La professoressa Isabella Milani è online

La professoressa Isabella Milani è online
"ISABELLA MILANI" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy dei miei alunni, dei loro genitori e dei miei colleghi. In questo modo ciò che descrivo nel blog e nel libro non può essere ricondotto a nessuno.

visite al blog di Isabella Milani dal 1 giugno 2010. Grazie a chi si ferma a leggere!

SCRIVIMI

all'indirizzo

professoressamilani@alice.it

ed esponi il tuo problema. Scrivi tranquillamente, e metti sempre un nome perché il tuo nome vero non comparirà assolutamente. Comparirà un nome fittizio e, se occorre, modificherò tutti i dati che possono renderti riconoscibile. Per questo motivo, mandandomi una lettera, accetti che io la pubblichi. Se i particolari cambiano, la sostanza no e quello che ti sembra che si verifichi solo a te capita a molti e perciò mi sembra giusto condividere sul blog la risposta. IMPORTANTE: se scrivi un commento sul BLOG, NON FIRMARE CON IL TUO NOME E COGNOME VERI se non vuoi essere riconosciuto, perché io non posso modificare i commenti.

Non mi scrivere sulla chat di Facebook, perché non posso rispondere da lì.

Ricevo molte mail e perciò capirai che purtroppo non posso più assicurare a tutti una risposta. Comunque, cerco di rispondere a tutti, e se vedi che non lo faccio, dopo un po' scrivimi di nuovo, perché può capitare che mi sfugga qualche messaggio.

Proprio perché ricevo molte lettere, ti prego, prima di chiedermi un parere, di leggere i post arretrati (ce ne sono moltissimi sulla scuola), usando la stringa di ricerca; capisco che è più lungo, ma devi capire anche che se ho già spiegato più volte un concetto mi sembra inutile farlo di nuovo, per fare risparmiare tempo a te :-)).

INFORMAZIONI PERSONALI

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La professoressa Milani, toscana, è un’insegnante, una scrittrice e una blogger. Ha un’esperienza di insegnamento alle medie inferiori e superiori più che trentennale. Oggi si dedica a studiare, a scrivere e a dare consigli a insegnanti e genitori. "Isabella Milani" è uno pseudonimo, scelto per tutelare la privacy degli alunni, dei loro genitori e dei colleghi.È l'autrice di "L'ARTE DI INSEGNARE. Consigli pratici per gli insegnanti di oggi", e di "Maleducati o educati male. Consigli pratici di un'insegnante per una nuova intesa fra scuola e famiglia", e "L'uovo di Colombo", Metodo per capire bene" tutti per Vallardi. Ed è autrice di un romanzo, "Nei suoi panni", che trovate su AMAZON. Potete seguirla sul sito professoressamilani.it e su Instagram e su Facebook.

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martedì 23 dicembre 2014

"Un aiuto, un parere, una parola di conforto..." Seconda Parte. 497° post

Sabrina mi scrive:

"Gentile professoressa Milani, 
le scrivo per raccontarle la mia storia in una grigia giornata decembrina e avere un suo parere, se vorrà dedicarmi una risposta.
[…]
Cosa dovrei fare secondo lei e come valutarmi oggettivamente come insegnante, per capire se sono un'insegnante degna di questo nome? Se vale la pena continuare o è meglio che inizi a cercare qualcos'altro?”

