La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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venerdì 9 dicembre 2016

Che sia chiaro: l’insegnante di sostegno è un insegnante come tutti gli altri. 593° post Seconda parte

Rispondo a Marina, che mi ha scritto.

Non entro nel discorso della formazione di classi con 30 alunni con 4 alunni con disabilità e un DSA. E non discuto del fatto che possano essere eletti “rappresentanti di classe “anche gli alunni che hanno avuto dei provvedimenti disciplinari. Sarebbe troppo lungo.
Mi interessa invece il rapporto fra insegnante curricolare e insegnante di sostegno, e fra insegnante di sostegno, genitori e alunni. È un discorso meno semplice di quello che sembra.
Prima di tutto, sarebbe bene spiegare ai genitori e ricordare a tutti quelli che lo avessero dimenticato – colleghi, insegnanti di sostegno stessi - che cosa significa essere un” insegnante di sostegno”.
Trascrivo qui – per comodità di tutti-  quello che si legge nella pagina dell’URP del Ministero dell’Istruzione (metto in grassetto espressioni che ritengo particolarmente utili):

"Chi è il docente per il sostegno?
L’insegnante per le attività di sostegno è un insegnante specializzato assegnato alla classe dell’alunno con disabilità per favorirne il processo di integrazione. Non è pertanto l’insegnante dell’alunno con disabilità ma una risorsa professionale assegnata alla classe per rispondere alle maggiori necessità educative che la sua presenza comporta. Le modalità di impiego di questa importante (ma certamente non unica) risorsa per l’integrazione, vengono condivise tra tutti i soggetti coinvolti (scuola, servizi, famiglia) e definite nel Piano Educativo Individualizzato.
Quali sono i compiti dell’insegnante di classe rispetto all’integrazione degli alunni con disabilità?
Ogni insegnante ha piena responsabilità didattica ed educativa verso tutti gli alunni delle sue classi, compresi quindi quelli con disabilità. Dovrà contribuire alla programmazione e al conseguimento degli obiettivi prefissati, didattici e/o educativi, e sarà chiamato di conseguenza a valutare i risultati del suo insegnamento. […]"

Quindi: l’insegnante di sostegno è un insegnante come tutti gli altri, al quale viene assegnato il compito di dare il suo aiuto alla classe in cui si trova un certo alunno – chiamiamolo Giovannino - che ha una qualche disabilità. “Non è pertanto l’insegnante dell’alunno con disabilità”.
L’alunno con disabilità, infatti, è un alunno che è “alunno di tutti gli insegnanti”. È un alunno che deve essere aiutato (gestito, se ha problemi di comportamento, o aiutato con ulteriori spiegazioni a seguire il percorso dei compagni o un percorso personalizzato secondo le sue possibilità) non solo dall’insegnante di sostegno, ma da tutti gli insegnanti.
L’alunno con disabilità fa parte della classe come gli altri, e se non è facile da gestire è per questo che ha un insegnante di sostegno: ha bisogno di essere aiutato a vivere insieme agli altri. È evidente, quindi, che non si deve dire all’insegnante di sostegno “portalo fuori”, come se il collega fosse quello che toglie il problema togliendolo dalla vista. Se l’alunno è difficile - troppo difficile- da seguire in classe bisogna trovare (tutti insieme, compreso il dirigente!) delle strategie per aiutarlo.
La parola da tenere sempre presente a scuola è “inclusione”, che è il contrario di “esclusione". Gli insegnanti –tutti- hanno il dovere di accettare, accogliere, fare sentire a proprio agio ogni alunno: gli alunni che non hanno difficoltà e quelli che le hanno. Mandare sistematicamente fuori (in tutti i sensi) i ragazzi che hanno delle difficoltà nello studio, o quelli che tengono un comportamento difficilmente gestibile, significa escludere.

