La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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martedì 7 febbraio 2017

Se i ragazzi non sanno scrivere, leggere e parlare. Il mio articolo su Il Libraio. 606° post

"I ragazzi non sanno l'italiano", hanno scritto 600 docenti universitari lanciando un appello al governo perché faccia qualcosa. 
Non sono d'accordo su nulla e perciò ho risposto.

È stato molto difficile scegliere che cosa spiegare fra le tantissime cose che ci sarebbero state da dire.
Vorrei precisare un concetto per rispondere a chi insegna altre materie e rimane perplesso di fronte all’idea di un aumento delle ore di italiano.

È ovvio che il problema dell'italiano è il problema di altre materie. Ma qui si sta parlando dell'italiano e per questo ho parlato dell'aumento delle ore di italiano. E se ci pensate bene, dicendo che ci devono essere ore al mattino e ore al pomeriggio di italiano, ho voluto fare una provocazione: 
Oltre a – Un aumento delle ore di italiano in tutti gli ordini di scuola
ho scritto infatti anche 
- Una revisione delle materie di studio. Problema molto delicato, ma da affrontare.
E ho scritto anche che le ore a scuola sono troppe per gli alunni di tutti gli ordini di scuola. Allora emerge questa situazione:

Troppe ore a scuola + più ore di italiano, più ore di matematica, più ore di chimica, più ore di inglese, più ore di francese = quante ore dovremmo fare? Come facciamo? Che cosa togliamo? E dove vanno a finire gli insegnanti che verrebbero considerati “meno importanti”? 

Non è un problema delicato, ma delicatissimo. È un problema più che delicato. E' un nervo scoperto. Lo so, credetemi. Ma ho voluto proprio mettere in evidenza questo problema. Dobbiamo pensare a cose come questa, non a fare degli altri test.


Italiano a scuola: cosa non hanno capito i 600 firmatari dell’appello al governo

di Isabella Milani | 07.02.2017

"Il grosso, l’enorme problema è che la situazione è così ingarbugliata e incancrenita che è difficile adesso, porre dei rimedi veri. Dare la colpa a qualcuno in particolare è ridicolo. E’ ridicolo soprattutto dare la colpa agli insegnanti, perché le colpe principali sono esterne alla scuola (a partire dalla politica e da chi manovra i gusti e gli acquisti). "

Leggete l'articolo cliccando qui.

giovedì 17 settembre 2015

"Gli errori che i genitori con figli a scuola o all’asilo devono evitare". Su IL LIBRAIO 531° post




"Cari genitori, nonni, amici di genitori e nonni, ricordate che i bambini, anche se piccoli, vi guardano e vi ascoltano...". Ci sono errori che si fanno in buona fede, senza rendersi conto delle conseguenze. E qualche sbaglio si può fare ancora prima dell’inizio della scuola. Altri si possono commettere durante... - Ecco i consigli dell'esperta per evitare di commetterli


