Mi viene chiesto spesso “Come
devo educare mio figlio?”.
Mi chiedono consigli, le giovani
mamme, pensando che io, come insegnante che vive da molti anni a contatto con i
ragazzi, conosca qualche segreto.
Rispondo a tutti con questo post.
Prima di tutto: educare come
insegnante è molto diverso dall’educare come genitore. Anch’io, effettivamente,
prima di provare, ero convinta che l’esperienza che mi ero fatta a scuola mi
avrebbe aiutato molto nell’educazione del mio bambino. Quando ho cominciato a
trovare delle difficoltà ho pensato che il mio lavoro mi avrebbe di sicuro
aiutato al momento dell’adolescenza. Ah, allora sì, che sarebbe andato tutto a
gonfie vele: ottengo tanti bei risultati con i miei alunni, figuriamoci con mio
figlio! Invece, se possibile, è stato peggio. Lo dico per gli insegnanti che
leggono: credo che non ci sia niente di peggio che essere figli di un
insegnante. Figuriamoci se i genitori sono entrambi insegnanti.
L’insegnante-genitore tratta il figlio un po’ come un alunno, e suscita in lui
la sensazione di essere sempre interrogato. Non fa bene, questo, al bambino o
all’adolescente. L’ansia di prestazione lo rende ansioso. O ribelle.
L’insegnante tende a non tollerare in suo figlio quello che non tollera (o non
dovrebbe tollerare) a scuola, come insegnante. E così, i figli degli altri,
almeno a casa, sono liberi di essere se stessi (anche troppo); il nostro è
sempre sotto pressione. Educatissimo, magari bravo a scuola, ma pieno di ansie.
Educare un figlio è un compito
davvero difficile. Lo so, che “Le mamme non sbagliano mai”, che “I no aiutano a
crescere”, e che “I bambini hanno bisogno di regole”. Ma è difficile in ogni
caso. Anche leggendo, anche avendo studiato. Anzi, a volte è più facile per chi
non ha studiato e si comporta con spontaneità, che per chi cerca di applicare
le regole della psicologia.
Detto questo, però, posso dare
dei consigli, che sono il frutto delle mie osservazioni, delle mie riflessioni,
delle mie letture, dei miei successi e, soprattutto, dei
miei errori. Ovviamente, sono soltanto riflessioni, le mie, e certo non posso,
né so, esaurire l’argomento in un blog. Comunque, comincio, perché credo che possano offrire un utile punto di partenza: c'è quello che ho capito che sta alla base dell'educazione, c'è quello che ho capito di aver sbagliato e quello che ho capito di aver saputo fare.
Prima di tutto, il bambino,
quando nasce, non sa nulla.
Tutto quello che diventa è il
frutto di quello che vede, di quello che prova e di quello che il suo corpo gli
permette di diventare. La personalità che emergerà è il frutto di tanti fattori
diversi. Sì, ha il suo carattere, ma il carattere è solo un elemento della sua
persona. Questo significa - e vale anche per tutti gli alunni- che ha una
logica ben precisa l’affermazione “il bambino che si comporta male non ha colpa
di quello che fa”.
(Allora, mi si dirà, nessuno ha
colpa di nulla. Rispondo: infatti rifletto su questa idea da tutta la vita. E
non sono ancora arrivata a una conclusione. Ma qui il discorso è troppo lungo.)
Ogni bambino è un caso a sé. È
una personcina, non è un blocco di creta da plasmare. È un essere che ha delle caratteristiche fisiche e
psichiche tutte sue. È come un dolce già iniziato che ci viene dato: noi, e l’ambiente, mettendoci certi
ingredienti invece di altri, possiamo farlo diventare una torta margherita, o
una sacher, o un panettone, e possiamo farcirla, decorarla, schiacciarla,
scioglierla, lasciarla cadere. E possiamo renderla bella e buona. O rovinarla.
Ogni bambino ha delle
esigenze. Come una pianta. Una camelia non può essere messa in pieno sole. Per
vivere e fiorire ha bisogno di ombra luminosa. Bisogna rispettare le esigenze della pianta, non le nostre. Così
è per il bambino: rispettate il suo bisogno di tranquillità, di regolarità, di
aria aperta, di gioco. Non portatelo al mare al vento e al sole delle tre
perché vi piace abbronzarvi. Starebbe male e imparerebbe a piangere e a urlare
per difendersi. Non lo sballottate da casa, a casa di una vostra mica, e poi al
supermercato, in pizzeria in mezzo al chiasso, e poi a casa, ormai di notte.
Non dategli da mangiare quello che è comodo a voi, ma quello che piace e fa
bene a lui. Non fategli seguire i vostri ritmi di adulti: seguite voi i suoi, per quanto vi è possibile.
Esistono delle fasi della
crescita che sono sostanzialmente uguali per tutti: non è un dispetto del
nostro bambino quello di lasciare cadere dall’altro del seggiolone tutti gli
oggetti che gli si danno, per fermarsi a guardarli. Lo fanno tutti. Sta soltanto sperimentando.
Non è disubbidiente se dice sempre “no!”: lo fanno tutti, in un certo periodo!
Se, piccolino, ci dà un calcio, non si rende conto di quello che significa il
calcio: ha soltanto scoperto l’effetto che produce. E lo fanno tutti. Se piange
quando è solo nel lettino, non è “furbo" e non "vuole solo farsi prendere in braccio!”. Sta
comunicando il suo disagio e sa che la mamma può aiutarlo. Non bisogna
“lasciarlo piangere, vedrai che prima o poi si stanca”. Bisogna consolarlo.
Quindi informatevi di quali sono
le fasi della crescita e tenete presente tutto. Conoscere è capire.