Lo spiego ai genitori, perché gli insegnanti lo sanno già (e dovrebbero ricordarlo).
Tutti gli insegnanti devono sentirsi responsabili dell’alunno per il quale è stato assegnato alla classe l’insegnante di sostegno.
Ma è sempre così? Secondo la mia esperienza, no.
Lo ricordo a quella certa percentuale di insegnanti curricolari che sembra averlo dimenticato:
-l’insegnante di sostegno non è il vostro galoppino e perciò non lo mandate di qua e di là a fare fotocopie o altro. Gli altri alunni guardano e si convincono che quell’insegnante non è importante come voi;
- non rivolgetevi all’insegnante di sostegno come se fosse il vostro segretario, altrimenti lo faranno anche gli alunni;
- non rivolgetevi all’insegnante di sostegno come se parlaste con un subalterno che non rispettate: ha studiato come voi, ha fatto lo stesso percorso per laurearsi e per essere assunto (a volte perfino di più). Se lo trattate con poco rispetto insegnerete agli alunni a fare lo stesso. Se avete qualche osservazione da fargli fatelo in separata sede (E voi, insegnanti di sostegno, non abbiate paura di cantarle all'insegnante che vi tratta male, specialmente se lo fa davanti ai ragazzi);
- se un alunno manca di rispetto all’insegnante di sostegno non lasciate correre come se fosse poco importante: reagite; accettare che venga deriso vi rende complici, e dimostra che non siete buoni insegnanti;
- l’insegnante di sostegno deve aiutare il bambino con disabilità dentro la classe, non fuori. Solo ogni tanto, se c’è bisogno di rinforzare un atteggiamento, il consiglio di classe può decidere di farlo uscire dalla classe, per facilitare l’acquisizione di comportamenti o di capacità che sono necessari per una piena integrazione nella classe;
- l’insegnante di sostegno non è l’insegnante privato di Giovannino e perciò, quando Giovannino vi chiede qualcosa, rispondetegli, non dite “Chiedilo al professore”.
- quello che l’insegnante di sostegno fa con Giovannino deve essere concordato con voi: non lavatevene le mani.
- l’insegnante di sostegno è stato assegnato alla classe perché c’era Giovannino. È vero che viene assegnato alla classe, ma principalmente perché aiuti Giovannino, non perché voi gli “affibbiate” (uso di proposito questo termine) tutti gli alunni difficili della classe, e anche gli alunni con disturbo dell’apprendimento.
Un alunno con DSA è un alunno “che ha disturbi specifici dell’apprendimento”; DSA non significa che ha bisogno del sostegno di un insegnante. Ha bisogno di strumenti compensativi (che lo aiutano dove ha difficoltà, come per esempio l’uso di un PC, di una calcolatrice, di programmi con correttore ortografico, ecc.) e di strumenti dispensativi (che prevedono che non venga loro richiesta l’esecuzione delle attività che risultano troppo difficili per lui: si concede loro più tempo a disposizione per svolgere il compito, si assegnano meno esercizi o compiti più brevi, ecc.). Per il resto, un alunno DSA deve fare da solo. “Affibbiare” all’insegnante di sostegno l’alunno DSA, quegli altri due che disturbano o quelli che hanno bisogno di fare esercizio vuol dire togliere del tempo a Giovannino, e questo non va assolutamente bene.

Che ci siano insegnanti che dicono che "non capiscono molto di DSA" è davvero inqualificabile. E il fatto che lo dicano senza vergognarsi dimostra che ritengono giustificata la loro impreparazione. Chi non è preparato sull’argomento ha il dovere di studiare! Una volta a me è capitato un collega che mi ha detto con tutta semplicità che “questa storia dei BES e dei DSA è tutta una stupidaggine. Sono sigle che si sono inventati al ministero per far contenti i genitori.” Vi risparmio quello che gli ho risposto, ma potete immaginarlo.

Ma se l’insegnante di sostegno è un insegnante come tutti gli altri – e ora mi rivolgo a quelli, fra loro, che sembrano non saperlo – ha il dovere di essere preparato come gli altri. E anche questo – devo dirlo – non è sempre così. Premetto che nella mia carriera ho conosciuto molti validissimi insegnanti di sostegno, ma altri erano totalmente impreparati e perfino inadatti. Di solito erano quelli che avevano scelto il sostegno per ripiego. Allora, a loro dico: avete il dovere di studiare. Non è accettabile che voi – che siete insegnanti come tutti gli altri- pensiate di seguire un alunno che ha delle disabilità improvvisando, chiedendo all’insegnante della materia “Che cosa devo fare?”, o dichiarando “Inglese non posso farlo perché non lo so”. Studiate quello che non sapete, preparate del materiale (degli esercizi, dei testi, delle attività) studiandolo apposta per il caso di cui dovete occuparvi. Avete il dovere di darvi da fare, perché siete stati assunti per aiutare quel certo bambino o ragazzo, che conta su di voi. La sua famiglia conta su di voi. Diciamo pure che dovete mettercela tutta perché quel bambino ha delle difficoltà in più rispetto agli altri e ha più bisogno di aiuto.

E mi rivolgo ai genitori dei bambini e ragazzi che hanno sostegno.
Cari genitori, l’insegnante di sostegno di vostro figlio non è il suo insegnante privato, e voi non avete il diritto di versare su di lui tutta la vostra ansia. Non deve essere sempre a vostra disposizione: non telefonategli continuamente; non mandategli messaggini anche a mezzanotte con richieste varie; non pretendete che diventi il segretario di vostro figlio, che gli segni i compiti, che gli scriva anche quello che potrebbe scrivere da solo. Lo scopo principale dell’insegnante di sostegno è quello di far diventare il bambino il più possibile autonomo. "Autonomo" significa che riesce a fare da solo. Lasciate che decida l'insegnante come aiutarlo. E non lo criticate perché non fa miracoli.
L’insegnante di sostegno è un insegnante come gli altri. Nessuno di noi può fare dei miracoli.