Ci sono errori che genitori e nonni fanno in buona fede, senza rendersi conto delle conseguenze. Qualche errore si può fare ancora prima dell’inizio della scuola. Altri si possono commettere dopo.
Scuola dell’infanzia – Cari genitori, nonni, amici di genitori e nonni, ricordate che i bambini, anche se piccoli, vi guardano e vi ascoltano. Qualcuno vi chiederà senz'altro: “La mandi all'asilo?” (la gente continua a usare la parola “asilo” perché effettivamente è più semplice e quindi preferibile). Non rispondete con aria afflitta “Eh sì… Lei non ci vuole andare, ma devo mandarla per forza perché non so a chi lasciarla”. Prima di tutto: “Lei non ci vuole andare”? Ma come fa una bambina così piccola a sapere che cos'è l’asilo? Sa quello che le dite voi. Se non ci vuole andare è perché le avete messo delle paure anticipatorie. Le avete insegnato a dipendere troppo da voi e a essere ansiosa. Le avete insegnato a provare verso la scuola sentimenti di diffidenza e a immaginarla come un luogo brutto, di cui avere paura. Siete voi a vedere la scuola così, e non stupitevi se la bambina non andrà volentieri a scuola.
La nonna a volte proprio non vuole lasciare andare il bambino all'asilo. “Poverino, ma perché lo mandi all'asilo quando ci sono qua io che posso guardartelo?”. Cara nonna, il bambino ascolta! Un bambino ha bisogno di stare anche con i suoi coetanei. Passare tutto il giorno con la nonna non gli dà l’opportunità di imparare a rapportarsi con gli altri, ad aspettarsi uno schiaffo se dà uno schiaffo. Impara che i giochi si possono e si devono condividere, e che non tutto è suo. Soprattutto, capisce che non può fare quello che vuole. Quando lo lasciate all'asilo non fate ciao con la mano, con le lacrime agli occhi. Se si mette a piangere è perché percepisce che non ce lo portate volentieri, che non vi fidate delle maestre. Non vi sentite in colpa: il bambino starà bene! Non lo avete abbandonato. Appena volterete l’angolo smetterà. È bene che impari a vivere anche al di fuori dell’ambiente familiare.
Scuola primaria – Quando accompagnate il bambino in prima elementare (la chiamiamo ancora tutti così), non lo riempite di raccomandazioni come se andasse da solo nel bosco dove vive l’orco cattivo. Parlategli di quanto è bello stare con tanti altri bambini, di quanti giochi potrà fare.
Se il bambino frequenta le classi successive, state attenti (voi genitori e voi nonni), quando si comporta male, a non urlargli “E smettila! Non vedo l’ora che tu vada a scuola! La maestra ti metterà a posto! Ti darà tante punizioni, vedrai!”. L’inizio della scuola – con queste premesse – lo farà sentire rifiutato, perché percepirà che non vedete l’ora di mollarlo ad altri.
Non parlate davanti a lui di fatti di cronaca che hanno per soggetto maestre che vengono arrestate perché picchiano i bambini. Non dite alla vostra bambina “Stai attenta! Se un bambino ti picchia, devi dirlo subito alla maestra!”. Penserà che la scuola sia il luogo delle botte!
Man mano che il bambino cresce, il genitore (non tutti, ma molti) diventa sempre più apertamente critico verso la scuola e – soprattutto – verso gli insegnanti.
Si comincia alla fine delle elementari e si continua alle medie. Lo ripeto: i bambini e i ragazzi vi ascoltano. Se dite “Meno male che cambia scuola, perché le elementari le ha fatte da schifo. Le maestre non lo hanno preparato. Non hanno fatto niente, e poi la maestra di matematica ce l’aveva con lui!” renderete il suo ingresso alle medie un inferno di ansia e di preconcetti.
E qui devo dire qualcosa anche a quelle maestre che per fare studiare gli alunni di quinta li riempiono di racconti terrorizzanti del tipo “alle medie vedrete! Danno un mucchio di compiti! Mettono tanti brutti voti! I professori sono severissimi, vi sospendono, vi puniscono, vi bocciano!”, e così via. Non va bene. Non serve. In questo modo i bambini arrivano già prevenuti.
Nei primi giorni non fate il terzo grado a vostra figlia e ai suoi compagni di classe: “E perché ti ha messo al secondo banco, scusa? E perché non ha chiamato anche te alla lavagna? E che cosa interessa al professore il lavoro che facciamo noi? Che cosa ha detto la professoressa? Si impiccia anche della merenda? Il professore vi ha già dato dei compiti? E che cosa ha detto lui? E lei? A sì? E perché?” ecc. Lasciate lavorare gli insegnanti e vivere tranquilli i vostri figli. Non partite dal presupposto che la scuola sia il luogo delle ingiustizie per eccellenza. Cari genitori, bisogna insegnare ad amare la scuola, e per poterlo fare prima di tutto dovete amarla voi. Se volete che il vostro bambino, o il vostro ragazzo veda la scuola come un luogo dove stare bene e non come una prigione ingiusta, dovete considerarla così prima di tutto voi.
Gli errori che fate danneggeranno prima di tutto i vostri figli.


 (epub) L'arte di insegnare (nuova edizione)
L’AUTRICE – Isabella Milani è lo pseudonimo di un’insegnante e blogger che ha trascorso la vita nella scuola. Per Vallardi ha pubblicato L’arte di insegnare – Consigli pratici per gli insegnanti di oggi.

lunedì 11 novembre 2013

"ma qnt zoccola è la mia prof di mate?". Seconda parte. 416° post

Quali reazioni ha suscitato la lettura del post della diciottenne che chiama "zoccola" la professoressa di matematica che pretende che studino?

Che bisognerebbe mandarla a lavorare, per vedere che cosa significa faticare davvero? Che i genitori avrebbero dovuto darle due belle sberle da piccola? Che avrebbero dovuto bocciarla in prima? 

Che cosa si potrebbe dire di lei? Che fa un sacco di errori? che scrive come se stesse messaggiando? Che è ignorante? Che è volgare? Che è viziata? Che è una vera maleducata? Che è disonesta? Insomma, che non capisce niente?

