La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

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all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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venerdì 28 febbraio 2014

Che cosa vogliono gli insegnanti. Seconda parte. 444° post

Che cosa vogliono gli insegnanti.
Soprattutto: che cosa NON vogliono.
Gli insegnanti non vogliono più sentir parlare delle 18 ore.
E neanche delle vacanze estive.
Gli insegnanti non vogliono più sentir parlare di un aumento delle ore di lezione.

Sono decenni che facciamo conti per dimostrare ad amici e parenti che no, non lavoriamo 18 ore, che quelle sono soltanto le ore di lezione in classe, ma ci sono poi tanti altri impegni: la correzione dei compiti, le riunioni, i ricevimenti, e giù un patetico elenco che non convince nessuno perché proprio nel momento in cui ci mettiamo a farlo dimostriamo che dobbiamo scusarci e giustificarci perché in realtà, evidentemente, sono tutte balle.
Ora basta.
Ho già scritto altre volte qualcosa su questo argomento. 
Ma ora sono veramente arrabbiata. Il pensiero che qualcuno possa tornare all'attacco aumentando le ore di lavoro in classe mi spinge a gridare, di nuovo, RIBELLIAMOCI!
Per farlo dobbiamo seguire una scaletta.
1. capire che non abbiamo niente da farci perdonare. Molti insegnanti, a forza di sentirsi dire che lavorano 18 ore e che hanno tre mesi di vacanze hanno finito per crederci anche loro.
Allora: facciamo il conto. Ma non per dirlo agli altri (bisogna smettere di giustificarci). Per capirlo bene noi. Chiedetevi quante ore lavorate in classe, quante a scuola e quante a casa. Lasciate perdere le vacanze, che sono un discorso a parte, che farò.
Fate il conto, e alla fine calcolate quanto prendete all'ora.
L'insegnamento in cattedra è, di solito, di 18 ore. (Alla scuola primaria le ore settimanali sono 24. Bisognerebbe ridurle a 18, perché è vero che il tipo di insegnamento è diverso, ma bisogna dire che il livello di attenzione necessario, vista l'età dei bambini, è superiore.)
Ho chiesto ai miei amici di facebook, insegnanti, di fare un calcolo. 
Ne trascrivo qualcuno.
Mi chiamo Sara, ho iniziato ad insegnare nell'a.s. 2001-2002 e sono entrata di ruolo nell'a.s. 2007-2008. Insegno matematica e scienze alla scuola media. Prendo 1517.20 euro al netto al mese. Oltre alle 18 ore frontali settimanali (18 x 4=72 ore al mese), c'è l'ora di ricevimento, quindi arriviamo a 76; 3 ore al giorno a casa per preparare le verifiche, correggerle e preparare le lezioni, cioè 60 ore al mese; facciamo in media 40 ore al mese tra riunioni, consigli di classe, collegi, aggiornamenti, potenziamento e recupero.....Direi 176 ore al mese, cioè 44 ore alla settimana. Circa 8 euro all’ora.

DOCENTE DI SCUOLA PRIMARIA
FASCIA 15
Stipendio mensile 1.431 €
Lezione 726
Correzione quaderni e verifiche 230
Preparazione lezioni per la classe 130
Studio individuale 80
Programmazione settimanale in team 66
Individualizzazione per stranieri e bes 40
Registri 30
PEI e PDP 30
Aggiornamento 30
Schede di valutazione 20
Colloqui genitori 18
Interclasse 10
Collegio docenti 10
Lettura circolari 10
Gestione laboratori 10
ASL 8
Viaggi d'istruzione - organizzazione e accompagnamento extra orario 8
Stesura progetti 8
Assemblee di classe e verbali 7
Invalsi 7
Manifestazioni 6
Continuità 6
Stesura orario 4
Stesura piano annuale 4
Incontri disciplinari 5
totale ore annuali 1503
A CASA
A SCUOLA
IN TRASFERTA