Cara Marina, l’insegnante di sostegno non deve sentirsi in obbligo di aiutare tutti. A volte è molto utile che il ragazzino che devi seguire sia inserito in un piccolo gruppo, con altri bambini in difficoltà, ma se questo significa togliere a lui tutto il tempo, non lo devi fare.  Non c'entrano i voti, Marina. C'entra l'idea che si ha dell'insegnante di sostegno.
Arrabbiati pure con l'insegnante che ti tratta come se fosse superiore a te. Non lo è! Diglielo.

Anzi, stampa questo post e mettiglielo nel cassetto.

La Prima parte è qui

giovedì 1 dicembre 2016

Che sia chiaro: l’insegnante di sostegno è un insegnante come tutti gli altri. 591° post Prima parte

Marina mi scrive:

“Gentilissima prof.ssa,
sono una giovane insegnante di Sostegno.
Le chiedo cortesemente un consiglio su come comportarmi dopo una sgradevole situazione capitata in classe.
Mi sono stati affidati due ragazzi diversamente abili con ritardo cognitivo medio in una classe di 30 ragazzi con quattro alunni disabili e un DSA in un Istituto Alberghiero di una città con un altissimo tasso di criminalità.
La mia classe, per fortuna, non è una classe di teppisti ma ci sono molti episodi di disagio e di povertà.
In classe c’è un ragazzo DSA*, alunno devo dire poco corretto e pochissimo rispettoso, del quale finisco per occuparmi solo io, perché la coordinatrice e gli altri dicono che "non capiscono molto di DSA".
C'è in classe con me un’altra collega che segue altri due ragazzi (con problemi lievi): lavora solo sui suoi ed è in generale una persona poco collaborativa.
Dato che sono convinta che l'integrazione parta proprio da qui, da un buon rapporto con la classe, dal primo giorno ho cercato di impostare con tutta la classe un buon rapporto, aiutando TUTTI nella didattica, cercando di avvicinarmi a loro con comprensione, ascoltandoli, consigliandoli. 
Pensavo che tanto impegno fosse stato premiato. E il buon rapporto di stima e collaborazione creatosi con loro lo dimostrava. Sino a che la classe non ha eletto come rappresentante uno dei ragazzi "difficili" della classe, ripetente e con numerosi problemi in famiglia ma che, nonostante i suoi trascorsi, non mi aveva mai mancato di rispetto.
Il comportamento suo e della classe è cambiato. Lui ha atteggiamenti arroganti, pensa di poter fare quello che vuole.
La classe lo segue e lo imita.
Con i docenti curricolari è sempre in bilico tra comportamenti aggressivi e spavaldi e brusche frenate.
Nei miei confronti l'altro giorno è diventato irrispettoso oltre ogni limite, fomentato tra l'altro dall'indecente comportamento della collega di italiano che scambia noi docenti di sostegno come pedine da utilizzare per i suoi comodi, disprezzando anche i ragazzi che supportiamo. In pratica, si è messo a chiamarmi per nome ad alta voce ridendo e scherzando, e gli altri hanno fatto lo stesso. Gli ho detto di portarmi rispetto ma si è scatenata una gara a chi prendeva prima in giro il docente di Sostegno. Qualcuno mi ha detto di chiudere la porta, altri mi dicevano cose stupide.
Ovviamente il comportamento della collega, irrispettoso e odioso nei miei confronti alla quale io mio sono opposta, ha "autorizzato" lui e tutti a mancarmi di rispetto. Risate e battute odiose mi hanno inseguita per un'ora sino a che alla seconda ora, quando c’era un'altra collega, ho parlato in classe a tutti. Delle cose che mi aspettavo da loro, del rispetto che devono ai docenti, a tutti, e di tutto il resto che lei può immaginare. Senza arrabbiarmi, con serenità. Perché ero realmente non arrabbiata ma delusa. E lì uno mi ha detto "ma lei non mette i voti, vero?". E alla mia risposta: “Voi rispettate solo chi vi mette i voti?",
Risposta "Sì".   
Le chiedo ora come devo comportarmi.
E non c'è bisogno che le dica quanto grande è stata la mia rabbia e la mia umiliazione.
Grazie, un cordiale saluto
Marina


*con Disturbo Specifico dell’Apprendimento

mercoledì 6 febbraio 2013

“Ho paura che mi licenzino…” Prima Parte. 351°


 Carmen mi scrive (ho "mescolato" due sue lettere):