Sono reazioni istintive comprensibilissime, ma secondo me, non sono le reazioni che dovrebbe avere un insegnante. 

Il post che ho trascritto (uno dei tantissimi di questo tenore che si trovano nel web) ci può aiutare a porci prima molte domande e poi a fare molte riflessioni. Come insegnanti e come genitori.

Prima di tutto: come è possibile che la ragazza diciottenne sia arrivata in quarta liceo con queste idee?

Nessuno si è reso conto prima che aveva una mentalità sbagliata? Dove l’ha presa? E’ nata così? è colpa sua? Le hanno insegnato i genitori a essere così? Gli amici? E ai suoi amici chi ha insegnato questa visione degli insegnanti e dello studio? Nessuno si è accorto che aveva queste idee? Nessun insegnante se ne era accorto, per esempio alle medie? O se ne erano accorti e non hanno saputo fare niente? E’ compito nostro correggere una mentalità sbagliata, o ci limitiamo a bocciare chi ce l’ha? Siamo proprio convinti del fatto che se i genitori non educano i figli o se li educano male noi insegnanti non possiamo farci nulla? E se pensiamo questo, a che cosa serve l’insegnante? Soltanto a trasmettere delle nozioni? Dando per scontato il fatto che il compito di insegnare l’educazione ai bambini e ai ragazzi è senz'altro dei genitori, se ci arriva un ragazzo maleducato o non educato che cosa dobbiamo fare noi, come insegnanti? Ignorarlo? Aiutarlo a capire che cosa è bene e che cosa è male? Se i suoi genitori sono più maleducati di lui, che cosa dobbiamo fare? Bocciargli il figlio perché così impara a mandarlo a scuola male educato? Scuotere la testa, alzare le spalle, e bocciarlo perché non è compito nostro? Prima della quarta liceo, nessuno si era accorto che quei ragazzi trovavano giusto frugare nella borsa di una insegnante? O di una persona qualsiasi? Nessuno, né genitori né insegnanti, aveva perso un po’ di tempo a spiegare che una borsa è proprietà privata e che, frugandoci, si lede la privacy del proprietario? Crediamo davvero che sicuramente qualcuno aveva insegnato questi concetti basilari per il vivere civile a Mena e ai suoi compagni? E se nessuno lo aveva fatto, pensiamo che siano concetti innati? E se non lo sono, non è normale che i ragazzi siano maleducati?

 

Inoltre: come è stato possibile che la ragazza che ha scritto queste cose in italiano scorretto sia arrivata in quarta liceo? Avrebbe dovuto essere bocciata prima? L’italiano e la matematica erano le uniche materie traballanti? Ce n’erano altre? Qualcuno avrebbe dovuto pensarci prima? E se gli insegnanti non ci hanno pensato prima, adesso, in quarta, ci si meraviglia?

Come mai questa ragazza (e tutti i ragazzi e perfino i ragazzini) ha la possibilità di scrivere queste cose in internet (facendo nomi e cognomi) senza che le capiti nulla? È colpa sua che dovrebbe arrivarci da sola a capire che sono cose che non si fanno, anche se la società gliele lascia fare? La società (compresi i loro genitori) considera gli insegnanti come persone rispettabili o li definisce fannulloni? I genitori rispettano gli insegnanti dei figli? Nella società, come viene vista la donna che non si sposa? Dove ha preso, questa ragazza diciottenne, l’idea che la donna non sposata è una donna stressata perché non “sfoga con nessun uomo”? Dove ha imparato questa ragazza a chiamare qualcuno “zoccola”, “stronza”? Dove ha sentito minacciare? Può capitare ai bambini, ai ragazzini e ai ragazzi di sentire o di leggere da qualche parte “Stronzo!!”, “Ma mai nessuno che se la stupri?”, “Delinquente!”, “Vaffanculo!”, “Facce di merda!” “Finocchi!”, “Culattoni!”, “Merda di marocchino”, “Sodomita”*? In altre parole, se gli adulti danno questi spettacoli, i ragazzi dovrebbero essere migliori perché l’educazione e la correttezza sono innate? Infine: è vero o no che si insegna con l’esempio?