Cara Sabrina, ognuno di noi porta con sé, anche in classe, la sua vita. E a volte la nostra vita è carica di dolore. Vivere con una persona con problemi psichiatrici – soprattutto se si tratta della madre – è un carico di dolore come ce ne sono pochi. La madre dovrebbe essere la tua guida, il tuo faro, e invece in quel caso non lo è più. Tu non sei più figlia. Diventi tu la madre di tua madre e deve fare tu per lei quello che sarebbe naturale che lei facesse per te. È molto doloroso, e facilmente può far nascere un senso di rabbia, di frustrazione, di astio, verso la vita stessa che ti ha riservato una condizione così difficile, e spesso anche verso tua madre, che ti costringe con la sua malattia a impostare la vita in una direzione che non vorresti. Ma sai che non è colpa sua, e, quando ti rendi conto di quello che provi, senti anche un senso di colpa. Ma non è nemmeno colpa tua, Sabrina. E di questo devi renderti conto, e puoi farlo solo con l’aiuto di uno psicologo o di uno psichiatra. Solo quando riuscirai a perdonare te stessa, tua madre e la vita stessa potrai diventare forte e serena.
Come molte volte ho scritto – nel blog e nel libro – insegnare è davvero difficile. Ma lo è di più quando lo affronti senza le forze necessarie. Dici “fisicamente e psicologicamente non lo reggo più...”. Per forza! L’insegnamento è usurante perché è un lavoro che consiste nell'aiutare gli altri. I bambini e i ragazzi hanno bisogno di noi, soprattutto quando sono bambini e ragazzi difficili, problematici, che ci rovesciano addosso il loro disagio e si aspettano che li aiutiamo. Ci risucchiano le energie, e ci fanno star male quando stanno male. È normale, Sabrina, che tu fatichi tanto, che ti senta svuotata! Non possiamo aiutare qualcuno se abbiamo noi per primi bisogno di aiuto.
E ti senti inadeguata. Ma non devi chiedere troppo a te stessa. Scrivi “mi è arduo ricordare le cose, fare lezioni interessanti, ma come si fa? per farmi venire un'idea in una materia e metterla in pratica, ci metto un pomeriggio, e poi le altre materie?”
Nel mio libro trovi parecchie pagine su come si insegna. Rileggilo lentamente, durante le vacanze di Natale. Adotta il metodo che suggerisco e imparerai a trovare molte idee. Dormi! Non ti sentire in colpa se non hai abbastanza competenze informatiche, o se non hai viaggiato. Ripromettiti di farlo quando starai meglio. E renditi conto del fatto che nemmeno gli altri sono perfetti: molti insegnanti non hanno buone competenze informatiche e hanno viaggiato pochissimo. E allora? Imparerai! Pensa a quello che sai fare e non a quello che non sai fare.
Sì, direi che sei depressa. E ne hai motivo: non hai avuto il tempo di divertirti, di ridere con le amiche, di essere spensierata, di diventare ottimista, di imparare ad affrontare le cose senza lasciarti travolgere. Chi deve affrontare prove molto dure poi si abitua a sentirsi bastonato e ad aspettarsi altri colpi dalla vita. Devi farti seguire e curare, Sabrina. Poi vedrai tutto in un altro modo, compresa la Scuola.
Dici: “Mi piacerebbe realizzare laboratori, fare qualcosa di costruttivo, di interessante, ma quest'anno sono davvero a corto...”. Pazienza, lo farai. Adesso segui un metodo diverso, più semplice. Decidi adesso tutto quello che farai e riduci al minimo il programma: fai solo quello che serve davvero. Riduci al minimo le verifiche scritte: servono a poco. La Scuola non è questione di quantità, ma di qualità. Non devi cambiare lavoro. Traspare dalle tue parole che sei una brava insegnante. Hai soltanto bisogno di ritrovare te stessa.
Se per te “è frustrante leggere gli occhi annoiati dei tuoi alunni” sappi che lo è per tutti. Ma nel mio libro devi aver trovato molti suggerimenti: mettili in pratica!
Hai scritto: “Ho letto il suo libro velocemente e ricordo che in un passaggio diceva che è importante per un insegnante essere curiosi di tutto, leggere e interessarsi a tutto; ma quante ore dovrebbe durare una giornata?” Semplicemente le ore che hai a disposizione!  E ti sei già risposta: “ma lì fuori c'è un mondo che a mala pena riesco a scorgere per tutto il brillìo delle sue luci diverse e stimolanti...”
Ecco dove devi trovare il materiale interessante per le tue lezioni.
“Mentre le scrivevo, ho pianto anche un po'. E' stato uno sfogo in tutti i sensi.”: hai fatto bene, Sabrina. A volte, nella vita, serve piangere un po'.
Ti auguro un anno meraviglioso, completamente nuovo. Fammi sapere.