"Gentilissima prof. Milani, sono un'insegnante di scuola media superiore di 40 anni. Dopo aver lavorato per 10 anni in aziende private e avendo sempre avuto nel cuore l'insegnamento, ho deciso 3 anni fa di diventare insegnante. Non sono abilitata ma, essendo laureata in ingegneria, tutti gli anni riesco ad ottenere una supplenza di matematica o di fisica. Ho avuto sempre supplenze in istituti tecnici o professionali (nelle classi prime e seconde), dove i ragazzi solitamente sono più turbolenti rispetto ai licei (forse anche per questo mi trovo in difficoltà), ma non ce la faccio più e devo trovare il modo di risolvere il problema del rispetto.
In pratica durante le mie lezioni accade questo: i ragazzi nel migliore dei casi non stanno attenti, chiacchierano tra di loro e giocano col cellulare, non mi considerano proprio anche se li richiamo, è come se non fossi presente il aula. Nel peggiore dei casi invece prendono in giro (anche volgarmente), urlano, tirano sedie per terra facendo un fracasso tremendo, corrono in aula e così via; tant'è che qualche volta sono intervenuti i colleghi delle classi adiacenti perché non riuscivano a far lezione a causa del rumore (s'immagini il mio imbarazzo, anzi la vergogna; stamani ho mandato uno dei rappresentanti di classe a chiamare la vicepreside ma non è servito a nulla: appena se n'è andata tutto è ricominciato...
Con altri colleghi invece sono agnellini, si alzano in piedi quando entrano in classe e non si sente volare una mosca... invece quando entro io in aula sembra che arrivi la scema del villaggio, con la quale si può fare ciò che si vuole.
Mi sono chiesta il perché di tale comportamento: forse dipende dal mio aspetto fisico che li irrita (sembro molto più giovane, sono bruttina e vesto sempre in jeans e maglione); oppure le mie lezioni non sono ritenute interessanti, oppure sono antipatica come persona, non lo so... so solo che in questi anni ho provato varie strategie: essere severa, essere disponibile, minacciare, essere accondiscendente, parlare dei loro problemi, mostrarmi interessata al loro futuro, dirgli che non me ne frega nulla di loro e della loro vita, zittirmi quando parlano loro, urlare a squarciagola, chiamare in classe il preside, fare lezione al muro facendo finta che loro seguissero mentre invece parlavano tra di loro, rispondere per le rime alle offese, far finta di non sentire quando mi urlano improperi, parlare coi genitori, dare il debito, e chi più ne ha più ne metta.... Ho avuto soltanto pochissime soddisfazioni da qualche alunno motivato che, nonostante tutto il marasma, è riuscito a seguire le lezioni ed a conseguire la sufficienza. 
Che devo fare secondo lei? Di rinunciare all'insegnamento non me la sento, anche perché non voglio rinunciare ad un lavoro solo perché una massa di maleducati che non ha voglia di studiare si comporta così!
Non so più che fare; forse ho avuto sfortuna a capitare in un istituto professionale perché magari al liceo i ragazzi sono più educati e si riesce a fare lezione; però quest'anno è così, e quindi devo trovare un modo per sopravvivere fino a giugno. A me basterebbe che stessero buoni, perché ho paura che mi licenzino dato che non so tenerli e non posso permettermelo perché ho una bimba piccola da crescere... non ho intenzione di cambiare lavoro per colpa di ragazzi maleducati, e poi a 40 anni chi mi prenderebbe a lavorare???
Voglio insegnare perché mi piace e perché so di poter trasmettere qualcosa; ma se hai sfortuna di avere classi così che devi fare?
Ma perché fin dalle elementari la scuola non li mette in riga questi maleducati?
Mi potrebbe dare qualche suggerimento? Gliene sarei davvero grata!!!
La saluto cordialmente Carmen" 

Cara Carmen, nell'attesa di risponderti, vorrei che tu leggessi il post 

 Subito dopo, leggi queste tue parole:
- non ce la faccio più
- non mi considerano proprio anche se li richiamo, è come se non fossi presente il aula
- qualche volta sono intervenuti i colleghi delle classi adiacenti perché non riuscivano a far lezione a causa del rumore 
- stamani ho mandato uno dei rappresentanti di classe a chiamare la vicepreside
- appena se n'è andata tutto è ricominciato...
quando entro io in aula sembra che arrivi la scema del villaggio
forse dipende dal mio aspetto fisico che li irrita (sembro molto più giovane, sono bruttina e vesto sempre in jeans e maglione);
- oppure le mie lezioni non sono ritenute interessanti, 
- oppure sono antipatica come persona, non lo so...
essere accondiscendente
-  chiamare in classe il preside 
- fare lezione al muro facendo finta che loro seguissero mentre invece parlavano tra di loro,
 - far finta di non sentire quando mi urlano improperi

Intanto, facciamo un po’ di verifica dell’apprendimento :-))) : vediamo, se fra i lettori che mi seguono da più tempo e che hanno letto anche il libro  c’è qualcuno che immagina come risponderò. Che cosa ne dite? Volete provare?