36 ore a settimana, per un compenso di circa 9,50 euro all'ora

Sono di ruolo da 22 anni, insegno alla secondaria di primo grado. Stipendio dopo lo scatto appena avvenuto (sempre che non se lo riprendano...): 1.800 €. Quello delle ore non è un calcolo semplice, dato che i nostri impegni variano nel corso dell'anno scolastico, ma provo a fare una media: 191 ore mensili così distribuite: 81 di insegnamento in classe; almeno 90 di preparazione lezioni (compresi il reperimento e la produzione di risorse multimediali), preparazione verifiche (anche per BES e DSA), correzione degli elaborati; 3 ore mediamente di ricevimento; 8 ore contrattuali di impegni collegiali(ho diviso le 80 per 10 mesi); 2 ore per programmazioni iniziali (anche PDP) e relazioni finali (20 ore annuali diviso 10 mesi). Per difetto: almeno 2 ore per corsi di aggiornamento. Totale : 191 ore, al mese; 47,5 ore alla settimana. ossia 9,42 € all'ora.

Insegnante di scuola primaria in una classe quinta a tempo pieno. 24 ore settimanali, (22 di lezione e 2 di programmazione che servono sempre per l'organizzazione interna e non usiamo mai per programmare); tre ore al giorno, di media, a casa, per correzioni, preparazione delle lezioni e registrazione dati sul registro elettronico (a scuola manca spesso la connessione). Tra incontri con i genitori, collegi, interclassi, aggiornamenti, commissioni, ecc... sono 6 ore al mese di media. 44 ore alla settimana.

Allora bisogna che venga chiarito il nostro orario di lavoro: quante ore lavoriamo? come mai si continua a pensare che gli insegnanti lavorano 18 ore? come mai lo pensano anche i ministri?
Vogliamo che Renzi e i ministri smettano di dire “Gli insegnanti lavorano 18 ore”. Bisogna che si scriva “Cattedra di 36 ore, con 18 ore di lezione in classe”. Fare ogni settimana lezione per più di 18 ore è una follia.
C'è qualcuno che dice che gli insegnanti dovrebbero lavorare 36 ore: noi affermiamo che lavoriamo più di 36 ore; come mai non veniamo creduti?
Per convincere tutti dovremmo lavorare a scuola, evidentemente. Benissimo! Ci piacerebbe molto togliere da casa nostra i libri che ci servono per preparare le lezioni per averli disposizione a scuola, in modo da lavorare lì. Ma la domanda è: dove ci mettiamo?
La scuola non è stata costruita perché gli insegnanti restassero a scuola. Chiediamo che tutte le scuole d'Italia vengano ristrutturate in modo che ognuno di noi abbia uno spazio dove lavorare tranquillamente come a casa, con un suo armadio, una sua scrivania, un suo telefono, un suo computer, una sua stampante.  E se tutto questo non c'è, che cosa volete da noi? 
Penso che basti. Ricordatevelo, quando qualcuno vi dice che lavorate 18 ore. E non giustificatevi più.

Continua….

giovedì 27 febbraio 2014

INTERVISTA su CADO in PIEDI. 443° post

CADO IN PIEDI MI HA INTERVISTATO.
Ecco l'intervista.
Dire tante cose in poche righe è molto difficile. Spero di essere riuscita ad essere chiara :-)

RENZI? "TORNA A SCUOLA DAVVERO"

di Redazione Cadoinpiedi.it - 27 febbraio 2014

Lo ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L’arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013). Perché anche se la riforma della pubblica istruzione è una delle priorità del nuovo Governo, gli insegnanti sono scettici. “Il premier non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano”, ha sottolineato Milani.




