Schede di valutazione 20
Colloqui genitori 18
Interclasse 10
Collegio docenti 10
Lettura circolari 10
Gestione laboratori 10
ASL 8
Viaggi d'istruzione - organizzazione e accompagnamento extra orario 8
Stesura progetti 8
Assemblee di classe e verbali 7
Invalsi 7
Manifestazioni 6
Continuità 6
Stesura orario 4
Stesura piano annuale 4
Incontri disciplinari 5
totale ore annuali 1503
A CASA
A SCUOLA
IN TRASFERTA


36 ore a settimana, per un compenso di circa 9,50 euro all'ora

Sono di ruolo da 22 anni, insegno alla secondaria di primo grado. Stipendio dopo lo scatto appena avvenuto (sempre che non se lo riprendano...): 1.800 €. Quello delle ore non è un calcolo semplice, dato che i nostri impegni variano nel corso dell'anno scolastico, ma provo a fare una media: 191 ore mensili così distribuite: 81 di insegnamento in classe; almeno 90 di preparazione lezioni (compresi il reperimento e la produzione di risorse multimediali), preparazione verifiche (anche per BES e DSA), correzione degli elaborati; 3 ore mediamente di ricevimento; 8 ore contrattuali di impegni collegiali(ho diviso le 80 per 10 mesi); 2 ore per programmazioni iniziali (anche PDP) e relazioni finali (20 ore annuali diviso 10 mesi). Per difetto: almeno 2 ore per corsi di aggiornamento. Totale : 191 ore, al mese; 47,5 ore alla settimana. ossia 9,42 € all'ora.

Insegnante di scuola primaria in una classe quinta a tempo pieno. 24 ore settimanali, (22 di lezione e 2 di programmazione che servono sempre per l'organizzazione interna e non usiamo mai per programmare); tre ore al giorno, di media, a casa, per correzioni, preparazione delle lezioni e registrazione dati sul registro elettronico (a scuola manca spesso la connessione). Tra incontri con i genitori, collegi, interclassi, aggiornamenti, commissioni, ecc... sono 6 ore al mese di media. 44 ore alla settimana.

Allora bisogna che venga chiarito il nostro orario di lavoro: quante ore lavoriamo? come mai si continua a pensare che gli insegnanti lavorano 18 ore? come mai lo pensano anche i ministri?
Vogliamo che Renzi e i ministri smettano di dire “Gli insegnanti lavorano 18 ore”. Bisogna che si scriva “Cattedra di 36 ore, con 18 ore di lezione in classe”. Fare ogni settimana lezione per più di 18 ore è una follia.
C'è qualcuno che dice che gli insegnanti dovrebbero lavorare 36 ore: noi affermiamo che lavoriamo più di 36 ore; come mai non veniamo creduti?
Per convincere tutti dovremmo lavorare a scuola, evidentemente. Benissimo! Ci piacerebbe molto togliere da casa nostra i libri che ci servono per preparare le lezioni per averli disposizione a scuola, in modo da lavorare lì. Ma la domanda è: dove ci mettiamo?
La scuola non è stata costruita perché gli insegnanti restassero a scuola. Chiediamo che tutte le scuole d'Italia vengano ristrutturate in modo che ognuno di noi abbia uno spazio dove lavorare tranquillamente come a casa, con un suo armadio, una sua scrivania, un suo telefono, un suo computer, una sua stampante.  E se tutto questo non c'è, che cosa volete da noi? 
Penso che basti. Ricordatevelo, quando qualcuno vi dice che lavorate 18 ore. E non giustificatevi più.

Continua….

giovedì 27 febbraio 2014

INTERVISTA su CADO in PIEDI. 443° post

CADO IN PIEDI MI HA INTERVISTATO.
Ecco l'intervista.
Dire tante cose in poche righe è molto difficile. Spero di essere riuscita ad essere chiara :-)

RENZI? "TORNA A SCUOLA DAVVERO"

di Redazione Cadoinpiedi.it - 27 febbraio 2014

Lo ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013). Perché anche se la riforma della pubblica istruzione è una delle priorità del nuovo Governo, gli insegnanti sono scettici. “Il premier non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano”, ha sottolineato Milani.




