La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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venerdì 3 gennaio 2014

“Ma quante ore lavoriamo?”. 432° post


Martina mi scrive:

“Gentile Professoressa Milani, tempo di vacanze e di riposo, tempo che posso finalmente dedicare a scrivere questa lettera alla quale penso da un po’.
Sono un’insegnante precaria di italiano alle medie, sebbene abilitata e fortunatamente sempre occupata.
Quest’anno sono anche molto contenta delle classi in cui insegno, mi reco a scuola felice e impaziente di entrare in classe per iniziare la giornata con i miei ragazzi.
Credo che parte del merito di un clima così positivo si debba sicuramente ai ragazzi e alle loro famiglie ma forse una parte si deve anche al continuo sforzo di cercare di proporre i “soliti” argomenti con attività nuove, che coinvolgano direttamente i ragazzi attraverso un approccio che sia prima pratico e poi teorico.
Per far questo, come suggerito nel suo libro, cerco di aggiornarmi, passo molto tempo anche su internet alla ricerca di idee e suggerimenti nei tanti, molto spesso ben fatti, blog dei colleghi.
Il problema è che questo genera delle tensioni nella mia famiglia. Ho un bimbo piccolo, che richiede e al quale amo dare attenzioni e tempo e così spesso mi ritrovo a lavorare di sera. A quel punto mio marito, che è libero professionista, comincia però a lamentarsi del fatto che non rimane tempo per noi e a chiedermi quante ore al giorno dedico a preparare le lezioni e come mai non riesco a concludere il mio lavoro nelle ore in cui nostro figlio è all'asilo nido. Da lì il suo conto è molto rapido e afferma che per quello che mi pagano, lavoro troppo, che il mio “stipendio orario” è risibile.
Io cerco di spiegargli che questo tipo di ragionamento, assolutamente corretto per la sua professione, non posso applicarlo al mio lavoro…. Eppure una parte di ragione gliela riconosco, alla fine con un mutuo da pagare, un figlio da mantenere e un altro bimbo all'orizzonte quando si tratta di decidere chi dei due lavora il sabato pomeriggio o la domenica e chi resta con il bambino, succede sempre che lui lavora e io gioco con mio figlio perché questo è ciò che di fatto ci permette di arrivare a fine mese. Questa situazione ha l’innegabile vantaggio per me di poter dedicare più tempo a mio figlio ma poi mi costringe a ritmi assolutamente frenetici durante la settimana o a discussioni sul numero di ore serali utilizzate per lavorare e, a volte, per quanto mi dispiaccia, a scegliere di non fare qualche attività con i ragazzi a scuola perché non ho il tempo per prepararla.
Le sto raccontando questo come riflessione sul fatto che uno stipendio, almeno un po’ più alto, risolverebbe, almeno in parte, questa situazione in cui il nostro lavoro, per una certa parte del tempo, diventa volontariato e come tale necessita di una disponibilità che in una famiglia non sempre è facile ritagliare.
So che la percezione della società è molto diversa, mio padre stesso, che non conosce molto del mio lavoro, afferma che “ti pagano anche troppo”, nella convinzione che il mio lavoro coincida solo con le 18 ore passate a scuola. E da qui nasce il mio sogno, che so che potrebbe rivelarsi anche molto impopolare: io sarei felicissima se ci fosse richiesto di fermarci a scuola il pomeriggio per preparare le lezioni, in tal modo sarebbe più facile costruire dei progetti comuni con i colleghi o comunque “fare squadra”, il nostro lavoro sarebbe più riconosciuto e avremmo spazi e strumenti assicurati per le nostre necessità.
La ringrazio per l’attenzione e le auguro buone feste…Martina”