domenica 16 ottobre 2011

"Non riesco ad insegnare". 246°

Sonia mi scrive:

“Gentilissima professoressa, ho trovato il suo blog inserendo le parole "non riesco ad insegnare"; sono insegnante di scuola superiore di informatica (mi sono laureata con ottimi voti ma senza passione per la materia) e sostegno. Ho bisogno di aiuto, mi sento un disastro come insegnante ( e non solo), quando mi trovo a gestire una classe ognuno fa quello che vuole e mi manca di rispetto. Voglio impegnarmi perchè ho capito che il problema è solo della mia personalità, anche se temo che difetti quali la scarsa memoria e la lentezza che mi caratterizzano mi impediscano di raggiungere i miei obiettivi. Io insegno da poco. Quest'anno insegno sostegno, e nonostante la classe non mi conosca più di tanto si è permessa di fare schiammazzi a mie frasi prendendomi affettivamente in giro. Riconosco che mi pongo sempre un gradino sotto a chi mi sta di fronte, ho paura di sbagliare e nei confronti dei ragazzi non so come pormi.

Sono scoraggiata, cambiare la propria persona non è facile...magari!

Altro problema è che io impiego molto tempo per "prepararmi" per affrontare la lezione in classe e mi riempio di ansia e stress tale, da soffrire di mal di testa e di spossatezza da stress, e quando sono stanca non riesco nenche a parlare bene e si percepisce secondo me goffaggine.

Se avesse qualche consiglio pratico per me che mi possa aiutare a essere una buona insegnante,la ringrazio. Cordiali Saluti”

Cara Sonia, ho scritto un intero libro di consigli! E anche dei post nel blog dove ho risposto ad altri colleghi giovani che, come te, hanno difficoltà a gestire le classi.

Per esempio leggi questo
http://laprofessoressavirisponde.blogspot.com/2010/09/gli-alunni-vi-vedono-come-vi-vedete-voi.html

E questo

http://laprofessoressavirisponde.blogspot.com/2011/09/gli-alunni-mi-prendono-in-giro-e-non.html

Ma cerco di aiutarti anche facendoti notare che descrivi te stessa come una perdente, piena di ansia e stress, perseguitata da “mal di testa e spossatezza da stress” che, quando è stanca, non riesce a parlare bene e risulta goffa. Insomma, “un disastro come insegnante (e non solo)”.

Cara Sonia, mi preoccupa quel “non solo”. Come ho già avuto modo di dire, i ragazzi vi vedono come vi vedete voi. Cioè, nel tuo caso, tu ti vedi un pulcino bagnato che fa pena, non solo come insegnante. È ovvio che loro ti vedono così.

Sonia, ti sei già risposta: non hai autostima, e per questo non puoi essere stimata dagli alunni.

Se, come risulta chiaro dalla tua lettera, sei consapevole del tuo problema, fai tutto quello che puoi per migliorare la tua autostima: investi tutto su te stessa andando dal parrucchiere, dal logopedista, dallo psicologo, dalla dietista, dalla manicure; vai in palestra, a cavallo, a tennis, a lezione di ballo latino americano, di bridge, di tango; frequenta un corso di dizione, di memorizzazione, di comunicazione efficace. Non è facile cambiare, ma lo devi e lo puoi fare.

E smettila di piangerti addosso così.

Impara ad amare e a stimare te stessa, se vuoi essere rispettata dagli alunni.

Riflettici su e fammi sapere!

venerdì 7 ottobre 2011

“Come posso migliorare il rapporto con la classe?”. 242°

Maurizio mi scrive:

“Salve Professoressa Milani, vorrei avere da lei alcuni consigli riguardo alla gestione di una seconda media che, a detta di tutti i miei colleghi, l’anno scorso è stata spesso indisciplinata. Preciso che in classe vi sono ben quattro ripetenti che non sono per nulla motivati a impegnarsi e spesso non rispettano le regole: non portano i libri, parlano a voce alta,usano il cellulare, a volte cantano, insomma dimostrano nei miei confronti mancanza di rispetto.

Fin dall’inizio ho cercato di avere un atteggiamento il più possibile deciso, severo, ho convocato le famiglie ,ho sequestrato due cellulari, ma noto che il miglioramento dura al limite per un giorno, poi il problema si ripresenta; cerco di dar loro delle schede di verifiche che poi valuto, ma anche quando notano che metto delle insufficienze sembrano non importarsene, perchè a loro (uno lo ha ammesso candidamente) la scuola non interessa,certo non a tutti piace andare a scuola, ma ciò che non ammetto è appunto l’atteggiamento scorretto e irrispettoso che mostrano.