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Ripartire dalla scuola. Nel suo intervento programmatico, in aula al Senato per chiedere al fiducia, Matteo Renzi l'ha detto chiaro e tondo: bisogna ripensare alla scuola, ridare dignità al ruolo degli insegnanti, dedicare attenzione all'edilizia scolastica. Del resto il premier ha una testimonianza diretta di quella realtà: la moglie Agnese è infatti professoressa in un liceo scientifico di Pontassieve. E non è un caso che la sua prima uscita pubblica da premier sia stata proprio in una scuola a Treviso il 26 febbraio scorso.
Nelle aule, milioni di studenti, insegnanti e collaboratori attendono con ansia di vedere cosa farà il nuovo governo. Di scuola si parla sempre, con risultati altalenanti. "Renzi non ha detto di più di quello che dicono tutti quando si insediano", ha detto a Cadoinpiedi.it Isabella Milani, docente, blogger e autrice di L'arte di insegnare. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi (Vallardi, 2013).



DOMANDA: Il premier ha detto di voler intraprendere un tour delle scuole italiane. Cosa ne pensa?

RISPOSTA: Mi pare una cosa solo simbolica. Bisognerebbe farlo davvero, invece.



D: Cosa si aspetta da un governo che mette tra le sue priorità la scuola?

R: Sinceramente Renzi non ha detto niente di più di quello che dicono tutti quando si insediano. Quello che mi interessa invece è che il ministro della Pubblica Istruzione non porti avanti, tanto per dirne una, l'idea di aumentare il numero di ore di lezione in cattedra lanciata suo tempo da Mario Monti. Più di 18 ore di lezione, non si possono fare se non occasionalmente.



D: E dell'attenzione promessa all'edilizia scolastica che pensa?

R: Mi pare una chimera. Nelle scuole è difficilissimo anche solo farsi riparare una tapparella dal Comune. Si rompe, il Comune viene dopo un mese, e se nel frattempo se ne è rotta l'altra loro non la aggiustano, perché si deve rifare tutto l'iter da capo.



D: Da dove partire?

R: Noi vorremmo che si partisse dalla messa in sicurezza e dalla ristrutturazione delle scuole. Cose come tende alle finestre, gli infissi, i riscaldamenti adeguati. Si sta male nelle scuole, d'inverno fa freddo, d'estate fa caldissimo. I ragazzi sono in venticinque, trenta, in un'unica classe, con i banchi rotti, le sedie che traballano. Poi vorremmo anche che tutte le scuole fossero ristrutturate in modo da avere uno spazio per ogni insegnante con scrivania, stampante, pc, libreria. Noi vogliamo lavorare 36 ore tutte a scuola, perché ora lavoriamo di più e consumiamo la nostra roba, stampiamo a nostre spese.



D: La situazione è complicata. Quali sono a suo parere gli aspetti del sistema scolastico su cui intervenire con urgenza?

R: La scuola è come una costruzione coi cubi, se togli un cubo viene giù tutto. Alcune criticità sono relative agli insegnanti, non si ha una visione corretta del loro ruolo e del loro lavoro. Bisogna che vengano chiariti alcuni punti: qual è il nostro orario di lavoro? Dall'esterno c'è una visione negativa, Brunetta ci disse che siamo fannulloni. Ma noi mica lavoriamo 18 ore, sono 18 ore in classe e almeno 36 complessive. Eppure questa visione negativa porta al fatto che anche con tutte quelle ore di lavoro aggiuntive che facciamo - correggere i compiti la domenica o la sera tardi, ricercare materiali - siamo costretti a giustificarci.



D: In effetti le critiche sono tante.

R: Dobbiamo decidere: l'insegnamento è o no un lavoro usurante? Il ministro Carrozza ha detto di sì, e il dottor Lodolo D'oria ha passato vent'anni a studiare il problema del burnout degli insegnanti. Bisogna chiarire se nella scuola ci sono davvero degli insegnanti incapaci e poi, eventualmente, individuarli.



D: E ci sono?

R: Se ci sono come ci sono entrati? L'Università prima, e lo Stato poi li hanno dichiarati idonei e sono stati assunti. Se poi si rivelano incapaci di chi è la colpa? Io dico che ce ne sono pochissimi. E come mai, anche se individuati, non si riesce a mandarli via?



D: Arriviamo al discorso della valutazione degli insegnanti.