mercoledì 12 novembre 2014

L'alluvione di Carrara non è destino. 487° post

Ma che cosa sta succedendo in Italia? Parlo delle alluvioni. Quella di Carrara, per esempio. Un'alluvione è un fatto ineluttabile? Che cos'è? Sfortuna? Destino? La Natura che si ribella? È il clima che è cambiato? È un’alluvione assassina?
Se un’alluvione è un fatto ineluttabile allora non ci resta che pregare se siamo credenti in un Dio, o fare gli scongiuri se non lo siamo.
Ma non credo che sia un fatto ineluttabile. A Carrara ci sono state quattro alluvioni in undici anni. Significa che c’è stata gente che ha perso tutto e ha ricostruito. Ma, dopo nove anni, ha perso di nuovo tutto, e ha ricostruito; dopo due settimane ha perso di nuovo tutto, e ha di nuovo ricostruito. E ora, dopo due anni, ha perso di nuovo tutto. C’è di che fiaccare anche un leone. Invece questo popolo di gente forte, fiera, irriducibile, resiliente è partito subito all’attacco del disastro e sta ripulendo tutto, buttando via, salvando il salvabile. Come hanno fatto i genovesi, i chiavaresi, i modenesi, gli aquilani e tutti gli altri. È i momenti come questi che si vede di che pasta sono fatte le persone. Chi non è stato colpito dall’alluvione si è precipitato ad Avenza e a Marina di Carrara ad aiutare gli amici, i parenti, ma anche gli sconosciuti. Ragazzi meravigliosi sono accorsi in aiuto hanno spalato, spostato, lavato per dieci ore al giorno senza perdere il sorriso. Tutti si stanno aiutando fra loro. E si riprenderanno, anche se Carrara è una città già sofferente, perché la sua economia è basata sul marmo e il marmo, a Carrara, non è di tutti, come sarebbe giusto perché le montagne dovrebbero essere di tutti. Il marmo è di pochi, ricchissimi, che non lo mollano per nessun motivo. Perché hanno il potere dei soldi, che vince tutti i poteri, e nessuno può farcela contro il potere dei soldi. E se è vero che una parte della colpa dell’alluvione è dei detriti, dei massi e degli scarti di lavorazione del marmo che vengono lasciati ai lati delle cave, rotolano a valle e finiscono nel letto del Carrione, allora la colpa non è solo della natura e del clima, ma è anche di quei ricchissimi proprietari di cave, e del Comune di Carrara che per decenni ha permesso che le cose continuassero così.
Il Carrione, che è un torrente, per qualche motivo ogni tanto esce dal suo letto e provoca disastri. Un torrente è un torrente si sa. Ma arrivare ad allagare la città! È colpa sua? Se quando piove tanto si rompe un argine perché è stato costruito male, la colpa è del Carrione o sarà di qualcun altro?  E se sì, di chi? Di chi ha costruito l’argine? Di chi ha scelto la ditta? Di chi non ha fatto i dovuti controlli? Di chi non ha dato retta alle segnalazioni di infiltrazioni e di allagamenti della strada formalmente inviate a tutti quelli che sono preposti a occuparsi della sicurezza dei cittadini? La gente di Carrara vuole, questa volta, trovare i colpevoli e fare in modo che non ci sia più fango da spalare. Forse questa volta ce la farà. E forse il suo esempio sarà seguito da altre città, da altri italiani.
Un’alluvione, un terremoto, significano dolore, paura, rovina. La tua casa, tutte le tue cose, le foto di quando eri piccola, la tua poltrona così comoda, i libri e i quaderni di tuo figlio, che ora ti tocca comprare di nuovo, con quello che costano, il divano appena comperato, i dentini del tuo bambino, che avevi conservato perché volevi farli vedere ai tuoi nipotini, la tua automobile ancora da pagare, i giocattoli del tuo bambino, il vaso che ti aveva regalato la zia Luisa per il matrimonio, il tuo cellulare, il tuo cane che non è riuscito a salvarsi non ci sono più. E non c’è più il tuo negozio, che ora forse si stava riprendendo, che ora c’era il Natale e la gente poteva comperare di più e forse ce la facevi anche quest’anno a non chiudere. E non c’è più il tuo lavoro, perché non c’è più il negozio, non c’è più l’ufficio, le strade sono chiuse, la gente non ha più un soldo.
Gli Italiani non ne possono più di rimboccarsi le maniche per ricostruire dopo alluvioni, frane e terremoti. I carraresi, i genovesi, i chiavaresi, i modenesi, gli aquilani e tutti gli altri. Perché tutte le volte si parla di responsabilità e si spera che qualcuno paghi per aver sbagliato, perché non accada più. Ma non succede mai. Perché in questo Paese chi ha il potere si unisce a chi ha i soldi e aggiusta tutto con gli insabbiamenti e gli avvocati. E per quanto noi – la gente comune – possiamo mettere uno, due, tre, cinque avvocati, loro ne metteranno cinquanta, cento, duecento. E per un giornalista che difenderà i deboli, ce ne saranno tanti altri che difenderanno i ricchi, i potenti, i politici. E vinceranno.