Cara Martina, solo chi vive nella Scuola sa che chi fa bene il suo lavoro è impegnato per moltissime ore. Il riconoscimento sociale di queste ore “sommerse” è assente perché purtroppo questo è un lavoro che si potrebbe fare (male) anche limitandolo strettamente alle ore in classe e alle riunioni, lasciando tutto il resto al caso, all’improvvisazione e alla ripetizione degli stessi identici argomenti per ogni classe e per ogni anno. E proprio chi non lavora racconta in giro che fa poco e che quindi lo stipendio è anche troppo. Fra la campana che dice “sono stanco morto” e quella che dice “per quello che facciamo ci danno anche troppo” la gente crede alla seconda.
Fare quello che consiglio comporta un impegno costante: per mettersi in discussione (ci vuole tempo anche per decidere quello che non va), per aggiornarsi, per leggere e studiare i libri che possono renderci più interessanti, più efficaci, e che possono rendere più accattivanti le nostre lezioni; ci vuole tempo per navigare fra i blog alla ricerca di idee e per studiare gli esercizi da proporre agli alunni.
Chi ha bambini piccoli ha il grosso problema di avere agli occhi degli altri “tutto il pomeriggio libero” e di doversi giustificare per il tempo dedicato al lavoro.
Cara Martina, spesso le colleghe che hanno bambini piccoli se ne stanno a scuola a correggere i compiti e a studiare. Dicono a casa che sono impegnate, e coinvolgono i nonni o la babysitter per tenere i bambini. Solo così chi sta a casa crede che insegnare comporti del lavoro oltre alle diciotto ore. Credo che l’idea funzioni.
Prova! Non è una bugia! Per il resto, bisogna che tu trovi dei compromessi: parla a tuo marito e spiegagli che sei obbligata a prepararti per riuscire a gestire e a interessare gli alunni. Cerca di organizzarti il lavoro domestico, per esempio preparando prima dei piatti che poi puoi congelare e tirare fuori all’occorrenza. Non è il massimo ma si può fare. Così potresti riservare del tempo ai bambini e a tuo marito. Seleziona bene le attività da svolgere a scuola e accetta il fatto che non puoi dedicare tutto il tuo tempo libero agli alunni: scegli le attività più importanti e rinuncia alle altre. Privilegia le attività che insegnano un metodo, in modo che i ragazzi possano fare altre attività seguendo un certo modello.
Per quanto riguarda il lavoro pomeridiano, non sei la sola che troverebbe più logico fare 36 ore. Recentemente, per esempio, mi ha scritto un lettore del blog:
“Nutro una profonda ammirazione e un attento rispetto per il lavoro degli insegnanti. Nondimeno, da genitore di tre figlioli (in ogni ordine e grado), vivo tutto il disagio della scuola nel nostro Paese, a cominciare dal rapporto tra prof e genitori. Nei fatidici "colloqui" e "ricevimenti", credo che la scuola dia il peggio di sè  (dalle file alle sette del mattino per segnarsi nella lista di attesa, ai giorni di ferie al lavoro per parlare con uno o due insegnanti).
Perché allora non impiegare i prof nelle stesse 36 ore settimanali di tutti gli altri impiegati pubblici (fermo restando le 18 ore di lezione frontali in aula), da svolgere sempre negli Istituti, ma utilizzando le altre 18 per tutte le altre attività (colloqui con i genitori, correzione compiti, approfondimento, preparazione dei materiali e sussidi didattici, aggiornamento, formazione, ecc.)? Chissà, forse riusciremmo anche a rendere più vive ed animate le nostre scuole, su orari più ampi, a tutto vantaggio delle comunità locali, scolastiche e non.”
Rispondo a te e a lui.
36 ore? Noi lo diciamo spesso: dateci uno spazio attrezzato e fateci lavorare 36 ore alla settimana. Sì, piacerebbe a molti entrare e uscire senza aver nulla da fare alla fine delle otto ore: ognuno dovrebbe avere il suo piccolo ufficio con scrivania, lampada da tavolo, computer, libri ecc., e potremmo finalmente smettere di consumare il nostro PC, la nostra stampante, ecc. Ma nelle scuole non c'è nulla che permetta di lavorare così: non ci sono soldi, non ci sono spazi, non c’è un PC per ogni insegnante; le stampanti e le fotocopiatrici sono poche e spesso fuori uso. Noi a casa usiamo il nostro computer e i nostri libri. Certo non possono chiederci di portarlo a scuola e lasciarlo lì senza controllo (personalmente, poi, scrivo sempre su un computer fisso con uno schermo molto grande, e uso il portatile solo eccezionalmente perché per me è troppo piccolo). Nelle scuole, inoltre, ci sarebbe bisogno di un riscaldamento adeguato o di aria condizionata, perché non viene garantita una temperatura ottimale: o è troppo caldo o è troppo freddo. Attualmente, quindi, non c'è nessuna possibilità di fare 36 ore.
Ma ci piacerebbe. Parte delle ore potremmo farle anche fuori, ovviamente, per parlare con gli assessori, con gli assistenti sociali, con gli psicologi; potremmo fare riunioni fra di noi, ecc.
A questo punto però le 18 ore in classe sarebbero troppe. Quando usciamo da scuola siamo molto stanchi. Le ore in classe – soprattutto in una classe difficile - sono paragonabili ai lavori che prevedono un rapporto con il pubblico (un pubblico esigente) in cui il flusso di gente è costante e non c’è nessun tempo morto. Un po’ come se in un negozio fosse sempre Natale e ci fosse un via vai continuo di gente da servire. Oggi possiamo farlo perché poi andiamo a casa e ci riposiamo la voce, le orecchie, e soprattutto il cervello.
Perché noi non siamo "come tutti gli altri impiegati". Non facciamo un lavoro di ufficio. Non riempiamo dei moduli, non passiamo delle carte, non prepariamo dei preventivi, non eseguiamo gli ordini di qualcuno. E, soprattutto, non siamo baby sitter che devono tenere occupati bambini e ragazzi perché i genitori non sanno dove metterli. Il nostro è uno dei lavori che prevedono che aiutiamo altre persone: gli alunni e i genitori. Educhiamo, insegniamo, prepariamo per la vita. Siamo dei professionisti laureati. Siamo come i medici, come gli avvocati. È un lavoro stressante e usurante. Perciò anche lo stipendio dovrebbe essere adeguato.
Ma potremo mai ottenere questo? Ne dubito.
Buon lavoro, Martina!