 

* parole citate

Continua…

mercoledì 8 maggio 2013

Perché le Prove Invalsi non ci piacciono. 375° post


Le Prove Invalsi non piacciono né ai genitori, che si preoccupano di quello che potranno significare per i loro figli, né agli alunni, che le temono, perché non sanno come saranno e se potranno danneggiarli. Ma, soprattutto, i Test Invalsi non piacciono agli insegnanti. Ma perché? 
I soliti denigratori credono che non ci piacciano perché abbiamo paura di essere giudicati. Assurdo. Ma che cosa ce ne importa, di quello che pensano all'Invalsi di noi? Non li conosciamo, non si preoccupano di chiedere il nostro parere su nulla (che l'abbiamo chiesto a non sappiamo quali insegnanti, ci interessa poco, visto che non sappiamo chi sono e quindi non hanno la nostra fiducia); ci chiedono di eseguire, zitti e senza pensare,  come se non avessimo nulla a che vedere con il processo educativo. Ci importerebbe se pensassimo che davvero quello che viene giudicato possa valutare anche noi. Ma noi sappiamo che si tratta di test che non potranno mai valutare il nostro lavoro, che non si riduce certamente a un punteggio. Il nostro lavoro è fatto del rapporto che abbiamo giorno per giorno con i bambini, con i ragazzi e con i loro genitori; è fatto delle speranze che riusciamo a risvegliare, dell’amore per lo studio che trasmettiamo, e delle tante competenze che insegniamo, che non sono certamente riconducibili soltanto alla matematica o all'italiano. E mi rivolgo a voi, cari signori denigratori che non sapete nulla della Scuola e di noi insegnanti, che non siete né insegnanti né genitori, ma volete dire la vostra soltanto per sminuirci, perché quello che produciamo noi non si monetizza. Credete che non ci piaccia l'Invalsi perché abbiamo paura di perdere i nostri "privilegi".  No, non abbiamo paura. Lo sappiamo, siete quelli che pensano che facciamo troppe ferie e che non lavoriamo.  Noi non abbiamo paura di essere valutati. Noi abbiamo paura di essere giudicati da dirigenti che valutano positivamente il nostro servilismo e negativamente la nostra autonomia di giudizio. Abbiamo paura di essere valutati da Ministri che non sanno nulla di Scuola. Ma vorremmo proprio che qualcuno valutasse davvero il nostro lavoro, che si rendesse conto di tutto quello che ci costa, anche in termini di stress. Ma certo non così. E vorremmo che foste valutati anche voi che ci denigrate.
Le Prove Invalsi non ci piacciono, ma non perché si dice che servano a valutare le scuole migliori e quelle peggiori. Ma che cosa cambierebbe? Sappiamo che meno risorse di così non ci potrebbero dare, e sappiamo che di cose ingiuste ce ne sono già tantissime, anche senza bisogno di test. E, d'altra parte, non ci stupirebbe se alla fine venissero date più risorse alle scuole uscite meglio dalla Prove e non a quelle più difficili.
Non ci piacciono le Prove Invalsi perché sono un inutile dispendio di energie: ci costringono a perdere del tempo prezioso ad allenare gli alunni perché non si trovino in difficoltà, quel giorno. E tempo e fatica a correggere le prove in un modo decisamente lungo e macchinoso, costretti anche a considerare come errate risposte che consideriamo giuste. Dobbiamo consigliare l’acquisto di libri sui test Invalsi (e ci secca far spendere dei soldi inutilmente).
Non ci piacciono perché c’è una grande quantità di elementi che si dovrebbero e potrebbero testare, che invece non sono previsti dalle Prove Invalsi.
Ma, soprattutto, non ci piacciono perché sbagliano completamente la valutazione. Tutti noi abbiamo alunni bravissimi che prendono voti bassissimi (e se per esempio sono in terza media vengono fortemente penalizzati), e abbiamo ragazzi che mettono le crocette a caso (ce lo dicono loro) e prendono un voto alto. E questo ci fa infuriare, perché passiamo tutto l’anno ad aiutare i nostri alunni e poi ci costringono a somministrare loro questi test che potrebbero penalizzarli. Ma che senso ha? Come ho già più volte scritto, valutare qualcosa senza conoscere il punto di partenza, nella Scuola, non serve assolutamente a nulla. Come non serve obbligare a rispondere alle domande senza avere il tempo necessario per riflettere. Ci sono tanti ragazzi abituati a riflettere, prima di rispondere. Glielo abbiamo insegnato noi che si deve pensare prima di rispondere. Avrebbero bisogno di un po' più di tempo. E invece all'Invalsi (anche i consulenti insegnanti) hanno deciso che va bene così.
Quello che mi lascia più perplessa dell’Invalsi è l’assoluto menefreghismo nei confronti di quello che pensano gli insegnanti e di tutte le proteste di genitori, insegnanti e studenti. Personalmente, mi offende.