Ma questa volta Carrara sembra intenzionata a non mollare. E ai carraresi forse si uniranno i genovesi, i chiavaresi, i modenesi, gli aquilani e tutti gli altri. Speriamo. Quando la gente capirà che l'unione fa la forza, forse le cose cambieranno.

sabato 9 novembre 2013

Ripropongo "Il terremoto e il dolore che non vediamo". 414° post

Filippine, supertifone violento come lo tsunami del 2004: già 1.200 le vittime della tempesta

Leggo su repubblica.it 
"MANILA - Morte e disperazione. Onde alte fino a sei metri. Case distrutte. Edifici ed aeroporti scoperchiati. Strade inondate. Terreni franati. Corpi straziati. Piccoli orfani dallo sguardo carico di orrore. Polvere mista a fango, lacrime e dolore".

Ripropongo un mio post:

Il terremoto e il dolore che non vediamo. 

Il dolore che non vediamo è il dolore degli altri.
Un terremoto sconquassa terre e vite lontane. Ci colpisce, rimaniamo fortemente scossi per il tutto il tempo in cui vediamo le immagini terribili. Dieci minuti? Venti? Ogni tanto, durante il giorno, ci pensiamo e commentiamo con qualcuno quanto è terribile quello che sta succedendo. Regaliamo qualche spicciolo - non tutti, tra l’altro – e poi riprendiamo la nostra vita.
Il dolore degli altri, in realtà, ci sfiora appena. Di fronte a notizie e ad immagini come quelle che vediamo (da molto lontano) attraverso i mezzi di comunicazione, di fronte a centinaia di migliaia di morti e feriti, a interi paesi e villaggi spazzati via dallo tsunami, a vite distrutte, a donne che urlano per la morte dei figli, se quello che vediamo ci colpisse davvero profondamente, bisognerebbe portare il lutto, piangere, disperarsi, smettere di mangiare, non andare al cinema e non festeggiare l’anniversario di matrimonio o il compleanno. Dovremmo rinunciare almeno al superfluo e mandare tutto l’aiuto che possiamo. Invece continuiamo la nostra vita come al solito. Diciamo che non mandiamo niente perché chissà dove vanno a finire i nostri soldi. Oppure ci sentiamo buoni perché componiamo un paio di volte il numero verde dedicato agli aiuti alle vittime del terremoto o dello tsunami.
Continua qui

mercoledì 10 aprile 2013

Insegniamo ai ragazzi a sognare. 366° post


In questo periodo – noi adulti che facciamo parte della società - siamo sovraccarichi di preoccupazioni, di problemi, di noie. Ovunque si guarda c’è tristezza, dolore, povertà, sofferenza e perfino disperazione. O tocca a noi, o tocca ai nostri cari, o agli amici: disoccupazione, impossibilità di trovare il primo lavoro, debiti, imbrogli, fregature, perdite, fallimenti, suicidi.
Che cosa facciamo vedere ai bambini, ai ragazzi? Un mondo freddo e nero. Con quale coraggio noi insegnanti possiamo raccontare loro che “l’onestà premia”? che “sì, è vero che adesso stanno faticando sui libri, ma poi verranno ampiamente ripagati”. Non lo abbiamo, questo coraggio, e così li bombardiamo di messaggi negativi: “Tanto sono solo i disonesti quelli che vanno avanti!”, “I delinquenti sono  più ricchi e  più fortunati!”, “Il governo ti frega sempre!”, “Tanto non troverai mai un lavoro!”, “Studiare, oggi, è perfettamente inutile!”.

Ecco, così togliamo loro la voglia di impegnarsi, la fiducia negli altri, la capacità di entusiasmarsi e di sognare. Non è giusto.

C’è un principio molto importante quando si insegna: possiamo insegnare soltanto quello che sappiamo fare. Ora domando: sappiamo ancora – noi – entusiasmarci e sognare? Mi sembra che la maggioranza abbia rinunciato. Allora, facciamo un po’ di esercizio: esercitiamoci a sognare.

Se siete un po’ arrugginiti, seguitemi.