mercoledì 17 ottobre 2012

Il burnout degli insegnanti. Seconda parte. 332°


Care Colleghe, cedere, in certe situazioni, è normale. Insegnare è molto faticoso, e se uno non ha la forza (tanta) che serve per affrontare questo lavoro, prima o poi, cede. Soprattutto se incontra classi difficili, il che accade molto spesso.
Ci sono ormai parecchi studi sulla “sindrome del burnout” degli insegnanti. “Burnout” significa “bruciato”, “esaurito”, scoppiato”. 
Chi viene colpito dalla sindrome del burnout si sente completamente sfinito dal punto di vista fisico ed emotivo, sente di essere inutile, incapace. Vede tutto nero, si sente fallito, cerca di cambiare lavoro o si rivolge a uno psichiatra per avere un aiuto farmacologico.

Se, secondo vari studi, il 30% degli insegnanti fa uso di psicofarmaci ansiolitici e antidepressivi, significa che il lavoro non è di tutto riposo come sembra dal di fuori. 
E questo blog permette di farsi un’idea precisa dei motivi.

Per insegnare non basta conoscere la materia che si insegna. Bisogna avere anche alcune caratteristiche che non tutti hanno.
1. Bisogna voler insegnare, prima di tutto. Considerare l’insegnamento come un desiderio interiore. L’insegnamento è un lavoro e non una missione, ma è un lavoro che non puoi fare se non lo desideri. Ma non basta neppure questo.
Solo chi insegna sa quanta fatica costa stare sul palcoscenico, giorno dopo giorno, e dover essere sempre all'altezza di ciò che si aspettano gli alunni, i genitori, i colleghi. Sa quanto può essere terribilmente umiliante trovarti ad avere una trentina di bambini o ragazzini o ragazzi che si prendono gioco di te, o ti ignorano o ti umiliano, mentre tu cerchi disperatamente e inutilmente di farli smettere. E non puoi fare nulla, in realtà, se non constatare la tua incapacità di gestirli. Ho visto colleghi vomitare prima di entrare in classe. Vomitare di paura.
2. Per insegnare devi conoscere la tua materia, e devi conoscerla bene, aggiornandoti sempre. Perché se non sei preparato non riuscirai a farti seguire e stimare.

3. Per insegnare devi saper tenere la disciplina. 
“Non è capace di tenere la disciplina” è una frase che viene pronunciata come una condanna. Perché è vero, se non sai tenere la disciplina puoi essere un’insegnante preparatissimo, ma non insegni nulla. Se i ragazzi si annoiano e non ti ascoltano non è colpa loro, in realtà. È colpa tua. Non si può pretendere che ascoltino qualcosa che non li interessa affatto. E non si può pretendere che abbiano la maturità di capire che devono ascoltare per imparare (non lo facciamo neppure noi adulti quando ci annoiamo). E allora? Qual è il problema?


Eccolo, il problema: la società, lo Stato, i governi ci sbattono dentro una classe piena zeppa  di ragazzini ai quali non è stato insegnato né il rispetto, né lo spirito di sacrificio, né la pazienza, né la correttezza, né l’onestà. E se le famiglie hanno dato loro un’educazione seria, tutto quello che li circonda li convince che sono sciocchezze e noi ci troviamo con un problema in più: quello di risolvere l'emarginazione nella quale questi bambini educati vengono relegati dai compagni. 
