Maria mi scrive, tra l'altro:
"Chiudo con un ultima domanda: ho visto che con i ragazzi
bisogna avere sempre la risposta pronta per stupirli e "avere la meglio su
di loro" ma una domanda a cui non sono ancora riuscita a trovare una
risposta che li spiazzi è la solita: ‘Prof, ma la cultura a cosa serve?’
Difficile dare una risposta che sia credibile per un adolescente!Tu cosa dici
in questi casi? Spesso la domanda non ha neanche un tono maleducato ma suona
più che altro come un'amara costatazione...Un caro saluto, Maria.”
Cara Maria, se un ragazzo ti fa questa domanda, significa
che non ha capito perché si studia. E questo significa che tu e gli
insegnanti che ti hanno preceduto non siete riusciti a trasmettere la
consapevolezza che studiare serve. O che quel ragazzo, anche se a scuola avete
cercato di farglielo capire, vive in un ambiente in cui lo studio non interessa
a nessuno.
Se i ragazzi non capiscono perché studiano non studieranno
davvero. Studieranno per forza o per convenienza. Non credo che sia vero quello
che sostiene chi dice che, per forza o per convenienza, l’importante è che
studino. Credo che quello che i bambini e i ragazzi buttano giù per forza, come
se fosse una medicina amara, venga dimenticato in breve tempo.
Quello che dobbiamo fare a scuola – in tutti gli ordini di
scuola – è suscitare il desidero di leggere, di riflettere, di capire, di
sapere e quindi di studiare. Ma leggere, riflettere, capire, sapere e studiare
costa fatica e i ragazzi vivono oggi in un mondo dove la parola “faticare” è
una parolaccia. Perché i ragazzi studino, dobbiamo dar loro un motivo per
farlo. E il motivo non può essere la paura (del brutto voto, del rimprovero o
della bocciatura). Dobbiamo spiegare loro che la cultura, lo studio, la
lettura, l’impegno, sono i mezzi per una vita migliore, più ricca. Non è
facile, in questo tipo di società.
Un tempo la motivazione a studiare veniva data dalla
constatazione che chi studiava poteva migliorare la sua situazione
sociale, poteva farsi strada nella vita, farsi un nome. Oggi tutto sembra
dire che è il furbo, il fortunato e perfino il disonesto, quello che si
fa strada nella vita.
Noi insegnanti, a scuola, dobbiamo insegnare dei valori
che permettano ai ragazzi di non credere più ai falsi miti che i media
propongono ogni giorno.
Se già noi pensiamo che sia tutta fatica inutile, abbiamo
perso in partenza. Se quando diciamo che la cultura è importante facciamo
percepire che ci crediamo poco, abbiamo perso.
Io sono convinta che studiare sia molto importante. La cultura,
il sapere, sono moltissimo, nella vita. Non perché "servono", nel senso che sembra importante oggi, e cioè che "ti rendono ricco", ma perché ti rendono Uomo. La cultura e il sapere sono quelli che ci allontanano
sempre di più dallo stato selvaggio, dallo stato animale. Per quanto stupendi
possano essere gli animali, quando diciamo che una persona è un animale non gli
facciamo un complimento. Un animale – per esempio un cane – è un meraviglioso
compagno di vita, uno di famiglia. Sa essere tenero, protettivo, fedele,
geloso, intelligente, simpatico; sa capirci, consolarci, aiutarci. Ma a suo
modo, che è il modo di un animale. E possiamo anche dire che a volte il cane è
migliore di certe persone. Ma il cane non è una persona. Non ha quello che
distingue l’Uomo dagli animali. Il cane mangia, beve, corre, salta, si
accoppia, gioca, ha paura, abbaia, ringhia, aggredisce, si azzuffa. Anche l’Uomo
mangia, beve, corre, salta, si accoppia, gioca, ha paura, urla, minaccia,
aggredisce, si azzuffa. E in queste attività non si discosta dalla sua natura
animale. Ci si discosta solo quando fa attività che il cane non saprà mai fare.
Tommaso d’Aquino, più di settecento anni fa, scriveva:
“Tra le azioni compiute dall’uomo si dicono propriamente
umane solo quelle che sono tipiche dell’uomo in quanto uomo. Infatti l’uomo si
distingue dalle altre creature per il fatto di essere signore dei propri atti.
Dunque si chiameranno propriamente umane quelle azioni di cui l’uomo è signore.
Ora, l’uomo è padrone delle proprie azioni grazie alla ragione ed alla volontà:
e perciò il libero arbitrio è detto facoltà di intendere e volere. Dunque sono
dette propriamente umane quelle azioni che vengono da una decisione volontaria.
Se poi ci sono anche azioni diverse da queste
ascrivibili all'uomo, possono essere dette azioni dell’uomo, ma non
propriamente umane, cioè dell’uomo in quanto uomo. Ora, l’oggetto della volontà
è il fine ed il bene, motivo per cui tutte le azioni umane risultano essere
orientate da un fine.”
L’Uomo sa fare cose che gli animali non potranno mai fare:
per esempio, legge, scrive, ascolta musica, dipinge, progetta, realizza i suoi
progetti, inventa, prevede, ricorda, riflette, decide, convince. L’Uomo
imbroglia, ma sa difendersi dagli imbrogli. Sbaglia, ma sa imparare dai suoi
errori.
Gran parte delle azioni che distinguono
l’Uomo dall'animale sono azioni che derivano dallo studio e
dalla cultura. Perché, in realtà, l'Uomo è davvero un animale, e per non sentirsi solo un animale deve elevarsi, fare cose che non siano quelle che fanno anche gli animali.
Ed è questo che spiego ai miei alunni: sono liberi di
vivere la loro vita semplicemente mangiando, bevendo, accoppiandosi, urlando, aggredendo,
azzuffandosi, limitandosi ad attività che anche gli animali sanno fare.
Oppure possono studiare, provare emozioni sempre più
raffinate; possono organizzare attività di solidarietà, inventare oggetti e produrre
idee che possono essere tramandate agli altri. Essere importanti nella catena
della vita, insomma. Lasciare sulla terra un segno del loro passaggio. In altre
parole, possono considerare la cultura come qualcosa di essenziale per vivere pienamente la
vita, da uomini. Oppure no.
È questo, che dico ai miei alunni. Quasi tutti i giorni.