Innanzitutto, la vita non è la politica, la disonestà, la cattiveria, la stupidità. Ci sono aspetti meravigliosi della vita che abbiamo ancora. La natura, con i suoi paesaggi bellissimi, il miracolo di certi particolari straordinari, il nido di un ragno, una famiglia di cinciallegre, un delfino che salta davanti alla prua di una barca, un cavallo frisone al galoppo, il vento che muove le foglie, un campo di papaveri, un tramonto. Correre, ridere, cantare, amare, cogliere le ciliegie dall'albero  gli amici, i figli, le risate incontenibili di un bambino. La musica. E tante altre cose per le quali possiamo provare gioia. Bisogna imparare a notarle, ad apprezzarle, per poi insegnare a farlo ai nostri bambini e ragazzi. Figli e alunni.

Rendiamoci conto di quanto sia importante non darci per vinti, non demoralizzarci, e credere, invece, in noi stessi e nella vita.  Diamo dei messaggi positivi, presentiamo le brutture del mondo – che pure esistono - come eventi temporanei e non come l’essenza della vita, della società e del mondo.

Andiamo a scuola, domani, e diciamo ai nostri alunni che la vita è bella. Non è vero che non troveranno lavoro. Lo troveranno, invece, perché saranno così bravi che tutti li vorranno. Avranno un bel lavoro, una casa bianca con le finestre verdi, metteranno su un bel ristorantino e voi andrete a mangiare da loro. Viaggiate con la mente insieme a loro. Scegliete insieme il nome del ristorante. Passate del tempo a sollecitare i loro desideri, i loro sogni. “Che cosa ti piacerebbe che ti accadesse? Come ti vedi nel futuro? Che cosa vorresti, se tu potessi realizzare i tuoi sogni senza badare a spese? Come sarebbe la casa dei tuoi sogni? Se tu potessi viaggiare, dove andresti? Che cosa vorresti vincere? Fate descrivere tutto nei particolari. Ascoltate con loro, in classe, una bellissima musica. Parlate con loro di quello che provano ascoltandola. Fatelo, anche se insegnate matematica, senza paura di perdere tempo.

Lavorare per il futuro e per la felicità dei ragazzi fa parte del programma.




Leggete anche questi post, se volete. 

sabato 31 dicembre 2011

Addio, 2011. 271°

Addio, 2011. A mai più rivederci.

Si chiude, spero per sempre, un’epoca e se ne apre un’altra.
Non voglio più neanche ricordare quello che abbiamo passato, politicamente parlando. E spero che si apra un’epoca in cui ci sia permesso di pensare liberamente senza essere plagiati e manipolati dai mezzi di comunicazione, dai sorrisi, dalle menzogne, dalle promesse. Un’epoca in cui si torni a considerare l’onestà come indispensabile per essere rispettati, e in cui l’educazione venga insegnata ai bambini dall’esempio degli adulti. E spero che la società impari a distinguere il necessario dal superfluo e a preferire la sostanza all’apparenza.

Addio al 2011 per chi ha perso una persona cara, perché l’anno ha portato loro molto dolore.
Per chi ha visto i colleghi o i familiari uccisi sul lavoro perché le regole della sicurezza non sono state rispettate.
Per chi ha perso il lavoro e non sa come trovarne un altro.
Per chi non ha ancora un lavoro e si sente dire da tutti che non riuscirà a trovarlo.
Addio al 2011 per chi credeva di andare in pensione e ha saputo che chissà quando ci andrà.
Addio al 2011 per gli insegnanti, che hanno visto lo sfacelo della Scuola pubblica dovuto a vergognosi tagli, e che sono stati chiamati “fannulloni”.
Per gli studenti di tutte le età, ai quali non è stato effettivamente garantito il diritto allo studio e che poi sono stati definiti “ignoranti”.
Per chi deve iscriversi all’università e non sa che strada prendere, perché tutte portano alla disoccupazione.
Per chi fa i conti e si accorge che non sa come farà a tirare avanti.
Per i commercianti che sono stati onesti, hanno investito tutto sulla loro attività, ma non ce l’hanno fatta a pagare i debiti e sono stati costretti a chiudere il negozio.
Per gli extracomunitari e gli stranieri onesti che vengono guardati ancora con sospetto e superiorità.
Per quelli ai quali hanno calpestato i diritti proprio quelli che dovevano garantire loro che venissero salvaguardati.