Lo Stato non ci dà le risorse necessarie per affrontare le difficoltà dei ragazzi. Né ci ha preparati, in realtà,  a tenere testa a una classe difficile, né a gestire davvero i problemi dei bambini e degli adolescenti. La prova di questo sta nel successo di un libro come quello che ho scritto, e dei commenti che vengono fatti, che mettono sempre in risalto il fatto che neppure chi ha fatto corsi specifici è stato preparato ad affrontare le classi.
Ci sbattono dentro una classe piena zeppa di alunni – una classe pollaio- e si aspettano che siamo tutti in grado di affrontare le loro difficoltà. Perché - l'ho già detto, ma lo voglio ripetere- chi si comporta male ha dei problemi. E là, "in alto", pretendono che siamo interessanti, affascinanti, coinvolgenti; forti e dolci nello stesso tempo. Esigono che non abbiamo problemi personali. Ma tutti abbiamo dei problemi, e quando entriamo in una classe difficile ci entriamo anche con i nostri problemi, e dobbiamo affrontare i nostri e quelli degli alunni, contemporaneamente. Gli insegnanti sono persone. Sembra scontato ma non lo è, evidentemente. A volte i maestri e i professori sono fragili, molto timidi, complessati, depressi. O non hanno autostima, o non sanno dire di no, o hanno avuto brutte esperienze, o - addirittura -  sono stati oggetto di violenza, o hanno assistito a violenze, o hanno sofferto gravi lutti o abbandoni che li hanno segnati. 
A volte non ce la fanno proprio, gli insegnanti, a resistere alle offese, alle prese in giro; a volte non sanno reagire alle minacce, alle urla, perché hanno paura. 
L’angoscia che precede l’entrata in una classe difficile non viene capita che da quelli che la provano.
Gli altri, la gente, tutti quelli che sono fuori dalla Scuola, i genitori, i ministri, i governi,esigono che gli insegnanti siano tutti  forti, sicuri di sé. Ma vogliono pagarli poco. E adesso farli stare nelle classi pollaio altre sei ore, come se sei ore fossero una cosa da nulla. E non credono alla loro stanchezza, e non perdonano le loro debolezze. E qualche volta queste cose le pensa anche chi insegna nei licei.
“Non sa tenere la disciplina. Eh, ma se ci fossi io, li metterei tutti a posto”. Dicono così.
Ma nessuno chiede di provare.
L’insegnamento è un lavoro che con puoi fare se non hai certe caratteristiche. Ci vuole un certo carattere: forte, deciso. O bisogna essere addestrati come per entrare in un ring, a volte. 
Per queste ragioni, insegnanti giovani, se siete timidissimi, se avete paura, se non sapete studiare per trovare strategie che possano rendervi interessanti; o se credete che la colpa sia dei ragazzi, cambiate lavoro, perché insegnare può essere davvero molto faticoso e frustrante.
E lei Ministro della Pubblica Istruzione, prima di dire che gli insegnanti devono lavorare di più, prima di pensare che possono stare in classe più di 18 ore, si informi bene. Lo chieda a noi, quali sono i problemi. Non ci chieda di fare il sacrificio di qualche ora in più. Ci suona ridicolo e terribile contemporaneamente. E faccia fare dei test attitudinali seri prima di "buttare" gli insegnanti nella fossa dei leoni.  E procuri quello che serve davvero, se vuole una Scuola di qualità.
O nessuno si lamenti più.
Prima parte: qui.