giovedì 3 maggio 2012

“Come devo educare mio figlio?”. Prima parte. 306°

Mi viene chiesto spesso “Come devo educare mio figlio?”.
Mi chiedono consigli, le giovani mamme, pensando che io, come insegnante che vive da molti anni a contatto con i ragazzi, conosca qualche segreto.  Rispondo a tutti con questo post.
Prima di tutto: educare come insegnante è molto diverso dall’educare come genitore. Anch’io, effettivamente, prima di provare, ero convinta che l’esperienza che mi ero fatta a scuola mi avrebbe aiutato molto nell’educazione del mio bambino. Quando ho cominciato a trovare delle difficoltà ho pensato che il mio lavoro mi avrebbe di sicuro aiutato al momento dell’adolescenza. Ah, allora sì, che sarebbe andato tutto a gonfie vele: ottengo tanti bei risultati con i miei alunni, figuriamoci con mio figlio! Invece, se possibile, è stato peggio. Lo dico per gli insegnanti che leggono: credo che non ci sia niente di peggio che essere figli di un insegnante. Figuriamoci se i genitori sono entrambi insegnanti. L’insegnante-genitore tratta il figlio un po’ come un alunno, e suscita in lui la sensazione di essere sempre interrogato. Non fa bene, questo, al bambino o all’adolescente. L’ansia di prestazione lo rende ansioso. O ribelle. L’insegnante tende a non tollerare in suo figlio quello che non tollera (o non dovrebbe tollerare) a scuola, come insegnante. E così, i figli degli altri, almeno a casa, sono liberi di essere se stessi (anche troppo); il nostro è sempre sotto pressione. Educatissimo, magari bravo a scuola, ma pieno di ansie.
Educare un figlio è un compito davvero difficile. Lo so, che “Le mamme non sbagliano mai”, che “I no aiutano a crescere”, e che “I bambini hanno bisogno di regole”. Ma è difficile in ogni caso. Anche leggendo, anche avendo studiato. Anzi, a volte è più facile per chi non ha studiato e si comporta con spontaneità, che per chi cerca di applicare le regole della psicologia.
Detto questo, però, posso dare dei consigli, che sono il frutto delle mie osservazioni, delle mie riflessioni, delle mie letture, dei miei successi e, soprattutto, dei miei errori. Ovviamente, sono soltanto riflessioni, le mie, e certo non posso, né so, esaurire l’argomento in un blog. Comunque, comincio, perché credo che possano offrire un utile punto di partenza: c'è quello che ho capito che sta alla base dell'educazione, c'è quello che ho capito di aver sbagliato e  quello che ho capito di aver saputo fare.

Prima di tutto, il bambino, quando nasce, non sa nulla.
Tutto quello che diventa è il frutto di quello che vede, di quello che prova e di quello che il suo corpo gli permette di diventare. La personalità che emergerà è il frutto di tanti fattori diversi. Sì, ha il suo carattere, ma il carattere è solo un elemento della sua persona. Questo significa - e vale anche per tutti gli alunni- che ha una logica ben precisa l’affermazione “il bambino che si comporta male non ha colpa di quello che fa”.
(Allora, mi si dirà, nessuno ha colpa di nulla. Rispondo: infatti rifletto su questa idea da tutta la vita. E non sono ancora arrivata a una conclusione. Ma qui il discorso è troppo lungo.)
Ogni bambino è un caso a sé. È una personcina, non è un blocco di creta da plasmare. È un essere  che ha delle caratteristiche fisiche e psichiche tutte sue. È come un dolce già iniziato che ci viene dato: noi, e l’ambiente, mettendoci certi ingredienti invece di altri, possiamo farlo diventare una torta margherita, o una sacher, o un panettone, e possiamo farcirla, decorarla, schiacciarla, scioglierla, lasciarla cadere. E possiamo renderla bella e buona. O rovinarla.
Ogni bambino ha delle esigenze. Come una pianta. Una camelia non può essere messa in pieno sole. Per vivere e fiorire ha bisogno di ombra luminosa. Bisogna rispettare  le esigenze della pianta, non le nostre. Così è per il bambino: rispettate il suo bisogno di tranquillità, di regolarità, di aria aperta, di gioco. Non portatelo al mare al vento e al sole delle tre perché vi piace abbronzarvi. Starebbe male e imparerebbe a piangere e a urlare per difendersi. Non lo sballottate da casa, a casa di una vostra mica, e poi al supermercato, in pizzeria in mezzo al chiasso, e poi a casa, ormai di notte. Non dategli da mangiare quello che è comodo a voi, ma quello che piace e fa bene a lui. Non fategli seguire i vostri ritmi di adulti: seguite voi i suoi, per quanto vi è possibile.
Esistono delle fasi della crescita che sono sostanzialmente uguali per tutti: non è un dispetto del nostro bambino quello di lasciare cadere dall’altro del seggiolone tutti gli oggetti che gli si danno, per fermarsi a guardarli.  Lo fanno tutti. Sta soltanto sperimentando. Non è disubbidiente se dice sempre “no!”: lo fanno tutti, in un certo periodo! Se, piccolino, ci dà un calcio, non si rende conto di quello che significa il calcio: ha soltanto scoperto l’effetto che produce. E lo fanno tutti. Se piange quando è solo nel lettino, non è “furbo" e non "vuole solo farsi prendere in braccio!”. Sta comunicando il suo disagio e sa che la mamma può aiutarlo. Non bisogna “lasciarlo piangere, vedrai che prima o poi si stanca”. Bisogna consolarlo.
Quindi informatevi di quali sono le fasi della crescita e tenete presente tutto. Conoscere è capire.