R: Noi siamo d'accordo sulla valutazione, ma come si stabilisce chi è capace o no? Lo decidono i genitori che vengono a dire la loro senza sapere quello che succede in classe? O gli studenti che prendono un brutto voto? Serve una valutazione esterna, ma è difficile. Vorremmo capire come il ministro prende le sue decisioni, chi ascolta. Perché non ascolta gli insegnanti che dedicano tanto attenzione alla scuola, piuttosto dei professori universitari che non ci entrano mai?



D: Che altro serve?

R: I ragazzi hanno bisogno di molto più aiuto di quello che sembra. Oggi ci troviamo tra i banchi figli di disoccupati, chi non ha soldi per i libri, chi ha situazioni difficili a casa e siamo impreparati. Per non parlare del sistema di valutazione, che senso ha dare i voti in questa situazione?



D: Come valutare allora gli studenti?

R: Noi diamo i voti come cinquant'anni fa. Gli esami, come sono oggi, finiscono per valutare principalmente i contenuti, non si riesce a valutare altre cose che i ragazzi sanno fare. Ho letto che le prove Invalsi nei prossimi tre anni costeranno 14 milioni di euro all'anno. Spendiamo tanto per una cosa che fatta così com'è non serve a nulla. La valutazione va fatta a inizio e fine di un percorso in base a quello che fa l'insegnante.



D: Qualche giorno fa si ipotizzava l'abolizione dell'esame di terza media. Che ne pensa?

R: Penso che noi insegnanti ci troviamo costretti a promuovere i ragazzi anche quando sappiamo che non sono in grado di andare alle superiori. Non possiamo fare altrimenti. Se un medico non guarisce un malato è un cattivo medico? Bisogna vedere se gli sono stati forniti gli strumenti per guarirlo. Per mettere un esame in fondo a un percorso lo Stato dovrebbe avermi fornito gli strumenti che servono per aiutare chi non ce la fa ma non ci sono le risorse necessarie. Sembra una strada senza uscita. Servirebbe piuttosto un orientamento alla fine delle medie per scegliere il percorso da seguire, ma è tutto affidato alla volontà dei singoli professori.



D: Renzi ha parlato di ridare dignità al ruolo dei docenti.

R: Se gli insegnanti venissero rispettati di più dall'opinione pubblica in generale, la gente accetterebbe la loro importanza e quindi anche il governo si sentirebbe di spendere più soldi per la scuola. L'insegnamento è un lavoro duro e usurante: per questo io penso anche che i ragazzi hanno diritto ad avere giovani come insegnanti. A 60 gli insegnanti che non se la sentono più devono essere lasciati andare in pensione. Perché a una certa età si è stanchi anche di essere entusiasti in classe. 




domenica 23 febbraio 2014

Che cosa vogliono gli insegnanti. Prima parte. 442° post

Gli insegnanti non hanno a che fare solo con i bambini e i ragazzi. Anche con i genitori, i nonni, gli zii. E questo rapporto con tante persone è un motivo di stress, perché gli insegnanti sono sotto gli occhi critici e a volte perfino malevoli di molte persone.
C'è sempre qualcuno che vuole venire a sentire come mai abbiamo detto o fatto qualcosa, o non detto e non fatto qualcos'altro. E tutti partono dal presupposto di sapere come e che cosa si dovrebbe insegnare. Credono che quello che viene riferito dagli alunni sia esattamente così, anche se sono bambini che hanno sette anni e hanno un vocabolario ridotto, anche se viene filtrato da un altro genitore, al quale lo ha detto un bambino vicino di casa del suo, che è nella classe vicina. E si precipitano (o vorrebbero farlo, ma non ne hanno il coraggio) a chiedere conto agli insegnanti del loro comportamento e delle loro parole.

Gli insegnanti hanno a che fare anche con Dirigenti che spesso, competenti o incompetenti che siano, non riescono a gestire la scuola che dirigono, soprattutto oggi che hanno affidato loro istituti comprensivi formati da cinque, sei, sette scuole. E capita che gli insegnanti debbano subire le conseguenze di una organizzazione piena di lacune.