sabato 5 novembre 2011

“Ogni anno cambio scuola e devo ricominciare da capo". 254°

Monica mi scrive:

“Gentile Professoressa Milani, sono un' insegnante di scuola media di matematica e scienze..Sono giovane alle prime armi, e devo dire che ogni anno penso di avere fatto esperienza nella classe peggiore, mi sento forte quando inizio un nuovo anno, perché mi dico " non sarà peggio dell'anno scorso..", ma poi mi accorgo che al peggio non c'è limite...o perlomeno mi sembra che l'esperienza fatta non sia tanto utile come vorrei. Ogni anno cambio scuola e all'inizio non conosco gli alunni e i colleghi, è sempre una fatica che dura mesi: farsi conoscere e apprezzare, conquistare la loro stima e il rispetto, una fatica che appena dà i suoi frutti viene vanificata dal trasferimento in un’ altra sede. In queste condizioni come si può essere un buon insegnante? E' davvero possibile conquistare gli alunni e la loro attenzione in tempi brevi o addirittura dal primo ingresso in classe? Ogni classe ha una storia a sé e quello che impariamo l'anno precedente non necessariamente è utile l'anno dopo... Quest'anno mi è capitata una classe una seconda molto chiassosa, dai colleghi so che l'anno scorso gli alunni in matematica non hanno combinato niente in quanto avevano una docente che non era in grado di tenere la classe, alla sua ora c'era il marasma e la stessa dirigente scolastica mi ha detto che in quella classe si "sopravviveva" . Tutto ciò era dovuto alla presenza di un alunno che disturbava molto, che quest'anno non c'è perché è stato bocciato, quindi si aspettano che quest'anno vada un po' meglio. La classe è molto chiassosa, e soprattutto alle ultime ore di lezione mi è quasi impossibile fare lezione. In due ore sono riuscita solo a correggere un'espressione alla lavagna, interrogare 2 persone e fare un cruciverba scientifico, tutto questo intervallato da chiasso, urla e paternali da parte mia e alla fine una nota a quelli che secondo me sono stati più responsabili degli altri...A volte penso che forse i miei ritmi e le mie aspettative sono troppo alte per una classe del genere, per dei 12enni, forse per questo spesso rimango delusa e torno a casa frustrata..ma io voglio insegnare loro la matematica, solo che è davvero difficile ottenere la loro attenzione e concentrazione. Dovrei interessarli? Ma come? La matematica è matematica e devono imparare le frazioni, non posso dare loro cruciverba o giochi tutto il tempo, (con i quali peraltro ho visto che si calmano molto e si interessano). Non posso certo tagliare quella parte dal programma. Ho la sensazione che da parte degli alunni ci sia un muro, come se, abituati all'anno scorso, in cui in matematica non si faceva niente, diano per scontato che anche quest'anno andrà cosi. Ripetono spesso che vogliono di nuovo la prof dell'anno scorso, io appaio antipatica e troppo rigida e severa, e questo mi spiace perché sono anche convinta che a quell'età i ragazzi abbiano bisogno di regole, ma anche affetto. Ho convocato i genitori per fare sapere che l'atteggiamento dei ragazzi non è positivo, le cose sono migliorate per poco, ma poi sono tornate come prima. Forse loro si aspettavano che la classe quest'anno migliorasse e recuperasse l'anno perso, ma non credo che sarà cosi. Ci sarà molto lavoro da fare e a giorni torno a casa davvero disperata. Cosa mi consigli? Attendo con ansia il tuo libro. Grazie. Monica.”