Siccome la maggioranza della classe è comunque ad un livello didattico mediocre, spesso anche gli altri allievi ne approfittano, ad esempio ridono alle battute sciocche degli alunni “difficili” e non si impegnano a dovere.

Tra l’altro non mi va di chiedere aiuto ai colleghi nè tantomeno al Preside, perchè non voglio passare per un insegnante debole e incapace di gestire la classe.

Mi chiedo spesso in che cosa posso aver sbagliato, mi sembra quasi che la buona riuscita dell’insegnamento non dipenda tanto dal docente, ma da tutta una serie di variabili esterne e difficili da controllare, forse non dovrei pensare in questo modo, ma mi viene spontaneo.

Nei miei sette anni di insegnamento ho sperimentato che con certe classi anche cercare di rendere la lezione meno “noiosa” e coinvolgente serve a poco, perchè se manca il senso di rispetto verso il docente tutto crolla, anche le migliori strategie didattiche!

Come posso migliorare la relazione con tali allievi e con la classe? E’ ovvio che non mi aspetto da Lei la formula magica (sarebbe stupido...), ma qualche consiglio, visto che continuo a leggere ogni giorno il suo blog e la stimo molto.”

Caro Maurizio,

quando un insegnante non riesce a motivare gli alunni non è detto che sia “colpa” sua. Forse tu non hai sbagliato proprio nulla. O forse hai fatto soltanto piccoli errori. Mi sembra che tu abbia già imparato a riconoscere quando ti stanno mancando di rispetto. Ed è già un buon inizio, credimi. E hai cercato di “essere severo”. Bene. E non hai chiesto aiuto ai colleghi o al preside. Bravo.
Ci sono classi difficili e ragazzi che non studiano: ho dedicato a questi problemi diverse pagine del libro e alcuni post del blog. Gli atteggiamenti che descrivi sono molto frequenti nelle classi: l’importante è non aspettarsi classi dove non ci sono ragazzi difficili e problemi. Mi meraviglia molto il fatto che c’è chi scrive libri proponendo – secondo me molto semplicisticamente - una Scuola fatta solo di ragazzi motivati. E gli altri dove li mettiamo?

È vero che l’insegnamento efficace dipende da molti fattori: l’importante è saperli riconoscere e gestire. Ma attenzione: prima devi riconoscere i problemi e solo dopo puoi cercare di gestirli.

Il rispetto degli alunni è necessario, come lo è la tua preparazione e la capacità di proporre argomenti per interessarli e coinvolgerli. Ma per interessare gli alunni bisogna conoscerli bene e capirli. Per conoscerli e capirli devono interessarti davvero. E il rapporto con la classe migliora da solo. Questa è già una formula magica!

Fammi sapere!

lunedì 3 ottobre 2011

“Con gli alunni mi sento come se fossi trasparente.” 240°

Franci mi scrive:

Gentile Professoressa Milani, sono un'insegnante di spagnolo non abilitata. Ho appena iniziato una supplenza in una ragioneria, ho quattro classi: 1, 2, 4 e 5. In questi due primi giorni ho svolto dei test di ingresso e ho notato che le situazioni nelle classi sono molto disomogenee, forse anche perché, a quanto ho capito, gli studenti non hanno potuto usufruire di un insegnamento continuato della lingua. Ho ordinato il suo libro il 21 settembre tramite Lulu (Posta Priority) e lo sto ancora attendendo. Non vedo l'ora di leggerlo perché ho il terrore di sentirmi sfuggire la situazione di mano. Finora ho sempre insegnato in paritarie con pochi studenti e ho un po' timore di questo salto nella statale in classi mediamente numerose (minimo 17 massimo 25). Le racconto cos'è successo oggi: ultima ora in seconda, abbiamo corretto il test d'ingresso che ha delineato una metà della classe preparata e un'altra metà della classe in seria difficoltà con la lingua. Ho dovuto sopportare per tutta l'ora le sghignazzate di due ragazzine che avevano preso alcuni tra i punteggi più bassi e che ho ripreso continuamente anche invitandole a stare attente visto le difficoltà che ho riscontrato. Anche un ragazzo seduto dietro di loro si è comportato in maniera provocatoria, facendo rumore, non seguendo e ridendo. L'ho ripreso più volte, minacciandolo di una nota e poi l'ho separato dal compagno di banco con il quale faceva confusione. Nonostante sia poi riuscita a correggere il test e abbia ottenuto anche alcune risposte soddisfacenti, mi è sembrato che la classe non mi seguisse. Gli ultimi minuti li hanno passati a prepararsi e io gli ho concesso questo tempo, visto che non c'era il livello di attenzione necessario a introdurre qualche nuovo spunto. Quando mi sono recata in stazione una delle ragazzine che ridevano si è seduta nel sedile vicino al mio nella sala d'attesa e non mi ha salutato! Questa cosa mi ha lasciata malissimo e non fa altro che aumentare la mia sensazione di essere invisibile come certe volte mi accade di sentirmi nella classe quando li riprendo e loro continuano.