Quello che non ho scritto, aggiungetelo voi.

domenica 24 aprile 2011

Il dolore a rilascio lento. 188°

Nei giorni di festa penso alle mazzate che la vita mi ha dato. Parlo delle mazzate che si ricevono quando muore una persona cara. Ho fatto qualche conto: ho ricevuto finora più di venti mazzate con mazze di diametro otto centimetri - parenti e amici cari che se ne sono andati- e tre con mazze di diametro quindici - i miei genitori, che non ci sono più, e mia suocera, che era per me come una seconda mamma.
Ho una certa esperienza, quindi. Regolarmente ci penso - soprattutto durante le feste - e vorrei condividere le mie riflessioni.
Una persona cara che se ne va porta con sé anche un po' di noi: tutto quello che ci dava, e tutto quello che avrebbe potuto darci, e che non ci darà più. Insieme a questo dolore c'è quello provocato dal pensiero delle gioie della vita di cui avrebbe potuto ancora godere, e che le sono state negate.
La morte di parenti e amici cari provoca in noi dolore, incredulità, smarrimento che si avvertono subito, ma che lasciano il posto, in un lasso di tempo non molto lungo, a tristezza, nostalgia e rimpianto.
La morte di un genitore è una cosa strana: una prima ondata di dolore ci trasforma in orfani, come se fossimo bambini. Qualunque età abbia nostro padre o nostra madre, quando muore, noi siamo i suoi bambini. Come potremo affrontare la vita, adesso, senza mamma, senza babbo? Il mondo ci sembra assurdamente vuoto.
Il nostro istinto di sopravvivenza, però, ci spinge a tentare di scacciare il pensiero che nostra madre non c'è più, che nostro padre ci ha lasciato. Ogni tanto un'ondata di dolore sale alla coscienza e noi cerchiamo di ricacciarla indietro, perché sappiamo che troppo dolore potrebbe farci soccombere.
Il dolore per la morte di un genitore amato è un dolore che perfino noi che lo viviamo stentiamo a capire. Come è possibile soffrire tanto per una persona che sappiamo che ha fatto la sua vita, e che prima o poi doveva lasciarci? Dobbiamo elaborare il lutto, ed è molto difficile.
È come un palloncino che ha un forellino che teniamo chiuso con un dito: ogni tanto lasciamo uscire un soffio d'aria. Poco per volta, perché sappiamo che, se lasciamo uscire tutta l'aria di colpo, il palloncino vola via.
È un dolore a rilascio lento, quello per la morte di un genitore: passano gli anni e continua a uscire, come se fosse inesauribile.
Il mio pensiero va alle persone che, come me, hanno avuto un lutto recente, perché so quanto sono difficili le feste, quando tutti festeggiano e noi non ne abbiamo nessuna voglia.