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Ripartire dalla scuola. Nel suo intervento programmatico, in aula al Senato per chiedere al fiducia, Matteo Renzi l'ha detto chiaro e tondo: bisogna ripensare alla scuola, ridare dignità al ruolo degli insegnanti, dedicare attenzione all'edilizia scolastica. Del resto il premier ha una testimonianza diretta di quella realtà: la moglie Agnese è infatti professoressa in un liceo scientifico di Pontassieve. E non è un caso che la sua prima uscita pubblica da premier sia stata proprio in una scuola a Treviso il 26 febbraio scorso.
Nelle aule, milioni di studenti, insegnanti e collaboratori attendono con ansia di vedere cosa farà il nuovo governo. Di scuola si parla sempre, con risultati altalenanti. "Renzi non ha detto di più di quello che dicono tutti quando si insediano", ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L'arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013).



DOMANDA: Il premier ha detto di voler intraprendere un tour delle scuole italiane. Cosa ne pensa?

RISPOSTA: Mi pare una cosa solo simbolica. Bisognerebbe farlo davvero, invece.



D: Cosa si aspetta da un governo che mette tra le sue priorità la scuola?

R: Sinceramente Renzi non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano. Quello che mi interessa invece è che il ministro della Pubblica Istruzione non porti avanti, tanto per dirne una, l'idea di aumentare il numero di ore di lezione in cattedra lanciata suo tempo da Mario Monti. Più di 18 ore di lezione, non si possono fare se non occasionalmente.



D: E dell'attenzione promessa all'edilizia scolastica che pensa?

R: Mi pare una chimera. Nelle scuole è difficilissimo anche solo farsi riparare una tapparella dal Comune. Si rompe, il Comune viene dopo un mese, e se nel frattempo se ne è rotta l'altra loro non la aggiustano, perché si deve rifare tutto l'iter da capo.



D: Da dove partire?

R: Noi vorremmo che si partisse dalla messa in sicurezza e dalla ristrutturazione delle scuole. Cose come tende alle finestre, gli infissi, i riscaldamenti adeguati. Si sta male nelle scuole, d'inverno fa freddo, d'estate fa caldissimo. I ragazzi sono in venticinque, trenta, in un'unica classe, con i banchi rotti, le sedie che traballano. Poi vorremmo anche che tutte le scuole fossero ristrutturate in modo da avere uno spazio per ogni insegnante con scrivania, stampante, pc, libreria. Noi vogliamo lavorare 36 ore tutte a scuola, perché ora lavoriamo di più e consumiamo la nostra roba, stampiamo a nostre spese.



D: La situazione è complicata. Quali sono a suo parere gli aspetti del sistema scolastico su cui intervenire con urgenza?

R: La scuola è come una costruzione coi cubi, se togli un cubo viene giù tutto. Alcune criticità sono relative agli insegnanti, non si ha una visione corretta del loro ruolo e del loro lavoro. Bisogna che vengano chiariti alcuni punti: qual è il nostro orario di lavoro? Dall'esterno c'è una visione negativa, Brunetta ci disse che siamo fannulloni. Ma noi mica lavoriamo 18 ore, sono 18 ore in classe e almeno 36 complessive. Eppure questa visione negativa porta al fatto che anche con tutte quelle ore di lavoro aggiuntive che facciamo - correggere i compiti la domenica o la sera tardi, ricercare materiali - siamo costretti a giustificarci.



D: In effetti le critiche sono tante.

R: Dobbiamo decidere: l'insegnamento è o no un lavoro usurante? Il ministro Carrozza ha detto di sì, e il dottor Lodolo D'oria ha passato vent'anni a studiare il problema del burnout degli insegnanti. Bisogna chiarire se nella scuola ci sono davvero degli insegnanti incapaci e poi, eventualmente, individuarli.



D: E ci sono?

R: Se ci sono come ci sono entrati? L'Università prima, e lo Stato poi li hanno dichiarati idonei e sono stati assunti. Se poi si rivelano incapaci di chi è la colpa? Io dico che ce ne sono pochissimi. E come mai, anche se individuati, non si riesce a mandarli via?



D: Arriviamo al discorso della valutazione degli insegnanti.