Gli insegnanti hanno a che fare con Ministri sempre diversi, che si inventano continuamente nuove sigle, nuovi compiti, nuovi orari,  che hanno pretese sempre nuove, e, che, contemporaneamente, tagliano fondi. E ogni nuovo Ministro distrugge quello che aveva pensato il suo predecessore, e costringe gli insegnanti a ricominciare tutto daccapo, come in un assurdo gioco in cui si cade  sempre sulla casella “Ritorna al Via!”.

Gli insegnanti sono stanchi e sono stufi, di tutto questo.

Quelli che lavorano con coscienza sono tanti. Ognuno con qualche difetto, perché ognuno lavora secondo le sue capacità, come capita in tutti i settori. È ora di smetterla di fare di ogni erba un fascio, e di trattare tutti come incompetenti da chi non sa che cosa significa insegnare, da chi non capisce niente di didattica, ma esprime comunque dei giudizi sulla didattica o da chi è prevenuto perché ha avuto un rapporto conflittuale con un insegnante e odia tutta la categoria.

Gli insegnanti vogliono essere lasciati lavorare.

I nostri interlocutori principali devono essere gli alunni. Genitori, nonni, zii, devono stare un po’ meno addosso, dietro alla striscia gialla, come nelle farmacie. Per rispettare il nostro lavoro e quello che facciamo per i bambini e i ragazzi. Il controllo del nostro operato deve essere compito del Dirigente, non delle nonne e dello zio. La didattica la decidiamo noi. I genitori devono capire che l’insegnamento è il nostro lavoro e che quindi siamo noi quelli che sanno come si deve insegnare, non loro. Devono essere meno prevenuti verso gli insegnanti, perché, anche se esiste qualche insegnante incompetente e fannullone, non significa che sia proprio quello del loro figlio.
Gli insegnanti vogliono che i Dirigenti facciano il loro lavoro e si diano da fare per aiutarli a trovare una soluzioni ai problemi che sorgono. Vogliono che i Dirigenti lavorino insieme a loro.
Gli insegnanti vogliono che i Ministri la smettano di cambiare continuamente le carte in tavola; che la smettano di inventare nuove sigle, di suggerire nuovi percorsi didattici, di cambiare programmi di studio, sistemi di valutazione, orari; vogliono che i Ministri (e i governi) la smettano di operare tagli, che rispettino gli insegnanti e gli alunni e – soprattutto-  che investano sulla Scuola.
Gli insegnanti vogliono che tutti – persone comuni e Ministri- capiscano che le vacanze estive, per loro, più che una vacanza, sono una convalescenza, come dice il dottor Vittorio Lodolo D’Oria.
Gli insegnanti precari vogliono avere un posto di lavoro, e smetterla con la gavetta.  
Gli insegnanti di ruolo vogliono essere lasciati andare in pensione, se non ce la fanno più. E comunque nessuno dovrebbe essere lasciato in cattedra dopo i sessant'anni, perché i bambini e i ragazzi hanno diritto ad avere insegnanti giovani, più vicini a loro come mentalità, e non ancora stanchi e usurati.


giovedì 13 febbraio 2014

Non sempre il quieto vivere è una bella cosa. 441° post.