mercoledì 1 giugno 2011

Bambini difficili e maestre demoralizzate. Prima parte 211.°

Alessandra mi scrive una lunga lettera, che riporto integralmente, perché è utile leggerla per intero:

“Gentilissima Professoressa Milani,
sono una giovane supplente di 24 anni di scuola primaria.
Seguo sempre con molto interesse il suo blog e i suoi consigli sull'insegnamento e l'ammiro per come riesce a relazionarsi agli alunni e a gestire le classi.
Le scrivo proprio per ricevere dei consigli sui miei problemi di gestione di una classe seconda della scuola primaria.
Sono iscritta all'università, all'ultimo anno di Scienze della Formazione primaria per diventare insegnante e da qualche mese ho iniziato le mie prime supplenze in un istituto comprensivo che raccoglie quattro scuole della zona in cui abito.
Sono state esperienze brevi, in genere di 3/4 giorni, al massino una settimana,.
per sostituire le maestre assenti. Da Aprile ho girato in ben 11 classi delle quattro diverse scuole e mi sono scontrate con realtà molto eterogenee: classi in cui si riusciva a lavorare con facilità e gli alunni mi seguivano e nasceva un buon rapporto, classi più "difficili" con qualche alunno particolarmente vivace che avevo difficoltà a gestire dal punto di vista della disciplina e della condotta.
Ora mi trovo per tre settimane, fino alla fine dell'anno scolastico, in una classe seconda e sono più che mai avvilita e scoraggiata: è una classe molto vivace con 5 bambini che non riesco assolutamente a gestire e rendono molto difficoltoso il mio lavoro.
Tra questi sette alunni un bambino, fin da quando sono arrivata una settimana fa, non fa altro che opporsi alle mie proposte sulle attività da svolgere in classe, spesso si rifiuta di lavorare, si alza durante le lezioni, pasticcia la lavagna, canta, una volta addirittura si è tolto le scarpe e le ha usate come porta-biro, un'altra volta si è permesso di cantarmi "Maestra buuu".
Anche un altro spesso e volentieri si rifiuta di lavorare e si alza di continuo e devo più volte riprenderlo e invitarlo a tornare al suo posto. Inoltre non sa relazionarsi con i compagni, alza spesso le mani verso di loro e idem un altro bambino di quei cinque citati: picchia tutti e a nulla valgono in entrambi i casi i miei richiami contro tali atteggiamenti, dopo poco ricominciano a litigare e a picchiare i compagni.
Anche gli altri due dei cinque alunni "terribili" spesso si alzano durante le lezioni, prendono in giro gli altri, parlano ad alta voce e disturbano tutti, pasticciano la lavagna, si permettono di toccare il mio materiale senza consenso.
Inoltre è una classe molto competitiva: i bambini non si rispettano, litigano, si prendono in giro, quando cerco di intavolare una discussione che coinvolge il gruppo non sono interessati a ciò che dicono i compagni e si distraggono oppure intervengono a sproposito.
Spesso mentre parlo mi interrompono con interventi non pertinenti, alcuni parlano senza alzare la mano e senza rispettare i turni sovrastando il compagno che stava parlando.
I primi giorni ho cercato di mantenere la calma e di non arrabbiarmi, cercando di discutere con loro serenamente sui comportamenti non adeguati. I bambini mi promettevano che si sarebbero comportati "bene" ma poi imancabilmente dopo poco la situazione degenerava di nuovo.
Un giorno le cose sono precipitate del tutto: uno dei cinque bambini che non riesco a gestire ha portato in classe dei palloncini e ha iniziato a giocarci durante la lezione di italiano, l'ho invitato più volte con calma e tranquillità a metterli via, non ha rispettato la mia richiesta e li ha dati ad altri due dei cinque "famosi" bambini.