R: Noi siamo d'accordo sulla valutazione, ma come si stabilisce chi è capace o no? Lo decidono i genitori che vengono a dire la loro senza sapere quello che succede in classe? O gli studenti che prendono un brutto voto? Serve una valutazione esterna, ma è difficile. Vorremmo capire come il ministro prende le sue decisioni, chi ascolta. Perché non ascolta gli insegnanti che dedicano tanto attenzione alla scuola, piuttosto dei professori universitari che non ci entrano mai?



D: Che altro serve?

R: I ragazzi hanno bisogno di molto più aiuto di quello che sembra. Oggi ci troviamo tra i banchi figli di disoccupati, chi non ha soldi per i libri, chi ha situazioni difficili a casa e siamo impreparati. Per non parlare del sistema di valutazione, che senso ha dare i voti in questa situazione?



D: Come valutare allora gli studenti?

R: Noi diamo i voti come cinquant'anni fa. Gli esami, come sono oggi, finiscono per valutare principalmente i contenuti, non si riesce a valutare altre cose che i ragazzi sanno fare. Ho letto che le prove Invalsi nei prossimi tre anni costeranno 14 milioni di euro all'anno. Spendiamo tanto per una cosa che fatta così com'è non serve a nulla. La valutazione va fatta a inizio e fine di un percorso in base a quello che fa l'insegnante.



D: Qualche giorno fa si ipotizzava l'abolizione dell'esame di terza media. Che ne pensa?

R: Penso che noi insegnanti ci troviamo costretti a promuovere i ragazzi anche quando sappiamo che non sono in grado di andare alle superiori. Non possiamo fare altrimenti. Se un medico non guarisce un malato è un cattivo medico? Bisogna vedere se gli sono stati forniti gli strumenti per guarirlo. Per mettere un esame in fondo a un percorso lo Stato dovrebbe avermi fornito gli strumenti che servono per aiutare chi non ce la fa ma non ci sono le risorse necessarie. Sembra una strada senza uscita. Servirebbe piuttosto un orientamento alla fine delle medie per scegliere il percorso da seguire, ma è tutto affidato alla volontà dei singoli professori.



D: Renzi ha parlato di ridare dignità al ruolo dei docenti.

R: Se gli insegnanti venissero rispettati di più dall'opinione pubblica in generale, la gente accetterebbe la loro importanza e quindi anche il governo si sentirebbe di spendere più soldi per la scuola. L'insegnamento è un lavoro duro e usurante: per questo io penso anche che i ragazzi hanno diritto ad avere giovani come insegnanti. A 60 gli insegnanti che non se la sentono più devono essere lasciati andare in pensione. Perché a una certa età si è stanchi anche di essere entusiasti in classe. 




venerdì 3 gennaio 2014

“Ma quante ore lavoriamo?”. 432° post


Martina mi scrive:

“Gentile Professoressa Milani, tempo di vacanze e di riposo, tempo che posso finalmente dedicare a scrivere questa lettera alla quale penso da un po’.
Sono un’insegnante precaria di italiano alle medie, sebbene abilitata e fortunatamente sempre occupata.
Quest’anno sono anche molto contenta delle classi in cui insegno, mi reco a scuola felice e impaziente di entrare in classe per iniziare la giornata con i miei ragazzi.
Credo che parte del merito di un clima così positivo si debba sicuramente ai ragazzi e alle loro famiglie ma forse una parte si deve anche al continuo sforzo di cercare di proporre i “soliti” argomenti con attività nuove, che coinvolgano direttamente i ragazzi attraverso un approccio che sia prima pratico e poi teorico.
Per far questo, come suggerito nel suo libro, cerco di aggiornarmi, passo molto tempo anche su internet alla ricerca di idee e suggerimenti nei tanti, molto spesso ben fatti, blog dei colleghi.
Il problema è che questo genera delle tensioni nella mia famiglia. Ho un bimbo piccolo, che richiede e al quale amo dare attenzioni e tempo e così spesso mi ritrovo a lavorare di sera. A quel punto mio marito, che è libero professionista, comincia però a lamentarsi del fatto che non rimane tempo per noi e a chiedermi quante ore al giorno dedico a preparare le lezioni e come mai non riesco a concludere il mio lavoro nelle ore in cui nostro figlio è all'asilo nido. Da lì il suo conto è molto rapido e afferma che per quello che mi pagano, lavoro troppo, che il mio “stipendio orario” è risibile.
Io cerco di spiegargli che questo tipo di ragionamento, assolutamente corretto per la sua professione, non posso applicarlo al mio lavoro…. Eppure una parte di ragione gliela riconosco, alla fine con un mutuo da pagare, un figlio da mantenere e un altro bimbo all'orizzonte quando si tratta di decidere chi dei due lavora il sabato pomeriggio o la domenica e chi resta con il bambino, succede sempre che lui lavora e io gioco con mio figlio perché questo è ciò che di fatto ci permette di arrivare a fine mese. Questa situazione ha l’innegabile vantaggio per me di poter dedicare più tempo a mio figlio ma poi mi costringe a ritmi assolutamente frenetici durante la settimana o a discussioni sul numero di ore serali utilizzate per lavorare e, a volte, per quanto mi dispiaccia, a scegliere di non fare qualche attività con i ragazzi a scuola perché non ho il tempo per prepararla.
Le sto raccontando questo come riflessione sul fatto che uno stipendio, almeno un po’ più alto, risolverebbe, almeno in parte, questa situazione in cui il nostro lavoro, per una certa parte del tempo, diventa volontariato e come tale necessita di una disponibilità che in una famiglia non sempre è facile ritagliare.
So che la percezione della società è molto diversa, mio padre stesso, che non conosce molto del mio lavoro, afferma che “ti pagano anche troppo”, nella convinzione che il mio lavoro coincida solo con le 18 ore passate a scuola. E da qui nasce il mio sogno, che so che potrebbe rivelarsi anche molto impopolare: io sarei felicissima se ci fosse richiesto di fermarci a scuola il pomeriggio per preparare le lezioni, in tal modo sarebbe più facile costruire dei progetti comuni con i colleghi o comunque “fare squadra”, il nostro lavoro sarebbe più riconosciuto e avremmo spazi e strumenti assicurati per le nostre necessità.
La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste…Martina”