domenica 13 marzo 2011

Il terremoto e il dolore che non vediamo. 168°

Il dolore che non vediamo è il dolore degli altri.
Un terremoto sconquassa terre e vite lontane. Ci colpisce, rimaniamo fortemente scossi per il tutto il tempo in cui vediamo le immagini terribili. Dieci minuti? Venti? Ogni tanto, durante il giorno, ci pensiamo e commentiamo con qualcuno quanto è terribile quello che sta succedendo. Regaliamo qualche spicciolo - non tutti, tra l’altro – e poi riprendiamo la nostra vita.
Il dolore degli altri, in realtà, ci sfiora appena. Di fronte a notizie e ad immagini come quelle che vediamo (da molto lontano) attraverso i mezzi di comunicazione, di fronte a centinaia di migliaia di morti e feriti, a interi paesi e villaggi spazzati via dallo tsunami, a vite distrutte, a donne che urlano per la morte dei figli, se quello che vediamo ci colpisse davvero profondamente, bisognerebbe portare il lutto, piangere, disperarsi, smettere di mangiare, non andare al cinema e non festeggiare l’anniversario di matrimonio o il compleanno. Dovremmo rinunciare almeno al superfluo e mandare tutto l’aiuto che possiamo. Invece continuiamo la nostra vita come al solito. Diciamo che non mandiamo niente perché chissà dove vanno a finire i nostri soldi. Oppure ci sentiamo buoni perché componiamo un paio di volte il numero verde dedicato agli aiuti alle vittime del terremoto o dello tsunami.
Ho letto - non ricordo chi l'ha detto – che l’essere umano soffre di più se gli viene pestato un callo che se riceve la notizia della morte di mille bambini sconosciuti.
Non vediamo il dolore se non quando ci tocca da vicino. È così. Non è un rimprovero, il mio, né a me stessa né agli altri. Soltanto, vorrei rifletterci su perché smettiamo di fingere di essere generosi per aver donato due euro.
Forse è meglio così. Se soffrissimo per tutto il male che ci circonda non vivremmo più. Sarebbe terribile. L’uomo ha imparato a proteggersi dall’overdose di dolore.
Ma nella vita quotidiana bisognerebbe cercare di vedere anche il dolore degli altri. Almeno di quelli che ci passano accanto, che incrociano la nostra vita.
Oggi è venuta a scuola la mamma di una mia alunna. Una donna di una quarantina d’anni, senza marito (spesso noi insegnanti non sappiamo se è perché è vedova, abbandonata, tradita, ragazza madre). Con occhi stanchi mi dice che non sa che cosa fare con quella figlia così piena di problemi, così depressa. Cerco di tranquillizzarla, ma non posso più di tanto, perché la ragazza ha già accumulato un mare di assenze, e oggi c’è una legge che, oltre un certo numero, ci obbligherà a bocciarla.
Alla fine solleva la maglia per lasciarmi vedere uno stomaco ricucito e rattoppato con una grande garza dalla quale esce un tubicino e un sacchetto.
“Guardi come devo andare a lavorare, io”, mi dice.
Sono, così, obbligata a ricordare che esiste anche il dolore degli altri, e non soltanto il mio.
Capita spesso, nel nostro lavoro, di entrare in contatto con famiglie disastrate, con storie di degrado, con bambini malati, con genitori alcolizzati, con ragazzini soli come cani abbandonati.
Siamo obbligati, allora, a soffrire anche per il dolore degli altri.

martedì 1 marzo 2011

Quando il dolore afferra proprio te. 163°

Ci sono momenti della vita in cui il dolore afferra proprio te.
Un dolore tagliente come un rasoio, freddo come un candelotto di ghiaccio, lacerante come il morso di una tigre.
Tocca a te passare attraverso la tempesta, adesso, non hai scampo.
Allora vorresti chiudere fuori tutto il mondo e stare abbracciato ai tuoi cari, in silenzio. Vorresti addormentarti profondamente per non soffrire.
Provi un dolore così quando muore una persona che ami. Una madre, un padre, una sorella, per esempio.
Non è vero che la morte non è niente. La morte è moltissimo, perché ti cambia. Molto più di qualsiasi gioia.
Quella persona così importante per te ti lascia sola, nonostante il tuo dolore.
Se ne è andata chissà dove e non potrai mai più vederla. Mai più, in nessun luogo. Mai più, per nessun motivo. Puoi andare a cercarla in fondo al buio di tutti i mari, puoi camminare senza sosta e cercarla fra la folla di tutti i paesi del mondo, percorrere tutti i deserti e tutte le città, ma non c’è più.
Non può sentirti se le parli.
Questa perdita ti sembra incredibile, ma il mondo continua ad esistere indifferente e sempre uguale, anche se per te cessa di essere quello di prima, perché quella persona tanto importante non è più qui.
Quando il dolore tocca proprio te devi resistere e aspettare che se ne vada. Accadrà quando imparerai a vivere la vita senza di lei. Prima o poi ci riuscirai, e al dolore si sostituirà una profonda tristezza e poi tanta nostalgia.
E allora riuscirai a sorridere, ricordando i momenti passati insieme. È già accaduto altre volte.