Non ho ancora i libri perchè nella scuola c'è un complicato sistema di invio di cartoline alle case editrici, e mi arrangio con il mio materiale, inoltre c'è molto ripasso da fare, specialmente in 4 e 5 e loro non hanno in dotazione un libro di grammatica, perciò temo che dovrò usare ancora per un po' le fotocopie che mi sembra distraggano molto. Ho davvero paura di iniziare male ma temo che sia quello che sto facendo, se li riprendo direttamente e li provoco a ripetere, se borbottano per loro conto dopo che li ho ripresi, non mi sembra di ottenere grandi risultati; se li ignoro nemmeno...non voglio diventare quella con cui sentono di poter fare casino, solo perchè finora la mia materia non ha contato molto. Ho pensato di iniziare a breve a interrogare, anche sul ripasso in modo da avere un sistema per tenerli buoni, ma già mi vedo la scena di un tentativo di interrogazione in mezzo al caos generale. Se succedesse, come dovrei agire? La ringrazio per i suoi consigli, sono molto utili, anche se possono risultare molto difficili da mettere in pratica a seconda del carattere personale. Io sono giovane e sembro più giovane e di solito ho un approccio amichevole, che mi penalizza quando faccio la cattiva.

La ringrazio per la sua risposta che sarà sicuramente utilissima. Franci.”

Cara Franci, spero che il libro ti sia arrivato e ti abbia dato un po’ più di sicurezza.

Mi scrivi che i miei consigli “sono molto utili, anche se possono risultare molto difficili da mettere in pratica a seconda del carattere personale.”

Hai ragione: mettere in pratica i consigli è difficile, ma funzionano. Funzionano per chi li legge attentamente, e poi li rilegge e li rilegge finché non li ha fatti suoi, adattandoli al suo carattere, alle sue esperienze, al suo background culturale. Non funzionano per chi crede di trovare solo risposte a casi specifici e non capisce che quello che conta non è il problema in sé ma il concetto di base, che è semplice e si riduce a questo: devi essere preparata, interessante, giusta e sicura di te (almeno all’apparenza), ma, soprattutto, non devi accettare dagli alunni neanche la più piccola mancanza di rispetto. A costo di non fare lezione. È inutile, fare lezione se non c’è silenzio o – peggio – se ti stanno mancando di rispetto.

Come? In realtà ho già risposto alle tue domande nel blog. Hai letto tutti i post? Se non lo hai fatto ti consiglio di farlo, in attesa di leggere il libro. Ci sono già molti consigli. Le classi sono diverse, gli alunni sono diversi, io e te siamo diverse, ma la sostanza è sempre la stessa. Bisogna rifletterci sopra: questa è la vera formazione.

In altre parole, chi pensa che non si possano mettere in pratica i consigli perché la situazione cambia non ha capito nulla del concetto di base (e non ha letto il libro), oppure si crea un alibi per non mettersi in discussione. Abbi fiducia.

Esaminiamo insieme quello che scrivi.

“Ho dovuto sopportare per tutta l'ora le sghignazzate di due ragazzine che avevano preso alcuni tra i punteggi più bassi”: Sghignazzavano e tu hai sopportato? non avresti dovuto sopportare neanche un minuto. Come puoi permettere che delle ragazzine ti trattino così? Come devi fare? Devi metterle in difficoltà, perché emerga la loro limitatezza, la superficialità del loro comportamento. Ma senza dirglielo a parole. Senza tono stizzito. Non hanno bisogno di una paternale, ma di una bella lezione, che le metta a posto: il loro posto è quello di alunne.

Nel tuo caso, se fossi in te e insegnassi spagnolo, non esiterei a rivolgermi a loro (“Sentite, Tizia, Caia e Sempronia”) in spagnolo, con tono ora arrabbiato e ora sorridente, il più velocemente possibile in modo che non capiscano assolutamente quello che dici. Quando dico che bisogna essere preparati significa per esempio questo: devi saper parlare lo spagnolo benissimo. Ogni tanto, mentre parli in spagnolo, guarda gli altri sorridendo e facendo capire che stai mettendo a posto quelle ragazze. Imparati a casa un pezzo abbastanza a lungo a memoria, una pagina di romanzo, che assolutamente non voglia dire niente di offensivo. Anzi. Divertiti a trovarne uno che ti piaccia e a recitarlo a casa come ti ho detto. Quando hai finito chiedi “Che cosa ne pensate?”. Chiediti come potrebbero reagire:

1. Non sanno che cosa dire. O dicono che non hanno capito niente. Tu dici: “Ah, non avete capito? Peccato.”. E continui la lezione senza dire altro. Se continuano a ridere tu ripeti da capo. Nessun riferimento esplicito ai bassi voti che prendono: a loro non interessano, i voti.