Dopo che ho sequestrato qualche palloncino, uno dei soliti bambini "terribili" ha iniziato a prendermi in giro sfidandomi apertamente, soffiandomi contro i palloncini, facendomi la linguaccia e un altro bambino dei cinque si è tolto le scarpe e le ha usate come portapenne come ho già descritto sopra. Non riuscivamo più a lavorare perchè ho passato tutte le due ore della lezione a riprendere e a richiamare tali alunni. Alla fine esasperata ho mandato uno di questi bambini nell'altra sezione dove c'era la loro maestra di matematica poichè non ci consentiva di lavorare e la classe si lamentava e mi diceva di mandarlo via.
L'insegnante di matematica è intervenuta per sgridarli e per riprenderli e le ho lasciato tre dei cinque alunni per recarmi con il resto della classe in palestra per svolgere la lezione di educazione motoria.
Dopo quegli episodi ho deciso di cambiare atteggiamento: ho iniziato ad urlare, ad arrabbiarmi, a dare punizioni tipo saltare la lezione di educazione motoria, e ad un alunno ho scritto una nota poichè continuava a disturbare mentre spiegavo e a nulla servivavano i miei richiami.
La situazione sembrava essere migliorata: con il "pugno duro" tutti mi seguivano di più e lavoravano meglio.
Ma il tutto è durato due giorni poi la situazione è degenerata di nuovo: non prendono più in considerazione nemmeno le mie urla, alcuni dei cinque continuano a sfidarmi, e la cosa che mi ferisce profondamente è che gli altri bambini dicono che solo quando ci sono io succedono queste scene, con le altre maestre le cose vanno meglio.
A volte quando riprendo uno di questi cinque bambini per il suo comportamento la classe continua imperterrita a chiacchierare oppure anche mentre spiego, come se i miei interventi non avessero alcuna efficacia.
Sono veramente delusa e amareggiata, mi sento un fallimento completo e mi dispiace tantissimo. Ero andata lì piena di belle speranze, felice di stare con i bambini, desiderosa di aiutarli,di accompagnarli, animata da tanta buona volontà ed è veramente frustrante vedere che i bambini non mi ascoltano, non mi seguono, non hanno alcun rispetto di me. Torno a casa dopo quattro o sei ore in quella classe senza voce e più che mai avvilita, mi viene da piangere. Perchè io credo davvero nella missione dell'insegnamento, amo questo lavoro e stare con i bambini, poterli aiutare ed essere una guida ed un punto di riferimento per loro, mi sto impegnando molto negli studi all'università ma ora sono davvero scoraggiata e demoralizzata per la situazione che si è creata, penso che tutte le altre maestre sono più brave di me e mi sento anche molto in imbarazzo nei confronti delle colleghe perchè non so gestire i bambini e temo che sparlino alle mie spalle.per la situazione che si è creata in quella classe. Tali colleghe sono per la maggior parte anziane e con lunga esperienza. Inoltre temo che dopo tale esperienza non mi richiameranno più in quell'istituto comprensivo a fare supplenze. Insomma, mi sento un fallimento completo!
Conosco l'insegnante che sto sostituendo poichè lavorava già in questa scuola primaria quando ero io stessa
un'alunna: è la classica maestra molto rigida, severa, austera, che urla sempre, con una voce dal timbro maschile.
Ricordo che da bambina mi incuteva molto timore.
Io invece mi sono presentata alla classe con un approccio più "amichevole", inoltre sono giovane e inesperta e i bambini secondo me se ne approfittano, non ho alcuna autorevolezza.
Alcuni per spiegarmi il comportamento dei loro compagni più indisciplinati mi hanno detto che sono troppo buona e gentile e cercano di "difendermi" quando i soliti si comportano male dicendo loro che non è giusto, che devono comportarsi come quando c'è l'altra maestra.
Non so davvero più cosa fare per cambiare la situazione. Le chiedo pertanto qualche consiglio perchè sono veramente demoralizzata
e triste e mi sento un fallimento e mi dispiace tanto nei confronti dei bambini.
Mi scuso se mi sono dilungata.
Cordialmente, Alessandra.”