Cara Monica, hai ragione: è molto stressante cambiare scuola ogni anno come accade quando si è supplenti. Ma consolati pensando che la gavetta aiuta a migliorare: tutte le esperienze che fai ti costringono ad adottare qualche strategia, magari assolutamente sbagliata, che, efficace o no, è esperienza che ti fai. Anche l’esperienza che ti porta a dire “ho sbagliato tutto” ti serve per non commettere più gli stessi errori. E le buone idee, anche se per qualche motivo non si possono usare l’anno successivo, prima o poi ti serviranno di nuovo, stanne certa.

Sì, credo che sia possibile “conquistare gli alunni e la loro attenzione in tempi brevi o addirittura dal primo ingresso in classe”. Devi scoprire come fare, e serve tempo e molta pazienza.

Non mi ripeterò nel sottolineare l’importanza di imparare ad avere un atteggiamento che porti gli alunni a comportarsi correttamente: puoi leggere i miei consigli sul blog e sul libro.

Faccio soltanto qualche osservazione: credo che con una classe come quella che descrivi forse i tuoi ritmi e le tue aspettative sono davvero troppo alte. Non devi insegnare “LA matematica”, uguale per tutti. Se la classe è molto difficile (attenzione: per tutti i docenti, non soltanto per te), credo che si possa (e si debba) davvero ridurre il programma e fare le lezioni importanti, quelle che sono impossibili da eliminare, con un approccio diverso. Ma non intendo che tu debba trasformarti in un saltimbanco che li diverte. Devi studiare (anche leggendo libri) come rendere interessanti gli argomenti. Interessanti per un alunno di quell’età, non per un docente universitario. Come? Dipende dal tuo background culturale, dalla tua formazione, dai tuoi interessi e dalle tue conoscenze personali. Sai tutto sulle rane? Trova una rana viva da portare a scuola. Porta a scuola qualcosa che li stupisca davvero, qualcosa di apparentemente assurdo, che non si aspetterebbero mai. Sai tutto sulle biciclette? Porta una bicicletta a scuola. Entra con la bicicletta, prevedi che rideranno e perciò ridi con loro della presenza della bicicletta in classe, chiamala per nome, previeni quello che diranno e poi, quando, al di là delle cose che dicono (e che dici tu, prima di loro) ti accorgi del fatto che ci sono sguardi incuriositi, pronuncia con sicurezza e calma la frase “Adesso basta. Sapete perché vi ho portato la bicicletta? Guardate che questa è una interrogazione: chi trova la risposta avrà un buon voto”.