Sono fermamente convinta del fatto che la discussione e anche il litigio costruttivo siano alla base di rapporti sereni. Nei rapporti di lavoro come in quelli d’amore. Un matrimonio dove, al momento opportuno, si fa una bella litigata probabilmente dura di più di uno all'interno del quale si nascondono i problemi e si soffocano le conflittualità: prima o poi qualcosa esplode.
Il problema è che spesso, nelle Scuole, questa sana discussione non c’è. La maggioranza agisce istintivamente, e reagisce rare volte aggredendo o – molto più spesso – criticando alle spalle. Non è diplomazia. È una fuga dalle situazioni difficili.
Per risolvere le criticità nel migliore dei modi non si cerca il confronto: si litiga o si critica, ciascuno pensando di essere nel giusto, anche senza conoscere davvero l’opinione e le ragioni dell’altro. Ognuno si comporta come se fosse solo, e pretende di fare quello che ritiene più opportuno, come se l’insegnamento non fosse (come invece deve essere) un lavoro di equipe, basato su obiettivi comuni condivisi, ma un percorso a vasche parallele.
I problemi nascono, nelle Scuole, quando si scontrano visioni della Scuola differenti. Per ogni classe c’è un gruppo di insegnanti: piccolo alle elementari, più grande alle medie e alle superiori. Ma la sostanza non cambia. Sembra logico che, al di là delle differenze di metodo e di materia, insegnando tutti agli stessi alunni, dovremmo presentarci davanti a loro con la stessa idea di Scuola. Ma per molti non è così. Capita che uno lasci perdere quello che un altro trova gravissimo; uno insegni il rispetto della puntualità e l’altro sia sempre in ritardo; uno spieghi che non si può usare il cellulare e l’altro dica “Usatelo pure”, perché anche lui usa il cellulare in classe. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega permette ai ragazzi comportamenti vietati perché è più comodo che far rispettare le regole. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega insulta i ragazzi e lo sanno tutti benissimo. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega non ha letto la circolare ministeriale che spiega quello che bisogna fare. Questo comporta il fatto che gli altri dovranno fare anche il suo lavoro, o - peggio – che dovranno perdere tempo a spiegargli che le sue obiezioni sono prive di fondamento. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega risponde sgarbatamente ai genitori, o arriva ai ricevimenti sempre in ritardo mettendo in luce negativa la Scuola. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
Un collega accompagna la classe in palestra, o in un laboratorio, o in biblioteca (ma ci sono anche quelli che la mandano da sola) e permette che sghignazzino e che urlino, disturbando così la lezione di tutti. Se ne dovrebbe parlare, anche litigando. Ma non accade. Per il quieto vivere.
La giustificazione più comune è: “Chi sono io per dirgli qualcosa? Non posso dirgli quello che deve fare. Ci deve pensare il Dirigente!”. È vero. Ma il Dirigente è quello che può, quando è il caso, prendere dei provvedimenti disciplinari. Noi, i colleghi, se crediamo nell'importanza della Scuola, dobbiamo parlare dei problemi che ci sono, anche se il problema è il collega che non fa il suo lavoro come dovrebbe.
Se stiamo zitti, sopportiamo e tolleriamo, alla fine diventiamo complici.
Tutto rimane com'è e le criticità non hanno possibilità di essere eliminate. È un problema. 
Ma che cosa accade se qualcuno decide di parlare esprimendo apertamente il suo disappunto e le sue critiche?
Si rompe l’equilibrio del preziosissimo “quieto vivere”. Dato che i sostenitori del quieto vivere sono la grande maggioranza, metterli di fronte a dei problemi mette in discussione anche il loro comportamento rinunciatario e questo non viene preso con simpatia.
Molto meglio per loro rimanere nel faidate, nel detto non detto, nel forse, nell’”abbiamo sempre fatto così”. Basterebbe fare una riunione, esprimere lì le proprie opinioni, discutere, anche animatamente, vedere i pro e i contro, e alla fine prendere una decisione condivisa e attenercisi tutti. Ma non si fa, perché è più comodo e sicuro subire e andare avanti.
Chi parla viene criticato e fatto passare per un rompiscatole, per un litigioso. Si fa passare per “è un problema fra voi due” quello che, in realtà, è un problema di tutti. Apparentemente si criticano le ragioni della sua protesta (anche senza argomentazioni) ma in realtà si critica il fatto stesso che si permetta di protestare.
Ho ricevuto molte lettere su questo problema. Si può arrivare al mobbing. 
Tutti quelli che scelgono di parlare e di esprimere delle opinioni scomode sanno quanto è faticoso.
Chiedetevi che tipo di insegnante siete. E rifletteteci un pochino.
Personalmente credo che bisognerebbe essere più coraggiosi. Per una Scuola migliore. 
La Scuola si cambia anche dal di dentro.

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