Cara Alessandra,
Se hai già letto quello che scrivo sul blog sai già quando sia importante il primo approccio. Nel momento in cui ti presenti agli alunni, metti le basi del rapporto: se ti presenti in modo sbagliato paghi le conseguenze degli errori che fai.
Per gli alunni l’insegnante deve essere speciale. Questo è vero per tutti gli alunni, e lo è ancora di più per i bambini. Con i ragazzi più grandi puoi far leva (senza contarci troppo) sulla loro capacità di capire e di riflettere. Con i bambini no. Devi colpirli e devi sembrare una persona speciale al primo impatto, senza spiegazioni.
Spero che non ti dispiaccia se ti faccio notare gli errori che mi sembra che tu abbia fatto. Ma è necessario, perché è la comprensione degli errori che ci fa migliorare.
Tu scrivi:
“un bambino, fin da quando sono arrivata una settimana fa, non fa altro che opporsi alle mie proposte sulle attività da svolgere in classe, spesso si rifiuta di lavorare, si alza durante le lezioni, pasticcia la lavagna, canta, una volta addirittura si è tolto le scarpe e le ha usate come porta-biro, un'altra volta si è permesso di cantarmi "Maestra buuu"”: Primo errore. Non avresti dovuto fare lezione finché non eri riuscita a toglieri il bastone del comando che si era arbitrariamente preso.
“sì, ma il programma, la lezione…”, tu dirai. Ma quale lezione? È una lezione quella che fai in quelle condizioni, in mezzo a palloncini che volano, scarpe che girano per la classe, bambini che girano, cori di "Maestra buuu ? No, non è una lezione, è una baraonda, un manicomio. O riesci a far lezione in modo proficuo o rinunci a farla e dedichi tutto il tuo tempo a farli smettere.
Scrivi poi:
“Anche gli altri due dei cinque alunni "terribili" spesso si alzano durante le lezioni, prendono in giro gli altri, parlano ad alta voce e disturbano tutti, pasticciano la lavagna, si permettono di toccare il mio materiale senza consenso.”
Alzarsi? Prendere in giro? Parlare ad alta voce? Pasticciare? Toccare il tuo materiale? Devi pensare. “Ma come si permettono?”
Mettiamola così: se un bambino lanciasse un coltello ad un altro, continueresti a far lezione? Credo di no. Il concetto è lo stesso: tutto dipende dal fatto che io trovo i comportamenti che hai descritto gravi come il lancio di un coltello. Tutti e due sono gesti che non posso tollerare.
Dici:
“cerco di intavolare una discussione”; “cercando di discutere con loro serenamente sui comportamenti non adeguati”; “l'ho invitato più volte con calma e tranquillità a metterli via, non ha rispettato la mia richiesta”
Cara Alessandra, tu sei la maestra, non devi intavolare discussioni serene se si comportano male, devi rimproverare. E severamente, anche. Non devi mostrare calma e tranquillità, se si comportano male, ma fermi rimproveri; non devi fare “richieste”, ma devi dare “comandi”, “indicazioni”, “ordini”. Tu sei la maestra che li guida, che sa quello che si deve fare. Loro sono i bambini che non sanno niente della vita e stanno imparando. Da te, che sei la maestra.
Infine:
“Alla fine esasperata ho mandato uno di questi bambini nell'altra sezione dove c'era la loro maestra di matematica poichè non ci consentiva di lavorare e la classe si lamentava e mi diceva di mandarlo via.”. “L'insegnante di matematica è intervenuta per sgridarli e per riprenderli e le ho lasciato tre dei cinque alunni”
Alessandra, non devi mandare un bambino ad un’altra maestra: di fronte alle colleghe e di fronte ai bambini ammetti la tua incapacità di gestire la situazione. Non è l’altra maestra che deve rimproverarli: devi farlo tu..
Tu sapevi, poi, che 'insegnante che stai sostituendo “è la classica maestra molto rigida, severa, austera, che urla sempre”. E tu, sapendo questo, ti presenti ai bambini “con un approccio più amichevole”? Era ovvio che avrebbero scambiato il tono amichevole con la debolezza.
Dici: “ho deciso di cambiare atteggiamento: ho iniziato ad urlare, ad arrabbiarmi, a dare punizioni..”
Alessandra, mai, per nessun motivo, devi perdere la calma. Non devi mai urlare. Se alzi la voce – cosa a volte più che necessaria- non devi mai apparire come una che ha perso la calma. La calma è la virtù dei forti (e le urla sono il segnale della debolezza e della paura).
Ti può essere di aiuto, per cominciare, riflettere su questi errori.

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