Prevedi il fatto che diranno, per esempio: “Per fare un giro”. Fingi di considerarla una risposta seria e rispondi, senza battere ciglio “No, ho la macchina.” . “Per fare un giro nei corridoi della scuola” “No, i piedi mi funzionano ancora bene”. Ecc. Al primo che dà una risposta anche lontanamente accettabile (cioè, magari sbagliata, ma davvero con intenzioni serie) fai un sorriso e rispondi “Bene. Non è la risposta giusta, ma è un’idea interessante”. Comincia a dare qualche aiutino. “Vi do un aiuto: che cosa potrei calcolare di una bicicletta? Facciamo così: scrivete un elenco di tutti i calcoli che potrei fare osservando una bicicletta. Faccio il primo esempio: “potrei calcolare la circonferenza della ruota. Non dovete scrivere le risposte, ma soltanto le domande. È un’interrogazione scritta e darò il voto: 3 a chi non scrive niente; 4 a chi scrive solo una riga; 5 a chi scrive qualche riga; 6 a chi scrive 5 esempio di calcolo, e così via. Darò 8 a chi trova qualcosa di giusto a cui nessuno ha pensato. Prendete il quaderno e scrivete “Tutti i calcoli che posso fare su una bicicletta”. Scrivete in alto il vostro nome e la classe e cominciate: avete venti minuti di tempo.”

Al primo alunno che dice qualcosa di inutile dici “Senti Tizio, se tu non hai voglia di impegnarti, fai pure. Ti darò 2 invece di 3. Ma non trascinare giù a fondo anche i tuoi compagni che non vogliono ripetere l’anno. Perché, è ovvio, Tizio, che avrei tanto piacere che tu venissi promosso, ma non potrò scrivere il falso. Se avrai 3 te lo dovrò mettere alla fine dell’anno”.

Non so se mi sono spiegata. È facile? No: è difficile. Bisogna essere preparati davvero, e non soltanto nella materia che insegniamo. Bisogna avere nel nostro kit di emergenza tantissime strategie e conoscenze. Personalmente, per prepararmi, faccio così: guardo qualche volta i programmi che guardano, per poter fare riferimenti “Senti, Tizio, smettila, per favore. Ma chi credi di essere, Walker il Texas ranger?”; “Senti, Caia, stai attenta. A chi stai pensando a Luca di Tolla del Grande Fratello?”. “Sempronio, ma non potevi studiare, fra una chat e l’altra?”. “Non sai rispondere alla domanda? Guarda che dovevi studiarla sul libro a pag. 166, non su messenger”. “Va bene, ho capito che sei spiritoso. Metti la battuta sul tuo profilo facebook. Io metto il voto sul registro, invece, perché la battuta che hai fatto era carina, a purtroppo non era il momento giusto per farla”. Gli altri della classe rideranno, ma questa volta con te, e non con il compagno disturbatore. Ma non permettere che gli manchino di rispetto. Sii inaspettatamente (per loro e per lui) protettiva nei suoi confronti. perché tu, comunque, sei l'insegnante e hai il dovere di essere giusta. Fallo parecchie volte e vedrai che le battute sciocche diminuiranno drasticamente.

Renditi conto del fatto che è molto difficile, ma non impossibile, se capisci come fare.

Se i ragazzi si sono abituati l’anno scorso a non fare nulla, se i genitori si aspettano miracoli, parla chiaramente e spiega la situazione. Non ti sentire in colpa, perché devi essere consapevole del fatto che le loro pretese sono assurde, e sono quelle di chi non si rende conto di quello che significa insegnare.

Un’ultima osservazione: dici che i ragazzi hanno bisogno di regole, ma anche affetto. È vero, Monica. Ma non devi dare tu l’affetto di cui hanno bisogno. Quello è compito dei genitori. Tu devi dare loro regole, preparazione, comprensione nelle difficoltà, aiuto e rispetto. Il che non ti impedisce, dentro di te, di provare anche affetto.

Sarebbe come se il medico dicesse che il malato ha bisogno di cure e affetto, e che il medico ha il dovere di darglieli. Non ti suona assurdo?

Spero di averti aiutato. Fammi sapere.

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