domenica 6 febbraio 2011

Il suicidio di un adolescente. 157°

Il suicidio di per sé è molto difficile da accettare. Ma il suicidio di un adolescente è insostenibile. Chiunque abbia in qualche modo incrociato la sua vita con un suicida sa quanto può essere terribile il senso di impotenza che ti attanaglia. “Perché”, “se” e “forse” , si pensa. Non “perché lo ha fatto?”, ma “perché non ho capito? Perché non mi ha chiesto niente? Perché nessuno si è accorto di niente? Se mi avesse detto qualcosa, se avessi anche solo immaginato, forse..”
Il suicidio è il più terribile dei fallimenti e provoca il più lacerante dei dolori. Chi si uccide se ne va e ti lascia solo con i tuoi interrogativi senza risposta. È il rifiuto della vita e di tutto il mondo, compreso te che resti.
Non voglio parlare dei genitori. Un genitore muore insieme al suicida. Un figlio che si uccide si porta via anche i genitori.
Non voglio parlare degli insegnanti, del dolore e della paura che provano quando leggono di un adolescente che si suicida. Paura che possa capitare loro un alunno che si toglie la vita. Dolore perché il suicidio è la negazione della vita, di quella vita che loro, a scuola, dovrebbero insegnare ad affrontare. E dolore e paura perché un ragazzo che hanno avuto in classe per anni che si suicida dimostra che il loro lavoro non è servito a salvarlo da se stesso e che forse, se avessero spiegato questo, se avessero detto quello, avrebbe potuto salvarsi.
Voglio parlare della vita e dei ragazzi che non sanno viverla.
La cosa più importante della vita è proprio la vita stessa. Tutto quello che facciamo, pensiamo, desideriamo avviene nella vita. Senza vita non c’è più niente. La vita sa essere bella ma anche terribile. Quando si dice di un ragazzo che muore che “aveva tutta la vita davanti” si dice che non aveva vissuto e non potrà più farlo.
Un adolescente è come un bruco che deve diventare farfalla. Noi, che dovremmo fargli vedere la farfalla che c’è in lui, a volte non ci riusciamo. Noi, insegnanti e genitori, che sappiamo per esperienza che diventerà farfalla, a volte non sappiamo ascoltare e riconoscere tutto il dolore, tutta la disperazione che un ragazzo prova nel vedersi e credersi bruco per sempre. “Per sempre” è un tempo eterno da accettare per chi sta male. Il ragazzo che si suicida è incapace di capire che il dolore è temporaneo, che ogni brutta figura che può capitargli di fare viene presto dimenticata , che non succede nulla se non hai la ragazza, perché prima o poi la incontrerai, che puoi vivere la tua vita anche se hai scoperto di essere omosessuale, che questo momento definito “l’età più bella” è in realtà, per molti, un’età terribile, ma passerà.
Noi adulti abbiamo il dovere di prevenire questa disperazione senza uscita che può portare al suicidio. I ragazzi e le ragazze che non accettano se stessi, la loro vita, e la frustrazione che deriva dal constatare che non è serena come vorrebbero, possono desiderare una fuga definitiva, un’uscita dal mondo che li salvi, che cancelli in un attimo tutte le loro sofferenze. Non vogliono più soffrire, perché non trovano un motivo per farlo, perché sono convinti che non ci sia nessuna soluzione. Sentono che il dolore non potrà che aumentare, perché non saranno mai belli, magri, come la società li vuole. Non avranno successo, non saranno amati. Resteranno per sempre bruchi, mentre gli altri sono già farfalle.
Dominika aveva diciassette anni. Era un’adolescente. Alle ore 9 di un mattino di scuola ha preso una corda dalla palestra, l’ha appesa in bagno e se ne è andata via per sempre.
Dominika si guardava allo specchio e si vedeva grassa. Troppo grassa. Non era come credeva che la società la volesse. Ha tentato tante volte con le diete di cancellare i chili di troppo che - forse solo lei- vedeva sul suo corpo. Il ragazzo che amava le ha preferito un’altra. Una cosa normale. Giusta. L’amore non può essere un obbligo. Ma per lei sarà stata la prova tangibile del fatto che quel suo corpo non andava proprio bene. Chissà quanto avrà sofferto. Quanto avrà pianto. Sola con se stessa e con il suo essere bruco per sempre. Se si fosse confidata. Se avesse chiesto a noi, a tutti noi, anche sconosciuti. Se avesse saputo aspettare. Se lo avesse scritto in un tema. Se avesse avvertito le amiche. Se avesse chiesto aiuto all’insegnante della prima ora. Se in palestra non ci fosse stata una corda. Se lo avesse scritto su facebook, forse uno di noi lo avrebbe letto, forse l’avremmo saputa aiutare, l’avremmo salvata da se stessa e dalla sua disperazione di bruco per sempre. Perché lo ha fatto a scuola? Perché lo ha fatto oggi? Perché non ha chiesto aiuto ai genitori? Se, se, se. Forse, forse, forse. Perché, perché, perché.
Cara Dominika, hai fatto male ad andartene così. Bastava solo aspettare e avresti vissuto chissà quanti anni. Avevi tutta la vita davanti.
"Paradiso sto arrivando", ha scritto. Spero che, almeno, esista davvero un paradiso.

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