Cara Martina, solo chi vive nella Scuola sa che chi fa bene il suo lavoro è impegnato per moltissime ore. Il riconoscimento sociale di queste ore “sommerse” è assente perché purtroppo questo è un lavoro che si potrebbe fare (male) anche limitandolo strettamente alle ore in classe e alle riunioni, lasciando tutto il resto al caso, all’improvvisazione e alla ripetizione degli stessi identici argomenti per ogni classe e per ogni anno. E proprio chi non lavora racconta in giro che fa poco e che quindi lo stipendio è anche troppo. Fra la campana che dice “sono stanco morto” e quella che dice “per quello che facciamo ci danno anche troppo” la gente crede alla seconda.
Fare quello che consiglio comporta un impegno costante: per mettersi in discussione (ci vuole tempo anche per decidere quello che non va), per aggiornarsi, per leggere e studiare i libri che possono renderci più interessanti, più efficaci, e che possono rendere più accattivanti le nostre lezioni; ci vuole tempo per navigare fra i blog alla ricerca di idee e per studiare gli esercizi da proporre agli alunni.
Chi ha bambini piccoli ha il grosso problema di avere agli occhi degli altri “tutto il pomeriggio libero” e di doversi giustificare per il tempo dedicato al lavoro.
Cara Martina, spesso le colleghe che hanno bambini piccoli se ne stanno a scuola a correggere i compiti e a studiare. Dicono a casa che sono impegnate, e coinvolgono i nonni o la babysitter per tenere i bambini. Solo così chi sta a casa crede che insegnare comporti del lavoro oltre alle diciotto ore. Credo che l’idea funzioni.
Prova! Non è una bugia! Per il resto, bisogna che tu trovi dei compromessi: parla a tuo marito e spiegagli che sei obbligata a prepararti per riuscire a gestire e a interessare gli alunni. Cerca di organizzarti il lavoro domestico, per esempio preparando prima dei piatti che poi puoi congelare e tirare fuori all’occorrenza. Non è il massimo ma si può fare. Così potresti riservare del tempo ai bambini e a tuo marito. Seleziona bene le attività da svolgere a scuola e accetta il fatto che non puoi dedicare tutto il tuo tempo libero agli alunni: scegli le attività più importanti e rinuncia alle altre. Privilegia le attività che insegnano un metodo, in modo che i ragazzi possano fare altre attività seguendo un certo modello.
Per quanto riguarda il lavoro pomeridiano, non sei la sola che troverebbe più logico fare 36 ore. Recentemente, per esempio, mi ha scritto un lettore del blog:
“Nutro una profonda ammirazione e un attento rispetto per il lavoro degli insegnanti. Nondimeno, da genitore di tre figlioli (in ogni ordine e grado), vivo tutto il disagio della scuola nel nostro Paese, a cominciare dal rapporto tra prof e genitori. Nei fatidici "colloqui" e "ricevimenti", credo che la scuola dia il peggio di sè  (dalle file alle sette del mattino per segnarsi nella lista di attesa, ai giorni di ferie al lavoro per parlare con uno o due insegnanti).
Perché allora non impiegare i prof nelle stesse 36 ore settimanali di tutti gli altri impiegati pubblici (fermo restando le 18 ore di lezione frontali in aula), da svolgere sempre negli Istituti, ma utilizzando le altre 18 per tutte le altre attività (colloqui con i genitori, correzione compiti, approfondimento, preparazione dei materiali e sussidi didattici, aggiornamento, formazione, ecc.)? Chissà, forse riusciremmo anche a rendere più vive ed animate le nostre scuole, su orari più ampi, a tutto vantaggio delle comunità locali, scolastiche e non.”
Rispondo a te e a lui.
36 ore? Noi lo diciamo spesso: dateci uno spazio attrezzato e fateci lavorare 36 ore alla settimana. Sì, piacerebbe a molti entrare e uscire senza aver nulla da fare alla fine delle otto ore: ognuno dovrebbe avere il suo piccolo ufficio con scrivania, lampada da tavolo, computer, libri ecc., e potremmo finalmente smettere di consumare il nostro PC, la nostra stampante, ecc. Ma nelle scuole non c'è nulla che permetta di lavorare così: non ci sono soldi, non ci sono spazi, non c’è un PC per ogni insegnante; le stampanti e le fotocopiatrici sono poche e spesso fuori uso. Noi a casa usiamo il nostro computer e i nostri libri. Certo non possono chiederci di portarlo a scuola e lasciarlo lì senza controllo (personalmente, poi, scrivo sempre su un computer fisso con uno schermo molto grande, e uso il portatile solo eccezionalmente perché per me è troppo piccolo). Nelle scuole, inoltre, ci sarebbe bisogno di un riscaldamento adeguato o di aria condizionata, perché non viene garantita una temperatura ottimale: o è troppo caldo o è troppo freddo. Attualmente, quindi, non c'è nessuna possibilità di fare 36 ore.
Ma ci piacerebbe. Parte delle ore potremmo farle anche fuori, ovviamente, per parlare con gli assessori, con gli assistenti sociali, con gli psicologi; potremmo fare riunioni fra di noi, ecc.
A questo punto però le 18 ore in classe sarebbero troppe. Quando usciamo da scuola siamo molto stanchi. Le ore in classe – soprattutto in una classe difficile - sono paragonabili ai lavori che prevedono un rapporto con il pubblico (un pubblico esigente) in cui il flusso di gente è costante e non c’è nessun tempo morto. Un po’ come se in un negozio fosse sempre Natale e ci fosse un via vai continuo di gente da servire. Oggi possiamo farlo perché poi andiamo a casa e ci riposiamo la voce, le orecchie, e soprattutto il cervello.
Perché noi non siamo "come tutti gli altri impiegati". Non facciamo un lavoro di ufficio. Non riempiamo dei moduli, non passiamo delle carte, non prepariamo dei preventivi, non eseguiamo gli ordini di qualcuno. E, soprattutto, non siamo baby sitter che devono tenere occupati bambini e ragazzi perché i genitori non sanno dove metterli. Il nostro è uno dei lavori che prevedono che aiutiamo altre persone: gli alunni e i genitori. Educhiamo, insegniamo, prepariamo per la vita. Siamo dei professionisti laureati. Siamo come i medici, come gli avvocati. È un lavoro stressante e usurante. Perciò anche lo stipendio dovrebbe essere adeguato.
Ma potremo mai ottenere questo? Ne dubito.
Buon lavoro, Martina!


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