2. Ti mandano a quel paese. Dato che non possono averlo detto in coro, fai rapporto solo alla prima che ha parlato, più o meno così “All’insegnante che chiede di commentare un passo di letteratura Tizia risponde con un insulto”. Poi chiedi ; e tu Caia che cosa ne pensi? E tu, Sempronia? Hai capito che cosa dicevo? ” Vedrai che loro due se ne guardano bene dal mandarti a quel paese. Qualunque cosa rispondano, se non è offensiva, tu cerchi di essere comprensiva con loro. Per esempio, in questo caso, se dicono “Non ho capito niente”, tu, con una voce comprensiva dici “Peccato, perché è un brano molto bello e credo che vi sarebbe piaciuto. È meglio che stiate attente, così la prossima volta, magari, capirete di più”.

Quella che ha preso il rapporto probabilmente si metterà a litigare con le altre due. Tu difenderai a spada tratta le altre due, naturalmente, fingendo di crederle corrette. “Divide et impera”, insomma.

Vedi, Franci, non posso sapere se quello che ho previsto accadrà. Diciamo che ci sono buone probabilità. Sta a te affinare la capacità di gestire le situazioni. Quello che desidero che tu capisca è il fatto che devi essere quella che vince; devi trovare il modo di impedir loro di attaccarti, di prenderti in giro, di mancarti di rispetto.

Scrivi:

“Anche un ragazzo seduto dietro di loro si è comportato in maniera provocatoria, facendo rumore, non seguendo e ridendo.”: non avresti dovuto sopportare neanche un minuto. Come puoi permettere che un ragazzino ti tratti così? Come devi fare? Devi metterlo in difficoltà, perché emerga la sua limitatezza, la superficialità del suo comportamento. Ma senza dirglielo a parole. Senza tono stizzito. Non ha bisogno di una paternale, ma di una bella lezione, che lo metta a posto: il suo posto è quello di alunno.

Hai notato che ho usato le stesse parole, no? Ecco, questo per dimostrarti che il concetto è sempre lo stesso.

Interrompi dopo il primo minuto, e dici qualcosa che faccia ridere gli altri: “Scusa Caio, ma che cosa ti succede? Che cosa fai? Perché ti muovi così? Ti fa male qualcosa?” Pausa. “Hai le emorroidi? Ti senti male? Come mai ti viene da ridere così? Ti è già successo altre volte?”. Lo devi dire come se DAVVERO tu fossi preoccupata. E come se tu non avessi paura. Questo fa ridere gli altri, vedrai. Devi trovare il modo, senza paternali, senza rimproveri (e tantomeno offese) di farlo pentire del suo comportamento. Lo devi fare per il suo bene.

Devi rimanere calma. Calmissima. Per esempio, se risponde qualcosa di offensivo ti fermi e, senza battere ciglio, dici. “Scusa, ti tratto male io? Ti manco di rispetto? Sii sincero.” Tu devi averlo trattato sempre con estrema gentilezza, e lui dovrebbe dire “No”. Allora tu rispondi, calmissima, “Allora perché tu manchi di rispetto a me? Ti sembra giusto?”. E qui puoi girarti e continuare la lezione o aspettare la sua risposta. È più facile la prima cosa.

Scrivi: “io gli ho concesso questo tempo, visto che non c'era il livello di attenzione necessario a introdurre qualche nuovo spunto”. Loro ti trattano a pesci in faccia e tu “concedi”? Ma scherzi? La prossima volta faranno peggio perché pensano che forse tu concederai di più. Non concedere mai niente a chi si comporta male. Precisa che avresti voluto concedere, ma non puoi perché non hanno ancora capito come ci si comporta.

Quando deciderai di interrogherare tieni a mente questo: al minimo rumore smetti e dici “Vedo che non avete capito è vantaggiosa l’interrogazione orale. Vuol dire che preferite quella scritta dove, certo, non potrò aiutarvi. È ovvio che è decisamente più difficile, ma se avrete studiato non dovrete preoccuparvi.” Calmissima e senza tono di minaccia.

Alla stazione non ti ha salutato? Ti sei sentita invisibile? Vedrai che se farai come ti ho suggerito verrà un momento in cui correrà a salutarti. Comunque: dovevi salutarla tu, e con tanta simpatia. Lo so che vorresti mangiartela, ma ricorda che sono solo ragazzine che non sanno come ci si comporta: “Ehi! Sei qui? Ciao! Pensa: eravamo sedue vicine e non ti avevo visto!”. E basta. Devi spiazzarle con la tua gentilezza, che non si aspettano, dato che ti hanno mancato di rispetto.

Allora: spero di esserti stata utile. Fammi sapere!

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